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Who Is Who: Cecilia Malmström

Nome: Cecilia Malmström
Nazionalità: Svezia
Data di nascita: 15 maggio 1968
Ruolo: Commissario europeo per il commercio

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Cecilia Malmström è una diplomatica e politica svedese. Dal 1° novembre 2014 ricopre l’incarico di commissario europeo per il commercio nella commissione Juncker. Negli ultimi mesi la sua figura è balzata agli onori delle cronache per il suo significativo contributo alla realizzazione dell’accordo EPA (Economic Partnership Agreement), patto di libero commercio stipulato tra Giappone ed UE che punta a incentivare la liberalizzazione dell’economia mondiale, una via che il commissario per il commercio persegue da anni con impegno e costanza.

Nata a Stoccolma il 15/05/1968 ha studiato alla ‘University of Gothenburg’ nei primi anni Novanta, divenendo assistente ricercatrice nel 1994. Ha poi ottenuto un dottorato in scienze politiche e ha insegnato in materie attinenti alla politica europea, al regionalismo, all’immigrazione e al terrorismo internazionale.

Sin dalla fine degli anni Ottanta, la Malmström è stata membro del Partito Popolare Liberale di Svezia (oggi ‘I Liberali’). Nel 2007 è stata nominata vicesegretaria del partito.

Nel 1999 la Malmström è stata eletta al Parlamento europeo e ha mantenuto la sua posizione fino al 2006. In questo periodo la Malmström ha fatto parte della Commissione affari esteri, della Commissione affari costituzionali, della Commissione mercato interno e tutela dei consumatori, della sottocommissione sui diritti umani e della sottocommissione sulla sicurezza e la difesa.

Nel 2006, in seguito alla vittoria della coalizione di centro-destra alle elezioni politiche svedesi, la Malmström è stata nominata Ministra per gli Affari europei nel governo di Fredrik Reinfeldt, ruolo che ha ricoperto sino al 2010. Nel corso del suo mandato, la Malmstrom si è dichiarata a favore dell’ingresso della Svezia nell’Eurozona. Nel referendum del 2003 gli svedesi avevano votato contro l’adozione dell’euro, ma nel 2007 la ministra per gli affari europei ha dichiarato che:” Non posso fare altro che rispettare la volontà popolare, ma molte cose sono cambiate rispetto al passato; l’evoluzione delle dinamiche europee è costante. Nei prossimi anni molti paesi si aggregheranno alla zona euro, e per la Svezia i costi dell’esclusione diverranno sempre più alti. In questi anni abbiamo già perso 100 milioni di corone nell’export così come nelle importazioni. Il nostro commercio con l’Eurozona avrebbe avuto un incremento di circa il 15% se avessimo adottato la moneta unica”.

L’europeismo della Malmström l’ha condotta nuovamente negli uffici dell’UE nel 2010, anno in cui è stata nominata Commissario europeo per gli affari interni. Quattro anni più tardi è arrivata la nomina al commercio. Tra le iniziative più importanti condotte dalla Malmström in questo ruolo annoveriamo il tentativo di rivitalizzare le negoziazioni per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), accordo commerciale di libero scambio tra l’UE e gli USA.

In seguito, la Malmström ha proposto l’allargamento dell’unione doganale UE-Turchia e ha finalizzato nel 2015 le negoziazioni per un accordo commerciale col Vietnam, che ha condotto alla rimozione del 99% delle barriere tariffarie tra l’UE e il paese asiatico.

Il contributo più significativo del commissario al commercio è avvenuto nel 2017 con la finalizzazione degli accordi EPA tra l’UE e il Giappone. Bruxelles lo ha definito come il più grande accordo commerciale della storia. Grazie alla conclusione di questo accordo, la rivista ‘politico.eu’ ha definito la Malmström come uno dei personaggi decisivi della politica europea nel 2017, sottolineando come le sue strategie rappresentino il simbolo di un liberismo di stampo comunitario che si contrappone sulla scena internazionale al protezionismo degli USA.

