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Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo)

Lo stallo dell’Appellate Body Wto ha tenuto banco anche durante le discussioni interne al World Economic Forum 2020, terminato lo scorso 24 gennaio. Lo ha confermato  il direttore generale Robert Azevêdo, mettendo in luce la congiunzione esistente tra futuro della economia mondiale e Wto. Il Forum dedicato quest’anno alla tematica “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” si è posto, infatti, l’obiettivo di ridisegnare il paradigma strutturale della global economic governance, invitando i partecipanti a farsi carico delle istanze provenienti da più parti della società civile e imprenditoriale. Istanze che si traducono in un’unica espressione: “ripensare il sistema economico internazionale”.

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Il WEF di Davos

Il Forum, come noto, sorto 50 anni fa come spazio di confronto e analisi delle principali questioni economiche europee, si è, nel corso del tempo, aperto a contingenze sempre più globali allargando la platea dei protagonisti: da attori esclusivamente economici e imprenditoriali, ha incominciato ad accogliere anche istituzioni finanziarie, leaders politici e Ong; tanto da poter vantare l’appellativo di “mondiale” e a partire dal 2015 venir riconosciuto come istituzione internazionale. Non a caso, negli ultimi anni, è divenuto il proscenio naturale in cui i principali attori geopolitici hanno delineato il quadro delle loro future politiche commerciali internazionali. Basti pensare all’aperta difesa del processo di globalizzazione, pronunciata da Xi Jinping, nel gennaio 2017, quale basilare presupposto per la realizzazione della Silk Road. Una iniziativa di costruzione di un nuovo spazio economico globale che avrebbe, poi, inasprito la risposta protezionistica trumpiana, già in atto. Una politica protezionistica perorata, appena l’anno dopo, nella stessa sede dal presidente Trump come unico strumento utilizzabile di fronte alle pratiche commerciali sleali cinesi.

Le aspettative di Davos 2020

Forti e inattese sono state le aspettative degli osservatori verso le proposte suscettibili di essere mosse dai partecipanti al Forum in materia di divario sociale, difesa dell’ambiente e ridefinizione della politica economica globale. Le esigenze di sostenibilità ambientale e divario sociale hanno trovato voce attraverso la partecipazione costante dell’attivista svedese Greta Thunberg e di varie Ong come l’Oxfam. Diversamente, il bisogno di ridisegnare le strutture portanti del sistema economico internazionale è stato manifestato dagli stessi attori geoeconomici ivi presenti. Sostenibilità e tutela dell’ambiente, protezione della biodiversità e eliminazione del debito, è stato affermato, passa solo attraverso la volontà di ristrutturare il fondamento ideologico della economia mondiale. Ovvero di ridefinire teleologicamente il liberismo economico.

Il sistema economico globale postmoderno

La ricostruzione postbellica ha generato lo scatto tra modernità e postmodernità del governo economico globale. Il sistema economico moderno, di matrice fisiocratica e classica, che aveva generato e sostenuto la rivoluzione industriale, giunge sino al secondo conflitto bellico mondiale tra altalenanti politiche liberiste e protezionistiche. Un sistema economico moderno strutturato secondo il paradigma reddito – risparmio – consumo, ovvero su tre segmenti tra loro complementari, reciprocamente necessari e non capaci di sopraffarsi a vicenda. Terminata la guerra, però, manifesto della “ New Global Economic governance” in costruzione diviene il noto saggio “Capitalismo e libertà” dell’economista Milton Friedman. Vi si delinea la liberalizzazione dei flussi finanziari, dei beni finali e intermedi, della forza-lavoro, dei servizi al fine di  fare del mondo un “mercato senza confini”. Un modello economico divenuto egemonico, dopo il crollo dell’Urss, e che per la sua massima espansione ha sfruttato, da un lato, l’ azione delle organizzazioni internazionali (FMI, BM e OMC) e, dall’ altro, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologico-informatica. E che ha accelerato la competizione internazionale alla ricerca di nuovi mezzi per il raggiungimento di una crescita illimitata e inarrestabile. Produzione di massa e consumo, finanziariamente sostenuti, hanno costituito i principali fattori del sistema economico postmoderno organizzato secondo il paradigma: finanziamento – consumo – debito. Il finanziamento, primo termine del paradigma, regge ogni operazione di messa in produzione, commercializzazione e consumo di beni e servizi. Il piano finanziario ha proceduto progressivamente nello sforzo di prevale e sopraffare gli altri piani dell’economia: così, la persona, lavoratore o consumatore (Stakeholder), è stato inteso come uno degli strumenti e non il fine dell’attività di impresa. E remunerare, in maniera crescente, gli investitori (shareholder) è divenuto l’unico obiettivo delle attività produttive e commerciali.

