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Il Climate Law e il Patto climatico dell’Unione europea

Il desiderio di diventare la prima potenza al mondo climaticamente neutrale dell’Unione Europea sta alla base del Green Deal europeo presentato in data 11 dicembre 2019 dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. Si tratta di un ambizioso programma che prevede il raggiungimento di tre obiettivi entro il 2050: azzeramento delle emissioni nette di gas ad effetto serra; dissociazione della crescita economica dalle risorse naturali; impegno a non trascurare nessun territorio e nessun cittadino.  

Il Climate Law e il Patto climatico dell’Unione europea - Geopolitica.info

In data 4 marzo 2020, in contemporanea alla visita a Bruxelles della giovane attivista ambientale Greta Thunberg che ha partecipato ai lavori della Commissione europea, quest’ultima ha avanzato la proposta di concretizzare e racchiudere tali impegni politici in un pacchetto di provvedimenti legislativi: il Diritto Climatico europeo. Allo stesso tempo ha dato inizio alla consultazione pubblica per il futuro “Patto Climatico Europeo”. 

Diritto climatico europeo 

La Presidente von der Leyen ha affermato: “Il diritto climatico è la traduzione in termini legali del nostro impegno politico e ci immette irreversibilmente sulla strada verso un futuro più sostenibile. È il cuore del nostro Green Deal europeo. […] garantirà una transizione giusta e graduale”. 
Con il diritto climatico europeo, la Commissione propone che l’obiettivo di emissioni zero di gas ad effetto serra diventi legalmente vincolante e che questo venga fatto entro il 2050. Oltre a questo target, gli altri elementi principali sono la complementarietà con le politiche già esistenti e la visione a lungo termine.   
La legislazione in questione include misure che monitorino con cadenza quinquennale i progressi e l’adeguamento delle azioni basandosi su sistemi già esistenti quali i piani energetici e climatici nazionali degli Stati membri e i report dell’Agenzia europea per l’ambiente. La Commissione europea avrà il potere, inoltre, di indirizzare raccomandazioni agli Stati membri meno diligenti e questi saranno obbligati a tenerne conto – perché si sa: non tutti gli Stati hanno la stessa sensibilità in materia ambientale ed è un arduo compito tentare di armonizzare la politica a livello europeo.  
Il diritto climatico seguirà un percorso verso il 2050 che prevede valutazioni in itinere con possibili modifiche, se necessarie, alle politiche preesistenti e seguirà una traiettoria a lungo raggio per il periodo 2030-2050 per quanto riguarda le emissioni di gas ad effetto serra.  
Come affermato dalla Presidente della Commissione, per raggiungere questa ambiziosa meta, bisognerà modificare i nostri stili di vita a partire, ad esempio, dalla produzione e dal consumo di energia. Infatti la decarbonizzazione dell’economia europea stimolerà un incremento significativo di investimenti. Ad oggi il 2% circa del PIL europeo è investito nel sistema energetico e l’impegno al raggiungimento delle emissioni pari a zero porterà questa percentuale al 2,8%, il che significherebbe un incremento degli investimenti pari a 175-290 miliardi di euro all’anno.   

Revisioni e strumenti finanziari 

Per raggiungere l’ambizioso obiettivo per il 2030, la Commissione ha proposto diverse revisioni entro il 2021 di normative quali la Direttiva riguardante il sistema di scambio di quote di emissioni (ETS); il Regolamento relativo alle riduzioni annuali delle emissioni di gas serra a carico degli Stati membri nel periodo 2021-2030 come contributo all’azione per il clima per onorare gli impegni assunti a norma dell’accordo di Parigi; il regolamento sull’uso del terreno, cambiamento dell’uso del terreno e della foresta; la direttiva sull’efficienza energetica; la direttiva sull’energia rinnovabile e le performance dei veicoli in ambito di emissioni di CO₂.  
Allo stesso tempo la Commissione ha cominciato a lavorare alla pubblicazione delle valutazioni sull’impatto sul futuro Carbon Border Adjustement Mechanism e alla revisione della Direttiva sulla tassazione dell’energia, due degli strumenti che ricadono sotto il Green Deal europeo.  

La Commissione supporterà queste politiche con gli appropriati fondi e strumenti finanziari quali il Piano di investimenti per il Green Deal europeo lanciato a inizio del 2020 e che sbloccherà 1 trilione di euro per investimenti sostenibili nella prossima decina di anni per finanziare la transizione climatica.  Altro esempio è la Renewed Sustainable Finance Strategy che dirotterà i flussi privati di capitale verso investimenti green. Infine, il Meccanismo per una Transizione Giusta sarà accompagnato dal Fondo per la Giusta Transizione proposto a inizio 2020. Questo supporterà le regioni e i settori più colpiti assicurandogli una transizione giusta anche dal punto di vista sociale. 

