Archivio Tag: ue

Dal regime comunista alla destra autoritaria: la rinascita e le tensioni di Varsavia con Bruxelles

Dal movimento Solidarność del 1979 alla Polonia del PiS che guadagna alle elezioni uno scarto di 24 punti percentuali rispetto ad altre forze politiche e si oppone alla ridistribuzione dei migranti, sembrano passati cento anni e non quaranta.

Dal regime comunista alla destra autoritaria: la rinascita e le tensioni di Varsavia con Bruxelles - Geopolitica.info

Il tempo del comunismo ha lasciato cicatrici indelebili, basta fare una passeggiata per Cracovia per scorgere monumenti ricostruiti dopo essere stati distrutti da Stalin. E così, a cavallo tra i due secoli, Varsavia ha guidato l’ondata europeista degli ex Paesi socialisti: nel 2004 l’ingresso nell’Unione Europea ha segnato un momento di grande conquista.

Oggi, invece, con oltre il 43% di preferenze, il PiS – Prawo i Sprawiedliwość, tradotto Libertà e Giustizia che governa il Paese dal 2015 – propone un quadro totalmente differente. La destra radicale e ancorata alle tradizioni vede questa Ue ostile nei confronti dei valori di cui la Polonia, con la sua storia, si fa fervente portatrice. La diffidenza nei confronti degli stranieri, il rifiuto del Trattato di Malta, che ha portato gli stessi polacchi a rifiutare le linee di ridistribuzione tracciate da Bruxelles, mostrano – secondi alcuni – un popolo distante dallo spirito del movimento che ha incendiato gli animi negli anni ‘80, con la sua spiccata solidarietà. I valori tradizionali vengono abbracciati difatti anche dai più giovani che vivono, ancora oggi, i timori e le cicatrici di un passato privo di libertà a cui è giusto guardare per riflettere e per andare avanti, in un’altra direzione. Quindi, da un lato, la tendenza di chiusura da parte del popolo polacco si esprime in movimenti di protesta, favorevoli ad accogliere soltanto coloro che hanno tratti comuni quali identità e religione, come accade con i vicini ucraini e rassomiglia ai fenomeni tipici di tutti i paesi del blocco di Visegrád, ostili rispetto alle politiche di coesione di ridistribuzione dei migranti.

Questa deriva autoritaria ha allertato i vertici dell’Unione Europea e, Bruxelles, reputa preoccupante un’estrema destra che si unisce in piazza attorno allo slogan “Polonia bianca e cattolica”. Nel dibattito corrente si ricorda che la stessa “ex Solidarność” ha tratto vantaggi dall’ingresso nella comunità europea; ètato, infatti, il paese che è progredito maggiormente nel 2018 con un PIL del 5,1%. Se consideriamo, invece, gli investimenti e i fondi stanziati da parte dell’Ue si può notare come questi non sono molto distanti da quelli finanziati per il sud Italia. Nonostante ciò “la Polonia è cresciuta a un ritmo di 8-10 volte maggiore rispetto alle nostre regioni del mezzogiorno perché quest’ultima, anche quando era un paese sotto il regime comunista aveva già una base industriale diffusa e, con l’ingresso nell’Ue, ne ha beneficiato grazie alla diffusione di nuovi settori di innovazione”, si legge in uno studio pubblicato da Il Sole 24 ore. Inoltre, i polacchi, secondo un sondaggio condotto da Ecfr, (www.ecfr.eu) ritengono che l’Ue debba adottare un’azione unitaria che tuteli i singoli stati e non modifichi la loro natura con obblighi non coerenti al loro ordinamento. E, ancora, secondo un’altra analisi condotta nel 2019, lo stato d’animo più diffuso si divide in chi crede nell’Europa e vede in essa speranza per il futuro, e chi invece vuole rimarcare un atteggiamento di chiusura politica, economica e religiosa.

Ma guardando all’attualità possiamo definire oggi, più che mai, i rapporti tra Varsavia e Bruxelles come estremamente tesi e difficili. Con l’approvazione da parte del Parlamento polacco di una legge voluta dal PiS, definita dall’opposizione “legge museruola” perché “viola non solo lo stato di diritto ma anche l’inamovibilità dei giudici oltre a collidere con i valori fondanti dei paesi che fanno parte del’Ue”, lo scontro è stato inevitabile. Questo il commento della magistratura. Qualcuno ricorderà però che i primi segnali di crisi si ebbero già nell’estate del 2018 quando i due protagonisti entrarono in rotta di collisione perché avviata una procedura che ammoniva la Polonia per aver violato lo stato di diritto.

