Archivio Tag: ue

La collaborazione UE-NATO per la buona riuscita di IRINI

A soli quattro mesi dal suo lancio, l’operazione Europea EUNAVFOR MED IRINI, comandata dall’Ammiraglio Italiano Fabio Agostini, ha già prodotto risultati significativi in maniera bilanciata ed imparziale. La missione non solo lavora quotidianamente per far rispettare l’embargo delle armi alla Libia, ma cerca di garantire la sicurezza nel Mediterraneo anche con obiettivi secondari come il controllo di traffici illeciti, sia umani che di petrolio. L’operazione, però, non esprime ancora completamente le proprie potenzialità. Questo è dovuto anche al fatto che tale operazione viene percepita, soprattutto dalla Turchia, come una azione ostile, e quindi imparziale.

La collaborazione UE-NATO per la buona riuscita di IRINI - Geopolitica.info

Il punto di svolta potrebbe essere rappresentato da una possibile collaborazione con la NATO, attraverso uno scambio informativo tattico, come era stato fatto per l’operazione UE SOPHIA (che operava nella stessa area di IRINI ma principalmente per controllo del traffico umano). Mentre l’operazione SOPHIA, infatti, aveva un accordo con il NATO Marcom (Comando Marittimo), la nuova missione europea manca di un accordo simile. Tale mancanza aveva fatto sì che la vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU per la Libia, Stephanie Williams, parlasse della nuova operazione in toni poco benevoli, considerandola alla stregua di uno scherzo (“as a joke”) in quanto l’embargo veniva spesso violato sia via terra sia via aria.

La necessità fondamentale di una cooperazione con la NATO, quindi, è evidente: questa aumenterebbe infatti le capacità di IRINI di controllare l’embargo anche via terra e via aria. Attualmente IRINI dispone di due navi – una italiana, la San Giorgio, l’altra greca, la Spetsai, che le permettono di controllare i traffici via mare – e può fare un uso costante di tre aerei per la sorveglianza marittima forniti da Germania, Polonia e Lussemburgo. A questi assetti aerei si aggiungono – per un limitato numero di missioni mensili, all’incirca una volta o due al mese – altri due velivoli, uno francese e uno greco. IRINI ha anche la possibilità di usare infrastrutture spaziali, ovvero satelliti, per il controllo dei flussi via aerea e via terra. Il problema è che i satelliti, come quelli dell’“EU Satellite Center” usati da IRINI, possono essere un ottimo sistema di intelligence ma devono essere puntati su un punto preciso per sorvegliare l’eventuale traffico di armi o di milizie. Questo, però, non può essere fatto se non si sa con precisione su quale punto dell’enorme confine libico o su quale aeroporto libico far puntare il satellite.

È qui che la NATO entra in gioco: gli strumenti di sorveglianza dell’Alleanza, in particolare gli aerei radar AWACS (Airborne Warning And Control System) e i droni Global Hawk, (UAV Northrop Grumman RQ-4), che operano dalla base NATO di Sigonella, hanno la potenzialità di risolvere questo problema. I primi permettono infatti di controllare in maniera dettagliata il traffico aereo, e quindi aiutare IRINI a decidere su quali aeroporti puntare i satelliti. I secondi possono osservare con grande precisione il traffico terrestre, grazie alla mappatura del terreno, e quindi aiutare IRINI a decidere su quale punto di confine puntare appunto i satelliti nel caso si notino spostamenti sospetti.

Questo avrebbe conseguenze fondamentali sugli equilibri regionali, dato che via terra e via aria arrivano aiuti militari – sia armi che milizie – da potenze esterne alla NATO: via terra da Egitto e da altri paesi africani e via aria da Russia, Siria ed Emirati. La Turchia, che avrebbe molto da guadagnare da un accordo del genere, però non lo sostiene: è proprio la Turchia, infatti, che sta bloccando questa possibilità. Fonti diplomatiche hanno confermato che IRINI ha chiesto ufficialmente alla NATO una collaborazione sul modello della missione SOPHIA ma la NATO l’ha negata a causa del blocco turco. Il tutto sembra avere dell’assurdo, dati i vantaggi che verrebbero alla Turchia con maggiori controlli di traffici militari via terra e via aerea.

Un ulteriore vantaggio che potrebbe generarsi dal sostegno NATO all’operazione IRINI, si potrebbe legare al possibile ruolo di IRINI nell’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica: SOPHIA, e soprattutto l’Italia all’interno della missione, aveva fatto un grande lavoro di capacity building su questo fronte.  L’addestramento, la fornitura di mezzi e il ripristino delle navi libiche danneggiate ha permesso alla Marina libica di soccorrere, nel 2019, circa il 50% dei migranti partiti dalle coste nazionali (nel 2015 le forze libiche erano state in grado di soccorrere solo l’1% dei migranti). Questo ha consentito alla Libia di diventare più autonoma nelle capacità di polizia marittima e all’Europa di ridurre il flusso di migranti, migliorando complessivamente la sicurezza del Mediterraneo centrale e la stabilizzazione della Libia.

Il supporto di IRINI al governo del GNA, quindi, sarebbe fondamentale per proseguire su questa strada. Ancora una volta, però, Al-Serraj sembra disposta ad accettare a causa del veto turco. Insomma, una cooperazione EU-NATO, anche per questo, sarebbe fondamentale nel processo di stabilizzazione in Libia, dato che non può esistere stabilizzazione che non passi dalla formazione delle forze di polizia e di sicurezza locali.

Maurizio Geri,
Euro-Gulf Information Centre

L’Unione europea nel Caucaso meridionale

Gli scontri armati avvenuti a luglio al confine tra Armenia e Azerbaigian sono l’ultima manifestazione di tensioni che percorrono il Caucaso meridionale da almeno trent’anni. L’Unione Europea intrattiene con i due Paesi, e con la Georgia, crescenti relazioni in ambito economico e in misure diverse politico e sociale. In fatto di sicurezza la cooperazione è meno sviluppata, specialmente per quanto riguarda proprio Armenia e Azerbaigian.

L’Unione europea nel Caucaso meridionale - Geopolitica.info

Le recenti tensioni – scoppiate nella regione del Tavush ma ascrivibili al conflitto del Nagorno-Karabakh – coinvolgono indirettamente anche la Georgia, accusata dall’Azerbaigian di aver favorito il riarmo armeno. Dal canto suo, la Georgia è coinvolta nel conflitto latente con le autoproclamate repubbliche dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, sostenute dalla Russia. L’Unione Europea tramite il Partenariato Orientale ha assunto un impegno riformista a livello politico, sociale ed economico nella regione. Il suo più esiguo ruolo in fatto di sicurezza è determinato da vincoli interni, nonché dalle scelte politiche dei tre Paesi e delle altre potenze regionali, prima fra tutte la Russia.

Georgia, partner ideale

La Georgia è il partner caucasico più integrato con l’Ue e ambisce esplicitamente all’ammissione.  Grazie ad un Accordo di Associazione le due parti hanno stabilito una Deep and Comprehensive Free Trade Area (DCFTA) e liberalizzato i soggiorni brevi tra Georgia e area Schengen. Tbilisi mira ad intrattenere rapporti con la Russia e altri Paesi nella regione, ma la priorità in politica estera resta euro-atlantica. Questa linea mette d’accordo le maggiori fazioni politiche georgiane, altrimenti molto polarizzate. Gli ostacoli nell’applicazione delle riforme sono dovuti, più che ad attriti ideologici, al passato ultraliberista del Paese, mirato all’estirpazione della corruzione ma che ha reso l’aderenza agli standard di qualità e sicurezza dell’Ue più difficoltosa. Nonostante i benefici derivanti dal rapporto con l’Unione non raggiungano la popolazione in modo omogeneo, la Georgia è il Paese del Caucaso, nonché dell’intero Partenariato Orientale, con il maggior supporto popolare per l’integrazione europea.

Ciò è dovuto anche alla percezione dell’Ue come di un alleato per la sicurezza del Paese. Già nel 2008, un anno prima dell’entrata in vigore del Partenariato, la Francia (allora alla presidenza del Consiglio dell’Ue) aveva mediato il cessate il fuoco tra Tbilisi da un lato e Mosca e le due Repubbliche indipendentiste dall’altra durante la seconda guerra dell’Ossezia del Sud, monitorando poi il ritiro delle truppe russe dai territori georgiani non disputati. La Georgia ha inoltre contribuito in modo rilevante in diverse missioni della Politica di Sicurezza e Difesa Comune dell’Ue. Il Paese chiede di più per la propria sicurezza (in senso lato, comprendendo anche ad esempio la cybersecurity), ma resta uno dei partner la cui integrità territoriale e indipendenza sono state più protette dall’Unione.

La politica multivettoriale dell’Armenia

La politica estera dell’Armenia consiste in un continuo bilanciamento tra diversi attori. Considerando il fatto che l’Ue non gode di trattamenti preferenziali, la cooperazione tra Yerevan e Bruxelles resta tutto sommato buona in diverse aree. I successi maggiori sono quelli che hanno coinvolto i cittadini, come la partecipazione nel programma Erasmus+ e le facilitazioni nell’ottenimento dei visti. Le trattative per la liberalizzazione di brevi soggiorni sono in corso e si svolgono come di consueto secondo il principio di condizionalità, per cui, in cambio di riforme, l’Unione offre relazioni asimmetriche a vantaggio del Paese partner. In questo caso, l’Ue si aspetta che l’Armenia implementi riforme contro la discriminazione.

L’Armenia è però un alleato strategico della Russia, per volontà della quale non ha firmato un Accordo Associazione con l’Unione Europea, aderendo invece all’Unione Economica Euroasiatica. Per avanzare comunque nella cooperazione con l’Ue, Yerevan partecipa ad un Accordo di partenariato globale e potenziato (CEPA) compatibile con la propria partecipazione nelle iniziative russe. La Russia gioca un ruolo cruciale anche per la sicurezza dell’Armenia, che è parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), la cosiddetta ‘NATO russa’. La minaccia principale con cui Yerevan si confronta è il conflitto nel Nagorno-Karabakh, regione azera a maggioranza etnica armena. Se da un lato la partecipazione al CSTO è stata pensata come necessaria per tutelarsi da attacchi azeri, l’Armenia è sempre più scettica sul ruolo della Russia per la sicurezza del Paese. Durante la Guerra dei quattro giorni, nel 2016, il CSTO non ha fermato l’escalation militare, e la Russia ha ampiamente armato l’Azerbaigian sebbene non faccia parte del trattato. La riluttanza della Russia a difendere l’Armenia (nel 2016 come quest’anno) potrebbe far avvicinare Yerevan all’Ue, nonostante questa si limiti a dispiegare armi diplomatiche nella regione.

Il distacco dell’Azerbaigian

Il rapporto Ue-Azerbaigian è tra i meno sviluppati del Partenariato Orientale. Benché siano in corso trattative per un accordo rafforzato, l’attuale arrangiamento bilaterale risale al 1999. Le relazioni sono tese per almeno tre motivi. Il primo è di natura politica: il regime azero è descritto come regime non libero da Freedom House. Baku ha sottovalutato il principio di condizionalità, sperando di ottenere fondi e vantaggi grazie alle proprie risorse e alla conseguente sicurezza energetica che può fornire all’Unione. Non ottemperando alle richieste dell’Ue in fatto di democrazia e diritti umani invece, l’Azerbaigian ha rinunciato ad una più comprensiva collaborazione. In campo in economico ci sono stati diversi progressi, tuttavia ostacolati dall’abbandono di Baku dalle trattative per un Accordo di Associazione e dalla non partecipazione alla World Trade Organization. Anche i visti per ora sono stati facilitati, ma non liberalizzati.

Il secondo motivo è la scarsa capacità di assorbimento dell’Azerbaigian dei fondi ed aiuti europei a livello istituzionale, per esempio nel settore dell’educazione. Inoltre, l’Unione punta ad instaurare rapporti con la società civile nei Paesi partner. Ciò si è rivelato problematico in Azerbaigian anche a causa dell’ostruzionismo da parte del governo (che accusa l’Ue di finanziare oppositori politici) e della percezione delle organizzazioni della società civile come di entità elitarie.

Il terzo ostacolo nei rapporti di Baku con l’Ue proviene dalla Russia. L’attacco all’Ucraina ha dimostrato che Mosca è disposta ad usare l’hard power contro Paesi che manifestano troppo entusiasmo verso i partner occidentali, che peraltro non è il caso dell’Azerbaigian. Con l’annessione russa della Crimea, Baku auspicava un supporto più risoluto da parte di Bruxelles per la propria integrità territoriale nell’ambito del conflitto in Nagorno-Karabakh. L’Unione è rimasta tuttavia pressoché neutrale, riducendo così il supporto azero sia istituzionale sia popolare al progetto di integrazione europea. Se il rapporto in fatto di sicurezza con Russia ed Ue è altalenante, l’Azerbaigian intrattiene buone relazioni con la Turchia, che ha subito ribadito il proprio sostegno a Baku al sorgere delle tensioni di quest’anno.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna della Russia?

Scopri il nostro Corso online “La Russia di Putin”!


Una regione di importanza strategica

I recenti scontri hanno dimostrato la fragilità dell’equilibrio raggiunto dalle tre ex-repubbliche sovietiche. Diversi attori esterni ambiscono ad esercitare un’influenza nella regione, invocando di volta in volta il diritto all’autodeterminazione dei popoli o l’integrità territoriale dei Paesi. Pur avendo libertà d’azione molto limitata in fatto di sicurezza, l’Ue si è dimostrata reattiva. Nonostante l’offerta di mediazione dall’Iran, è stato l’Alto Rappresentante Borrell a stabilire il primo contatto tra il ministro degli esterni armeno e quello azero dallo scoppio delle violenze. Anche se tardivamente e rallentata da diversi ostacoli, l’Ue sta riconoscendo l’importanza geopolitica e strategica del Caucaso meridionale.

Interazione tra politica interna e politica estera: quale equilibrio e struttura nelle differenze tra Stati Uniti e Unione Europea.

Nel comprendere se si profila un mondo post-americano il sistema internazionale sembra ondeggiare tra multipolarità ed anarchia, mosso da dinamiche di “logoramento” ed eventi che spingono verso una ridefinizione degli assetti. A livello globale la grande potenza cinese sfida in campo economico e tecnologico la leadership degli Stati Uniti.

Interazione tra politica interna e politica estera:  quale equilibrio e struttura nelle differenze  tra Stati Uniti e Unione Europea. - Geopolitica.info

A lato, la Russia di Putin si muove con opportunismo tattico in cerca di “vuoti di potere” su cui inserirsi per ottenere autorità e ritorno strategico. Gli USA, unica superpotenza, di fronte ad un sistema internazionale sempre più anarchico sembrerebbero aver riportato gli obiettivi di politica estera ad una scelta razionale dove la propria sicurezza e la crescita economica sono centrali e guidano l’approccio quasi personale di Trump agli affari internazionali.

Le questioni internazionali sono osservate con distacco dalla nazione guida dell’ordine liberale con ripercussioni negli assetti regionali. In questi si evidenzia l’area del Mediterraneo allargato animata da crisi e conflitti, e l’Europa con un’Unione Europea (UE) alla ricerca di una propria identità tra reale progetto politico o semplice mercato comune.

In questo contesto geopolitico sospeso in una transizione di difficile definizione, non si può far a meno di evidenziare come al momento sia troppo presto per comprendere gli effetti della pandemia nel mondo post covid-19, quindi se l’impatto globale del coronavirus potrà essere “forza selettiva” per la geopolitica.

In questo intreccio di questioni internazionali il saggio intende analizzare l’influenza della politica interna nelle scelte e nelle strategie di politica estera di USA e UE.

Politics Stops at the Water’s Edge

Con questo adagio Alden & Aran cercano di racchiudere l’essenza di una politica estera in cui il dibattito decisionale interno si ritrova nel superamento dei contrasti a vantaggio degli interessi di sicurezza nazionale. La citazione in questo senso si riferisce alla risoluzione con cui il senatore repubblicano Vandenberg nel 1948 si rivolse al Senato americano durante la presidenza Truman. Con questa si sosteneva di superare le divisioni interne a favore di un impegno per una sicurezza collettiva e la possibilità di intervenire in difesa degli alleati Atlantici per mezzo di un’alleanza multilaterale come sarà la NATO (1949). Questo evento cambiò l’approccio della diplomazia americana sulla la necessità di non stringere alleanze vincolanti.

Stati Uniti: la centralità dell’interesse nazionale nell’intesa tra Politica Interna e Politica Estera

Ad oggi la realtà della PE degli US ci porta lontano da un intento di “Internazionalismo” e di una Grand Strategy volta ad un Deep Engagement. All’opposto dopo la War on Terror (2001-2011) l’impegno degli US si è orientato verso una strategia di retrenchment nella continuità tra la presidenza Obama e Trump. Sebbene attualmente sia dibattuto il fatto che l’America First possa essere isolazionista o meno, l’approccio personale e poco istituzionale di Trump spinge verso un nuovo paradigma dove sono selezionati gli interventi per la sicurezza internazionale ed è sentita l’avversione verso le organizzazioni internazionali.

Nonostante questo e le “discussioni” di Trump con il deep state, la PI degli US sembrerebbe capace di confluire nelle scelte di politica estera e di ritrovarsi negli obiettivi di interesse nazionale. In questo il dibattito è comunque acceso nella dialettica delle differenti correnti dei partiti, e nel confronto tra Trump e i leader democratici Biden e Obama.

Differentemente dal passato l’opinione pubblica e alcuni gruppi di interesse sembrerebbero maggiormente sensibili alle questioni interne del paese, ed identificare divisioni più forti nelle scelte politiche. In riferimento alla PE molti americani non guardano più al loro paese come la nazione capace di rimediare alle criticità globali, ma piuttosto vedeno nel loro paese una nazione che si deve difendere da queste. Questo sentimento non è solo riferibile all’attualità del covid-19, ma desumibile da molti passaggi della NSS 2017, dove Combat Biothreats and Pandemics è riportato come secondo punto del primo pillar.

Da qui l’evidenza di una percezione profonda verso questa minaccia e non a caso vi è un attacco comunicativo di Trump al “virus cinese”. Tuttavia, nella NSS 2017 sono numerosi i riferimenti che sottolineano un’America intenta a difendersi e promuovere se stessa nella competizione globale.

In questo senso l’interesse nazionale diviene il perno per trovare un punto di sintesi al di fuori delle divisioni interne, elemento di equilibrio pragmatico in accordo con quanto ci dice Putnam sulla logica a due livelli, la quale vede nel processo decisionale di politica estera l’interazione tra gli interessi condivisi dai principali attori del sistema internazionale e gli imperativi interni.