Patto Climatico Europeo 

Le consultazioni pubbliche per il Patto Climatico Europeo sono state aperte per dar modo a cittadini e stakeholders di far sentire la propria voce e partecipare alla sua costruzione. Il Patto verrà lanciato prima della prossima CoP26 che si terrà a novembre 2020 a Glasgow. Tale strumento prenderà esempio da sforzi già portati avanti dalla società civile e svilupperà un approccio strutturato e pro-attivo.  
Il Patto ha l’obiettivo di informare, ispirare e aumentare la cooperazione tra i cittadini e le organizzazioni – siano esse nazionali, regionali, locali, per la ricerca e l’innovazione o formative. Tale strumento si basa su iniziative ed attività già esistenti e da queste stimolerà la nascita di altre dando così la possibilità a diversi attori su diversi livelli di imparare e collaborare tra di loro. Inoltre incoraggerà la società ad impegnarsi attivamente in attività legate alla lotta al cambiamento climatico ed a favore dell’ambiente  

Alla domanda “perché abbiamo bisogno del Green Deal europeo”, la Presidente della Commissione ha riposto spiegando che c’è bisogno di fare di più. Non basta raggiungere il 60% di riduzione delle emissioni di gas effetto serra: il pianeta ed i cittadini chiedono più azione. È necessario raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Inoltre, il non agire ci rende competitivamente svantaggiati con i nostri paesi vicini in diversi campi.  

L’Europa e i molti bivi

In queste ore, in ogni angolo d’Europa, si sta discutendo sul futuro politico, e non solo, del nostro continente. Davanti all’emergenza del Covid-19, che ha già causato migliaia di morti in quasi tutti i Paesi, si continua con ragione a sostenere che l’Europa debba trovare il coraggio di fare scelte mai fatte nei decenni precedenti.  

L’Europa e i molti bivi - Geopolitica.info

Da una parte i Paesi del sud Europa, ad oggi i più colpiti dall’emergenza sanitaria, chiedono misure concessive economiche e politiche mai neppure lontanamente pensate prima, mentre dalla parte opposta i Paesi del Nord mostrano perplessità dinnanzi all’adozione di misure creditizie straordinarie che potrebbero in futuro minare la stabilità comunitaria. 

Al centro del dibattito odierno c’è l’annosa questione degli Eurobond, oggi comunemente chiamati Coronabond. Ma cosa sono questi Coronabond di cui tanto si parla? E a cosa possono servire? 

Nella storia più recente della politica economica, ogni singolo Paese in crisi che necessitava di liquidità per finanziare i propri investimenti, è quasi sempre ricorso all’utilizzo di soldi in prestito ai per poi restituirli successivamente, tramite l’emissione di titoli maggiorati da un interesse. Oggi, a causa della crisi economica e sociale dovuta alla pandemia del Coronavirus, l’Europa non può far altro che ricorrere alla medesima strada e cioè ad un poderoso indebitamento che permetterà la sopravvivenza del continente intero. 

Il ragionamento da fare non è però così semplicistico e non si può ridurre sostenendo che l’Europa sia dinnanzi ad un unico bivio. La verità, ben più complessa, ci deve portare invece a pensare che debba esserci un bivio per i Paesi del sud Europa ed un altro bivio per quelli del Nord. Vediamo il perché.  
 
Da sempre promotori del rigore economico e finanziario, i Paesi nordeuropei godono da tempo di una buona crescita industriale che, se sommata ad un welfare sociale molto elevato, ha garantito a tutti i cittadini un alto livello di vita. Sono solidi dal punto di vista finanziario e non sono particolarmente interessati all’idea di creare uno strumento unitario di debito (Coronabond) che potrebbe poi ricadere su di loro in caso di difficoltà dei Paesi più deboli. Il ragionamento, di per se comprensibile, non considera però che i Paesi affacciati sul Mediterraneo sono quelli che negli ultimi anni si sono sobbarcati molteplici problemi, tra cui quello migratorio. Che fare dunque per Berlino, Amsterdam o Helsinki? Si è Europei solo quando l’attuazione del mercato unico rafforza la propria economia o anche quando, ad esempio, si deve intervenire per modificare gli accordi di Dublino in merito alla redistribuzione dei migranti? 

 
Anche gli Stati del sud Europa, Italia in primis, dovranno però fare delle scelte impegnative per i prossimi anni. Da tempo infatti si dibatte sulla necessità di ristrutturare il proprio debito, di migliorare la propria competitività e di fare scelte politiche coraggiose e lungimiranti. Invece, Paesi come il nostro caratterizzati da deboli Governi, adottano continui cambi di strategia e, talvolta, preferiscono affidarsi alle lusinghe di Stati orientali convinti, non si sa come, di poter trarre vantaggio da buoni rapporti con Pechino piuttosto che con Berlino o Bruxelles. Che fare quindi? Trovare il coraggio di fare riforme che aiutino l’economia reale a crescere o lasciarsi allettare dall’idea che il debito possa essere la panacea di tutti i mali?  

L’unica certezza è che siamo prossimi ad un punto di non ritorno. Così come è appurato che l’unica salvezza in questa fase siano i miliardi che Bruxelles ci può concedere; l’idea che i problemi si possano risolvere con gli aiuti di altri Paesi è improponibile, oltre che estremamente rischiosa. Non c’è altro da fare quindi che affrontare i problemi e scegliere quali strade prendere dinanzi ai molteplici bivi che abbiamo davanti, con la viva speranza che la scelta sia quella giusta. 