 

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare - Geopolitica.info

In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

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Geopolitica dell’energia: una prospettiva italiana

Il problema della sicurezza nazionale dell’Italia appare legato a doppio filo a quello della sicurezza energetica. Tra i membri UE, il nostro Paese è l’ottavo – dopo Cipro, Malta, Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Lituania e Portogallo – per tasso di dipendenza energetica dall’esterno e il primo tra i “grandi” Stati europei (Fonte: Eurostat, marzo 2017). Questa “fragilità” è parzialmente compensata dalla centralità della penisola italiana nel bacino del Mediterraneo, che la proietta nel ruolo di ponte tra il Medio Oriente Nord Africa (MENA), una parte dell’ex Spazio sovietico e i territori dell’Unione Europea. Alcune importanti infrastrutture energetiche già collegano l’Africa settentrionale direttamente alle nostre coste, ma l’Italia grazie alle sue potenzialità “geopolitiche” potrebbe ambire a diventare un vero e proprio hub energetico continentale.

Geopolitica dell’energia: una prospettiva italiana - Geopolitica.info

Come è noto, il mercato del gas è molto più rigido di quello del petrolio, a causa del numero ridotto di rigassificatori (in Italia quelli di Panigaglia, Livorno e Porto Viro, mentre nei Paesi UE sono in tutto 18) e dell’interdipendenza determinata dalle pipeline. La costruzione dei gasdotti, infatti, diventa l’oggetto di accordi politici tra Stati, poi implementati dai rispettivi campioni nazionali, che compiono una vera e propria scommessa sui rispettivi destini così come su quella degli attuali tavoli di discussione attivi sul piano della realizzazione normati dalle linee dell’Unione Europea in materia di accordi sul transito del gasdotto. Va da sé, infatti, che dopo la sigla degli accordi i Paesi coinvolti diventano mutuamente interessati alla reciproca stabilità politica, la quale diventa un “bene pubblico” ugualmente interessante per tutti e un incentivo alla cooperazione. La destabilizzazione di uno Stato o di intere aree comporta, invece, oltre ai danni economici, anche un contestuale aumento dell’esposizione strategica dei paesi partner, siano essi venditori o consumatori.

Russia, Libia, Algeria, Qatar, Norvegia e Olanda sono, attualmente, i principali fornitori di gas dell’Italia. Per ambire ad ottenere la posizione di hub per il continente o, quanto meno, di suo hub meridionale (con la Germania nel ruolo di hub settentrionale), Roma deve mantenere, anzitutto, i suoi ottimi rapporti con Mosca ma, al tempo stesso, sviluppare anche progetti di autonomia energetica. La Russia fa la parte del leone nell’import energetico italiano: nel 2015 ha soddisfatto il 45% della nostra domanda di gas, il 16% di prodotti petroliferi e il 21% di combustibili. I gasdotti che partono dal suo territorio verso l’Europa (Soyuz, Yamal, Brotherhood), tuttavia, transitano in Ucraina, tanto da rendere molto rilevante dalla prospettiva italiana anche la stabilità di questo Paese, turbata dall’annessione russa della Crimea e dalla guerra civile nel Donbass (a partire dal marzo 2014).

Sebbene il settore energetico sia stato coinvolto solo in misura marginale dalle conseguenti sanzioni dell’UE contro la Russia (che prevedono il divieto di esportazione di tecnologie per l’upstream), la crisi ucraina diventa un banco di prova per i rapporti tra Mosca e Roma. I nostri governi, infatti, hanno cercato di svolgere un ruolo “moderatore” rispetto agli Stati con posizioni più intransigenti sul capitolo delle sanzioni (Gran Bretagna, alcuni Paesi dell’Europa orientale). L’Italia ha così adottato una politica definita di “ambiguità costruttiva”. Pur condannando l’annessione della Crimea sotto il profilo giuridico, l’ha considerata una questione “persa” sotto il profilo politico. Pertanto, ha concentrato i suoi sforzi verso la risoluzione della crisi nell’Ucraina orientale. A tal fine Roma ha lavorato affinché le sanzioni non fossero rinnovate automaticamente e con durata annuale, ma fondate su un impianto negoziabile ogni sei mesi sulla base dei progressi registrati rispetto ai 13 punti degli accordi di Minsk (quindi alle evoluzioni politiche nel Donbass). Uno degli obiettivi da conseguire nel medio periodo attraverso questa operazione potrebbe essere quello di ottenere da Mosca una ridiscussione del progetto South Stream (arenatosi in favore del Turkish Stream proprio in conseguenza della crisi del 2014), che attribuirebbe all’Italia un elevato peso strategico e permetterebbe di riequilibrare quello ottenuto dalla Germania con la realizzazione del Nord Stream. Questo diventerebbe persino schiacciante se anche il progetto Nord Stream 2 divenisse realtà.

