Archivio Tag: ue

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento

Benché l’emergenza mondiale Covid-19 abbia monopolizzato l’attenzione dei media e benché il fronte attualmente considerato più “caldo” nello scacchiere internazionale sia quello della Libia, non bisogna dimenticare che sono ancora aperte molte questioni nello scenario atlantico-europeo, tra queste emerge essenzialmente la ripresa delle ambizioni russe che ha portato i paesi confinanti a rivalutare le loro politiche di difesa. La nostra attenzione si concentrerà sugli investimenti nel settore militare della Norvegia, Stato membro della NATO.

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento - Geopolitica.info


Il contesto norvegese

Norvegia e Russia condividono l’interesse strategico per i giacimenti di idrocarburi del nord e per l’apertura delle nuove rotte commerciali permesse dal cambiamento climatico. Per Oslo queste opportunità sono di primaria importanza a causa del deteriorarsi delle riserve di Brent nel Mare del Nord ma anche per la congiuntura economica non particolarmente favorevole. L’atteggiamento russo con le sue ambizioni di rientrare nel novero delle grandi potenze, si è finora indirizzato a sud (Cecenia, Georgia, Siria, Libia) ed in Europa centrale con l’annessione della Crimea e l’intervento, più o meno ufficiale, nella guerra civile ucraina dal 2014. Tuttavia, anche nello scacchiere settentrionale la pressione militare e politica russa è tornata a farsi sentire, tanto che lo scorso settembre gli Usa, attraverso l’ambasciatore Kenneth Braithwaite che parlava direttamente in nome di Trump, esprimevano disappunto in quanto la Norvegia, uno dei pochi paesi della NATO che condivide un confine con la Russia, non ha raggiunto ancora la spesa target del 2% del Pil (decisione NATO del 2014) per il settore militare.  Questo “richiamo”, unito alla ormai accertata propensione di Mosca al confronto militare, hanno messo in apprensione la Norvegia.

Il Paese nordico, dopo il 1990, aveva prontamente colto il diminuire della minaccia militare russa ed il Libro Bianco elaborato nel 2011-2012 era ancora incentrato sugli impegni internazionali del paese. Le eventuali minacce esterne, con particolare attenzione alla Russia, erano rappresentate essenzialmente dalla cyberwar, tanto che nel 2012 era stato creato il comando della Cyber Defence Force. Tuttavia, come accennato, vi è stato un acuirsi delle tensioni con Mosca, manifestatesi nel 2013 con l’avvio di un vasto programma russo pe riattivare basi e radar nella zona artica entro il 2018. Ciò ha inevitabilmente portato ad una revisione dei programmi fissati nel Libro Bianco del 2012 e del relativo piano di investimenti 2013-2016. 

È stato così rielaborato un piano a medio termine 2015-2023 che prevede una prima fase con interventi di ammodernamento ed implementazione di mezzi corazzati, elicotteri ed acquisizione degli F-35A; una seconda fase con interventi per le forze navali, compresi nuovi sommergibili.   

Questo piano vede quindi un ingente flusso di risorse verso il settore Difesa, con investimenti previsti nell’arco di un ventennio per 19,8 miliardi di dollari ed un’attenta politica di risparmi che comporteranno diversi sacrifici (si veda la chiusura di 11 basi militari in tutto il paese).  Il risultato è che nel 2016 il bilancio della difesa ha toccato quota 6 miliardi di dollari e si ha come obiettivo di raggiungere i 7 miliardi entro la fine del 2020, ciò renderebbe la Norvegia il paese con il più elevato livello di spesa militare nello scacchiere settentrionale. 

I programmi navali

La componente navale dell’apparato militare norvegese è quella che ha completato la maggior parte dei suoi programmi di ammodernamento. Infatti, la componente combat è stata rinnovata per i due terzi con l’introduzione delle fregate “Nansen” (realizzate dalla spagnola Navantia nel 2003-2011), unità che presentano ampi margini di crescita e capacità multiruolo. A completare questa parte della flotta norvegese, nel 2013 è stata ordinata alla Corea del Sud una moderna nave logistica di squadra da 27000 t., la “Maud”, consegnata il 21 maggio 2019.

Anche la componente costiera d’attacco è stata rinnovata, affiancando al prototipo di mini-corvetta antinave Skjold, altre 5 unità di serie completate nel 2010-2012. Mentre la componente costiera di sorveglianza (OPV) si è arricchita del portaelicotteri/rompighiaccio Svalbard (2001), dell’Harstad (2005), dei 3 “Barentshav”, di 7 pattugliatori costieri (2007-2012). Nei futuri programmi è prevista entro il 2023 l’acquisizione di 2 OPV artici, un numero imprecisato di unità costiere e l’ammodernamento di quelle in servizio.

Ricordiamo infine che uno dei programmi interessati dal piano 2015-2023 è relativo alla terza componente combat della flotta reale: i sommergibili. Attualmente sono in servizio 6 sommergibili di costruzione tedesca “Ula”, che, pur se ammodernati nel 2015, sono prossimi al limite della vita operativa. Così nel 2017 la Norvegia ha selezionato l’offerta tedesca per 4 Type-212 modificati a cui nel 2019 si sono aggiunti due battelli: la firma definitiva del contratto è previste per questo 2020 e le consegne inizieranno per il 2026.

I programmi aeronautici

L’aeronautica sta affrontando diversi programmi di ammodernamento, alcuni già completati come l’acquisizione di 5 nuovi aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules” (2008-2012), mentre nell’ultimo decennio sono stati rinnovati i missili aria-aria “Iris-T” ed AIM-9X (2015), le bombe intelligenti GBU-38 JDAM e GBU-39 SDB, i sistemi di difesa aerea cosiddetti di “New Generation” che integreranno i nuovi radar in fase di selezione. 

Due programmi invece sono di estrema importanza, il primo che vede l’ordinativo in Italia all’AugustaWestland di elicotteri medi NH-90 (contratto da 425 milioni di dollari in 2 lotti) e di 16 elicotteri AW-101 (contratto da 1,7 miliardi di dollari e consegne entro fine anno), il secondo costituito da un ordinativo fatto agli Stati Uniti, proprio per l’acuirsi negli ultimi anni delle tensioni con Mosca, di 52 F-35A “Lightning II” (valore di 26 miliardi di dollari con consegne entro il 2023) e di nuovi  velivoli P-8A “Poseidon” per la guerra elettronica.