Giangiacomo Calovini,
Coordinatore Italia ed Europa Geopolitica.info e funzionario parlamentare


La geopolitica nel 2020

Vent’anni fa, esattamente alla vigilia del nuovo millennio, il mondo era profondamente diverso. Il prodotto interno lordo cinese era poco più di un miliardo di euro, pari ad un dodicesimo di quello attuale; gli USA erano l’unica incondizionata potenza mondiale presente con proprie truppe in più di 50 paesi nel mondo; la Russia era una debole realtà nata sulle rovine del collasso socialista e l’Europa marciava trionfalmente verso l’allargamento ad est che tra il 2004 ed il 2007 significò un Unione sempre più forte composta da 25 paesi.

La geopolitica nel 2020 - Geopolitica.info

Presentata due decenni fa, una fotografia del mondo di oggi, anche agli occhi del più abile degli indovini, sarebbe apparsa grottesca. Pochi avrebbero previsto il crollo delle Torri Gemelle o la grande crisi economica occidentale. Nessuno avrebbe pensato a Donald Trump come inquilino della Casa Bianca, alla nascita dei movimenti populisti in tutto il mondo capaci di raccogliere consenso o allo sviluppo economico e militare cinese, oggi in grado di preoccupare le più grandi potenze mondiali.

Il mondo di oggi, e così la Geopolitica, ha raggiunto una tale velocità da far apparire tutto incerto ed impossibile da decifrare; solo cinque anni fa era infatti impensabile poter pensare che Londra avrebbe optato per una definitiva ed irreversibile uscita dalle istituzioni europee mentre oggi diamo già per assodata questa decisione.

L’anno che verrà, il 2020, ci offrirà però alcuni importanti appuntamenti capaci di determinare alcuni futuri scenari in modo determinante. Dovremo innanzitutto tenere gli occhi puntati su Washington per comprendere se alle prossime elezioni presidenziali americane Donald Trump sarà in grado di mantenere la sua permanenza alla Casa Bianca, nonostante un mandato a dir poco rocambolesco. Una sua riconferma indicherebbe innanzitutto che la sua politica dell’”America first” non è solo uno slogan politico ma la sintesi di un programma ancora apprezzato dalla maggioranza degli americani.

In secondo luogo saremo obbligati ad osservare attentamente quanto sta avvenendo nella Cina comunista: se da una parte la forza economica del paese, capace di penetrare in Europa con la via della seta, pare inarrestabile bisognerà valutare se le lecite richieste della popolazione di Hong Kong avranno un effetto domino sull’intero paese con conseguenze ad oggi ed immaginabili.

Sarà poi necessario monitorare da vicino quanto accadrà in Africa poiché questo continente, colpevolmente abbandonato a se stesso dall’Occidente ma altrettanto colpevolmente governato da una classe dirigente spesso incapace e corrotta, sarà determinante per gli equilibri demografici dei prossimi anni. Secondo alcuni dati la sola Nigeria nel 2050 potrebbe avere gli stessi abitanti dell’intera Europa.

Infine sarà proprio il vecchio continente che nel 2020 potrà in qualche modo determinare il prossimo futuro. Chiuso il lungo capitolo Brexit, l’Unione Europea e la sua nuova Commissione saranno chiamate ed obbligate ad offrire concrete e reali soluzioni a chi da molto tempo, con più ragione che torti, chiede un cambio di passo ed un nuovo approccio.

Se così sarà, avremo uno scacchiere comunque incerto e pericoloso, ma avremo il conforto di poter dire la nostra nei prossimi processi globali senza doverli subire passivamente come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni.

Un sistema fiscale per le sfide del XXI secolo

Il XXI secolo ha visto il sorpasso definitivo delle imprese digitali, non solo in termini di market value, a discapito delle grandi holding produttrici di beni e servizi. Colossi come Apple, Microsoft, Amazon e Facebook nel 2018 hanno finanziariamente superato multinazionali del calibro di Exxon, General Electric, Walmart, sorpasso che si è materializzato in meno di 10 anni. Non è solo il semplice e naturale sviluppo della digitalizzazione, tanto è vero che imprese del settore bancario si stanno a loro volta evolvendo e adattando al nuovo digital market diventando appunto più digitali possibile. Ma il rovescio della medaglia è che per ogni metro di mercato acquisito dalla tecnologia, in termini di produzione di valore, il doppio ne perdono le varie amministrazioni fiscali in termini di gettito.

Un sistema fiscale per le sfide del XXI secolo - Geopolitica.info

Lo Stato dovrebbe garantire, in virtù del principio della progressività, un gettito fiscale quanto più equo possibile. Tuttavia, sono innumerevoli i casi come Google, Facebook ed altri colossi digitali che, pur operando ed aventi milioni di utenti in paesi come Italia e Francia, fatturano maggiormente dove gli utenti sono numericamente meno come in Irlanda. Il trasferimento dei propri redditi verso altri Stati nelle operazioni di transfer pricing lascia poco spazio all’immaginazione. Il principio cardine della tassazione alla fonte si riferisce ai redditi in quanto geograficamente originati, pur essendo ancora un principio importante in una comunità internazionale composta da Stato sovrani, non è più all’altezza dei mutamenti del nostro secolo. Questo principio sta creando tensioni e continue dispute non solo interpretative tra gli Stati, come anche nella stessa Unione europea. Fino al paradosso che l’UE, tramite la Commissione europea (DG COMP) si è scagliata contro i suoi stessi Stati membri, Irlanda prima nel caso Google e Olanda poi nel caso FIAT, per violazione delle norme sulla concorrenza nell’utilizzo di alcune politiche fiscali.

