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I paesi UE nella rete del debito

La tematica del debito sta tenendo banco in queste settimane dopo la pubblicazione da parte dell’’Eurostat dei dati aggiornati sul debito pubblico dei Paesi Ue e dopo l’invio della richiesta di chiarimenti, rivolta al ministro dell’economia italiana, dai commissari Ue Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, prima della apertura di una procedura di infrazione per eccesso di debito. 

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La Grecia risulta essere il paese che ha un debito più alto (181,1%), mentre l’Italia si colloca al secondo posto con un debito pari al 132,2%. Seguono Portogallo (121,5%), Cipro (102,5%), Belgio (102%), Francia (98,4%) e Spagna (97,1%). In controtendenza, invece, Estonia (8,4%), Lussemburgo (21,4%) e Bulgaria (22,6%). Mentre i dati sul deficit mostrano come Paesi a deficit più ampio sono Romania (al 3% ) e Cipro (al 4,8%), a fronte di una media dell’Eurozona pari allo 0,5 %, con Paesi in avanzo quali Lussemburgo (2,4%), Bulgaria e Malta (2%), Germania (+1.7%), Olanda (1,5%) e Grecia (1,1%).

E’ un dato significativo che ben 7 Paesi su 17 dell’Eurozona presentino un debito superiore agli standard europei richiesti. Un dato significativo perché rende manifesto come, ormai, il debito costituisca un dato strutturale le economie europee. Eppure fortemente osteggiato dalle istituzioni di Bruxelles. L’attenzione verso il debito pubblico e il rapporto deficit/Pil non costituisce certo una novità nel dibattito europeo.  

Infatti, già il Trattato di Maastricht, istitutivo dell’Unione Europea (UE) aveva determinato 5 parametri funzionali a rendere convergenti economie che viaggiavano a velocità differenti all’interno di un unico mercato che dovesse apparire il più stabile possibile agli occhi degli investitori esteri. In particolare, si richiedeva che il debito pubblico non valicasse il 60% del prodotto interno lordo, che il disavanzo nei conti dello Stato non superasse il 3 per cento del prodotto interno lordo. Nello stesso senso si muove il Fiscal Compact (o nuovo Trattato sulla stabilità) entrato in vigore il 1° gennaio 2013 statuendo la riduzione progressiva del debito pubblico eccedente la soglia del 60% nel rapporto PIL/debito pubblicol’obbligo di posizione di bilancio degli Stati in pareggio o addirittura in attivo e un limite tollerabile di disavanzo strutturale non superiore allo 0,5% del PILprescrivendo la apertura della procedura per disavanzo eccessivo davanti alla Corte di giustizia europea.  

Ed effettivamente, ad oggi il binomio debito pubblico-procedura per disavanzo eccessivo costituisce il fulcro della politica monetaria e finanziaria dell’Ue. Ma il percorso che ha permesso il passaggio dal Trattato di Maastricht al Fiscal compact non può intendersi certo lineare né privo di contraddizioni. Anzi proprio le ragioni storico-istituzionali ed economiche che hanno orientato gli Statmembri verso l’adozione di un nuovo Trattato di stabilità sono le medesime ragioni giustificative odierne dell’eccessivo debito di molti Paesi Ue. Infatti, il Fiscal Compact è stato negoziato nella seconda metà del 2011, come reazione nei confronti di una crisi economico-finanziaria, sorta negli Stati Uniti ma, esportata nel Vecchio Continente come crisi dei debiti sovrani.  

Crisi dei debiti sovrani generata da uno sbilanciamento strutturale della governance economica europea tutta incentrata sulla politica monetaria e a scapito di una unitaria politica economica. Le decisioni, infatti, in materia monetaria sono state attribuite principalmente alle istituzioni di Bruxelles, mentre le decisioni fondamentali, influenti anche sul piano comunitario, in materia di politiche economiche sono sostanzialmente rimaste in capo ai singoli Stati membri. Tale discrasia si è stanziata, da un lato, nella impossibilità di vedere nella BCE una prestatrice di ultima istanza e, dall’altro, nella conservazione delle differenze, ante 1992, tra economie nazionali forti ed economie nazionali deboli.  

Tradizionalmente le Banche Centrali sono chiamate a garantire i debiti pubblici contratti dal proprio governo. Differentemente, la BCE non può essere chiamata a gestire situazioni di mancanza di liquidità da parte di uno soltanto dei singoli Stati dell’Eurozona. Crisi di liquiditàasimmetricamente distribuite, che non possono mancare all’interno di una realtà fortemente variegata di modalità di gestione e di amministrazione pubblica. Differenti livelli di produzione, differenti livelli di flessibilità salariale, differenti livelli di mobilità del lavoro nonché differenti regolamentazioni giuridiche di accesso al mercato finanziario costituiscono i caratteri precipui dei Paesi dell’Eurozona e, al contempo, le cause dei possibili shock asimmetrici, cioè di crisi che non colpiscono tutti allo stesso modo. 