I programmi terrestri

I programmi di ammodernamento non hanno di certo dimenticato le forze terrestri che a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 avevano già visto mutato il loro arsenale, sia per la componente regolare sia per la Guardia Nazionale. Nel periodo 2007-2011 sono sati firmati con Heckler & Koch contratti per equipaggiamenti individuali e di squadra, come il fucile HK.416, la pistola mitragliatrice MP7 e la MINIMI, mentre tra 2006 e 2018 sono arrivati 170 LMV “Lince” dell’italiana IVECO e 30 4×4 MRAP “Dingo” tedeschi. Il piano 2015-2023 ha però reindirizzato le risorse sui mezzi pesanti per conflitti di tipo più convenzionale e riammodernamento di mezzi già in dotazione. Nel 2017, infatti, è stato firmato un contratto di 383 milioni di dollari per 24 esemplari del semovente sudcoreano K-9 “Thunder” (consegne entro il 2021), più altri 24 in opzione e 6 veicoli portamunizioni K-10. 

Bisogna comunque dire che tutto il programma, relativo soprattutto all’ammodernamento, che si sviluppa tra il 2014 ed il 2018, risente ancora dell’influenza delle missioni sul modello Afghanistan, visto che gli upgrade riguardano essenzialmente la capacità di sopravvivere a IED e mine.

Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown

Vi ricordate quando si parlava continuamente di Brexit, delle conseguenze per l’Unione Europea e per il Regno Unito o delle motivazioni che avevano spinto la popolazione britannica a votare per il ‘leave’? L’emergenza del Covid-19 sembra aver messo tutto in stand by ma in realtà il processo di uscita sta continuando, con alti e bassi e a fari spenti.

Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown - Geopolitica.info

Dal 1° febbraio, lo sappiamo, il Regno Unito è formalmente fuori dall’Unione Europea, anche se l’accordo prevede che le parti in causa continuino a dialogare e discutere per risolvere le questioni ancora in piedi, il tutto entro la fine di dicembre 2020. Evidentemente nessuno si aspettava l’arrivo dell’epidemia Covid-19, che ha stravolto gli ordini del giorno di ogni agenda (politica e non) e le stesse negoziazioni si sono trovate davanti diversi ostacoli.

Il Covid-19 ha infatti colpito molti dei protagonisti impegnati nelle trattative: primo in ordine cronologico è stato il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, che a marzo è risultato positivo al tampone.  Ha così dovuto ‘scontare’ un periodo di isolamento domiciliare di qualche settimana prima di guarire. Anche il corrispettivo britannico David Frost si è posto in autoisolamento dopo aver mostrato i sintomi di un possibile contagio. In maniera più grave il virus ha colpito il premier Boris Johnson; il leader conservatore è stato infatti prima ricoverato in ospedale e, a seguito di un peggioramento, è stato trasferito in terapia intensiva per essere poi dimesso dopo solo qualche giorno. Ha quindi solo da poco potuto riprendere le redini delle attività governative.

Dopo un periodo di stallo sono così ripresi i negoziati, con gli incontri fissati al 20 aprile, 11 maggio e 1° giugno, tutti in videoconferenza per evitare spostamenti o possibili contagi. Durante la prima sessione di incontri, una delle tematiche su cui le parti si sono scontrate è stata la possibile creazione di un ufficio tecnico o di una sorta di ambasciata (in versione ridotta) targata UE a Belfast. Proposta osteggiata dal governo britannico, ma voluta dall’Unione e appoggiata dalla maggioranza dei parlamentari nordirlandesi a Westminster. Quest’ultimi ritengono sia un modo per garantire i diritti dei cittadini dell’Ulster, che potranno avere sia passaporto britannico che irlandese, mentre secondo gli unionisti del DUP nordirlandese, fortemente contrari, sarebbe invece un elemento divisivo.

Nel frattempo, prevedibilmente, si sono alzate diverse voci per richiedere di posticipare la data finale del periodo dei negoziati. Una su tutte quella della managing director del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, la quale ha richiesto un’estensione del periodo di transizione, per cercare di contrastare l’incertezza economica nel mondo dopo il Covid-19. 

Altra voce da tenere in considerazione, sulla stessa lunghezza d’onda, è quella di Michael Russel, segretario di Gabinetto scozzese, che ha chiesto un prolungamento dei negoziati di due anni, per evitare che gli scozzesi, e la loro economia, si ritrovino a dover affrontare contemporaneamente sia l’emergenza globale sia una possibile hard Brexit. Russell ha poi richiesto all’esecutivo di tener conto maggiormente delle richieste dei governi di tutte le nazioni britanniche, Scozia in primis. Lo scontro tra Edimburgo e Londra si fa sempre più netto ed è molto probabile che nel prossimo futuro avrà un peso importante nella politica al di là del canale della Manica, come anche le istanze indipendentiste della comunità nazionalista cattolica dell’Irlanda del Nord.

Da Londra, però, non sembrano volerne sapere. Come risposta alla direttrice del FMI diversi portavoce britannici hanno confermato l’idea di lasciare definitivamente l’Unione Europea il 31 dicembre, con o senza un accordo. In questadecisione un ruolo può essere attribuito anche all’epidemia attuale; nel governo Johnson, infatti, sono in molti a sostenere la necessità di svincolarsi da determinati dettami UE nel momento in cui dovranno essere decise e adottate le misure economiche per la ripartenza. La richiesta di proroga della transizione può essere richiesta entro il mese di giugno, ma lo stesso Barnier ha confermato l’attuale decisione britannica di non volerla presentare. Quel che appare è che non siano stati fatti molti progressi, mentre il tempo scorre e ci si comincia a preparare per un esito negativo su molte questioni ancora irrisolte.

Intanto nel Regno Unito il coronavirus continua a causare danni enormi, anche per via di un colpevole ritardo del governo nell’intraprendere misure contenitive. In termini di vite umane sono stati registrati più di 29mila decessi, posizionando il Regno Unito come terzo nella triste classifica mondiale delle vittime accertate. Non sono ancora calcolabili i danni provocati al tessuto produttivo ed economico del Paese ma Johnson ha sottolineato come sia la più grande sfida economica dal secondo dopoguerra, utilizzando quello che è ormai un refrain utilizzato da tutti i leader politici. Sarà forse una frase banale ma fa capire come anche a Londra ci si debba aspettare il peggio. La ripresa britannica si intreccerà senza dubbio con l’inizio del percorso del Regno Unito fuori dall’UE, e ciò comporta un’ulteriore difficoltà nelle previsioni economiche del futuro.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

Parte l’Operazione IRINI: una nuova sfida per l’Europa

Dal 1° aprile la missione navale europea Sophia lascia il posto alla missione Irini che, come previsto dalla Conferenza di Berlino, ha come obiettivo principale quello di far rispettare l’embargo ONU sulle armi inviate in Libia. Quali sono le caratteristiche della nuova missione? Quali le differenze con Sophia? Ci sono molte perplessità sulla sua operatività, quale le ragioni? Quali sono i primi sviluppi? 