Dunque, data la situazione attuale, una domanda lecita è probabilmente la seguente: come si evolveranno tali rapporti e, quali le possibili conseguenze per gli Stati membri e per la Polonia stessa nel caso in cu ci fosse una brusca inversione di marcia? Un detto afferma che “il polacco diventa saggio soltanto dopo aver sbagliato”. Ma in questo caso, per molti, non si tratta di un errore ma di salvaguardia personale, conservazione etnica e valoriale. A Bruxelles, intanto, il Consiglio Affari Esteri si riunisce su Libia, India e Unione africana. Di tensioni da gestire ce n’è più di una e, certamente, non sembra possibile adottare una linea d’azione comune.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena?

La Brexit ormai è cosa fatta, gli eurodeputati hanno intonato in coro l’Auld Lang Syne, ma contemporaneamente il parlamento scozzese ha approvato la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza.

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena? - Geopolitica.info

Nel pomeriggio del 29 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza l’accordo di recesso del Regno Unito dall’Ue. Poco dopo il parlamento scozzese approvava la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza, con 64 voti favorevoli e 54 contrari, e decideva di continuare a sventolare la bandiera dell’Ue all’ingresso. La first minister Nicola Sturgeon ha detto che “l’indipendenza è il mezzo per poter plasmare il nostro futuro e costruire una Scozia migliore”.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha già respinto la richiesta scozzese di un nuovo referendum sull’indipendenza mentre, al contrario, Sturgeon sostiene che il suo partito nazionalista scozzese (SNP) ha ricevuto un inequivocabile mandato per un nuovo referendum, e che quindi il governo di Londra non può sottrarsi a questa evidente realtà.

Il primo referendum sull’indipendenza scozzese si svolse il 18 settembre del 2014, con la vittoria del no al 55,30%. Tale risultato infranse i sogni di Alex Salmond, leader indipendentista che trascinò la Scozia alle soglie di una decisione storica. Il primo ministro britannico di allora, David Cameron tirò un sospiro di sollievo: il Regno Unito restò tale e l’unione con la Scozia sancita da secoli restò tale. Cameron sentenziò che non ci sarebbero state discussioni né tanto meno ripetizioni della consultazione, salutando comunque con entusiasmo l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadendo la promessa di garantire maggiori poteri non solo alla Scozia ma anche alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord.

La volontà di indipendenza quindi, non è cosa nuova, e della questione si vocifera già dagli ultimi mesi del 2019. A dicembre la premier scozzese inviò infatti una richiesta al premier britannico per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza, e sottolineò come gli scozzesi non fossero intenzionati ad uscire dall’Ue. Già allora Londra oppose un netto rifiuto, dichiarando che un secondo referendum sarebbe stata una distrazione dannosa e inutile. Ciononostante, la premier scozzese ha presentato il disegno di legge, votato il 29 gennaio, che dà a Edimburgo il potere di indire altri referendum sull’indipendenza. Così la Scozia sancisce il suo diritto a scegliere per un secondo referendum sull’indipendenza. “Meglio fuori dal Regno Unito che dall’Ue […] Considero che una scelta tra Brexit e un futuro per la Scozia come nazione europea indipendente dovrebbe essere offerta nel corso della vita di questo parlamento”, dice il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, parlando in Aula con i deputati scozzesi, ai quali indica “marzo 2021” come il termine entro cui organizzare una nuova consultazione sul futuro della nazione.

Adesso quindi, vista anche la posizione contraria della Scozia alla Brexit, si prospettano scenari incerti e delicati da definire di pari passo con la definizione concreta della nuova realtà inglese post Brexit, è certo che questa, come afferma la Sturgeon “rende inevitabile il cambiamento”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi .

Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo)

Lo stallo dell’Appellate Body Wto ha tenuto banco anche durante le discussioni interne al World Economic Forum 2020, terminato lo scorso 24 gennaio. Lo ha confermato  il direttore generale Robert Azevêdo, mettendo in luce la congiunzione esistente tra futuro della economia mondiale e Wto. Il Forum dedicato quest’anno alla tematica “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” si è posto, infatti, l’obiettivo di ridisegnare il paradigma strutturale della global economic governance, invitando i partecipanti a farsi carico delle istanze provenienti da più parti della società civile e imprenditoriale. Istanze che si traducono in un’unica espressione: “ripensare il sistema economico internazionale”.

Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo) - Geopolitica.info

 

Il WEF di Davos

Il Forum, come noto, sorto 50 anni fa come spazio di confronto e analisi delle principali questioni economiche europee, si è, nel corso del tempo, aperto a contingenze sempre più globali allargando la platea dei protagonisti: da attori esclusivamente economici e imprenditoriali, ha incominciato ad accogliere anche istituzioni finanziarie, leaders politici e Ong; tanto da poter vantare l’appellativo di “mondiale” e a partire dal 2015 venir riconosciuto come istituzione internazionale. Non a caso, negli ultimi anni, è divenuto il proscenio naturale in cui i principali attori geopolitici hanno delineato il quadro delle loro future politiche commerciali internazionali. Basti pensare all’aperta difesa del processo di globalizzazione, pronunciata da Xi Jinping, nel gennaio 2017, quale basilare presupposto per la realizzazione della Silk Road. Una iniziativa di costruzione di un nuovo spazio economico globale che avrebbe, poi, inasprito la risposta protezionistica trumpiana, già in atto. Una politica protezionistica perorata, appena l’anno dopo, nella stessa sede dal presidente Trump come unico strumento utilizzabile di fronte alle pratiche commerciali sleali cinesi.

Le aspettative di Davos 2020

Forti e inattese sono state le aspettative degli osservatori verso le proposte suscettibili di essere mosse dai partecipanti al Forum in materia di divario sociale, difesa dell’ambiente e ridefinizione della politica economica globale. Le esigenze di sostenibilità ambientale e divario sociale hanno trovato voce attraverso la partecipazione costante dell’attivista svedese Greta Thunberg e di varie Ong come l’Oxfam. Diversamente, il bisogno di ridisegnare le strutture portanti del sistema economico internazionale è stato manifestato dagli stessi attori geoeconomici ivi presenti. Sostenibilità e tutela dell’ambiente, protezione della biodiversità e eliminazione del debito, è stato affermato, passa solo attraverso la volontà di ristrutturare il fondamento ideologico della economia mondiale. Ovvero di ridefinire teleologicamente il liberismo economico.

Il sistema economico globale postmoderno

La ricostruzione postbellica ha generato lo scatto tra modernità e postmodernità del governo economico globale. Il sistema economico moderno, di matrice fisiocratica e classica, che aveva generato e sostenuto la rivoluzione industriale, giunge sino al secondo conflitto bellico mondiale tra altalenanti politiche liberiste e protezionistiche. Un sistema economico moderno strutturato secondo il paradigma reddito – risparmio – consumo, ovvero su tre segmenti tra loro complementari, reciprocamente necessari e non capaci di sopraffarsi a vicenda. Terminata la guerra, però, manifesto della “ New Global Economic governance” in costruzione diviene il noto saggio “Capitalismo e libertà” dell’economista Milton Friedman. Vi si delinea la liberalizzazione dei flussi finanziari, dei beni finali e intermedi, della forza-lavoro, dei servizi al fine di  fare del mondo un “mercato senza confini”. Un modello economico divenuto egemonico, dopo il crollo dell’Urss, e che per la sua massima espansione ha sfruttato, da un lato, l’ azione delle organizzazioni internazionali (FMI, BM e OMC) e, dall’ altro, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologico-informatica. E che ha accelerato la competizione internazionale alla ricerca di nuovi mezzi per il raggiungimento di una crescita illimitata e inarrestabile. Produzione di massa e consumo, finanziariamente sostenuti, hanno costituito i principali fattori del sistema economico postmoderno organizzato secondo il paradigma: finanziamento – consumo – debito. Il finanziamento, primo termine del paradigma, regge ogni operazione di messa in produzione, commercializzazione e consumo di beni e servizi. Il piano finanziario ha proceduto progressivamente nello sforzo di prevale e sopraffare gli altri piani dell’economia: così, la persona, lavoratore o consumatore (Stakeholder), è stato inteso come uno degli strumenti e non il fine dell’attività di impresa. E remunerare, in maniera crescente, gli investitori (shareholder) è divenuto l’unico obiettivo delle attività produttive e commerciali.