Spesso è la geopolitica a modificare le politiche fiscali degli Stati. Esemplare è il caso Brexit, con i suoi riflessi sulle nuove politiche fiscali in particolare dell’Olanda e della stessa UK. Ma il flusso di influenze non è più unidirezionale, basti pensare che il fenomeno BEPS (Domestic tax base erosion and profit shifting) ovvero l’erosione della base imponibile nazionale e lo spostamento dei profitti che ha molto impattato la geopolitica economica, così da influenzare fortemente le relazioni tra Stati. Non di rado gli Stati corrono al riparo impastando politiche fiscali favorevoli per essere appetibili e competitivi per i giganti del web e start-up. Come la geopolitica influenza le politiche sistemi fiscali degli Stati-nazione, è altrettanto percepibile come i sistemi fiscali stessi (obbligati al cambiamento sotto la pressione della digitalizzazione) influenzano la geopolitica.

Le entrate fiscali tributarie rappresentano buona parte degli introiti della maggior parte degli Stati, ed è ovvio quindi la stretta correlazione tra fisco e le proprie scelte economico-industriali. Le ricadute sullo status politico interno ed internazionale, indirettamente dovute per scelte fiscali, stanno imperversando ovunque. La Francia, senza nemmeno un testo ufficiale relativo alle riforme fiscali progettate da Macron, vede la propria capitale messa a ferro e a fuoco dai manifestanti. Il problema centrale ruota attorno la spesa pubblica del settore previdenziale che, in vista della crescente aspettativa di vita e contestuale abbassamento delle nascite, non sembra essere più sostenibile nel tempo. Un tecnico potrebbe eccepire come la questione sia più tecnica che politica, data la robotizzazione dei processi ed esclusioni di alcuni lavoratori dalla linea di produzione nelle fabbriche; che implicitamente produce minori entrate previdenziali. La connessione ed i riflessi geopolitici sono immediati se consideriamo gli apprezzamenti del Movimento 5 stelle ai gilet jaune che hanno creato non poco imbarazzo alla Presidenza della Repubblica italiana, fino ad essere una delle cause del rientro in patria dell’ambasciatore francese a Roma Christian Masset. Anche il Sud America, dal Cile al Venezuela, è da diversi mesi una polveriera a cielo aperto. Le politiche fiscali, non sempre vera causa delle proteste, hanno quanto meno rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ed anche in questi Stati le relazioni sullo scenario internazionale sono mutate. Basti guardare tutte le migrazioni che interessano diversi Stati e le nuove relazioni con gli USA, soprattutto con il Presidente Trump.

Anche per questi motivi, nel mese di novembre, l’OECD ha aperto una consultazione pubblica, dopo i lavori della task force sulla Digital Economy, per raccogliere proposte al fine di applicare un giusto strumento di trattamento fiscale alle imprese digitali che non hanno più bisogno della sede fisica in un certo Stato per operare, solo per citare una delle problematiche più evidenti. Si cerca di evitare appunto che ogni Stato agisca unilateralmente, con effetti negativi sull’economia globale e relazioni internazionali già così fragili. Dunque, è evidente come solo in pochi aspetti della realtà, e la digitalizzazione non è tra questi, il legislatore riesca a stare al passo dell’innovazione. In questo caso però il bottino è molto ambito ed il rischio molto alto. Da una parte un trattamento fiscale privilegiato, verso alcune tipologia di imprese, attrae si capitali ma anche il malcontento e ripercussioni sulle relazioni internazionali. D’altra parte, delle regole fiscali troppo stringenti non saranno applicabili o, se applicate, rischierebbero di allontanare ancora di più gli investitori. Parte della comunità internazionale sta provando a risolvere queste problematiche, intaccando quanto meno possibile la competitività di un sistema fiscale, rispetto ad un altro. Solo la cooperazione e l’armonia di sistema, tra soggetti privati ed istituzionali, sembra poter portare ad una concreta soluzione nel breve termine.

Il rischio che si cerca di evitare è che alcune multinazionali diventando sempre più grandi, fino ad avere per esempio più liquidità di uno Stato come nel caso Apple, possano con le loro politiche aziendali influenzare le politiche fiscali degli Stati. Di riflesso quindi influenzare anche le posizioni degli Stati nello scacchiere mondiale.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

La nuova Commissione europea

Non è stato un percorso facile, ma dopo il rinvio di un mese la nuova Commissione europea ha ricevuto la fiducia dell’Europarlamento: 461 voti favore, 157 contro e 89 astenuti. Un ottimo risultato, di gran lunga superiore rispetto a quello ottenuto a luglio dalla stessa presidente Ursula Von der Leyen, e più ampio di quello ricevuto all’epoca dalla Commissione di Jean-Claude Junker. Tuttavia, non bisogna farsi troppe illusioni: al di là dei buoni propositi l’attività della nuova Commissione sarà molto difficile.

