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Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo

Oggi la Germania va al voto e Angela Merkel, molto probabilmente, sarà Cancelliere per la quarta volta. Tuttavia, le incognite di questa tornata elettorale sono molte e le conseguenze del voto tutt’altro che scontate. Con chi governerà, Angela Merkel? Ci sarà una nuova große koalition con i socialdemocratici? O sarà costretta a dare vita alla coalizione “Jamaica”, composta da CDU (nero), liberali (giallo) e verdi? E quale sarà il risultato degli estremisti dell’AfD? Riuscirà il partito di estrema destra a ottenere più del 10% dei voti e a conquistare il terzo posto in termini di voti? E quali saranno le conseguenze del voto sul sistema politico e sulle scelte del prossimo governo sul futuro dell’Unione Europea?

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Guardando gli ultimi sondaggi elettorali, l’unico aspetto relativamente certo è che a guidare il prossimo governo tedesco sarà ancora Angela Merkel, che potrebbe ottenere il suo quarto mandato dopo 12 anni di governo. L’ultimo sondaggio Infratest Dimap per ARD assegna ai cristiano-democratici della CDU il 37% dei voti, mentre i socialdemocratici dello SPD si posizionerebbero al secondo posto, con il 21%. La partita per il terzo posto appare invece molto più aperta. Il partito di estrema destra AfD dovrebbe ottenere circa l’11% dei voti, seguito dalla lista di sinistra Linke, che dovrebbe conquistare il 10% dei consensi. Infine, i liberali dello FDP dovrebbero ottenere il 9% dei voti, seguiti dai verdi all’8%.

 

Solo domani sapremo quale sarà il quadro in cui dovranno destreggiarsi le forze politiche tedesche, ma se i risultati elettorali dovessero ricalcare i sondaggi visti in questi mesi, appare evidente come gli attori in campo saranno costretti a fare i conti con una realtà molto più problematica di quattro anni fa. A cominciare dalla composizione della nuova coalizione di governo.
Lo scenario più probabile sembra essere una riedizione della große koalition che ha governato la Germania nel periodo 2005-2009 e durante gli ultimi quattro anni. Tuttavia, anche questa prospettiva non sarebbe priva di ostacoli. Infatti, i socialdemocratici potrebbero optare per un ritorno all’opposizione, cercando di recuperare un profilo più schiettamente alternativo ai cristiano-democratici – che negli ultimi quattro anni sono stati molto abili nel far proprie alcune tematiche e politiche progressiste, come ad esempio le politiche sui rifugiati.

Un secondo scenario sarebbe la coalizione “Jamaica” – nomignolo derivante dai colori dei partiti che la comporrebbero, ossia nero (CDU), verde (Grüne) e giallo (FDP). Tuttavia, almeno per ora, i liberaldemocratici dell’FDP non sembrano propensi a sostenere un governo del genere, che li costringerebbe a una complicata convivenza con i verdi. Ma allo stesso tempo, se la SPD si tirasse indietro, non è irragionevole supporre che i liberaldemocratici possano scendere a patti con la CDU e i Grüne.
Se ci si fermasse qui il quadro politico tedesco ricalcherebbe, grossomodo, dinamiche ed equilibri visti negli ultimi dodici anni. Se non fosse che per la prima volta, a partire dalle elezioni del 1949, un partito di estrema destra, ossia l’AfD, potrebbe entrare nel Bundestag. E se Alternative für Deutschland dovesse affermarsi come terzo partito, superando quota 10% dei voti, si potrebbe assistere a una seria alterazione delle dinamiche politiche in Germania, che influenzerebbe e potrebbe essere influenzata anche dalle dinamiche sulla formazione del governo, presentate precedentemente.
Se dovesse andare in porto la coalizione CDU-SPD, la Germania avrebbe una larga maggioranza al centro sistema politico, che da una parte – considerando gli ultimi anni di governo – consentirebbe un governo stabile, ma dall’altra precluderebbe alla CDU la possibilità di andare a caccia di voti a destra, lasciando campo libero all’AfD. Inoltre, un governo di larghe intese potrebbe ulteriormente indebolire i socialdemocratici – intesi come forza alternativa al partito di Merkel – spostando sempre più la competizione politica verso un confronto tra forze di sistema (CDU in testa) e forze antisistema (AfD in testa).   

Se invece dovesse andare in porto la coalizione “Jamaica”, il governo potrebbe assumere un profilo ibrido, orientato a seconda del peso dei due alleati, ossia verdi e liberali. In questo scenario, la SPD tornerebbe all’opposizione e avrebbe lo spazio per costruire una proposta alternativa a quella della CDU, ricalibrando la competizione elettorale sull’asse destra-sinistra. Allo stesso tempo, però, il nuovo governo potrebbe incontrare problemi dettati dalla convivenza forzata tra liberali e verdi, e questa conflittualità ricadrebbe sulle capacità di governo e gli spazi di manovra del prossimo governo Merkel, a tutto vantaggio delle forze più estreme.

Per cui, appare chiaro come la scelta degli alleati di governo avrà un impatto decisivo sull’evoluzione del quadro politico tedesco. Ma sarà anche determinante per le scelte di politica estera del prossimo governo, che avranno ricadute importanti sulle sorti dell’Unione Europea, chiamata ad affrontare la Brexit e le sfide provenienti dal contesto extraeuropeo. La natura della prossima coalizione di governo sarà un primo segnale per capire se il Cancelliere tedesco avrà intenzione di promuovere l’integrazione europea – ritenuta oramai improrogabile – seguendo un modello intergovernativo o se scenderà a patti con la prospettiva francese, volta a implementare l’integrazione europea per mezzo di una governance più accentrata. Un governo con i socialdemocratici di Schultz, infatti, potrebbe indicare una maggiore disponibilità della Merkel a scendere a patti con la visione francese, mentre un governo con i liberali dell’FDP potrebbe significare l’intenzione della leadership tedesca di spingere l’integrazione europea seguendo un modello intergovernativo.