Ridisegnare il paradigma

Davos 2020 si è posto il compito di individuare soluzioni multilaterali alla necessità di ridisegnare i connotati di tale paradigma,  in funzione di sostenibilità finanziaria e ambientale. Un sistema economico che miri alla pura accumulazione finanziaria e’ un sistema sbilanciato in cui le esigenze produttivistiche e utilitaristiche soffocano le esigenze personalistiche, sociali e ambientali. Occorre, perciò, dare un nuovo orizzonte al neoliberismo e quell’orizzonte è la persona umana, nelle sue sfaccettature di lavoratore, consumatore, cliente e cittadino. E di questo deve farsi carico ogni soggetto economico mondiale. Solo ciò potrebbe rendere maggiormente sostenibile l’economia, elidendo buona parte di quel debito, generato dalla rincorsa alla crescita ma, privo di qualsiasi aggancio a valori dell’economia reale. I primi segnali si sono avuti, in estate, negli Stati Uniti ove ben 181 amministratori delegati di colossi economici internazionali hanno firmato una dichiarazione di intenti per il futuro: “volgere il timone imprenditoriale dallo shareholder value allo stakeholder value”, ovvero dalla massimizzazione dei profitti azionari alla assunzione di responsabilità dei problemi della comunità in cui l’imprese operano: problemi che, il più delle volte, sorgono a seguito del loro operare. Una iniziativa che è stata preceduta dalla stipula del Fashion Pact, nello specifico settore della moda, tra i più importanti brand mondiali. Anche in questo caso, la responsabilità sociale dell’impresa ha costituito un indicatore di rotta in un settore che pregiudizialmente negava di poter vincolare la creatività alla sostenibilità. Iniziative che hanno trovato cassa di risonanza anche nella scelta del Financial Times di dedicare un intero numero (18/09/2019) ai grandi mali del capitalismo aprendo la prima pagina con un gigantesco titolo “Capitalism, time for reset!”.

Il meccanismo inceppato dell’OMC e la sua riforma

L’operare dell’OMC ha fortemente contribuito nella formazione del sistema economico postmoderno in termini di inclusività dei suoi protagonisti e di eliminazione delle barriere al commercio mondiale. Sennonché il meccanismo di agevolazione del mercato si è inceppato nel momento in cui le decisioni del suo Appellate Body hanno perseguito l’affermazione del liberoscambista a danno di interessi sociali o ambientali. Interessi, questi ultimi, che pure avrebbero dovuto trovare sede in un equo e ragionevole contemperamento operato all’interno dei singoli contenziosi. In questo modo, misure sanitarie, fitosanitarie, ambientali, di protezione degli animali o di tutela dei lavoratori hanno finito con l’essere considerate barriere commerciali nelle decisioni WTO (si vedano, tra gli altri, i casi WT/DS2; WT/DS21; WT/DS401 etc). Decisioni che hanno allontanato sempre più l’istituzione dal sentire dell’opinione pubblica mondiale. E che hanno fatto dell’OMC la paladina di una globalizzazione “senza anima” che esige una riforma. Una riforma oggetto di confronto a Davos, ove ha partecipato anche il DG Azevêdo su invito degli organizzatori. Ma la proposta di riforma per quanto unanimemente accolta dai partecipanti si è tradotta in una egoistica parcellizzazione delle possibili soluzioni.

USA VS UE/CINA

L’esigenza di ridisegno dell’economia globale, infatti, è stata intesa da Trump come l’occasione per riaffermare l’inevitabilità di soluzioni sovraniste e protezionistiche. Diversamente, l’UE e la delegazione cinese si sono fatti promotori di una possibile azione multilaterale, funzionalizzata a politiche di sviluppo sostenibile. Una sostenibilità ambientale e finanziaria più volte richiamata dalla presidente Ursula Van de Layen, la quale insieme ai delegati di ben 16 Paesi Membri WTO, a margine del Forum, hanno dato vita ad un meccanismo temporaneo di risoluzionedelle controversie commerciali internazionali. Una soluzione che ha visto la partecipazione anche della Cina ma non di Washington. Una risoluzione che ha reso evidente il ruolo geopolitico europeo nella gestione della crisi WTO, come si era auspicato sin dal primo momento.

L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo

L’ OMC (conosciuta anche come WTO, secondo l’acronimo inglese) il 1° gennaio ha compiuto 25 anni ma senza poterli festeggiare. Le candeline del suo successo sono state inesorabilmente spente dal vento del protezionismo commerciale trumpiano e dai risvolti di belligeranza economica Usa/Cina e Usa/Ue. Come noto, a partire dal 10 dicembre scorso, l’Organo di Appello si ritrova con un solo giudice, di origine cinese (tra l’altro) e impossibilitato a raggiungere un quorum per la definizione di nuove controversie tra gli Stati membri. Una impossibilità che si traduce in una situazione di crisi della stessa organizzazione internazionale dovuta alla volontà di Washington di non collaborare, in seno al DSB, alla nomina di nuovi giudici (ben 6) affinché l’Organo torni ad operare a pieno regime. Le ragioni della fase di stallo che sta colpendo la capacità di risoluzione delle controversie dell’OMC sono molteplici, alcune storicamente insite nel processo di formazione della organizzazione stessa, altre contingenti alla situazione economico-finanziaria mondiale.

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Ragioni storiche: il lato oscuro del multilateralismo…

L’OMC può definirsi un’organizzazione relativamente giovane, eppure espressione di una ideologia ormai già fortemente discussa agli albori del 1995, quando essa vede la luce, rappresentandosi come uno dei baluardi istituzionali dell’orientamento politico internazionale di matrice multilaterale.

È nel periodo successivo al secondo conflitto bellico mondiale che si leva una forte tendenza multilaterale nelle relazioni internazionali. Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici appariva suscettibile di essere combattuto con nuove modalità di negoziazione di accordi, di vigilanza sulla loro osservanza, di soluzione delle controversie, in altri termini di gestione dei rapporti fra gli Stati. Ciò anche a fronte della necessità di tenere in debito conto i mutati rapporti di forza fra protagonisti della Global Society, le loro mutate esigenze nonché l’inarrestabile movimento tellurico delle aree coloniali. I tavoli di concertazione multilaterali si andavano, così, affermando come lo strumento principe per interpretare la pluralità e l’auspicata egualità geopolitica dei diversi soggetti della società internazionale; come una nuova frontiera della diplomazia a carattere plurilaterale e collettivo, idonea a creare, in alcuni casi, anche strutture istituzionali stabili e consolidate. Costrutti tipici di questa ideologia sono stati l’ONU, sul piano della sicurezza e dell’ordine internazionale e il sistema di Bretton Woods (costituito dal connubio FMI e BM), sul piano economico-finanziario. Ma come ogni ideologia anche il multilateralismo presenta un suo “lato oscuro, coincidente con la facile malleabilità delle potenze minori agli interessi egemonici. Taluni osservatori, non a caso, lo hanno qualificato come ulteriore strategia messa a punto dagli Usa per affermare e consolidare, a livello globale, il modello politico ed economico neoliberale. Ed una prova è rinvenibile nella natura elitaria del Consiglio di Sicurezza ONU e nelle modalità di calcolo dei voti nell’ambito degli organi decisionali del FMI e della BM. In tal modo, i principi egualitari e universalistici, fondanti il nuovo ordine mondiale, hanno via via perso quel carattere di inclusività che li aveva culturalmente generati. Non a caso, ben due (Cina, Urss) dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno inteso, poi, aderire agli Accordi di Bretton Woods per una non sentita condivisione dei valori diramati mediante il multilateralismo ONU.

…gli egoismi mai sopiti,

Un multilateralismo che incomincia a scricchiolare contestualmente alla sua affermazione. E i segni di maggiore instabilità si evidenziano nella mancata ratifica, da parte del Congresso americano, della Carta dell’Avana istitutiva dell’ITO (organizzazione internazionale del commercio) che avrebbe completato il quadro istituzionale internazionale teorizzato a San Francisco. Nella consapevolezza di una sempre maggiore integrazione e intensità degli scambi commerciali, si era voluto affidare la direzione e il controllo dei processi economico-commerciali mondiali al FMI, alla BM e all’ITO. Ma le spinte sovraniste e protezionistiche, mostrate dal Congresso americano, nella primavera del ’48, convinsero il presidente Truman a non sottoporre a ratifica la Carta dell’Avana, destinandola all’insuccesso. L’affermazione del bipolarismo e la volontà degli Stati Uniti di non delegare ad una organizzazione internazionale parte della propria sovranità in materia commerciale impedì che l’ITO prendesse forma e permise al Gatt (accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), che accompagnava la Carta dell’Avana, di applicarsi eccezionalmente e provvisoriamente. Una provvisorietà durata ben 48 anni, sino alla istituzione della Wto.

…l’avvento del regionalismo

All’alba del 1995, finalmente una organizzazione internazionale a carattere universale, in materia commerciale, l’OMC-WTO, diviene, operativa vantando procedure decisionali molto più democratiche di quelle del sistema di Bretton Woods. Eppure, la tendenza multilaterale di cui costituisce concretizzazione si è già snaturata a fronte di una molteplicità di organizzazioni internazionali a carattere regionale che frattanto si muovono sul medesimo piano economico e commerciale, basti pensare all’OUA, all’ASEAN, al COMESA al NAFTA etc. Perciò, della necessarietà della Wto si inizia a dubitare già nel momento del suo sorgere.

Ragioni economiche contingenti: la crisi del 2008…

Lo scoppio della crisi economico-finanziario del 2008 sebbene abbia rivelato l’inestricabile interconnessione tra le diverse economie nazionali, non è stata in grado di sostenere la rinascita di soluzioni multilaterali. D’altronde, le organizzazioni internazionali, quelle di Bretton Woods, competenti alla ricerca di nuovi strumenti di ristrutturazione del capitalismo finanziario mondiale si sono rivelate non all’altezza della situazione. Si è, pertanto, generato un ulteriore allontanamento da soluzioni politiche sovra-statuali che ha investito anche l’OMC. Di questo malessere si sono fatti portavoce i sentimenti sovranisti concretatesi, oltreatlantico, nel principio “America First” della presidenza Trump.

…l’ascesa economica cinese.

Il perseguimento della riaffermazione egemonica commerciale ed economica di Washington, infatti, ha spinto la amministrazione Trump a ridiscutere rilevanti accordi multilaterali di libero scambio (come il Nafta) o a rinnegare qualsiasi appoggio politico alla futura stipulazione di essi (come nel caso del TTIP). Nel frattempo, infatti, si è verificata l’ascesa del dragone asiatico che ha messo in discussione la leadership economica degli Stati Uniti. Basti pensare che nel 1948 (l’anno della mancata adozione della Carta dell’Avana) più di 1/5 delle esportazioni mondiali erano statunitensi, mentre oggi si attestano intorno all’8,5% rispetto ad un ben 13% della Cina (Dati OMC). Non solo, gli Usa presentano anche un disavanzo commerciale pari a 875 miliardi di dollari (Dati Bureau of Economic Analysis Usa). Ecco così spiegate le ragioni del vento protezionistico che spira dall’Atlantico, capace di generare una guerra commerciale senza precedenti, per assenza del lume tutelare WTO. Quella Wto, reputata dal presidente Trump un fastidioso fardello della diplomazia postbellica, suscettibile di essere sostituita da più proficue forme diplomatiche bilaterali ove può farsi valere il peso specifico degli Stati Uniti. Peso specifico difficilmente contestabile se non da “mega” entità come il Dragone Cinese o l’Unione Europea (qualora riuscisse a palesarsi con un’unica e unanime voce).

E l’Europa?

Questa volta Bruxelles ha deciso di non stare a guardare e di non parcellizzarsi in una miriade di sentimentalismi nazionalistici. D’altronde, l’UE stessa è il costrutto maggiormente riuscito (seppur con le sue imperfezioni) della ideologia multilaterale. Prendendo, perciò, coscienza che l’OMC è stata creata con l’obiettivo precipuo di rafforzare il multilateralismo in un ordine mondiale inclusivo, non discriminatorio e aperto, il Parlamento Ue (ris. 2019/2918 RSP) ha invitato la Commissione a porre in essere ogni tentativo di dialogo con i membri della Wto al fine di sbloccare la situazione. Ne deriva che la soluzione potrebbe avere bandiera europea e costituire l’occasione per una maggiore affermazione della Ue.

La nuova Commissione europea

Non è stato un percorso facile, ma dopo il rinvio di un mese la nuova Commissione europea ha ricevuto la fiducia dell’Europarlamento: 461 voti favore, 157 contro e 89 astenuti. Un ottimo risultato, di gran lunga superiore rispetto a quello ottenuto a luglio dalla stessa presidente Ursula Von der Leyen, e più ampio di quello ricevuto all’epoca dalla Commissione di Jean-Claude Junker. Tuttavia, non bisogna farsi troppe illusioni: al di là dei buoni propositi l’attività della nuova Commissione sarà molto difficile.

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Il voto finale del Parlamento europeo per la conferma della Commissione Von der Leyen è stato posticipato di un mese dopo che il processo di scrutinio dei commissari in pectore è risultato più complicato del previsto. Durante quello che potremmo definire un Vietnam parlamentare all’europea sono stati respinti i candidati di Ungheria e Romania, e per la prima volta anche quello della Francia.

Per l’Italia è significativa la nomina di Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari economici e monetari, nomina a cui si è aggiunta quella di David Sassoli alla presidenza dell’Europarlamento e di Irene Tinagli alla presidenza della Commissione parlamentare per gli affari economici e monetari (tutti esponenti del PD). Appena si è saputo della nomina di Gentiloni, gli osservatori più smaliziati hanno iniziato a chiedersi come sarebbe stato visto da tedeschi e olandesi un politico italiano incaricato di occuparsi della supervisione dei budget dell’Eurozona. Non è un pregiudizio riservato esclusivamente all’Italia, nel 2014 i falchi del rigore di bilancio guardarono con lo stesso sospetto anche il francese Pierre Moscovici, nonostante rappresentasse l’altra metà del Reno (i.e. asse franco-tedesco).

Durante l’audizione di scrutinio Gentiloni ha usato argomenti molto simili a quelli usati all’epoca dal socialista francese, sottolineando che «non sarà il commissario di un solo Paese» (quindi non un ambasciatore dell’Italia) e la volontà di applicare «con piena flessibilità il patto di stabilità», cercando di fare in modo che sia consentito un uso adeguato dello spazio di bilancio per far fronte al rischio di rallentamento delle economie della zona euro. Nonostante i mugugni di rito, la sua nomina è stata accolta positivamente e senza intoppi. Dopo aver visto l’italiano Mario Draghi cambiare la politica monetaria della BCE, forse i Paesi nordici dovranno accettare di vedere un italiano cambiare le regole del Patto di stabilità e crescita.

È altrettanto vero però che il nuovo commissario all’economia sarà sottoposto al controllo del lettone Valdis Dombrovskis, uno dei tre vicepresidenti esecutivi con ruoli potenziati. Il timore di alcuni è che le competenze di Gentiloni vengano svuotate affidando a un supervisore il compito di vigilare sul suo operato, ma è un timore esagerato. A Gentiloni è stato esplicitamente assegnato il compito di far rispettare il Patto di stabilità e crescita, e di concedere le possibili eccezioni. Il fatto che sarà lui a occuparsene però non significa che avrà il potere di decidere chi “salvare” e chi “condannare” in maniera arbitraria: anche l’ex Presidente del Consiglio italiano  dovrà agire – come tutti gli altri commissari – nell’ambito delle regole comunitarie e rispondere al resto della Commissione. La posizione sui conti pubblici italiani sarà assunta collegialmente dall’intera squadra di Von der Leyen.

Inoltre, non va dimenticato che eventuali cambiamenti nell’applicazione dei vincoli di bilancio arriveranno nei prossimi anni, le leggi di bilancio del 2020 saranno esaminate secondo le regole attuali. Per adesso tutto lascia intendere che vedremo replicarsi il solito schema: i paesi con i conti in ordine che dovrebbero investire di più non lo faranno, mentre i paesi con bilanci pubblici da risanare – come Francia e Italia – chiederanno spazi di flessibilità rimandando il rispetto di alcuni impegni a tempi più propizi. Almeno per quest’anno è sicuro che continueremo a vedere il solito gioco europeo del “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, utile a mantenere invariato l’attuale stato delle cose.

Le prospettive della nuova Commissione

La nuova Commissione ha un assetto più gerarchico della precedente. Ci sono tre vice-presidenti esecutivi con incarichi rafforzati, dotati di una direzione generale e risorse per le proprie iniziative. Oltre al già citato lettone Valdis Dombrovskis, ci sono gli ex concorrenti alla presidenza: il tedesco Frans Timmermans e la danese Margrethe Vestager. Ognuno di loro rappresenta un partito della maggioranza: Dombrovskis i popolari, Timmermans i socialisti e Vestager i liberali. Ad accomunarli però c’è l’appartenenza al gruppo della Nuova Lega Anseatica, la coalizione informale tra Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda e i tre Paesi baltici che punta al rispetto delle regole sul bilancio ed è contraria a ogni proposta di riforme solidali dell’Eurozona.

La loro presenza fa da bilanciamento all’influenza di Macron. Il presidente francese è stato molto abile a influenzare le nomine europee e a mettere i suoi favoriti nei ruoli chiave, la sua influenza arriverà nel profondo della Commissione Von der Leyen. Macron adesso ha persone allineate alla sua visione di Europa nei ruoli più importanti: Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo, oltre appunto al commissario francese (Thierry Breton, mercato interno e concorrenza) e a Paolo Gentiloni all’economia, senza dimenticare ovviamente Christine Lagarde alla BCE. Oltre ai transalpini anche Michel, Von der Leyen e Gentiloni sono fluenti in francese, un dettaglio non secondario.

La mappa della nuova Commissione, quindi, rappresenta bene i rapporti di forza: presidenza tedesca affiancata da tre vicepresidenti speciali anseatici, vicepresidenti semplici di paesi poco potenti, e poi tutto il resto in un delicato equilibrio di nomine e interessi particolari

Von der Leyen ha dovuto trovare un difficile equilibrio tra popolari, socialisti e liberali. Inoltre, per raggiungere un compromesso ha dovuto aprire anche agli euroscettici orientali. La nuova Commissione avrà bisogno degli europarlamentari polacchi, ungheresi e romeni (anch’essi sotto esame per il conflitto tra politica e giustizia). La Polonia ha ottenuto l’Agricoltura e la Romania i Trasporti (portafogli rivelanti nella politica interna di Varsavia e Bucarest, e sul dossier delle grandi infrastrutture). L’Ungheria ha invece ricevuto il commissario all’Allargamento e vicinato, assegnazione controversa visto che il paese di Viktor Orbán non è esattamente un riferimento quando si parla di allargamenti e rapporti di buon vicinato. Questa apertura necessaria non sarò semplice da gestire.

Nei prossimi cinque anni i membri della Commissione dovranno occuparsi di molti dossier di priorità assoluta: l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati, la riforma dell’Eurozona, la Brexit (o il negoziato), la competizione fiscale intra-UE, la tassazione dei giganti del web, le normative sulla concorrenza, la discussione del bilancio pluriennale 2021–2017, la guerra commerciale, le relazioni con gli Stati Uniti (con elezioni e forse un Impeachment di mezzo), l’organizzazione di una difesa comune, l’applicazione delle politiche ambientali, la transizione tecnologica ed energetica e molto altro ancora.

Rispetto a Jean-Claude Juncker, la visione di Von der Leyen dovrà porre più enfasi sulla geopolitica, cioè su una UE più assertiva sia nei confronti dell’alleato statunitense che della Russia e della Cina, e di tutto l’estero vicino. Cosa più facile a dirsi che a farsi vista la carenza comunitaria di strumenti per affermare la propria strategia. Allo stato attuale l’Unione Europea non riesce ad affrontare nemmeno la questione catalana ed è costretta a subire l’assertività della Turchia nel nord-est della Siria e nelle zone di sfruttamento off-shore di Cipro.

Nel discorso d’insediamento Von der Leyen ha promesso il raggiungimento di obiettivi ambiziosi come il Green Deal europeo (emissioni zero entro il 2050), l’affermazione di un ruolo geopolitico dell’UE e l’istituzione di una Difesa comune. L’osservazione della realtà però mostra uno scenario meno suggestivo. Una Commissione così diversificata rispecchia adeguatamente la complessa realtà dell’Unione, ma inevitabilmente significa anche che ci saranno molte conflittualità tra Commissione, Parlamento europeo e Stati membri – a loro volta alle prese con la conflittualità di parlamenti sempre più frammentati. Inoltre, l’attore principale di qualsiasi stagione di riforme comunitarie resta comunque il Consiglio europeo, in cui vige la regola dell’unanimità.

Non bisogna quindi farsi trascinare da suggestioni ideali, l’Unione Europea continuerà a essere una sofisticata organizzazione intergovernativa che ogni Stato membro guarda come veicolo del proprio interesse nazionale. Un atteggiamento forse cinico, ma sicuramente pragmatico che dovrebbe caratterizzare anche l’operato dei governi italiani, spesso inclini ad abbandonarsi a un europeismo eccessivamente romantico che trova pochi riscontri nella dura realtà delle relazioni internazionali tra paesi europei, o a un euroscetticismo scompostamente bellicoso, che all’atto pratico non riesce a far valere in sede comunitaria il potere negoziale che l’Italia è in grado di esercitare.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”

 

 

Una UE erìstica: la storiografia come arma nella lotta geopolitica?

Nello “scontro ibrido” in atto tra la Russia, da un lato, le ex repubbliche sovietiche baltiche più la Polonia (ex satellite dell’URSS), dall’altro, pare emergere un nuovo capitolo: quello della diatriba storiografica. La recente Risoluzione dell’Unione Europea sui totalitarismi, infatti, chiama direttamente in causa Mosca esortandola a confrontarsi con il proprio passato ripudiando ogni revisionismo storico. I riferimenti al Patto Ribbentrop-Molotov testimoniano che il Parlamento europeo ha scelto di gettare nell’agone geopolitico un tema assai spinoso che, tuttavia, ad una attenta disamina, rischia forse di avere un effetto controproducente, lasciando trasparire un intento propagandistico di cui il documento UE sembra essere permeato.

Una UE erìstica: la storiografia come arma nella lotta geopolitica? - Geopolitica.info

La Risoluzione 2819 del Parlamento europeo
Il 19 settembre 2019 l’Europarlamento ha adottato la Risoluzione 2819 intitolata Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, approvata con 535 voti a favore e 66 contrari (52 gli astenuti), presentata dai gruppi PPE, S&D, Renew, Verts/ALE ed ECR. L’occasione – vi si può leggere – è stata rappresentata dall’80° anniversario dall’inizio della Seconda guerra mondiale. Quest’ultimo riferimento omette tuttavia un dato non trascurabile: l’esistenza dello stato di guerra con il Reich venne comunicata da Parigi e Londra, non senza riluttanza, solo il 3 settembre. La “riluttanza” di francesi e inglesi ad aprire le ostilità fu testimoniata dal fatto che per ben nove mesi quello occidentale fu un fronte freddo, tanto che quella inusuale stasi venne chiamata dai francesi drôle de guerre (lett. “guerra comica”). Durante quei mesi di stallo la Germania potè occupare la Città Libera di Danzica e la Polonia senza preoccuparsi del proprio fianco occidentale, mentre l’URSS annetteva parte del territorio polacco (le Kresy Wschodnie) e iniziava una guerra contro la Finlandia. In aprile (operazione Weserübung) i tedeschi poterono invadere anche Danimarca e Norvegia. La drôle de guerre ebbe termine solo a maggio, quando la Wehrmacht, penetrando nei Paesi Bassi, in Lussemburgo e in Belgio, diede inizio a Fall Gelb, nome in codice per il piano d’operazioni preliminari alla neutralizzazione della Francia. Queste circostanze potrebbero suggerire che, forse, la Risoluzione UE non possa pretendere di esaurire, nelle sue sei pagine, le (assai) complesse dinamiche all’origine del secondo conflitto mondiale, che divenne tale solamente il 7 dicembre 1941, quando il Giappone bombardò Pearl Harbor.

Una memoria lacunosa
Nemmeno qui, ça va sans dire, si vuole avere la presunzione di esaurire tali tematiche. Vale tuttavia la pena prendere in considerazione alcuni passaggi nodali del documento UE, soprattutto per via degli effetti che potrebbero avere sul dibattito geopolitico odierno. Ad esempio, la Risoluzione afferma (punto B) che il Patto Ribbentrop-Molotov abbia: <<spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale>>. Tale asserzione appare opinabile per una serie di motivi che diversi storici avevano già messo in luce. Tra questi Alan J.P. Taylor che, nel suo The Origins of the Second World War (1961), documentò le responsabilità delle potenze occidentali nel secondare le rivendicazioni hitleriane attraverso l’appeasement. Un osservatore privilegiato quale William L. Shirer – corrispondente dall’Europa per la CBS* dal ’37 al ’41 e membro del Peace Aims Group del CFR** dal ’43 al ’45 – nel saggio The Rise and Fall of the Third Reich (1960) non si discostò dalle tesi di Taylor circa le responsabilità di Parigi e Londra nel consentire che la politica di Hitler determinasse la disintegrazione del “sistema di Versailles”. Nella complessità che caratterizzò le relazioni internazionali durante quella che Edward H. Carr definì the twenty years’s crisis (1919-1939) un dato sopra tutti sembra ulteriormente mettere in dubbio la tesi storiografica dell’UE: il ruolo avuto dalla diplomazia sovietica, durante gli anni Trenta, nel tentare di costruire con francesi e inglesi un sistema di sicurezza collettiva che contenesse il revisionismo hitleriano. In tal senso, i ripetuti sforzi di Maksim Litvinov, Commissario del Popolo per gli Affari Esteri dal 21 luglio 1930 al 3 maggio 1939, naufragarono sempre dinnanzi a due ostacoli: la conventio ad excludendum delle potenze occidentali (di fatto emuli del “cordon sanitaire” a suo tempo propugnato da George Clemencau) e il pregiudizio della Polonia, nonostante il governo di Varsavia, il 25 luglio 1932, avesse firmato con l’URSS un patto di non aggressione, rinnovato il 5 maggio 1934 sino al 31 dicembre 1945. In séguito (26 gennaio 1934) i polacchi firmarono altresì un patto analogo con il Terzo Reich.

Realpolitik anglo-americana
L’UE sembra inoltre ignorare che il pragmatismo con il quale nazionalsocialismo e marxismo-leninismo seppero intendersi contraddistinse anche l’approccio di Downing Street. Andreas Hillgruber, in Hitlers Strategie: Politik und Kriegsführung, 1940-1941, (edito nel 1965), ha descritto come nell’ottobre 1940 Winston Churchill avesse chiesto all’URSS – in quel frangente ancora alleata della Germania – una “benevole neutralità” in cambio del riconoscimento de facto del controllo sovietico su Estonia, Lettonia, Lituania, Bessarabia, Bucovina settentrionale e sui territori polacchi occupati dall’Armata Rossa. In sostanza, il do ut des britannico implicava il riconoscimento delle acquisizioni territoriali ottenute dai sovietici grazie agli accordi da essi siglati nel ’39 con Berlino. Si può così notare un particolare: i contenuti geopolitici del patto tedesco-sovietico che nel settembre ’39 per Gran Bretagna e Francia avevano costituito il motivo scatenante della guerra in Europa, nell’ottobre del ’40 divenivano, mutatis mutandis, oggetto di possibile intesa tra Londra e Mosca. Peraltro, la disinvoltura di inglesi e russi non era una loro esclusiva. Basti ricordare che nel 1938 la rivista statunitense “TIME” attribuì il riconoscimento di “Man of the Year” ad Adolf Hitler. Quella scelta fu fatta sulla scorta dell’esito incruento della Crisi dei Sudeti, consumatasi a Monaco nel settembre di quell’anno con il sacrificio dell’integrità cecoslovacca sull’altare del principio di autodeterminazione. Taylor ha scritto che nel ’44 l’ex presidente cecoslovacco, Edvard Beneš, rivelò che a spingere il suo governo a cedere alle richieste tedesche fosse stata la minaccia della Polonia di procedere manu militari se non le fosse stata ceduta la regione della Slesia di oltre Olza con la città di Teschen. Secondo talune interpretazioni storiografiche, l’ultimatum polacco fu una “pugnalata alla schiena” della Cecoslovacchia. A questa si aggiunse, parallelamente, un altro “colpo basso”. Il 30 settembre, infatti, l’ambasciatore statunitense a Varsavia avvertì Washington che i polacchi si apprestavano a presentare un ultimatum al governo cecoslovacco. Il telegramma giunse al Segretario di Stato, Cordell Hull, alle 7:20 p.m di quello stesso giorno. Il 1° ottobre il ministro ceco a Washington, Vladimir Hurban, informò Hull che alle 12:30 a.m. [ora di Washington] da Praga erano giunte istruzioni di comunicare immediatamente al governo statunitense il contenuto dell’ultimatum, che la Cecoslovacchia considerava una violazione del Patto Briand-Kellog nonché dell’Accordo delle Quattro Potenze appena sottoscritto a Monaco. Hull – già a conoscenza dell’ultimatum – rispose laconicamente che prendeva semplicemente atto del fatto che Hurban si fosse offerto: <<to transmit a message to this Government shortly after half-past twelve this morning and regret that through no fault of your Legation or the Department of State you were unsuccessful in your efforts>> [fonte: FRUS-DP***, 760C.60F/287, 1938, Vol. I].

Storiografia o war propaganda?
Nel punto M (§§. 16 e 22) la Risoluzione sembra alfine palesare uno spirito erìstico nei confronti della Federazione Russa. Si afferma infatti che l’UE sia <<profondamente>> preoccupata: <<per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici>>, considerando << tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica>>. Il sospetto sembra aumentare nelle ultime righe, ove si incarica il Presidente dell’Europarlamento di trasmettere la Risoluzione, oltre che agli organi istituzionali UE e agli Stati membri, anche: <<alla Duma russa e ai parlamenti dei [P]aesi del partenariato orientale>>. Lungo questa falsariga, la Risoluzione appare essere (anche) uno strumento propagandistico nell’accesa dialettica geopolitica tra gli Stati baltici e Mosca su questioni tutt’ora aperte, tra cui: lo “Stivale di Saatse”, Suwalki Gap, il dispiegamento missilistico nell’exclave [russa] di Kaliningrad, la creazione da parte russa di una A2/AD (Anti Access/Area Denial), la sospensione (2007) del Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa, l’estinzione (2019) del Trattato INF, lo Scudo anti-missile, il Nord Stream 2, le istanze economiche legate all’occupazione sovietica delle tre repubbliche baltiche come indicate nel memorandum d’intesa firmato a Riga il 5 novembre 2015. A ciò si aggiunga l’esistenza di due opposte posizioni sulla natura dell’ordine internazionale attuale: da un lato la Russia, la quale ritiene che tale ordine debba riferirsi ancora agli equilibri scaturiti dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale e, dall’altro, gli Stati Uniti che focalizzano invece l’attenzione sulla fine del mondo bipolare (1989-1991) ovvero sulla preservazione dell’unipolar moment enunciato da Charles Krauthammer nel 1990. Il cortocircuito diplomatico che ne deriva sembra così suffragare la tesi circa la New Cold War profetizzata da George F. Kennan nel 1998 come reazione alla politica di espansione ad Est della NATO, da lui definita nel 1996: <<a strategic blunder of potentially epic proportions>>.