Ridisegnare il paradigma

Davos 2020 si è posto il compito di individuare soluzioni multilaterali alla necessità di ridisegnare i connotati di tale paradigma,  in funzione di sostenibilità finanziaria e ambientale. Un sistema economico che miri alla pura accumulazione finanziaria e’ un sistema sbilanciato in cui le esigenze produttivistiche e utilitaristiche soffocano le esigenze personalistiche, sociali e ambientali. Occorre, perciò, dare un nuovo orizzonte al neoliberismo e quell’orizzonte è la persona umana, nelle sue sfaccettature di lavoratore, consumatore, cliente e cittadino. E di questo deve farsi carico ogni soggetto economico mondiale. Solo ciò potrebbe rendere maggiormente sostenibile l’economia, elidendo buona parte di quel debito, generato dalla rincorsa alla crescita ma, privo di qualsiasi aggancio a valori dell’economia reale. I primi segnali si sono avuti, in estate, negli Stati Uniti ove ben 181 amministratori delegati di colossi economici internazionali hanno firmato una dichiarazione di intenti per il futuro: “volgere il timone imprenditoriale dallo shareholder value allo stakeholder value”, ovvero dalla massimizzazione dei profitti azionari alla assunzione di responsabilità dei problemi della comunità in cui l’imprese operano: problemi che, il più delle volte, sorgono a seguito del loro operare. Una iniziativa che è stata preceduta dalla stipula del Fashion Pact, nello specifico settore della moda, tra i più importanti brand mondiali. Anche in questo caso, la responsabilità sociale dell’impresa ha costituito un indicatore di rotta in un settore che pregiudizialmente negava di poter vincolare la creatività alla sostenibilità. Iniziative che hanno trovato cassa di risonanza anche nella scelta del Financial Times di dedicare un intero numero (18/09/2019) ai grandi mali del capitalismo aprendo la prima pagina con un gigantesco titolo “Capitalism, time for reset!”.

Il meccanismo inceppato dell’OMC e la sua riforma

L’operare dell’OMC ha fortemente contribuito nella formazione del sistema economico postmoderno in termini di inclusività dei suoi protagonisti e di eliminazione delle barriere al commercio mondiale. Sennonché il meccanismo di agevolazione del mercato si è inceppato nel momento in cui le decisioni del suo Appellate Body hanno perseguito l’affermazione del liberoscambista a danno di interessi sociali o ambientali. Interessi, questi ultimi, che pure avrebbero dovuto trovare sede in un equo e ragionevole contemperamento operato all’interno dei singoli contenziosi. In questo modo, misure sanitarie, fitosanitarie, ambientali, di protezione degli animali o di tutela dei lavoratori hanno finito con l’essere considerate barriere commerciali nelle decisioni WTO (si vedano, tra gli altri, i casi WT/DS2; WT/DS21; WT/DS401 etc). Decisioni che hanno allontanato sempre più l’istituzione dal sentire dell’opinione pubblica mondiale. E che hanno fatto dell’OMC la paladina di una globalizzazione “senza anima” che esige una riforma. Una riforma oggetto di confronto a Davos, ove ha partecipato anche il DG Azevêdo su invito degli organizzatori. Ma la proposta di riforma per quanto unanimemente accolta dai partecipanti si è tradotta in una egoistica parcellizzazione delle possibili soluzioni.

USA VS UE/CINA

L’esigenza di ridisegno dell’economia globale, infatti, è stata intesa da Trump come l’occasione per riaffermare l’inevitabilità di soluzioni sovraniste e protezionistiche. Diversamente, l’UE e la delegazione cinese si sono fatti promotori di una possibile azione multilaterale, funzionalizzata a politiche di sviluppo sostenibile. Una sostenibilità ambientale e finanziaria più volte richiamata dalla presidente Ursula Van de Layen, la quale insieme ai delegati di ben 16 Paesi Membri WTO, a margine del Forum, hanno dato vita ad un meccanismo temporaneo di risoluzionedelle controversie commerciali internazionali. Una soluzione che ha visto la partecipazione anche della Cina ma non di Washington. Una risoluzione che ha reso evidente il ruolo geopolitico europeo nella gestione della crisi WTO, come si era auspicato sin dal primo momento.

