Archivio Tag: Unione Europea

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza?

“Porremo fine all’intesa che Mosca viola da anni”. Con queste parole il Presidente americano Donald Trump ha annunciato, lo scorso 20 Ottobre, la volontà di voler ritirare gli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), lo storico accordo firmato nel 1987 a Washington dall’allora Presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Michail Gorbachev.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza? - Geopolitica.info © Manuele Cecconi, 2017

L’intesa raggiunta tra le due superpotenze poneva fine alla corsa agli armamenti sul continente europeo, chiudendo la “Crisi degli Euromissili”, aperta a inizio decennio dalla decisone sovietica di modernizzare il proprio arsenale missilistico ormai antiquato e dalla conseguente reazione dell’Alleanza Atlantica di dislocare i nuovi missili Cruise e Pershing-2 contrastando così gli SS-20 sovietici di recente costruzione. L’accordo infine firmato a Washington nel 1987 poneva fine alle tensioni che gravavano sull’Europa, prevendendo l’eliminazione e distruzione da ambo le parti dei vettori a gittata intermedia (500 – 5500 Km) prevedendo un sistema di ispezioni reciproche e ponendo le basi per il successivo dialogo sulla diminuzione progressiva degli arsenali strategici.

Considerato come un capostipite della politica di disarmo internazionale, il Trattato INF non è mai stato messo ufficialmente in discussione sebbene nell’ultimo decennio, in più occasioni, le due Parti si fossero vicendevolmente accusate di violarne le disposizioni.

In particolar modo, a destare preoccupazione alla Casa Bianca è stata la politica di modernizzazione delle forze missilistiche russe, avviata dal 2007, che ha portato nel 2014 ad una prima fase di test e al successivo dispiegamento di nuovi vettori basati a terra. Le armi contestate appartengono ad una nuova generazione di missili formalmente non rientranti nelle categorie bandite dal trattato INF, quali il Missile Balistico Intercontinentale (ICBM) RS-26 “Rubezh” (apparentemente congelato durante quest’anno) e il vettore R-500 (SSC-8 nella nomenclatura NATO) imbarcabile su sistemi missilistici Iskander. I due nuovi vettori hanno sollevato le proteste dell’Amministrazione Obama in quanto i primi, pur essendo formalmente ICBM, sono stati testati su distanze inferiori ai 5500 Km, lasciando presagire un possibile uso a livello di teatro, mentre i secondi, ufficialmente dislocati come batterie difensive con una gittata non superiore ai 500 Km, risultano essere in grado di lanciare missili Cruise, quali gli R-500, con gittata massima gittata molto superiore ai 500 km, violando così le disposizioni del Trattato. Le proteste americane sono state ribadite nel dicembre 2017, quando l’intelligence statunitense ha riscontrato l’avvenuto dispiegamento degli SSC-8 in alcune basi in territorio russo minacciando non solo nuove sanzioni ma anche la denuncia stessa del Trattato INF.

Figura. Un SS-20, tra i vettori proibiti dal Trattato INF

© Manuele Cecconi, 2017


Parallelamente, Mosca ha  lamentato la denuncia statunitense del trattato ABM e la dislocazione in Europa dei nuovi sistemi di difesa missilistica nell’ambito del “NATO missile defence system”, un sistema integrato volto all’intercettazione e abbattimento di eventuali vettori di paesi ostili indirizzati verso l’Europa. A sollevare le proteste di Mosca è stato, in particolare, il posizionamento nel 2016 dei sistemi di lancio Mk-41 fondamentali per rendere pienamente efficace lo scudo missilistico. A causa di tali sistemi Mosca non si sentirebbe più sicura in quanto la sua capacità di rappresaglia non è garantita e avrebbe iniziato una nuova corsa missilistica. Di conseguenza, la Russia ha più volte minacciato non solo l’uscita dal Trattato INF ma anche dal Trattato New START, firmato nell’Aprile 2010 dal Presidente americano Barack Obama e l’omologo russo Dmitrij Medvedev.

Quanto è avvenuto negli ultimi giorni quindi segna solo l’ultimo atto in un crescendo di accuse reciproche che negli ultimi anni ha portato a temere una nuova corsa agli armamenti che per i più sembrava confinata ai libri di storia. La scelta dell’Amministrazione Trump non deve però sorprendere se letta alla luce di una progressiva ridiscussione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti che sembrano oggi essere più insofferenti ai limiti posti da trattati multilaterali giudicati svantaggiosi se paragonati alla libertà di azione di cui godono possibili competitor. In particolar modo è da sottolineare come nella dichiarazione con cui il Presidente Trump affermava di voler ritirare gli USA dall’accordo INF, egli si sia soffermato sulla necessità di ridiscutere gli obblighi derivanti dal trattato e, soprattutto, di inserire tra le parti coinvolte anche la Repubblica Popolare Cinese. Come affermato da Stratfor, proprio la crescita della capacità militari cinesi in Estremo Oriente è oggi la principale preoccupazione della Casa Bianca tanto che lo U.S. Army prevedeva il possibile dislocamento di forze missilistiche terrestri in grado di colpire postazioni e unità navali cinesi nelle acque turbolente del Mar Cinese Meridionale e Orientale. La fuoriuscita dal Trattato lascerebbe gli Stati Uniti liberi di perseguire tale obiettivo potendo armare con nuovi vettori le principali basi nel Pacifico Occidentale, prime tra tutte Okinawa e Guam.