Parte l’Operazione IRINI: una nuova sfida per l’Europa - Geopolitica.info

La missione Irini

I partecipanti alla conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso si sono impegnati a rispettare e attuare pienamente l’embargo sulle armi sancito dalle risoluzioni (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016), 2473 (2019), 2509 e 2510 (2020) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

In tale contesto, già il 17 febbraio il Consiglio aveva raggiunto un accordo politico sull’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo destinata ad attuare l’embargo sulle armi imposto dall’ONU nei confronti della Libia utilizzando mezzi aerei, satellitari e marittimi. Ciò ha comportato necessariamente la cessazione definitiva della EUNAVFOR MED operazione SOPHIA che era stata avviata il 22 giugno 2015 quale elemento dell’approccio globale dell’UE alla migrazione. 

Stando al Comunicato Ufficiale pubblicato (consultabile sul sito del Consiglio Europeo), l’operazione EUNAVFOR MED IRINI (la parola viene dal greco “pace”), avrà come compito principale quello di svolgere ispezioni sulle imbarcazioni in alto mare al largo delle coste libiche sospettate di trasportare armi o materiale connesso da e verso la Libia a norma della risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di sicurezza dell’ONU. A questo, si aggiungeranno tutta una serie di compiti secondari, quali il controllo e la raccolta di informazioni sulle esportazioni illecite di petrolio e di suoi derivati dalla Libia; la formazione della guardia costiera e della marina libiche; la raccolta di informazioni e il pattugliamento per lo smantellamento delle reti di traffico e tratta di esseri umani.

Il quartier generale resterà sempre a Roma, a Centocelle e il comandante sarà (come è avvenuto per l’ultima fase dell’operazione Sophia) il contrammiraglio Fabio Agostini. Il mandato dell’operazione Irini durerà inizialmente fino al 31 marzo 2021 e sarà sottoposto alla stretta sorveglianza degli Stati membri dell’UE, che eserciteranno il controllo politico e la direzione strategica attraverso il comitato politico e di sicurezza (CPS), sotto la responsabilità del Consiglio e dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Aspetti critici: la questione migranti

L’Operazione Irini ha preso il via dopo un lungo braccio di ferro tra i paesi Ue preoccupati dell’accoglienza di eventuali migranti illegali attirati dalla presenza delle navi europee. Infatti, bisogna rammentare che tale operazione, a differenza di quella denominata Sophia, non avrà il compito di fermare il traffico di essere umani nel Mediterraneo e per questo motivo l’area di competenza dei pattugliamenti sarà dislocata sul versante orientale delle coste libiche, da cui proviene il traffico di armi (obiettivo principale). Di fatto pur di non effettuare respingimenti in Libia di immigrati clandestini soccorsi in mare la missione Ue rinuncia a effettuare un reale controllo dello spazio marittimo lungo le coste della Tripolitania Occidentale interessate dai traffici. Una scelta questa che mina fortemente la deterrenza militare dell’operazione navale Ue.  In tema di migranti illegali bisogna necessariamente ricordare anche il punto 13 dell’accordo: «le persone salvate in mare da unità navali della missione Irini, ai sensi degli obblighi previsti dalle norme internazionali, verranno condotti nei porti designati dalle autorità della Repubblica Ellenica o su base volontaria di altri Stati membri», una disposizione inserita in seguito a compensazioni politiche ed economiche con la Grecia e in cui l’Italia ha avuto un ruolo determinante (sembra che sia stato il Ministro Di Maio a richiedere che i migranti non sbarcassero in Sicilia). Insomma, da come emerge, vale ancora il principio della volontarietà espresso durante il vertice di Malta dello scorso settembre, concetto piuttosto aleatorio che non garantisce la tenuta di questo meccanismo. Si profila, così, anche un problema di natura squisitamente giuridica: a Malta si è cercato di dare vita a una cooperazione su base volontaria tra alcuni Paesi membri dell’Unione europea che avviene al di fuori del perimetro normativo comunitario e ciò crea un precedente di estrema gravità. 

Le perplessità

Molti dubbi sono stati sollevati sul fatto che l’assetto navale di Irini sarà dislocato solo nell’est del Paese e non potrà operare né via terra né nelle acque territoriali libiche. Questo rende la missione decisamente poco incisiva. In primo luogo molte armi arrivano via terra, specie dal confine tra l’Egitto e la Libia. Se davvero si vorrà raggiungere l’obiettivo serviranno effettivi controlli satellitari, aerei, nuovi droni e non solo il blocco navale ma, soprattutto, sarà indispensabile la volontà internazionale nel farlo applicare, anche a costo di scontrarsi con potenze quali la Turchia. Ad esempio, le ispezioni sulle navi devono avvenire sempre con il consenso dello Stato di bandiera e questo potrebbe creare “frizioni” con Ankara, strategica per molti Stati europei (giova ricordare che fregate turche sono attualmente posizionate di fronte alle coste libiche).

Ulteriori osservazioni devono essere fatte relativamente all’effettivo schieramento di forze per l’operazione. Pur se partita in pompa magna, infatti, a causa probabilmente anche della situazione Covid che imperversa in Europa, al momento si ha solo la disponibilità di Grecia ed Italia ad inviare navi; la Spagna dovrebbe inviare solo un aereo da pattugliamento della Marina; la Germania non ha ancora chiarito il suo impegno; la Francia si è detta disponibile a inviare una nave ma solo per la fine di maggio. Al momento, dunque, Irini più che una missione appare come l’ennesima prova della politica del ‘minimo comune denominatore’ che fin qui l’Ue ha mostrato nella questione libica. 