Per evitare che tale scenario si realizzi, (di fatto non piace agli americani, divide gli europei e l’Italia è poco convinta) il nostro Governo deve comunque lavorare al progetto del cosiddetto “corridoio” meridionale dell’energia. Oltre a insistere sul processo di State building in Libia per mettere in sicurezza “anche” i suoi interessi energetici, ha altri due importanti progetti in ballo. Il primo è quello del Trans Adriatic Pipeline – meglio noto come TAP – che dalla frontiera greco-turca, attraversando Grecia e Albania, dovrebbe far approdare in Italia il gas azero (collegandosi al TANAP e al South Caucasus Pipeline). Sebbene la capacità del TAP non rivoluzionerebbe gli equilibri energetici del continente, anche l’Unione Europea gli ha attribuito lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI), secondo le nuove linee guida TEN-E (Trans-European Energy infrastructure). L’opposizione dei movimenti NIMBY e una campagna politico-mediatica avversa, tuttavia, rischiano di far perdere al nostro Paese questa opportunità, tanto che ultimamente è emersa l’ipotesi dello Ionian Adriatic Pipeline (IAP), che porterebbe il gas azero in Europa via Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia.

Il secondo progetto su cui l’Italia vuole investire è quello dello sviluppo del potenziale gasifero del Mediterraneo sud-orientale, dove già erano stati scoperti i giacimenti Afrodite, Tamar e Leviathan nelle acque territoriali di Cipro e Israele. Nel 2015 Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano, nel prospetto esplorativo denominato Zohr. Si tratta di giacimento supergiant che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas, con un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, che potrebbe modificare – in favore dell’Italia – gli equilibri del mercato del gas. La tragica vicenda di Giulio Regeni e la recente virata anti-russa dell’Amministrazione Trump, potrebbero mettere tutto in discussione. Il contenzioso aperto tra l’Italia e l’Egitto in relazione alla scomparsa del giovane ricercatore naturalmente rende più difficile la collaborazione tra i due governi e produce effetti potenzialmente destabilizzanti sul Paese nordafricano. L’isolamento dell’Egitto, inoltre, lo sta facendo scivolare completamente nell’orbita della Federazione Russa, tanto che i rapporti tra Mosca e Il Cairo non erano mai stati così intensi dai tempi di Nasser. Inoltre, il progetto Mediterraneo Sud-Est potrebbe risultare tra quelli colpiti (come lo sarà sicuramente Nord Stream 2) dalle nuove sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump, a causa della partnership al 30% della società russa Rosneft (l’altro partner è British Petroleum al 10%).

Rispetto a tali scenari resta da riflettere su chi e perché guardi con sfavore: a) il rafforzamento della posizione italiana sul mercato del gas; b) un riequilibrio del baricentro del mercato del gas verso sud-est. Due attori più di altri sembrano, per ragioni diverse, osteggiarne la realizzazione, sebbene questa dipenda da una cornice ben più complessa. La Germania appare contraria alla prima ipotesi in quanto si fa promotrice di un progetto uguale e contrario a quello italiano, che la vedrebbe nel medio termine diventare il principale hub energetico europeo. La contrarietà a questa ipotesi è complementare a quella nei confronti della seconda. A differenza di Roma, infatti, Berlino può aspirare a questo ruolo solo attraverso il gas russo e, quindi, non ha interessi affinché nuovi giacimenti vengano scoperti e nuove rotte edificate. La Russia, dal canto suo, pur accordando attualmente le sue preferenze al progetto tedesco, è contraria solo alla seconda ipotesi. Se questa prendesse forma, pur essendo Mosca parte in causa di alcuni dei progetti menzionati, rischierebbe di vedersi sottratte significative quote di mercato, di assistere a un’ulteriore flessione dei prezzi energetici e di perdere uno strumento di pressione nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea.