Le reazioni alle dichiarazioni di Donald Trump manifestano però tutta la preoccupazione di una comunità internazionale che teme per una nuova corsa agli armenti nel caso in cui il ritiro statunitense si concretizzasse e non si giungesse a nessuna ulteriore intesa. Direttamente coinvolta nella decisione dell’Amministrazione americana, Mosca ha giudicato le dichiarazioni di Trump come un vero e proprio “tentativo di ricatto” sostenendo di essere pronta ad attuare tutte le misure necessarie per reagire alla decisione statunitense. Malgrado la retorica, è opportuno sottolineare come il ritiro americano possa essere funzionale agli interessi russi, concedendo al Cremlino maggiori margini di manovra nel processo di modernizzazione del proprio arsenale. La possibilità di sviluppare e dispiegare tali nuovi armamenti consentirebbe alla Russia di procedere più speditamente nell’aggiornamento delle proprie capacità offensive grazie ai minori costi che gli armamenti di teatro richiederebbero rispetto agli ICBM e alla luce delle forti costrizioni cui è sottoposta l’economia russa.

Diversamente dalla Russia che pur temendo una nuova corsa agli armamenti potrebbe eventualmente trarre vantaggio da un’eventuale rinegoziazione del Trattato INF, l’Unione Europea, per voce dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha riaffermato la centralità dell’accordo per la sicurezza europea richiamando gli Stati Uniti e la Russia a valutare attentamente le possibili conseguenze di un’eventuale abolizione del trattato per la stabilità del Vecchio Continente.

Analogamente, il Ministero degli Esteri cinese, per mezzo di un proprio portavoce, ha affermato la propria contrarietà all’abolizione del Trattato, considerato come una pietra angolare della sicurezza internazionale ma ha taciuto sulla possibilità di avviare trattative a tre in tal senso rivendicando la dimensione bilaterale dell’accordo e le possibili conseguenze multilaterali che un’eventuale sua eliminazione avrebbe.

Data la complessità della situazione e i bruschi cambi di rotta cui l’Amministrazione Trump ci ha abituato, immaginare una soluzione a breve termine della controversia è estremamente difficile. Come annunciato lo scorso 24 Ottobre, una prima indicazione della direzione che assumerà il dialogo sugli armamenti nucleari sarà data dall’incontro che si terrà a Parigi il prossimo 11 Novembre: in tale occasione, Donald Trump e Vladimir Putin avranno modo di confrontarsi sulla questione nell’ambito di un incontro multilaterale per la commemorazione dei 100 anni della conclusione della Prima Guerra Mondiale. La volontà americana di far pressione su Russia e Cina, giudicati i due principali sfidanti all’ordine internazionale americano nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump, è quanto mai evidente e la leva del Trattato INF è sicuramente uno strumento per forzare i due paesi a dialogare su diverse basi con Washington.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL

Sembra ormai chiaro a tutti che il nastro di partenza della lunga campagna elettorale per le elezioni europee del prossimo maggio sia stato tagliato dai leader sovranisti d’Italia e Francia lo scorso 8 ottobre. Quello che forse resta sconosciuto ai più è la natura quasi casuale di quello che viene ormai descritto dalla stampa come il Patto dell’UGL.

Salvini – Le Pen: dietro le quinte del patto dell’UGL - Geopolitica.info

Questo almeno quanto emerge dalle considerazioni con cui Gian Luigi Ferretti, presente in quelle ore anche agli incontri riservati nello sede del sindacato a via delle Botteghe Oscure, ha commentato per Geopolitica.info l’incontro tra Matteo Salvini e Marine Le Pen. Responsabile delle relazioni internazionali del sindacato, Ferretti è stato tra i primi ad essere informato della partecipazione della segretaria di Rassemblement National a “Quarta Repubblica”, il programma di approfondimento politico condotto da Nicola Porro.

A lui, così come al segretario Paolo Capone e all’ufficio delle relazioni istituzionali,  si deve il suggerimento di organizzare un evento pubblico tra i due leader della destra europea. Del resto, tanto Le Pen quanto Salvini erano alla ricerca di un’occasione di confronto, un’opportunità per discutere nuovamente di Europa e di strategia comune, come erano soliti fare quando entrambi sedevano sui banchi del Parlamento di Strasburgo.

