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VIDEO – Quale futuro per l’Unione Europea?

L’Unione Europea alla prova della Brexit, della spinta dei partiti euroscettici e della crisi dei paesi del meridionali. Quali saranno gli scenari futuri dell’Unione? Ne parla Simone Bozzato, professore di Geografia dell’Unione Europea presso l’Università Tor Vergata di Roma, e relatore dell’ultima lezione della Winter School “Il mondo dopo Obama”.

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Relazioni UE-Paesi ACP: quale futuro per la Convenzione di Cotonou?

La Convenzione di Cotonou rappresenta uno dei principali pilastri attorno ai quali l’Unione europea ha a lungo costruito la propria politica estera.

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La Convenzione fu firmata a Cotonou, in Benin, il 23 giugno 2000 al fine di gestire i rapporti di cooperazione allo sviluppo tra l’Unione europea e il gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP).

L’accordo, che venne siglato per una durata di venti anni con una clausola che prevede delle revisioni intermedie ogni cinque anni, è destinato ad estinguersi nel 2020 e l’Unione europea deve ora lavorare alla definizione di una strategia futura per la gestione delle relazioni con  i Paesi ACP.

Le discussioni sul futuro delle relazioni con il gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico sono attualmente in corso e le principali istituzioni europee hanno già sottolineato come un rinnovamento automatico della convenzione esistente non rappresenti ad oggi la soluzione più auspicabile, dal momento che ci troviamo di fronte ad un cambiamento evidente degli equilibri geopolitici globali e ad un’evoluzione nelle ambizioni delle stesse istituzioni europee.

Di fronte alle nuove esigenze, nell’ottobre 2015 il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) e la Commissione europea hanno lanciato un processo di consultazione per preparare una nuova fase degli accordi con i Paesi ACP, definita “fase post-Cotonou”. L’obiettivo di questa “nuova era” è di partire dai risultati positivi della Convenzione per migliorarne l’aspetto più strettamente politico.

Secondo un briefing del Parlamento europeo, la Convenzione di Cotonou ha infatti avuto impatti particolarmente significativi nell’ambito delle relazioni commerciali e dello sviluppo economico; tuttavia, l’accordo presenta ancora evidenti lacune nella sua dimensione politica, dimensione in cui rientrano questioni chiave come la gestione dei flussi migratori, la gestione dei cambiamenti climatici e la lotta al terrorismo.

Mentre infatti le relazioni economiche sono regolate in maniera piuttosto efficace da Accordi di Partenariato Economico (APE) che vincolano gli Stati ACP al rispetto di “principi essenziali”, quali democrazia, tutela dei diritti umani e stato di diritto, gli ambiti di migrazione e sicurezza in particolare presentano una situazione più eterogenea  e, di conseguenza, più difficile da gestire nell’ambito della Convenzione. La regolamentazione di questi due settori è perciò spesso affidata ad altre iniziative europee come l’Approccio Globale per la Migrazione e la Mobilità, l’Agenda Europea sulla Migrazione, il Fondo per la Pace in Africa e il Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa.

Di fronte a queste difficoltà, le principali istituzioni europee hanno già discusso una serie di scenari possibili sui quali le relazioni tra l’Unione europea e gli Stati del gruppo Africa, Caraibi e Pacifico potrebbero costruirsi a partire dal 2020.

Tra questi scenari, che sono stati debitamente studiati dal Centro europeo per la gestione delle politiche di sviluppo (ECDPM), quello maggiormente in linea con la strategia globale dell’Unione europea sembra essere il seguente: da una parte, la conferma di un accordo generale (umbrella agreement) giuridicamente vincolante per tutti gli Stati ACP al fine di regolamentare ambiti di interesse comune e per i quali la differenziazione geografica non è rilevante, quali i cambiamenti climatici, i diritti umani, il rispetto per i principi democratici e lo stato di diritto; dall’altra parte, l’introduzione di una serie di accordi regionali e tematici paralleli (compresi gli Accordi di Partenariato Economici che continueranno ad esistere) che permetteranno all’Unione europea di definire un approccio più coerente ed efficace in merito a specifiche regioni e con riferimento a determinati campi strategici, migrazione e sicurezza in primis, e ai Paesi ACP di ricevere assistenza specifica nella realizzazione di obiettivi di sviluppo come l’eradicazione o la riduzione della povertà.

In definitiva, un accordo di questo tipo sarebbe in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite nella sua Agenda 2030 e permetterebbe all’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti geopolitici in corso e, allo stesso tempo, di rispettare le ambizioni dei Paesi ACP partner. Questi ultimi, di fronte alla mancata volontà dell’Unione europea di ripensare gli Accordi di Cotonou in chiave più egalitaria e sostenibile, potrebbero rivolgersi al cosiddetto “Sud globale”.

I Paesi emergenti (i cosiddetti BRICS), guidati in prima linea dalla Cina, potrebbero infatti mescolare le carte in materia di cooperazione internazionale a sfavore dell’Unione europea. Agli occhi dei Paesi ACP, i BRICS appaiono a tutti gli effetti una valida alternativa al modello europeo di cooperazione, poiché sono disposti a fornire aiuti allo sviluppo non vincolati al rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e dello stato di diritto.

