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Il ruolo geopolitico dell’Ucraina dopo i tragici eventi di Piazza Maidan ed i nuovi scenari del mercato del gas e del petrolio

Le manifestazioni di piazza Maidan, a Kiev, avvenute tra la notte del 21 novembre 2013 ed il 23 febbraio 2014 hanno segnato uno degli eventi più tragici della storia dell’Occidente del secondo dopoguerra. Si contarono, alla fine del conflitto più di settanta morti, tra i millenovecento ed i duemila feriti e centoquaranta incarcerazioni.

Il ruolo geopolitico dell’Ucraina dopo i tragici eventi di Piazza Maidan ed i nuovi scenari del mercato del gas e del petrolio - Geopolitica.info

L’Ucraina è sempre stato un paese intimamente legato alla Russia, potremmo risalire all’età medioevale, quando iniziarono a sorgere i primi centri della Russia proprio intorno a Kiev (Rus di Kiev). Non c’erano distinzioni a quell’epoca tra la nazione ucraina e quella russa ed è per questo che nei secoli successivi la Russia lottò sempre per mantenere l’Ucraina sotto la propria influenza.

Con la fine della Guerra Fredda gli equilibri mondiali iniziarono a cambiare e lo sguardo dell’Ucraina si fece sempre più interessato alla vicina Europa. Come il Dniepr divide il territorio ucraino in est ed ovest, così nei primi anni duemila due uomini politici mostrarono le profonde divisioni presenti nella nazione ucraina. Uno particolarmente vicino alla Russia, Viktor Janukovyč, e l’altro, Viktor Juščenko, più affascinato dalla comunità Europa e dalla NATO.

Con la vittoria diJuščenkoalle elezioni presidenziali del 2004per l’Ucraina si aprì un periodo denso di accadimenti,alla fine del 2005, infatti, l’Unione Europea riconobbe l’Ucraina come un’economia di mercato e, poco più tardi, il 1 gennaio 2006 il dissenso della Russia si fece sentire assordante. Il colosso russo del gas, la Gazprom, chiude i rubinetti a Kiev e afferma che da quel momento i prezzi del gas per l’Ucraina sarebbero diventati gli stessi di quelli a cui erano sottoposti i paesi “ricchi”, quelli con economia di mercato.

Il prezzo del gas passa velocemente da 60 dollari a 230 ogni mille metri cubi. Il 4 gennaio un accordo tra la compagnia ucraina Naftogaze la Gazprom consente a Kiev di riavere accesso alle forniture di gas ad un prezzo maggiorato, ma ben inferiore ai 230 dollari. Come accennato all’inizio, l’Ucraina ha sempre rivestito un ruolo fondamentale per la Russia, non solo per le origini e la cultura, ma anche per il mercato del gas. L’approvvigionamento energetico dei paesi europei passa infatti per i gasdotti che collegano la Russia all’Europa, attraverso l’Ucraina. È per questo che la contesa dell’Ucraina tra Russia ed Europa rappresenta, una politica geostrategica ed energetica ben chiara.Nel 2004 il gas russo provvedeva all’approvvigionamento energetico europeo per circa il 40% delle importazioni di gas e tutto il gas russo che arrivava all’Europa transitava per l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldavia.

La decisione dell’UE di concedere prima all’Ucraina lo status di economia di mercato nel 2005 e poi di farle firmare l’accordo di associazione e stabilizzazione nel 2013 trovava di certo una delle ragioni cardine nel ruolo che lo Stato rappresentava per il mercato del gas europeo. Fino a qui nulla di male, ma quello che accadde a seguito del dietrofront di Janukovyč, il quale decise di non firmare l’accordo di associazione con l’UE, ma di accordarsi con Putin per ricevere 15 miliardi di dollari e la riduzione del prezzo del gas, contrasta fortemente con i valori democratici di cui l’Unione si fa promotrice.

Quando il sogno europeo andò in frantumi a Vilnius, molti giovani manifestanti si riversano nella piazza principale di Kiev per protestare contro il Presidente, ma accanto ai manifestanti, ad incitare le proteste, scese anche l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione europea, Catherine Ashton. L’atteggiamento dell’Unione europea è stato spesso criticato, descritto come volontariamente fazioso, infatti, visti i valori che sostengono l’Europea, ci si aspettava che l’Alto rappresentante intervenisse per placare gli estremisti e l’escalation di violenza, cosa che non avvenne.

Ricordiamo che secondo alcuni studi condotti dall’IlkoKucherivDemocraticInitiatives Foundation con il Razumkov Center a maggio 2013, il 44% della popolazione ucraina dichiarava di sentirsi europea, mentre il restante continuava a sentirsi filo-russo, le forti tensioni tra russi e ucraini quindi continuavano a coesistere.

Gli avvenimenti di piazza Maidan hanno lasciato in Ucraina un segno indelebile ed hanno portato a conseguenze quali il referendum per l’indipendenza della Crimea e le sanzioni alla Russia.

La situazione dell’Ucraina ad oggi sembra essersi stabilizzata, ma quale futuro ci si aspetta per la “terra di mezzo” tra Russia ed Europa? L’Ucraina continua a mantenere un ruolo fondamentale nel mercato dell’energia, anche se la politica energetica dell’Europa sembra spingersi verso una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento, ad esempio, l’aumento delle esportazioni di gas russo all’EU tramite i gasdotti che passano per la Germania riducono il transito del gas attraverso l’Ucraina. Allo stesso modo, l’aumento della capacità del Nord Stream, porterà ad una significativa riduzione dei redditi ucraini e probabilmente avrà un effetto negativo sulla politica geostrategica del paese, il suo valore di mercato e l’importanza per l’Europa, quindi, quasi sicuramentediminuiranno.

La mutua dipendenza energetica tra Russia ed Europa sta cercando nuovi fronti sui quali muoversi, e seppur molti Stati europei stanno dirigendo le proprie politiche energetiche verso il green, l’unica certezza è che nei prossimi anni il peso delle fonti fossili sarà ancora forte e la Russia non intende tirarsi indietro. Nell’Energy Strategy of Russia for the period up to 2030 si legge chiaramente che “il settore dell’energia russo detiene un potenziale così alto da resistere ai cambiamenti delle condizioni esterne ed interne”.Infatti, nonostante spesso i leader europei hanno affermato di voler riformare il mercato del gas interno, in modo da abbassare la dipendenza dall’estero e soprattutto dalla Russia, bisogna domarsi in primo luogo se l’Europa è davvero in grado di farlo e se vuole minare i rapporti con la Russia.

Di certo la Russia non sottovaluta il fatto che i mercati emergenti negli ultimi anni hanno consumato molta più energia di quanto abbia fatto l’Europa, ed infatti lo sguardo del Cremlino sembra dirigersi sempre di più verso l’Asia. Tale possibilità sarebbe sicuramente un forte colpo al ruolo dell’Ucraina, che sebbene abbia un territorio relativamente piccolo, ha sempre rappresentato il nesso tra due potenze. Forse proprio per questo le compagnie petrolifere ucraine stanno compiendo massicci investimenti al fine di aumentare la loro produzione e di ridurre la dipendenza dalla Russia, Burisma Group, una delle più grandi società ucraine operanti nel settore del gas e del petrolio, ha aumentato notevolmente i suoi volumi di produzione, il gruppo, infatti, si è impegnato ad investire $ 100 milioni nel 2017 per la perforazione di quattro nuovi pozzi petroliferi.