Angelo Colombini
– Segretario Confederale CISL

Gabriele Natalizia – Professore di Relazioni internazionali Link Campus University

Brexit e il confine irlandese: la difficile frontiera dei negoziati UE

Le negoziazioni tra l’UE e la Gran Bretagna per la Brexit sono all’ennesimo stallo e questa volta per una questione ampiamente dibattuta come quella del confine irlandese. Dopo le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, è chiaro ormai che sarà l’Irlanda a determinare il futuro delle trattative e la sua tempistica. Il governo inglese dovrà ora proporre una soluzione sul tema del confine tra l’Irlanda del Nord e la repubblica irlandese che sia soddisfacente a quest’ultima ma che al tempo stesso non metta a repentaglio i fragili equilibri di pace nord-irlandesi. Ad uno sguardo più attento, la difficile questione del confine e delle sue molteplici ramificazioni emerge in tutta la sua complessità.

Brexit e il confine irlandese: la difficile frontiera dei negoziati UE - Geopolitica.info

Innanzitutto, il confine tra Regno Unito e Irlanda risulta dalla divisione dell’Irlanda nel 1922 ed è una linea frastagliata di circa 500km che ricalca in gran parte una pre-esistente demarcazione tra contee più che tra nazioni. Esso attraversa villaggi, fiumi, laghi, e soprattutto comunità, ed ogni tentativo di ridisegnarlo durante il secolo scorso è storicamente fallito. La soluzione adottata allora per gestire un confine tra territori fino ad allora indivisi, fu la cosiddetta “Common Travel Area” (CTA), una zona di libera circolazione tra l’Irlanda, il Regno Unito, l’Isola di Man e le Isole del Canale. La CTA, simile all’area Schengen per certi versi, permette ai cittadini del Regno Unito e dell’Irlanda di muoversi liberamente tra i due paesi senza essere sottoposti a controlli routine di immigrazione o doganali.

Il cosidetto “confine morbido” è stato un fattore determinante nel migliorare le relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra i due paesi.  Esso è stato inoltre fondamentale nel recente processo di pace, dato che l’accordo del 1998 (noto come il “Good Friday Agreement”) è particolarmente legato alla comune appartenenza dei due paesi all’Unione Europea ed alla libera circolazione di persone e merci tra l’Irlanda del Nord, il Regno Unito dunque, e la repubblica irlandese. L’Unione Europea, e il presupposto che entrambi i paesi ne sono membri, ha enormemente facilitato la cooperazione transfrontaliera e contribuito allo sviluppo economico delle aree di frontiera. Basti poi pensare a programmi europei specifici come “Peace”, lanciato nel 1995 e e tuttora finanziato dalla programmazione 2014-2020 con un budget to 270 milioni di Euro, per capire il ruolo che i finanziamenti UE hanno avuto sulla riconciliazione delle comunità e il rafforzamento della pace nell’Irlanda del Nord.

L’impatto sulla continuità e stabilità della pace in Irlanda del Nord è infatti una delle conseguenze  meno prevedibili e più temute di Brexit. E’ largamente percepito dall’opinione pubblica, che ogni eventuale irrigidimento delle barriere territoriali, non farebbe che sentire i nazionalisti nord-irlandesi forzatamente distaccati dall’Irlanda costituendo dunque una minaccia reale al fragile status quo di pace. La creazione di infrastrutture per la gestione e il controllo di un confine che diventerebbe esterno dell’Unione Europea e forse anche del Mercato Unico UE, metterebbe a rischio l’economia altamente integrata delle zone di confine basata sul commercio di prodotti agricoli, movimento continuo di lavoratori, pendolarismo, condivisione di servizi, mercato unico dell’elettricità, etc. Tali infrastrutture e barriere fisiche potrebbero inoltre far riemergere tensioni silenti in queste comunità o addirittura diventare target sensibili per il terrorismo interno.