Who is who: Federica Mogherini

Nome: Federica Mogherini
Nazionalità: Italiana
Data di nascita: 16-06-1973
Ruolo: Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

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Federica Mogherini, politica italiana, ricopre dal primo novembre 2014 la carica di Alto Rappresentante dell’Unione, figura creata col Trattato di Amsterdam del 1997 e successivamente rinominata e rafforzata dal Trattato di Lisbona del 2007. Il prestigioso ruolo ricoperto in seno all’UE ha permesso alla Mogherini di esercitare una influenza sempre crescente in svariati ambiti europei e nell’arena internazionale.

La Mogherini nasce a Roma nel 1973 e in giovane età si laurea in Scienze Politiche all’Università La Sapienza.

Una volta intrapresa la carriera politica, la Mogherini diviene parte degli organismi dirigenti del Partito Democratico fin dalla sua fondazione, nel 2007, prima in qualità di responsabile per le Riforme istituzionali, in seguito come membro della Segreteria nazionale, e nel 2013-2014 in veste di responsabile per gli affari europei e internazionali.

In precedenza la Mogherini era stata membro dell’Ufficio di Presidenza del PSE (Partito del socialismo europeo), Vicepresidente dell’organizzazione dei giovani socialisti della Comunità europea (European Community Organisation of Socialist Youth – ECOSY), membro dell’Ufficio di presidenza del Forum europeo della gioventù e della Segreteria del Forum della gioventù dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Nel 2008 è eletta deputata alla Camera nella lista del PD. In veste di parlamentare, la Mogherini è stata Presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della NATO e Vicepresidente del suo comitato politico (2013-2014), membro della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (2008-2013), segretario della commissione Difesa (2008-2013) e membro della commissione Affari esteri.

La Mogherini ha altresì ricoperto l’incarico di Ministro degli Affari Esteri dell’Italia da febbraio a ottobre 2014.

La Mogherini, come già sottolineato in precedenza, ricopre l’incarico di Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, succedendo nel ruolo alla britannica Catherine Ashton, ed è contestualmente Vicepresidente della Commissione europea, oltre che capo del Foreign Affairs Council del Consiglio dell’Unione Europea.

In qualità di Alto Rappresentante dell’Unione, è la guida della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune), e dell’Agenzia Europea per la Difesa.

Tra i successi finora ottenuti alla metà del suo mandato che scadrà nel 2019 è menzionabile il ruolo e l’influenza esercitate nelle trattative che hanno portato all’accordo sul nucleare iraniano.

L’approccio Ue alla Cina: continuità e discontinuità

Nel 2020 giungerà al termine la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino. La rielaborazione dell’approccio europeo alla Cina si pone, quindi, come passaggio chiave perché l’Unione venga riconosciuta come un provider internazionale di sicurezza, un attore cardine per la pace e i diritti umani nel mondo e un partner commerciale di pari grado capace di dettare regole chiare ed efficaci.

L’approccio Ue alla Cina: continuità e discontinuità - Geopolitica.info (Cr: Reuters/Jason Lee)

Le innovazioni introdotte con il Trattato di Lisbona (2009) hanno dato all’Unione una capacità più proattiva e assertiva sullo scenario internazionale, producendo ripercussioni importanti sulle policy, le strategie, le operazioni e i trattati a firma UE. Questi nuovi sviluppi dell’azione esterna europea dovranno tradursi in una maggiore influenza nei settori che l’Unione ritiene rilevanti. Di fronte a questa sfida, l’UE trova, però, un attore estraneo e disinteressato a condividerne le pratiche (eccetto quando si tratta di know-how) e i valori, insofferente verso qualsiasi forma di ingerenza e con un orizzonte sempre più globale, la Repubblica Popolare Cinese.

Dal 1975, anno della riapertura dei canali diplomatici, ad oggi, l’approccio UE alla Cina si può sintetizzare con la formula di “unconditional engagement”, intendendo una relazione non reciproca, sbilanciata, non condizionale né economicamente né politicamente, ispirata all’idea di trasformazione tramite socializzazione, per cui il contatto prolungato con il “normative power” europeo incoraggerebbe la Cina ad adottare costumi e pratiche liberali, liberiste e democratiche. Strumenti principali di questo approccio sono stati, in generale, accordi giuridicamente non vincolanti e, nello specifico, dialoghi, summit, protocolli di intesa e partnership strategiche in vari settori.

Questo “unconditional engagement” europeo alla Cina è stato, nel tempo, codificato in due documenti principali: l’EU Comprehensive Strategic Partnership del 2003 e la sua integrazione del 2013, la EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation. Quest’ultimo in particolare ha sancito la cooperazione in 4 settori principali: sicurezza, prosperità, sviluppo sostenibile, scambi P2P.

Tre cause principali hanno reso inefficace tale approccio in partenza: i) il free-riding degli Stati Membri dell’UE che da una parte caldeggiano in sede comunitaria la convergenza cinese, mentre dall’altra firmano accordi bilaterali con Pechino privi di alcuna menzione di condizioni politiche od economiche, agendo in una sorta di “collective-clientelism” simile a quello di alcuni paesi africani verso l’UE; ii) la farraginosità del complesso istituzionale europeo in materia di azione esterna e lo scontro interno alle istituzioni europee tra istanze sovranazionali e nazionali. Consapevole di ciò, la Cina è stata capace di inserirsi tra le divisioni europee acquisendo una posizione favorita e garantendosi il supporto formale e informale di alcuni Stati Membri; iii) l’assenza tra i poteri comunitari di alcuni degli strumenti necessari a condizionare la relazione con la Cina e, in generale, la ridotta proiezione asiatica delle policy comunitarie.