Ebbene, in una situazione in cui realtà statuali come la Spagna e il Portogallo e la Grecia non riuscivano a collocare il loro debito perché nessun creditore era disposto ad acquistarlo, nell’estate 2011 tra i governi europei si diffonde la convinzione che l’adozione di un nuovo Trattato di stabilità capace di introdurre, per la prima volta, una politica fiscale di tipo federale avrebbe convinto i mercati a continuare ad investire nel debito pubblico dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria, al fine di garantirne la sostenibilità e l’accesso ai mercati. Queste le ragioni di fondo della adozione di ulteriori vincoli di pareggio di bilancio all’interno del Fiscal Compact. 

Pertanto, il fatto che, ancora oggi, si continui a parlare di debito e di disavanzo eccessivo, oltreché di innalzamento dello spread, rende evidente l’inadeguatezza delle disposizioni contenute in questo ulteriore patto intergovernativo. Forti risultano essere le tendenze speculative da parte degli operatori del mercato finanziario globale nei confronti dei debiti sovrani nell’eurozona. Gli operatori di mercato, infatti, sono consapevoli di trovarsi di fronte una Unione monetaria “zoppa” che impedisce alla BCE di attivare la leva monetaria dei tassi di sconto (attraverso svalutazione e la rivalutazione dell’euro), di variare la quantità di moneta in circolazione o di variare il tasso di interesse a favore di situazioni di crisi di soli e di pochi Paesi aderentiConseguentemente, a fronte di soluzioni suscettibili di essere applicate esclusivamente in una economia dalla consistenza omogenea, la BCE si ritrova paralizzata e impossibilitata ad adottarle in quanto finirebbero con l’aggravare le situazioni di crisi avvantaggiando le economie già forti.

In altri termini, in una Unione monetaria “zoppa e sbilanciata” gli Stati membri si ritrovano ad adottare decisioni di politica economica e di politica finanziaria emettendo il proprio debito in una moneta che effettivamente non controllano. Ne deriva che i singoli governi nazionali non potranno mai garantire, con assoluta certezza, che saranno in grado, in futuro, di adempiere ai debiti contratti perché non hanno alcuna possibilità di influenzare Bruxelles nella emissione di liquidità sufficiente per rimborsare alla scadenza i detentori dei titoli pubblici. L’andamento del mercato può esporli in una situazione tale che il deficit salga, la liquidità non sia sufficiente e sia necessario emettere nuovo debito; un debito, però, non garantito e come tale non spendibile sul mercato finanziario globale. In questi termini si esprime la relazione biunivoca tra deficit e debito sovrano, tra debito sovrano e sfiducia del mercato finanziario globale, tra esigenze di stabilità del mercato unico e mancanza di strumenti comunitari di stabilizzazione delle crisi asimmetriche nell’Eurozona.  

La mancanza di una uniformazione delle economie dei Paesi Ue, l’assenza di strumenti flessibili di stabilizzazione, capaci di adeguarsi alla eterogeneità delle economie nazionali, e di una unica politica economica costituiscono le principali ragioni dell’esistenza di situazioni di debito eccessivo.  Ma costituiscono anche le ineludibili questioni che il Parlamento Europeo, neoeletto, sarà chiamato a risolvere (si veda L’Ue al suo giro di boa, pubblicato sul medesimo portale).  

L’UE al suo giro di boa

L’Unione Europea nasce come il miglior risultato della c.d. diplomazia multilaterale istituzionalizzata con cui nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale i protagonisti della società internazionale intendevano costruire un nuovo ordine internazionale.

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Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici, nel Vecchio continente, venivano ad essere, così combattuti con nuove modalità di negoziazione di accordi e soprattutto di gestione dei rapporti fra gli Stati. Il vecchio principiodel balance of power venne in questo modo sostituito dall’accrescimento di relazioni collettive. Forme stabili di relazioni, di soluzione delle controversie, di vigilanza sugli accordi presi sono stati, principalmente, costituiti, da allora sino ad oggi, dall’ ONU e dalla CECA/EURATOM, ora Unione Europea.

Lungo e travagliato è stato il percorso di evoluzione che ha condotto la vecchia CECA ad assumere le attuali forme dell’UE: un percorso di integrazione e cooperazione che ha riguardato, da un lato, lo sviluppo dei diritti umani e sociali dei cittadini europei e, dall’altro, la creazione di un mercato unico delle merci e dei servizi sotto un’unica moneta. 