In questo quadro si collocano le numerose riserve sollevate da entrambe le fazioni in campo. Il GNA, da un lato, sostiene che senza il controllo anche di vie terrestri e aeree si favoriscono le forze del generale Haftar. Mohamed Siala, il ministro degli Esteri dell’esecutivo guidato da Al-Sarraj ha espresso le riserve ed il malcontento del GNA all’ambasciatore dell’ UE in Libia, affermando  che «in questo modo è il GNA che viene preso di mira dai controlli omettendo totalmente qualsiasi verifica sugli armamenti di Haftar» Critiche simili sono state formulate dall’ Alto consiglio di Stato (HSC), cioè dalla camera del parlamento libico di Tripoli, che in un comunicato sottolinea che «l’insistenza dell’Ue a monitorare solo attività in mare mette in dubbio i reali motivi sottesi a questo processo» come riporta il sito Libya Observer. Dall’altro lato Bengasi manifesta il timore che il monitoraggio essendo concentrato soprattutto nella zona orientale rappresenti un ostacolo ai normali traffici commerciali, anche quelli legati al petrolio.

Le valutazioni finali

Irini ha fin qui mostrato, di nuovo, un forte scollamento tra i Paesi europei. Molti, come sopra evidenziato, non si sono ancora pronunciati sul loro impegno, inoltre è una missione con regole di ingaggio piuttosto limitate. È probabile che tale limite non sia solo attribuibile al fatto che per allargare il mandato della missione sia necessario il consenso delle autorità locali, ma anche al fatto che molti Paesi europei non vogliano esporsi troppo con gli Stati che inviano armi in Libia, in primis Turchia ed Emirati, con cui hanno in ballo affari che non vogliono in alcun modo inficiare. La cancelliera tedesca Angela Merkel, ad esempio, è ancora “ostaggio” della Turchia che, in cambio di lauti finanziamenti, frena nel proprio territorio tutti i migranti che, percorrendo la rotta balcanica, arriverebbero in Germania. La Francia, così come altri Paesi europei, vende armi agli Emirati. C’è poi la Russia che, dopo aver dato il suo placet alla missione, sembra ora titubante: forse gli interessi con la Turchia, di cui è il secondo partner economico, sono diventati un freno? In ballo non c’è solo l’affare miliardario della vendita alla Turchia di sistemi missilistici S-400, ma anche questioni energetiche come il progetto del Turkish Stream, il gasdotto che consentirà alle forniture russe di arrivare direttamente in Turchia attraverso il Mar Nero. La realpolitik, dunque, pare, al momento, vincere sulla necessità di fermare seriamente l’embargo di armi, minando ancora di più la credibilità dell’Europa come attore rilevante sullo scacchiere internazionale.

Il MES e l’Italia: alcuni necessari chiarimenti

La pandemia da Covid-19 sta avendo ed avrà un impatto significativo sull’economia mondiale. Chi è in grado di stabilire con assoluta certezza quando ogni paese raggiungerà il suo picco di contagi? Di conseguenza, al momento è pressoché impossibile valutare l’impatto economico e finanziario generato dell’emergenza, nonché stabilire con assoluta certezza l’efficacia di una politica economica e fiscale.

Il MES e l’Italia: alcuni necessari chiarimenti - Geopolitica.info

Tuttavia, il dibattito è aperto. E così, anche a livello europeo si è iniziato a discutere su come sostenere le economie dei singoli Stati membri. Uno degli strumenti proposti per fronteggiare l’emergenza, sicuramente il più discusso (non solo in Italia sia ben chiaro) è il Meccanismo europeo di stabilità (MES). Al di là delle valutazioni politiche sull’opportunità di accedere o meno agli aiuti del MES, occorre prima riassumere brevemente (attualmente) cos’è e come opera.

Il MES ha sostituito il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF) e il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF), strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria ed operativi fino al 30 giugno 2013.

Il MES è un’organizzazione intergovernativa. Il suo Trattato istitutivo è entrato in vigore nell’ottobre del 2012, a seguito della ratifica iniziale, dei 17 paesi membri dell’area euro che inizialmente aderirono al Trattato. Il capitale totale è di circa 704 miliardi di euro. L’Italia è il terzo Paese per contributo al capitale del MES (125,3 miliardi di euro), dopo la Germania (190 miliardi di euro) e la Francia (142 miliardi di euro).

Si accede all’assistenza finanziaria previa richiesta da parte di uno Stato membro. Il contributo (è bene chiarire anche questo) viene concesso solo nel caso in cui la situazione economica e/o finanziaria metta a repentaglio la stabilità dell’intera zona euro. Qualora concesso, le condizioni richieste sono molto rigorose: come ad esempio importanti politiche di aggiustamento di bilancio, ponderate sulla base della valutazione della sostenibilità del debito pubblico dello Stato interessato.

In merito alle polemiche sollevate in queste ore, occorre anche qui qualche chiarimento:

  • l’Eurogruppo era chiamato a formulare proposte da portare all’attenzione del prossimo Consiglio europeo;
  • Quattro gli strumenti proposti: a) MES senza condizionalità per le spese sanitarie, con la possibilità, per ogni Stato membro di richiedere fino al 2 per cento del PIL; b) programma Sure della Commissione Europea, strumento che serve a salvaguardare l’occupazione nei Paesi colpiti dal Covid-19; c) un nuovo programma della Banca Europea degli Investimenti; d) un fondo in grado di preparare e sostenere la ripresa, fornendo finanziamenti attraverso il bilancio dell’Unione europea a programmi progettati per rilanciare l’economia;
  • la decisione definitiva su tutti gli strumenti da utilizzare (che saranno scelti su base volontaria da ogni Stato membro) sarà decisa dal Consiglio europeo del prossimo 23 aprile;
  • la decisione degli strumenti  messi in campo dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza non è quindi definitiva e potrà subire modifiche;
  • l’Italia non ha richiesto al momento l’attivazione del MES.

Attualmente quindi nessun allarmismo. Indubbiamente lo spettacolo offerto dalle istituzioni europee e da alcuni Stati membri non è certo qual che ci si aspettava in una situazione del genere. L’attuale governo italiano ha escluso categoricamente l’adesione ad un pacchetto di aiuti che comprenda il MES. Speriamo continui così. Tuttavia, c’è bisogno di fare di più.

Se l’Unione europea non si dimostrerà all’altezza tanto vale a questo punto assumere decisioni autonomamente. La pandemia continua a mietere vittime, a generare incertezza sociale ed economica, mentre i leader europei continuano, come troppo spesso accade, a tergiversare su numeri e virgole. Ecco questo dovrebbe farci pensare, spingerci ad immaginare quale futuro vogliamo per l’Italia, di quali politiche dotarci per risollevare, non solo economicamente, il nostro paese. Il dibattito politico nazionale su questo tace. Confusione o inettitudine? Tanto si sa, purtroppo anche noi cadiamo troppo spesso nel tranello…

Piero De Luca,
Sapienza Università di Roma

MES ed Eurobond. I rischi per Roma e Bruxelles

L’esito dell’estenuante riunione dell’eurogruppo terminata nella tarda serata di giovedì è, come era prevedibile, la conclusione di una lunga e difficile trattativa politica. 