Quale sarà il futuro delle relazioni tra Russia, Ucraina ed Europa non si può ad oggi prevedere con certezza, ma sicuramente possiamo affermare che negli ultimi anni sono stati molti gli stravolgimenti nel mercato del gas e del petrolio e, poiché il settore energetico per la Russia è molto più che un bene commerciale, il Cremlino ha investito tutta se stessa nella sicurezza energetica come elemento primario per il ruolo geostrategico della nazione… anche se le recenti tendenze globali stanno mettendo in dubbio il ruolo russo nel settore energetico.

Gazprom guarda al Tap per portare gas russo in Europa

Dopo la decisione, presa dal presidente russo Vladimir Putin di bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, Mosca è alla ricerca di nuove infrastrutture per trasportare sul mercato europeo quantità aggiuntive di gas. E per fare ciò potrebbe usare il Tap, ideato proprio per ridurre la dipendenza europea dalle forniture russe.

Gazprom guarda al Tap per portare gas russo in Europa - Geopolitica.info

Nel corso della Conferenza europea del gas, svoltasi a Vienna a fine gennaio, il vice presidente di Gazprom, Aleksander Medvedev, ha manifestato l’intenzione della Russia di incrementare nel tempo le quantità di gas da immettere sul mercato europeo, addirittura sino a 100 milioni di metri cubi di gas aggiuntivi. Per fare ciò, però, non sono sufficienti i due gasdotti al momento in costruzione, ovvero il Nord Stream 2, che porterà sino a 55 milioni di metri cubi di gas russo in Germania passando attraverso il Mar Baltico, e il Turkish Stream, in grado di portare in Turchia altri 32 milioni di metri cubi di gas di Mosca. Itgi Poseidon e, più recentemente, Tap si candidano quindi come le principali soluzioni per trasportare in Europa il gas russo.

La “sfida” tra Poseidon e Tap

Lo scorso anno la compagnia russa Gazprom ha siglato un accordo con gli azionisti del gasdotto Poseidon, Edison e Depa, per valutare l’opportunità di un collegamento tra il Turkish Stream e Itgi, gasdotto che porterebbe in Europa il gas del Mar Caspio con un percorso molto simile a quello del Tap. Ma proprio recentemente, a Vienna, Gazprom ha fatto intendere che la scelta finale potrebbe ricadere, invece, sul gasdotto che dovrà attraversare Grecia e Albania prima di giungere sulle coste pugliesi in prossimità di San Foca.

Il raddoppio di Tap

Ad oggi, Tap è progettato (e sarà costruito) per trasportare un massimo di 10 milioni di metri cubi di gas provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz 2. In tal senso è già stato firmato un contratto per la durata di 25 anni. Il progetto prevede però la possibilità di un raddoppio del gasdotto qualora fossero reperibili nuovi volumi di gas da immettere nella seconda condotta. Gazprom potrebbe quindi sfruttare questa possibilità garantendo volumi di gas al consorzio che gestisce il gasdotto tali da riempire, almeno in parte, la seconda tubatura. Gas che, inevitabilmente, andrebbe a finire in Italia.

Diversificazione delle fonti

Che la scelta di Gazprom ricada, in ultima istanza, su Itgi Poseidon o su Tap, il risultato non cambierebbe. Entrambi i gasdotti, infatti, nella loro idea originale, sono stati concepiti per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico dell’Europa, cercando di ridurre la dipendenza dalla Russia per la fornitura di gas naturale e andando così a rafforzare la sicurezza energetica del vecchio continente. Utilizzando, invece, una di queste due infrastrutture (se non, addirittura, entrambe) per trasportare il proprio gas in Europa, Gazprom riuscirebbe, almeno in parte, a neutralizzare i tentativi europei di smarcarsi sempre di più da Mosca per il proprio approvvigionamento energetico. Con il vantaggio (non secondario) di bypassare comunque territori, e Paesi, geopoliticamente “instabili” come l’Ucraina.

 

La guerra in Ucraina non è ancora finita

Anche se ormai non viene quasi più portata all’attenzione del grande pubblico sulle prime pagine dei giornali e nelle aperture dei notiziari televisivi, la guerra in Ucraina non è ancora finita e sono ancora molti coloro che vivono con il costante suono degli spari dell’artiglieria nelle orecchie in condizioni molto difficili, senza acqua, gas e luce elettrica.

La guerra in Ucraina non è ancora finita - Geopolitica.info (cr: Reuters/Marko Djurica)

Nei villaggi più vicini alla linea del fronte i pochi abitanti rimasti sono costretti ogni giorno a fare i conti con il freddo, la fame e la mancanza di tutti i generi di prima necessità.

Nel villaggio di Zhovanka, piccola frazione della cittadina di Zaitseve, coloro che hanno deciso di rimanere nelle loro case nonostante la guerra fanno la fila per parlare dei loro problemi quotidiani con un’inviata delle Nazioni Unite che li ascolta e li aiuta nelle pratiche burocratiche,  anche per il trasporto di malati e feriti negli ospedali delle città più grandi.

Una donna, che viene all’incontro con le sue nipotine, spiega quali siano le difficoltà di vivere così vicino alla linea dei combattimenti: “Non abbiamo elettricità. E non abbiamo neanche carbone o legna. E ci sparano addosso”.

In tanti piccoli villaggi ucraini come Zhovanka, gruppi di case proprio a ridosso del confine invisibile tra il territorio controllato dai miliziani filorussi del Donbass e quello controllato dall’esercito regolare ucraino, la tregua che è stata siglata nei mesi scorsi non è considerata come una vera pace, anche perché ogni tanto risuonano ancora colpi di armi da fuoco. La vita dei civili continua ad essere quella di persone sotto assedio che devono convivere quotidianamente con la paura di essere colpiti dall’artiglieria e dalle bombe.

Il conflitto in Ucraina non si è ancora attenuato e da due anni il Paese est europeo vive con una lacerazione interna che ha profondamente toccato l’opinione pubblica perché ha portato alla luce vecchi rancori che sembravano ormai sopiti. Da quando il Cremlino ha dichiarato l’annessione della Crimea alla Russia il desiderio della popolazione dell’Ucraina orientale di ritornare a fare parte di quella che loro considerano la loro patria naturale è tornato più forte che mai ed ecco che la zona del Donbass si è infiammata e gruppi di ribelli hanno cominciato a contestare l’autorità di Kiev.

La guerra in Ucraina sta ancora mietendo molte vittime tra i civili e, nonostante le promesse di cessate il fuoco, la vita per la popolazione è molto dura, tra la difficoltà nell’approvvigionarsi di generi di conforto e il rischio di essere colpiti dal proiettile di un cecchino o dell’artiglieria pesante.