Ad oggi, un settore in cui un segnale di reciprocità sembra manifestarsi è quello monetario (settore di policy totalmente integrato a livello europeo). Osservando gli sviluppi, la Cina e l’UE hanno conosciuto un’interessante convergenza di interessi in ambito monetario perché la prima, puntando ad una parziale de-dollarizzazione delle proprie riserve, ha acquistato valori finanziari denominati in euro, spalleggiando così il programma di Quantitative Easing della BCE, la seconda ha promosso l’accesso del renminbi cinese al paniere DSP del Fondo Monetario Internazionale.

L’Agenda, ormai, è prossima alla scadenza e sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento nel 2020. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante (AR) Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali per una nuova strategia UE-Cina. In particolare, il nuovo “engagement” europeo della Cina dovrà poggiare su:

  • Reciprocità dei benefici
  • Assunzione di responsabilità della Cina verso l’ordine normativo internazionale
  • Coerenza e coesione degli Stati membri con le indicazioni comunitarie nell’approccio con la Cina
  • Rispetto e tutela dei diritti umani da parte della Cina

A tal proposito, l’Alto rappresentante individua alcune priorità immediate per una nuova strategia:

La firma di un Comprehensive Agreement on Investment per bilanciare i benefici della relazione commerciale e per gettare le basi di una futura maggiore integrazione quale potrebbe essere un’Area di Libero Scambio tra UE e Cina. La Cina, a tal proposito, dovrà impegnarsi in una riforma commerciale che smantelli le barriere tariffare e non al commercio e gli ostacoli agli IDE europei, in una riforma del sistema finanziario, del sistema industriale per ridurne la perenne sovra-capacità (in particolare per quanto riguarda l’acciaio). La cooperazione UE-Cina dovrà intensificarsi anche nei settori digitali e dell’innovazione con uno specifico impegno cinese nel rispetto della proprietà intellettuale.

La cooperazione, un’importante novità, dovrà interessare maggiormente anche la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC).  L’AR suggerisce aree e settori precisi. Tra i primi c’è, primariamente, l’Africa (dove sarebbe possibile anche una cooperazione “boots on the ground” nelle numerose missioni PSDC) e il Medio-Oriente (Siria in particolare), ma soprattutto il vicinato centro-orientale e mediterraneo, area di primario interesse per la sicurezza europea, e, secondariamente, Asia Centrale e Asia-Pacifico (in particolare nel Mar Cinese Meridionale). I secondi sono la libera navigazione, il disarmo, la non proliferazione, l’antiterrorismo e il cyber-space.

La Cina dovrà impegnarsi maggiormente ad un multilateralismo effettivo, contribuendo maggiormente alle iniziative e al decision-making nei principali consessi internazionali (in particolare G20, WTO, ONU, ILO etc.).

L’AR, poi, volge la propria attenzione al quadro domestico, sottolineando che l’UE dovrà essere capace di sviluppare un “comprehensive approach” chiaro ed efficace per le relazioni con la Cina. Tale approccio dovrà fungere da framework per gli Stati membri nelle loro relazioni bilaterali con Pechino, promuovendone la coerenza e la coesione. A rendere chiari gli interessi e i valori UE agli Stati Membri interverranno il SEAE e la Commissione. Periodiche revisioni della strategia UE per la Cina dovranno avere luogo nella formazione consona del Consiglio Europeo.

Il problema di fondo rimane, però, strutturale: l’UE, attualmente, pur avendo in mano alcuni elementi per negoziare non ha il potere né le strutture adeguate. Nessuna strategia potrà dotare l’UE di tali strumenti, ma solo un nuovo Trattato che avanzi l’integrazione in materia di politica estera europea. Rimane problematica anche la questione del vincolo per gli Stati Membri dettato dalle decisioni in ambito PESC e PSDC. Le Nuove vie della Seta non sembrano, in questo senso, aiutare particolarmente: infatti, le trattative rimangono fortemente bilaterali e solo con alcuni dei paesi UE ad essere coinvolti, facendo pesare sulle spalle comunitarie principalmente l’adeguamento amministrativo e non il beneficio strategico. Due fattori potrebbero, però, giocare a favore di Bruxelles:

  • Una presidenza Trump ostile alla Cina nelle organizzazioni internazionali che aumenterebbe il peso relativo del voto e della posizione europea.
  • Una presidenza Trump aggressiva e militare negli scenari internazionali di crisi ripetendo l’avvicinamento successivo all’invasione dell’Iraq.

Certo è che aspettando che altri cadano in fallo, l’UE non riuscirà mai a perseguire i propri interessi e diffondere i propri valori.

A Tallinn crolla un pezzo dell’Unione Europea

Si è concluso da poco il vertice informale dei ministri dell’Interno di Tallin, tra aspettative disattese e una fitta serie di incomprensioni fra i pesi membri, sulla gestione dei flussi migratori e sulle recenti decisioni di Francia e Spagna di sigillare i propri porti. Solo qualche giorno fa l’Austria aveva annunciato – per poi fare un passo indietro – di voler schierare il proprio esercito al Brennero, al confine con l’Italia per arginare la circolazione di migranti dal nostro paese. Il fronte dei paesi che hanno espresso un netto diniego all’utilizzo dei porti europei per condividere gli sforzi sulle misure di prima accoglienza dei migranti, si è arricchito al vertice di questa mattina: Germania, Belgio e Olanda non intendono sostenere la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio.