MES ed Eurobond. I rischi per Roma e Bruxelles - Geopolitica.info

Come in una partita a carte, le due squadre, da una parte i Paesi del Nord a trazione tedesco-nederlandese e dall’altra i Paesi del Sud a trazione franco-italiana, si sono studiati a vicenda per giorni e quando hanno realizzato che era giunto il momento di concludere la partita, hanno optato per una soluzione senza vincitori e senza vinti. 

In gioco, oltre i miliardi di euro fondamentali per ogni Governo in questo momento emergenziale, c’era la credibilità stessa dell’Unione Europea quella che oramai è diventa la più controversa istituzione sovranazionale degli ultimi anni. Eppure, e questo è forse il punto più saliente, si è corso il rischio che, anche a causa di un clima avvelenato per una pandemia che nessuno si aspettava, qualcuno facesse saltare il tavolo con conseguenze inimmaginabili per l’intero continente. 

 Un rischio però che ogni singolo Paese tra i 27 sa perfettamente di non potersi permette, soprattutto in un momento storico che non si viveva dalla Seconda Guerra Mondiale. 

I Paesi del Nord, Germania in primis nonostante sia economicamente ben strutturata, sono infatti consapevoli che senza Francia ed Italia le loro economie potrebbero crollare e sono altresì consapevoli che in uno scenario geopolitico imprevedibile sarebbero del tutto secondari nelle competizioni con Washington e Pechino.  

I Paesi del Sud, indebitati come non mai ed incapaci di attuare le doverose riforme che da anni rimandano, sono altrettanto consapevoli che Bruxelles è l’unica via d’uscita e che altre vie, come quella che porta verso Pechino, siano percorribili unicamente per chi crede alle favole.  

Il volutamente vago compromesso stilato a Bruxelles è stato quindi l’unico scenario possibile ma è innegabile che chi corre il rischio maggiore siano i più deboli Paesi del Sud, Italia compresa. La ormai vana speranza governativa era che al tavolo realmente si potesse discutere di Eurobond ma, sia Berlino che Amsterdam hanno fatto comprendere sin dall’inizio che non avevano alcuna intenzione di garantire un’importante iniezione di liquidità che sarebbe andata lontana dal loro circuito economico.  

Per la Cancelliera tedesca Merkel ed il Primo Ministro nederlandese Rutte l’unica strada percorribile è quella di un MES con alcune sostanziali modifiche che potrebbero far desistere le ostilità di alcuni Governi a partire da quello italiano.  

Ora però nascono due problemi a cui non ci si potrà sottrarre nel prossimo futuro: il primo, immediato, riguarda Roma mentre il secondo, più in futuro, riguarda Bruxelles. Analizziamoli. 

A Roma il premier Conte nei giorni scorsi ha scommesso di riuscire a rompere, o quanto meno scalfire, l’asse Parigi-Berlino. Il suo buon rapporto personale con Macron infatti lo ha illuso di ottenere i tanto sognati Eurobond, indispensabili sia per placare il malcontento politico, specie pentastellato, sia per rilanciare l’economia italiana, ormai prossima al collasso, adottando una teoria economica tanto cara all’Italia: fare debito.  
Ora, appurato che il sogno pare rimanere tale ma viste anche le dichiarazioni secondo cui l’Italia non ricorrerà al MES, il Premier dovrà districarsi tra le ulteriori restrizioni sanitarie e la speranza di una ripresa economica che ad oggi pare impossibile. Un quadro che di fatto non può che materializzare sempre più l’arrivo di un Draghi a Palazzo Chigi in considerazione anche delle visioni sempre più contrastanti tra le due anime governative nei confronti dell’Europa.  

A Bruxelles bisognerà invece avere il coraggio di dire che il sogno di dell’Unione Politica Europea è da mettere nel cassetto per un tempo che ad oggi non può che essere indeterminato. L’atteggiamento di alcuni Paesi europei davanti al dramma del Covid-19, la frattura tra le diverse capitali nella gestione dell’emergenza o la totale assenza di empatia anche nella “banale” organizzazione degli aiuti umanitari sono l’innegabile dimostrazione che il nobile spirito che contraddistingueva i padri fondatori del progetto Europeo ad oggi non è presente tra chi governa i Paesi europei. È chiaro a tutti che in un contesto geopolitico sempre più mutevole, l’unico modo per sopravvivere è quello di rafforzare l’Europa ma forse, a malincuore, bisognerà ammettere che la strada da seguire potrebbe essere un’altra in cui solo la sovranità delle materie economiche venga demandata a Bruxelles. 

La pandemia dovuta al Coronavirus e la grave crisi economica che ne segue è, con più ragioni che torti, letta da molti come il fallimento di una globalizzazione selvaggia che la politica non è stata in grado di governare a causa di una classe talvolta disillusa e talvolta impreparata. Ora servirà quel cambio radicale di idee e protagonisti che non è più rimandabile. 

Giangiacomo Calovini,
Geopolitica.info

Il “tripolarismo” europeo

La geopolitica è una scienza sociale sorretta da un numero limitatissimo di leggi, spesso oggetto di discussioni. Ve ne è una, però, che in tutta la sua disarmante semplicità mette unanimemente d’accordo la comunità accademica: “il tripolarismo è il più instabile dei sistemi”. Ed è  facile  intuirne empiricamente il motivo: due potenze si uniscono per eliminare la terza. 

Il “tripolarismo” europeo - Geopolitica.info

Questo basilare principio vale olisticamente sia per il sistema globale sia per i sistemi chiusi. Nel caso specifico dell’Unione europea –  in particolare  dell’Eurozona –  le  due potenze maggiori (Francia e Germania) tendono a cooperare per ottenere la disgregazione delle forze e delle ambizioni del terzo incomodo attore (Italia).  A maggior ragione con il venir meno del  quarto  marginale  contrappeso  (Regno Unito). Non deve dunque stupire l’annosa carenza di successi politici ed economici italiani in un quadro sistemico europeo aprioristicamente svantaggioso per il nostro Paese. 