D’altro canto, l’UE ha bisogno di garanzie sufficienti che in assenza di controlli rinforzati su persone e merci, quel confine non diventi un’area grigia di contrabbando, introduzione nell’UE di merci contraffatte, e varie attività illecite e criminali. Per l’Irlanda, il Regno Unito è il principale partner commerciale, con 80% delle sue esportazioni estere dirette o trasportate attraverso il territorio britanico. Non sorprende quindi che la soluzione auspicata dal governo irlandese fosse per il Regno Unito di continuare a far parte del mercato unico. Questa proposta non è tuttavia sul tavolo come dichiarato dal governo di Teresa May. Altre soluzioni prese in rassegna dal governo inglese come quella di avere il confine tra i due paesi nel Mare del Nord invece che sull’isola irlandese, sono comunque state respinte dal partito unionista nord-irlandese che vede ogni soluzione ad hoc a favore della continuità territoriale sull’isola come una minaccia all’appartenenza dell’Irlanda del Nord al Regno Unito.

E’ evidente dunque che la questione della configurazione post-Brexit del confine con l’Irlanda, apre scenari complessi, e per certi versi imprevisti, la cui soluzione, qualunque essa sia, dovrà tenere conto di implicazioni multidimensionali e dell’inteleiatura di relazioni tra l’Irlanda, il Regno Unito e il resto dell’UE.

Dal Pacific Pivot ai dazi protezionistici: l’UE e la Cina nella politica estera di Trump

Da candidato improbabile a presidente eletto, Donald Trump ha stupito e destabilizzato con una sconcertante semplicità il mondo della politica americana ed i suoi establishment. E così come è riuscito a ribaltare i pronostici della vigilia elettorale, il magnate newyorkese sembra oggi seriamente intenzionato ad imprimere un marcato cambio di rotta alla politica economica e alle relazioni internazionali degli Stati Uniti d’America.

Dal Pacific Pivot ai dazi protezionistici: l’UE e la Cina nella politica estera di Trump - Geopolitica.info credits: REUTERS/Mike Segar

1. Il fallimento del TPP e il riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale

Il programma protezionista del neo-eletto presidente statunitense non era dicerto una novità. Ciononostante, l’annuncio del “piano dei 100 giorni” ha innescato un acceso dibattito sul ruolo futuro della superpotenza a stelle e strisce nel contesto globale. In particolare, la volontà di porre fine al progetto del Partenariato Trans-Pacifico (TPP) potrebbe rappresentare una eloquente chiave di lettura del tentativo di riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale.

L’intesa trans-pacifica, i cui negoziati stagnavano dal 2008, avrebbe dovuto coinvolgere 12 Paesi economicamente rilevanti (USA, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia, Australia, Giappone e Nuova Zelanda) nell’intento di creare un’area di libero scambio nella regione, quasi totalmente liberalizzata e priva dunque di dazi e barriere doganali.

2. USA: da Obama a Trump. Dall’unipolarismo egemonico all’isolazionismo protezionistico.

Come ogni grande costruzione economica, il TPP era sostenuto da una precedente elaborazione politico-ideologica finalizzata all’attuazione della strategia del Pacific Pivot. Tale soluzione, sostenuta continuativamente negli anni da Barack Obama ed Hillary Clinton, era indirizzata non solo all’implementazione, ma anche al controllo politico del nuovo motore economico del mondo, rappresentante il 36% del PIL mondiale e dotato dei tassi di crescita più alti a livello planetario.

Clausola fondamentale per ritagliare agli States un ruolo “pivotale” nel Pacifico era l’esclusione della Cina dal partenariato, a dimostrazione della volontà statunitense di fornire alle economie dei Paesi del Pacifico un sotto-sistema politico e commerciale alternativo a quello cinese, unico vero competitor per la leadership mondiale del liberoscambismo.

Oltre a rafforzare il peso specifico della Repubblica Popolare di Cina in Asia e nel Pacifico, la politica di chiusura protezionistica del “make America great again!” implica conseguenze rilevantissime sia per l’economia della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa che per le relazioni europee con esse.