L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo

L’ OMC (conosciuta anche come WTO, secondo l’acronimo inglese) il 1° gennaio ha compiuto 25 anni ma senza poterli festeggiare. Le candeline del suo successo sono state inesorabilmente spente dal vento del protezionismo commerciale trumpiano e dai risvolti di belligeranza economica Usa/Cina e Usa/Ue. Come noto, a partire dal 10 dicembre scorso, l’Organo di Appello si ritrova con un solo giudice, di origine cinese (tra l’altro) e impossibilitato a raggiungere un quorum per la definizione di nuove controversie tra gli Stati membri. Una impossibilità che si traduce in una situazione di crisi della stessa organizzazione internazionale dovuta alla volontà di Washington di non collaborare, in seno al DSB, alla nomina di nuovi giudici (ben 6) affinché l’Organo torni ad operare a pieno regime. Le ragioni della fase di stallo che sta colpendo la capacità di risoluzione delle controversie dell’OMC sono molteplici, alcune storicamente insite nel processo di formazione della organizzazione stessa, altre contingenti alla situazione economico-finanziaria mondiale.

L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo - Geopolitica.info

 

Ragioni storiche: il lato oscuro del multilateralismo…

L’OMC può definirsi un’organizzazione relativamente giovane, eppure espressione di una ideologia ormai già fortemente discussa agli albori del 1995, quando essa vede la luce, rappresentandosi come uno dei baluardi istituzionali dell’orientamento politico internazionale di matrice multilaterale.

È nel periodo successivo al secondo conflitto bellico mondiale che si leva una forte tendenza multilaterale nelle relazioni internazionali. Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici appariva suscettibile di essere combattuto con nuove modalità di negoziazione di accordi, di vigilanza sulla loro osservanza, di soluzione delle controversie, in altri termini di gestione dei rapporti fra gli Stati. Ciò anche a fronte della necessità di tenere in debito conto i mutati rapporti di forza fra protagonisti della Global Society, le loro mutate esigenze nonché l’inarrestabile movimento tellurico delle aree coloniali. I tavoli di concertazione multilaterali si andavano, così, affermando come lo strumento principe per interpretare la pluralità e l’auspicata egualità geopolitica dei diversi soggetti della società internazionale; come una nuova frontiera della diplomazia a carattere plurilaterale e collettivo, idonea a creare, in alcuni casi, anche strutture istituzionali stabili e consolidate. Costrutti tipici di questa ideologia sono stati l’ONU, sul piano della sicurezza e dell’ordine internazionale e il sistema di Bretton Woods (costituito dal connubio FMI e BM), sul piano economico-finanziario. Ma come ogni ideologia anche il multilateralismo presenta un suo “lato oscuro, coincidente con la facile malleabilità delle potenze minori agli interessi egemonici. Taluni osservatori, non a caso, lo hanno qualificato come ulteriore strategia messa a punto dagli Usa per affermare e consolidare, a livello globale, il modello politico ed economico neoliberale. Ed una prova è rinvenibile nella natura elitaria del Consiglio di Sicurezza ONU e nelle modalità di calcolo dei voti nell’ambito degli organi decisionali del FMI e della BM. In tal modo, i principi egualitari e universalistici, fondanti il nuovo ordine mondiale, hanno via via perso quel carattere di inclusività che li aveva culturalmente generati. Non a caso, ben due (Cina, Urss) dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno inteso, poi, aderire agli Accordi di Bretton Woods per una non sentita condivisione dei valori diramati mediante il multilateralismo ONU.

…gli egoismi mai sopiti,

Un multilateralismo che incomincia a scricchiolare contestualmente alla sua affermazione. E i segni di maggiore instabilità si evidenziano nella mancata ratifica, da parte del Congresso americano, della Carta dell’Avana istitutiva dell’ITO (organizzazione internazionale del commercio) che avrebbe completato il quadro istituzionale internazionale teorizzato a San Francisco. Nella consapevolezza di una sempre maggiore integrazione e intensità degli scambi commerciali, si era voluto affidare la direzione e il controllo dei processi economico-commerciali mondiali al FMI, alla BM e all’ITO. Ma le spinte sovraniste e protezionistiche, mostrate dal Congresso americano, nella primavera del ’48, convinsero il presidente Truman a non sottoporre a ratifica la Carta dell’Avana, destinandola all’insuccesso. L’affermazione del bipolarismo e la volontà degli Stati Uniti di non delegare ad una organizzazione internazionale parte della propria sovranità in materia commerciale impedì che l’ITO prendesse forma e permise al Gatt (accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), che accompagnava la Carta dell’Avana, di applicarsi eccezionalmente e provvisoriamente. Una provvisorietà durata ben 48 anni, sino alla istituzione della Wto.