Indipendentemente dalla cultura politica di provenienza o dall’intensità del proprio europeismo,  in un consesso decisionale comunitario il  rappresentante degli interessi italiani  (premier, ministro o  diplomatico)  non può che sentirsi come Lepido nel triumvirato antico. E ottenere le stesse scarse attenzioni che furono riservate al  debole  aristocratico.  Pur competendo con entrambe le nazioni, l’Italia  non gode né del peso strategico (e nucleare) francese né dell’appeal economico tedesco. 

I risultati di questa emarginazione si vedono drammaticamente  persino (e soprattutto)  durante le fasi più critiche di una crisi pandemica. Mentre Roma scopre di avere ancora amici –  non pochi e non deboli –  in giro per il mondo,  è nel ristretto circolo “tripolare” europeo che deve fronteggiare la desolante assenza di sostegno morale ed economico. Le misure finanziarie adottate nella sera del 9 aprile 2020 dall’Eurogruppo (summit dei 19 ministri delle finanze dell’area Euro) sono piuttosto eloquenti in tal senso. Le richieste italiane sono state tutte disattese e le  proposte penalizzanti per il nostro Paese discusse precedentemente hanno subito ulteriori  gravosità.

 Si è infatti deciso che il  famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), impropriamente detto “fondo salvastati”, sia uno degli strumenti adeguati per far fronte all’emergenza coronavirus. Lo stato bisognoso di sostegno finanziario potrà ottenere prestiti dall’organizzazione pari al 2% del proprio PIL a patto di sottostare a onerose “condizionalità rafforzate” – Eccl (Enhanced Conditions Credit Line).  Per l’Italia si  tratterebbe  di una soluzione anti-economica e totalmente illogica sul piano politico. Roma otterrebbe in prestito – dunque aggravando il debito sovrano –  l’insufficiente cifra di 35 miliardi di euro dopo averne già versati 14 di quota  partecipativa e contribuito a vari salvataggi nel corso degli anni, per una somma complessiva di circa 58 miliardi di credito.  Richiedere in prestito i propri stessi soldi sotto la supervisione finanziaria di Commissione europea, Bce e Fmi è principalmente una sconfitta politica. L’autonomia fiscale verrebbe meno e diversi precetti costituzionali sarebbero a rischio. 

In caso di attivazione del Mes, la cosiddetta Troika influirebbe per i prossimi anni sulle più dirimenti scelte economiche dell’Italia. E non è da escludere affatto che i componenti del board possano rispondere ad  interessi  economici di cancellerie straniere. Sarebbe anzi un’anomalia storica e geopolitica se così non fosse.  È  basilare intelligence economica. 

L’insistenza con cui la Germania ha accelerato sulla riforma del Mes già nei mesi precedenti alla crisi pandemica dovrebbe insospettire il decisore politico italiano. Due noti istituti di credito tedeschi sono vicini al crack finanziario. Il timore  dunque  è che sotto la supervisione della Troika si proceda indirettamente al loro salvataggio sul modello già collaudato  con  la Grecia.  Inoltre, una serie di privatizzazioni e tagli al bilancio potrebbe favorire la vantaggiosa acquisizione di asset strategici italiani da parte di nazioni concorrenti. 

Uscire dalla “bolla tripolare”  nella quale l’Italia è intrappolata costituisce l’unica mossa geopoliticamente sensata  e lungimirante  per la difesa degli interessi nazionali. Anche se ciò dovesse comportare il doloroso  collasso  dell’area Euro.  Ma il rifiuto ideologico degli ultimi anni di dotarsi di un serio e organico “piano B” potrebbe essere a questo punto  esiziale per le sorti del Paese.  L’incendio si è propagato e l’estintore è scarico. 

Le nuove premesse del futuro europeo dei Balcani occidentali

Nell’intensa giornata del 2 marzo, il ministro degli Esteri croato Grlić-Radman ha visitato prima l’Albania e poi la Macedonia del Nord. In entrambe le occasioni è stata ribadita la totale apertura della Croazia al futuro europeo dei due paesi candidati ad entrare nell’UE. Un sostegno importante, che si aggiunge al cambio di rotta francese di metà febbraio. Le premesse per il ripetersi dello smacco di ottobre sembrano non esserci più. Sarà la volta buona per l’inizio della tanto discussa inclusione dei Balcani occidentali?  

Le nuove premesse del futuro europeo dei Balcani occidentali - Geopolitica.info

Il ministro degli Esteri croato Gordan Grlić-Radman ha suddiviso la giornata del 2 marzo tra Albania e Macedonia del Nord, portando il sostegno della Croazia all’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea in favore dei due paesi visitati. Nella prima tappa del breve viaggio diplomatico, il ministro croato ha avuto colloqui con il presidente albanese Ilir Meta, con l’ambasciatore dell’UE a Tirana Luigi Soreca e con il ministro degli Esteri Gent Cakaj, quest’ultimo incontrato l’ultima volta in Germania e metà febbraio. Anche in quell’occasione Grlić-Radman sostenne la causa albanese, complimentandosi con Cakaj per i risultati ottenuti da Tirana. Nella recente visita tale posizione favorevole è stata ancora una volta ribadita, aggiungendo anche che le relazioni bilaterali tra Croazia e Albania sono eccellenti e solide. Nel pomeriggio Grlić-Radman si è spostato nella capitale macedone, dove ha incontrato anche in questo caso il Presidente e la controparte locali, rispettivamente Stevo Pendarovski e Nikola Dimitrov. Il colloquio tra i due ministri degli Esteri ha fornito l’occasione per discutere più in generale della prospettiva europea dei Balcani occidentali, alla luce delle rinnovate sfide ed esigenze geopolitiche della regione. Grlić-Radman ha incontrato anche altre figure istituzionali quali il vice primo ministro per gli affari europei Bujar Osmani, il primo ministro Oliver Spasovski e Samuel Žbogar, ambasciatore dell’UE a Skopje.