Senonché durante questo percorso forti sono stati i problemi inerenti a un costante deficit democratico nelle procedure legislative comunitarie. Un deficit democratico che nemmeno il trattato di Lisbona del 2009 è riuscito a risolvere pienamente. Perciò, la nuova composizione parlamentare dell’UE, derivante dalle elezioni europee di domenica scorsa, deve fare i conti anche con questo deficit. 

Gli esiti delle elezioni europee sicuramente confermano un incremento di seggi attribuiti all’ala sovranista/anti-europeista (Conservatori e Riformisti europei, Europa delle nazioni e delle libertà, Europa della libertà e della democrazia diretta). Ma tale incremento rappresenta meno di ¼ dei seggi parlamentari. Quanto peso tali forze avranno nelle procedure decisionali europee dipende nettamente, però, dalle modalità legiferative 

Modalità legiferative che possono ritenersi ormai consolidate e che non appaiono oggetto di modifiche nel breve termine. La procedura legislativa principale è costituita da quella ordinaria che vede un ruolo di co-legislatori tanto del Parlamento quanto del Consiglio, su proposta della Commissione; la proposta della Commissione può essere, a sua volta, sollecitata anche dallo stesso Parlamento. In tutte le altre procedure, c.d. speciali il Parlamento interviene solo a titolo consultivo. Ne deriva un ruolo del Parlamento UE ancora non pienamente parificabile a quello di un parlamento nazionale, costituendo parte del già menzionato deficit democratico europeo. Perciò, l’attribuzione di un maggior numero di seggi alle forze antieuropeiste difficilmente potrà sovvertire o ridefinire il volto dell’UE. 

Nonostante ciò non può negarsi che il risultato elettorale abbia manifestato una volontà di cambiamento da parte dei cittadini europei. Una volontà che spinge le forze politiche a superare le reciproche differenze per raggiungere nuovi equilibri interni alle istituzioni. Infatti, i due grandi partiti che da sempre hanno polarizzato il parlamento UE, Partito popolare europeo e Socialisti e democratici, da soli non appaiono in grado di formare una maggioranza autosufficiente se non aprendosi alle istanze delle accresciute forze politiche liberali e ambientaliste.

Una situazione di maggioranze variegate che pongono, quindi, l’UE al suo giro di boa: l’UE potrà trasformarsi in una entità sempre più integrata, se pur nelle diversità, oppure in una entità dominata sempre più dai particolarismi statualistici. Tutto dipenderà dalle interpretazioni che le forze politiche vorranno dare all’esito del voto. Di per sé, come risultato dell’evoluzione attraverso i decenni, l’UE appare essere qualcosa di più di una semplice organizzazione internazionale eppure qualcosa di meno di una federazione di Stati. La limitazione delle sovranità nazionali a favore di competenze esclusive riconosciute alle istituzioni comunitarie in settori predefiniti avvicinano l’UE ad una federazione di Stati. Ma la mancanza di una unione di bilancio che affianchi l’unione monetaria impedisce di avvicinare l’UE ad una federazione di Stati ma soprattutto espone i singoli Stati membri a periodici shock asimmetrici, ovvero a crisi di sfiducia da parte dei mercati nei confronti di alcuni Stati membri (e non di tutti). 

La ragione, infatti, che ha condotto le spinte sovraniste e antieuropeiste di giungere sino a Bruxelles va rinvenuta, a parere di autorevole dottrina (si veda, ad esempio, De Grauwe, Stiglitz), proprio alla imperfetta integrazione che si è raggiunta al livello comunitario tra moneta e bilancio: ad una moneta unica, ad una banca centrale unica non si è accompagnata una comunitarizzazione del bilancio. Ogni singolo Stato mantiene il proprio bilancio indipendente ed ogni singolo Stato viene chiamato a fare i conti con il proprio debito 

Ed ogni Paese dell’UE è stato già chiamato a fare i conti con il proprio debito nella crisi dell’eurozona del 2008-2015 chiaramente caratterizzata da shock asimmetrici. In tale occasione il mercato Internazionale ha potuto constatare come ogni singolo Stato membro dell’Unione sia esposto alle periodiche ondate di sfiducia dei finanziatori consapevoli della impossibilità delle banche centrali nazionali di stampare nuova moneta in caso di, presunta o possibile, insolvenza. 

Ne deriva che al termine del secondo decennio del 21º secolo l’UE è chiamata ad assumere una decisione definitiva: 

  1. procedere verso l’unificazione di bilancio capace di ridistribuire la ricchezza tra Stati membri in condizioni di prosperità verso quelli in difficoltà, riducendo i disagi derivanti da shock asimmetrici;
  2. ritornare verso la nazionalizzazione della moneta quale unica giustificazione possibile per l’esistente statalizzazione del bilancio e del debito

Questa la sfida che si apre dinanzi ai nuovi protagonisti del Parlamento Europeo che condurranno l’UE a compiere un essenziale giro di boa.