La nuova Commissione europea - Geopolitica.info

Il voto finale del Parlamento europeo per la conferma della Commissione Von der Leyen è stato posticipato di un mese dopo che il processo di scrutinio dei commissari in pectore è risultato più complicato del previsto. Durante quello che potremmo definire un Vietnam parlamentare all’europea sono stati respinti i candidati di Ungheria e Romania, e per la prima volta anche quello della Francia.

Per l’Italia è significativa la nomina di Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari economici e monetari, nomina a cui si è aggiunta quella di David Sassoli alla presidenza dell’Europarlamento e di Irene Tinagli alla presidenza della Commissione parlamentare per gli affari economici e monetari (tutti esponenti del PD). Appena si è saputo della nomina di Gentiloni, gli osservatori più smaliziati hanno iniziato a chiedersi come sarebbe stato visto da tedeschi e olandesi un politico italiano incaricato di occuparsi della supervisione dei budget dell’Eurozona. Non è un pregiudizio riservato esclusivamente all’Italia, nel 2014 i falchi del rigore di bilancio guardarono con lo stesso sospetto anche il francese Pierre Moscovici, nonostante rappresentasse l’altra metà del Reno (i.e. asse franco-tedesco).

Durante l’audizione di scrutinio Gentiloni ha usato argomenti molto simili a quelli usati all’epoca dal socialista francese, sottolineando che «non sarà il commissario di un solo Paese» (quindi non un ambasciatore dell’Italia) e la volontà di applicare «con piena flessibilità il patto di stabilità», cercando di fare in modo che sia consentito un uso adeguato dello spazio di bilancio per far fronte al rischio di rallentamento delle economie della zona euro. Nonostante i mugugni di rito, la sua nomina è stata accolta positivamente e senza intoppi. Dopo aver visto l’italiano Mario Draghi cambiare la politica monetaria della BCE, forse i Paesi nordici dovranno accettare di vedere un italiano cambiare le regole del Patto di stabilità e crescita.

È altrettanto vero però che il nuovo commissario all’economia sarà sottoposto al controllo del lettone Valdis Dombrovskis, uno dei tre vicepresidenti esecutivi con ruoli potenziati. Il timore di alcuni è che le competenze di Gentiloni vengano svuotate affidando a un supervisore il compito di vigilare sul suo operato, ma è un timore esagerato. A Gentiloni è stato esplicitamente assegnato il compito di far rispettare il Patto di stabilità e crescita, e di concedere le possibili eccezioni. Il fatto che sarà lui a occuparsene però non significa che avrà il potere di decidere chi “salvare” e chi “condannare” in maniera arbitraria: anche l’ex Presidente del Consiglio italiano  dovrà agire – come tutti gli altri commissari – nell’ambito delle regole comunitarie e rispondere al resto della Commissione. La posizione sui conti pubblici italiani sarà assunta collegialmente dall’intera squadra di Von der Leyen.

Inoltre, non va dimenticato che eventuali cambiamenti nell’applicazione dei vincoli di bilancio arriveranno nei prossimi anni, le leggi di bilancio del 2020 saranno esaminate secondo le regole attuali. Per adesso tutto lascia intendere che vedremo replicarsi il solito schema: i paesi con i conti in ordine che dovrebbero investire di più non lo faranno, mentre i paesi con bilanci pubblici da risanare – come Francia e Italia – chiederanno spazi di flessibilità rimandando il rispetto di alcuni impegni a tempi più propizi. Almeno per quest’anno è sicuro che continueremo a vedere il solito gioco europeo del “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, utile a mantenere invariato l’attuale stato delle cose.

Le prospettive della nuova Commissione

La nuova Commissione ha un assetto più gerarchico della precedente. Ci sono tre vice-presidenti esecutivi con incarichi rafforzati, dotati di una direzione generale e risorse per le proprie iniziative. Oltre al già citato lettone Valdis Dombrovskis, ci sono gli ex concorrenti alla presidenza: il tedesco Frans Timmermans e la danese Margrethe Vestager. Ognuno di loro rappresenta un partito della maggioranza: Dombrovskis i popolari, Timmermans i socialisti e Vestager i liberali. Ad accomunarli però c’è l’appartenenza al gruppo della Nuova Lega Anseatica, la coalizione informale tra Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda e i tre Paesi baltici che punta al rispetto delle regole sul bilancio ed è contraria a ogni proposta di riforme solidali dell’Eurozona.

La loro presenza fa da bilanciamento all’influenza di Macron. Il presidente francese è stato molto abile a influenzare le nomine europee e a mettere i suoi favoriti nei ruoli chiave, la sua influenza arriverà nel profondo della Commissione Von der Leyen. Macron adesso ha persone allineate alla sua visione di Europa nei ruoli più importanti: Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo, oltre appunto al commissario francese (Thierry Breton, mercato interno e concorrenza) e a Paolo Gentiloni all’economia, senza dimenticare ovviamente Christine Lagarde alla BCE. Oltre ai transalpini anche Michel, Von der Leyen e Gentiloni sono fluenti in francese, un dettaglio non secondario.

La mappa della nuova Commissione, quindi, rappresenta bene i rapporti di forza: presidenza tedesca affiancata da tre vicepresidenti speciali anseatici, vicepresidenti semplici di paesi poco potenti, e poi tutto il resto in un delicato equilibrio di nomine e interessi particolari

Von der Leyen ha dovuto trovare un difficile equilibrio tra popolari, socialisti e liberali. Inoltre, per raggiungere un compromesso ha dovuto aprire anche agli euroscettici orientali. La nuova Commissione avrà bisogno degli europarlamentari polacchi, ungheresi e romeni (anch’essi sotto esame per il conflitto tra politica e giustizia). La Polonia ha ottenuto l’Agricoltura e la Romania i Trasporti (portafogli rivelanti nella politica interna di Varsavia e Bucarest, e sul dossier delle grandi infrastrutture). L’Ungheria ha invece ricevuto il commissario all’Allargamento e vicinato, assegnazione controversa visto che il paese di Viktor Orbán non è esattamente un riferimento quando si parla di allargamenti e rapporti di buon vicinato. Questa apertura necessaria non sarò semplice da gestire.

Nei prossimi cinque anni i membri della Commissione dovranno occuparsi di molti dossier di priorità assoluta: l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati, la riforma dell’Eurozona, la Brexit (o il negoziato), la competizione fiscale intra-UE, la tassazione dei giganti del web, le normative sulla concorrenza, la discussione del bilancio pluriennale 2021–2017, la guerra commerciale, le relazioni con gli Stati Uniti (con elezioni e forse un Impeachment di mezzo), l’organizzazione di una difesa comune, l’applicazione delle politiche ambientali, la transizione tecnologica ed energetica e molto altro ancora.

Rispetto a Jean-Claude Juncker, la visione di Von der Leyen dovrà porre più enfasi sulla geopolitica, cioè su una UE più assertiva sia nei confronti dell’alleato statunitense che della Russia e della Cina, e di tutto l’estero vicino. Cosa più facile a dirsi che a farsi vista la carenza comunitaria di strumenti per affermare la propria strategia. Allo stato attuale l’Unione Europea non riesce ad affrontare nemmeno la questione catalana ed è costretta a subire l’assertività della Turchia nel nord-est della Siria e nelle zone di sfruttamento off-shore di Cipro.

Nel discorso d’insediamento Von der Leyen ha promesso il raggiungimento di obiettivi ambiziosi come il Green Deal europeo (emissioni zero entro il 2050), l’affermazione di un ruolo geopolitico dell’UE e l’istituzione di una Difesa comune. L’osservazione della realtà però mostra uno scenario meno suggestivo. Una Commissione così diversificata rispecchia adeguatamente la complessa realtà dell’Unione, ma inevitabilmente significa anche che ci saranno molte conflittualità tra Commissione, Parlamento europeo e Stati membri – a loro volta alle prese con la conflittualità di parlamenti sempre più frammentati. Inoltre, l’attore principale di qualsiasi stagione di riforme comunitarie resta comunque il Consiglio europeo, in cui vige la regola dell’unanimità.

Non bisogna quindi farsi trascinare da suggestioni ideali, l’Unione Europea continuerà a essere una sofisticata organizzazione intergovernativa che ogni Stato membro guarda come veicolo del proprio interesse nazionale. Un atteggiamento forse cinico, ma sicuramente pragmatico che dovrebbe caratterizzare anche l’operato dei governi italiani, spesso inclini ad abbandonarsi a un europeismo eccessivamente romantico che trova pochi riscontri nella dura realtà delle relazioni internazionali tra paesi europei, o a un euroscetticismo scompostamente bellicoso, che all’atto pratico non riesce a far valere in sede comunitaria il potere negoziale che l’Italia è in grado di esercitare.

 

 

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Le nuove proteste di piazza ed il silenzio europeo

Secondo l’organizzazione internazionale Amnesty International, i morti nelle proteste degli ultimi giorni in Iran potrebbero essere più di 100. Un dato approssimativo che si basa su una serie di video e di testimonianze raccolte da attivisti sul posto. Ma c’è di più: il governo di Teheran, per evitare la diffusione delle notizie in merito alle proteste popolari, è riuscito nell’operazione, per nulla facile, di eliminare internet dal territorio nazionale. In un paese di 80 milioni di abitanti togliere la connessione ad ogni singolo soggetto non è di certo cosa da poco ma pare che ad oggi il 95% degli iraniani sia isolato dal resto del mondo, con la conseguenza che quello che sta avvenendo in buona parte del Paese sia un tabù per quasi tutti.

Le nuove proteste di piazza ed il silenzio europeo - Geopolitica.info

Le proteste sono scoppiate nei giorni scorsi a causa di un improvviso aumento del costo della benzina: dalla scorsa settimana infatti, ciascun iraniano può comprare fino a 60 litri di benzina al mese per circa 40 centesimi di euro al litro, mentre ogni litro in più costa 80 centesimi. Prima dei disordini invece i primi 250 litri acquistati in un mese costavano circa 0,25 euro l’uno, il che sta a significare un aumento del 60%. A qualche giorno di distanza la situazione pare non migliorare e le autorità, non particolarmente tenere da quelle parti, hanno promesso l’impiccagione per coloro che fomenteranno le proteste sul territorio.

Ieri il Presidente Rohani ha dichiarato che il paese supererà con facilità anche questa prova, puntando il dito contro l’Occidente ed in particolare contro gli USA, colpevoli di applicare delle sanzioni economiche incapaci, a suo dire, di far crescere il proprio paese.

A qualche migliaio di chilometri nella megalopoli di Hong Kong continuano le proteste studentesche. Dopo 5 mesi di disordini la situazione non pare essere mutata e il leader supremo, Xi Jinping, ha dichiarato con tono perentorio che “Chiunque tenti di dividere la Cina in qualsiasi sua parte sarà ridotto in polvere e finirà con le ossa spezzate”. Parole di estrema durezza che sottolineano come per Pechino la situazione sia una potenziale bomba ad orologeria: la Cina infatti, con il suo 1,4 miliardi di persone, non può permettersi alcuna forma di protesta interna poiché un effetto a catena destabilizzerebbe concretamente e forse irrimediabilmente il rigido sistema politico che ha permesso negli ultimi anni una crescita economica mai vista prima.

Per il governo cinese non sarà facile superare lo scoglio elettorale del prossimo 24 novembre: ad Hong Kong infatti si voterà per il rinnovo dei 452 membri del consiglio distrettuale ed il diffuso sentimento anti cinese che serpeggia nelle strade, qualora dovesse essere “autenticato” dalle urne, potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. Ecco perché, con la prevedibile scusa delle proteste di piazza, il governo centrale sta valutando l’ipotesi di un rinvio elettorale.

Cosa accumuna queste due forme di protesta? Non molto per la verità: in Iran si manifesta per motivi sociali ed economici a causa di una situazione sociale assai difficile mentre ad Hong Kong si scende in strada per poter mantenere quei diritti che la storia britannica ha sempre garantito agli ex sudditi di sua maestà. Ciò che però unisce le due proteste è la totale indifferenza del mondo occidentale, specie dell’Europa.

L’Iran, su cui Germania e Francia molto avevano scommesso, è un terreno minato e pare che la sorte di chi verrà impiccato per protesta non sia di primaria importanza mentre la paura di ripercussioni economiche abbia invece convinto ogni governo del vecchio continente a non dire alcunché su quanto sta avvenendo nel paese asiatico. Va detto invece che il tanto odiato Trump è stato l’unico a prendere una posizione netta in entrambi i casi: certo è immaginabile che l’inquilino della Casa Bianca lo faccia più per interesse geopolitico americano che per una sua sensibilità sociale, ma ciò non toglie che l’Europa latita ancora. Come sempre, da troppo tempo.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”

 

 

La riluttanza tedesca per le spese militari

L’amministrazione Trump intende chiedere a ogni paese che ospita truppe statunitensi di pagare i costi relativi alla protezione offerta. Nel conto è previsto anche un +50% a titolo di compenso per i costi del passato. Gli Stati Uniti hanno personale militare in più di 100 paesi: ci sono circa 56.000 soldati in Giappone, 35.000 in Germania, 28.500 in Corea del Sud, 12.000 in Italia, 9.000 nel Regno Unito e molti altri ancora.

La riluttanza tedesca per le spese militari - Geopolitica.info

La richiesta di far pagare una specie di “abbonamento alla difesa imperiale” è una provocazione talmente assurda da non risultare credibile. L’idea è circolata in occasione del recente vertice bilaterale con la Corea del Sud ed è chiaramente una provocazione negoziale fine a sé stessa, ma è indice della volontà americana di richiamare all’ordine gli alleati asiatici ed europei, ultimamente sempre più inclini a disallinearsi dalla politica estera e dalla visione del mondo degli Stati Uniti. Dopo la firma del MOU con la Cina c’è da aspettarsi che un simile espediente venga impiegato anche con l’Italia. Intanto, un messaggio è stato recapitato al membro della NATO più riluttante: la Germania.

Dopo l’ennesima diatriba interna al governo Merkel sul delicato tema dell’aumento del budget per la difesa, Richard Grenell, ambasciatore degli Stati Uniti e uomo di Donald Trump a Berlino, ha provocato apertamente il governo tedesco dicendo che ridurre “i già inadempienti” impegni di operatività militare “è un segnale preoccupante che la Germania manda ai suoi 28 alleati della NATO”.

Le reazioni politiche sono state di fuoco, un’indignazione trasversale che ha visto politici socialdemocratici della SPD e liberali della FDP uniti nel chiedere al governo di firmare un foglio di via per l’ambasciatore Grenell. Il problema è che sembra non esserci niente a questo mondo in grado di convincere il governo tedesco a fare massicci investimenti nella Difesa. Per Berlino tutti i problemi che riguardano la Germania possono essere risolti con mezzi non militari, la Bundeswehr non viene considerata neanche come un valido deterrente. La cosa che rende sempre più nervosi gli americani però è la leggerezza con cui la leadership tedesca tratta l’argomento, arrivando a dire pubblicamente delle vere e proprie bugie.

Angela Merkel e la sua erede politica Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK) in più di un’occasione hanno parlato della necessità di formare esercito europeo e progetti comuni per l’industria della difesa. AKK è addirittura arrivata a proporre la costruzione di una portaerei europea, una proposta quasi insultante visto che proviene da un paese che non è in grado di far prendere il mare a tutti i suoi sottomarini e il volo a tutti i suoi caccia da combattimento. Il Ministro per la Difesa Ursula von der Leyen chiede da tempo di aumentare il budget, ma il Ministro delle Finanze Olaf Scholz si oppone. Secondo lo Spiegel è la stessa Merkel a lavorare dietro le quinte per scongiurare gli aumenti della spesa militare, nonostante le dichiarazioni di facciata in favore di Von der Leyen e le promesse fatte a Trump.

Inoltre, adesso la Germania sta anche andando incontro a un rallentamento dell’economia: il crollo degli introiti fiscali e la crisi in arrivo rendono impossibile aumentare la spesa senza violare la dottrina economica del pareggio di bilancio – il famigerato “zero nero” (schwarze null). È questo il problema principale di uno Stato che mette il consolidamento fiscale prima di ogni altra cosa, si finisce con il sopprimere gli investimenti. Von der Leyen vorrebbe innalzare le spese militari dall’1,35% del Pil al 1,5% entro il 2023, consentendo a Berlino di convergere verso il target NATO del 2%. Secondo il budget attuale però, il rapporto sta convergendo verso un debole 1,2% che Washington non apprezzerà.

Tutti i principali attori dello scenario internazionale hanno una volontà di potenza militare che trae origine nella storia e nella cultura politica, ma non in Germania. Il passato pesa come un macigno nella mistica nazionale tedesca, un disinteresse nei confronti della Bundeswehr che i vicini e gli alleati hanno sempre guardato positivamente: ben venga una Germania ricca e pacifica senza velleità di potenza militare. Per l’opinione pubblica italiana può risultare difficile capire l’atteggiamento tedesco. In Italia le Forze Armate non vengono associate al passato fascista e quegli uomini e donne in divisa sono visti come “i nostri ragazzi” che vanno in giro per il mondo a fare missioni dall’alto valore etico.

C’è sempre un occhio positivo per questi uomini e donne dediti al sacrificio di una vita in uniforme. In Germania invece la carriera militare non viene considerata attraente ed eroica come da noi, le forze armate faticano a reclutare abbastanza soldati e l’opinione pubblica non vede i militari come un’espressione dell’orgoglio nazionale. Non a caso, molte reclute oggi provengono da famiglie di immigrati, nuovi tedeschi che evidentemente guardano alla Bundeswehr come espressione della nuova Germania di cui desiderano far parte.

Questa bella storia di redenzione collettiva tedesca (vera o presunta che sia) sta diventando un problema per gli alleati. La repubblica federale è l’economia più grande d’Europa e l’UE non può risolvere le sue disfunzionalità senza una postura più assertiva e responsabile del paese più importante del blocco. Berlino deve farsi carico del suo ruolo di leadership in campo economico e geopolitico, e proteggere attivamente lo status quo di cui è uno dei principali attori e beneficiari.

La ferma volontà di non aumentare le spese per la Difesa fa il palio con la ferma volontà di non alleggerire la dottrina economica del rigore di bilancio e con il dogma assoluto di non accettare mai l’unione di trasferimenti nell’eurozona. Con la riunificazione ci si poteva aspettare una presa di coscienza maggiore, invece l’unica assertività cara a Berlino sembra essere quella di dire “no” a ogni modifica sostanziale dello status quo e a ogni richiesta di “fare di più” che viene dagli alleati, per lo più disposti a riconoscergli il ruolo di egemone continentale.  Dal dopoguerra a oggi c’è consenso sull’idea che una Germania immobile è meglio di una Germania potente, ma l’era in cui la Germania poteva godere della sua condizione restando immobile è finita. Oggi quell’inattività è dannosa per tutti.

Un esempio evidente delle conseguenze lo stiamo vedendo in queste settimane con le manovre cinesi per aumentare la presenza in Europa. Pechino ha potuto inserirsi tra le spaccature interne dell’UE e insediarsi con forza nei paesi messi in ginocchio dalla crisi dell’eurozona, e adesso è l’intera unione a trovarsi impreparata, incapace di reagire. Una Germania che si fosse fatta carico di risolvere la crisi dell’eurozona non avrebbe dato ai cinesi la possibilità di inserirsi nei paesi indeboliti come la Grecia, ancora alle prese con il suo programma di salvataggio.

La Germania si trova in prima linea nella competizione tra le grandi potenze, fulcro centrale dell’Europa al centro delle mire egemoniche di Stati Uniti, Cina e Russia. Se Berlino non prende posizioni nette sulle principali posizione globali iniziando ad agire di conseguenza – facendosi carico anche dei bisogni degli alleati europei – non sarà mai presa sul serio al di fuori della dimensione commerciale, e con essa anche il resto dell’Unione Europea.