Se, dunque, l’Unione europea spera di riconfermare i propri rapporti di cooperazione con i Paesi ACP, una riforma strutturale della Convenzione di Cotonou appare necessaria e urgente.

 

Il cammino della Serbia tra Europa ed Eurasia

Quando, nel 2014, gli Usa e l’Unione Europea imposero sanzioni contro la Russia, chiesero alla Serbia di fare altrettanto. Come paese candidato all’adesione all’Ue, Belgrado è in effetti tenuta ad “allinearsi alla politica estera e di sicurezza dell’Ue”, come recita  un comunicato recente (Common Foreign and Security Policy report – Our priorities in 2016).

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Per la Serbia la richiesta di rompere con Mosca era decisamente gravosa, troppi gli interessi politici ed economici, così come i legami storici con Mosca. Cosciente della delicatezza della questione, l’Ue adottò un atteggiamento comprensivo, disponibile a concedere a Belgrado più tempo di quanto non fosse disposta a concedere ad altri paesi. Sennonché dal 2014 ad oggi non solo la Serbia non si è allontanata da Mosca, ma ha anzi continuato ad approfondire i suoi rapporti con essa. La cooperazione serbo-russa è aumentata perfino nel settore militare, dalla creazione di un “Centro umanitario russo-serbo”, che ospita militari russi nei pressi di Nis, fino alle recenti esercitazioni “fratellanza slava”, realizzate in Serbia da militari serbi, russi e bielorussi.

Ai ripetuti inviti a rompere con Mosca, il ministro degli esteri Dacic ha ribattuto seccamente: “non possiamo lavorare contro il nostro stesso interesse”. Ma quali sono gli interessi che legano Serbia e Russia? Per la Russia la questione politica è abbastanza semplice: la Serbia le offre una facile possibilità di proiezione lontano dai propri confini, una possibilità tanto più gradita nel momento in cui la Nato rinforza la sua presenza alle frontiere russe.

Gli interessi serbi sono più articolati. Dal settore energetico alle ferrovie, la Serbia intrattiene buoni rapporti economici e commerciali con Mosca. La possibilità di usare la Serbia come trampolino per il mercato russo contribuisce poi ad attirare investimenti nel paese. Emblematica è la costante pressione della Fiat-Chrysler sul governo serbo, affinchè ottenga da Mosca l’ammissione delle automobili prodotte a Kragujevac tra i beni esenti da dazi. È anche con questo obiettivo che la Serbia sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica (Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan), un mercato di quasi 200 milioni di abitanti, con possibilità di ulteriore espansione.

Per Belgrado il rapporto con la Russia è importante anche dal punto di vista politico. E, per paradossale che possa sembrare per un paese candidato all’adesione all’Ue, tale sostegno è utile in gran parte per resistere alle pressioni dell’Ue. Secondo diverse indiscrezioni (tra cui Vecernje Novosti, 01.11.2016) Usa e Ue hanno formulato una serie di richieste inaccettabili per Belgrado; rottura con Mosca, riconoscimento del Kosovo, ridimensionamento del sostegno ai serbi di Bosnia e del Kosovo. Queste richieste riflettono politiche di lungo corso e, se pure sono da verificare modalità e tempistica, è probabile che a Bruxelles e a Berlino ne attendano l’adempimento, prima di permettere l’ingresso della Serbia nell’Ue.

Tali politiche rivelano anche un contrasto profondo con gli interessi serbi; in fondo sono state proprio le politiche di Usa e Ue a spingere Belgrado verso Mosca. Basti citare i bombardamenti della Nato nel 1999, il sostegno all’indipendentismo montenegrino e al secessionismo albanese in Kosovo, con relativa opposizione al riflessivo secessionismo delle comunità serbe del Kosovo settentrionale. Chi riteneva che, dopo aver fatto qualche rimostrananza formale, la Serbia si sarebbe facilmente accomodata alla cessione del Kosovo, magari in cambio di un percorso abbreviato verso l’Ue, deve in effetti ricredersi.

Anzi, si può ritenere che il patrocinio offerto da Usa e Ue alla secessione del Kosovo abbia determinato la fine di una corrente politico-culturale serba, di quella corrente nazionalista e filo-occidentale, che aveva ritenuto che il conflitto con  Usa e Ue fosse dovuto alla persona di Milosevic e che, rimosso quell’ostacolo, l’atteggiamento occidentale nei confronti di Belgrado sarebbe cambiato. Questa è per alcuni versi la morale che si può leggere nella parabola politica di Kostunica, asceso al potere con il sostegno di Usa e Ue, per diventare poi uno dei più aspri critici del loro operato. E per quanto Kostunica sia ormai uscito di scena, è pur significativo che il suo Partito democratico serbo, che precedentemente si era rigidamente attenuto alla consegna della neutralità in politica internazionale, abbia compiuto una decisa virata in senso filo-russo.

Sul Kosovo e sulle altre questioni, Mosca si è schierata con Belgrado. Non  sempre il sostegno russo ha avuto conseguenze pratiche, ma esso spiega le simpatie di cui gode la Russia presso l’opinione pubblica serba. Se sarebbe fuorviante attribuire a tale fattore un ruolo preponderante nella definizione della politica serba, è pur vero che esso scoraggia qualsiasi governante serbo dallo schierarsi apertamente contro Mosca, per il discredito che gliene deriverebbe in patria.