…l’avvento del regionalismo

All’alba del 1995, finalmente una organizzazione internazionale a carattere universale, in materia commerciale, l’OMC-WTO, diviene, operativa vantando procedure decisionali molto più democratiche di quelle del sistema di Bretton Woods. Eppure, la tendenza multilaterale di cui costituisce concretizzazione si è già snaturata a fronte di una molteplicità di organizzazioni internazionali a carattere regionale che frattanto si muovono sul medesimo piano economico e commerciale, basti pensare all’OUA, all’ASEAN, al COMESA al NAFTA etc. Perciò, della necessarietà della Wto si inizia a dubitare già nel momento del suo sorgere.

Ragioni economiche contingenti: la crisi del 2008…

Lo scoppio della crisi economico-finanziario del 2008 sebbene abbia rivelato l’inestricabile interconnessione tra le diverse economie nazionali, non è stata in grado di sostenere la rinascita di soluzioni multilaterali. D’altronde, le organizzazioni internazionali, quelle di Bretton Woods, competenti alla ricerca di nuovi strumenti di ristrutturazione del capitalismo finanziario mondiale si sono rivelate non all’altezza della situazione. Si è, pertanto, generato un ulteriore allontanamento da soluzioni politiche sovra-statuali che ha investito anche l’OMC. Di questo malessere si sono fatti portavoce i sentimenti sovranisti concretatesi, oltreatlantico, nel principio “America First” della presidenza Trump.

…l’ascesa economica cinese.

Il perseguimento della riaffermazione egemonica commerciale ed economica di Washington, infatti, ha spinto la amministrazione Trump a ridiscutere rilevanti accordi multilaterali di libero scambio (come il Nafta) o a rinnegare qualsiasi appoggio politico alla futura stipulazione di essi (come nel caso del TTIP). Nel frattempo, infatti, si è verificata l’ascesa del dragone asiatico che ha messo in discussione la leadership economica degli Stati Uniti. Basti pensare che nel 1948 (l’anno della mancata adozione della Carta dell’Avana) più di 1/5 delle esportazioni mondiali erano statunitensi, mentre oggi si attestano intorno all’8,5% rispetto ad un ben 13% della Cina (Dati OMC). Non solo, gli Usa presentano anche un disavanzo commerciale pari a 875 miliardi di dollari (Dati Bureau of Economic Analysis Usa). Ecco così spiegate le ragioni del vento protezionistico che spira dall’Atlantico, capace di generare una guerra commerciale senza precedenti, per assenza del lume tutelare WTO. Quella Wto, reputata dal presidente Trump un fastidioso fardello della diplomazia postbellica, suscettibile di essere sostituita da più proficue forme diplomatiche bilaterali ove può farsi valere il peso specifico degli Stati Uniti. Peso specifico difficilmente contestabile se non da “mega” entità come il Dragone Cinese o l’Unione Europea (qualora riuscisse a palesarsi con un’unica e unanime voce).

E l’Europa?

Questa volta Bruxelles ha deciso di non stare a guardare e di non parcellizzarsi in una miriade di sentimentalismi nazionalistici. D’altronde, l’UE stessa è il costrutto maggiormente riuscito (seppur con le sue imperfezioni) della ideologia multilaterale. Prendendo, perciò, coscienza che l’OMC è stata creata con l’obiettivo precipuo di rafforzare il multilateralismo in un ordine mondiale inclusivo, non discriminatorio e aperto, il Parlamento Ue (ris. 2019/2918 RSP) ha invitato la Commissione a porre in essere ogni tentativo di dialogo con i membri della Wto al fine di sbloccare la situazione. Ne deriva che la soluzione potrebbe avere bandiera europea e costituire l’occasione per una maggiore affermazione della Ue.

La nuova Commissione europea

Non è stato un percorso facile, ma dopo il rinvio di un mese la nuova Commissione europea ha ricevuto la fiducia dell’Europarlamento: 461 voti favore, 157 contro e 89 astenuti. Un ottimo risultato, di gran lunga superiore rispetto a quello ottenuto a luglio dalla stessa presidente Ursula Von der Leyen, e più ampio di quello ricevuto all’epoca dalla Commissione di Jean-Claude Junker. Tuttavia, non bisogna farsi troppe illusioni: al di là dei buoni propositi l’attività della nuova Commissione sarà molto difficile.