The status of Ukrainian refugees in Russia

Recently, the media is strongly concerned about the discussion of migration in Europe. However, our article is concentrated on the Eastern Europe. A United Nations report says that Russia became the world’s single largest recipient of asylum requests last year because of the war in eastern Ukraine. According to the Federal Migration Service, there are 2.6 million refugees from Ukraine especially from Eastern Ukraine in Russia. Nevertheless, to compare with the immigrants from all other countries Russia has around 11 million immigrants with the population of about 143 million people.

The status of Ukrainian refugees in Russia - Geopolitica.info

The report of the UN refugee agency (UNHCR) states that 271,200 Ukrainians applied for refugee status or temporary asylum in Russia after the outbreak of the Ukraine conflict. According to Russian data, we see the other situation “About 400 thousand people have received the status of temporary asylum in Russia. The number of those citizens who plans to stay long in Russia exceeded 600 thousand people”, – said Romodanovsky, head of Federal Migration Service of Russia.

On the other hand from the speech Romodanovsky and the materials from the site of the FMS of Russia is not clear how many Ukrainians received refugee status, also the exact number of those who received temporary asylum (that status should be proved every year). None document can prove his words and it is hard to trust Russian authorities due to their position to change the words.

More than 570 migrants have already been granted temporary asylum and temporary residence permits, which allows them to stay in Russia for more than a year and get a job without applying for work permits. Another 100,000 used the opportunities offered by the government-financed program for the resettlement of compatriots.

Temporary asylum status in Russia entitles to work and requires the workers to find housing themselves; otherwise, they will not get this status.

A refugee has the same rights as Russian citizens, as well as the right to get the accommodation and possibility to work. Status of resettlement gives the opportunity to obtain Russian citizenship in case if the Ukrainian refugees have registration at the place of residence, what is for most of them almost unreal.

Since the beginning of military operations in Ukraine, it was clear that it would be a huge flow of refugees in Russia. However, until the July 2014 there were no FMS forms, confirming the status of the refugees or temporary asylum. Moreover, only the regional offices of the FMS accept the documents for registration of these statuses. They cannot be handed over to the department of the Federal Migration Service in cities and regions. This situation created huge queues; besides, the refugees had to spend time and money on the way to the regional center.

The first conference, which took place on 15 of October 2014 in Ukraine, states that there are several common difficulties:
  • the placement of children in educational institutions,
  • obtaining health care,
  • employment,
  • housing search and receive humanitarian assistance.

Hence, Russia was not ready for the massive influx of migrants from the East of Ukraine and failed to use labor potential of refugees effectively. Lots of engineers and other technical workers succeeded to find a job only as loaders and other same positions.

For the time being, the refugees have to solve themselves their problems because there is neither an appropriate institutional and physical infrastructure nor sufficient experience of cooperation of the local population with the migrant. The President Putin asked the head of FMS to break all the bureaucratic barriers until May but nothing has happened since then.
It follows two main conclusions:
  • the main burden of the resettlement of refugees, providing them with humanitarian aid, and search of work fell on the shoulders of the Russian citizens from Rostov to Vladivostok;
  • Ineffectiveness of the migration authorities, who has failed to organize clear work for the Ukrainian refugees.
These findings are particularly important because there is a likelihood of a further escalation of military operations being conducted in the Middle East and Afghanistan, which may affect the countries of Central Asia. Afterward Russia will face with a huge influx of refugees quite different, to accept that we are obviously not ready. Unlike the EU, Russia does not have huge financial resources, and it does not have enough protected borders, which could prevent the penetration of possible refugees to the country.
 

 

Vitaly Ignatiev: Transnistria between isolation and desire for international recognition

On 2 September the Pridnestrovian Moldavian Republic (Transnistria) celebrated the 25th anniversary of the proclamation of its “independence”. For this occasion Geopolitica.info interviewed the Acting Foreign Minister Vitaly Ignatiev, that was willing to talk to us about various economic and geopolitical issues, reflecting the official position of the Government of Tiraspol. Here’s the original version in English without any omission.

Vitaly Ignatiev: Transnistria between isolation and desire for international recognition - Geopolitica.info


Today Transnistria celebrates the 25th anniversary of the proclamation of independence. Why the international community does not recognize the Pridnestrovian Moldavian Republic as a sovereign state?
For 25 years of the de facto independence Pridnestrovians have managed to create the statehood, which meets all regulatory benchmarks of international law, has the functional government, its own constitution, law enforcement system, armed forces and its own currency. It also has de jure international contractual legal standing within the conflict settlement process between Moldova and Pridnestrovie. The past quarter of a century has showed us, that Pridnestrovie canpropose an alternative model of political and social development with observance of the principles of justice, equality and interethnic consent for its own citizens, as well as it can withstand under the conditions of economic blockade, media war, destructive influence of neighboring states, maintaining its own identity.

The problem of international recognition of Pridnestrovie is first of all a question to the international community. What arethey guided by when they recognized the independence of East Timor, Kosovo and partition of Yugoslavia and Sudan? We understand that recognizing one or another state formation as a subject of international law is a sovereign right of every state. But example of Pridnestrovie, which for 25 years has quite convincingly confirmed thewillif its population to live in an independent state, testifies the rooting of the “double standards” practice in the international law.

What is the ambition of your government? An independent Transnistria or a Republic integrated in the Russian Federation?
Foreign policy course is based on the results of nationwide referendum of 2006. Due to the referendum 97.2% voted for independence of the PMR with subsequent free association with the Russian Federation. We would like to attract your attention to the fact that there are no contradictions between “an intention to be independent” and “subsequent free association of the PMR with the Russian Federation”. From the beginning of its own statehood Pridnestrovie has associated its own future with Russia. We have the same history, the same political, social and cultural context, close economic ties.

Following the sovereign will of the people as expressed in the referendum, the government carries out the policy of the PMRin accordance to the choice of the country’s population.

Is Transnistria interested in becoming part of the Eurasian Economic Union?
The focus on the Eurasian integration is a priority of the foreign policy of Pridnestrovie, enshrined in the Foreign Policy Concept of 2012. This vector fully takes into account the will of the people of Pridnestrovie and their geopolitical choice. The Pridnestrovian state was one of the first in post-Soviet space, who announced the desire to join the EEU.

This focus on integration of the republic in its traditional civilization is consistent and is already producing concrete results both at the political and diplomatic level and in the socio-economic sphere. For example, consistent work is carried out on the harmonization of the republic’s legislation with the one of Russia, memoranda on interministerialcooperationare signed, providing immediate and full-scale development of relations with Russia. Academic cooperation is developing quite successfully. Pridnestrovian State University n.a. T.G. Shevchenko is included in the Eurasian Association of Universities and is actively working in different directions with universities of Russia, Abkhazia, South Ossetia and universities of the CIS countries.

The work of the ANO “Eurasian integration” must be especially noted as it provides humanitarian construction and implements social projects in areas such as health care, preschool education, primary and higher education. Priority humanitarian projects of the organization have been identified on the basis of analysis of the socio-economic situation in Pridnestrovie.

How is the current state of the national budget?
Over the latestyear there was a reduction in import and export of enterprises of the republic with its trade and economic partners. This was a consequence of the blockade actions by Pridnestrovie’s neighbors. Systematic shortfall in customs and tax payments to the state budget forced the government of Pridnestrovie to take unpopular measures to reduce the pensions and wages of employees of state-financed organizationsby 30%. Unfortunately, opportunities to improve the current situation are not noticeable yet.

In January 2016 an autonomous preferential commercial regime with the EU will expire. Has your government a strategy toprotect the transnistrian export?
Pridnestrovie has been trading with the EU within the regime of autonomous trade preferences since Moldova and Ukraine blocked the export of goods from Pridnestrovie in 2006. Then the European Union created conditions for a compromisein order to resolve the crisis. But then these measures were related to the geopolitical interests of the EU, whichwanted to include Ukraine and Moldova in its orbit of the economic influence. In this regard, the action time of preferences for the Pridnestrovian  enterprises initially was up to December 2013 and then was moved up to the end of 2015. According to Brussels officials, Pridnestrovians do not requirepreferential treatment as Moldova entered Free Trade Area with the EU. However, the conditions that the EU offered to Moldova leave no space for the Pridnestrovian enterprises to carry out their work as usual.

In the settlement of trade relations with the EU our country has traditionally maintained a position on the need to create special conditions for Pridnestrovian enterprises and to conclude a special agreement with the European Union. For us it is important that the bilateral dialogue with the European Union regarding the terms of trade relations with Pridnestrovie will continue. We expect that the position of Pridnestrovie will be heard. Otherwise, the economy of Pridnestrovie will face new shocks. We hope that the European partners realize the responsibility for the consequences of their decision and will prevent the escalation of tensions.

How many citizens live in Transnistria? How many Italians? When the next census?
According to the State Statistics Service of the PMR the total population of the republic amounted to 505.153 people on 1 January 2014. The number of Italians living in the republic is extremely small. The next census will be held from 14 to 25 October 2015.

Why Ukraine is increasing border controls along the Transnistrian segment? Why Kiev is building trenches and other fortifications?
The Ukrainian side with the aggravated internal conflict and the deteriorated relations with Russia changed the approach to Pridnestrovie. Along with the ban of spring 2014 on crossing the Ukrainian border for residents of Pridnestroviepossessing citizenship of the Russian Federation, the Ukrainian side has changed the trade regime for our businesses, thereby blocking the economic development of the republic. These unfriendly actions are taken against the background of the information campaign in the Ukrainian media to form the image of the PMR as an enemy.

We have repeatedly emphasized that people of Pridnestrovie want to live in peace with their neighbors and nurture no hostile plans against the brotherly Ukrainian people. Let us recall that about 80 thousand citizens of Ukraine on a permanent basis live in Pridnestrovie and the Ukrainian language is one of the three official languages of the republic. Therefore, such an attitude of the current authorities in Kiev looks quite unjustified and causes a lot of fair questions to Ukraine not only in the journalistic community, but also among the inhabitants of Pridnestrovie.

Is the State security well ensured by the armed forces?

The armed forces of the PMR jointly with a peacekeeping mission of the Russian Federation are an important guarantee of peace on the Pridnestrovian land.

Pridnestrovian army serves to protect the country’s sovereignty, rights and freedoms of the population. Being based on a defensive military doctrine, the armed forces of Pridnestrovie are a significant deterrent and an element of stability in the region. We believe that the current potential of the Pridnestrovian army is at a sufficient level to protect the country’s sovereignty.

How does your government interpret the bizarre appointment of the former Georgian President Mikheil Saakashvili as Odessa Oblast Governor?
Appointment of MikheilSaakashvili to the position of the Chairman of the Odessa Regional State Administration is an internal business of Ukraine. It should be noted that the friendly relations between Pridnestrovie and Odessa region have a very long history and have been a priority for the republic to this day. It seems that the bilateral relations should not depend entirely on the specific personalities who lead the region in a specific period.

Do you have a strategy that can respond to any gas supply cuts resulting from the crisis in Ukraine? Transnistria is able to satisfy its energy needs?
The problem of external factors’ influence on the energy security of Pridnestrovie is a priority today. Given the dependence of the economy on the supply of energy resources and the complicated relationships between Russia (gas supplier) and Ukraine (gas transporter), we are afraid that this factor can play a negative role in the future. Own energy resources in Pridnestrovie are not enough even to meet the needs of the population.

Of course, in our country there are opportunities for the development of power generation from renewable sources. However, given the current difficult economic situation and a long trade and transport isolation of the republic, Pridnestrovie does not have the funds necessary for expensive technological transformation of the energy sector.

About the “frozen conflict”: why is the work of the Joint Control Commission actually suspended?
According to the Pridnestrovian delegation to the JCC, the work of this body is suspended due to the political overtones and the real aspirations of its members. In particular, the well-known approach of Moldova and a number of Western countries is aimed at changing the format of the peacekeeping operation – to a peace guaranteeing. However, the operating mechanism is unique in its effectiveness, no major incidents have occurred in the Security Zone since 1992.

It is hardly appropriate to compare the efficiency of JCC meetings and meetings within the so-called “1+1” format (i.e. meetings of political representatives of Moldova and Pridnestrovie), since we are talking about completely different mechanisms with different goals and objectives. “1+1” meetings are one of the levels of the negotiation process along with meetings of expert groups (aimed at developing by specialists draft decisions in various areas – transport, economy, banking, education, media and others), as well as along with “Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiating Process for TransdniestrianSettlementin the “5 + 2” and the highest level of the negotiation process – meetings of the leadership of the parties. Thus, the JCC studies the peacekeeping operations related to peace in the Security Zone, and the negotiation process, including the format of interaction between political representatives of Moldova and Pridnestrovie is designed to find solutions to all other problems not related to military matters.

On 29th November the elections of the Supreme Soviet will be held in a fragile geopolitical and economic context. Will democracy win or fears and discontent prevail?
Pridnestrovie has extensive experience in the organization of electoral processes, whether that bereferenda (seven have been held) or electionsto authorities. Always elections in Pridnestrovie have been transparent and free that is confirmed by reports of independent observers. Pridnestrovian authorities have never taken measures of putting pressure on voters.We are confident that this year the government of the Pridnestrovian Moldavian Republic will make every effort to hold elections on November 29 in full accordance with international standards and to make the results in line with the will of Pridnestrovians,in spite of the foreign policy pressure and speculations.

What Italy can do to contribute to the regional stability?
The Italian Republic is an influential member of the European Union and the long-standing trade and economic partner of Pridnestrovie. We are convinced that the European Union is interested in maintaining a climate of stability on its borders, which is possible among other thingsthrough removing barriers to the economic development of the EU’s neighbors. Italian contribution to the strengthening of regional stability could be significant in caseyour country assists in unblocking the Pridnestrovian economy.

Sudtirolo, Donbass e autonomia: una soluzione possibile

Secondo il ministro Gentiloni, il caso diplomatico e militare che sta scuotendo da oltre un anno il Donbass, la regione russofona dell’Ucraina orientale sottoposta a forti spinte secessioniste, potrebbe trovare una soluzione seguendo le stesse linee guida che l’Italia ha tracciato per la soluzione della questione sudtirolese e della conseguente controversia internazionale sorta con l’Austria: rispetto dell’integrità territoriale e autonomia.

Sudtirolo, Donbass e autonomia: una soluzione possibile - Geopolitica.info Bandiera ucraina (cr: Reuters/Gleb Garanich)

Alcuni mesi fa, alla vigilia di un vertice cruciale del Gruppo di Minsk sulla questione ucraina, il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni si è fatto promotore di un’idea originale e molto interessante sotto il profilo comparativo proponendo una sorta di “via italiana” per la risoluzione del conflitto in analisi. Nella fattispecie Gentiloni ha suggerito di prendere a modello la soluzione politica adottata nel Südtirol / Alto Adige – amministrativamente corrispondente alla Provincia Autonoma di Bolzano – esempio di come una contesa internazionale possa essere risolta ovviando alla questione dell’integrità territoriale di un certo Stato con la concessione di larghe autonomie per la preservazione dell’elemento alloglotto locale. In effetti, in un’ottica di analisi comparata dei due casi, le analogie sono molte e l’approccio autonomista (peraltro sostanzialmente accettato e promosso dallo stesso Gruppo di Minsk) potrebbe servire a tracciare quella sorta di road map che tanto servirebbe alla diplomazia internazionale in questi mesi di stallo.

Partendo dal Sudtirolo, è ben noto come questa provincia sia stata annessa dall’Italia alla conclusione della Prima guerra mondiale a seguito della sconfitta degli Imperi centrali. Nonostante l’annessione, una larghissima maggioranza della popolazione locale era e rimase germanofona – cui si deve aggiungere anche il gruppo linguistico ladino presente in alcune valli – a fronte di una contenuta minoranza italiana. Gli eventi degenerarono con l’ascesa al potere del fascismo, il quale procedette a vari tentativi di italianizzazione forzata, mortificando per quanto possibile usi e costumi locali ed arrivando ad uno scellerato accordo con il Reich tedesco – le cosiddette Opzioni – il quale prevedeva il trasferimento, su base volontaria, della massa alloglotta tedesca e ladina oltre il confine italiano, verso l’Impero hitleriano. A guerra finita furono molte le voci che si levarono per un ritorno del Sudtirolo alla vecchia madrepatria austriaca, la quale era peraltro in via di ricostituzione dopo l’anschluss del ’38.

Le diplomazie internazionali, che pure considerarono questa opzione, la dovettero scartare per una serie di fattori geopolitici che segnarono la fine di ogni speranza separatista per i germanofoni a sud del Brennero i quali, rappresentati dai politici locali della Südtiroler Volkspartei e aiutati dal Governo austriaco, iniziarono le trattative con Roma per ottenere il riconoscimento di una forma di autonomia che tutelasse il particolarismo sudtirolese.

Queste trattative culminarono con l’Accordo De Gasperi – Gruber nel 1946. Molte aspettative e tutele previste dal testo in questione però rimasero lettera morta e la popolazione locale percepì il malcelato tentativo da parte del Governo centrale di continuare una subdola opera di italianizzazione al fine di risolvere il problema. La reazione fu tragica: mentre la Südtiroler Volkspartei proseguiva una campagna politica, pur pacifica, ma dai toni molto accesi, l’Austria chiamò più volte in causa l’Italia in sede ONU; a ciò va aggiunta la costituzione del BAS (Befreiungsausschuss Südtirol / Fronte di Liberazione del Sudtirolo) il quale inaugurò nel 1961 una stagione di violenza terroristica tra attentati dinamitardi e attacchi diretti alle forze dell’ordine che durò per oltre un decennio contando decine di morti e centinaia di feriti. La soluzione arrivò nel 1972 con la concessione di un Secondo Statuto di Autonomia, il quale, prevedendo per la Provincia di Bolzano una larga libertà in tema legislativo e amministrativo, oltre a molte garanzie effettive sulla tutela dell’elemento germanofono e ladinofono, contribuì prima a pacificare la popolazione e poi a chiudere definitivamente la vertenza internazionale con l’Austria negli anni ’90.

E l’Ucraina orientale? La situazione è per certi versi simile: l’Ucraina è un Paese che, stando alle rilevazioni statistiche del 2001, presenta una forte minoranza di russi etnici che compongono il 17,3% della popolazione; tale dato aumenta però fino al 29,6% se si considera chi parla il russo come prima lingua. Questa minoranza etno-linguistica non è sparsa in maniera omogenea in tutto il Paese, ma risulta particolarmente concentrata nella parte sud-orientale ovvero nel cosiddetto Donbass. Particolarmente negli oblast di Donestk e Luhansk, i russofoni dovrebbero aggirarsi rispettivamente tra il 74,82% e il 68,84%, sempre stando ai dati del censimento del 2001. A fronte di queste evidenze, che parlano di una non indifferente presenza russa nella popolazione ucraina e di una sua considerevole preponderanza in alcuni oblast del Donbass, il russo non è mai stato dichiarato seconda lingua del Paese, né lingua regionale nell’est ucraino.

Questa situazione, già di per sé potenzialmente critica, ha subito una grave involuzione dopo le dimostrazioni di Euromaidan e la defenestrazione del Presidente filo-russo Viktor Yanucovich il cui Partito delle Regioni trovava proprio nel Donbass la sua maggiore roccaforte di consenso.

La frattura politica e territoriale tra filo-russi e filo-occidentali ha portato in breve tempo all’organizzazione di milizie separatiste nel sud-est ucraino e alla promozione di referendum volti a richiedere la diretta annessione di quei territori alla Russia. L’escalation di violenza che ne è seguita ha portato alla costituzione di due Repubbliche Popolari, non riconosciute, ma protette dalla diplomazia e dalle risorse umanitarie della madrepatria riconosciuta dai ribelli. Va però specificato che la Russia, al contrario dell’Austria, almeno negli anni ’50/’60, non ha mai ufficialmente considerato l’annessione del Donbass alla propria Federazione come una delle opzioni sul tavolo, mentre ha sempre sostenuto la necessità di tutelare l’identità russa dell’Ucraina orientale attraverso una serie di atti legislativi che possano garantire una libera e pacifica convivenza tra i gruppi etnici presenti sul territorio, e tra le popolazioni ribelli ed il governo centrale.

Perché allora non uno Statuto di Autonomia, magari ancorato a livello costituzionale ed internazionale come è accaduto qui in Italia per il caso sudtirolese? Una riforma costituzionale che possa tutelare il particolarismo russofono nelle zone insorte è infatti la linea dettata dal Gruppo di Minsk e pare essere anche la più logica delle soluzioni; un’opzione, quella autonomista, considerata come la migliore anche dall’ex Presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder il quale, pochi giorni fa, si è recato in visita a Donetsk portando la sua solidarietà alle autorità separatiste della Novorossiya.

Nonostante la via autonomista sia stata tracciata dalle parti in causa e sia perseguita dai competenti organi sovranazionali, rimangono aperte tantissime sfide per il futuro: il legislatore dovrà ottemperare in maniera credibile agli impegni presi in sede internazionale, mentre i ribelli dovranno prima o poi accettare di tornare a far parte a tutti gli effetti di una nuova Ucraina e per fare questo ci sarà vitale bisogno di una struttura partitica o di un’élite che possa farsi promotrice delle istanze identitarie della popolazione locale seguendo però una metodologia pacifica e democratica, riconoscendo la legittima autorità statale e portando così la stessa popolazione che rappresenta a cessare ogni atto di ostilità, in quell’ operazione che Leonardo Morlino definirebbe come “ancoraggio”, un po’ come fece proprio la Südtiroler Volkspartei nell’Alto Adige travagliato degli anni ’60.

Scenari politico-strategici della guerra in Ucraina

Nell’ultimo summit NATO in Galles l’ammiraglio James Stavridis ha definito l’intervento russo in Ucraina (con uno specifico riferimento al romanzo di Huxley): l’inizio di un “nuovo mondo”. Questa citazione però è stata mal interpretata dalla stampa internazionale, che l’ha subito iconizzata come la dichiarazione di una rinnovata risolutezza da parte dell’Alleanza Atlantica. Quello che veramente Stavridis voleva dire, è che la comunità internazionale sta entrando in una nuova dimensione di conflittualità, sconosciuta alle generazioni passate e di cui le classi intellettuali e militari non conoscono bene le dinamiche e le possibili ripercussioni. L’ammiraglio si è riferito a questo nuovo tipo di warfare con il termine “ibrido”, intendendo con l’espressione l’impiego integrato di mezzi convenzionali e non convenzionali per portare avanti un’offensiva contro il nemico su diversi piani, anche al di fuori di quello militare.

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L’intervento ucraino e il nuovo warfare

Jhonson e Seely, trattando l’argomento, propongono il concetto di FSC (Full Spectrum Conflict): una chiave di lettura integrata che permette di inquadrare l’offensiva russa sotto un punto di vista cinetico, economico, politico e propagandistico. Essi ci fanno notare come al giorno d’oggi un’analisi unicamente politica o unicamente strategica delle operazioni risulta molto più incompleta che in passato e una comprensione sufficiente può avvenire solo attraverso la trattazione simultanea di questi aspetti.

La guerra ibrida non è una novità nella storia militare. Il termine infatti è comparso per la prima volta per descrivere la situazione in Libano nel 2006. Lo stesso concetto di ingaggio limitato è un antesignano di quella che è la guerra ibrida. L’attuazione di una strategia ibrida, però, oggi denuncia la presenza in Russia di un comando militare accentrato che è lontano dalla goffaggine delle operazioni Georgiane e Cecene. Solo una catena di comando efficiente che sappia orchestrare insieme le risorse prettamente esecutive con quelle collaterali, può portare ad un successo in questa circostanza.

La Russia con la sua operazione in Ucraina rivela di aver saputo adattare il suo potere militare alla nuova condizione regionale, sviluppando forze d’intervento rapide e altamente specializzate che gli permettono di conseguire obiettivi limitati a corto raggio ma in maniera molto efficace.

L’intervento Ucraino

Le operazioni sicuramente sono state a lungo calcolate. Poco è stato lasciato al caso nello scenario ucraino. Mosca ha subito puntato a fornire ai guerriglieri delle competenze e del personale che difficilmente sarebbero stati ottenuti nel breve periodo. Piccoli contingenti delle forze speciali russe, altamente addestrati, hanno affiancato le bande armate sin dall’inizio degli scontri. Questi operativi sono persone qualificate, preparate ad operare in teatri dove sono presenti dei civili e a pensare a come agire in relazione al fatto. Da questo punto di vista la natura strategica delle operazioni potrebbe essere accostata a quella che era la politica americana del win hearts and minds, sviluppata per il quadrante mediorientale. Militari e agenti del GRU hanno portato avanti operazioni di confidence building tra la popolazione per vincerne il favore. Agenti dei sevizi segreti inoltre hanno provveduto all’organizzazione di bande armate di auto-difesa tra i civili e al rifornimento di questi gruppi con mezzi e armi. In tutto ciò solo alla fine di Aprile il presidente Putin ha riconosciuto l’intervento russo in Ucraina. Le operazioni hanno visto infatti l’impiego di mezzi e uomini senza contrassegni, che ricordiamo sono illegali secondo il diritto internazionale.

A livello tattico i movimenti su vasta scala sono stati preceduti dalla securizzazione di obiettivi minori attraverso azioni rapide e leggere. Una volta assicurate le vie di rifornimento e i palazzi governativi locali, si è quindi passati alla fase di manovra, preceduta sempre da raffiche di artiglieria pesante sulle posizioni ucraine. Un esempio di questa tattica può essere visibile negli avvenimenti successivi al primo fallito protocollo di Minsk. Piccole ma molto efficaci incursioni da sud est e da est hanno spinto la Kiev alla firma del cessate il fuoco. Mosca ha utilizzato questo cessate il fuoco per ottenere una prima legittimazione dei ribelli ucraini e poi per posizionare le forze per la fase di manovra offensiva a Settembre del 2014. Questa è identificata dagli analisti con l’inizio della battaglia per l’ aeroporto di Lugansk. Il cessate il fuoco e la demarcazione della linea di contatto smilitarizzata dopo il primo protocollo di Minsk, hanno permesso il riposizionamento dell’artiglieria che è servita nell’offensiva contro l’aeroporto in questione. La struttura era stata progettata dai sovietici come un ostacolo strategico, in grado di resistere un attacco ingente. Il governo di Kiev non potendo e non volendo ingaggiare le forze russe in uno scontro aperto ha organizzato un corridoio di evacuazione per i contingenti nazionali, lasciando poche truppe a presidiare la posizione. La presa dell’aeroporto (proprio come le operazioni estive di Novoazovsk e Ilovaisk) è servita ai separatisti per fare pressioni sull’Ucraina per ulteriori concessioni territoriali. Nonostante le ultime negoziazioni e il nuovo cessate il fuoco al momento in cui si scrive gli scontri continuano, così come le rivendicazioni da parte dei miliziani pro russi di spingere il territorio da loro controllato fino alla frontiera amministrativa degli Oblast separatisti.

I teatri d’azione: Repubblica di Donetsk e Luhansk

Questo territorio rappresenta la spina dorsale della strategia russa. Fin tanto che esisterà uno Stato proxy all’interno del confini ucraini la NATO non accetterà il paese nell’alleanza restando lontano dai confini russi. I movimenti separatisti in queste zone all’inizio dell’estate del 2014 hanno ricevuto l’appoggio delle forze di Mosca, potendo così dichiararsi repubbliche indipendenti e assicurare il controllo della parte orientale delle regione a Mosca.

Al momento in cui si scrive forze ucraine si trovano ancora nelle zone di Avdiivka e Pisky e l’artiglieria tiene sotto tiro l’area di Donetsk. Al confine sud di Luhansk inoltre sembra che gli scontri continuano nonostante il cessate il fuoco soprattutto nei territori a sud di Pervomaisk. Infine si sono intensificate in entrambi Oblast le attività terroristiche nei confronti delle porzioni di territorio ancora in mano al governo centrale ucraino.

I teatri d’azione: Debaltseve

Questo è un importante hub ferroviario che collega Luganks e Donetsk. Al momento l’area si trova sotto il controllo delle forze separatiste. Le operazioni di conquista da parte dei ribelli sono state condotte da sue ovest e da nord est prendendo la città in poco tempo e lasciando alle forze ucraine la possibilità di ritirarsi verso Arteminsk.

Fondamentale è stato l’impiego dei veicoli corazzati russi e artiglieria pesante. La perdita della città è stato un grande colpo per gli ucraini dal punto di vista sia territoriale che logistico (Debaltseve infatti era uno degli ultimi cunei strategici che l’esercito ucraino aveva all’interno dei territori separatisti). Dopo questa conquista, le forze pro-russe sono in una posizione più forte rispetto a prima, avendo un collegamento ferroviario che unisce la Russia direttamente con la nuova linea di contatto.

I teatri d’azione: Maripuol

Questa città sarebbe il prossimo grande obiettivo dei ribelli.  Aleksandr Zakharchenko, capo delle forze di Donetsk ha dichiarato che Maripuol è un obiettivo strategico vitale perché permetterebbe al territorio dell’auto-dichiarata repubblica un sicuro approvvigionamento di acqua potabile. La città dopo il settembre 2014 ha scampato gran parte degli scontri ma a sud, fuori dalla città, i combattimenti continuano nonostante il cessate il fuoco. Lungo la città corre parallela alla costa sud l’autostrada H 20. Questa è già stata oggetto lotte tra i separatisti e i soldati ucraini. Questa città sarebbe un passaggio obbligato nel caso le forze ribelli decidessero di portare l’offensiva lungo la costa.

I teatri d’azione: Slaviansk

Slaviansk rappresenta la grande vittoria dell’esercito ucraino nello scenario. Ad aprile, piccoli contingenti russi, armati di armi leggere, aveva preso i palazzi governativi della città. Lo stesso mese il governo Ucraino ha lanciato la controffensiva liberando la base di Kramatorsk grazie all’impiego delle forze corazzate. A maggio, dopo una breve e tesa tregua, il governo lanciò un’offensiva su larga scala che portò alla conquista di tutti e 9 i check point intorno alla città. Un ruolo fondamentale è stato svolto dai veicoli corazzati e dalla superiorità numerica. La conquista della città, avvenuta a giugno, fece pensare ad una fine vicina della guerra in Ucraina. L’offensiva governativa è avvenuta in maniera veloce e efficace, ingaggiando gli avversari in maniera conseguenziale e attiva. La presa di Slaviansk è avvenuta in un momento in cui sicuramente il livello organizzativo e di potenza di fuoco dei ribelli era minore rispetto a quello di oggi e ciò ha giocato a favore dei militari ucraini.

I teatri d’azione: Crimea

La presa della Crimea a differenza degli altri scenari è avvenuta con un basso livello di violenza. Le truppe ucraine erano state ordinate di non ingaggiare a meno che non dovessero difendersi dal fuoco nemico. Questo ha permesso l’accerchiamento in breve da parte delle forze russe dei contingenti ucraini. La maggior parte delle operazioni è stata svolta dalla fanteria. L’impiego della marina e dell’aviazione è stato maggiormente di carattere preventivo e logistico. L’impiego di corpi speciali del GRU ha permesso di fare leva sula comunanza etnica della popolazione russa. Come dice Emmanuel Karagiannis dell’istituto di studi militari a Fort Leavenworth, Kansas: “The Russians have used very specialized, very effective forces. They don’t assume that civilians are cluttering up the battlefield; they assume they are going to be there. They are trained to operate in these kinds of environments”. A questo va aggiunto che l’intelligence russa era cosciente che le potenzialità di offensiva da parte dell’Ucraina erano piuttosto limitate e la promessa mobilitazione delle forze sul territorio si è rivelata presto un bluff governativo che non ha fermato l’avanzata di Mosca.

Gli scenari futuri

Ad un anno dal conflitto è ancora difficile stabilire quale sarà lo scenario ultimo dei combattimenti. Agenzie di intelligence e analisti da tutto il mondo continuano tutti i giorni a produrre scenari futuri analisi di contingenza. I piani di Putin rimangono ancora oscuri nel lungo periodo e solo il tempo rivelerà la natura dei fatti. Nei prossimi paragrafi tuttavia abbiamo riportato quelli che secondo noi rappresentano gli scenari più interessanti da prendere in considerazione. Fermo restando comunque che l’analisi condotta rimane meramente su un piano teorico.

Status quo

Congelare il conflitto sembra una scelta abbastanza logica in apparenza. In effetti la Russia ha già ottenuto quello che vuole con la creazione dell’ennesimo Stato proxy che securizzerebbe l’Ucraina dall’avanzata NATO. Il problema è che questa non è una soluzione attuabile nella situazione corrente. Le bande d’irregolari sul territorio sono ancora molte e Mosca deve fare i conti sia a Lugansk che a Donetsk con i sentimenti nazionalisti dei combattenti. I capi delle forze armate separatiste sono decisi ad andare fino ai confini amministrativi delle loro regioni e un eventuale rottura con i gruppi armati significherebbe per Mosca una grande grana proprio su confine orientale che fatica tanto a difendere.

Progetto “Novorassia”

Mentre oggi con il termine la stampa si riferisce a tutti i territori secessionisti, all’inizio dei combattimenti “Novorassia” identificava la possibilità per Mosca di unificare tutti i territori dagli Oblast secessionisti fino alla Trasnistria. L’obiettivo principale in questo scenario sarebbe sicuramente la città di Odessa la cui sottrazione porterebbe un grave colpo all’economia Ucraina. La nazione sarebbe definitivamente tagliata fuori dal Mar Nero soffrendo di conseguenza una grave perdita da un punto di vista strategico. Lo scenario include manovre d’incursione si larga scala che dovrebbero postare le forze pro-russe al di la del fiume Dniepr senza però i vantaggi di barriere naturali a difendere le forze pro-russe sul versante nord. La distanza tra il confine dei territori occupati e la Transnistria è di circa 700 KM. L’agenzia Stratfor per la realizzazione di tale scenario preventiva l’impiego di circa 30.000 uomini e un periodo di 14 giorni operativi. L’agenzia Mellow invece vede l’operazione più dilatata nel tempo preventivando un minimo di 20 giorni e l’impiego di 45.000 uomini.

L’opzione Dniepr

Uno scenario più realistico consiste nell’unificazione del territorio degli Oblast ribelli con il territorio della Crimea. Questo assicurerebbe un fronte comune per i territori occupati e permetterebbe anche di avere sicuri rifornimenti di acqua potabile. Forse però il vantaggio maggiore di questo scenario è l’ancoraggio delle forze di secessione all’elemento geografico più importante del territorio ucraino: il fiume Dniepr. Il territorio ucraino nella zona di riferimento è sostanzialmente pianeggiante e permetterebbe un avanzata della fanteria senza particolari ostacoli geografici. Il fiume sarebbe utilizzabile, una volta raggiunto, come un’efficace linea di difesa. Per questo tipo di operazione gli analisti preventivano l’impiego di circa 24,000-36,000 e due settimane operative. Questo scenario permetterebbe di prendere Maripuol e soddisfarebbe le aspirazioni dei ribelli. Il lato negativo dell’operazione è che lascerebbe le forze occupanti a difendere una stretta striscia di terra tra il mare e l’esercito ucraino per assicurare la comunicazione e i rifornimenti tra la Crimea e Donetsk.

Qualunque sia l’opzione che la Russia sceglierà in futuro sicuramente questa sarà commisurata agli obiettivi strategici di Mosca. La leva della minoranza rappresenta un fattore di cui la Russia non dispone al di fuori delle regioni russofone. Questo significa che spostandosi verso nord il livello di ingaggio e i tempi operativi sarebbero molto più dilatati e rischierebbero di innervosire l’occidente perché ci si avvicinerebbe pericolosamente agli stati baltici. È fuori da ogni dubbio che qualunque sarà la scelta di Mosca i russi continueranno a portare avanti piccole incursioni sul confine ucraino per sparpagliare ed indebolire il potere difensivo di Kiev. Tale strategia è stata la base dell’operazione “Ucraina” sin dalla prima ora e vista la superiorità numerica di cui godono i russi potrà portare altri vantaggi in futuro. Al momento la preoccupazione di Mosca è sicuramente quella di mantenere il controllo sulle forze ribelli che se dovessero soffrire di troppa autonomia potrebbero costituire un problema. A questo proposito sicuramente Mosca manterrà un ingaggio limitato commisurato alla forza difensiva ucraina di modo da non dare un margine di vantaggio troppo alto ai secessionisti e avere di conseguenza un’efficace leva nei loro confronti.

Il giorno della vittoria: memoria e politica della parata di Mosca

Il 9 maggio a Mosca si ricorda la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista. Tale celebrazione è molto sentita in Russia e quest’anno, nel clima di tensioni tra Russia e Stati Uniti, assume forti valenze politiche.

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Patriottismo putiniano

All’indomani del 1991, la disintegrazione dell’Urss e il cambio di regime politico imponevano una revisione delle celebrazioni pubbliche. L’anniversario della rivoluzione d’ottobre venne abbandonato, il primo maggio riproposto come una più innocua festa della primavera. Il giorno della vittoria invece sopravvisse e, con l’ascesa di Putin, si è affermato come principale ricorrenza del calendario russo.

Obiettivo principale di Putin era porre termine al degrado dell’era Eltsin e ripristinare il prestigio dello Stato, all’interno come all’esterno del paese. Un tale programma richiedeva anche di ridestare il senso patriottico dei cittadini e a tal fine il giorno della vittoria risultava la festa più adatta: come ha dichiarato Putin, il 9 maggio è “il giorno dell’orgoglio nazionale”. Tale significato è acuito dalla portata internazionale della vittoria del 1945. Per usare le parole del presidente russo, “il coraggio, la fermezza e la volontà inflessibile del popolo sovietico hanno salvato l’Europa dalla schiavitù. È il nostro paese che ha cacciato i fascisti dalla loro tana e li ha annientati (…) al prezzo di milioni di vite”. Queste frasi riflettono la convinzione che sia stata l’Urss, con i suoi oltre 20 milioni di morti, a offrire il maggior contributo alla disfatta tedesca.

L’Ue assente

Le connotazioni politiche del 9 maggio quest’anno sono molto forti. Per il 70° anniversario il Cremlino vuole fare le cose in grande. Ma soprattutto le celebrazioni avvengono nel contesto delle tensioni tra Mosca e Washington e sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea boicottano l’evento. Se Usa e Ue non possono fare granché per impedire la partecipazione di rappresentanti di paesi asiatici, africani o sud americani, essi sono determinati a scongiurare la presenza di capi di stato europei alla parata di Mosca.

Il caso più evidente è quello della Repubblica Ceca, dove il presidente Zeman ha a lungo respinto la richieste degli Usa di non recarsi a Mosca. Stanco dell’insistenza di Washington, Zeman aveva perfino dichiarato l’ambasciatore degli Usa persona non grata al palazzo presidenziale di Praga: “per l’ambasciatore Schapiro la porta del castello rimarrà chiusa”. Ma infine il presidente ceco ha dovuto piegarsi alle pressioni degli Usa e disdire, obtorto collo, la sua presenza alla parata del 9 maggio. Ciononostante, sembra scontata la presenza di altri paesi europei, come la Grecia. Il premier Tsipras ha già biasimato le sanzioni contro la Russia e ha tenuto a sottolineare le affinità storiche tra Mosca e Atene, dalla fede ortodossa fino alla “comune lotta contro il fascismo”.

L’elevazione del giorno della vittoria a principale festa russa riflette anche esigenze di politica estera. In questa sfera, obiettivo primario di Mosca è ripristinare i legami con le altre repubbliche un tempo parte dell’Urss e celebrare la vittoria sovietica contribuisce a ripristinare un senso di appartenenza comune. In fin dei conti, l’Urss era molto più della Russia e i non russi sono stati protagonisti della “grande guerra patriottica”, da Stalin fino a Meliton Cantaria, il soldato georgiano che issò la bandiera rossa sul Reichstag.

La dimensione culturale di uno scontro

Le implicazioni del giorno della vittoria inevitabilmente hanno interessato anche le altre ex repubbliche sovietiche. La narrativa ufficiale in alcuni di questi paesi ha rielaborato la storia dell’Urss come semplice occupazione russa del loro territorio. Parallelamente, sono stati riabilitati coloro che si erano battuti contro l’esercito sovietico, poco importa che gli stessi abbiano collaborato con i tedeschi e non di rado ne abbiano condiviso tanto l’ideologia fascista che l’aberrazione anti-ebraica.

Il caso più recente riguarda l’Ucraina, fronte caldo della nuova guerra fredda tra Russia e Usa. Peraltro, rispetto ad altri stati un tempo parte dell’Urss, l’interpretazione dell’era sovietica come mera occupazione russa ha meno appigli per l’Ucraina, un paese che, da Trotski a Breznev, ha dato figure di primo piano alla dirigenza sovietica. Ma in fin dei conti tale riscrittura della storia non poggia su esigenze interpretative, quanto piuttosto sulla volontà di promuovere una narrativa atta a legittimare l’obiettivo politico di rompere i ponti con Mosca.

Tra i casi più interessanti di riscrittura della storia vale la pena ricordare le parole del premier Jatseniuk, che in visita a Berlino ha citato l’”invasione sovietica dell’Ucraina e della Germania” durante la seconda guerra mondiale. È difficile credere che Jatseniuk, con il suo profilo da tecnocrate, condivida sinceramente le teorie dei gruppi ultranazionalisti. Più facile ritenere che egli sia consapevole dell’importanza che, per consolidare il nuovo corso filo-Usa e anti-russo del governo di Kiev, riveste una narrativa storica che presenti l’Ucraina come vittima sacrificale di Mosca.

La creazione di un nuovo immaginario collettivo implica un ampio programma culturale, che va oltre l’interpretazione della seconda guerra mondiale. Tuttavia, per le sue valenze simboliche, sembrano proprio gli eventi della seconda guerra mondiale al centro del dibattito. Così, mentre il governo di Kiev riabilita come patrioti quanti collaborarono con i tedeschi, il ministro degli esteri russo Lavrov condanna “la glorificazione del nazismo e la persecuzione di coloro che hanno salvato l’Europa dal fascismo”. Contemporaneamente, uno dei simboli più in voga tra l’opposizione ucraina è la “bandiera della vittoria”, il vessillo della divisione sovietica che nel 1945 conquistò il Reichstag.