 

 

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta

Il governo giallo-verde ha in più occasioni espresso l’ambizione di rafforzare la cooperazione con Pechino in diversi settori e ha manifestato l’interesse di fare dell’Italia il primo paese del G-7 a mettere nero su bianco la propria partecipazione alle Nuove Vie della Seta, il monumentale progetto infrastrutturale lanciato nel 2013. La visita di Xi Jinping in Italia apertasi il 21 marzo ha coronato quest’aspirazione. Nella mattina del 23 marzo, il vice premier, Luigi Di Maio e il Presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng, hanno, infatti, firmato il Memorandum di Intesa sulla Via della Seta, assieme a dieci accordi tra imprese, compresi quelli sui porti di Trieste e Genova, e diciannove accordi istituzionali.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta - Geopolitica.info

Fin da subito commentatori e analisti si sono divisi tra sostenitori e detrattori di questo progetto, con una netta preponderanza di quest’ultimi. Entrambe le parti sembrano, però, convenire su un giudizio: il MoU, di per sé, è un documento simbolico, poiché non vincolante e semanticamente molto vago. Le due posizioni divergono, quindi, su altri punti. Semplificando, i primi sostengono, in diverse sfumature, che la firma del documento avanzerà la posizione commerciale, finora meno fortunata rispetto ad altri paesi europei, dell’Italia nell’export verso la Cina. A tal scopo, il MoU dovrebbe fungere da apripista ad altri accordi commerciali, tecnologici, di cooperazione culturale, p2p etc. Al contrario, i secondi sottolineano come la genericità dell’accordo sottintenda un tentativo cinese di dividere il fronte europeo che sta progressivamente adottando una postura più risoluta nei confronti dell’espansione economica e politica di Pechino, etichettando la RPC come “rivale sistemico”. L’accordo, in questo senso, sarebbe da interpretare come un “cavallo di Troia” cinese in Unione Europea, per dividerla e garantire a Pechino un trattamento più vantaggioso come in occasione della (mancata) reprimenda per le violazioni dei diritti umani. In ogni caso, come correttamente sottolinea Enrico Fardella, l’accordo ha un’enorme valenza politica.

Cercando di fornire in questa sede una prospettiva originale, ci sono a mio parere alcuni punti da sottolineare:

  • L’Italia può e deve avanzare la propria posizione commerciale e politica nei confronti di un attore che esplicitamente ha fatto del Mediterraneo un punto nevralgico della propria proiezione globale. Commercialmente, nell’area i traffici stanno aumentando sensibilmente come dimostrano l’intensa attività nel porto del Pireo e l’ampliamento del canale di Suez. I movimenti di TEU (misura standard per i container) nel Mediterraneo dovranno essere scaricati sulla terraferma per raggiungere via rotaia l’Europa centrale e occidentale e l’Italia può giocare un ruolo centrale. Politicamente, una presenza del genere avrà ricadute diplomatiche, militari e culturali nell’area e sui paesi rivieraschi. Roma dovrà essere capace di monitorare le tappe intermedie delle Vie della Seta e, quando necessario, affrontare le sfide che potrebbero emergere anche in maniera bilaterale, dialogando direttamente con Pechino.
  • In quanto media potenza, l’Italia ha spazio di manovra. Lo aveva durante la Guerra fredda e lo mantiene in un contesto complesso, in deterioramento, ma comunque pacifico come quello odierno. La teoria delle Relazioni Internazionali fornisce alcuni spunti interessanti per capire la condotta delle medie potenze e la loro politica delle alleanze (si veda ad esempio Marco Valigi, Le Medie Potenze: Teoria E Prassi in Politica Estera. Milano : VP Vita e pensiero, 2017). Una politica intelligente per una media potenza come l’Italia sarà quella di approfittare dei vantaggi che una più stretta relazione con la RPC potrà portare e, contemporaneamente, promuovere il nostro interesse in seno alla NATO e all’Unione Europea.
  • Nel medio-lungo periodo nessun analista ed esperto prevede un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino, e, in misura minore, tra UE e Repubblica Popolare Cinese. Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico». Infine, in quanto membro di una NATO che affronta un dilemma esistenziale perché sempre più convinta che la minaccia risieda nell’ascesa della Cina più che in Russia, in qualità di alleato degli Stati Uniti e paese fondatore dell’UE, l’Italia deve interfacciarsi con un ambiente strategico sempre più difficile e confrontarsi con la realtà che, con riguardo alla Cina, le finestre di opportunità stanno chiudendosi. Una “strategia a lungo termine” dell’Italia dovrà tener conto di questi fattori.
  • Il progetto Belt and Road mostra alcune fragilità che il governo cinese potrebbe non riuscire a risolvere in futuro. Dato l’impatto che un’iniziativa simile può avere sulle economie locali, il Governo italiano (questo e i prossimi) dovranno mantenersi all’erta e studiarne l’avanzamento. BRI, infatti, prevede la costruzione di un alto numero di infrastrutture e hub intermedi tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Mediterraneo, la cui mancata realizzazione potrebbe compromettere l’intero processo e ridurre il numero dei traffici potenziali verso l’Italia. Un osservatorio permanente del progetto, in seno al Governo o frutto di una partnership pubblico-privato, potrebbe fornire un’adeguata informazione sui progressi delle Vie della Seta.
Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina

Alcuni giorni fa è uscito un articolo su South China Morning Post che ha destato particolare interesse tra i commentatori italiani.  L’editoriale dal titolo “Italy aims to be China’s first G7 partner on belt and road”, illustra il proposito del Governo italiano di siglare entro il 2018 un accordo con la Cina per approfondire la cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) diventando, in questo modo, il primo paese membro del G7 a farlo. Quali sono le prospettive di una più stretta cooperazione tra Italia e Cina? La BRI offre possibilità concrete per avanzare l’interesse nazionale italiano in termini di sicurezza e prosperità?

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina - Geopolitica.info (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

L’articolo sul famoso quotidiano hongkonghese è giunto nel mezzo di un vivace dibattito in Italia sull’ambizione del governo giallo-verde di negoziare con Pechino accordi più vantaggiosi e sfruttare le «imperdibili opportunità» che il mercato cinese offre per l’export italiano e mentre il vice-Premier Luigi di Maio era impegnato nel suo viaggio in Cina durante il quale ha incontrato numerose figure di spicco del Governo. La Cina offre effettivamente un gran numero di opportunità di crescita e benessere e non è del tutto nuovo il proposito di voler rafforzare la relazione con Pechino (come dimostrato dalla partecipazione di Paolo Gentiloni al BRI Forum nel maggio 2017). Nel perseguire quest’obiettivo, il Governo italiano deve considerare il complesso contesto internazionale che presenta un alto numero di sfide e ostacoli ma anche di occasioni e driver e i punti di forza e di debolezza del nostro Paese. Nell’analisi di questi fattori si procederà in senso discendente a partire dalla dimensione globale fino a quella più strettamente nazionale.

Il contesto globale: Donald Trump, Xi Jinping, la trade war

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico».

Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha deciso di ricorrere agli strumenti commerciali e, dopo aver aperto la strada con misure iniziali dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari, ha annunciato e poi imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi (settembre 2018) che salirà al 25% nel gennaio 2019, scatenando l’immediata rappresaglia cinese. L’inizio di quella che è stata definita una guerra commerciale tra Washington e Pechino ha destato preoccupazioni in tutto il mondo per le possibili conseguenze sull’economia globale.

Figura. I dazi di Trump contro la Cina

Fonte: Bloomberg

Il Governo italiano dovrà essere capace di destreggiarsi in un ambiente circostante sempre più delicato. Se da una parte il premier Conte ha cercato di stringere il legame bilaterale che lega Roma a Washington  durante la visita di luglio alla Casa Bianca e, sembrerebbe, anche durante l’Assemblea Generale ONU del settembre 2018, dall’altra è difficile immaginare che gli USA accetteranno tanto volentieri che l’Italia goda esplicitamente di maggiori vantaggi in seno alla BRI o ad altre iniziative cinesi, considerando che secondo le parole di Donald Trump i futuri dazi saranno ancora più pesanti e la stretta americana si farà sempre più forte. Se la Casa Bianca dovesse passare a metodi più duri come le sanzioni, l’Italia si troverebbe in mezzo ad un fuoco incrociato simile a quello che, oggi, si sta verificando per i partner dell’Iran.

La Belt and Road Initiative: a che punto siamo?

Più nello specifico è importante capire quale siano la natura e l’avanzamento della BRI. A cinque anni dal lancio dell’iniziativa, è difficile fare una valutazione univoca di quali siano i risultati raggiunti. L’impressione del Center for Strategic and International Studies è che l’iniziativa si sia arenata in termini di coerenza e corrispondenza agli interessi strategici cinesi limitandosi a realizzare alcuni progetti locali di corto respiro e che non di rado si trasformano in clamorosi insuccessi. Questo sarebbe vero specialmente per la Belt, la via terrestre di trasporto in cui 5 corridoi economici su 6 soffrirebbero un generale scollamento dal progetto infrastrutturale complessivo. La via marittima (Road), quella che interessa maggiormente il nostro paese, sembra invece procedere in maniera più solida e l’Italia, effettivamente, può ancora raggiungere risultati notevoli.