La nuova Commissione europea - Geopolitica.info

Il voto finale del Parlamento europeo per la conferma della Commissione Von der Leyen è stato posticipato di un mese dopo che il processo di scrutinio dei commissari in pectore è risultato più complicato del previsto. Durante quello che potremmo definire un Vietnam parlamentare all’europea sono stati respinti i candidati di Ungheria e Romania, e per la prima volta anche quello della Francia.

Per l’Italia è significativa la nomina di Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari economici e monetari, nomina a cui si è aggiunta quella di David Sassoli alla presidenza dell’Europarlamento e di Irene Tinagli alla presidenza della Commissione parlamentare per gli affari economici e monetari (tutti esponenti del PD). Appena si è saputo della nomina di Gentiloni, gli osservatori più smaliziati hanno iniziato a chiedersi come sarebbe stato visto da tedeschi e olandesi un politico italiano incaricato di occuparsi della supervisione dei budget dell’Eurozona. Non è un pregiudizio riservato esclusivamente all’Italia, nel 2014 i falchi del rigore di bilancio guardarono con lo stesso sospetto anche il francese Pierre Moscovici, nonostante rappresentasse l’altra metà del Reno (i.e. asse franco-tedesco).

Durante l’audizione di scrutinio Gentiloni ha usato argomenti molto simili a quelli usati all’epoca dal socialista francese, sottolineando che «non sarà il commissario di un solo Paese» (quindi non un ambasciatore dell’Italia) e la volontà di applicare «con piena flessibilità il patto di stabilità», cercando di fare in modo che sia consentito un uso adeguato dello spazio di bilancio per far fronte al rischio di rallentamento delle economie della zona euro. Nonostante i mugugni di rito, la sua nomina è stata accolta positivamente e senza intoppi. Dopo aver visto l’italiano Mario Draghi cambiare la politica monetaria della BCE, forse i Paesi nordici dovranno accettare di vedere un italiano cambiare le regole del Patto di stabilità e crescita.

È altrettanto vero però che il nuovo commissario all’economia sarà sottoposto al controllo del lettone Valdis Dombrovskis, uno dei tre vicepresidenti esecutivi con ruoli potenziati. Il timore di alcuni è che le competenze di Gentiloni vengano svuotate affidando a un supervisore il compito di vigilare sul suo operato, ma è un timore esagerato. A Gentiloni è stato esplicitamente assegnato il compito di far rispettare il Patto di stabilità e crescita, e di concedere le possibili eccezioni. Il fatto che sarà lui a occuparsene però non significa che avrà il potere di decidere chi “salvare” e chi “condannare” in maniera arbitraria: anche l’ex Presidente del Consiglio italiano  dovrà agire – come tutti gli altri commissari – nell’ambito delle regole comunitarie e rispondere al resto della Commissione. La posizione sui conti pubblici italiani sarà assunta collegialmente dall’intera squadra di Von der Leyen.

Inoltre, non va dimenticato che eventuali cambiamenti nell’applicazione dei vincoli di bilancio arriveranno nei prossimi anni, le leggi di bilancio del 2020 saranno esaminate secondo le regole attuali. Per adesso tutto lascia intendere che vedremo replicarsi il solito schema: i paesi con i conti in ordine che dovrebbero investire di più non lo faranno, mentre i paesi con bilanci pubblici da risanare – come Francia e Italia – chiederanno spazi di flessibilità rimandando il rispetto di alcuni impegni a tempi più propizi. Almeno per quest’anno è sicuro che continueremo a vedere il solito gioco europeo del “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, utile a mantenere invariato l’attuale stato delle cose.

Le prospettive della nuova Commissione

La nuova Commissione ha un assetto più gerarchico della precedente. Ci sono tre vice-presidenti esecutivi con incarichi rafforzati, dotati di una direzione generale e risorse per le proprie iniziative. Oltre al già citato lettone Valdis Dombrovskis, ci sono gli ex concorrenti alla presidenza: il tedesco Frans Timmermans e la danese Margrethe Vestager. Ognuno di loro rappresenta un partito della maggioranza: Dombrovskis i popolari, Timmermans i socialisti e Vestager i liberali. Ad accomunarli però c’è l’appartenenza al gruppo della Nuova Lega Anseatica, la coalizione informale tra Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda e i tre Paesi baltici che punta al rispetto delle regole sul bilancio ed è contraria a ogni proposta di riforme solidali dell’Eurozona.