In ogni caso, a dispetto di quanto temuto da alcuni e sperato da altri, la Serbia non sta voltando le spalle a Usa e Ue. Le relazioni politiche ed economiche con Mosca non sono affatto a detrimento di quelle con Bruxelles. I paesi dell’Ue rappresentano anzi, nel loro insieme, il più importante partner economico della Serbia. Sviluppando relazioni ed aree di libero scambio sia con l’Unione europea che con quella eurasiatica, la Serbia semplicemente coltiva i suoi interessi. A ciò si aggiungono le crescenti relazioni economiche con la Cina. Questa politica multipolare consente tra l’altro a Belgrado di attirare investimenti incrociati, investitori russi e cinesi intenzionati a utilizzare la Serbia come ponte di ingresso nel mercato europeo, e investitori dell’Ue che, producendo in Serbia, possono favorire il loro ingresso sul mercato eurasiatico.

Un discorso simile vale per la dimensione politica dei rapporti con Mosca. Belgrado continua i negoziati di adesione all’Ue e non ha espresso alcuna intenzione di compiere una scelta di campo definitiva in senso filo-russo. Intervistato da un giornale russo, qualche mese fa, il presidente Nikolic tenne a precisare che in Serbia ci sono più russofili che eurofanatici, ma che per posizione geografica, interessi politici ed economici, è impossibile per Belgrado non ricercare un matrimonio con Bruxelles. Sarebbe forse un matrimonio senza amore, ma la stessa cosa può dirsi per diversi paesi già membri dell’Ue. Inoltre, per quanto Belgrado escluda di entrar a far parte della Nato, intrattiene più relazioni militari con l’Alleanza Atlantica di quanto non faccia con la Russia, come mostra la ratifica in febbraio dell’Individual Partnership Action Plan.

Più che un’alternativa all’Ue, la Russia è per la Serbia una leva. Dai rapporti con Mosca, Belgrado si aspetta un rinforzamento del suo ruolo regionale e un riequilibrio della sua posizione contrattuale nei confronti dell’Ue. Si può dubitare che Belgrado possa continuare a tempo indeterminato a tenere il piede in due staffe, ma non c’è dubbio che finché questa strada sarà percorribile, è quella che meglio si adatta agli interessi serbi. Se poi, come previsto, l’elezione di Trump a presidente degli Usa dovesse attenuare la politica di confronto con la Russia finora condotta da Washington, il compito per Belgrado risulterà semplificato.

Brexit Poll: il secondo tentativo

Quasi alle porte del prossimo 23 giugno, data in cui saranno aperte le urne per il referendum riguardante l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il clima politico britannico ed internazionale si fa sempre più teso ed allarmato. Nonostante i nuovi accordi raggiunti tra Gran Bretagna e Unione Europea, in cui alla prima viene riconosciuto uno status speciale e accordate molte delle richieste precedentemente presentate, la chiamata al referendum non si arresta e si fa sempre più viva e intrisa di opinioni contrastanti. Sembra di tornare indietro nel 1975 quando al popolo britannico venne chiesto “Do you think that the United Kingdom should stay in the European Community (the Common Market)?”.

Brexit Poll: il secondo tentativo - Geopolitica.info (cr: AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

La maggioranza (circa il 67% dei votanti) optò per il si, scegliendo di rimanere nel mercato comune. Oggi il Parlamento propone lo stesso quesito, mettendo in luce le opinioni contrastanti sia all’interno dello stesso governo sia nella comunità internazionale. Se da un lato lo stesso Cameron viene attaccato per avere mostrato una posizione poco lineare sulla Brexit, contemporaneamente sia il partito Laburista che quello Conservatore si trovano ad affrontare una scissione interna su tale scottante tema. Al contrario, l’UKIP e il DOP si mostrano uniti nel caldeggiare l’uscita dall’Unione Europea. Non diversa appare la situazione nel contesto internazionale. Nonostante le richieste della Gran Bretagna agli altri attori statali di non intromettersi in una decisione interna, le opinioni di molti leaders mondiali continuano ad affiorare.

In Europa, la maggior parte degli stati si schiera contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione. I motivi che spingono a tale posizione comune sono di diversa natura ed evidenziano paure e preoccupazioni sia sotto il punto di vista politico che economico e amministrativo. Innanzitutto l’Europa senza la Gran Bretagna apparirebbe nel contesto internazionale un’entità più debole e di certo meno esemplare nel garantire e incentivare lo sviluppo della democrazia e dei diritti civili. Infrangendosi questo modello, prenderebbero piede rapidamente le correnti euroscettiche e nazionaliste all’interno dei singoli stati.

Una situazione del genere appare rischiosa in realtà come quella danese, dove  il Partito del Popolo Danese sta chiedendo di indire un referendum per un’eventuale Dexit.

In Francia il presidente Hollande teme una crescita del Front National di Marine le Pen. I paesi Bassi, partner stretti del Regno Unito e sostenitori di un’Europa meno allargata (come dimostra il referendum non vincolante del 6 aprile sulla decisione del Parlamento di Amsterdam di ratificare l’accordo di associazione tra UE e Ucraina – la maggioranza ha votato per il no all’accordo) rischiano a loro volta una diminuzione della coscienza europeista.