A margine dei colloqui avvenuti a Tirana, Grlić-Radman ha accennato anche al prossimo vertice tra UE e Balcani occidentali previsto il 6-7 maggio a Zagabria. La Croazia non solo ospiterà l’evento, ma avrà certamente una voce in capitolo rilevante più che mai. Il 2020 si è aperto all’insegna della presidenza di turno del Consiglio europeo per il paese, membro del sodalizio europeo dal 2013. Il ministro croato ha inoltre chiarito che quella di favorire l’apertura dei negoziati è una priorità dell’attuale mandato alla presidenza del Consiglio. Nell’ottobre 2019 l’avvio delle trattative fu bloccato dal veto francese ad entrambi i paesi candidati. Anche Paesi Bassi e Danimarca furono contrari ad un potenziale allargamento dell’UE, ma in questo caso solo a sfavore dell’Albania. La decisione francese (che il premier italiano Giuseppe Conte criticò aspramente) nasceva dalla perplessità del presidente Emmanuel Macron riguardo un ulteriore inclusione di nuovi paesi nell’Unione, già alle prese con problemi di integrazione e coordinamento tra gli stessi Stati membri. Altro punto sollevato dal capo dell’Eliseo fu la rivisitazione delle regole relative alla procedura d’allargamento, la cui proposta di modifica da parte della Commissione è poi giunta a febbraio. Le nuove regole concedono più potere agli Stati membri, che potrebbero bloccare il processo laddove ravvedessero carenze del paese candidato riguardo gli impegni richiesti da Bruxelles, ad esempio, sullo Stato di diritto. Pertanto, il peso della posizione di Parigi (e degli altri paesi sulla stessa lunghezza d’onda) si era posto come un ostacolo enorme sul futuro europeo dei Balcani occidentali. 

Le cose però potrebbero radicalmente cambiare: Macron lo scorso 15 febbraio, durante la Conferenza di Monaco, aveva affermato che in caso di relazione positiva della Commissione europea sulla questione, avrebbe dato il via libera ai negoziati. Questa relazione è stata pubblicata proprio il 2 marzo, e conferma la raccomandazione favorevole all’apertura delle trattative per Albania e Macedonia del Nord, ritenute meritevoli per gli sforzi effettuati. Grlić-Radman parlando con i giornalisti a Skopje ha subito commentato l’evento, affermando che quella intrapresa dalle parti è la giusta direzione, nonché un segnale d’apertura importante. In vista del vertice di Zagabria quindi, l’ostacolo francese dovrebbe essere rimosso e, molto probabilmente, anche Paesi Bassi e Danimarca seguiranno. L’apertura definitiva dei negoziati aprirebbe una volta per tutte la strada dell’inclusione dei Balcani occidentali nell’UE, i quali finora hanno sofferto i continui alti e bassi nei rapporti con le istituzioni europee. A parole, l’atteggiamento di Bruxelles è sempre d’apertura fin dal vertice del 2003 di Salonicco. Allora come oggi l’obiettivo dichiarato è quello di sostenere la prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali. Nel 2018 la Commissione aveva redatto una nuova strategia contenente iniziative faro per favorire i progressi della regione balcanica, intitolata “Una prospettiva di allargamento credibile e un maggior impegno dell’UE per i Balcani occidentali”. L’inizio dei negoziati sulla futura inclusione di Albania e Macedonia del Nordaggiungerebbe un tassello fondamentale ad una rotta che riguarda anche gli altri quattro paesi del “Western Balkans”. Tra questi, al momento le trattative sono state aperte solo per Serbia e Montenegro, mentre Bosnia-Erzegovina e Kosovo non sono nemmeno candidati. Per ora l’unica cosa che lega Sarajevo e Pristina a Bruxelles sono gli Accordi di Associazione e Stabilizzazione (ASA), entrati in vigore rispettivamente nel 2015 e 2016. Secondo la citata nuova strategia della Commissione, entro il 2025 potrebbero addirittura aprirsi le porte europee per Serbia e Montenegro. Una prospettiva al momento fin troppo ottimistica, ma che dà comunque un segnale di quanto la strada non sia impossibile.       

Infine, non è da sottovalutare l’impatto economico dell’ulteriore allargamento ad Est dell’Unione. Secondo gli esperti del World Economic Forum, il futuro dei paesi dei Balcani occidentali è sicuramente quello europeo. In un apposito briefing pubblicato sulla piattaforma Strategic Intelligence, si fa il punto del potenziale economico dei paesi in oggetto, con annessi pregi e difetti. Insieme, le sei economie balcaniche contano su un PIL complessivo (2018) di circa 95 miliardi di euro. Un dato esaminato anche dalla Commissione, che nella pubblicazione “Relazione UE- Balcani occidentali” parla di 12,7 miliardi di euro in investimenti diretti esteri nella regione nel periodo 2014-2018 e di un mercato da 18 milioni di consumatori. Un assaggio di queste potenzialità nella regione si è avuto lo scorso 10 ottobre (pochi giorni prima della fumata nera sancita dal veto francese) con la creazione della cosiddetta “Mini Schengen” tra Albania, Macedonia del Nord e Serbia. Uno spazio comune condiviso (e aperto agli altri paesi vicini) con prerogative costruite sulla falsariga dell’omonimo principio europeo che dovrebbe essere effettivo dal 2021, il quale conferma all’UE le impressioni positive più volte espresse nelle sue relazioni sui Balcani occidentali.

Dal regime comunista alla destra autoritaria: la rinascita e le tensioni di Varsavia con Bruxelles

Dal movimento Solidarność del 1979 alla Polonia del PiS che guadagna alle elezioni uno scarto di 24 punti percentuali rispetto ad altre forze politiche e si oppone alla ridistribuzione dei migranti, sembrano passati cento anni e non quaranta.

Dal regime comunista alla destra autoritaria: la rinascita e le tensioni di Varsavia con Bruxelles - Geopolitica.info

Il tempo del comunismo ha lasciato cicatrici indelebili, basta fare una passeggiata per Cracovia per scorgere monumenti ricostruiti dopo essere stati distrutti da Stalin. E così, a cavallo tra i due secoli, Varsavia ha guidato l’ondata europeista degli ex Paesi socialisti: nel 2004 l’ingresso nell’Unione Europea ha segnato un momento di grande conquista.

Oggi, invece, con oltre il 43% di preferenze, il PiS – Prawo i Sprawiedliwość, tradotto Libertà e Giustizia che governa il Paese dal 2015 – propone un quadro totalmente differente. La destra radicale e ancorata alle tradizioni vede questa Ue ostile nei confronti dei valori di cui la Polonia, con la sua storia, si fa fervente portatrice. La diffidenza nei confronti degli stranieri, il rifiuto del Trattato di Malta, che ha portato gli stessi polacchi a rifiutare le linee di ridistribuzione tracciate da Bruxelles, mostrano – secondi alcuni – un popolo distante dallo spirito del movimento che ha incendiato gli animi negli anni ‘80, con la sua spiccata solidarietà. I valori tradizionali vengono abbracciati difatti anche dai più giovani che vivono, ancora oggi, i timori e le cicatrici di un passato privo di libertà a cui è giusto guardare per riflettere e per andare avanti, in un’altra direzione. Quindi, da un lato, la tendenza di chiusura da parte del popolo polacco si esprime in movimenti di protesta, favorevoli ad accogliere soltanto coloro che hanno tratti comuni quali identità e religione, come accade con i vicini ucraini e rassomiglia ai fenomeni tipici di tutti i paesi del blocco di Visegrád, ostili rispetto alle politiche di coesione di ridistribuzione dei migranti.