3.1. Un Pacifico a matrice cinese?

Morto un Papa, se ne fa un altro. Morto il TPP, si fa la RCEP. Dopo che anche il premier nipponico Shinzo Abe ha riconosciuto la perdita di senso di un TPP senza gli Stati Uniti, una serie di circostanze ha definitivamente spianato la strada alla Regional Comprehensive Economic Partnership.

Ufficialmente promossa a partire dal summit cambogiano dell’ASEAN del 2012, la RCEP si proietta ora nella regione pacifica come l’alternativa più corposa e necessaria dopo il fallimento del TPP. L’intesa cooperativa – preludio, secondo molti, di un futuro prossimo egemonizzato dal gigante cinese – si configurerebbe come una delle aree di libero scambio più grandi del mondo: un enorme e libero mercato per oltre 3 miliardi di persone (il 45% della popolazione mondiale), specchio economico di un PIL combinato superiore ai 21,3 trilioni di dollari americani (ossia il 40% circa del PIL mondiale). Comprensiva dei 10 Paesi dell’ASEAN più Cina, India, Austrialia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Si delinea inoltre un’ulteriore prospettiva: nell’ultimo vertice dell’APEC di Lima del 20 novembre 2016, Xi Jinping ha ancor più posto l’accento sulla RCEP come primo passo verso la creazione di una forte e solida Area Asiatico-Pacifica di Libero Scambio (FTAAP).Trump cercherà prevedibilmente di aprire il dialogo coi cinesi, ma l’arma di ricatto dei dazi doganali rischia di non essere abbastanza affilata.

Ci si trova per cui dinanzi alla paradossale situazione in cui i liberali Stati Uniti attuano politiche protezionistiche laddove un Paese comunista si candida a leader globale del libero scambio.Emerge, così, in modo netto la sconfitta strategica del Pacific Pivot.

3.2. Un’UE più autonoma alla prova del nove

Come sottolineato da Geopolitical Monitor, “è probabile che gli alleati e i partner degli Stati Uniti rivaluteranno le loro relazioni con Pechino per via dell’accantonamento del TPP” e dei cambiamenti riguardanti il potere e l’influenza statunitensi nel mondo.

Ma le conseguenze della nuova politica estera a stelle e strisce vanno ben oltre la semplice ridefinizione dei rapporti coi mercati del Pacifico e con la Cina. La sostituzione del TPP con accordi bilaterali garantirà infatti una maggiore autonomia non solo a Washington, ma anche e soprattutto ai Paesi Membri dell’Unione Europea, finalmente liberi di discutere in totale autonomia le condizioni più propizie per i commerci internazionali.

È difficile oggi predire cosa cambierà, a livello qualitativo, nelle relazioni internazionali dell’Unione Europea. Di sicuro, però, l’approccio di Trump alla politica estera fa immaginare che anche il TTIP, simile e in un certo senso concatenato al TPP, alla fine non giungerà in porto. La stessa Angela Merkel ha espresso al Parlamento di Berlino la preoccupazione per un possibile fallimento del TTIP dopo quello del TPP,cui era strettamente legato.

“Cui prodest?”, si chiede la Cancelliera, che sicuramente pensa allo spettro delle economie russa e cinese. Ma se è vera la previsione diLuca Salvatici nel suo documento per la Conferenza dello European Trade Study Group (“The time is right: an analysis of timing in bilateral agreements implementation”, Parigi 2015), il decollo del TPP avrebbe ridotto di oltre il 4% i commerci tra UE e Paesi del Pacifico.

Insomma, quella europea è una fase di incertezza geopolitica; ciò implicheràdi certo una maggiore autonomia per i 28 Stati membri dell’UE dall’influenza americana; tuttavia, questa stessa indipendenza potrebbe rivelarsi una vera e propria arma a doppio taglio: se da un lato si potranno rinsaldare le relazioni politiche e commerciali coi mercati prima egemonizzati totalmente dagli USA, ritagliandosi uno spazio maggiore, è d’altronde innegabile che l’Unione di Bruxelles viva in questo frangente gli anni di crisi più difficili della sua storia. Schiacciatada una debolezza strutturale e asfissiata dalla dialettica fra austerità e populismi, l’UE rischia di disintegrarsi definitivamente dopo cambiamenti drastici e repentini quali la Brexit, l’elezione di Trump oltreoceano e i recenti cambiamenti del Sistema Internazionale.