Ferretti riferisce che la leader di quello che un tempo fu il Front National sarebbe arrivata per prima alla sede UGL, seguita dopo cinque minuti dal Vicepremier italiano. Dopo un caloroso saluto, lontano dagli occhi della stampa ma alla presenza di Capone e di Ferretti stesso, i due si sarebbero immediatamente immersi in un lungo confronto sui temi che domineranno la campagna elettorale del 2019: mezzora di discussione privata in cui sono state concordate – senza troppe difficoltà – le posizioni rese pubbliche nella successiva conferenza stampa.

Entrambi hanno manifestato un giudizio del tutto critico sulla forma e sui contenuti che animano oggi l’Unione Europea e hanno chiesto esplicitamente di evitare che quest’ultima venga confusa con i popoli che la animano e che non il continente che la ospita. Sì all’Europa, no ad un’Unione Europea affidata a commissari anonimi ed oscuri che declinano il concetto di solidarietà col salvataggio delle banche con i soldi dei contribuenti.

Salvini e Le Pen si sono detti d’accordo sulla necessità di una vasta alleanza fra i grandi partiti nazionali come Rassemblement National e Lega e hanno concordato che affronteranno la campagna elettorale ognuno con la propria lista, ma con un programma comune. Di più: indicheranno candidati comuni per le cariche chiave dell’UE, in primis – scontatamente – per quella di Presidente della Commissione.

E’ nato così, quasi spontaneamente, quel Fronte della Libertà che è stato poi lanciato in conferenza stampa, dando l’impressione che fosse un progetto studiato da tempo nelle rispettive segreterie.

Una sintonia politica a cui si affianca una sincera complicità che non è sfuggita agli occhi di Ferretti. Dalla diffidenza verso Steve Bannon e il suo The Movement (pur sempre una realtà esterna all’Europa), allo scambio di regali che ha seguito l’evento, Salvini e Le Pen hanno dimostrato che i punti di contatto tra le destre occidentali prescindono dal semplice calcolo politico-elettorale.

Basi solide per la costruzione di un’alleanza di partiti e movimenti euroscettici con cui – separatamente o congiuntamente – tutte le formazioni politiche popolari e socialdemocratiche saranno presto chiamate a confrontarsi.

Il Def italiano tra Legge di Bilancio ed elezioni europee

Negli ultimi giorni, la stampa nazionale e internazionale s’è occupata delle strategie del governo gialloverde in materia di sviluppo economico, riportando le critiche che gli sono piovute addosso da Bruxelles. È utile, per capire meglio l’accaduto, passare in rassegna i passaggi chiave della vicenda.

Il Def italiano tra Legge di Bilancio ed elezioni europee - Geopolitica.info

 

Il concetto di “Documento di economia e finanza”

Il “Documento di economia e finanza” (o “Def”) è uno strumento di pianificazione economica, usato dall’esecutivo per tracciare le proprie future politiche di spesa e investimento (v. legge 31 dicembre 2009, n. 196, come modificata dalla legge 7 aprile 2011, n. 39). Si divide in più sezioni, di cui la prima rendiconta il Programma di stabilità da sottoporsi all’Unione, la seconda riguarda l’analisi e le tendenze della finanza pubblica, laddove la terza indica le adottande riforme economiche.

Cosa contiene la nota d’aggiornamento varata dal governo

Al centro dell’attuale dibattito politico si trova la Nota d’aggiornamento del Def, deliberata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 27 settembre. Uno strumento che tradizionalmente si pone come semplice appendice del lavoro svolto in primavera, ma che ha assunto in queste circostanze maggiore peso politico in quanto il Def di aprile era stato redatto dall’ormai dimissionario governo Gentiloni: conseguentemente i veri contenuti propositivi sono emersi solo con la recente nota di aggiornamento. Nella parte descrittiva della programmazione di bilancio si legge, tra le altre cose, che: sarà introdotto il reddito di cittadinanza, associato alla ristrutturazione dei centri per l’impiego; si procederà a misure di pensionamento anticipato; verranno poste in essere, al fine d’attuare la cd. “flat tax” (fondata sull’idea di un’aliquota unica), delle agevolazioni fiscali; s’incrementeranno gli investimenti pubblici.

Il rapporto deficit/Pil quale fonte della polemica

In particolare, è il rapporto deficit/Pil a costituire la pietra della discordia tra Roma e Bruxelles. Il deficit esprime la misura in cui le uscite dello Stato superano le entrate, laddove il Pil riguarda le merci e i servizi prodotti da una nazione in un dato lasso di tempo; se si riferisce il primo al secondo, è per determinare fino a che punto il disavanzo sia preoccupante. La quota deficit-Pil che emerge dalla Nota è del 2.4% per il prossimo anno, che le istituzioni europee considerano eccessivo: la spesa dello Stato italiano, se valutata alla luce del prodotto interno lordo, andrebbe troppo al di là delle proprie entrate. Si teme il rischio di una crisi economica sulla falsariga di quella greca, che darebbe un brutto scossone agli equilibri del mercato unico.

Il botta e risposta tra l’esecutivo italiano e l’Unione europea

La polemica del governo con l’Unione ha assunto toni sempre più accesi. Da un lato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici e finanziari, ha ammonito l’Italia che il valore del 2.4% porterebbe i suoi cittadini ad indebitarsi oltremisura, opinione spalleggiata dal vertice della Commissione UE Jean-Claude Juncker. Dall’altro, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi di Maio dichiarano di non voler cedere dinanzi alla bocciatura europea del loro canovaccio di programmazione economica. Le rispettive posizioni si assestano sull’intento di suggellare una rottura col passato, allontanandosi dalla cd. austerità e dando una spinta interna alla crescita.

Quale l’utilità di far scaldare gli animi?

Lo scontro tra Roma e Bruxelles di queste settimane lascia trasparire la profonda distanza che separa il governo M5s-Lega dalla Commissione UE e dagli interessi che quest’ultima esprime: l’uno è portatore di una logica marcatamente sovranista, l’altra rappresenta lo spirito comunitario che fonda i trattati. Vale la pena di chiedersi se la sostanziale indisponibilità italiana ad aprire un dialogo sull’entità del deficit, almeno spiegandone le ragioni in modo obiettivo, possa ritenersi oggi una strategia proficua. Non si dimentichi, a questo proposito, che Roma sarà presto richiamata al tavolo delle trattative con i suoi partner, per discutere di dossier di cruciale importanza come la modifica delle regole di Dublino, o la riforma complessiva dell’architettura europea che attende la UE dopo la Brexit.

Psicosi da Brexit

La parola Brexit, che risuona ormai da tempo nello scenario europeo, si riferisce al noto referendum britannico indetto per chiedere al popolo di esprimersi sulla volontà di restare o meno nell’Unione Europea. Si è svolto il 23 giugno 2016 e si è concluso con la vittoria del fronte favorevole all’uscita (52%).

Psicosi da Brexit - Geopolitica.info

Per la messa in pratica dell’uscita occorre però tempo, come prevede l’Articolo 50 del Trattato UE. Theresa May con un emendamento alla Repeal Bill, la legge quadro sul divorzio dall’UE, ha fissato infatti la data dell’uscita per venerdì 29 marzo 2019.

Ma come è la situazione a due anni esatti dal referendum?

Al termine di numerosi e difficili round di negoziati tra la Gran Bretagna e l’UE, ed una serie di accordi che tracciano provvisoriamente la via futura, è il momento di fare un bilancio sull’impatto della Brexit per l’economia britannica. “È una guerra civile a malapena nascosta”, afferma il giornalista britannico Will Hutton, senza mezzi termini. Sull’economia si manifestano  più marcati gli schieramenti: il fronte pro-Ue sottolinea che l’economia del paese è passata da essere la più dinamica in Europa a essere all’ultimo posto del G-7. La crescita annuale del Pil, che era di 2,3% al 2015, è rallentata all’1,7% del 2017. Le incertezze hanno impedito all’economia di sfruttare il vento a favore della ripresa globale sincronizzata. I sostenitori della Brexit preferiscono invece rimarcare la capacità di resistenza che l’economia britannica ha dimostrato nel periodo di incertezza successivo al referendum. L’indebolimento della sterlina, ha certamente penalizzato i consumatori, ma ha rilanciato le esportazioni, aumentate del 6% lo scorso anno. La convinzione è che superata la fase di transazione, l’economia potrà tornare a spiegare le ali una volta liberatasi dai freni imposti dall’appartenenza all’Ue. Per quanto concerne il fronte della politica monetaria, la Gran Bretagna potrebbe allinearsi alla Fed americana anziché alla BCE. Dopo un decennio di tassi invariati ai minimi storici, la Bank of England, ha alzato i tassi allo 0,5% nel novembre 2017 e la previsione, dato che l’inflazione anche se in calo resta ancora ben oltre il tasso programmato, è che la BoE proceda con altri due ritocchi al rialzo.

Per quanto si debba ammettere che la verità stia in “medias res”, la realtà è che da un lato non c’è certamente stato il tanto temuto esodo di banche e banchieri al di fuori della City e che gli studenti UE presenti in Gran Bretagna posso stare relativamente tranquilli per il loro percorso di studi; ma dall’altro lato il clima di incertezza ed instabilità fa tremare il Paese. Secondo le recenti stime del Fondo Monetario Internazionale sull’andamento del PIL globale infatti, il Regno Unito si vede retrocesso nella “serie B occidentale”, assieme ad Italia e Giappone, situazione a cui certamente il Paese non era abituato; e la situazione, secondo l’FmI, tenderà a restare uguale o addirittura peggiorare a prescindere dai possibili scenari sull’uscita dall’Ue: che sia una soft Brexit, hard Brexit o divorzio senza alcun accordo.

Altro dato catastrofico è il lavoro in picchiata: dal 2016 il Regno Unito ha perso 130.548 posti. Si teme infatti che Rolls Royce e Aribus chiudano gli stabilimenti. Quest’ultima soprattutto ha dichiarato, il 22 giugno, che ritirerà i suoi investimenti se non sarà garantita la permanenza del Regno Unito nel sistema europeo di certificazione della sicurezza aerea, nel mercato unico e nell’unione doganale. Ma oggi, sostiene la Airbus, questo non può essere garantito perché non c’è chiarezza su quale potrà essere il regime economico adottato dal Regno Unito alla fine del periodo di transizione che porterà all’uscita dall’Unione. L’abbandono del Paese da parte dell’azienda sarebbe un bel colpo, da infatti lavoro a 14mila persone direttamente e 100mila indirettamente. La fabbrica che costruisce le ali degli aerei nel Nord del Galles, una regione dove la maggioranza ha votato per la Brexit, ha 6mila dipendenti.

Quello che succede nel campo della sicurezza aerea vale anche per la medicina. L’Agenzia europea del farmaco, che si sta spostando da Londra ai Paesi Bassi, fissa gli standard farmaceutici continentali. Anche in questo caso serve un continente intero per fare ricerca, sviluppare prototipi, fare test e mettere in commercio un farmaco. Fuori da questo quadro normativo e commerciale, e con un servizio sanitario nazionale vacillante, un’altra colonna portante dell’economia britannica potrebbe crollare.

Anche l’industria automobilistica da chiari segnali. La Bmw ha annunciato che una hard Brexit la costringerebbe a costose misure di compensazione. La Tata invece, ha già annunciato che sposterà la produzione della Discovery Land Rover in Slovacchia.Ed anche l’industria spaziale sta per essere danneggiata data la possibile esclusione dal sistema di posizionamento satellitare Galileo, sviluppato in Europa.

Non si può poi tralasciare l’insostenibile aumento dei prezzi, ed il settore della manifattura sarà tra i più colpiti. L’11% delle imprese ha registrato una diminuzione degli ordinativi o un taglio dei contratti, in base ad un’indagine condotta dal Chartered Institute of Procurement and Supply.

Ma nonostante questo scenario, a cui si deve aggiungere il deprezzamento della sterlina, calata di più del 10% dal giugno del 2016; la riduzione degli investimenti e la frenata economica, i sostenitori della Brext sono indifferenti perché sostengono che tutto questo, ed in particolare l’indebolimento delle attività produttive britanniche, sia un prezzo che vale la pena pagare nella prospettiva di una politica commerciale indipendente. Ma con chi si commercerebbe poi?Le uniche economie di peso fuori dalla rete di accordi dell’Unione sono gli Stati Uniti, l’India e la Cina, che non possono essere disposte a firmare un accordo con Londra, dato il periodo di importanti guerre commerciali.

“Diventa sempre più chiaro quanto fosse conveniente l’accordo tra il Regno Unito e l’Unione. Il Paese poteva essere una potenza mondiale, invece la politica britannica è paralizzata”, sostiene W. Hutton. Per questo motivo, un numero sempre più crescente di politici di entrambi gli schieramenti, pensa che l’unico modo di uscire da questo vicolo cieco sia tornare al voto popolare; il 23 giugno infatti, si è svolta a Londra una marcia che chiedeva un nuovo referendum. Una seconda possibilità che aprirerebbe nuovi scenari.

Summit NATO 2018 a Brussels: il dossier Georgia

L’avvio dei lavori del Summit NATO 2018 di Brussels (11-12 luglio) riporta l’attenzione sul versante orientale del continente europeo, dopo che nell’ultimo mese questa è stata concentrata sul fronte meridionale e dove verosimile tornerà a seguito del vertice dei ministri dell’Interno dell’UE a Innsbruck (12 luglio).

Summit NATO 2018 a Brussels: il dossier Georgia - Geopolitica.info

Il Summit NATO “maneggerà” tre temi scottanti: 1) il burden sharing tra gli alleati, che dopo essere stato messo sul tavolo dall’Amministrazione Obama è diventato un cavallo di battaglia dell’Amministrazione Trump; 2) la presenza NATO nei Paesi Baltici o, meglio, nell’intera area baltica dove il confronto con la Russia sembra in continuo aumento; 3) la crisi della sovranità in Ucraina e Georgia e il loro cammino di avvicinamento verso l’alleanza. Quest’ultimo argomento sembra tanto più importante nel decennale del Summit di Bucarest, quando Kiev e Tbilisi ricevettero una prima promessa in tal senso, e da molti viene considerato il momento di svolta per l’attuale natura competitiva delle relazioni tra mondo occidentale e Russia, così come la reale causa della Guerra russo-georgiana del 2008.

Per quanto riguarda il “dossier” Georgia, è probabile che i Paesi dell’Europa occidentale mantengano – come di consueto – una posizione attendista, volta a non inasprire ulteriormente i rapporti con la Federazione Russa, che ormai da anni sta compiendo un’intensa azione di lobbying contro l’attivazione del Membership Action Plan (MAP). Anche se quest’ultima non sembra essere sul tavolo, anche ulteriori dichiarazioni in tal senso potrebbero essere percepite da Mosca come una provocazione e produrre conseguenze dai contorni indefiniti sia in Caucaso che nelle aree di diretto contatto tra NATO e sistema di alleanza a guida russa. I Paesi dell’Europa orientale, con in testa la Polonia, potrebbero invece sostenere un atteggiamento diverso, che implicherebbe un aumento del coinvolgimento sul terreno degli Stati Uniti.

Washington, dal canto suo, deve contemperare la duplice – e contraddittoria – esigenza di continuare con la politica di retrenchment, che suggerirebbe di tagliare gli impegni non vitali e di non aprire nuovi capitoli in aree non strategiche per gli interessi degli Stati Uniti, e la rappresentazione della Russia come potenza revisionista della National Security Strategy 2017, che implicherebbe di trattarla come uno strategic competitor da far arretrare in tutti i quadranti di contatto. Come sottolineato da un recente report dell’Heritage Foundation, infine, dal punto di vista americano la Georgia rappresenta un alleato importante per almeno tre diversi ordini di ragioni: 1) ha dato dimostrazione di affidabilità in teatri di guerra come quello afgano e iracheno (in Afghanistan ha avuto fino a 2000 effettivi presenti ed ha fornito il maggior contingente tra quelli dei Paesi non NATO); 2) ha un valore strategico “estrinseco”, ossia non è tanto importante per il controllo delle sue risorse interne, quanto per la possibilità che offre come piattaforma di lancio verso Mar Nero, Spazio post-sovietico e Medio Oriente; 3) è un Paese che, nonostante le condizioni “esterne” sfavorevoli, sta compiendo passi lenti ma decisi verso la democrazia e rappresenta un modello per le aree di cui costituisce un crocevia (all’interno delle quali la democrazia è completamente assente o stenta a consolidarsi).

Sarà importante per gli Stati Uniti, quindi, lanciare un segnale alla Georgia – così come all’Ucraina – sul fatto che le porte dell’Alleanza restano aperte almeno in linea di principio, anche se appare molto difficile che possano essere compiuti passi significativi su questo cammino nel breve termine.

I processi di integrazione nello spazio euroasiatico: Il caso dell’Unione economica eurasiatica

L’Unione economica eurasiatica (UEE) rappresenta un ambizioso progetto a guida russa mirato ad integrare lo spazio ex sovietico in una singola unione economica. Tuttavia, l’iniziativa si sovrappone in parte ad altri processi di integrazione dello spazio eurasiatico, tra cui il Partenariato orientale dell’Unione Europea e l’iniziativa cinese della ‘Belt and Road’. Che impatto potrà avere in futuro l’integrazione promossa dall’UEE nello spazio eurasiatico? Il progetto condurrà all’armonia o allo scontro in Eurasia?   

I processi di integrazione nello spazio euroasiatico: Il caso dell’Unione economica eurasiatica - Geopolitica.info

Negli ultimi anni, il continente eurasiatico sta sperimentando tre principali progetti di integrazione che – da un punto di vista geografico – in parte si sovrappongono: l’Unione europea (UE), l’Unione economica eurasiatica (UEE) e la ‘Belt and Road Initiative’ (BRI) cinese. L’UE rappresenta una complessa organizzazione sovranazionale che fa perno sull’interdipendenza economica per garantire la pace e la sicurezza nel continente europeo. Dal canto suo, la UEE incarna il più recente tentativo russo di ricostruire una solida interconnessione tra gli Stati ex sovietici attraverso lo strumento economico anziché quello militare. Infine, la BRI simbolizza la volontà cinese di collegare in modo duraturo – attraverso un complesso sistema di infrastrutture e rotte commerciali – la Cina con l’Eurasia, tanto per terra che per mare. Oggi, l’UE rappresenta il più grande blocco economico mondiale, l’UEE ricopre la più vasta area geografica del pianeta e la BRI include il numero più grande di popolazione globale. Da un punto di vista geografico, i tre progetti in parte si sovrappongono, in quanto aspirano in diversa misura ad integrare gli stessi paesi in Europa Orientale, nel Caucaso ed in Asia Centrale.

Non è chiaro se – anziché competere come rivali – i tre progetti potranno interagire in modo positivo per perseguire obiettivi e scopi comuni. Infatti, laddove Cina e UE da un lato e Cina e UEE dall’altro hanno mostrato l’intenzione di voler collaborare nella cornice dei rispettivi progetti d’integrazione, non risultano esistere invece dei significativi legami di cooperazione tra l’UE e l’UEE principalmente a causa del deterioramento delle relazioni russo-europee in seguito alla crisi della Crimea del 2014. Sin dall’inizio, inoltre, il progetto di integrazione eurasiatica a guida russa è entrato in contrasto con gli Accordi di associazione europei (Association Agreements and Deep and Comprehensive Free Trade Areas, AA/DCFTA) negoziati con Armenia, Georgia, Moldavia e Ucraina.

Il concepimento e lo sviluppo dell’UEE possono essere considerati come uno degli strumenti utilizzati dalla Russia per riasserire il proprio prestigio e potere internazionale e per rafforzare la sua influenza.  La UEE è stata spesso intesa come una sorta di controparte dell’UE, allo stesso modo in cui l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) è stato paragonato ad un contraltare della NATO. Ad oggi, la UEE include cinque Stati membri: Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kyrgyzstan. Il trattato istitutivo dell’unione venne firmato ad Astana il 29 maggio 2014 da parte di Russia, Kazakhstan e Bielorussia. Nello stesso anno, rispettivamente in ottobre e dicembre, l’Armenia e il Kyrgyzstan hanno siglato l’Accordo di adesione all’unione, divenendone membri a pieno titolo. Il 1° gennaio del 2015 la UEE iniziò ufficialmente ad essere operativa. Nel suo insieme, l’unione ricopre un’area di 20 milioni di km2 ed include una popolazione di circa 180 milioni di persone. Nel 2015, il PIL della UEE ammontava a circa 1.6 trilioni di dollari. Nel 2014, i paesi dell’unione hanno prodotto più del 14% del petrolio e quasi il 20% del gas mondiali.  L’UEE può essere considerata come una nuova arrivata tra le organizzazioni internazionali regionali, operando come unione doganale a partire dal 2011 e come unione economica a partire dal 2015. In termini economici, l’unione offre agli Stati membri dei solidi vincoli commerciali, la modernizzazione delle proprie economie nazionali, un miglioramento della competitività nel mercato mondiale ed i benefici di un mercato comune.

Il consolidamento dell’UEE ha suscitato delle opinioni internazionali discordanti. Alcuni hanno considerato l’Unione come un mero strumento al servizio dell’agenda geopolitica russa: questa percezione è stata condivisa in maniera più sostanziale in ambienti occidentali di carattere liberale, che hanno accusato l’iniziativa di rappresentare un progetto neo-imperialista della Russia.  Altri credono che l’Unione rappresenti un chiaro tentativo russo di sviluppare un progetto rivale rispetto a quello europeo del Partenariato orientale; in tal senso, l’Unione incarnerebbe il desiderio della Russia di riaffermare formalmente la propria sfera privilegiata di interessi e di promuovere una visione pan-eurasiatica pronta a rivaleggiare tanto con l’Occidente atlantista che con l’emergente Cina.  Sostanzialmente, l’UE percepisce il progetto come una sfida alla sovranità dei paesi collocati nel proprio vicinato europeo-orientale e caucasico: tale percezione si è maggiormente acuita dopo il recesso dell’Armenia dall’Accordo di associazione europeo nel 2013 e dopo l’annessione russa della Crimea. Altri ancora, invece, percepiscono l’unione come un potenziale strumento di distensione dei rapporti russo-europei, in quanto incentiverebbe la collaborazione. Vi è chi sostiene che il fine dell’integrazione eurasiatica promossa dalla UEE consista nel promuovere riforme economiche interne nei paesi membri e nel rafforzare la Russia come attore politico-economico globale. Altri affermano che un’integrazione eurasiatica a guida russa possa incoraggiare lo sviluppo di regimi economici privi di incertezza, costi di transazione e fallimenti di mercato, dal momento che l’egemone regionale – ossia la Russia – rappresenterebbe il leader dello spazio economico e non un rivale. Esistono anche alcuni studi che – partendo da un’analisi neo-gramsciana del concetto di egemonia – percepiscono l’UEE come un’iniziativa russa di natura contro-egemonica. Infine, alcuni autori ritengono che l’unione possa contribuire alla creazione di una grande area di libero scambio pan-eurasiatica, da Lisbona a Vladivostok, che garantirebbe pace e prosperità in Eurasia.  In tal senso, Vladimir Putin ha osannato l’iniziativa affermando che l’unione non rappresenterebbe un tentativo di risuscitare l’Unione Sovietica, ma un veicolo per condurre i propri membri verso una più ‘Grande Europa’.

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari

Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Dure critiche da Francia, Inghilterra e Germania. Contraria anche l’Unione Europea, che esprime tramite Federica Mogherini la volontà di rispettare l’accordo. 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari - Geopolitica.info

Un accordo “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con queste parole Trump ha accompagnato l’annuncio dell’uscita dall’accordo sul nucleare. “Questo accordo avrebbe dovuto protegger gli Usa e i suoi alleati dai tentativi del regime iraniano; ma i tentativi dell’Iran di ottenere la bomba atomica sono continuati.” L’inutilità dell’accordo, che non avrebbe impedito a Teheran di continuare i suoi progetti atomici bellici, è quindi la motivazione primaria, secondo Trump, che giustifica l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’amministrazione Obama. Anche quest’ultima è stata duramente attaccata nel discorso, accusata di aver “restituito milioni di dollari a questo regime del terrore che ha usato quei fondi per costruire missili capaci di trasportare l’arma nucleare”.

Immediata è arrivata la dichiarazione di Macron, affidata a Twitter: “Francia, Germania e Gran Bretagna si rammaricano per la decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. In gioco c’è il regime internazionale di lotta contro il nucleare”. Macron ha inoltre annunciato che gli stati in questione lavoreranno per un nuovo e più ampio accordo con l’Iran. Anche l’Alto Rappresentate per gli esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha criticato duramente la decisione degli Stati Uniti: “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e la Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”.
Il premier uscente italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato la linea degli alleati europei: “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei confermano gli impegni presi”, sottolineando l’importanza dell’accordo sul nucleare e la volontà dell’Italia nel mantenerlo.
Da Mosca hanno fatto sapere che la Russia tenterà ogni tipologia di sforzo diplomatico per minimizzare gli effetti negativi conseguenti all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

La decisione di Trump è stata accolta con entusiasmo da Israele, tramite le parole di Netanyahu, che ha dichiarato di aver apprezzato “la coraggiosa decisione del presidente Trump”. “Se l’accordo fosse rimasto in vigore”, ha continuato, “entro alcuni anni Iran avrebbe avuto bombe atomiche”.
Anche da Riyadh, tramite un comunicato ufficiale, si afferma il “sostegno alla strategia annunciata dal presidente Usa sull’Iran”. L’Arabia Saudita si augura “che la comunità internazionale adotti una posizione decisa e unita nei confronti di Teheran e le sue attività ostili e destabilizzanti contro la stabilità della regione e di sostegno ai gruppi terroristici come Hezbollah e Houthi”.

Il presidente iraniano Rouhani, firmatario dell’accordo, si è detto disposto a mantenere gli impegni presi. Ha inoltre dichiarato, allo stesso tempo, di essere pronto a dare “disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere preparata a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane” in caso i nuovi negoziati con le parti rimaste nell’accordo fallissero.
Il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha bollato l’atteggiamento degli Stati Uniti come “bullismo”. Ha inoltre sottolineato come “l’Ue e altri partner dell’accordo nucleare sono ora responsabili di salvare l’accordo”.

Ma come si è arrivati alla decisione di Donald Trump? Le dichiarazioni della scorsa settimana di Netanyahu hanno fornito il preambolo all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo. I presunti documenti mostrati dal presidente israeliano, che vedrebbero una mai interrotta attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, hanno spinto Donald Trump ad anticipare l’annuncio. La decisione di Washington rinnova e rinforza la palese alleanza in chiave anti iraniana che si è formata in questo ultimo anno e mezzo, che collega la Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita, di cui si è approfondito in questo precedente articolo.

Inoltre Donald Trump, durante tutta la campagna elettorale, volta a demonizzare il lavoro di Obama, ha a più riprese denigrato l’accordo con l’Iran, promettendo di stracciarlo non appena eletto. A conferma di ciò, e dell’avversione all’Iran come potenza egemone nella regione mediorientale, c’è stato il viaggio a Riyadh nel maggio del 2017, dove Trump ha ribadito l’importanza delle tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, ed ha attaccato più volte l’Iran come principale nemico della stabilità della regione. Inoltre, nella National Strategy Security pubblicata a dicembre 2017, nel paragrafo dedicato al Medio Oriente c’è scritto nero su bianco che il principale obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di stroncare la “maligna influenza” dell’Iran sulla regione. La decisione di Trump, quindi, era pienamente prevista, al contrario della tempistica, che è stata accuratamente scelta insieme ai propri alleati nell’area.

Quali sono i possibili scenari futuri? In primis c’è da sottolineare il carattere economico della svolta di Trump, che ha annunciato un aumento delle sanzioni contro Teheran, unite a quelle destinate a chi farà affari con la Repubblica Islamica. Inoltre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto che l’amministrazione revocherà le licenze per Boeing, che aveva pianificato di vendere a IranAir circa 80 aerei per un valore di circa 17 miliardi di dollari e quelle per Airbus, che aveva chiuso la vendita di 100 aerei per di 19 miliardi di dollari.
Le sanzioni future, e lo stop alle commesse, hanno un duplice intento politico: prima di tutto daranno forza alla parte più conservatrice dell’establishment iraniano, da sempre critico all’accordo e alle decisioni della presidenza Rouhani, con l’obiettivo per gli Stati Uniti di acuire una frattura politica esistente all’interno del sistema istituzionale dell’Iran. Inoltre le sanzioni minano ad indebolire l’economia della Repubblica Islamica, facendo leva sulle manifestazioni avvenute nel paese tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che avevano un carattere prettamente economico.
Il secondo aspetto da sottolineare in questa vicenda è la frattura aperta tra Unione Europea e Stati Uniti: una divergenza di interessi, manifestata dalle dichiarazioni dei principali leader europei che hanno duramente criticato le mosse dell’amministrazione Trump, non scontata nei rapporti con Washington. Divergenza che deve essere monitorata per provare ad interpretare i futuri scenari, relativi non solo all’accordo con l’Iran, ma alle vicende dell’intera regione.

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare - Geopolitica.info

In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

.