Figura. La Belt and Road Initiative: vie marittime e terrestri

Fonte: MERICS

In generale, la difficoltà che si incontra è associare un determinato progetto alla BRI visto che spesso l’investimento è stato deciso molto prima del lancio di BRI(es. Gwadar) o non è stata fatta menzione di un collegamento all’iniziativa se non in modo molto vago.

Quello che è certo è che alcuni paesi hanno sperimentato forti resistenze locali alla realizzazione di progetti legati a BRI e che per altri le condizioni finanziarie imposte dalla partecipazione all’iniziativa si sono a mano a mano rivelate più proibitive di quanto preventivato. Episodi del genere si sono verificati per esempio in Kazakistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, Malesia, Sri Lanka.

Seguire con attenzione gli sviluppi di BRI anche in teatri lontani e valutarne lo stato dell’arte permetterà di attestare la capacità e la determinazione cinese nel portare avanti i progetti e garantirà una maggiore comprensione dell’approccio cinese alle controversie con i diversi paesi coinvolti. In questo senso è apprezzabile la creazione della task force BRI, prima, e della task force Cina, poi, in seno al Ministero degli Esteri e al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante non sia ancora possibile conoscere il lavoro svolto dai due gruppi.

L’Unione Europea: the man in the middle

Dal lancio della BRI nel 2013, l’Unione Europea non ha formulato una strategia unitaria e coerente per rispondere al progetto cinese, lasciando liberi i paesi membri di adottare approcci diversi al tema.  Mentre alcuni hanno optato per un proprio coinvolgimento già nella fase preparatoria dell’iniziativa e, poi, nei singoli progetti, altri hanno preferito attendere di conoscere meglio le reali intenzioni cinesi dietro la BRI ed altri hanno scelto di non partecipare ad alcuna fase dell’opera. La Germania, per esempio, pur condannando la condotta cinese in alcuni settori (diritti umani, democrazia, liberalizzazione del mercato, apertura del commercio, proprietà intellettuale) è un’attiva sostenitrice del progetto già dal 2015. Il vuoto politico europeo nei confronti di BRI ha fatto parlare alcuni analisti di un “clientelismo collettivo” dei paesi membri nei confronti di Pechino.

Decisamente più solido si è dimostrato il blocco dei paesi dell’Europa centro-orientale (Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia) che ha istituito con Pechino uno specifico framework (il “16+1”) per la cooperazione in seno alla BRI e che si riunisce con regolarità (l’ultimo summit è stato lo scorso luglio).

È da notare che è in scadenza (2020) la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino, per cui sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali del nuovo “engagement” europeo della Cina. Il Governo italiano dovrà tenere d’occhio il processo negoziale che porterà il Consiglio Europeo all’approvazione di una nuova Agenda per la cooperazione con Pechino per non rischiare di sottoscrivere un accordo svantaggioso per l’interesse nazionale.

Il Mediterraneo: il mare nostrum?

Con il il 20% del traffico marittimo mondiale, la regione mediterranea si conferma un nodo centrale del commercio globale. Come rilevato da Panaro e Ferrara, la rotta che parte dall’Asia e giunge nel Mar Mediterraneo passando per il Sud-Est asiatico, il sub-continente indiano, i Paesi del Golfo e il Canale di Suez “assicura una pluralità di scali intermodali strategici e di carico medio superiore a tutte le altre rotte del traffico globale”. A ciò si associa anche una flessione vantaggiosa dei costi. All’inizio del 2018, infatti, il costo per spedire via mare un container da Shanghai in Europa ammontava a 797 $ se fatto attraverso il Mediterraneo e a 912 $ se fatto attraverso la rotta settentrionale. Gli investimenti cinesi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Israele confermano l’attenzione di Pechino verso il Mediterraneo.

L’acquisizione del 67% del Porto del Pireo da parte di COSCO Shipping (il gigante del trasporto marittimo controllato dal governo cinese) è significativa. Se da una parte testimonia che la Cina ha già trovato un terminal principale per i traffici nel Mediterraneo inoltrato, dall’altra parte è vero anche che per arrivare in Europa Occidentale, gli scali intermodali italiani possono costituire un enorme vantaggio se adeguatamente sviluppati.

L’Italia: punti di forza e debolezza del nostro Paese

Il nostro paese è attualmente in una buona posizione commerciale rispetto alla Cina. In generale, l’Italia è il terzo paese europeo per volume di merci trattate in porti potendo contare su di un vasto numero di strutture marittime, seppur molte non adatte alle mega-navi, e il 64 % del commercio tra UE e Cina nel 2016 è passato via mare.  Terza destinazione di Foreign Direct Investments dopo Londra e Berlino, Roma è anche il quarto partner commerciale cinese tra i paesi europei sia per import che per export. L’acquisizione del 49,9 % del futuro terminal container di Vado Ligure, il più automatizzato che ci sarà nel nostro paese, da parte delle cinesi COSCO (40%) e Qingdao Port International Development (9,9%) giunge, quindi, a confermare l’interesse di Pechino per le nostre infrastrutture.

È da notare, però, che Roma sta perdendo posti nella classifica dei paesi più interessati dal commercio nel Mediterraneo. Se nel 2014 il 8,8% delle navi passanti dal canale di Suez erano dirette in o provenivano dall’Italia, nel 2017 tale percentuale è scesa al 6,6%. Inoltre, nello stesso anno l’import-export marittimo italiano ha registrato in termini di valore, il dato più basso dal 2010, con 159 miliardi scambi.

Rilevante potrà essere il sistema di Zone Economiche Speciali approvato lo scorso anno e che renderebbe il Mezzogiorno italiano, la macro area con “la più alta concentrazione di imprese marittime” in Italia come evidenziato dal Maritime Economy Report 2017 del Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, ancora più attrattivo riducendo i costi e i tempi necessari.

Conclusioni

In conclusione, un’attenta analisi dei driver e degli ostacoli che l’Italia incontra nella cooperazione con la Cina permetterebbe al decisore politico di arrivare al tavolo negoziale informato e consapevole dei reali interessi in gioco, delle opportunità possibili, dei potenziali rischi. A questo scopo il lavoro delle Task Force integrate nei Ministeri sarà fondamentale e l’attività parallela dei think tank potrà fungere da moltiplicatore di informazioni e analisi.

Gli accordi di partenariato commerciale tra l’UE e il Giappone

Bruxelles lo ha definito “il più grande accordo commerciale della storia”: si tratta della Economic Partnership Agreement (EPA), patto di libero commercio stipulato tra Giappone e Unione Europea che punta a incentivare la liberalizzazione dell’economia mondiale, facendo così fronte alle spinte protezionistiche che sembrano caratterizzare sempre di più l’amministrazione statunitense.

Gli accordi di partenariato commerciale tra l’UE e il Giappone - Geopolitica.info

In una nota risalente ai primi di dicembre del 2017, la Commissione Europea ha infatti dichiarato che  “la chiusura delle trattative per l’accordo EPA dimostra la forte ambizione politica di Giappone ed Ue di continuare a sostenere il libero commercio e manda un forte messaggio al mondo”.

L’Europa dimostra così per l’ennesima volta il proprio impegno per la liberalizzazione del commercio internazionale, le cui strategie e linee guida hanno radici lontane nel tempo.

Il liberismo in Europa: verso il Mercato Unico. Sin dai mesi successivi alla firma del trattato di Roma del 1957, che decretò la nascita della CEE e che unì i sei paesi firmatari in una unione doganale, al di fuori del contesto comunitario, e in particolare negli USA, in molti agitarono lo spauracchio della ‘fortezza Europa’: un florido gruppo di stati in grado di portare avanti forti discriminazioni commerciali nei confronti del resto del mondo e di erigere ‘mura economiche’ molto alte verso i paesi esclusi dal processo d’integrazione europea.

Per la verità, molteplici barriere al commercio rimasero presenti all’interno della stessa CEE per la totalità degli anni Sessanta e Settanta, e un tale stato di cose spinse Margaret Thatcher, leader conservatore della Gran Bretagna dal 1979 al 1990, a esercitare forti pressioni sulla Comunità affinché si arrivasse alla costruzione del mercato unico in Europa.

La Gran Bretagna, prossima oggigiorno all’uscita dall’UE, diede così un contributo fondamentale per lo sviluppo di una concezione liberista dell’economia comunitaria.  Il progetto europeo della Thatcher si basava su un forte idealismo legato a una fede incrollabile nel libero mercato e su uno spiccato pragmatismo personale. Il liberalismo economico thatcheriano diede una spinta importante allo sviluppo del mercato europeo, e l’Atto Unico Europeo del 1986 rappresentò per il leader britannico un importante successo, in quanto vennero poste le basi per la realizzazione di un grande mercato libero in Europa.

Il contributo della Thatcher si concretizzò sulla parte dell’AUE relativa alla seconda fase della liberalizzazione del mercato (beni e capitali), un obiettivo da raggiungere grazie all’introduzione di due dogmi del liberismo thatcheriano: regole strette in materia di interventismo statale e privatizzazione di settori fondamentali come l’energia e le telecomunicazioni. In questo modo furono poste le fondamenta per una reale competizione sui mercati europei.

Il completamento del Mercato Unico e il WTO. Gli anni successivi alla firma dell’AUE furono contrassegnati da importanti sforzi al fine di giungere al completamento del mercato interno. In questo senso, furono fondamentali le strategie di due personaggi di spicco: il francese Jacques Delors, presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995, il quale condivideva con la Thatcher la fede nel libero mercato; l’inglese Arthur Cockfield, Commissario europeo per il Mercato Interno dal 1985 al 1989, che attraverso la stesura di un importante documento, il ‘White Paper’ per il mercato unico, pubblicato nel 1985, gettò le basi del cosiddetto ‘programma 1992’, individuando la data del 31 dicembre 1992 come termine per il completamento del mercato interno e insistendo per l’adozione di un approccio globale all’integrazione economica.

Tale approccio venne adottato dai paesi UE in occasione del cosiddetto ‘Uruguay Round’, serie di trattative che hanno coinvolto 123 paesi del mondo tra il 1986 e il 1994 e che hanno condotto alla nascita del WTO il 1° gennaio 1995.

Obiettivo principale del WTO è l’abolizione delle barriere tariffarie al commercio internazionale; oggetto della normativa del WTO sono i beni commerciali, i servizi e le proprietà intellettuali.

Il WTO favorisce inoltre l’attuazione, l’amministrazione e il funzionamento degli accordi commerciali multilaterali.

Verso l’accordo EPA. Nel corso del tempo, l’evoluzione del mercato unico europeo non ha placato le preoccupazioni degli stati terzi, e l’argomento della ‘fortezza Europa’ è ritornato ciclicamente in auge. L’Ue, dal canto suo, negli ultimi anni ha cercato di compiere importanti sforzi per incentivare la liberalizzazione dell’economia internazionale, e tali propositi si sono intensificati a partire dal 2014, anno in cui la commissione Juncker ha nominato la svedese Cecilia Malmström quale commissario europeo per il commercio.

Il quotidiano ‘politico.eu’ ha recentemente definito la  Malmström come uno dei personaggi fondamentali della politica europea: un profilo globale in grado di contrapporre il liberismo europeo al protezionismo degli Usa.

L’accordo EPA con il Giappone rappresenta l’esempio più fulgido delle strategie economiche dell’EU e del peso che il commissario per il commercio è in grado di esercitare sulla scena internazionale.

Le radici del trattato risalgono al 2013, anno in cui i governi dell’UE hanno incaricato la Commissione di avviare negoziati con il Giappone. Il 6 luglio 2017 l’UE e il Giappone hanno raggiunto un accordo di principio sugli elementi fondamentali dell’EPA.

Nell’annuncio dell’intesa si può leggere che:” L’EPA creerà una macro-zona economica con 600 milioni di abitanti, nella quale si concentra il 30% del PIL mondiale e aprirà significative opportunità di investimenti e scambi commerciali, contribuendo al rafforzamento delle nostre economie e società”.

L’accordo è ora in una fase di definizione giuridica: l’obiettivo della Commissione è quello di arrivare alla firma ufficiale entro la pausa estiva, per poi passare alle ratifiche in modo che l’EPA possa entrare in vigore nella primavera del 2019.

Le imprese dell’UE esportano già in Giappone beni per oltre 58 miliardi di euro e servizi per 28 miliardi. Le imprese europee devono però scontrarsi con la presenza di significative barriere commerciali all’esportazione verso il Giappone. L’accordo EPA prevede la rimozione di questi ostacoli al commercio e il tentativo di plasmare norme commerciali globali in linea con gli alti standard di qualità e i valori comuni europei. Il cuore delle misure dell’accordo riguarda per i giapponesi una maggiore libertà ai produttori di automobili e per gli europei un azzeramento dei dazi sui prodotti alimentari.

Le prospettive per le imprese italiane. Considerando l’importanza che il settore agro-alimentare riveste per l’economia del nostro paese, sono in molti a credere che l’EPA possa garantire prospettive rosee alle piccole e medie imprese italiane. Il messaggio arriva dal convegno svoltosi il 22 e 23 gennaio alla Farnesina, promosso dalla Fondazione Italia-Giappone, che riunisce rappresentanze di alcuni settori economici per fare il punto sulle prospettive per business ed esportazioni. “Il nostro export sta crescendo e ha bisogno di una ulteriore spinta da questo tipo di accordi commerciali, che servono soprattutto alle Pmi“– ha sostenuto il sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova – “Una ragione in più per stare in Europa da protagonisti sono i grandi accordi commerciali, di cui le nostre aziende beneficiano: la globalizzazione del commercio internazionale basata su regole chiare è ciò che serve alle nostre aziende”.