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Il ministro dell’Interno italiano Marco Minniti ha tentato allora, per condividere il peso e la responsabilità delle vite salvate nel Mediterraneo, di chiedere la rimodulazione del mandato della missione Triton, scontrandosi però con la vaghezza e il clima di attesa che ha pervaso il summit di Tallinn. “Il mandato della missione è ben definito. Si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già concordato. Fanno già un lavoro molto buono” ha affermato il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos, aggiungendo che ”l’obiettivo di Triton com’è attualmente è chiaro. Però occorre più lavoro all’interno dell’Ue, ma anche con i nostri vicini nordafricani, per condividere il peso ed assicurare che l’Italia non sia lasciata sola. L’Agenzia Ue delle guardie di frontiera avrà una discussione con le autorità italiane e gli altri Stati coinvolti, sul piano operativo, la settimana prossima”.

Il contesto internazionale, la drammatica situazione alle nostre frontiere e la necessità urgente di trovare una soluzione metodica di lungo periodo ha spinto la Commissione Europea a varare un Action Plan per sostenere l’Italia, ridurre la pressione e aumentare la solidarietà, che ha costruito il background di tutta la discussione a Tallinn. Dal finanziamento di 46 milioni di euro alle autorità libiche, passando alla creazione di un centro di coordinamento sulla sponda opposta del Mediterraneo, fino al pieno sostegno, economico e “politico” all’Italia, la Commissione pare disposta, sotto la pressione della mancanza di un quadro che raccolga la volontà comune dei 27, a fare quadrato attorno all’Italia, che dal canto suo ha portato in Estonia una bozza di quello che dovrebbero essere il rigido codice di condotta delle ONGs, da far approvare. Nonostante l’impegno dimostrato dal governo italiano, mostrare solidarietà con azioni concrete ma senza farsi davvero carico dei migliaia di migranti che sbarcano sulle coste italianesembra essere l’imperativo, per molti dei ministri dell’Interno presenti oggi a Tallinn.

La Commissione Europea ha chiesto a gran voce che gli Stati membri contribuiscano in maniera sostanziale al Fondo fiduciario UE-Africa, ma dei quasi 2 miliardi di euro richiesti, solo 89 milioni sono arrivati, e principalmente da Italia e Germania. La mancanza della volontà dei governi nazionali europei di una precisa e specifica ripartizione equa dei costi per le risorse che potrebbero apportare notevoli migliorie sulla costa meridionale del Mediterraneo svelano il bluff dell’Unione Europea sul fronte delle migrazioni: uno stanziamento consistente potrebbe garantire sia per la cooperazione con i Paesi di origine e transito dei migranti, sia per mettere in piedi il centro di coordinamento per l’area di “search and rescue” della Libia, a cui l’Italia lavora, con l’obiettivo di renderlo pienamente operativo nel 2018. E servirebbero anche per convincere la Tunisia a dichiarare a sua volta un’area di salvataggio. Un’occasione dunque, per gettare le basi di una politica quadro comunitaria per far fronte ad una delle più difficili sfide che l’Unione Europea si sia mai trovata ad affrontare.

 

Quali vie per il gas del Mediterraneo orientale?

Le recenti scoperte nel Mediterraneo orientale rappresentano una novità in grado di ridisegnare gli scenari energetici dell’area. Lo sviluppo dei nuovi giacimenti di gas, dei quali deve essere ancora valutata l’esatta portata, rischia di essere frenato da alcune tensioni geopolitiche che coinvolgono i vari attori della regione. Il tutto nell’attesa di capire che cosa fare con il gas che verrà estratto nei prossimi anni, tra soddisfacimento dei bisogni interni dei Paesi dell’area e trasporto verso un’Europa sempre più in cerca di fonti alternative al gas russo.

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 L’accordo firmato all’inizio di aprile dai rappresentanti dei Paesi interessati alla costruzione del gasdotto East Med, tra i quali anche il Ministro dello Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda, e che dovrà portare in Europa il gas proveniente dai giacimenti scoperti al largo delle coste di Cipro, Israele ed Egitto rappresenta un importante passo in avanti nella definizione del futuro delle riserve di gas del Mediterraneo orientale e, in particolare, per i tentativi dell’Unione Europea di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico, oggi legate in maniera significativa alle forniture russe.

 Le risorse energetiche nel Mediterraneo orientale

La recente scoperta (2015) da parte di Eni di un maxi giacimento di gas naturale (Zohr) al largo dell’Egitto è andata ad aggiungersi alla scoperta, tra il 2009 e il 2011, di importanti riserve di gas nel cd. “bacino del Levante”, in particolare nelle zone offshore di Israele (Tamar e Leviathan) e di Cipro (Aphrodite). Il reale impatto che le nuove scoperte saranno in grado di apportare deve ancora essere valutato in maniera precisa, anche alla luce delle condizioni economiche non particolarmente favorevoli che hanno rallentato nel corso degli anni lo sviluppo di questi giacimenti, con le principali compagnie energetiche che hanno ritenuto opportuno ridimensionare il proprio impegno in progetti caratterizzati da un rischio o un costo elevato. L’ammontare totale delle nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale  viene oggi stimato in circa 1.890 miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale. Poco meno della metà di tali riserve proviene dal giacimento egiziano di Zohr che, con una stima di 850 bcm di gas (quasi sette volte maggiore di Aphrodite, tre volte maggiore di Tamar e superiore persino al maxi giacimento Leviathan), rappresenta la più importante scoperta mai effettuata nel bacino del Mediterraneo nel suo complesso.