Qualcosa, nel frattempo, si muove. E nel dinamico scenario europeo brilla all’orizzonte l’invitante stella della cooperazione con Pechino, tanto che il 16 Novembre Matteo Renzi ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Cagliari, annunciando l’accordo per l’apertura di una sede del colosso Huawei a Santa Maria di Pula e futuri negoziati per l’implementazione del settore turistico dell’isola.

Si aprono infine prospettive interessanti anche per ciò che concerne il rapporto di Bruxelles (e, forse ancor più, di Berlino) con Mosca: la fine delle sanzioni sembra oggi essere molto più vicina (la banca d’affari Morgan Stanley quota al 35% la possibilità di interruzione delle sanzioni nei primi due anni della presidenza Trump), e una ripresa a tutto tondo dei commerci darebbe all’UE la possibilità di rifiatare, potenziando le esportazioni e riconfigurando la propria bilancia commerciale.

L’Unione Europea sarà dunque chiamata alla prova del nove: vedremo così se quest’emblematica entità sovranazionale sarà capace di sopravvivere, innovandosi e sperimentando percorsi nuovi e inediti, oppure se collasserà in preda ad egoismi nazionali inconciliabili che dilagano nel Vecchio Continente.

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea.

L’Unione europea e il Continente europeo rappresentano, da qualche anno oramai, due delle incognite più preoccupanti dello scacchiere internazionale. Atrofizzata al suo interno da una crisi economica, politica e istituzionale senza precedenti, e posta sotto pressione da eventi internazionali e fenomeni globali sempre più pervasivi, l’Europa, oggi, appare incapace di affrontare le dinamiche riguardanti sia il contesto, continentale e globale, dell’Unione, sia i suoi affari interni. In questo quadro, composto da svariati attori, la Germania è divenuta, di fatto, il Paese guida. Un ruolo che ha attraversato varie fasi e attraversa varie dimensioni – quella economica, chiaramente, ma anche quella politica e quella strettamente geopolitica – e che oggi sembra definirsi anche grazie ai rapporti tra Berlino e un’altra capitale: Mosca. Una relazione apparentemente recente, ma che in realtà affonda le sue radici in un passato che ha visto la Germania e la Russia legate da intensi rapporti economici, ma anche relazioni politiche e strategiche, che, nei secoli, non si sono mai del tutto spezzate, anche nei periodi di maggior tensione e di aperta conflittualità.
Salvatore Santangelo, giornalista e saggista, ha pubblicato recentemente il volume “GeRussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea.”, edito da Castelvecchi. Un libro nel quale si analizza l’attuale rapporto tra Germania e Russia, alla luce della storia delle relazioni tra questi due Paesi e inserendo questa relazione all’interno di un quadro continentale e globale frammentato, nel quale le due nazioni sembrano intenzionate a ritagliarsi ruoli sempre più importanti. Abbiamo così intervistato l’autore del libro, per fargli qualche domanda su questa “relazione speciale” tra la Repubblica federale tedesca e la Federazione Russa.

GeRussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea. - Geopolitica.info

 

Lei nel suo libro affronta le origini storiche, le varie fasi di questa liaison non solo economica tra Germania e Russia. Oggi in che fase stiamo? I due Paesi navigano a vista, c’è tensione o c’è in corso un processo di ulteriore strutturazione delle loro relazioni?

Questo percorso – quello di Gerussia – ha avuto una traiettoria molto positiva a partire dalla caduta del Muro fino alla crisi di Maidan, nel 2014. Un evento che ha rimesso in discussione i rapporti tra i due poli, con le sanzioni che ne sono seguite e il processo di demonizzazione della Russia e della sua leadership attuale, quella di Putin. Oggi questa relazione si trova in una fase molto delicata: l’economia e il realismo politico spingono per una maggiore integrazione, in qualche modo esemplificata dall’ipotesi di raddoppio del Nord Stream (in vigenza delle sanzioni). Allo stesso tempo occorrerà mantenere grande attenzione per il rischio di collasso dell’attuale governo di Kiev sempre più in preda a una crisi politica ed economica che potrebbe spingere i vertici ucraini verso una prova di forza contro Mosca trascinando con sé la Nato. Si tratta di una dinamica assolutamente da scongiurare.

