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Sette ragioni per cui la Nato può festeggiare oggi i suoi “primi” 70 anni

L’esperienza della Nato sembra discostarsi rispetto al normale ciclo di vita delle alleanze. E, allora, quali sono le ragioni che spiegano tale longevità? L’intervento di Gabriele Natalizia, Sapienza Università di Roma, e Lorenzo Termine, Centro studi Geopolitica.info

Sette ragioni per cui la Nato può festeggiare oggi i suoi “primi” 70 anni - Geopolitica.info

Dopo la fine della Guerra fredda in molti si chiesero se la Nato avrebbe resistito all’urto del tempo. La storia, infatti, insegnava che le alleanze si dissolvono non appena il nemico in funzione di cui nascono viene meno. Era accaduto per gli Alleati dopo il secondo conflitto mondiale quando Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, una volta sconfitta la Germania nazista, erano tornati a guardarsi con sospetto. Scavando nel tempo, non fu differente la sorte della coalizione di Austria, Inghilterra, Russia e Prussia dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Si era assistito alla stessa dinamica anche tra i confini di uno stesso Stato: in Cina comunisti e nazionalisti erano riusciti a consolidare un fronte unito contro il comune nemico giapponese, ma dopo il 1945 l’alleanza non era sopravvissuta.

L’esperienza della Nato sembra discostarsi rispetto al normale ciclo di vita delle alleanze. E, allora, quali sono le ragioni che spiegano tale longevità?

1. Perché il Patto Atlantico non stabiliva la nascita di un’alleanza contro l’Unione Sovietica, ma sanciva il principio della difesa collettiva contro un molto più generico “attacco esterno” nei confronti dei territori dell’Europa e dell’America settentrionale. Questa previsione confuta, peraltro, gli argomenti di quanti, dopo il collasso dell’Impero sovietico, hanno previsto – o auspicato – lo smantellamento della Nato (tra cui anche il presidente russo Vladimir Putin);

2. Perché la Nato è un’alleanza eccezionale rispetto al passato in virtù della sua elevata “istituzionalizzazione”. La sua natura di organizzazione, infatti, da un lato ha facilitato i rapporti tra gli alleati e favorito la coerenza degli obiettivi anche dopo la fine della Guerra fredda, dall’altro le ha fatto sviluppare un naturale istinto all’autoconservazione;

3. Perché la Nato è un’esperienza di successo e, come scrisse Edward Carr, nella politica internazionale “nulla ha più successo come il successo stesso”. L’Alleanza Atlantica non solo ha agito da principale bastione e deterrente nei confronti del Patto di Varsavia, risultando tra i protagonisti della vittoria della Guerra fredda. Dopo il 1989-1991, infatti, ha dimostrato una grande capacità di adattamento, riuscendo ad operare in teatri nuovi (nelle missioni out of area), contro soggetti diversi – Stati (es. Deliberate Force), organizzazioni terroristiche (es. International Security Assistance Force), reti criminali (es. Ocean Shield) – e svolgendo compiti differenziati (es. combat, addestramento e assistenza, ricostruzione post-conflitto, interdizione al volo, soccorso post-calamità). Infine, la Nato oltre ad allargarsi fino a ricomprendere gli attuali 29 membri è riuscita a cooperare con un numero crescente di attori – statali e non statali (si pensi alla relazione tra Nato e Unione Europea) – attraverso fitte reti di partnership e cooperazione;

4. Perché al momento sia gli Stati Uniti che i Paesi europei non vedono all’orizzonte alleati migliori o più affidabili. La Nato, infatti, ha dimostrato di costituire un’alleanza credibile non solo dal punto di vista delle capacità, ma anche per quanto riguarda la coesione. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, tutti gli alleati hanno risposto alla chiamata degli Stati Uniti in conformità all’art. 5 del Trattato sulla “difesa collettiva”.

5. Perché gli Stati Uniti sono in una fase di retrenchment. A seguito della crisi fiscale del 2008, Washington si confronta con quella che Paul Kennedy ha definito “sovraestensione imperiale”, la dinamica per cui una potenza estende i propri impegni economici e militari oltre le risorse a disposizione. In questo senso, la Casa Bianca si è impegnata a ridurre le spese e le responsabilità globali e si aspetta che gli stati membri dell’Alleanza condividano gli oneri (burden sharing) per il mantenimento della sicurezza comune. Per gli Stati Uniti, una posizione di primato è insostenibile in futuro senza il sostegno degli alleati e dei partner transatlantici;

6. Perché gli Stati europei non sono autonomi in termini di sicurezza. La politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc) semmai sarà sufficientemente sviluppata per assolvere a tale funzione lo sarà nel lungo periodo. Inoltre, buona parte degli Stati europei sono disposti a riconoscere la leadership degli Stati Uniti a causa del gap abissale che distingue questi ultimi dagli alleati in termini capacità militari e di proiezione di potenza, tanto che Alessandro Colombo ha definito la Nato come una “alleanza ineguale”. Al contrario, più difficilmente gli Stati europei sarebbero disposti a riconoscere la guida di un’alleanza militare da parte di uno Stato che considerano un loro “pari”;

7. Perché l’Europa è tornata oggi a percepirsi vulnerabile. Negli anni Novanta, nonostante quello che accadeva nei Balcani, il Vecchio continente pensava di essere un luogo sicuro e arrivava a vagheggiare il superamento della guerra come un retaggio della politica internazionale westfaliana. Oggi quell’illusione è caduta e il re è (di nuovo) nudo. La nuova postura revisionista della Federazione Russa, l’instabilità del Medio Oriente e Nord Africa, la bomba demografica africana e gli attentati sferrati dai network islamisti in tutta Europa ne sono la prova più evidente.

Se queste 7 ragioni dovessero continuare a pesare più delle criticità che pur gravano sull’Alleanza e sulle sfide che questa dovrà affrontare in futuro, la Nato potrebbe aver appena festeggiato solo i suoi “primi” 70 anni.

Articolo pubblicato originariamente su Formiche.net

Le frontiere interne dell’Unione Europea

Ormai sono passati mesi dalla  trattativa sul bilancio italiano in sede europea, ma anche se nel dibattito nazionale si evita di parlarne la questione non è risolta. La settimana scorsa, il governo olandese è tornato all’attacco con la sua battaglia contro la flessibilità della Commissione nel trattare i paesi che hanno violato i vincoli su bilancio e debito pubblico. La postura olandese è solo uno dei segnali che mostrano come l’Unione Europea sia sempre più divergente, attraversata da una frontiera interna che passa attraverso l’asse franco-tedesco.

Le frontiere interne dell’Unione Europea - Geopolitica.info

Nell’Eurogruppo e nell’Ecofin del 11 e 12 marzo il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoesktra ha chiesto spiegazioni sulla mancata apertura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. I Paesi Bassi si stanno adoperando per aumentare il loro peso politico nell’UE del post-Brexit, ponendosi come i guardiani delle regole a capo di un’alleanza di stati più piccoli organizzati come un blocco unico per contrastare l’influenza di Francia e Germania. È la Nuova Lega Anseatica (Hansa), che oltra agli olandesi è composta da: Irlanda, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania, Svezia e Danimarca. Oltre all’Italia, i paesi che hanno avuto problemi a rispettare il patto di stabilità per il budget del 2019 sono Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Slovenia. Ancora una volta è emersa una netta divisione tra gli stati che riescono a rispettare le regole e quelli che non ce la fanno.

La frontiera che divide i paesi “virtuosi” da quelli “viziosi” corre lungo il fiume Reno e separa i paesi dell’Europa centro-orientale da quelli della riva sud-occidentale. Da una parte c’è l’Europa polarizzata intorno al sistema produttivo tedesco, dall’altra un gruppo di paesi – Francia, Belgio, Spagna, Italia e Portogallo – che arranca ma non riesce ad allearsi per proteggere il proprio modello economico da vincoli (autoimposti) che anno dopo anno dimostrano di essere sempre più difficili da rispettare. Sulla riva orientale invece si presenta un quadro diverso.

La Germania è egemone indiscusso su cui si appoggiano le nuove aggregazioni interne all’UE. Oltre ai paesi nordici del gruppo Hansa, ci sono i membri della nuova Europa del Gruppo di Visegrad (V4) – Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria – paesi che a parte la Slovacchia non fanno parte dell’eurozona e sono famosi per i leader sovranisti al governo, ma che all’atto pratico rispettano i parametri di bilancio e debito e godono dei generosi fondi strutturali del budget pluriennale (MMF).

Al di là dei problemi ideologici posti da Polonia e Ungheria in materia di gestione dell’immigrazione e rispetto dello stato di diritto, i paesi del V4 sono destinazione di grandi investimenti industriali dei paesi forti dell’Europa occidentale, con la Germania a farla da padrone.

Per le aziende tedesche il V4 è parte integrante della propria macchina produttiva, un’estensione diretta dello spazio geoeconomico e geopolitico di Berlino. I paesi Hansa, il V4 e la Germania sono economicamente ben integrati e nonostante le divergenze politiche riescono a distribuire tra loro vantaggi e doveri della comune appartenenza all’UE. Più che per dividersi, i raggruppamenti interni servono a mediare in maniera più efficace i propri interessi al cospetto della Germania, che in virtù delle sue dimensioni ha una forza soverchiante sui tavoli europei. In questo contesto anche l’Austria trova il suo spazio naturale, anello di congiunzione tra la Baviera e il V4.

Il nodo del destino europeo va quindi cercato nel rapporto franco-tedesco, fatto di alti e bassi che sono indice del disallineamento geopolitico che ha radici nella storia e nella mistica nazionale delle due piccole grandi potenze continentali. Il Trattato di Aquisgrana rappresenta un’altra aggregazione interna all’UE, ma rispetto ai paesi Hansa e al V4 la sinergia e le prospettive sono molti più difficili da identificare. Manca la convergenza sugli obiettivi di lungo periodo, manca l’autorevolezza necessaria a condurre a tracciare una strada per tutta l’Unione.

Parigi vorrebbe saldare l’asse con Berlino e usare la UE come moltiplicatore della propria potenza militare e diplomatica, la Germania invece definisce la propria libertà d’azione nei limiti dell’impero americano, sfidandolo quando lo ritiene utile per la sua economia (come nel caso del Nord Stream 2), ma senza minarne la fondamenta. Berlino non ha mire mondiali, non vuole farsi carico di onerose imprese volte ad aumentarne il peso geopolitico. Il pensiero tedesco è economicistico, quello francese è imperiale. I francesi vogliono avere una proiezione internazionale indipendente dall’ombrello della NATO e dall’egemonia americana.

La Germania invece porta avanti l’interesse nazionale all’interno della NATO e dell’UE, confonde i suoi interessi con quelli dell’Europa. D’altronde, un comportamento simile a quello francese susciterebbe l’immediata reazione dei partner, meglio non rischiare. Nel quadro del progetto atlantico ed europeo, la Germania ha raggiunto i propri obiettivi: ha riunificato il paese, consolidato l’economia e si è circondata di alleati integrati nel suo sistema produttivo.

Dal punto di vista tedesco non c’è nessuna buona ragione per  farsi carico di responsabilità aggiuntive. Per contro, la Francia ha un’esplicita postura mondiale, in ragione della sua proiezione intercontinentale e del suo passato imperiale, una memoria ancora intatta nell’immaginario collettivo di un paese che – a differenza di Italia e Germania – non ha perso la guerra, non si sente un colpevole della storia, non è stata inibita nella sua struttura militare.

Ecco perché il presidente francese fa dichiarazioni tanto ambiziose e parla di “un’Europa sovrana” dotata di “autonomia strategica”. Parigi vorrebbe usare l’UE a livello geopolitico come la Berlino la usa a livello economico. In vista delle elezioni europee Macron ha presentato la sua proposta per un rinascimento europeo, la risposta di Annegret Kramp-Karrenbauer – l’erede di Angela Merkel alla guida della CDU oggi e della Germania domani – con il suo manifesto alternativo in cui vengono ribadite le solite linee rosse della visione tedesca non fa altro che confermare la realtà di sempre: lo stato dell’arte non permette nessun salto di qualità del progetto europeo. Il rilancio dell’asse franco-tedesco si è impantanato per ragioni del tutto geopolitiche, non poteva andare diversamente.

Berlino non vuole più Europa semplicemente perché beneficia dello status quo insieme ai paesi della sua sfera d’influenza, un’Europa nell’Europa. Tuttavia, anche se l’asse franco-tedesco continua a perdere peso di fronte all’inerzia di Berlino e al disordine di Parigi, è da questo rapporto che dipende il destino dell’UE, oggi come ieri la questione europea è la questione tedesca.

In questo contesto l’Italia non può fare molto finché non risolve la sua contraddizione di fondo: un sistema produttivo profondamente integrato con quello tedesco e una visione del progetto europeo in sintonia con quella francese, nonostante l’irriducibile ostilità tra noi e i cugini transalpini.

 

 

 

L’accordo di partenariato economico e strategico tra UE e Giappone

Ue e Giappone hanno siglato, il 17/07/2018, a Tokyo l’accordo di partenariato strategico e l’accordo di partenariato economico, il più grande trattato commerciale bilaterale mai siglato dall’Unione, destinati a rafforzare le relazioni tra l’arcipelago e il Vecchio Continente.

L’accordo di partenariato economico e strategico tra UE e Giappone - Geopolitica.info Il primo ministro del Giappone Shinzo Abe e il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker (ilpost.it)

Nella capitale nipponica al 25esimo vertice Ue-Giappone a rappresentare l’Unione c’erano Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, mentre per il Giappone ha partecipato al vertice il primo ministro Shinzo Abe.Tra gli obiettivi prioritari fissati nell’accordo, il più grande accordo di libero scambio mai completato dall’UE, emerge in primo luogo la riduzione o l’eliminazione delle tariffe doganali di un elenco di prodotti condivisi, rendendo meno gravoso l’interscambio commerciale per i tutti i soggetti interessati, a beneficio soprattutto delle piccole e medie imprese. Successivamente le parti si sono impegnate anche nel concordare un Accordo di partnership strategico che comprende i temi del cambiamento climatico, della difesa dell’ambiente, delle politiche di sicurezza. L’EPA aprirà quindi importanti orizzonti di sviluppo nelle strategie fra i due giganti economici a beneficio della crescita economica e del benessere globale.

L’accordo commerciale

L’EPA è il più grande accordo commerciale concluso dall’UE. Il 99% delle tariffe applicate sull’export tra UE e Giappone, le quali attualmente ammontato a circa a 1 miliardo di euro, saranno rimosse. Una mossa contro il protezionismo di Trump. Le imprese dell’UE esportano già in Giappone beni per oltre 58 miliardi di euro e servizi per 28 miliardi di euro. Le imprese europee devono però affrontare le barriere commerciali all’esportazione verso il Giappone, il che rende difficile per loro competere.

L’UE sta negoziando un accordo commerciale con il Giappone per:

  • eliminare questi ostacoli
  • contribuire a plasmare norme commerciali globali in linea con i nostri standard elevati e i nostri valori comuni
  • inviare un segnale forte per sottolineare che due delle principali economie mondiali rifiutano il protezionismo.

Nel 2013 i governi dell’UE hanno incaricato la Commissione europea di avviare negoziati con il Giappone. Il 6 Luglio 2017 l’Unione Europea ed il Giappone hanno raggiunto un accordo di principio sugli elementi fondamentali dell’accordo di partenariato economico EU-Giappone. La Commissione europea ha ora proposto al Consiglio e al Parlamento europeo di approvare l’accordo di partenariato economico UE-Giappone. Il Jefta deve essere presentato al Parlamento europeo per l’entrata in vigore quest’anno e dovrà essere ratificato dal parlamento di Ue e Giappone prima di entrare in vigore intorno a fine marzo 2019, prima dell’inizio della Brexit.

 Un accordo di partenariato strategico

In parallelo, l’UE sta negoziando con il Giappone anche un accordo di partenariato strategico. Lo SPA è il primo accordo quadro tra l’UE e il Giappone. Rafforzerà la cooperazione e il dialogo attraverso un’ampia gamma di questioni bilaterali, regionali e multilaterali. Evidenzia i valori condivisi e i principi comuni che costituiscono le basi per una cooperazione stretta e duratura tra l’UE e il Giappone come partner strategici. Questi includono la democrazia, le norme di legge, i diritti umani e le libertà/diritti fondamentali.

L’accordo rafforzerà la cooperazione in settori quali la pace e la sicurezza internazionale, la criminalità informatica, la sicurezza energetica, la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’innovazione e la cooperazione in materia di amministrazione della giustizia e applicazione della legge.

A Bruxelles, il 12 dicembre 2018, la Commissione europea aveva espresso apprezzamento per l’approvazione dell’accordo di partenariato economico UE-Giappone e dell’accordo di partenariato strategico UE-Giappone da parte del Parlamento europeo. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva dichiarato: “A quasi cinque secoli da quei primi legami commerciali instaurati dagli europei con il Giappone, l’entrata in vigore dell’accordo di partenariato economico UE-Giappone conferirà una dimensione totalmente nuova alle nostre relazioni commerciali, politiche e strategiche. Esprimo un encomio al Parlamento europeo per il voto di oggi, che rafforza il messaggio inequivocabile dell’Europa: insieme ai nostri partner cui siamo legati da una stretta amicizia, come il Giappone, continueremo a difendere un commercio aperto, vantaggioso per tutti e fondato su regole. Più delle parole o delle intenzioni, questo accordo apporterà benefici significativi e tangibili alle imprese e ai cittadini in Europa e in Giappone.”

Oggi, sappiamo con certezza che l’accordo di partenariato economico (EPA – Economic partnership agreement) è entrato in vigore il 1° febbraio 2019. L’area commerciale sarà aperta a 600 milioni di persone. L’UE e il Giappone hanno concordato di completare le procedure di approvazione e come ultimo passo verso l’UE, il Consiglio ha adottato una decisione sulla conclusione dell’APE.

Inoltre, il Giappone ha informato l’UE di aver compiuto il processo di approvazione per l’accordo di partenariato strategico (SPA – Strategic partnership agreement). Sulle basi di questa comunicazione, una grande parte dello SPA sarà messa in pratica su basi provvisorie già dal 1° febbraio 2019. L’accordo entrerà formalmente in vigore una volta approvato da tutti gli stati membri dell’Unione europea.

 

 

La responsabilità dell’UE verso la geopolitica energetica della Russia

La politica energetica di uno Stato non può al giorno d’oggi esimersi dalla considerazione di partenza che le due fonti principali di energia – il petrolio e il carbone – sono in recessione e per contro il gas naturale sta crescendo più di tutte le altre fonti energetiche messe assieme.

La responsabilità dell’UE verso la geopolitica energetica della Russia - Geopolitica.info

Per raggiungere una certa sicurezza energetica risulta dunque fondamentale diversificare le fonti di approvvigionamento, ovvero garantirsi – in quanto Stato – la disponibilità di rifornimenti energetici affidabili a prezzi ragionevoli (Yergin, 2006) da più fornitori ed evitare di dipendere interamente o in gran prevalenza da uno solo. Questa è la strada che ha cercato di intraprendere l’Unione Europea negli ultimi anni e che è stata dichiarata nel pacchetto “Unione dell’Energia” del febbraio 2015, dopo aver lanciato – attraverso la Commissione Europea – il progetto del Corridoio Meridionale del gas nel 2008, passante per Georgia e Turchia.

L’UE, infatti, dipende per il 54% delle fonti energetiche che utilizza dalle importazioni e, nello specifico, se per il petrolio la percentuale che importa è addirittura dell’89% sul consumato, per il gas naturale risulta il 66%. Inoltre, 6 membri dell’UE sono totalmente dipendenti dalla Russia per le importazioni di gas. Si tratta di Lettonia, Lituania, Estonia, Svezia, Finlandia e Bulgaria, ma ci sono altri Paesi con una dipendenza sostanziale, come la Polonia (50%), ed altri ancora completamente estranei al mercato del gas russo (Portogallo, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Cipro e Danimarca). Il discorso è diverso per il carbone, dal momento che quello importato rappresenta il 44% del totale consumato, mentre per le forme di energia rinnovabili e per il nucleare l’UE è totalmente indipendente. Il gas è la fonte di energia il cui consumo cresce più di tutte le altre messe assieme, quindi anche se ad oggi è ancora la terza tra le fonti principali di energia al mondo, sarà sicuramente protagonista importante nel futuro prossimo. Nell’Unione Europea, essa è la seconda più utilizzata (22%), davanti al carbone (17%) e dietro al petrolio (37%). Nucleare e FER1 sono ancora ferme al 12%.

Da questi dati emerge che la fonte energetica più importante per la sicurezza energetica dell’Unione Europea è il petrolio: costituisce infatti oltre un terzo del paniere energetico dell’UE e viene quasi interamente importato. L’UE è il maggiore importatore di petrolio al mondo; la Russia il secondo maggiore esportatore. Il legame tra questi due soggetti è, geopoliticamente, inscindibile.

Nel 2015, infatti, la Russia era il principale paese di provenienza delle importazioni dell’UE-28 di petrolio greggio, pari al 27,5%2. Per quanto riguarda il gas naturale, invece, nel 2015 la quota importata da Mosca era del 29,4%3 e nel 2018 ha subìto un ulteriore incremento dell’8,1% sul 20174, arrivando nel primo semestre del 2018 addirittura oltre al 40%5. Ecco quindi perché risulta così importante il ruolo geopolitico della Russia nelle forniture di fonti energetiche all’Unione Europea. Il petrolio ha un ruolo strategico nei trasporti, mentre il gas naturale è utilizzato prevalentemente ad uso residenziale, termoelettrico ed industriale: in poche parole, la loro importazione è necessaria agli Stati dell’UE ed all’UE stessa. Ma trovarsi in una tale situazione, per giunta con una potenza regionale scomoda come la Russia di Putin, viene vista come una minaccia per la propria sicurezza energetica.

Nel tentativo dell’Unione Europea di iniziare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento delle fonti energetiche, scoppia nel 2014 la crisi in Crimea, che porta la Russia a progettare il gasdotto Nord Stream 2 per aggirare l’Ucraina a Nord e, congiuntamente al progetto (poi naufragato) del South Stream, per collegare – nella grande visione di Putin – Europa e Russia dal punto di vista energetico. Ma la Commissione Europea si è opposta dapprima, con vigore, al South Stream assieme a Paesi dell’Europa centro-orientale, fino a portare Gazprom (la più grande compagnia russa) al rifiuto dell’opera, non senza conseguenze: il fallimento del progetto orientò Putin verso Cina e Giappone, Paesi tradizionalmente ostili. Con la prima, che necessita di gas a causa dell’elevato aumento del consumo, firma nel 2014 un accordo di 30 anni che prevede la fornitura di circa 40 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno; con il secondo progetta un gasdotto da 30 miliardi di metri cubi di gas annui. Ma Putin guardò anche alla Turchia: un altro effetto è stato infatti il progetto del Turkish Stream, gasdotto che dovrebbe sostituire il South Stream e al quale l’UE – con l’aiuto degli USA – contrappone il Trans-Adriatic Pipeline (TAP), rafforzando la posizione pivotale dell’Italia nella sfida geopolitica tra USA e Russia. La superpotenza mira a contenere la potenza regionale, che si muove però a sua volta con Germania e Turchia per creare un blocco euroasiatico. La Russia dimostra, insomma, di avere o perlomeno di trovare facilmente delle alternative in caso di imprevisti.

La partita continua a giocarsi attorno al gas anche più recentemente, con il Presidente ucraino Petro Poroshenko che ha rivolto un appello all’UE per bloccare anche la costruzione del Nord Stream 2, il quale permetterebbe all’Europa di approvvigionarsi del gas direttamente dalla Russia facendolo arrivare in Germania aggirando l’Ucraina (con una perdita stimata per quest’ultima di 3 trilioni di euro). La Commissione Europea rischia di non considerare il Nord Stream 2 come strategico per la sicurezza energetica dell’UE6 e costringere di conseguenza un’altra volta la Russia a rivolgersi altrove per il suo export, il che significa un trasferimento degli affari verso est.

La conferma è data dalle parole del Commissario europeo per il clima e l’energia, Miguel Arias Cañete, il quale ha bocciato a nome della Commissione europea il progetto North Stream 2 sostenendo che “non contribuisce agli obiettivi della politica energetica dell’UE in materia di sicurezza energetica o di diversificazione delle forniture”7. Alcuni Stati, come la Germania (Paese di arrivo del gasdotto), sembrano tuttavia consapevoli del pericolo e cominciano a ripensare anche alle esigenze energetico-economiche oltre (ed in contrasto) alle posizioni squisitamente politiche. Pesano però le due risoluzioni, quella del Congresso americano – in funzione anti-russa in particolare sul conflitto ucraino e probabilmente come contrasto alle società tedesche8 e francesi9 presenti in Gazprom – e quella del Parlamento Europeo – per la quale sarebbe un “progetto politico che minaccia la sicurezza energetica europea” – che minano ancora più drasticamente l’opera, in quanto senza garanzie dall’UE la Russia si è dimostrata riluttante nel completare la realizzazione già per il Turkish Stream.

Si profila però per l’Europa la necessità di importare volumi pari a 77 miliardi di metri cubi di gas l’anno entro il 202510, una cifra così ragguardevole da mettere in dubbio le capacità di Nord Stream 2 e Turkish Stream sommati: i gasdotti russi diventerebbero fondamentali per garantire all’Europa i volumi necessari a prezzi convenienti, ragione per cui l’UE dovrebbe assumere un atteggiamento più responsabile e svincolato da logiche esterne nei confronti della Russia e stringere invece i rapporti con essa anziché spingerla verso oriente.

L’intergovernativismo tra storia e attualità

L’approccio intergovernamentale si affaccia con grande prepotenza in Europa nel 1966, a seguito della cosiddetta crisi della “sedia vuota”: è un approccio alla cooperazione volontaria e consensuale tra Stati nazionali, che pone come principio fondamentale l’idea Stato-centrica. Gli Stati aderenti infatti, come accade e si auspicano altri modelli, non vedono ridimensionata la propria sovranità nazionale.

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A little bit of history…

A seguito della liberalizzazione del mercato del carbone così come previsto dal trattato della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), il 23 febbraio 1953 i Capi di Stato dell’allora Comunità Europea si riunirono per decidere di sperimentare una riduzione congiunta delle tariffe doganali e l’adozione di una moneta comune. Già in questo contesto, Charles de Gaulle, futuro presidente della Repubblica francese, evidenzia la necessità di operare congiuntamente come una Confederazione basata su alcuni punti strategici: “Il faut bâtir une Confédération, c’est-à-dire un organisme commun auquel les divers États […] délèguent une part de leur souveraineté en matière stratégique, économique, culturelle”.

Dal luglio 1965 a gennaio 1966 si realizzò la cosiddetta crisi della “sedia vuota”, attraverso il ritiro di tutti i rappresentanti francesi in seno alle principali Istituzioni Europee per contrastare la decisione sul rafforzamento di poteri di tali Istituzioni e la modifica della modalità di voto all’interno del Consiglio dei Ministri, la quale sarebbe passata dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Ciò che infastidiva di più il Generale, infatti, era in relazione a questo nuovo tipo di votazione, che “pesava” il voto degli stati su determinati criteri, quali ad esempio la popolazione. La crisi si arresterà solo nel 1966 con il compromesso di Lussemburgo che prevedeva, ​de facto, ​un rinvio del voto a maggioranza qualificata ed un rallentamento di conseguenza il processo di un’Europa sovranazionale e federale favorendo, invece, il progetto di De Gaulle: far prevalere cioè gli interessi nazionali a discapito dell’intero sistema comunitario. In relazione a questi accadimenti storici e in occasione di un comizio elettorale, il Presidente francese rilanciò il suo progetto di Confederazione: ​“Cette Europe-là ne sera pas comme on dit supranationale. Elle sera comme elle est. Elle commencera par être une coopération, peut-être qu’après, à force de vivre ensemble, elle deviendra une confédération”.

 

L’inserimento di questo approccio nell’Unione Europea

Secondo questo approccio, e come anche richiamato dal leader francese, non vi è infatti alcun trasferimento di sovranità poiché le decisioni sono adottate sempre all’unanimità. I rappresentanti dei governi nazionali cooperano solo ed esclusivamente su materie o settori strategici, senza cercare alcuna forma di integrazione tra i popoli. L’assunto da cui si parte, quindi, è: ​prima ancora che di cittadini, l’Europa si compone di Stati​.

Accettando l’approccio intergovernamentale, l’unica soluzione possibile, nonché unica struttura che consente agli Stati di delegare parte della loro sovranità è la confederazione.​ ​Dovendo le decisioni essere assunte per ​consensus​, infatti, nessuno si ritrova ad applicare una decisione non condivisa. Tutto ciò rappresenta al tempo stesso un vantaggio ed uno svantaggio: da una parte poiché attraverso la cooperazione volontaria si preservano gli interessi nazionali; dall’altra perché tali interessi, risultando spesso confliggenti e seguendo la legge del più forte, non garantiscono un sistema efficiente.

Al modello intergovernamentale si sono contrapposte, storicamente, altre due visioni distinte dell’Europa, quella Funzionalista​ e quella Federalista.​ Il primo, il cui fondatore è Jean Monnet, vedeva la Comunità Europea come un’unione politica “in divenire: prendendo in prestito dall’economia il concetto del cd. ​spillover effect​, secondo il quale partendo dall’integrazione economica, i suoi effetti si sarebbero allargati anche negli altri campi. Il secondo invece, rappresentato da Altiero Spinelli, mirava ad un’unione di popoli, ai cd. “Stati Uniti d’Europa”.  Attualmente, l’Unione Europea è un sistema di difficile definizione: alcuni la definiscono come un sistema ibrido, altri come un’organizzazione internazionale, altri come un multilevel system of governance​. E’ a metà tra uno Stato federale ed una Confederazione, in quanto solo alcune delle competenze nazionali sono delegate, in tutto o in parte, alle Istituzioni dell’Unione Europea: alcune decisioni dell’Unione hanno un impatto diretto sugli individui, e tale caratteristica contraddistingue l’UE da qualsiasi altra organizzazione che coinvolge meramente gli stati.

L’attuale dimensione dell’Europa, quindi, soggiace in parte (ancora) alla visione immaginata dal Generale de Gaulle, in cui lo spazio politico non coincide con una comunità di diritto. L’uscita dall’impasse in cui si trova in questo momento l’UE non è di difficile soluzione, in quanto gli approcci finora utilizzati non sembrano adeguati.

Che sia arrivato il momento di una vera e propria rifondazione dell’Unione Europea a partire dal modello Federalista? Si potrebbe considerarlo come la chiave per rilanciare la centralità in un mondo globalizzato dominato da grandi attori come gli Stati Uniti e la Cina? La struttura, il “centro di potere”, nonostante alcune modifiche necessarie, è presente e ramificata. La vera sfida ora sta nella costruzione un’identità europea.

La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO?

Con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica nel 1991 Francis Fukuyama arrivò a parlare di fine della storia: gli Stati Uniti avevano vinto, il modello produttivo capitalistico americano si affermava inesorabilmente in tutto il mondo e il primato tecnologico militare statunitense sembrava incolmabile.  

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Tuttavia all’interno del Pentagono, già a metà anni ‘90, cominciarono a prospettarsi dei possibili scenari internazionali  in cui paesi emergenti  come la Cina avrebbero potuto assumere il ruolo di futuri competitor degli USA.  La guerra al terrore successiva all’11 settembre ha però comportato l’impiego di ingenti risorse economiche e la ridefinizione dei target prioritari delle amministrazioni e delle forze armate americane.

Tutto ciò ha fatto sì che, mentre gli USA erano impegnati in operazioni di stabilizzazione in Medio Oriente, paesi come Cina e Russia  abbiano investito in enormi programmi di modernizzazione, tanto da mettere in discussione il vantaggio tecnologico-militare statunitense.

In questa traiettoria si inserisce la Third Offset Strategy (3 OS) del Pentagono, ovvero un insieme di politiche miranti  a produrre nuovi concetti operativi e innovazioni tecnologiche per garantire la superiorità  statunitense rispetto ai propri avversari; a tutto ciò deve aggiungersi  la necessità di Washington di mantenere la proiezione convenzionale globale del potere.
Lo sviluppo di una 3 OS muove principalmente dall’intenzione statunitense di rivolgere la propria attenzione nell’Asia-Pacifico e dalle sfide tecnologiche e operative che questa regione pone in essere.

Gli USA e la sfida cinese

Uno dei principali motivi di preoccupazione è stato, infatti, lo sviluppo di capacità cinesi Anti-Access/Area-Denial (A2/AD). Il concetto di Anti-Access/Area-denial fa riferimento all’idea di utilizzare una serie di strati difensivi di vario genere per proteggere la dimensione terrestre, aerea e marittima, così da precludere l’avanzamento delle truppe nemiche.

Vengono, infatti, messe a rischio le basi regionali statunitensi nel Western Pacific Theatre of Operations, soprattutto lungo la “prima catena di isole”, cioè lo spazio geografico che separa la Cina dalle isole Kurili attraverso le Filippine settentrionali fino al Borneo. Tuttavia, la portata della minaccia di Pechino si estende anche nello spazio esterno. Il test molto pubblicizzato del 2007, nel quale è stato abbattuto un satellite meteorologico a 865 km di altitudine, ha dimostrato la capacità della Cina di distruggere satelliti in bassa orbita terrestre. Risulta lampante che le capacità A2/AD della Cina potrebbero minacciare non solo gli alleati regionali e le basi vicine degli Stati Uniti, ma anche intaccare alcune delle fondamenta più profonde della proiezione di potenza globale degli Stati Uniti.

A questo punto è importante chiedersi quali dei concetti operativi e quali tecnologie al centro della 3 OS potranno essere utili nel contesto delle sfide che i partner europei della NATO devono affrontare nel loro orizzonte strategico.

Il contesto europeo

Le precedenti ondate di innovazione militare statunitense sono state caratterizzate da un’intensa attività per convogliare tecnologie all’avanguardia nelle forze armate dei principali alleati europei dell’America. Ciò è stato facilitato dal fatto che statunitensi ed europei avevano una percezione simile sull’importanza della minaccia sovietica e sulla necessità di utilizzare il potere militare per farvi fronte. In altre parole, le basi politiche, strategiche e tecnologiche della coesione transatlantica sono andate di pari passo sotto l’egida americana. Ne consegue che il relativo disinteresse dell’Europa negli sviluppi della regione Asia-Pacifico  possa rappresentare una sfida sistemica per la coesione della NATO.

L’idea di operare in contesti strategici accessibili continua a permeare l’atteggiamento europeo nei confronti delle proprie politiche di difesa. Tuttavia, lo sviluppo di capacità A2/AD da parte di diversi attori sembra sfidare proprio questa ipotesi, sia nel contesto della difesa e della deterrenza sul flank orientale della NATO, sia in quello mediorientale. Ad est gli stati membri della NATO che confinano con la Russia sono senza dubbio quelli maggiormente minacciati dalla crescita militare di Mosca. Il sistema integrato di difesa aerea di Mosca e i missili terrestri a corto raggio coprono gli Stati baltici  e quasi tutto il territorio polacco, inoltre la presunta presenza di missili russi S400 a Kaliningrad e la militarizzazione russa di Sebastopoli  stanno  portando alla formazione di  “bolle” A2/AD in porzioni crescenti di territorio che vanno dall’Europa fino al Levante.

Anche i progressi  dei paesi mediorientali nel campo A2/AD sono particolarmente preoccupanti per gli Stati Uniti e per i loro alleati europei, che non solo hanno interessi energetici ed economici nella zona, ma anche l’ambizione di operarvi. Persino attori non statali o parastatali si stanno avvicinando all’armamento di precisione. Inoltre, il possesso di capacità A2/AD potrebbe incoraggiare alcuni paesi e attori in Africa e Medio Oriente a impegnarsi in futuro in forme di guerra asimmetrica. In definitiva, l’aumento di bolle A2/AD nel vicinato meridionale dell’Europa sfida il presupposto che gli europei possano accedere in sicurezza alla maggior parte dei teatri operativi in Africa e in Medio Oriente.

Una discussione transatlantica sulle implicazioni della Terza Offset Strategy richiederebbe una comprensione comune dell’ambiente della sicurezza e sul modo in cui l’innovazione tecnologica possa contribuire a risolvere le sfide a lungo termine.  Lo stato del dibattito strategico negli Stati Uniti, su cui è stata costruita la logica della 3 OS, è però molto diverso da quello europeo. Le potenze europee dovrebbero elaborare una visione strategica unitaria sulle questioni industriali e tecnologiche a lungo termine, se vogliono essere parte di un ripensamento della sicurezza. I partner transatlantici devono affrontare una moltitudine di sfide in materia di sicurezza e il divario di percezione e di orizzonte strategico con gli USA si è notevolmente ampliato negli ultimi anni. Il conflitto ucraino, la crisi dei rifugiati e la diffusione del terrorismo islamico hanno messo in secondo piano tutte le altre questioni. La leadership politica europea è sottoposta ad un’immensa pressione per trovare risposte adeguate a queste sfide, ne consegue che l’investimento per perseguire obiettivi a lungo termine è stato più limitato. La Terza Offset Strategy, che deriva principalmente da una riflessione strategica sull’ascesa della potenza militare cinese, semplicemente non corrisponde alla percezione europea della minaccia.

Per le potenze europee, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è affrontato essenzialmente da una prospettiva economica, e gli interessi commerciali finiscono per oscurare la maggior parte delle considerazioni strategiche. Inoltre, il contesto di bilancio, proprio di una grande potenza, che consente agli Stati Uniti di lanciare la Terza Offset Strategy è semplicemente irrealistico per la maggior parte delle potenze europee.

Verso un trend comune

Tuttavia, esistono dei punti d’incontro fra il trend europeo e quello statunitense. Ad esempio, le basi tecnologiche militari della sfida A2/AD per i paesi europei sono molto simili a quelle che gli Stati Uniti stanno affrontando altrove. E’ ormai conclamato l’interesse europeo rivolto all’acquisizione di tecnologia stealth in campo aereo, marittimo e terrestre. Vi è una tendenza generalizzata a passare da grandi e pesanti formazioni militari a formazioni più piccole, più leggere e più flessibili, privilegiando la qualità rispetto alla quantità. Vengono esplorate nuove modalità di trasporto delle truppe verso e all’interno dei campi di  battaglia. Con l’adozione della filosofia NEC (Network Enabled Capability) i paesi europei della NATO hanno fatto proprio il concetto americano di “network centric warfare”, mirante a costruire delle FFAA digitalizzate e capaci di operare negli scenari internazionali più disparati.

Nella misura in cui sia l’Europa orientale che il Medio Oriente sono geograficamente vicini all’Europa, gli europei daranno  priorità alle capacità di attacco a breve e medio raggio, in contrasto con l’interesse di Washington sulle capacità di attacco a lungo raggio. Non è da escludere, che le riflessioni statunitensi possano condurre l’Europa a ripensare il proprio coinvolgimento nell’Asia-Pacifico, regione in cui gli europei mantengono numerosi interessi economici.  Tuttavia in questa fase, l’iniziativa statunitense e le sue implicazioni concrete rimangono poco chiare per la maggior parte dei partner europei, e anche se fossero comprese, le questioni di bilancio, le priorità di sicurezza a breve termine e i vincoli politici limitano e continueranno a limitare la capacità dell’Europa di definire ambizioni strategiche a lungo termine.

Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale

Il dibattito sviluppatosi sulla vicenda del gasdotto TAP, a valle della positiva decisione del Governo di completare l’opera, è stato caratterizzato da una serie di informazioni parziali e spesso fuorvianti rispetto agli obiettivi effettivi del progetto. Proviamo a ricostruire le prospettive che apre il completamento del gasdotto nel contesto della Strategia Energetica Europea, di quella nazionale e i relativi scenari geopolitici di riferimento.

Il Gasdotto Tap e la sostenibilità ambientale - Geopolitica.info Emerging Europe

Innanzitutto di cosa parliamo, cos’è TAP?

Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto che trasporterà per la prima volta in Europa il gas naturale estratto dal giacimento di Shah Deniz nel Mar Caspio, in acque territoriali dell’Azerbaijan. Partendo dal confine tra Grecia e Turchia, dove si interconnetterà al Trans Anatolian Pipeline (TANAP) attraversando la Tracia e la Macedonia interna greche, l’Albania e il Mar Adriatico per approdare in Salento (dove dopo 8 chilometri dalla costa incontrerà il costruendo terminale di ricezione) e poi collegarsi alla rete italiana del Gruppo SNAM. La Società di gestione del gasdotto TAP è un consorzio costituito dalla SNAM (20%), dalla britannica BP (20%), dall’azera Socar (20%), dalla belga Fluxys (19%), dalla spagnola Enagàs (16%) e dalla svizzera Axpo (5%). SNAM, Società Italiana a prevalente controllo pubblico attraverso la partecipazione azionaria maggioritaria di Cassa Depositi e Prestiti, entra nel capitale di TAP nel 2015, sostituendo la norvegese Statoil, su precisa indicazione del Governo italiano, al fine di favorire il ruolo del nostro Paese quale hub sud europeo del trasporto del metano, in coerenza con quanto previsto dalla Strategia Energetica Nazionale. Il gasdotto viene realizzato sulla base dell’accordo intergovernativo firmato da Italia, Albania e Grecia nel 2013 e ratificato dal Parlamento italiano, che contiene l’impegno dei tre Stati a sostenere il progetto nei tempi previsti (in Italia il gas dovrebbe essere riconsegnato in rete ad inizio 2020) e l’obbligo a non modificare, evitare o limitare l’accordo senza il consenso degli altri Paesi. L’investimento dell’infrastruttura è sostenuto totalmente da capitale privato con finanziamenti delle principali Istituzioni finanziarie europee (BEI, BERS).

Come si inserisce TAP nella Strategia Energetica Europea

Insieme al già citato TANAP (gasdotto che percorre esclusivamente il territorio turco) e al South Caucasus Pipeline (rete di trasporto gas che percorre i territori di Azerbaijan e Georgia), TAP andrà a realizzare il cosiddetto Corridoio Meridionale del Gas, una delle più importanti infrastrutture per il trasporto del gas (oltre 3.500 chilometri di percorrenza) dal valore di oltre 40 miliardi di dollari d’investimento e individuato dall’Unione Europea quale struttura prioritaria (non a caso è stato inserito nei Progetti di Interesse Comune) per l’approvvigionamento di gas naturale nella Strategia Energetica Europea. La realizzazione di questo collegamento riveste un’importanza fondamentale, perché, accompagnata dai necessari investimenti per il potenziamento delle attuali infrastrutture, sarà in grado di interconnettersi con la rete di trasporto di tutta Europa, attraverso i collegamenti garantiti dalla rete nazionale italiana gestita dalla SNAM Rete Gas. Il gruppo italiano ha lavorato in questi anni a questo obiettivo siglando partecipazioni, accordi, ottenendo controlli diretti (TAG e GAC in Austria, Interconnector, società che trasporta il gas nel Canale della Manica verso il Regno Unito e TIGF, gestore della rete meridionale francese; alleanza con la società belga  Fluxys) e assumendo un ruolo baricentrico nel trasporto europeo del gas naturale. Così facendo il gruppo potrà sfruttare la posizione geografica del nostro Paese, assicurando il flusso di approvvigionamento da Sud verso Nord, in alternativa alle consolidate vie di fornitura, garantite dalla Russia e che passano dal Nord Europa (Germania). Tutto ciò, anche in previsione dell’immissione in rete del gas, che sarà estratto dai nuovi giacimenti individuati nel Mediterraneo sudorientale (Zohr in Egitto, Leviathan e Aphrodite nelle acque di Cipro e Israele, con Eni protagonista) attraverso il collegamento dei gasdotti Eastmed e Igi Poseidon che avranno approdo nei pressi di Otranto. Inoltre TAP entrerà in interconnessione con le reti di approvvigionamento della Penisola Balcanica assicurate da IGB (gasdotto greco bulgaro) e Ionian Adriatic Pipeline (impianto croato).

Emerge ancora di più l’importanza strategica per l’Unione Europea di avere un Corridoio Meridionale del gas efficiente e strutturato, dopo la recente sottoscrizione dell’accordo tra Russia e Turchia per l’avvio del Turkish Stream, gasdotto realizzato da Gazprom e che alimenterà con 15,3 milardi di metri cubi di gas naturale russo, sia la Turchia che in prospettiva altri paesi Balcanici (Ungheria, Serbia ed altri paesi).

Ruolo del gasdotto TAP nel mercato del gas e a garanzia dei fabbisogni energetici nazionali

La domanda di gas in Italia ha ripreso a crescere gradualmente dal 2014 (da circa 62 miliardi di metri cubi nel 2014 a circa 75 nel 2017); la crisi economica ha provocato infatti la diminuzione dei consumi, dai circa 84 miliardi di metri cubi del 2005 ai già citati 62 del 2014. Nel 2017 i consumi sono aumentati progressivamente del 6% rispetto al 2016 e dell’11% rispetto al 2015. Il nostro è uno dei Paese maggiormente dipendenti dal gas in tutta l’Unione Europea, con un utilizzo di circa il 50% per la generazione elettrica (rispetto ad una media UE del 23,6%) ed il 38% nei consumi primari (la media UE è del 25,1%; i consumi primari sono la disponibilità energetica complessiva annua di un paese). Dei 75 miliardi di metri cubi di gas naturale consumato nel 2017 in Italia, il 92,67% è stato importato ed il restante 7,33% proviene dalle produzioni nazionali (in graduale diminuzione).

Le importazioni sono garantite per l’88% dalle reti dei gasdotti provenienti dalla Russia attraverso TAG (che copre oltre il 40% della domanda), con punto di ingresso a Tarvisio; dall’Algeria attraverso Transmed al punto di consegna di Mazara del Vallo; da Norvegia/Olanda tramite il Transitgas (9,5% della domanda) all’ingresso di Passo Gries e dalla Libia con il Green Stream di Gela (il 6,1%). Il rimanente 12% di importazione è assicurato tramite gas naturale liquefatto (GNL) immesso in rete tramite i terminali di rigassificazione off shore operativi nel nostro Paese: Adriatic LNG di Porto Viro (Rovigo), di gran lunga il più produttivo (garantisce il 10% circa della domanda complessiva nazionale); GNL Italia (Gruppo Snam) di Panigaglia (La Spezia); OLT LNG di Livorno.

L’apporto del TAP all’approvvigionamento sarà pari a 10 miliardi di metri cubi l’anno (già acquistati per i prossimi 25 anni anche da grandi operatori italiani di mercato come Enel ed Hera) con la possibilità di svilupparne la portata sino a 20 miliardi di metri cubi. Questo apporto sarà determinante a breve termine, vista la scadenza entro il 2020 degli importanti contratti di fornitura a lungo termine con Algeria e Russia e dal progressivo calo delle produzioni del Mare del Nord (Norvegia/Olanda).

TAP e prezzo del gas naturale per i consumi finali

Il prezzo dell’energia è uno dei fattori a rischio per la nostra economia; limitandoci ad un’analisi della “bolletta” del gas, oggi le famiglie e le imprese italiane pagano circa il 10% in più di quelle tedesche o del Nord Europa. Nelle previsioni di mercato dei già citati 10 miliardi di metri cubi di gas che transiteranno in Italia attraverso TAP, circa 8 miliardi saranno nella disponibilità del nostro Paese, raddoppiabili a 16 miliardi nel caso di utilizzo a pieno della capacità del gasdotto, con una riduzione di importazione di gas naturale tra il 7,5% e il 15%. Inoltre, nel caso specifico di TAP, il costo del trasporto dal giacimento del Mar Caspio sino al nostro Paese e all’interno delle reti di trasporto nazionale, saranno pagati dalle società private che importeranno, in concorrenza tra loro, il gas in Italia, con un effetto benefico sul costo finale dell’energia. Le stime più ottimistiche parlano di una riduzione media del 10% rispetto ai prezzi attuali.

Citando la Strategia Energetica Nazionale su questo punto ritroviamo il concetto: “Le iniziative per migliorare la competitività del sistema gas nazionale si pongono l’obiettivo di favorire l’allineamento dei prezzi italiani con i prezzi dei mercati liquidi del Nord Europa”.

Pertanto è probabile e realistico, pur non indicando percentuali certe di riduzione ed un progressivo riallineamento al prezzo, che l’immissione in rete del gas trasportato da TAP potrebbe permettere una riduzione del prezzo praticato sull’hub italiano del gas naturale, anche in funzione dei volumi ridotti delle importazioni dal Nord Europa.

TAP e il territorio; principali questioni aperte

Il progetto, gli approdi del gasdotto, il terminale di ricezione nell’entroterra salentino, il rispetto dell’ecosistema e dell’ambiente locale e il rapporto con i cittadini ed il territorio sono stati oggetto durante questi anni, soprattutto dal 2013 in poi, di ampio dibattito locale e che ha poi assunto una risonanza nazionale e soprattutto implicazioni e strumentalizzazioni di carattere politico. Sul piano della comunicazione e delle relazioni istituzionali il consorzio TAP non è riuscito nel periodo iniziale di operatività a garantire continuità alla richiesta di contatto delle popolazioni locali. Il rapporto non è partito al meglio ed è passato un messaggio distorto sul gasdotto e sugli effetti improbabili che la sua messa in opera comporterebbe.

Le ricognizioni tecniche propedeutiche allo studio di fattibilità dell’infrastruttura sono iniziate nel 2006 (individuazione dell’approdo e della posizione del terminale di ricezione, compatibilità ambientali). Il progetto è stato sottoposto ad un articolato e minuzioso percorso autorizzativo da parte dei diversi Ministeri competenti (Ambiente, Sviluppo Economico, Beni e le Attività Culturali), della Regione Puglia e a pareri o permessi di competenza locale (Provincia di Lecce, Comune di Melendugno e Sovrintendenza Territoriale). I principali atti amministrativi per la realizzazione del progetto sono il decreto VIA, emanato dal Ministero dell’Ambiente, il decreto di Autorizzazione Unica, emesso dal Ministero dello Sviluppo Economico, ed il già citato Accordo Intergovernativo tra i Paesi coinvolti nel tracciato del gasdotto (Italia, Albania, Grecia). Il 10 settembre 2013, TAP ha consegnato lo Studio di Impatto Ambientale e Sociale al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. L’11 settembre 2014, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha emesso il Decreto di valutazione di impatto ambientale del progetto presentato da TAP per la realizzazione del tratto italiano. A dicembre del 2013 il Parlamento italiano ha ratificato l’Accordo intergovernativo tra Italia, Grecia ed Albania con entrata in vigore da febbraio 2014. Il 20 maggio 2015, il Ministero dello sviluppo economico ha emesso il Decreto di Autorizzazione Unica, che permette l’apertura dei cantieri e l’entrata in esercizio. A maggio 2016 TAP ha ufficialmente avviato i lavori di costruzione del gasdotto in Italia, con una consegna del primo gas prevista entro il 2020.

Negli studi preliminari sono state valutate dal consorzio TAP oltre venti possibilità di approdo del gasdotto. Su sollecitazione della Regione Puglia, TAP ha formalizzato alla Commissione Nazionale Tecnica le VIA (Valutazioni di Impatto Ambientale) per undici possibili punti di approdo; la Commissione ha valutato l’area territoriale di San Foca/Melendugno quella con il minor impatto ambientale.

Quali sono invece le difficoltà e le complicazioni che hanno caratterizzato e sconsigliato l’approdo in altri siti, compresi quelli indicati dalla Regione Puglia?

  • Corridoio di Brindisi Nord: interferenza con gli spazi dedicati al decollo e all’atterraggio dell’aeroporto di Brindisi, estrema fragilità geomorfologica (presenza di falesia), diffusa urbanizzazione del territorio.
  • Corridoio di Brindisi Sud: interferenze con l’area dell’ex petrolchimico, “Sito di Interesse Nazionale” per gli alti livelli di inquinamento del suolo, moltiplicazione dei fattori di rischio di incidente rilevante per la compresenza di attività industriali del settore chimico ed energetico; presenza a mare di aree protette (estesa prateria di Posidonia Oceanica, riconosciuto Sito di interesse Comunitario, rete Natura 2000).
  • Otranto: presenza di altro gasdotto transfrontaliero autorizzato.
  • Nel dicembre 2015, su richiesta della Regione Puglia, TAP ha realizzato uno studio di fattibilità per un approdo a sud del Petrolchimico di Brindisi indicato dai tecnici regionali a ca. 150 metri da uno dei punti già studiati in precedenza da TAP (Brindisi Sud). Lo studio ha dimostrato il significativo aggravio dell’impatto ambientale rispetto a San Foca in ragione della richiesta/necessità di scavalcare la estesa prateria di Posidonia Oceanica mediante microtunnell di lunghezza non convenzionale (superiore ai 5,5 km) che richiederebbe la realizzazione di 4‐5 pozzi stagni, in mare, con conseguente rilascio di fanghi), e della indicata localizzazione del terminale di ricezione in area interessata da progetto regionale di messa in sicurezza di un sito inquinato (ex discarica di rifiuti chimici del Petrolchimico in località Micorosa).
  • Nel 2017 è stato segnalato Squinzano (territorio comunale di Lecce) come possibile approdo alternativo del gasdotto sulla base di una disponibilità espressa da quel Comune. Il sindaco di Squinzano ha però chiarito non esserci in merito altro che una delibera di Consiglio Comunale del dicembre 2013 con la quale si dava disponibilità a valutare l’approdo qualora fosse stata avviata la conversione a gas della centrale Enel di Cerano e smantellati i parchi minerali e i nastri trasportatori del carbone.

 

Il progetto presentato da TAP, approfondito anche dalle parti sociali ai tavoli istituzionali durante questi anni, prevede la necessaria e doverosa compatibilità con l’ambiente locale e con l’ecosistema marino e terrestre del territorio interessato all’approdo e al terminale di ricezione. In Italia con oltre 32.000 Km di rete primaria di gasdotti ci sono già condizioni consolidate di rapporto positivo con il territorio: in particolare sulla costa e nell’entroterra adriatico, dove convivono km di rete di alta, media e bassa pressione, in località turistiche importanti (località marine e parchi nazionali), che hanno anche avuto riconoscimenti ufficiali di “ambiente tutelato e valorizzato” da parte di Istituzioni pubbliche e private. Nel caso specifico di San Foca/Melendugno, la scelta è ricaduta anche per il minor impatto che i lavori avrebbero provocato: non sarà scavata la spiaggia; il microtunnel di collegamento nei suoi 1.500 metri di lunghezza uscirà a mare soltanto per brevissimi tratti sottomarini e sarà costruito attraverso un pozzo di spinta situato a 700 metri alle spalle della spiaggia e uscirà a mare ad 800 metri dalla costa, scendendo ad una profondità di 25 metri; la scelta di questo sito permetterà un minore movimento terra per gli scavi previsti; non saranno scavati pozzi intermedi, come invece si sarebbe dovuto realizzare nelle due opzioni di Brindisi; le piante di ulivo progressivamente e momentaneamente rimosse, dopo essere state mappate e geolocalizzate per la loro identificazione, saranno gestite e curate per il tempo necessario al programma dei lavori e per poi essere riposizionate nel punto preciso di espianto. Infine, va ripristinata la corretta informazione sulle funzioni e gli effetti del Terminale di Ricezione, che non è un impianto industriale di trasformazione del gas e che pertanto non può produrre emissioni nocive.

Conclusioni

Per concludere questa analisi sulla vicenda TAP nella sua complessità (energetica, economica, politica/geopolitica, sociale) riassumiamo i punti salienti della centralità e dell’importanza del gasdotto:

  • da anni il dibattito (politico, sindacale) italiano sul Mezzogiorno è concorde nel favorire il protagonismo delle regioni del Sud se si vuol far ripartire l’economia nazionale, e la Cisl in modo particolare, ha ribadito in questi ultimi mesi, l’importanza di sbloccare le opere infrastrutturali del nostro Paese per riallinearsi ai parametri economici e sociali europei e il Gasdotto Tap offre questa occasione per essere all’avanguardia nella politica energetica europea;
  • il completamento e l’avvio di TAP si inserisce nella realizzazione del Corridoio Meridionale del Gas; in questo contesto l’Italia assumerà un ruolo baricentrico come hub sud europeo e conseguentemente un ruolo politico fondamentale nel legame tra Paesi del Mediterraneo ed il Nord Europa e come crocevia tra l’Est e l’Ovest;
  • la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, farà ridurre la pressione e le possibilità di condizionamento della Russia nei confronti dell’Italia e del Sud Europa. La Russia continuerà ad essere un partner fondamentale, ma non eccessivamente condizionante in campo energetico (oggi il 47% dell’energia italiana è di provenienza russa);
  • la realizzazione di TAP, che vede già impegnate diverse aziende italiane, permetterà lo sviluppo dell’economia locale a supporto del funzionamento a regime dell’impianto, con riflessi positivi su sviluppo ed occupazione, durante la realizzazione dei lavori e nella successiva gestione;
  • ci saranno effetti benefici sull’ambiente del territorio con l’incremento dell’utilizzo del metano, quale idrocarburo ad emissioni molto più basse degli altri fossili, tra cui il carbone;
  • possibili progetti integrativi nel settore energetico con lo sviluppo del biometano, che potrebbe attivare una filiera di economia circolare, dall’agricoltura all’energia, dalla zootecnia all’industria e alle attività commerciali.

 

Angelo colombini

Segretario Confederale Cisl                                                         

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile

In seguito ad un lungo incontro tra Theresa May e le principali figure del suo governo avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 novembre, la bozza dell’accordo sui termini della Brexit è stato rilasciato alla stampa unitamente ad una dichiarazione dell’Ue circa i futuri rapporti tra i due attori. Uno dei pochi temi sui quali le controparti hanno sempre mostrato grande comunità d’intenti è quello della sicurezza e difesa, tema ampiamente trattato nei due documenti. Perché, in questo ambito, il Regno Unito e l’Ue non possono fare a meno l’una dell’altra? E a quali rischi andrebbero incontro qualora l’accordo dovesse saltare?

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile - Geopolitica.info

 

Anche nei momenti più bui delle contrattazioni circa i termini di un accordo sulla Brexit, l’ambito della sicurezza e difesa ha rappresentato un argomento sul quale le parti hanno sempre condiviso la medesima posizione. Infatti, mentre le divergenze riguardanti il versante economico-commerciale e il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord rischiavano di spalancare le porte ad una no deal Brexit, tanto il Regno Unito quanto l’UE hanno più volte sottolineato la necessità di far perdurare le collaborazioni in questo ambito. Per fornire un’idea di quanto questo tema fosse considerato un pilastro, è sufficiente guardare al recente passato. Nonostante la delusione diffusa in seguito al vertice europeo di Salisburgo dello scorso settembre, le forti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Unione della Sicurezza Julian King hanno contribuito a lasciare aperte finestre di dialogo. Parlando da Bruxelles pochi giorni dopo la chiusura del vertice austriaco, King aveva affermato che “su alcune tematiche ci saranno vincitori e perdenti, ma quando si parla di sicurezza e difesa ci sono reciproci interessi nel far perdurare una collaborazione”, dichiarandosi inoltre ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo su questi temi. A stretto giro di boa, anche il Ministro della Difesa britannico Gavin Williamson ha confermato la volontà di non vanificare le cooperazioni esistenti. Dalla Germania, dove si trovava per una visita istituzionale, il Ministro si è dichiarato speranzoso circa la possibilità di trovare un accordo che permettesse di incanalare i cospicui sforzi sostenuti dal paese nel corso degli anni all’interno del quadro fornito dall’UE.

Mantenere le collaborazioni: l’apertura di Bruxelles

I contenuti del documento presentato da Theresa May ai membri del suo governo vertono principalmente sui termini della fuoriuscita del Regno Unito dal gruppo dei 28 paesi membri dell’UE, mentre gli aspetti relativi al futuro delle relazioni tra i due attori lasciano ampi spazi all’interpretazione. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il testo della dichiarazione politica rilasciata quasi contemporaneamente dalla Commissione Europea. Infatti, come suggerito dal titolo del documento “Setting out the framework for the future relationship between the EU and the UK”, esso si prefigge l’obiettivo di fornire indicazioni sulle collaborazioni future. All’interno della dichiarazione della Commissione, un’intera sezione è stata dedicata alla partnership in tema di sicurezza e difesa, la quale sembra poter rimanere tra le più solide. Infatti, in seguito ad un’analisi caso per caso, il Regno Unito potrà continuare a prendere parte ad operazioni relative alla Common Security and Defence Policy (CSDP) attraverso il Framework Participation Agreement (FPA). La fase di pianificazione di tali operazioni vedrà intense interazioni tra UE e Regno Unito, le quali saranno proporzionate al livello di contribuzione del paese in ogni singola missione. Inoltre, qualora un invito a partecipare dovesse essere recapitato a Londra da un membro attivo della Permanent Structured Cooperation (PESCO), il paese potrà aderire ai progetti portati avanti all’interno di questo quadro. Il Regno Unito potrà altresì continuare a collaborare ai progetti della European Defence Agency (EDA) grazie ad un Administrative Agreement già garantito dall’UE. Infine, anche nei settori di cyber security, lotta all’immigrazione irregolare e antiterrorismo rimarranno attivi continui dialoghi e cooperazioni mentre, sul piano industriale, enti britannici potranno beneficiare dei finanziamenti stanziati dallo European Defence Fund (EDF).

Una mutua necessità

Il desiderio di proseguire sulla via di una stretta collaborazione anche quando il Regno Unito avrà perso il suo status di paese membro dell’Unione ha radici profonde, e sottolinea una mutua interdipendenza in materia di sicurezza e difesa. Per quanto riguarda l’Ue, la volontà di ottenere l’autonomia strategica invocata dalla Commissione già nel 2016 non può prescindere dalla partecipazione britannica. Infatti, il Regno Unito è il paese europeo che spende maggiormente nel campo della difesa (46 miliardi di euro nel 2016), e da solo contribuisce alla spesa per la sicurezza dell’Unione per più del 7%. In aggiunta, metà delle portaerei e delle armi nucleari potenzialmente utilizzabili dall’UE sono messe a disposizione dal Regno Unito, così come il 16% delle navi da guerra e l’11% degli aerei da combattimento. Anche nel campo delle innovazioni il ruolo del Regno Unito risulta essere fondamentale in quanto i fondi stanziati dal paese per ricerca e sviluppo nel settore militare ammontano al 43% del totale degli investimenti effettuati dai paesi partecipanti alle attività dell’EDA (Clindengal Institute, 2017). Inoltre, tenendo fede al suo ruolo di iniziatore della CSDP, il Regno Unito non ha mai fatto mancare il suo sostanziale contributo alle attività portate avanti dall’UE. Nel 2017, contingenti britannici sono stati impegnati in ben 5 delle 6 missioni militari condotte tramite la CSDP, alle quali si aggiunge l’impiego di personale in 7 delle 10 operazioni attive di tipo civile. Dunque, rinunciando alle capacità messe a disposizione da Londra, ed evitando il coinvolgimento britannico nelle sue attività, l’Ue vedrebbe notevolmente ridotto il suo potenziale come attore internazionale di primo piano.

Dal lato del Regno Unito, la necessità di prendere parte alle attività dell’UE risulta altrettanto importante. Stante la natura transnazionale delle minacce alla sicurezza del vecchio continente, appare chiaro che queste vadano fronteggiate in maniera cooperativa. Fenomeni quali il terrorismo o i rischi connessi al dominio cyber risultano pressoché impossibili da fronteggiare a livello di singolo stato. A questi si aggiungono i molteplici focolai d’instabilità che affliggono l’immediato vicinato europeo e che sono stati più volte definiti come una delle cause principali alla base di terrorismo e migrazioni di massa, i quali richiedono interventi strutturali anche in paesi terzi che i singoli stati faticherebbero non poco a mettere in atto. Non da ultimo, la preoccupante postura assunta dalla Russia del presidente Putin negli ultimi anni, e la sempre più chiara volontà degli Stati Uniti di ridurre il proprio ruolo di principale garante della sicurezza del vecchio continente rendono necessario un approccio cooperativo tra i paesi europei (sia membri dell’Ue che paesi terzi). Pertanto, indipendentemente dagli accordi bilaterali che il Regno Unito potrebbe sottoscrivere e dalla sua special relationship con gli Stati Uniti, l’essere tagliato fuori dalle attività di un solido ente sovranazionale che permette la cooperazione strutturata tra i paesi europei comporterebbe considerevoli difficoltà aggiuntive nel fronteggiare le minacce sopraelencate.

In conclusione, in tema di sicurezza e difesa le posizioni di Regno Unito ed UE sono sempre state similari, e il desiderio di mantenere un forte legame anche in seguito alla Brexit ha rappresentato una costante. La bozza di accordo circa le modalità di separazione tra i due attori ha tenuto ampiamente in considerazione questa volontà, e il perdurare dello stretto legame esistente sembra essere garantito. Indipendentemente dalle controversie legate ad una moltitudine di altri fattori, in tema di sicurezza e difesa la mancata ratifica di un accordo finale comporterebbe mutui svantaggi troppo grandi per poter essere ignorati. Di certo, quello della sicurezza non sarà l’unico fattore determinante nella decisione finale, ma, se ad oggi una no deal Brexit sembra meno probabile che nel recente passato, parte del merito va attribuito a questo ambito in cui entrambi gli attori avrebbero molto da perdere e poco o nulla da guadagnare da una separazione conflittuale.

 

Eastmed: tanto entusiasmo e molti dubbi

Le recenti notizie di stampa, secondo le quali Italia, Grecia e Cipro avrebbero siglato con Israele un accordo, da formalizzare entro tre mesi, per la realizzazione del gasdotto Eastmed, ha riportato l’attenzione sul progetto che dovrebbe trasportare in Italia, ed in Europa, il gas proveniente dalle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. Grandi speranze che, però, sembrano non fare i conti con questioni economiche e politiche, anche alla luce delle possibili (e forse più convenienti) soluzioni alternative. Molti, infatti, sembrano essersi dimenticati la lezione della mancata realizzazione del gasdotto Nabucco.

Eastmed: tanto entusiasmo e molti dubbi - Geopolitica.info edison.it

Il progetto

Il gasdotto Eastmed, che vede la partecipazione paritaria della greca DEPA e dell’italiana Edison, avrà una lunghezza di circa 1.700 km, diventando uno dei gasdotti sottomarini più lunghi e profondi al mondo, e sarà in grado di trasportare, secondo quanto dichiara il consorzio che gestisce il progetto, fino a 15 miliardi di metri cubi all’anno di gas (che realisticamente saranno, molto probabilmente, 10). Con un costo stimato di circa 7 miliardi di dollari, il gasdotto dovrebbe collegare le scoperte del Bacino del Levante con l’Italia, passando attraverso Cipro, Creta e il territorio greco.

Il sostegno dell’Unione Europea

Eastmed ha ottenuto il sostegno dell’Unione Europea, che vede nel progetto uno strumento potenziale per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetica, riducendo, di conseguenza, la propria dipendenza dalle forniture di gas russo. In tale ottica, quindi, Bruxelles fornirà un contributo di 100 milioni di euro per lo studio di fattibilità, dopo aver già erogato in passato circa 2 milioni di euro per i cosiddetti “Pre-FEED Studies”.

Una scarsa convenienza economica

L’entusiasmo intorno alla realizzazione di questo gasdotto si scontra però con considerazioni di natura economica. Molti sono, infatti, i dubbi circa la sostenibilità finanziaria del gasdotto. Perché se da un lato è vero che, a causa del declino della produzione domestica, l’Europa dovrà in futuro aumentare la quantità di gas importato, dall’altro lato non è detto che il vecchio continente attingerà ai giacimenti del Mediterraneo. Tutto dipenderà, alla fine, dai costi che dovranno essere sostenuti, soprattutto in assenza di eventuali sussidi ad hoc. E ad oggi, il prezzo del gas così come i costi di trasporto non risultano essere competitivi con i prezzi del mercato europeo.

Ostacoli politici (e di opportunità) alla sua realizzazione

Ma non sono solo le considerazioni economiche a poterne bloccare la realizzazione. Le tensioni geopolitiche presenti nell’area di certo non aiutano. Significativi, in tal senso, i contrasti politici tra Cipro e Grecia, due Paesi direttamente “toccati” dal gasdotto, con la Turchia spettatore (e guastatore) interessato. A ciò si aggiunga, poi, che di fatto l’unica grande scoperta oggi operativa ed in grado di cambiare lo scenario energetico europeo è il giacimento Zohr, al largo delle coste egiziane. Ma Il Cairo non è interessato allo sviluppo del gasdotto, dal momento che punta all’esportazione del gas attraverso i suoi terminali di liquefazione di Idku e Damietta, peraltro oggi fermi per mancanza di gas.

Gli effetti sull’approvvigionamento energetico

Ma serve davvero il gas trasportato dal gasdotto Eastmed? Una domanda alla quale non è possibile sottrarsi e che, forse, potrebbe mettere definitivamente la parola fine sul progetto. A livello europeo, la quantità di gas trasportata da Eastmed non sarebbe in grado di cambiare gli scenari energetici del vecchio continente. Sui 360 miliardi di metri cubi importati dall’Europa nel 2017, si capisce bene che 15 miliardi di metri cubi sono davvero un’inezia. Diverso, anche se poi di fatto non troppo, il discorso relativo all’Italia (che importa annualmente oltre 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno), dove in effetti si aprirebbero potenzialmente interessanti scenari di diversificazione degli approvvigionamenti, soprattutto se accompagnati dalla realizzazione del gasdotto TAP. Anche qui, però si pone il problema della competitività del costo del gas rispetto a quello dei fornitori tradizionali. Senza dimenticare che il progetto prevede, come terminale del gasdotto, la città di Otranto in Puglia, una regione già scossa dalla costruzione del TAP.