UE: complessità strutturale e un difficile dialogo tra politica interna e politica estera

Passando all’UE ad oggi si discute molto su di una politica estera propria dell’UE e sul fatto che l’UE possa strategicamente far leva sul proprio peso. Tuttavia, il posizionamento geopolitico rimane piuttosto incerto, ancorato ad un approccio alle relazioni internazionali di tipo liberale e istituzionale che ne vincola la prospettiva al solo perseguimento di guadagno assoluto e di vantaggio comparato. Da qui è ipotizzabile che ne derivi una difficoltà oggettiva nell’affrontare contesti di crisi e destabilizzati, o nel rispondere alle spinte di riassestamento dell’ordine internazionale.

In riferimento a questo alcune ricerche sottolineano come la struttura istituzionale rappresenti lo spazio di negoziazione nel quale si formano le coalizioni per esercitare pressione ed orientare le scelte di politica estera verso interessi specifici.

In questo la peculiarità di assetto sovranazionale determina per l’UE ulteriore complessità portando a sovrapposizioni e interessi contrastanti negli stati membri. Ne consegue un difficile equilibrio multilaterale in un complesso processo decisionale. Questo infatti si caratterizza per scontri interni e visioni contrastanti sugli obiettivi di politica estera. L’approccio di “istituzionalizzare” in chiave multilaterale il processo decisionale incontra serie limitazioni nel trovare centralità verso un interesse condiviso, quindi in un superamento virtuoso della logica di interazione evidenziata da Putnam.

L’intersezione tra ruoli e compiti di: Commissione europea, Consiglio europeo, Consiglio dell’UE, Parlamento europeo, più Servizio europeo per l’azione esterna, delinea una significativa complessità nell’interazione di forze interne ed esterne moltiplicando i fattori per un’effettiva leadership multilaterale. Da una struttura così articolata ne deriva: da una parte una logica poco lineare nel processo decisionale; dall’altra competizione interna e il prevalere del peso specifico degli stati nelle questioni di interesse nazionale nella politica estera. 

Una descrizione di questo ci viene dall’analisi di Raine (IISS) che identifica una leadership dell’UE come strumento di espressione dell’interesse nazionale della Germania, fatto che conduce le istituzioni dell’UE ai margini degli affari internazionali con gli stati membri che differiscono in modo significativo nel rapporto con gli stati extraeuropei; in particolare nelle relazioni con le grandi potenze evidenziando come questo costituirà un ostacolo per arginare la penetrazione dell’influenza cinese in Europa.

Conclusioni

Da quanto analizzato emergono differenze considerevoli nell’interazione tra politica interna e politica estera nei due attori considerati. Se per gli US la centralità dell’interesse nazionale determina un punto di accordo nel dibattito di politica interna e genera una chiara visione per gli obiettivi di politica estera, per l’UE la complessità in termini di struttura, peculiare del suo assetto sovranazionale e di frammentazione dei ruoli, ne limita in modo rilevante la possibilità di visione strategica in ambito di interesse nazionale e di politica estera. Ne consegue un dialogo difficile e molto limitato tra i due attori su molte questioni internazionali. Così, nella criticità di questa fase di transizione del sistema internazionale, la visione di intesa strategica, se vogliamo Atlantica, rimane ridimensionata e limitata.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna degli Stati Uniti?

Scopri il nostro Corso online “L’America di Trump”!


In questo l’incongruenza in termini di politica estera dell’UE ostacola un effettivo dialogo strategico.

Così, nonostante le sfide geopolitiche sia molte e rilevanti a livello globale e regionale, permane un “impasse” a vantaggio delle potenze sfidanti, le quali trovano opportunità nelle questioni più lontane agli US ma spesso in diretta competizione con l’Europa.   

In questo contesto per l’Italia si pone la necessità di profonda comprensione delle sfide geopolitiche che la riguardano in primo luogo. Su questo potrà essere significativo valutare tramite un’analisi di costi e benefici il ritorno strategico dall’impegno profuso verso l’UE; comprendere l’importanza di un chiaro posizionamento con gli US nelle questioni di competizione con la Cina per i sistemi ICT; ed identificare quali obiettivi di interesse nazionale siano propri e non riscontrabili negli interessi dell’UE.

Regno Unito, il posizionamento diplomatico e la partita degli accordi commerciali

La ‘Global Britain’, criticata ferocemente da alcuni ed esaltata in maniera incondizionata da altri, deve necessariamente nei prossimi mesi gettare le basi per il proprio futuro. Con la recente uscita dall’Unione Europea, Londra dovrà riuscire a raggiungere il numero più alto di accordi commerciali bilaterali in giro per il mondo per sostenere la propria economia. Allo stesso tempo l’allineamento diplomatico e strategico del paese, dopo un periodo di assestamento, è saldamente convergente con l’alleato principale oltreoceano.

Regno Unito, il posizionamento diplomatico e la partita degli accordi commerciali - Geopolitica.info

Allineamenti

Nello scacchiere internazionale, in un mondo sempre più polarizzato attorno alle grandi potenze, con da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Cina, il Regno Unito sa che deve allinearsi al suo storico alleato, sacrificando alcuni vantaggi economici derivati da accordi più stretti con Pechino. E’ recente la notizia del dietrofront su Huawei e della sua esclusione dalle forniture per la rete 5G nel Regno Unito dal prossimo gennaio. Il rischio e i dubbi di compromettere la sicurezza informatica del paese, affidandola ad una compagnia straniera e ‘ostile’, ha avuto la meglio. Washington ha dovuto minacciare forti sanzioni e l’ostruzione ai negoziati sull’accordo di libero scambio tra USA e UK per far sì che Boris Johnson rovesciasse l’iniziale apertura britannica nei confronti del colosso cinese.

La Cina è rimasta scottata da questa decisione ma era un risvolto prevedibile e che da Pechino temevano, tanto più dopo la forte presa di posizione di Londra sulla questione di Hong Kong. Il governo Johnson, vista la stretta cinese sui diritti civili e la violazione della dichiarazione sino-britannica, si è detto pronto a favorire, con il passaporto ‘British National Overseas’ e con permessi di soggiorno prolungati, la cittadinanza a circa 3 milioni di abitanti della città asiatica. Una svolta che si può definire storica, anche se non venisse perseguita realmente nei numeri citati.

L’ostilità con la Cina è ormai aperta e Londra dovrà inevitabilmente affrontare il nodo della forte dipendenza strategica che ha accumulato, soprattutto negli ultimi anni, con Pechino. Un report della ‘Henry Jackson Society’ ha sottolineato come per 229 beni, in special modo nel settore tecnologico e farmaceutico, più del 50% delle importazioni provenga dalla Cina, rendendo così il Regno Unito estremamente debole in situazioni di tensione crescente.

Londra inoltre, con le fresche dichiarazioni governative di possibili interferenze russe nelle elezioni del 2019, ha riaperto il fronte con Mosca. Altre accuse alla Russia sono giunte dal Canada, dagli Stati Uniti e proprio dal Regno Unito che sostengono come un gruppo di hacker (APT29), legato ai servizi d’intelligence russi, abbia cercato di rubare informazioni dagli enti e dai ricercatori attualmente al lavoro sul vaccino per il Covid-19. Questi nuovi attacchi dimostrano, come se ce ne fosse bisogno, che i rapporti tra Londra e Mosca non siano esattamente idilliaci.

Accordi commerciali

Come detto in precedenza, ancora non sono del tutto prevedibili le modalità e le conseguenze economiche dell’uscita di Londra dall’Unione Europea, ma il Regno Unito si sta muovendo per assicurarsi accordi, commerciali e no, nel resto del mondo. D’altronde non avere la garanzia di accesso al mercato europeo porta alla necessità di doversi ‘guardare intorno’, a partire dai paesi del Commonwealth, prima area dove si sono già concentrate le attenzioni britanniche. I cosiddetti ‘Brexiteers’, negli ultimi 4 anni, hanno sottolineato l’importanza di stringere in maniera ancora più forte i rapporti con i paesi del Commonwealth, sostenendo come gli assoluti vantaggi economici che ne potrebbero derivare sarebbero ben superiori a quelli avuti finora con i paesi dell’UE. I contrari alla Brexit, invece, reputano una pura illusione sostituire il mercato europeo, primo per quantità e qualità di sbocchi, con i cinquanta e più paesi del vecchio Impero Britannico.

Boris Johnson ha annunciato la volontà di stringere entro la fine del 2020 degli accordi commerciali di libero scambio con Canberra e Wellington, oltre quello con gli Stati Uniti, che si annuncia però più ostico da raggiungere in pochi mesi. In generale, Londra sembra rivolgersi ai paesi dei ‘Five Eyes’, l’alleanza dei servizi di intelligence di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, a cui li lega la comune lingua inglese e una cultura storica condivisa.

Altro paese con cui Londra sta negoziando per trovare un accordo bilaterale è il Giappone. I tempi stringono, anche perchè Tokyo ha dato una sorta di ultimatum di poche settimane ai negoziatori britannici per riuscire ad arrivare a una firma. Se si giungesse a una soluzione positiva sarebbe un importante successo per il governo Johnson e per la segretaria al Commercio Liz Truss, mentre la Corea del Sud e Singapore potrebbero rivelarsi partner privilegiati del Regno Unito nel prossimo futuro.


Vuoi approfondire i temi della politica internazionale?

Scopri il nostro Corso online in Geopolitica e Relazioni internazionali!


Ruolo mondiale

A chi accusava il Regno Unito di ‘ritirarsi’ entro i propri confini e isolarsi con l’uscita dall’UE, Londra sta rispondendo con la strategia della ‘Global Britain’ muovendosi in tutto il mondo. A livello economico è ancora difficile prevederne gli esiti, ma a livello diplomatico già si può intendere sia l’indirizzo che il filo rosso delle decisioni prese: rilanciare il ruolo britannico in tutti i continenti, da quello asiatico a quello americano, passando per l’Africa. Non a caso l’ex ministro del commercio britannico Liam Fox si è presentato come candidato alla posizione di Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Da quanto trapela non sono molte le sue possibilità di elezione, ma può essere considerato comunque un segnale forte lanciato da Londra.

Del resto, nonostante la caduta dell’Impero Britannico dello scorso secolo, il Regno Unito ha molti dei fattori essenziali indispensabili nel ‘gioco’ delle grandi potenze: la finanza, l’intelligence, la diplomazia e il nucleare. Ha però alcune debolezze interne che minacciano il suo futuro, in primo luogo gli indipendentismi crescenti in Scozia e in Irlanda del Nord che, tra dinamiche demografiche, sociali e politiche, premono sul governo centrale. Lo scopo principale della Brexit è proprio quello in teoria di rafforzare l’unità delle ‘province’ britanniche più riottose, ma al momento sembra aver peggiorato la situazione.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

Albanian European Integration challenges at the time of COVID-19

On July 1, 2020, the European Commission presented to the Council the draft Framework for Membership Negotiations for Albania and Northern Macedonia, defining the main guidelines and principles. The document was drafted following an invitation to the Commission at the General Affairs Council (GAC) meeting in March 2020, in which a decision was made to open negotiations for both countries.

Albanian European Integration challenges at the time of COVID-19 - Geopolitica.info

Importance of EU perspective of the Western Balkan Region

A credible EU perspective of the Western Balkans countries remains crucial to ensure the much-needed regional stability and to support to build resilient, prosperous and peaceful states. The Western Balkans are the part of Europe. The unanimous support towards the opening of the accession negotiations with Albania and North Macedonia, as well as the support of the new enlargement methodology in March by the European Council is an important milestone in that regard for the whole region.

The new enlargement methodology provides the necessary credibility, political focus, efficiency and merit based approach for the whole process as well as great impetus for the regional cooperation. The Western Balkans countries have shown real determination to continue to intensify their regional and EU cooperation in several fields, as well as to keep focusing nowadays on COVID response measures  such as keeping the supply flow operational and coordinate efforts to fight the epidemic , facilitating the implementation of the four freedoms in the region and the necessary level of economic cooperation, working together on important topics such as climate change or security. The region is implementing the commitments and initiatives made within the framework of the Berlin Process.

In this context Albania is firmly commited to upholding the fundamental values, democratic principles and rule of law, achieving greater results in the fight against corruption and organized crime, good governance, as well as respect for human rights, gender equality and rights of persons belonging to minorities, despite the introduction of special and extraordinary measures to contain the coronavirus pandemic. The Western Balkans countries are also willing to mutually support each other in the undertaking of the European integration.

Albania’s EU Membership Negotiation Framework

On July 1, 2020, Neighborhood and Enlargement Commissioner Olivér Várhelyi commented that draft negotiating frameworks for Albania and North Macedonia are marking another important step in the integration path of two countries. Fulfilling this commitment, the EU offers a concrete framework for the development of membership negotiations. He further confirmed that this project relies on the revised enlargement methodology, introduced in February this year, which aims to make the admission process more credible, with a stronger political direction, more dynamic and predictable. In his statement, he also stressed that he expects to discuss with member states as soon as possible, as well as holding the first intergovernmental conferences with both countries. Stating that the future of these countries is clear in the EU, he expressed confidence that they will continue to implement reforms on their integration path, as they have done so far.

The objective of the negotiations for Albania and North Macedonia is to fully adopt the EU acquis and ensure its full implementation after accession. The negotiation framework is based on the experience of previous enlargements and ongoing negotiations. They integrate the revised expansion methodology, take into account emerging European legislation, and properly reflect the merits of countries and specific situations.

As for further stages, as member states approve the framework for negotiations, the next Presidency of the Council of the European Union will present the EU’s generally agreed position at the first Intergovernmental Conference with each country, marking the beginning of official accession negotiations. The negotiating framework will be made public at this stage.

Referring to the framework document of the negotiations for Albania, regarding the formal aspect, the document contains three subdivisions:1) principles governing the accession negotiations; 2) substance of the negotiations; 3) Negotiation procedures; and 2 annexes: I. Procedure for organizing negotiations; II. Grouping of chapters / topics of negotiations

Regarding the guiding principles of the negotiations, the document first sets out the legal basis on which they will be based, namely: Article 49 of the Treaty on European Union, and all relevant conclusions of the European Council, especially those of March 2020, will be taken into account for the adoption of the revised enlargement methodology, the revised consensus on enlargement adopted by the European Council of December 2006, and the conclusions of the 1993 Copenhagen Council.

Negotiations will be based on Albania’s merits and their speed will depend on the country’s progress in meeting membership requirements. The Commission will keep the Council regularly informed about this, so that the latter can constantly review the situation. For its part, the union will decide whether the conditions for concluding negotiations have been met. This procedure will be based on the report of the Commission, which will confirm the fulfillment of the requirements by Albania of the criteria listed in the document. It underlines that negotiations are a process of ‘opening and closing’, the outcome of which cannot be guaranteed in advance.

Advancement of negotiations will be guided by Albania’s progress in membership preparations within a convergent economic and social framework. Progress will be measured separately according to the following requirements:

   – Copenhagen Criteria, which sets out the following membership requirements: the stability of institutions that guarantee democracy, the rule of law, human rights and respect for and protection of minorities; the existence of a functioning market economy and the ability to withstand competitive pressure and market forces within the union; the ability to assume membership obligations, including adherence to the goals of political, economic and monetary union, and the administrative ability to effectively implement the acquis.

   – The Stabilization and Association Process, which remains the common framework for relations with the Western Balkans until their accession, and in particular Albania’s commitment to good neighborly relations and closer regional co-operation, in line with the Thessaloniki Agenda for the Western Balkans adopted in June 2003, the Sofia Declaration of May 2018 and the Zagreb Declaration of May 2020, the Council’s conclusions on enlargement and stabilization and the association process from March 2020 and other relevant Council conclusions.

– Fulfillment of Albania’s obligations under the Stabilization and Association Agreement, as well as Albania’s progress in addressing the key areas identified in the Commission’s annual reports and relevant Council Conclusions.

The document stipulates that the negotiations will take place in an Intergovernmental Conference with the participation of all member states on the one hand and Albania on the other. The conference will also provide a political direction and a forum for political dialogue on the reform process. Based on the Commission’s recommendations in its annual enlargement package, the Council will adopt conclusions on the current state of accession negotiations. The intergovernmental conference will provide a forum for political dialogue on reforms, will consider the overall accession process, and will set an indicator for the coming year on which groups / chapters could potentially be opened or closed and possible corrective action. All parties will ensure representation at the Intergovernmental Conference at the appropriate level to allow for a productive political dialogue.

The expanded membership process envisions a greater focus on fundamental reforms during negotiations in order to strengthen its credibility. Albania must fully align with reforms in key areas of the rule of law, in particular justice reform, the fight against corruption and organized crime, fundamental rights, economic criteria, the functioning of democratic institutions, and public administration reform. Albania needs to ensure that its institutions, governance and administrative and judicial systems are strengthened enough to effectively implement the acquis.

A stronger link to the economic reform program process should help countries meet economic criteria. Targeted policy recommendations, which guide countries to meet economic criteria standards, will be adopted jointly in the framework of the Annual Economic and Financial Dialogue.

The decisions of the Council for the opening and closing of groupings / chapters will take into account the improvement of administrative skills within the respective groupings and their constituent chapters. Furthermore, anti-corruption policies will be included in all relevant chapters. Thus, a chapter will not be temporarily closed before sufficient anti-corruption policies are implemented in that specific chapter.

In addition to the approximation of legislation, membership means the timely and effective implementation of the acquis, which is constantly evolving and includes in particular:

– the content, principles, values and political objectives of the treaties on which the union is founded;

– acts adopted by the institutions in accordance with the Treaties, as well as the case law of the Court of Justice of the EU;

– any other act, legally binding or not, adopted within the framework of the union, such as inter-institutional agreements, resolutions, statements, recommendations, instructions;

– international agreements concluded by the union, by the union together with its member countries, and those concluded by the member states among themselves in relation to the activities of the union.

Negotiation procedures: At this point, the Commission will undertake a formal process of reviewing the aquis in order to inform the country’s authorities on the developments of the acquis, to assess the state of Albania’s preparation for the opening of negotiations in certain areas, such as and to obtain preliminary indications of issues which are likely to arise during the negotiations. The document stipulates that the acquis will be divided into a number of chapters, each covering a specific policy area and organized into thematic groupings. The list of these chapters and groupings is given in Annex II. Any point of view expressed by Albania or the EU on a particular chapter or group of negotiations in no way prejudices the position that can be taken on other chapters or groupings. Policy areas that require particularly serious efforts by Albania to approximate legislation with the acquis and ensure its implementation will be addressed at an early stage of the negotiations. Also, agreements reached during negotiations on specific chapters or groupings, even partial ones, cannot be considered final until a general agreement is reached on all groupings.