Altra questione rilevante è quella sull’immigrazione. Con le dovute eccezioni, nel contesto internazionale si ritiene che per ottenere maggiori risultati e riuscire ad assistere al meglio le migliaia di immigrati che giungono quotidianamente sul suolo europeo, sia necessaria una cooperazione attiva da parte di tutte le entità statali del vecchio continente. Tale concetto è stato evidenziato durante lo scorso G7 di maggio, in cui le potenze partecipanti hanno ribadito la necessità ed urgenza di una azione comune per affrontare la crisi migratoria e per dare un aiuto effettivo ed efficace ai rifugiati e alle comunità di assistenza. L’uscita della Gran Bretagna comporterebbe la perdita di un soggetto estremamente importante e l’apertura a scelte di chiusura delle frontiere come dimostra l’annuncio a febbraio del presidente ungherese Orbán riguardo una consultazione popolare sull’accettazione di quote di migranti sul proprio territorio. Altro problema riguarda la definizione normativa dei residenti stranieri nel suolo britannico (e viceversa). Con l’uscita dall’Unione migranti europei ed extracomunitari verrebbero a confondersi e ad avere lo stesso status giuridico.

Per trovare una nuova politica di gestione e registrazione occorrerebbero anni, lasciando molti in una situazione di caos e di precarietà. Non a caso paesi quali Polonia, Ungheria, Italia e Spagna si preoccupano del destino dei loro concittadini che si sono trasferiti nel Regno Unito. Sarebbero perciò necessari nuovi patti bilaterali per regolamentare la circolazione delle persone.

A livello economico, qualora al referendum vincesse il “remain”,  il popolo della regina Elisabetta II non potrebbe più godere dei fondi che riceve dall’Unione Europea e il governo dovrebbe adoperarsi tempestivamente nella stesura e ratifica di accordi bilaterali e multilaterali che regolino i rapporti economici e commerciali (incluso l’aspetto tariffario di dazi alle frontiere) con tutti i membri dell’UE. Come ha fatto presente anche il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, questo processo richiederebbe molto tempo rendendo inevitabilmente incerti e complessi gli stessi patti e rapporti commerciali futuri.

Anche la cancelliera Merkel ha rotto il silenzio per affermare che nonostante la decisione spetti ai soli cittadini britannici, questi ultimi debbano essere informati sul fatto che, in caso di Brexit, gli stati al di fuori dell’UE non otterranno mai buoni risultati nelle negoziazioni. L’intento del primo ministro tedesco non è solo quello di sottolineare il valore del mercato unico ma anche quello di evidenziare la sua speranza nella continuità di collaborazione con la Gran Bretagna al tavolo europeo, di modo che quest’ultima possa avvalersi della propria influenza per stabilire di concerto con gli altri membri nuove norme comunitarie.

I paesi dell’est Europa, hanno una ragione in più per desiderare che il Regno Unito continui ad avere propri rappresentanti a Bruxelles: il timore di ricadere sotto la sfera d’influenza russa. La Brexit porterebbe con sé un mutamento negli equilibri di potenza e anche meno fondi per quegli stati che, di recente formazione, hanno bisogno di aiuti per svilupparsi e accrescere la propria economia.

Vladimir Putin è ben conscio del panorama che si prospetta e appunto per questo motivo auspica l’uscita della Gran Bretagna al fine di riproporre un modello di governance alternativo a quello indebolito europeo. In secondo luogo la dipendenza energetica (principalmente di gas e petrolio) dell’Europa dalla Russia non verrebbe minata, anzi probabilmente rafforzata. La possibilità che altri stati seguano l’esempio britannico, favorirebbe la nascita di un nuovo assetto geopolitico in cui il Cremlino potrebbe espandere il proprio ascendente, forte anche del decremento di forze militari dell’Unione.

Sebbene come dimostrato il referendum colga l’attenzione di molti attori ed istituzioni, bisogna ricordare che sarà solo il popolo britannico a decidere. Come mostra il grafico sottostante, il risultato non è prevedibile, in quanto in base agli ultimi sondaggi, la schiera dei votanti risulta fratturata a metà (43% per il si e 42% per il no), rendendo ancora più interessante l’attesa dell’esito finale.

Se il populismo sbarca in Germania

Il governo tedesco non cambierà la propria politica dell’immigrazione, nonostante i risultati delle elezioni regionali di domenica scorsa, che hanno visto una repentina avanzata del AfD (Alternative für Deutschland), il partito populista-nazionalista guidato da Frauke Petry. Il messaggio politico che si può ricavare da questo voto è stato piuttosto chiaro: a fette sempre più consistenti dell’elettorato teutonico piace sempre meno la politica aperturista di Angela Merkel sugli immigrati. Ma il voto in Germania di domenica scorsa ha avuto anche un altro significato, più generale: oramai le forze “anti-sistema” o “populiste” sono riuscite a ritagliarsi uno spazio consistente anche lì dove si pensava che non sarebbero mai riuscite a mettere piede, se non in misura marginale. Nel caso specifico, in Germania.

Se il populismo sbarca in Germania - Geopolitica.info

Un voto non solo regionale

Il voto tedesco è stato un voto “regionale”, svoltosi in tre dei sedici länder che compongono la Repubblica federale tedesca, che tuttavia ha assunto una valenza nazionale. La discussione pubblica è stata egemonizzata o quasi da una tematica di valenza nazionale e, secondo molti commentatori, gli elettori dei tre länder in questione (Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt, Baden-Württemberg) avrebbero formulato le proprie scelte, almeno in maniera significativa, non tanto su questioni “regionali”, ma, appunto, su una issue nazionale come l’immigrazione.