 

Il prossimo anno, a settembre, in Germania, ci saranno le nuove elezioni nazionali e Angela Merkel ha annunciato che si ricandiderà per guidare nuovamente il Paese. Che scenari si aprirebbero nei rapporti russo-tedeschi se rivincesse l’attuale Cancelliere? In che modo un rapporto con la Russia di Putin potrebbe giovare ad Angela Merkel?

Sullo scenario della quarta ricandidatura della Cancelliera, si innesta l’ipotesi dell’elezione di Frank Walter Steinmeier – attuale ministro degli Esteri – come presidente della Repubblica federale e potenziale garante della relazione speciale con la Russia di cui è da sempre alfiere. Di fatto, se non si dovesse riaprire il conflitto ucraino, la relazione russo-tedesca, almeno sul versante più importante, quello energetico, dovrebbe proseguire in modo sempre più netto, al di là della retorica bellicista della Merkel e dei falchi della Nato. Il tutto alla luce dell’inaspettata elezione di Trump che ha momentaneamente fermato il partito della guerra americano che appariva davvero intenzionato ad alimentare un’escalation politico-militare contro la Russia di Putin. La Germania ha tutto da guadagnare da un’integrazione con la Russia: sicuri approvvigionamenti energetici, un importante mercato per beni, capitali e servizi. Ma forse qualcuno a Berlino preferirebbe un presidente russo più docile e sensibile alle agende politiche occidentali, anche per proiettare in modo ancor più netto la propria influenza sull’Europa dell’Est da sempre considerata dai tedeschi una propria area di competenza.

 

Lei descrive minuziosamente la salita al potere di Putin, la sua visione politica, ma anche questa sorta di corte che il presidente russo, nel tempo, ha costruito intorno a sé; un quadro che dà il senso di una situazione complessa. Alla luce di questo quadro, cosa cerca Putin nel partenariato con la Germania? Una Germania che, tra l’altro come lei scrive, sta anche aumentando i suoi investimenti nell’intero spazio post-sovietico?

Putin, che parla correntemente tedesco e che in Germania ha passato tanti anni come agente operativo del Kgb, vede in Berlino un partner fondamentale per il processo di modernizzazione del suo Paese. Allo stesso tempo, considera la relazione tra la Russia e la Germania l’asse fondamentale per la pace e la prosperità del continente eurasiatico.

 

Per chiudere: l’Italia come si sta muovendo, se si sta muovendo, in questo quadro? Insegue un rapporto con la Russia, aumentando la polemica in seno all’Europa, in contrasto con la Germania? Oppure sta, in realtà, lavorando per rientrare, in qualche modo, nell’accordo tra i due attori?

L’Italia è uno dei Paesi, se non il Paese che più ha sofferto per il regime delle sanzioni contro la Russia. Il presidente Matteo Renzi, seppur stretto dai vincoli della fedeltà atlantica, lo ha fatto notare cercando, con scarso successo, di allentare le sanzioni. Più in generale dobbiamo notare che per un trentennio abbiamo vissuto nella stagione del neoliberismo, ora sta arrivando quella del neonazionalismo: in questo quadro, i Paesi con un’identità fragile, come l’Italia, rischiano tantissimo. Dunque, Gerussia – la possibilità che ci sia pace e prosperità tra due nazioni che si sono combattute in maniera spietata – è un messaggio di speranza, seppure sottende un pizzico di spregiudicatezza e di cinismo da parte tedesca, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di lasciare indietro i Paesi più deboli che faticano a trovare la strada per mediare le esigenze di carattere europeo con la giusta difesa degli interessi nazionali. Infine questo asse ha una chiara traiettoria verso nord-est che rischia di marginalizzare sempre più il Mediterraneo, relegandolo in una condizione di crisi e instabilità semipermanente. Con l’Italia al centro.