 

Referring to the ‘screening process’, it is explained that it will be performed by the groupings and will result in priorities for the main reforms (opening standards) for the identification of the group as a whole. The Council, acting unanimously on a Commission proposal, shall determine and evaluate the opening standards for each group. The review process should also serve to identify areas for accelerated integration that will be agreed between the EU and Albania for follow-up in the structures of the Stabilization and Association Agreement, when appropriate.

Following the confirmation by the Council on the basis of an assessment by the Commission that the opening standards for the grouping of founders have been met, the Council shall decide to open this group and, acting unanimously, set temporary standards on the chapters of the rule of law in the EU’s opening position, based on the Commission’s proposal. These interim criteria will specifically address, as far as possible, the adoption of legislation and the establishment and strengthening of intermediate administrative and track record structures and will be closely linked to the main actions and points in the implementation of the guideline. Once these temporary standards are met, the Council will act unanimously, and will set in a temporary position the final standards for these chapters requiring ‘track records’ of the implementation of the reform.

Further, the Commission will regularly inform and report to the Council on the progress of the negotiations on the chapters “Judiciary and Fundamental Rights” and “Justice, Freedom and Security”.

Based on the information received from the Commission during the review, as well as regular reports from the conclusions of the relevant Commission and third parties indicators, when necessary, the Council acting unanimously on the Commission’s proposals will determine and assess compliance with the standards (for the temporary closure of each chapter or the whole grouping if the conditions are met). Depending on the chapter, clearly defined standards will refer in particular to legislative alignment with the acquis and a satisfactory ‘track record’ in the application of the main elements of the acquis.

In conclusion, the Commission will closely monitor Albania’s progress in all areas, using all available instruments, including expert assessments by the Commission and member states, dialogue under the SAA and third-party indicators when it is appropriate. The Commission will regularly inform the Council on Albania’s progress in any given area during the negotiations, and especially when presenting the EU’s joint project positions. Meanwhile, the Council will consider this assessment when deciding on further steps regarding negotiations for that chapter. In addition to the information that the EU may request for the negotiations for each chapter and grouping, which will be provided by Albania at the Intergovernmental Conference, the country may be required to provide regular, written, detailed information on progress in implementation of the acquis, even after the temporary closure of a chapter.

 

Aftermath of the March 2020 Council’s decision on opening accession negotiations with Albania

The Commissioner deliverables on the proposal of the new methodology of negotiations and the March update report on Albania, both brought to a desirable outcome for all, the opening of accession negotiations with Albania and North Macedonia, especially on the fulfilment by Albania of the Council’s conditionality as well as to continue and finish the screening process starting with the fundamentals clusters.

Taking the March decision in the midst of the Coronavirus outbreak, the decision on opening accession negotiations with Albania and North Macadonia did not only matter per se, but did matter for the fact that EU knows how to bounce back and how to resettle credibility, soft power and solidarity.

Albania continues to implement the priorities for the opening of accession negotiations, with a special focus on the conclusions of the March 2020 Council which opened accession negotiations with Albania.

In the face of the difficulties stemming from the COVID-19 pandemic, as well as the efforts necessary to launch the post-earthquake (November 2019) reconstruction process, the Albanian Government remaines dedicated to move on with the reform procedures and to finalize the plan how to meet the conditions established by the Council conclusions and to get a date for the first Intergovernmental Conference. In this context, the Government of Albania has prepared a Plan of Action for the fulfillment of the Council’s decision, monitoring its implementation rigorously. 

The Plan of Action foresees priority actions for the conditionality from the Council’s decision that will be sought to be fulfilled before the first Intergovernmental Conference:

  • The adoption of the electoral reform in June 2020;
  • The functionality of the Supreme and Constitutional Courts in October 2020;
  • The functionality of Special Prosecutor’s Office against Corruption and Organized Crime (SPAK) within October 2020.

In the Justice Reform progress has been achieved, during this time in two tracks: the re-evaluation of judges and prosecutors (vetting) and the establishment of the new institutions of justice.


Vuoi approfondire i temi relativi alla teoria delle relazioni internazionali?

Scopri il nostro Corso online “Comprendere le Relazioni internazionali: anarchia, potere, sicurezza”!


One of  key priorities of utmost importance remains the adoptions of electoral reform. After the cross-party agreement reached in January 2020 with both the parliamentary and extra parliamentary opposition, the ’Political Council’ established to negotiate electoral reform has continued its work. The activity of the Political Council is supported by experts appointed by the Parliamentary Ad Hoc Committee for Electoral Reform, experts appointed by the extra parliamentary opposition and by ODIHR experts. The draft that is agreed by the Political Council on July 5, 2020, will be submitted for adoption to the Parliamentary Ad Hoc Committee for Electoral Reform. The parties has expressed their willingness to adopt by the end of July the amendments to the Electoral Code fully in accordance with OSCE/ODHIR recommendations, including transparent financing of electoral campaign, giving Albania an electoral process with higher integrity and transparency standards.

Despite the challenges posed by the COVID-19 outbreak, Albania has continued to show its commitment and have some results in the key areas identified in the Council Conclusions of March 2020. Anyway a lot of work remains to be done and satisfactory results are expected on the functioning of the Constitutional and Supreme Courts, as well as further strengthening the fight against corruption and organised crime, which remains a long term objective for the European Integration of Albania.

Mediterraneo: confini, migrazioni e diritti umani

Il Mediterraneo costituisce per l’Europa un prolungamento strategico ed economico, ma anche, e soprattutto, una frontiera umana e culturale. L’Europa, considerata come spazio aperto sia dal punto di vista umano che da quello politico-culturale e fondato su un fattore importante come la sicurezza, produce allo stesso tempo un effetto di chiusura verso la sponda meridionale, innalzando un muro che divide due mondi.

Mediterraneo: confini, migrazioni e diritti umani - Geopolitica.info

Dal 2017 il flusso di migranti verso le coste europee ha registrato un costante calo e il numero di immigrati è nettamente inferiore rispetto agli anni precedenti. Con la diminuzione degli sbarchi si è ridotta l’attenzione e l’interesse nei confronti del fenomeno, specie dopo lo scoppio della pandemia di coronavirus, che ormai da mesi ha catalizzato l’attenzione di tutti. Ciò nonostante, i flussi migratori non possono essere considerati un “problema” del passato, anzi nel primo semestre del 2020 abbiamo assistito ad un aumento dei numeri – seppur ancora limitato – rispetto agli ultimi anni: secondo il Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 21 luglio 2020 i migranti sbarcati sulle coste italiane sono stati 9.885 rispetto ai 3.365 riferiti allo stesso periodo dell’anno passato.

Le migrazioni tra le due sponde del Mediterraneo rappresentano un fattore strutturale, pertanto sia i singoli Stati che l’Ue non possono permettersi di trascurare tale fenomeno, ma dovrebbero attivarsi per una soluzione sostenibile che abbia effetti non solo nel breve periodo.

La risposta dell’Unione Europea all’indomani della crisi seguita alle Primavere arabe nel 2011 è stata quella di una nuova strategia che fosse in grado di rilanciare la collaborazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, e che inaugurasse un nuovo dialogo su temi quali la sicurezza e l’immigrazione Sud-Nord. La condizionalità era l’elemento che stava alla base di tutti gli accordi di quel periodo, dove l’Ue offriva vantaggi in determinati settori in cambio di un controllo più severo sui movimenti dei migranti irregolari e di quelle fasce ritenute marginali. Quello a cui si è assistito è stato una sorta di “gestione dall’esterno” delle politiche di sicurezza e del controllo dei confini e delle rotte migratorie.

L’esternalizzazione delle frontiere può essere considerato un insieme di scelte giuridiche, culturali, ma anche militari ed economiche, attuate al di fuori del proprio territorio da soggetti statali, i singoli Paesi, o sovrastatali, come nel caso dell’Unione Europea, che abbiano un obiettivo specifico: nel caso del tema migratorio è quello di impedire o quantomeno ostacolare il più possibile l’ingresso dei migranti nel proprio territorio.

Per quanto riguarda il controllo e la gestione dell’immigrazione, i singoli Stati intervengono per rafforzare i propri confini, riproducendoli sotto nuove forme e delocalizzandoli oltre i tracciati ufficiali di demarcazione, cioè ridistribuendo nello spazio una serie di manifestazioni come per esempio gli obblighi di visto, i controlli in alto mare, la cooperazione transfrontaliera, le sanzioni alle ong, ecc. La scelta dell’Europa di adottare un atteggiamento volto a considerare il fenomeno migratorio principalmente in termini di sicurezza fa emergere i limiti che questa politica di controllo e di contenimento del fenomeno si porta dietro, soprattutto se prendiamo in considerazione la questione dei diritti umani.

Il processo di esternalizzazione delle frontiere non è una novità degli ultimi anni, ma è un fenomeno a quanto datato. Le questioni che però più ci riguardano prendono via dal 2015 con l’Agenda europea delle migrazioni, per poi attraversare un sentiero complesso che vede tra le principali tappe: il vertice de La Valletta (2015); l’intesa Turchia-Ue (2016); la Dichiarazione di Malta degli Stati membri del Consiglio Europeo  (2017); gli accordi tra Italia e Libia e le varie iniziative sul codice di condotta da seguire per le Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso.

Tra i principali attori coinvolti nel Mediterraneo, seppur attuando con obiettivi e metodi diversi, incontriamo: i singoli Stati, membri dell’Ue e non; le agenzie europee, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim); l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr); e le organizzazioni non governative (ong).