Questo fenomeno, cioè la preponderanza di una tematica nazionale in elezioni “secondarie”, è riscontrabile nella storia politica di molti paesi europei. Tuttavia in questi ultimi anni questa dinamica si è accentuata notevolmente, essendo il dibattito pubblico sempre più segnato da tematiche sovra-nazionali declinate, poi, nel panorama politico nazionale di ogni paese. Crisi economica e dei debiti sovrani, uscita o permanenza di alcuni stati dalla o nella zona Euro, se non addirittura uscita o permanenza dalla o nella Unione Europea, e la crisi dei migranti, sono alcune delle issue che hanno ridisegnato la competizione tra le forze politiche nazionali, creando un nuovo schema competitivo tra i partiti in paesi molto diversi fra loro, con condizioni economiche e istituzionali differenti.
Uno schema che risulta molto favorevole alle forze populiste di vario genere che affollano il panorama europeo. Questi partiti o movimenti (di destra, di sinistra o difficilmente posizionabili sull’asse destra-sinistra) nascono infatti all’interno dei contesti politici nazionali, ma la loro stessa ragion d’essere e il loro messaggio politico sono fortemente ancorati a issue nazionali ed europee. Si può notare infatti come le nuove forze populiste, le più giovani, non avendo nel proprio bagaglio esperienze amministrative o un particolare radicamento territoriale, trovino in un contesto competitivo sempre più nazionale ed europeo un terreno fertile sul quale crescere. Si potrebbe azzardare un’ipotesi: più una consultazione (primaria o secondaria) è segnata da un confronto su tematiche nazionali o inter/sovra-nazionali, più le nuove o rinnovate forze populiste hanno chance di ottenere buoni risultati. In Grecia, come in Spagna, come in Italia, come in Germania.
Bisognerà aspettare la “prova del nove”, cioè le elezioni nazionali, per capire se l’AfD diventerà una nuova forza del panorama politico tedesco o se si è trattato di un fuoco di paglia. Per quanto di “valenza nazionale” le elezioni di domenica hanno coinvolto il 20% circa della popolazione tedesca. E va detto che è comprensibile che in Germania si potesse assistere a una ridefinizione degli equilibri politici: dopo dieci anni di dominio della scena politica tedesca, ma anche europea, da parte del cancelliere Angela Merkel, forse potremmo essere entrati nella fase calante della sua carriera politica. Tuttavia si è trattato di consultazioni che hanno coinvolto una quota non irrilevante degli aventi diritto al voto in Germania e che si sono svolte in realtà molto diverse fra loro, il che rende questo voto un caso che travalica il contesto politico regionale e nazionale della Repubblica tedesca.
Di certo si può dire, infatti, che i segnali provenienti dalle elezioni di domenica scorsa sono stati un ennesimo colpo alla stabilità politica europea, soprattutto perché provenienti dal paese guida della UE. Una fase politica segnata dalla presenza di una nuova forza in grado di ostacolare i successi elettorali delle forze più consolidate, indirizzare in misura significativa i processi politici tedeschi, estremizzare il dibattito politico, rappresenterebbe una variabile in grado di produrre effetti importanti su tutta l’Europa. Il problema è capire se le classi dirigenti dell’Unione e dei singoli stati saranno in grado di accettare questo fenomeno, trovarne le cause e trovare soluzioni efficaci. Elementi tutt’altro che scontati.
L’Europa tra passato e futuro: conversazioni con Massimo Cacciari

Geopolitica.info ha intervistato Massimo Cacciari, Professore emerito di Filosofia, Università Vita Salute San Raffaele di Milano, sulle crisi che sta attraversando l’Unione Europea, la centralità della Germania, la fragilità della Francia.

L’Europa tra passato e futuro: conversazioni con Massimo Cacciari - Geopolitica.info

Il 9 novembre 1989, quindi una generazione fa, è caduto il muro di Berlino. Data altrettanto importante ma meno famosa è il 1 novembre 1993, con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht e la nascita formale dell’Unione Europea. Dieci anni fa questa data veniva celebrata, ora si ha la percezione di un lutto. Cosa ha portato a questa ondata di disillusione verso l’UE?

Sia festa che lutto mi sembrano termini del tutto esagerati. Non mi ricordo queste grandi feste 10 anni fa. Allo stesso modo, la situazione attuale è difficilissima e drammatica ma aspetterei a definirla lutto. L’operazione di costruzione dell’Europa si è ingrippata quando venne gettato il cuore oltre l’ostacolo con l’Euro, prima di pensare a politiche sociali e fiscali comuni. Fu una mossa audace, e non ricordo nessun festeggiamento popolare in quel caso. Una classico caso di rivoluzione dall’alto. Era inevitabile che si arrivasse ad una situazione difficile. D’altro canto, la crisi economica del primo decennio del 2000 ha accelerato la crisi, ma non l’ha certo prodotta. Non solo si è costruito un Euro che non poteva neppure essere gestito per conto suo, senza politiche sociali e fiscali comuni. Si è continuato a gettare il cuore oltre l’ostacolo con il processo di allargamento, portando dentro il perimetro europeo Paesi per nulla pronti a fare questo passo. O si recupera i ritardi oppure il rischio è che si celebri davvero il lutto dell’Europa.

A proposito di ritardi dell’UE, come legge la possibilità di una accelerazione dei negoziati per l’adesione della Turchia? Le sembra un fuoco di paglia oppure una risposta pragmatica alla questione immigrazione?

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe solo di accogliere 75 milioni di musulmani, con un regime politico la cui democraticità e tutta da vedere, con all’interno una minoranza etnica importantissima nella lotta contro l’ISIS ma osteggiata da Ankara. Vorrebbe dire aggiungere una crisi non necessaria.

Qual è il pericolo maggiore per la continuazione del Progetto europeo? Una Germania incapace o non desiderosa di guidare l’Europa oppure una Francia persa in se stessa?

Le concause sono difficili da leggere. Sicuramente per i motivi detti in precedenza. La Germania al momento è ancora lungi da assumere una leadership europea, non sa se ne ha la volontà e tanto meno la capacità. La Francia è messa male come noi: la grandeur è un pallido ricordo. Si poteva pensare ad un asse franco-carolingio che potesse durare nel tempo, ma si è rivelato invece incapace di agire e di ascoltare. L’Europa dimostra così una debolezza incredibile, non vi è mai stata una così grande afonia politica dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Non vi è nessuna centralità politica, così come avveniva durante il confronto USA-URSS.

L’Economist ha definito Angela Merkel l'”Europeo indispensabile” perché “non tratta l’UE come un pungiball, bensì come un pilastro di pace e prosperità”. Anche lei pensa che la Merkel sia necessaria?

La Merkel è necessaria, senza dubbio. Senza una Germania che appoggi una linea riformista, per quanto timida, collasseremo in qualche mese.

Nel 1954 De Gasperi pronunciava questo discorso: “Bisogna riconoscere che la vera e solida garanzia della nostra unione consiste in una idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva.” Sono parole diversissime da quelle usate dalla classe politica europea. Servono altre guerre per ritornare a ragionamenti simili?

La Storia ci dice che le grandi classi dirigenti si formano a seguito delle guerre – per quanto vi sia chi afferma che le guerre sono inutili. Le classi politiche attuali europee scontano la fine della Guerra fredda e del periodo di confronto bipolare USA-URSS. Pensiamo alla classe politica italiana: viveva di una grande centralità perché le decisioni prese dal nostro Paese risultavano decisive. I politici non erano più competenti prima o meno competenti oggi; semplicemente le loro decisioni non godono della stessa centralità. Si tratta di una astuzia storica.

La Serbia tra Europa e Russia: intervista al segretario nazionale del SNP, Jovan Palalic

Strangolata come e più di tutti gli altri Paesi dell’area balcanica dall’emergenza profughi, la Serbia vive una fase della sua storia nazionale complicata e piena di contraddizioni. Sebbene non abbia mai rinnegato la sua secolare amicizia con Mosca, come prova la mancata adesione al regime di sanzioni imposto alla Russia dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea a causa della crisi ucraina, il suo attuale governo, guidato da Aleksandar Vucic continua, con tenacia, a perseguire una politica di avvicinamento all’Occidente. Appena dieci giorni fa il premier serbo ha svolto una visita ufficiale di tre giorni negli Usa, dove ha incontrato il ministro degli esteri Kerry e il vicepresidente Biden, al termine della quale ha diffuso comunicati stampa entusiastici circa le opportunità di futuri sviluppi nella cooperazione con Washington.

La Serbia tra Europa e Russia: intervista al segretario nazionale del SNP, Jovan Palalic - Geopolitica.info Jovan Palalic, Il segretario nazionale del SNP, 2015

Nel frattempo continua ad affermare che la stella polare di Belgrado in politica estera è l’ingresso a pieno titolo nella Ue, senza escludere, in futuro, una possibile adesione del suo paese nella Nato, proprio quell’alleanza militare che nel 1998 sottopose la capitale serba a circa due mesi di bombardamenti. Eppure, appena un anno fa, in una storica parata militare per commemorare la vittoria della guerra di liberazione dai tedeschi, le truppe serbe sfilavano dinanzi ad una folla in delirio per l’ospite d’onore ed unico oratore Vladimir Putin.

In uno scenario così complesso ed ambiguo, lo stesso quadro politico serbo risulta alquanto frastagliato. In particolare l’area di centrodestra, di cui fa parte lo stesso Partito Progressista Serbo del premier Vucic. E’ lì che si colloca anche il DSS, il Partito Democratico di Serbia dell’ex primo ministro Vojislav Koštunica, uscito con le ossa rotte dall’ultima competizione elettorale dello scorso anno, oltre ad una pletora di partiti più o meno piccoli. Ed è nel centrodestra che è andato a collocarsi il nuovo Partito Popolare Serbo (SNP), nato da una scissione del DSS e presieduto dall’ex vicepresidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Serba, Nenad Popovic.