 La necessità di una cooperazione regionale

Ad eccezione di Tamar, che ha iniziato la produzione nell’aprile 2013 e che oggi è in grado di fornire 8 bcm di gas all’anno, le tempistiche di sviluppo degli altri giacimenti non sono ancora certe. Dopo alcuni rinvii, Leviathan potrebbe iniziare la propria produzione non prima del 2019 mentre il primo gas del giacimento cipriota di Aphrodite potrebbe arrivare nel corso nel 2017. E sempre nel 2017, a fine anno, potrebbe essere avviata la produzione del giacimento di Zohr.

Lo sviluppo di tali giacimenti può avvenire esclusivamente nell’ambito di una cooperazione regionale, che veda cioè coinvolti tutti i potenziali futuri produttori di gas, dal momento che nessuno dei Paesi del Mediterraneo orientale, fatta eccezione per l’Egitto, è in grado di procedere autonomamente alla realizzazione delle infrastrutture necessarie per il trasporto del gas estratto. L’opportunità di una collaborazione regionale trova conferma, a maggior ragione, nella prossimità geografica dei nuovi giacimenti. Zohr, infatti, si trova ad appena 90 km di distanza dal giacimento cipriota di Aphrodite, il quale, a sua volta, è situato a soli 7 km dall’israeliano Leviathan. Una vicinanza che, se sfruttata, potrebbe portare ad uno sviluppo coordinato dei vari giacimenti dando così vita ad un competitivo sistema regionale di infrastrutture per l’export del gas.

 Gli ostacoli (politici) allo sviluppo delle nuove scoperte

La scoperta di questi giacimenti di gas al largo delle coste israeliane, egiziane e cipriote appare strategicamente rilevante non solo in quanto in grado di soddisfare le esigenze energetiche dei Paesi coinvolti ma anche in quanto concreto potenziale di stabilizzazione dell’intera area del bacino del Levante e del Mediterraneo. In particolare, sembra profilarsi la possibilità che le nuove fonti energetiche costituiscano un  fattore essenziale di spinta al superamento delle tensioni esistenti e alla individuazione di nuove forme di collaborazione tra Paesi. E sono proprio queste tensioni politiche a rappresentare, oggi, il principale ostacolo al pieno sviluppo dei nuovi giacimenti e di quel sistema di infrastrutture che dovrebbe trasportare il gas naturale verso il mercato globale e intra-regionale. Dal contrasto tra Turchia e Grecia per il controllo dell’isola di Cipro, oggi divisa in due sfere di influenza, alle tensioni di Israele con alcuni Paesi dell’area come Libano, Egitto e Turchia. In ultima istanza, quindi, saranno le condizioni geopolitiche, piuttosto che quelle economiche, a decidere il futuro dei programmi di sviluppo di Cipro, Egitto ed Israele. Ci si trova così dinanzi ad un paradosso: se da un lato, infatti, non è possibile giungere ad un pieno sviluppo dei giacimenti senza una previa soluzione delle dispute politiche tra i vari Paesi coinvolti, dall’altro lato proprio lo sviluppo di tali giacimenti potrebbe portare ad una soluzione dei contrasti che coinvolgono l’intera regione del Mediterraneo orientale.

 Le possibili destinazioni del gas del Mediterraneo orientale

Le risorse scoperte sono tali da far sì che una parte di esse (quella non utilizzata per il soddisfacimento della propria domanda interna) venga destinata verso il mercato regionale nonché quello internazionale, in particolare quello europeo. Se da un lato l’esistenza di infrastrutture già operative potrebbe spingere verso uno sviluppo del commercio intra-regionale (soluzione che però oggi si scontra con le tensioni di natura politica che attraversano trasversalmente tutta l’area), dall’altro lato una seconda possibilità risiede nello sfruttare l’ambizione turca nel diventare un hub del gas nel Mediterraneo. Tale opzione, che sfrutterebbe la vicinanza dei giacimenti ciprioti ed israeliani alla Turchia, richiederebbe la costruzione di un gasdotto sottomarino in grado di collegare questi giacimenti con il territorio turco. Una volta arrivato in Turchia, poi, il gas potrebbe essere convogliato verso il mercato europeo tramite il Corridoio Sud del Gas.  Un’ulteriore soluzione potrebbe essere poi quella di sfruttare le infrastrutture già esistenti in Egitto creando nel Paese un vero e proprio hub del GNL. Nel Paese, infatti, sono già operativi due terminali di liquefazione, quelli di Idku e Damietta, che hanno una capacità totale di export pari a 19 bcm all’anno .E poiché la maggior parte del gas contenuto nel giacimento di Zohr verrà utilizzata dal Cairo per il soddisfacimento della domanda interna, parte della capacità dei due terminal potrebbe essere utilizzata per l’esportazione del gas proveniente da Cipro ed Israele.

 East Med e la diversificazione delle fonti

Alla luce del recente accordo, la realizzazione del gasdotto East Med sembra essere sempre più una valida alternativa per il trasporto del gas del Mediterraneo orientale verso il mercato europeo. Il gasdotto sottomarino, che secondo il Ministro israeliano dell’energia potrebbe essere realizzato nei prossimi cinque o sei anni, sarebbe il più lungo e profondo al mondo, con i suoi 2.200 km di lunghezza e 3 km di profondità, e porterebbe sul mercato europeo circa 8 bcm di gas all’anno proveniente dai giacimenti di Cipro e, soprattutto, Israele. In particolare, il gas israeliano e cipriota arriverebbe in un primo momento in Grecia, garantendo così il fabbisogno energetico di Atene, per poi proseguire verso l’Italia mediante il collegamento a Poseidon (non a caso il gasdotto dovrebbe essere costruito da Edison e dalla compagnia greca Depa). East Med, a conferma del suo ruolo chiave nella strategia europea di diversificazione delle fonti di approvvigionamento, trova il pieno supporto dell’Unione Europea che vede appunto nel nuovo gasdotto una valida alternativa al gas russo. Per tale motivo, quindi, la Commissione Europea ha inserito il gasdotto nei “Progetti di Interesse Comune” finanziandone gli studi di fattibilità tecnica e commerciale. Un entusiasmo (e supporto politico), quello europeo, nei confronti di questo progetto che deve però fare i conti con alcuni fattori prettamente commerciali che ne vanno a minare la fattibilità concreta, a partire dalla limitata quantità di gas che verrebbe trasportata dal gasdotto.

La scommessa referendaria di Erdogan

Il prossimo 16 aprile, in Turchia si terrà un referendum costituzionale per l’approvazione definitiva della riforma in senso presidenziale voluta dal partito AKP, di cui fino al 2014 è stato leader il Presidente Recep Tayyip Erdogan. Attualmente, la Turchia è una Repubblica parlamentare, in cui il capo dello stato è eletto dalla Grande Assemblea Nazionale, unica camera del Parlamento di Ankara.

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In molti in Occidente vedono la riforma turca come un tentativo di accentramento del potere politico nelle mani del presidente, a discapito della struttura democratica del paese. Non è un segreto, infatti, che il capo dello stato punti ad una svolta in senso presidenziale dell’assetto istituzionale di Ankara, già orfano del ruolo di garante affidato alle forze armate dalla costituzione del 1982, che creava così una sorta di democrazia tutelata: dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 e i successivi arresti, le forze armate di Ankara non avrebbero la capacità di assolvere a tale compito.

Il 21 gennaio scorso, il Parlamento di Ankara ha approvato il testo di riforma costituzionale con la richiesta maggioranza qualificata dei tre quinti dei votanti, grazie all’appoggio fondamentale fornito dal partito di estrema destra MHP. Più nel dettaglio, la riforma costituzionale ridisegna il sistema istituzionale in senso presidenziale, con la scomparsa della figura del primo ministro e l’elezione diretta del capo dello stato che rappresenterebbe, a quel punto, anche il capo del governo, con la possibilità di nominare e destituire i ministri dell’organo esecutivo, ma anche di rimanere leader della formazione partitica di cui è espressione. Nel caso in oggetto, Erdogan potrebbe tornare a ricoprire anche la carica di capo dell’AKP. A tutto questo c’è da aggiungere un’ulteriore critica avanzata dai detrattori della riforma. Quest’ultima, infatti, se da una parte lascia invariati durata e numero dei mandati presidenziali, rispettivamente pari a cinque anni e due mandati, risulta essere piuttosto vaga circa l’applicabilità di tale norma. In altri termini, i critici della riforma si domandano se, una volta approvati gli emendamenti alla costituzione con il referendum di aprile, il conteggio del numero dei mandati di Erdogan, eletto alla presidenza della repubblica per la prima volta nel 2014, debba essere azzerato. In questo caso, una sua eventuale vittoria alle ipotetiche elezioni presidenziali del 2019 rappresenterebbe l’inizio del suo primo mandato ai sensi del nuovo testo costituzionale. Tali considerazioni, unitamente alla gestione quasi personale del potere da parte di Erdogan, hanno fatto sorgere dubbi sulla reale tenuta delle istituzioni democratiche del paese. Un esempio può essere offerto dalla destituzione dell’allora Primo Ministro Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Esteri di Ankara e principale sostenitore del pensiero neo-ottomano. Le dimissioni di Davutoglu, nel maggio 2016, avevano tra le proprie cause anche le divergenze tra l’ex Premier ed Erdogan tanto in riferimento agli arresti compiuti contro giornalisti e accademici, quanto sulla riforma costituzionale medesima, a cui Davutoglu non sembrava voler dare la priorità voluta dal capo dello stato. Essendo compito del primo ministro presentare il disegno di riforma al Parlamento, diviene chiaro come tale divergenza fosse sostanziale.

Il referendum del prossimo aprile si inserisce in un contesto internazionale particolarmente fluido. Se da una parte l’attività dell’ISIS in Siria e Iraq si è notevolmente ridotta in termini di capacità militari e di proiezione della forza jihadista, dall’altra ha mantenuto un’elevata intensità per quanto concerne l’organizzazione e l’attuazione di attentati terroristici, soprattutto nella penisola anatolica. A ciò è necessario aggiungere le difficili relazioni con la minoranza curda nel paese e con i gruppi armati curdi in Siria, rapporti che si sono gravemente deteriorati in concomitanza ai risultati ottenuti da tali milizie nel nord del paese di Bashar Al Assad. Le autorità turche, infatti, temono che un’eventuale autonomia regionale curda in Siria possa portare a simili richieste da parte della medesima minoranza presente entro i confini di Ankara. Per questo motivo, per evitare la possibilità di una contiguità territoriale curda nel nord della Siria, il cosiddetto Rojava, forze turche sono entrate nella regione per impedire alle milizie peshmerga di proseguire ad ovest dell’Eufrate.

Tuttavia, la questione referendaria è entrata prepotentemente anche nel dibattito europeo, dopo che il Governo olandese ha rifiutato, per ragioni di sicurezza, l’autorizzazione all’atterraggio al Ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, che avrebbe dovuto tenere un comizio elettorale di fronte ai cittadini turchi residenti nel paese nordeuropeo. Il diniego olandese ha aperto una grave crisi diplomatica tra i due paesi, con le autorità di Ankara che accusano apertamente L’Aia di neonazismo. Ma al di là degli eccessi verbali, ciò che più preoccupa le cancellerie europee è la minaccia, avanzata dal Ministro per gli Affari Europei Oma Celik, di voler rivedere gli accordi presi con l’UE relativamente all’ingresso nel Vecchio Continente di migranti irregolari attraverso il territorio anatolico. Tale accordo prevede che, da una parte, i migranti entrati illegalmente in Grecia vengano ricondotti in Turchia, mentre dall’altra afferma il principio conosciuto come “uno per uno”, in base al quale per ciascun migrante ricondotto entro i confini di Ankara, un altro sia accolto in uno dei paesi europei. Questo accordo, sebbene criticato da organizzazioni non governative e dallo stesso Alto Rappresentante ONU per i Rifugiati (UNHCR), ha ridotto drasticamente gli ingressi irregolari in Europa lungo la cosiddetta rotta balcanica. Quindi, la minaccia avanzata dal Ministro Cavusoglu, se fosse portata alle sue estreme conseguenze, potrebbe riaprire tale tratta, creando ulteriore tensione all’interno dell’UE, proprio nell’anno di importanti tornate elettorali, fondamentali per capire quale futuro abbia davanti a sé l’Unione.

L’approvazione del testo di riforma costituzionale da parte del Parlamento di Ankara rappresenta una repentina accelerazione verso la tornata referendaria poi fissata per il 16 aprile. Ma se tale rapidità, dietro cui si nasconde la volontà del capo dello stato, rischia di essere incomprensibile alla luce dei recenti rilevamenti demoscopici che fotografano una profonda incertezza sul possibile esito, può essere spiegata tramite alcuni elementi caratterizzanti l’attuale scenario politico turco. Da una parte la situazione economica impone rapidità alle decisioni di Erdogan a causa della svalutazione della lira che ha perso molto del proprio valore nei confronti dell’Euro e del Dollaro, ma anche a causa del crollo degli investimenti diretti esteri. Un altro elemento è la minaccia terroristica, sempre presente in Turchia e che può minare la fiducia dell’elettorato nella leadership del capo dello stato. Infine, la questione curda: il partito di estrema destra MHP ha condizionato il proprio sostegno alla riforma con il rifiuto di concedere alla minoranza etnica le richieste avanzate nel corso degli anni. La retorica nazionalista che finora ha caratterizzato il processo di riforma rischia di esacerbarsi durante la campagna referendaria, soprattutto se il PKK, braccio armato curdo, dovesse portare avanti attacchi contro Ankara. Per questi motivi, il presidente Erdogan non sembra voler perdere tempo e, anzi, ha finora mostrato la volontà di chiudere rapidamente la propria scommessa referendaria trasformando l’assetto istituzionale turco e assicurandosi quella legittimità nella gestione del potere politico che egli stesso ha avocato a sé dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016. Se il voto di aprile darà a Erdogan la vittoria che cerca, nuovi scenari potranno aprirsi in Turchia e nel resto del Medio Oriente.

Le relazioni tra Regno Unito e Turchia dopo la Brexit

In seguito alle recenti votazioni del Parlamento inglese sulla Brexit ed agli attentati che hanno sconvolto il cuore di Londra, abbiamo chiesto un contributo a Daniel Kawczynski, deputato per Shrewsbury e Atcham, tra gli autori dell’ultimo rapporto del Foreign Select Committee on UK-Turkey Relations.

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La Brexit prenderà ufficialmente il via questa settimana. È giunto, quindi, per il Regno Unito il momento di rinnovare i suoi legami diplomatici e commerciali con il resto del mondo, a cominciare dalla Turchia.

Per anni il potenziale dei legami tra il Regno Unito e la Turchia è stato soffocato dagli asfissianti negoziati di adesione tra l’Unione Europea e Ankara. Nessuno sano di mente, su entrambi i lati del Bosforo, ha mai effettivamente creduto di poter assistere in vita sua all’entrata della Turchia nell’UE. Tuttavia, la prospettiva di adesione è stata avidamente promossa e tenuta in vita per anni, incatenando il rapporto tra le due parti nella rigida e goffa struttura dei negoziati di adesione.

Ironia della sorte, Londra è stata tra i principali sostenitori dell’adesione della Turchia. Strategia politicamente astuta per il Regno Unito a quei tempi, si sta ora rivelando disastrosa per l’UE nel suo complesso. I rapporti tra Berlino e Ankara si sono ormai sgretolati. Si è assistito a scontri tra la polizia in assetto antisommossa e la diaspora turca nelle strade delle città europee. La grave e allarmante instabilità politica in Turchia, provocata da organizzazioni terroristiche come il PKK, l’ISIS e i gulenisti di FETÖ, non può essere considerata separatamente rispetto all’inadeguatezza della diplomazia europea.

Da cittadino britannico originario dell’Europa orientale, vi posso dire una cosa o due su quanto sia estremamente burocratizzato il processo di adesione all’Ue. I negoziati risultano suddivisi in decine di capitoli, per un manuale lungo 170.000 pagine, che riducono la raffinatezza delladiplomazia alla ricerca di cavilli di politica interna per l’adattamento dell’acquiscommunautaire. Inoltre alimentano false speranze da un lato, mentre stimolano sentimenti xenofobi dall’altro. Seminano disillusione popolare e frustrazione. Ad un certo punto i nodi vengono inevitabilmente al pettine. Purtroppo per la Turchia e per l’UE il momento della verità sembra essere arrivato.

La Brexit ci libera dal macigno dell’intrusione dell’UE nei nostri affari interni. Tra i suoi molti vantaggi è il fatto che ci libera dalla coperta con la quale per anni Bruxelles ha soffocato il meglio delle nostre tradizioni diplomatiche. Dovremmo ora distruggere questa coperta, incendiarla e buttarla fuori dalla finestra per poi prendere una profonda boccata d’aria fresca. Brexit è semplice. Significa semplicemente riconoscere la verità: siamo una nazione libera e sovrana, che non deve fondersi con i suoi partner, ma cercare di soddisfare e bilanciare i suoi interessi attraverso il commercio e la cooperazione con altre nazioni sovrane. E così è per la Turchia.

La Turchia è un alleato della massima importanza strategica per il Regno Unito, così come per l’Europa, anche se quest’ultima sembra tragicamente incapace di comprenderlo. Anche solo in relazione alla sua collocazione geografica, l’importanza della Turchia è destinata ad aumentare negli anni. Alle porte di questo Paese, d’altronde, si trova il focolaio mondiale di guerra, terrore e settarismo che ha già causato uno spostamento massiccio di persone verso l’Europa. Anche i russi, la cui politica è sempre orientata da questioni strategiche, sembrano aver compreso molto prima di noi che dalla cooperazione con un Paese relativamente stabile come la Turchiadipende la nostra sola e migliore opportunità di venire a capo dei violenti conflitti che lacerano il Medio Oriente.

D’altra parte il Regno Unito non ha altra scelta se non quella di protestare e opporsi alle gravi violazioni dello stato di diritto e dei diritti umani in Turchia, come nel resto del mondo. Questa posizione riflette la nostra identità. E traduce la diplomazia in ciò che è realmente: la ricerca di delicati equilibri. Sì, il pericolo che la democrazia si sgretoli in Turchia deve suscitare in noi sincera preoccupazione. Ma allo stesso modo deve preoccuparci la rottura delle relazioni diplomatiche con Ankara, che hanno i loro difetti ma anche i loro pregi, così come il suo riorientamento verso Mosca e organizzazioni internazionali non-occidentali come laShanghai CooperationOrganisation (SCO).

Il Regno Unito non dovrebbe mai permettere che le sue relazioni diplomatiche soffrano come stanno attualmente soffrendo quelle turco-tedesche. Da un punto di vista strategico e della sicurezza questa sarebbe una catastrofe, come già lo è nel caso dell’Europa. Liberi da tutte le restrizioni dell’UE, noi come Regno Unito abbiamo ora la possibilità di recuperare quell’equilibrio diplomatico nelle relazioni con i turchi di cui i nostri partner europei sono gravemente carenti. Come l’attacco a Westminster della settimana scorsa ha purtroppo dimostrato, il terrore non ci risparmierà. Colpisce tutti noi e, quindi, può essere sconfitto solo grazie a una stretta cooperazione con gli altri Paesi. Anzitutto con la Turchia.

 

Nuove regole per i richiedenti asilo in Europa

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso in data 7 marzo 2017 una sentenza da molti ritenuta controversa: la sentenza dà infatti ragione al Governo Belga e al suo Segretario di Stato all’immigrazione Theo Francken, i quali si erano rifiutati di concedere un visto umanitario ad una famiglia di Siriani che ne aveva fatto richiesta.

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Questi ad ottobre 2016 si erano recati presso l’Ambasciata Belga in Libano per effettuare la richiesta di protezione essendo cristiani ortodossi e vivendo ad Aleppo, ed erano successivamente tornati in Siria in attesa di una risposta che consentisse loro di lasciare il paese. In seguito all’esito negativo, la famiglia aveva contestato la decisione riportando l’obbligo positivo degli Stati membri di garantire il diritto d’asilo presente nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione e nella CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo). La sentenza della corte spiega invece come richiedere un visto con validità territoriale limitata direttamente ad un paese scelto metterebbe a rischio il sistema di protezione europeo stabilito con gli Accordi di Dublino. Rinnovati nel 2013, questi prevedono che sia il paese di primo arrivo nell’Unione, quindi spesso un paese di frontiera come Italia e Grecia, ad occuparsi della domanda d’asilo. Per assolvere all’eccessivo sovraccarico pendente sui paesi di primo arrivo, con l’Agenda Europea per le Migrazioni approvata d’urgenza nel 2015 è stato introdotto un sistema di reinsediamento. Il programma inizialmente prevedeva la mobilitazione di 50 milioni di euro per il trasferimento di 20.000 persone verso altri Stati comunitari, ma ad ora solo in poco più di 13.000 hanno potuto beneficiare dei fondi.

Contemporaneamente in Ungheria sono scoppiate delle rivolte in seguito all’approvazione in Parlamento di una legge che consente l’arresto sistematico degli stranieri trovati in posizione irregolare, compresi quindi i richiedenti asilo. Questi verrebbero quindi detenuti in centri temporanei situati al confine con Serbia e Croazia in attesa dell’esito della domanda di protezione, a meno che non decidano di tornare verso la frontiera con la Serbia e proseguire per il proprio paese d’origine. La misura era già stata soppressa nel 2013 in seguito a pressioni da parte dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e della stessa Unione Europea. Il premier Viktor Orban ne ha giustificato la riapprovazione in quanto l’Ungheria sarebbe “sotto assedio” e la “tempesta migratoria” agirebbe da “cavallo di Troia” per il terrorismo. Immediata la reazione dell’UNHCR che ha ribadito come la legge “violi gli obblighi dell’Ungheria verso le leggi europee e internazionali”.