Il ruolo dell’Unhcr e dell’Oim diventa centrale nell’attuazione delle politiche volte ad impedire l’ingresso dei migranti nel territorio di uno Stato. Infatti, se il governo italiano e la stessa Ue vengono accusati di finanziare le autorità libiche, nonostante i molti dubbi che su queste ultime gravano, e con tali finanziamenti delegare ad esse il compimento di atti illegittimi, sia Roma che Bruxelles fanno continuo riferimento al ruolo svolto dai due organismi sovranazionali. Dal punto di vista degli Stati membri e dell’Europa, le due organizzazioni dovrebbero favorire l’innalzamento degli standard qualitativi dei centri di accoglienza dislocati in territorio libico e fornire assistenza a quei soggetti bloccati nel tentativo di attraversata e riportati indietro. Concezione  errata e di risultato fallimentare se andiamo ad osservare l’impatto che gli interventi umanitari hanno sul trattamento a cui sono sottoposti i migranti.


Vuoi approfondire i temi della politica internazionale?

Scopri il nostro Corso online in Geopolitica e Relazioni internazionali!


Analizzando le varie misure adottate nel corso degli ultimi anni, pare chiaro che l’obiettivo dei Paesi europei sia quello di “filtrare fisicamente” l’ingresso dei migranti attraverso l’uso dei campi di accoglienza/detenzione in territorio africano. Attraverso accordi tra i Paesi della sponda Nord e quelli della sponda Sud si tenta di attuare una gestione, per quanto complessa, delle frontiere al sud della Libia e al rimpatrio dei migranti dalla Libia stessa verso quei Paesi ritenuti di provenienza, fra tutti il Ciad, il Sudan e il Niger. Dal 2014 la Libia è il principale Paese di transito per i migranti che partendo dall’Africa sub-sahariana tentano di arrivare in Europa. Le norme libiche in materia di migrazioni sono alquanto povere. L’ordinamento libico non riconosce nessuna distinzione tra migranti irregolari e richiedenti asilo: tutti sono considerati migranti illegali e per questo punibili con la reclusione.

L’esternalizzazione realizzata attraverso accordi con Stati terzi non esonera teoricamente gli Stati di destinazione dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale. Ciò riguarda anche l’Italia. Ci si chiede allora se le violazioni dei diritti umani che i migranti subiscono a causa della gestione dall’esterno dei confini non sia imputabile anche ai Paesi di destinazione. Se così fosse sia l’Ue che i singoli Stati membri (Italia inclusa) potrebbero essere ritenuti responsabili in parte per le violazioni subite dai migranti all’interno dei centri di detenzione libici e per non aver fatto nulla fino ad oggi per cambiare tale situazione.

Ghassan Salamè: solo uniti si può vincere il terrorismo

Ghassan Salamè, intellettuale e professore universitario a Parigi, recentemente è stato intervistato dal Direttore dell’ISPI ed ha ripercorso tutta la sua carriera e la sua esperienza come inviato delle Nazioni Unite incaricato di risolvere la crisi libica.

Ghassan  Salamè: solo uniti si può vincere il terrorismo - Geopolitica.info

In qualità di Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) e capo della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), dal 2017 al marzo 2020, Salamè ha avuto modo di osservare sul campo l’inferno libico e tutti gli attori in gioco. Inoltre nel 2003 è stato consigliere politico della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI), dove ha svolto un ruolo cruciale nel riunire fazioni irachene. È stato poi nominato consigliere senior del Segretario Generale (2003-2007, 2012).

L’unione è la chiave per la vittoria   

Per Salamè solo uniti si può vincere contro il terrorismo, è l’unità la vera chiave del successo in questa guerra complicata, contro un nemico subdolo ed insidioso che può attaccare in qualsiasi momento. Non possiamo permetterci il lusso di procede alla rinfusa, di fare da soli, di andare ognuno come vuole perchè questo è quello che ci rende più deboli e vulnerabili. Serve una strategia precisa ed ordinata, che coinvolga tutti gli Stati che hanno davvero la volontà di chiudere per sempre il capitolo terrorismo, che vogliono assicurare libertà e stabilità in quelle terre che ancora oggi sono martoriate da guerre che paiono non finire mai.

Secondo l’ex Rappresentante Speciale l’unità di intenti è fondamentale perchè senza quest’ultima c’è solo il caos, il disordine e la violenza; senza unione nello sconfiggere il terrorismo sono solo i signori della guerra e i jihadisti a farla da padroni sul territorio libico. Ma unità di intenti non vuol dire interferire come sta succedendo in Libia. 

Le interferenze straniere nella situazione libica

In Libia stiamo assistendo ad una serie di interferenze straniere che hanno trasformato la situazione libica in una vera e propria guerra per procura che ormai è sfuggita al controllo delle stesse fazioni in lotta ed è diventata una matassa difficile da sbrigare. Nessuno sa più cosa sta succedendo e in una situazione così intricata gli unici a fare affari sono i signori della guerra che approfittano del fiorente mercato nero per vendere armi, petrolio ed esseri umani.

La Libia è uno Stato sovrano, dice Salamè, e tale deve rimanere; gli altri Stati non possono trattarla come una loro colonia utile solo per il proprio tornacoto personale. Bisogna aiutare i libici a risolvere da soli tutte le questioni ancora in sospeso, perchè il popolo libico deve avere la possibilità di scegliere autonomamente cosa fare del proprio Paese e del proprio destino.    

La posizione di Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina

Ad interferire pesantemente in Libia è soprattutto la Tuchia, Pasese che mira a diventare una potenza regionale di primo piano e vuole ritagliarsi la sua personale zona di influenza. Proprio in questi giorni tra Turchia e Francia ci sono alcuni dissapori proprio riguardo al modo in cui Ankara sta gestendo la crisi libica.

“Gli alleati devono ribadire “solennemente la loro adesione” sull’embargo alle armi alla Libia. Fino a quel momento la Francia ha deciso di sospendere “temporaneamente” la propria partecipazione all’operazione navale Sea Guardian della NATO nel mar Mediterraneo”, fanno sapere da Parigi. Inoltre i francesi accusano Ankara di essere un ostacolo al raggiungimento della pace tra le varie fazioni libiche.

La Turchia continua imperterrita la sua strategia di potenza e accusa Parigi di portare avanti una politica distruttiva in Libia.

La Cina dal canto suo persegue in Africa una politica quasi coloniale che le serve per prendere materie prime preziose per la sua economia e per il suo sviluppo; sono le imprese cinesi che investono ingenti risorse e regalano borse di studio per permettere agli studenti africani di studiare nelle università cinesi.

Russia e Stati Uniti trasportano sul territorio libico la loro storica rivalità e si schierano su parti opposte: Washington sostiene Al Serraj mentre Mosca sostiene il Generale Haftar. Mosca però sta assumendo un ruolo sempre più di primo piano soprattutto in Libia mirando allo status di potenza regionale.   

I ritardi e le inefficienze dell’Unione Europea

L’Unione Europea invece si è dimostrata divisa su tutto e sulla crisi libica ha proceduto alla rinfusa, in ordine sparso e soprattutto senza una strategia comune, con una grande divisione tra Stati che sostengono Al Serraj e Stati che sostengono Haftar. Proprio quello che Salamè non avrebbe mai voluto.

Ritardi ed inefficenze possono costare molto caro in Libia e minano la credibilità della stessa Unione Europea; è per questo che Salamè insiste sull’importanza di avere una visione comune, perchè i grandi problemi del pianeta richiedono lo sforzo di tutti per essere affrontati nella maniera corretta.

L’evoluzione del Partenariato Orientale: i casi di Ucraina, Moldova e Bielorussia

Il vertice dei leader dei membri dell’Unione Europea (Ue) e del Partenariato Orientale (PO), tenutosi virtualmente il 18 giugno scorso, ha ribadito l’importanza strategica dei Paesi dell’Est Europa nella politica estera dell’UE. I Paesi direttamente confinanti con l’Unione – Bielorussia, Moldova e Ucraina – hanno intensificato la propria cooperazione all’interno del PO, ma secondo tempi e modalità diversi l’uno dagli altri.

La video conferenza tra i 27 membri Ue, la Presidente della Commissione Europea von der Leyen, l’Alto Rappresentante Borrell e i sei partner orientali (Azerbaijan, Armenia, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina) ha trattato, oltre che della crisi legata al COVID-19, dello stato attuale e delle prospettive future del PO. Questo incontro è avvenuto in un momento cruciale, in cui vengono valutati i progressi inerenti ai ’20 obiettivi per il 2020’ prefissi per i partner orientali in ambito politico, economico e sociale e in termini di società civile e connettività. A 11 anni dall’istituzione del Partenariato, nato come diramazione della Politica Europea di Vicinato, sono ancora visibili alcune macrotendenze che, in misure diverse, interessano tutti i Paesi tra l’Ue e la Russia: il declino demografico dovuto alle migrazioni, il deficit in termini di sicurezza, e la mancata o accidentata transizione democratica. Tuttavia, il crescente policentrismo della regione, per il quale molteplici attori internazionali (come gli USA, la Cina e l’Ue stessa) condividono o si contendono l’area precedentemente controllata unicamente dall’Unione Sovietica, contribuisce ad alimentare le divergenze nei percorsi politici di Ucraina, Moldova e Bielorussia. L’Ue è cosciente di queste differenze, le quali hanno determinato la crescente dimensione ‘a più velocità’ del PO: Moldova e Ucraina, nonostante le rispettive specificità, sono arrivate ad occupare all’interno del Partenariato una posizione più avanzata rispetto alla Bielorussia in ambito politico, economico ed istituzionale. Per questo motivo, la performance legata ai ’20 obiettivi per il 2020’ di questi due Paesi risulta generalmente migliore.