La cifra del nuovo partito è costituita dal rapporto privilegiato con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, che esso può vantare grazie ai solidi rapporti del suo presidente, un imprenditore molto ben inserito negli ambienti moscoviti. Non a caso, dopo il recentissimo viaggio in Crimea di Silvio Berlusconi, il più stretto collaboratore di Popovic, il segretario nazionale del SNP, Jovan Palalic, è stato la scorsa settimana in Italia per una serie di incontri con alcuni esponenti del centrodestra.

Palalic ha 44 anni ed è stato parlamentare per ben 11 anni (4 legislature) ed un alto dirigente del DSS. Dopo il naufragio del partito di Kostunica nelle elezioni del 2014, si è lanciato con grande entusiasmo in questa nuova avventura: “il Partito Popolare Serbo – racconta – è una formazione politica nazional-democratica. Abbiamo un orientamento moderato, ma siamo convinti che l’ingresso nell’Unione Europea sia contrario agli interessi economici Serbi, quindi ci poniamo all’opposizione rispetto all’attuale governo Vucic”.

Chi ha incontrato qui a Roma in questi giorni?

Ho avuto dei colloqui molto fruttuosi con Benedetti Valentini e Michaela Biancofiore di Forza Italia e con l’on. Giancarlo Giorgetti della Lega. L’Italia è storicamente un partner strategico molto importante per la Serbia e per il nostro partito è fondamentale stringere rapporti con le organizzazioni politiche nostre omologhe italiane. Peraltro, oltre all’appartenenza alla medesima area politica, ciò che ci unisce a Forza Italia e alla Lega è anche la vicinanza alla politica del presidente russo Putin.

Qual è la consistenza del nuovo Partito Popolare Serbo?

E’ presto per dirlo. I nostri quadri dirigenti provengono dal Partito Democratico di Serbia dell’ex presidente Kostunica, che però alle ultime elezioni non ha superato la soglia di sbarramento e non ha conseguito rappresentanza parlamentare. Tuttavia un deputato dell’Assemblea Nazionale ha aderito al SNP e oramai siamo presenti con nostre strutture su quasi tutto il territorio nazionale. Alle prossime elezioni amministrative che si terranno l’anno prossimo verificheremo la nostra consistenza. I sondaggi, comunque, ci premiano e contiamo di collocarci ampiamente sopra la soglia di sbarramento (5% n.d.r.)

A quali soggetti sociali intendete rivolgervi per rappresentarli?

La nostra base sociale è costituita soprattutto da piccoli e medi imprenditori, soprattutto agricoli, che sono in grave sofferenza, in questa fase, anche e soprattutto a causa dei vincoli che l’Europa ci ha imposto per avviare il processo di adesione. Il nostro blocco sociale di riferimento è la “Serbia profonda”, la grande massa dei nostri concittadini che lavora e produce, ama la propria Patria, vuole conservare i nostri valori nazionali e religiosi e non viene tutelata dagli attuali partiti principali.

E’ per questo che siete euroscettici?

Noi non abbiamo posizioni pregiudiziali verso Bruxelles, ma la nostra stella polare è l’interesse nazionale serbo. Noi diciamo: mettiamo sul piatto della bilancia i pro e i contro del nostro ingresso nell’Unione Europea e i contro sono molti!

Cioè?

Innanzitutto non sappiamo dove sta andando l’Europa. La crisi dell’Euro e l’emergenza immigrati ci mostrano un Unione Europea divisa, lacerata da interessi contrapposti, senza una linea comune: cosa ne sarà delle istituzioni comunitarie? Aderire in questo momento sarebbe un salto nel buio. Tra l’altro noi abbiamo il dovere di difendere i nostri agricoltori, che subirebbero una forte concorrenza dagli altri produttori mediterranei in caso di adesione. Soprattutto, riteniamo deleterio per la nostra economia nazionale rinunciare all’accordo di libero scambio commerciale che attualmente abbiamo con Mosca.

Solo questo?

Ci sono altre questioni sul tappeto collegate al nostro ingresso nell’UE. Ad esempio la nostra affiliazione alla NATO. Il Partito Popolare Serbo è assolutamente contrario, come la stragrande maggioranza dei cittadini serbi. La Nato è l’organizzazione militare che meno di vent’anni fa ci ha aggredito e bombardato e ci ha costretto a rinunciare al Kosovo, che per noi è parte integrante della Serbia.

Non è una politica estera facile da sostenere. D’altra parte la diplomazia di Belgrado già oggi si muove tra mille equilibrismi…

E noi, per l’appunto, vogliamo una politica estera equilibrata per il nostro paese. La Russia è da sempre il nostro principale alleato, ma vogliamo collaborare strettamente con alcuni paesi dell’Europa Occidentale. Questo però non nel quadro di un’adesione all’UE, ma tramite accordi bilaterali con l’Italia, la Germania e la Francia, ad esempio.

Attualmente però la Serbia ha firmato una serie di accordi con le istituzioni di Bruxelles, su alcuni programmi comunitari e sulla libera circolazione delle persone, ad esempio… Volete che il vostro paese rinuncia anche a questi?

No, se possibile…

Se possibile…

E’ troppo chiedere che la nostra eventuale adesione sia sottoposta ad un referendum? E’ troppo richiedere che il popolo sia democraticamente consultato? Il SNP non è contro l’Europa, ma contro questa Unione Europea, che, tra l’altro, non ha sempre un atteggiamento amichevole nei nostri confronti, anzi…

A cosa allude?

Resto sull’attualità. In queste settimane di emergenza immigrati, Croazia e Ungheria hanno chiuso le frontiere con la Serbia, interrompendo unilateralmente i trattati di libera circolazione, non solo per i profughi, ma anche per i cittadini serbi. Nel frattempo il nostro paese è al collasso per la presenza di migliaia di stranieri che noi abbiamo accolto, ma che non vogliono rimanere sul nostro territorio. Inoltre nei prossimi giorni attendiamo una nuova grande ondata di immigrati dalla Macedonia e dalla Grecia. Secondo il Partito Popolare Serbo l’unica soluzione per difenderci e difendere la legalità è costruire un muro al confine con la Macedonia, come stanno facendo gli altri paesi e derogando dalle disposizioni che ci ha imposto Bruxelles.

Ma il Partito Popolare Serbo vuole aderire al Partito Popolare Europeo?

A noi farebbe piacere, ma bisogna vedere se accettano i partiti euroscettici.

Come sono i vostri rapporti con il Front National?

Noi parliamo con tutti e certo con il movimento di Marine Le Pen condividiamo il forte euroscetticismo. A Belgrado ho avuto un lungo colloquio con il parlamentare europeo del Front Aymeric Chauprade.

Ma era proprio necessario un nuovo partito di centrodestra in Serbia?

Si. A Belgrado c’è bisogno di un partito che difenda i nostri interessi nazionali, ma senza estremismo. Un partito al tempo stesso moderno, che porti a compimento il processo di rinnovamento della nostra economia, ma tradizionale, vicino alla fede ortodossa, all’anima profonda del nostro popolo. E’ anche per questo che crediamo sia fondamentale per noi preservare il nostro privilegiato rapporto con la Russia, con la quale siamo uniti dall’antico senso di fratellanza slava ed ortodossa.

Diretta da Budapest: disordine nel cuore dell’Europa

La situazione a Budapest, nella città, sembra tranquilla. Non c’è caos per le strade, forse qualche pattuglia in più della polizia, ma tutto sembra essere sotto controllo.Ci arrivano echi dei tumulti nella capitale dalle notizie sui giornali e da amici che ci scrivono. Ma l’arrivo alla stazione di Keleti, nella parte orientale della città, fa emergere in tutta la sua tragicità la questione principale di questa settimana: ci sono migliaia di migranti che affollano la stazione in ogni angolo, dalla zona coperta al piazzale antistante, accampati ormai da giorni nella capitale ungherese come meglio possono, con qualche tenda, sacchi a peli o, come la maggior parte, direttamente per terra. Qualche bagno chimico è stato istallato qua e là, per assicurare le minime condizioni igieniche e dei gruppi di operatori sanitari sono al lavoro.

Diretta da Budapest: disordine nel cuore dell’Europa - Geopolitica.info Stazione di Budapest, 3 settembre 2015 (cr: Aledssandro Ricci)

Impegnati per un congresso nei giorni dei disordini derivati dalla presenza dei migranti diretti nell’Europa centrale, decidiamo di visitare il luogo principale di accampamento, la stazione di Keleti, con alcuni colleghi, la mattina di giovedì 3 settembre. Le immagini sono quelle che vedete: sistemati ovunque, sono presenti – ad occhio, da quel che ci sembra, almeno 4-5.000 migranti, moltissimi bambini, la maggior parte, invece, giovani tra i 15 e i 20, al massimo 25 anni. Chiediamo ad alcuni di loro da dove provengano. Ci dicono essere afgani e che, tra gli altri, ci sono anche iraniani, bengalesi e, chiaramente, siriani. Intorno alla stazione alcuni di lorogira per i supermercati nelle vie intorno alla stazione, e si riconoscono immediatamente. Molti maneggiano con i cellulari, unico bene di cui sembrano essere in possesso, e un gruppetto, per ricaricare i telefoni, si affolla attorno a una multipresa elettrica offerta da un furgone di una televisione appostata proprio di fronte alla stazione.Una macchina targata Repubblica Ceca si ferma e un volontario regala a qualche giovane del denaro, attirandosi attorno un folto gruppo di ragazzi.Affacciandoci dalla balaustra, poi, vediamo avvicinarsi a un gruppo qualcuno che portaun po’ di frutta: la calca e la veemenza con la quale i migranti si fiondano letteralmente sul volontario, facendola sembrare un’immagine surreale,quasi come piccioni su del pane lanciato da un passante, ci fanno comprendere l’entità della loro situazione.

Una situazione che ha fatto scoppiare un ulteriore caso di gestione da parte dell’UE di un flusso enorme, dopo quello del canale di Sicilia, e che non conosce sosta. Non si tratta solo di rifugiati o profughi in fuga dalla guerra civile siriana e dai disordini dell’Isis, ma anche di semplici migranti in fuga da disastri cui anche le forze occidentali hanno contribuito. Come anche Alberto Negri ha sottolineato, si tratta di una sorta di nemesi occidentale, che si ritrova ora nelle proprie patrie i risultati di scelte sbagliate o di conflitti innescati: “accogliendo i profughi, gli europei in un certo senso rimediano, ma solo in parte, ai loro micidiali errori di valutazione”. Sta anche all’Europa, ora, risolvere le questioni poste dai migranti (umanitarie) non solo nei territori di approdo ma anche in quelli d’origine.