La loro presenza fa da bilanciamento all’influenza di Macron. Il presidente francese è stato molto abile a influenzare le nomine europee e a mettere i suoi favoriti nei ruoli chiave, la sua influenza arriverà nel profondo della Commissione Von der Leyen. Macron adesso ha persone allineate alla sua visione di Europa nei ruoli più importanti: Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo, oltre appunto al commissario francese (Thierry Breton, mercato interno e concorrenza) e a Paolo Gentiloni all’economia, senza dimenticare ovviamente Christine Lagarde alla BCE. Oltre ai transalpini anche Michel, Von der Leyen e Gentiloni sono fluenti in francese, un dettaglio non secondario.

La mappa della nuova Commissione, quindi, rappresenta bene i rapporti di forza: presidenza tedesca affiancata da tre vicepresidenti speciali anseatici, vicepresidenti semplici di paesi poco potenti, e poi tutto il resto in un delicato equilibrio di nomine e interessi particolari

Von der Leyen ha dovuto trovare un difficile equilibrio tra popolari, socialisti e liberali. Inoltre, per raggiungere un compromesso ha dovuto aprire anche agli euroscettici orientali. La nuova Commissione avrà bisogno degli europarlamentari polacchi, ungheresi e romeni (anch’essi sotto esame per il conflitto tra politica e giustizia). La Polonia ha ottenuto l’Agricoltura e la Romania i Trasporti (portafogli rivelanti nella politica interna di Varsavia e Bucarest, e sul dossier delle grandi infrastrutture). L’Ungheria ha invece ricevuto il commissario all’Allargamento e vicinato, assegnazione controversa visto che il paese di Viktor Orbán non è esattamente un riferimento quando si parla di allargamenti e rapporti di buon vicinato. Questa apertura necessaria non sarò semplice da gestire.

Nei prossimi cinque anni i membri della Commissione dovranno occuparsi di molti dossier di priorità assoluta: l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati, la riforma dell’Eurozona, la Brexit (o il negoziato), la competizione fiscale intra-UE, la tassazione dei giganti del web, le normative sulla concorrenza, la discussione del bilancio pluriennale 2021–2017, la guerra commerciale, le relazioni con gli Stati Uniti (con elezioni e forse un Impeachment di mezzo), l’organizzazione di una difesa comune, l’applicazione delle politiche ambientali, la transizione tecnologica ed energetica e molto altro ancora.

Rispetto a Jean-Claude Juncker, la visione di Von der Leyen dovrà porre più enfasi sulla geopolitica, cioè su una UE più assertiva sia nei confronti dell’alleato statunitense che della Russia e della Cina, e di tutto l’estero vicino. Cosa più facile a dirsi che a farsi vista la carenza comunitaria di strumenti per affermare la propria strategia. Allo stato attuale l’Unione Europea non riesce ad affrontare nemmeno la questione catalana ed è costretta a subire l’assertività della Turchia nel nord-est della Siria e nelle zone di sfruttamento off-shore di Cipro.

Nel discorso d’insediamento Von der Leyen ha promesso il raggiungimento di obiettivi ambiziosi come il Green Deal europeo (emissioni zero entro il 2050), l’affermazione di un ruolo geopolitico dell’UE e l’istituzione di una Difesa comune. L’osservazione della realtà però mostra uno scenario meno suggestivo. Una Commissione così diversificata rispecchia adeguatamente la complessa realtà dell’Unione, ma inevitabilmente significa anche che ci saranno molte conflittualità tra Commissione, Parlamento europeo e Stati membri – a loro volta alle prese con la conflittualità di parlamenti sempre più frammentati. Inoltre, l’attore principale di qualsiasi stagione di riforme comunitarie resta comunque il Consiglio europeo, in cui vige la regola dell’unanimità.

Non bisogna quindi farsi trascinare da suggestioni ideali, l’Unione Europea continuerà a essere una sofisticata organizzazione intergovernativa che ogni Stato membro guarda come veicolo del proprio interesse nazionale. Un atteggiamento forse cinico, ma sicuramente pragmatico che dovrebbe caratterizzare anche l’operato dei governi italiani, spesso inclini ad abbandonarsi a un europeismo eccessivamente romantico che trova pochi riscontri nella dura realtà delle relazioni internazionali tra paesi europei, o a un euroscetticismo scompostamente bellicoso, che all’atto pratico non riesce a far valere in sede comunitaria il potere negoziale che l’Italia è in grado di esercitare.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”