Le traiettorie di Ucraina, Moldova e Bielorussia

L’Ucraina è legata all’Ue da un Accordo di Associazione (un framework normativo per i legami politici ed economici tra le due entità politiche), ha accesso alla Deep and Comprehensive Free Trade Area (DCFTA), e gode della liberalizzazione dei visti per soggiorni di breve durata nell’Unione. La cooperazione tra Kyiv e Bruxelles si svolge secondo il principio di condizionalità, per cui a fondi e aiuti europei devono corrispondere sviluppi politici nella direzione della democrazia e del rispetto dei diritti umani.  Questo ha portato a diversi successi, anche se problemi strutturali, primo fra tutti la corruzione, scoraggiano l’arrivo di fondi e investimenti dall’estero e rallentano i processi di riforma. La presidenza Zalensky ha fatto sperare in un ulteriore miglioramento nei rapporti con l’Ue grazie alla rinnovata vicinanza ai partner occidentali e simultaneamente all’apertura verso mediazioni con la Russia, determinanti per la stabilità economica, politica e sociale del Paese. Ma per quanto riguarda la lotta alla corruzione, leit motif della campagna elettorale di Zalensky, la strada si è rivelata più dura del previsto. Il fatto che diversi oligarchi ucraini (primo fra tutti Kolomoisky, legato personalmente a Zalensky) occupino ancora la scena politica, e che il governo Shmyhal, insediatosi lo scorso marzo, contenga personalità già note durante i governi precedenti, potrebbe ripercuotersi sulla portata dei fondi provenienti dall’Ue. Di fatto, nonostante la resistenza a processi di riforma radicale, tra i partner orientali l’Ucraina resta uno dei più impegnati ad allinearsi con politiche e valori dell’Unione.

La Moldova, come l’Ucraina (e la Georgia), è uno dei partner orientali più integrati con l’Ue. Il Paese fa anch’esso parte della DCFTA grazie ad un Accordo di Associazione, e partecipa attivamente ad iniziative per il raggiungimento degli obiettivi formulati nell’ambito del PO. La prospettiva di una crescente integrazione europea continua a determinare la politica interna ed estera di Chisinau ma, come in Ucraina, intenzioni e proclami non sono sempre andati di pari passo con riforme ampie e tangibili. Infatti, i principali progressi sono finora avvenuti in aree che non richiedono profondi cambiamenti strutturali in senso democratico, e in cui i vantaggi per la Moldova sono manifesti sul breve termine. I rapporti del Paese con l’Ue hanno subito variazioni notevoli, da un iniziale euroscetticismo, al ruolo di fiore all’occhiello del PO, alla disillusione da parte dell’Unione a seguito di importanti scandali bancari e alla distribuzione non omogenea tra la popolazione dei benefici apportati dalla cooperazione con l’Unione. Per questo l’Ue sembra sottolineare il carattere normativo del rapporto con la Moldova, specialmente in termini di diritti umani e stato di diritto. L’attuale primo ministro Chicu, nominato nel novembre 2019 a conclusione della crisi politica che ha colpito il Paese, benché sia considerato un tecnocrate e abbia rinnovato l’impegno nel confronti delle istituzioni occidentali, proviene da ambienti filo-russi. Ciò ha allarmato l’Unione, ma quest’anno Chicu ha rassicurato che il futuro del suo Paese è nell’integrazione europea. L’accesso all’Ue sembra ancora lontano, ma la Moldova rimane in prima linea tra i partner orientali.

La posizione della Bielorussia nel PO è differente. Il Paese non ha stipulato un Accordo di Associazione con l’Ue e si trova principlamente nella sfera di influenza della Russia, che rimane anche il primo partner commerciale, sebbene l’invasione russa della Crimea abbia determinato la rinascita del nazionalismo bielorusso. La presidenza di Lukashenko, soprannominato ‘l’ultimo dittatore d’Europa’, è caratterizzata da frequenti violazioni di diritti umani e dalla censura de facto dei media. Questo fa sì che i rapporti istituzionali rimangano deboli con l’Ue, che non si trova nelle condizioni di garantire a Minsk tanti fondi quanti quelli erogati ad altri membri del Partenariato. Oltretutto, l’acccesso del Paese a strumenti europei resta limitato anche a causa della non-adesione della Bielorussia al World Trade Organization e alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, dominata dalla Russia. La partecipazione della Bielorussia al PO non è mai stata scontata, ed è dettata più da considerazioni pragmatiche da parte di Minsk che dalla condivisione degli ideali europei. La differenziazione tra partner orientali più o meno integrati con l’Eu ha dunque permesso alla Bielorussia di perseguire progetti che non interferiscono eccessivamente nella politica del Paese. Inoltre, la dimensione multilaterale del Partenariato fa sì che anche se i rapporti con l’Ue restano tesi, la Bielorussia disponga di un quadro normativo in cui sviluppare le proprie relazioni con gli altri partner orientali. Recentemente si è assistito a quello che probabilmete è il maggiore successo delle relazioni bilaterali tra Ue-Bielorussia: l’entrata in vigore, lo scorso 1° luglio, degli accordi di facilitazione del rilascio dei visti e di riammissione dei migranti irregolari. Ma se l’ingresso nell’Ue nel medio termine per Ucraina e Moldova è improbabile, per la Bielorussia è ancora più remoto.

Le prospettive future

L’ammissione dei partner orientali nell’Ue rimane una prospettiva lontana anche per l’incompatibilità politica ed economica dei partner stessi con l’acquis comunitario, ma prima di tutto per motivi interni all’Unione, alle prese con le proprie sfide interne e la cosidetta ‘fatica da allargamento’. Questo non vuol dire che il PO non abbia recato benefici ad entrambe le parti e che non si stiano compiendo importanti passi in avanti. Lo scorso giugno, per esempio, il Parlamento Europeo ha invitato alla creazione di uno spazio economico comune tra Ue e i sei partner orientali. Il successo del Partenariato non dipende però solo dalla buona volontà dei partner orientali di perseguire riforme. Sarà compito dell’Unione sviluppare gli approcci differenziati adottati verso ciascun Paese, valutando con cautela allo stesso tempo i rapporti con la Russia. Inoltre, nell’ottica di un’ulteriore integrazione, l’Ue dovrà non solo rafforzare i legami con la società civile dei Paesi partner (per il cui scopo sono già a disposizione diversi strumenti istituzionali), ma anche monitorare l’opinione pubblica e favorire una corretta informazione sul PO nei 27 stati membri.

Marta Fraccaro,
Geopolitica.info

L’Iniziativa dei Tre Mari. Geopolitica delle infrastrutture fra la Nuova Europa e GeRussia

Il Trimarium è un progetto le cui origini risalgono alla disintegrazione dell’impero austro-ungarico in seguito alla prima guerra mondiale e che rappresenta pienamente l’idea di una fattiva collaborazione fra i paesi dell’Europa centrale coltivata per almeno un secolo. 

L’Iniziativa dei Tre Mari. Geopolitica delle infrastrutture fra la Nuova Europa e GeRussia - Geopolitica.info

In questa direzione il Three Seas Initiative inaugurato nel 2015 come piattaforma politica cui hanno aderito 12 Stati membri dell’UE situati tra l’Adriatico, il Mar Baltico e il Mar Nero: Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, intende riprendere le suggestioni di unità dello spazio geografico contenente tre microregioni (Polonia), i Balcani e il nucleo dei paesi stricto sensu centrali (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Slovenia), estendendosi tra il Mar Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico. Un obiettivo raggiungibile attraverso il rafforzamento dei legami tra gli stati membri, con particolare attenzione alle infrastrutture energetiche e  all’interconnettività digitale, concentrando gli sforzi nella realizzazione di piattaforme per il commercio digitale potenziato, nella ricerca e nell’elaborazione di un piano per una vera e propria autostrada digitale dei tre mari che collegherà la regione attraverso l’infrastruttura di comunicazione, le fibre ottiche e infine il 5G. Il miglioramento di queste connessioni infrastrutturali, nelle intenzioni dei promotori, è la condizione essenziale per la costruzione di un’area di stabilità che possa contribuire ad una crescita economica tale da colmare il divario economico est – ovest all’interno dell’UE, ribadendo il fondamentale legame transatlantico con gli USA. Tra i progetti indicati come prioritari, oltre a quelli legati all’economia digitale, vi sono senza dubbio quelli che riguardano i trasporti e l’energia, giudicati come le aree più promettenti e con un alto valore aggiunto

L’alleanza infrastrutturale
L’importanza del progetto emerge chiaramente dall’intento dichiarato di creare un’unione strategica che dal Mar Baltico si snodi fino all’Adriatico ed al Mar Nero. Attraverso tale intesa, si è data vita di fatto, ad una “cintura” che da un lato tiene la Russia fuori dall’Est Europa e, dall’altro, si radica nell’area dell’influenza economica e politica tedesca. Quest’area volge come detto lo sguardo a Washington che ne ricambia l’interesse dato che sia il gruppo Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) che l’Iniziativa dei tre mari possono essere utilizzati proprio come strumenti per separare fisicamente l’UE e la Russia, influenzare gli interessi tedeschi e portare alla creazione di un collegamento fra i due mari del fronte orientale della NATO: il Mar Nero e il Mar Baltico. Inoltre vi è la partita strategica: la cooperazione nel settore del gas. La costruzione di un corridoio del gas nord-sud, prevista già prima del 2015, avrebbe dovuto consentire la trasmissione del gas tra il terminal polacco del gnl a Inowinoujście e il terminal del gas croato sull’isola di Krk. Da questo punto di vista appaiono chiare le motivazioni che hanno spinto gli USA ad inserire l’Adriatico tra le priorità della propria agenda strategica, partendo dal gas, che lo unisce fisicamente ed ideologicamente ai mari del nord. Non è un caso che l’oro blu sia stato uno dei punti chiave del vertice del Three Seas Initiative svoltosi a Lubiana nel 2019, in cui il segretario all’energia statunitense Rick Perry ha avallato una serie di progetti infrastrutturali miranti a realizzare l’effettiva autonomia dei partner orientali dal gas russo. Tra l’altro in quella sede sono stati concordati altre iniziative del genere, rilevanti anche per la NATO, che per tali ragioni vedrà una serie di investimenti in tubazioni di metano e impianti di rigassificazione. Per comprendere le reali intenzioni dell’alleanza, è utile sottolineare la creazione del Three Seas Initiative Investment Fund (3SIIF), con l’Amber Infrastrutcture Group nella veste di consulente esclusivo. Questo fondo commerciale sarà dedicato agli investimenti nelle infrastrutture critiche dell’Europa centrale e orientale. In particolare da come si può comodamente evincere, il 3SIIF che punterà ad alcuni progetti energetici, di trasporto e di infrastrutture digitali nella regione dei tre mari, avrà a disposizione un fondo iniziale di 520 milioni di euro in impegni di capitale effettuati da investitori chiave, tra cui Bank Gospodarstwa Krajowego (BGK) ed EximBank, rispettivamente istituzioni finanziarie nazionali per lo sviluppo della Romania e della Polonia. Infine a sancire l’importanza geopolitica di questa iniziativa il Segretario di Stato Mike Pompeo ha manifestato in occasione dell’ultima Conferenza sulla sicurezza svoltasi a Monaco nel febbraio scorso, la volontà degli USA di essere pronti a stanziare 1 miliardo di dollari per l’Iniziativa dei Tre Mari.

Three Seas Initiative: la partita energetica con GeRussia
«L’interesse principale della politica estera americana nell’ultimo secolo, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e durante la Guerra fredda, sta nella relazione tra la Germania e la Russia. In effetti questi due Paesi uniti sono il solo potere che possa minacciarci. Il nostro principale interesse è di assicurarci che questo non accada». Con queste parole il politologo americano George Friedman, durante una conferenza al Chicago Council on Global Affairs, descriveva gli obiettivi statunitensi in un teatro come il Trimarium, in cui il progetto geopolitico a base economica supportato dagli Stati Uniti d’America che vuole strutturare l’Europa del centro in forma antirussa (e antitedesca soprattutto per la parte polacca). La cornice entro cui si svolge questo confronto geopolitico fra i paesi della Nuova Europa (così ribattezzata nel 2003 da Donald Rumsfeld) e GeRussia è quella dell’energia. L’importanza strategica del gasdotto Nord Stream, vero e proprio cordone ombelicale che lega Mosca e Berlino, bypassando proprio i vicini insofferenti alla storica collaborazione fra l’orso russo e l’egemone tedesco, è l’osservato speciale del gruppo del Three Seas Inititiative la  cui volontà espressamente dichiarata, anche se non totalmente condivisa (Cechia, Slovacchia ed Ungheria) è quella di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia ed indebolire il traino tedesco nell’Unione Europea. Obiettivo anche dell’amministrazione statunitense che nell’accordo con l’UE per ridurre tutte le tariffe e le barriere commerciali sui prodotti industriali non automobilistici, mira ad esportare più gas in Europa sfruttando in questo senso le ambizioni polacche di trasformarsi in hub europeo del gas alternativo a Russia e Germania.

Il sistema di porti, ferrovie, autostrade e soprattutto di condutture energetiche concepito dai paesi un tempo satelliti dell’Unione Sovietica rappresenta per la strategia dell’amministrazione di Washington, che a più riprese ha garantito il suo pieno sostegno alla Three Seas Initiative, un’opportunità per rafforzare le economie dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione e indubbiamente per ridurne la dipendenza dalle importazioni di energia dalla Russia, una delle principali preoccupazioni di Washington. Parlando al vertice dell’Iniziativa dei Tre Mari del 2017 a Varsavia, il Presidente Trump ha affermato che «il progetto trasformerà e ricostruirà l’intera regione e assicurerà che la vostra infrastruttura, come il vostro impegno per la libertà e lo stato di diritto, vi legherà a tutta l’Europa e, in effetti, a l’ovest». Oltre al sostegno politico dunque gli Stati Uniti mirano anche a contribuire, stimolando gli investimenti privati ​​in alcuni dei progetti infrastrutturali dell’alleanza che qualora acquisisse consapevole soggettività, come ha attentamente osservato Dario Fabbri «potrebbe causare la definitiva frantumazione dell’integrazione continentale, sabotare la sfera di influenza tedesca, rendere arroventata la competizione russo-americana» divenendo simultaneamente lo spazio fisico dirimente per il futuro del continente e l’arbitro nella competizione per la massa eurasiatica.

Raimondo Fabbri,
Fondazione Fare Futuro

Al via il semestre di presidenza tedesca al Consiglio dell’UE

Oggi, mercoledì primo luglio, inizia il semestre di Presidenza tedesca dell’Unione europea. Non è la prima volta che questo avviene per Angela Merkel visto che già nel 2007, da poco Cancelliera, ebbe l’onore di poter coordinare le attività comunitarie come la prassi, a rotazione, prevede. 

Al via il semestre di presidenza tedesca al Consiglio dell’UE - Geopolitica.info


Tuttavia, in questi anni il quadro geopolitico mondiale ed europeo è terribilmente cambiato e le sfide per la leader tedesca saranno nei prossimi mesi sicuramente diverse e più impegnative. 

Nella mente, e nei desideri, della Merkel questa presidenza avrebbe dovuto rappresentare il rafforzamento del progetto europeo che solo lei, e nessun altro negli ultimi decenni, ha fortemente voluto. L’Europa di oggi è invece tutto tranne che il concretizzarsi di un sogno divenuto realtà nonostante più di mezzo secolo di lavoro. 

La pandemia dovuta al Covid-19 ha mostrato, se mai ve ne fosse bisogno, tutti i limiti e le incertezze dell’Unione che ad oggi non è stata ancora in grado di fornire gli strumenti adeguati ai singoli paesi per affrontare l’emergenza e soprattutto la ripresa che appare, ogni giorno che passa, sempre più debole. 

Tutto questo lo sa bene la Cancelliera che in un recente discorso ha annunciato le linee guida della presidenza tedesca. In primo piano, partendo proprio dalle difficoltà ravvisate durante la lotta al Coronavirus, bisognerà affrontare l’annosa questione dei divari tra i paesi membri dell’Unione che sempre più viaggiano ad insanabili diverse velocità. 

La Merkel, da statista quale è, non si è però soffermata a ragionare solo su alcuni scontati temi ma ha anzi voluto anche affrontare questioni ben più spinose a partire dal rapporto, talvolta non facile, tra l’UE e la Germania. Sempre nel suo discorso al Bundestag ha sentenziato: “L’Europa ha bisogno di noi, proprio come noi abbiamo bisogno dell’Europa”: una formula che potrebbe sembrare scontata, ma che in realtà rivela la volontà di parlare a tutti coloro, e sono tanti, che credono che un ritorno solitario al passato possa migliorare il futuro. 

Durante la pandemia la Germania ha però mostrato un volto nuovo. Ha dimostrato come fosse giunto il momento di abbandonare la vecchia politica attendista e come fosse invece giunto il momento di prendere decisioni forti e incontrovertibili. Una strategia che ha permesso alla Germania di vincere la battaglia legata al Covid sia sotto l’aspetto economico che sanitario. 
Non può sfuggire quindi che questo semestre potrebbe rappresentare un’occasione di riscatto per la Germania e per l’Europa intera. 

La Cancelliera ha l’opportunità infatti di mostrare come sia giunto il momento di abbandonare le rigide ed austere politiche per una nuova fase capace di venire incontro a tutti quei paesi che per molteplici motivi, spesso colpevoli, non sono in grado di tenere il passo di Berlino. 

Questo non vuol dire, in alcun modo, che per gli altri membri dell’Unione sia giunto il momento di chiedere flessibilità e credito in cambio di promesse e nulla di più. Anche i paesi più deboli hanno il dovere di rivedere il proprio rapporto con Bruxelles che troppo spesso è stato l’alibi delle proprie incapacità. 

Il semestre che inizierà oggi potrebbe essere decisivo per il futuro dell’Unione e non solo. La possibile ripresa di una pandemia in autunno, la prossima crisi sociale ed economica o il difficile rapporto con la Cina sono alcuni dei molti temi che dovranno essere affrontati a breve. È meglio per tutti che al comando della cabina di regia ci sia chi ha capacità e competenza. Il nostro compito, non secondario, sarà quello di portare una critica costruttiva che per troppo tempo abbiamo dimenticato.

Giangiacomo Calovini,
Geopolitica.info