Questa deriva autoritaria ha allertato i vertici dell’Unione Europea e, Bruxelles, reputa preoccupante un’estrema destra che si unisce in piazza attorno allo slogan “Polonia bianca e cattolica”. Nel dibattito corrente si ricorda che la stessa “ex Solidarność” ha tratto vantaggi dall’ingresso nella comunità europea; ètato, infatti, il paese che è progredito maggiormente nel 2018 con un PIL del 5,1%. Se consideriamo, invece, gli investimenti e i fondi stanziati da parte dell’Ue si può notare come questi non sono molto distanti da quelli finanziati per il sud Italia. Nonostante ciò “la Polonia è cresciuta a un ritmo di 8-10 volte maggiore rispetto alle nostre regioni del mezzogiorno perché quest’ultima, anche quando era un paese sotto il regime comunista aveva già una base industriale diffusa e, con l’ingresso nell’Ue, ne ha beneficiato grazie alla diffusione di nuovi settori di innovazione”, si legge in uno studio pubblicato da Il Sole 24 ore. Inoltre, i polacchi, secondo un sondaggio condotto da Ecfr, (www.ecfr.eu) ritengono che l’Ue debba adottare un’azione unitaria che tuteli i singoli stati e non modifichi la loro natura con obblighi non coerenti al loro ordinamento. E, ancora, secondo un’altra analisi condotta nel 2019, lo stato d’animo più diffuso si divide in chi crede nell’Europa e vede in essa speranza per il futuro, e chi invece vuole rimarcare un atteggiamento di chiusura politica, economica e religiosa.

Ma guardando all’attualità possiamo definire oggi, più che mai, i rapporti tra Varsavia e Bruxelles come estremamente tesi e difficili. Con l’approvazione da parte del Parlamento polacco di una legge voluta dal PiS, definita dall’opposizione “legge museruola” perché “viola non solo lo stato di diritto ma anche l’inamovibilità dei giudici oltre a collidere con i valori fondanti dei paesi che fanno parte del’Ue”, lo scontro è stato inevitabile. Questo il commento della magistratura. Qualcuno ricorderà però che i primi segnali di crisi si ebbero già nell’estate del 2018 quando i due protagonisti entrarono in rotta di collisione perché avviata una procedura che ammoniva la Polonia per aver violato lo stato di diritto.

Dunque, data la situazione attuale, una domanda lecita è probabilmente la seguente: come si evolveranno tali rapporti e, quali le possibili conseguenze per gli Stati membri e per la Polonia stessa nel caso in cu ci fosse una brusca inversione di marcia? Un detto afferma che “il polacco diventa saggio soltanto dopo aver sbagliato”. Ma in questo caso, per molti, non si tratta di un errore ma di salvaguardia personale, conservazione etnica e valoriale. A Bruxelles, intanto, il Consiglio Affari Esteri si riunisce su Libia, India e Unione africana. Di tensioni da gestire ce n’è più di una e, certamente, non sembra possibile adottare una linea d’azione comune.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena?

La Brexit ormai è cosa fatta, gli eurodeputati hanno intonato in coro l’Auld Lang Syne, ma contemporaneamente il parlamento scozzese ha approvato la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza.

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena? - Geopolitica.info

Nel pomeriggio del 29 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza l’accordo di recesso del Regno Unito dall’Ue. Poco dopo il parlamento scozzese approvava la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza, con 64 voti favorevoli e 54 contrari, e decideva di continuare a sventolare la bandiera dell’Ue all’ingresso. La first minister Nicola Sturgeon ha detto che “l’indipendenza è il mezzo per poter plasmare il nostro futuro e costruire una Scozia migliore”.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha già respinto la richiesta scozzese di un nuovo referendum sull’indipendenza mentre, al contrario, Sturgeon sostiene che il suo partito nazionalista scozzese (SNP) ha ricevuto un inequivocabile mandato per un nuovo referendum, e che quindi il governo di Londra non può sottrarsi a questa evidente realtà.

Il primo referendum sull’indipendenza scozzese si svolse il 18 settembre del 2014, con la vittoria del no al 55,30%. Tale risultato infranse i sogni di Alex Salmond, leader indipendentista che trascinò la Scozia alle soglie di una decisione storica. Il primo ministro britannico di allora, David Cameron tirò un sospiro di sollievo: il Regno Unito restò tale e l’unione con la Scozia sancita da secoli restò tale. Cameron sentenziò che non ci sarebbero state discussioni né tanto meno ripetizioni della consultazione, salutando comunque con entusiasmo l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadendo la promessa di garantire maggiori poteri non solo alla Scozia ma anche alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord.

La volontà di indipendenza quindi, non è cosa nuova, e della questione si vocifera già dagli ultimi mesi del 2019. A dicembre la premier scozzese inviò infatti una richiesta al premier britannico per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza, e sottolineò come gli scozzesi non fossero intenzionati ad uscire dall’Ue. Già allora Londra oppose un netto rifiuto, dichiarando che un secondo referendum sarebbe stata una distrazione dannosa e inutile. Ciononostante, la premier scozzese ha presentato il disegno di legge, votato il 29 gennaio, che dà a Edimburgo il potere di indire altri referendum sull’indipendenza. Così la Scozia sancisce il suo diritto a scegliere per un secondo referendum sull’indipendenza. “Meglio fuori dal Regno Unito che dall’Ue […] Considero che una scelta tra Brexit e un futuro per la Scozia come nazione europea indipendente dovrebbe essere offerta nel corso della vita di questo parlamento”, dice il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, parlando in Aula con i deputati scozzesi, ai quali indica “marzo 2021” come il termine entro cui organizzare una nuova consultazione sul futuro della nazione.

Adesso quindi, vista anche la posizione contraria della Scozia alla Brexit, si prospettano scenari incerti e delicati da definire di pari passo con la definizione concreta della nuova realtà inglese post Brexit, è certo che questa, come afferma la Sturgeon “rende inevitabile il cambiamento”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi .