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L’evoluzione del Partenariato Orientale: i casi di Ucraina, Moldova e Bielorussia

Il vertice dei leader dei membri dell’Unione Europea (Ue) e del Partenariato Orientale (PO), tenutosi virtualmente il 18 giugno scorso, ha ribadito l’importanza strategica dei Paesi dell’Est Europa nella politica estera dell’UE. I Paesi direttamente confinanti con l’Unione – Bielorussia, Moldova e Ucraina – hanno intensificato la propria cooperazione all’interno del PO, ma secondo tempi e modalità diversi l’uno dagli altri.

La video conferenza tra i 27 membri Ue, la Presidente della Commissione Europea von der Leyen, l’Alto Rappresentante Borrell e i sei partner orientali (Azerbaijan, Armenia, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina) ha trattato, oltre che della crisi legata al COVID-19, dello stato attuale e delle prospettive future del PO. Questo incontro è avvenuto in un momento cruciale, in cui vengono valutati i progressi inerenti ai ’20 obiettivi per il 2020’ prefissi per i partner orientali in ambito politico, economico e sociale e in termini di società civile e connettività. A 11 anni dall’istituzione del Partenariato, nato come diramazione della Politica Europea di Vicinato, sono ancora visibili alcune macrotendenze che, in misure diverse, interessano tutti i Paesi tra l’Ue e la Russia: il declino demografico dovuto alle migrazioni, il deficit in termini di sicurezza, e la mancata o accidentata transizione democratica. Tuttavia, il crescente policentrismo della regione, per il quale molteplici attori internazionali (come gli USA, la Cina e l’Ue stessa) condividono o si contendono l’area precedentemente controllata unicamente dall’Unione Sovietica, contribuisce ad alimentare le divergenze nei percorsi politici di Ucraina, Moldova e Bielorussia. L’Ue è cosciente di queste differenze, le quali hanno determinato la crescente dimensione ‘a più velocità’ del PO: Moldova e Ucraina, nonostante le rispettive specificità, sono arrivate ad occupare all’interno del Partenariato una posizione più avanzata rispetto alla Bielorussia in ambito politico, economico ed istituzionale. Per questo motivo, la performance legata ai ’20 obiettivi per il 2020’ di questi due Paesi risulta generalmente migliore.

Le traiettorie di Ucraina, Moldova e Bielorussia

L’Ucraina è legata all’Ue da un Accordo di Associazione (un framework normativo per i legami politici ed economici tra le due entità politiche), ha accesso alla Deep and Comprehensive Free Trade Area (DCFTA), e gode della liberalizzazione dei visti per soggiorni di breve durata nell’Unione. La cooperazione tra Kyiv e Bruxelles si svolge secondo il principio di condizionalità, per cui a fondi e aiuti europei devono corrispondere sviluppi politici nella direzione della democrazia e del rispetto dei diritti umani.  Questo ha portato a diversi successi, anche se problemi strutturali, primo fra tutti la corruzione, scoraggiano l’arrivo di fondi e investimenti dall’estero e rallentano i processi di riforma. La presidenza Zalensky ha fatto sperare in un ulteriore miglioramento nei rapporti con l’Ue grazie alla rinnovata vicinanza ai partner occidentali e simultaneamente all’apertura verso mediazioni con la Russia, determinanti per la stabilità economica, politica e sociale del Paese. Ma per quanto riguarda la lotta alla corruzione, leit motif della campagna elettorale di Zalensky, la strada si è rivelata più dura del previsto. Il fatto che diversi oligarchi ucraini (primo fra tutti Kolomoisky, legato personalmente a Zalensky) occupino ancora la scena politica, e che il governo Shmyhal, insediatosi lo scorso marzo, contenga personalità già note durante i governi precedenti, potrebbe ripercuotersi sulla portata dei fondi provenienti dall’Ue. Di fatto, nonostante la resistenza a processi di riforma radicale, tra i partner orientali l’Ucraina resta uno dei più impegnati ad allinearsi con politiche e valori dell’Unione.

La Moldova, come l’Ucraina (e la Georgia), è uno dei partner orientali più integrati con l’Ue. Il Paese fa anch’esso parte della DCFTA grazie ad un Accordo di Associazione, e partecipa attivamente ad iniziative per il raggiungimento degli obiettivi formulati nell’ambito del PO. La prospettiva di una crescente integrazione europea continua a determinare la politica interna ed estera di Chisinau ma, come in Ucraina, intenzioni e proclami non sono sempre andati di pari passo con riforme ampie e tangibili. Infatti, i principali progressi sono finora avvenuti in aree che non richiedono profondi cambiamenti strutturali in senso democratico, e in cui i vantaggi per la Moldova sono manifesti sul breve termine. I rapporti del Paese con l’Ue hanno subito variazioni notevoli, da un iniziale euroscetticismo, al ruolo di fiore all’occhiello del PO, alla disillusione da parte dell’Unione a seguito di importanti scandali bancari e alla distribuzione non omogenea tra la popolazione dei benefici apportati dalla cooperazione con l’Unione. Per questo l’Ue sembra sottolineare il carattere normativo del rapporto con la Moldova, specialmente in termini di diritti umani e stato di diritto. L’attuale primo ministro Chicu, nominato nel novembre 2019 a conclusione della crisi politica che ha colpito il Paese, benché sia considerato un tecnocrate e abbia rinnovato l’impegno nel confronti delle istituzioni occidentali, proviene da ambienti filo-russi. Ciò ha allarmato l’Unione, ma quest’anno Chicu ha rassicurato che il futuro del suo Paese è nell’integrazione europea. L’accesso all’Ue sembra ancora lontano, ma la Moldova rimane in prima linea tra i partner orientali.

La posizione della Bielorussia nel PO è differente. Il Paese non ha stipulato un Accordo di Associazione con l’Ue e si trova principlamente nella sfera di influenza della Russia, che rimane anche il primo partner commerciale, sebbene l’invasione russa della Crimea abbia determinato la rinascita del nazionalismo bielorusso. La presidenza di Lukashenko, soprannominato ‘l’ultimo dittatore d’Europa’, è caratterizzata da frequenti violazioni di diritti umani e dalla censura de facto dei media. Questo fa sì che i rapporti istituzionali rimangano deboli con l’Ue, che non si trova nelle condizioni di garantire a Minsk tanti fondi quanti quelli erogati ad altri membri del Partenariato. Oltretutto, l’acccesso del Paese a strumenti europei resta limitato anche a causa della non-adesione della Bielorussia al World Trade Organization e alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, dominata dalla Russia. La partecipazione della Bielorussia al PO non è mai stata scontata, ed è dettata più da considerazioni pragmatiche da parte di Minsk che dalla condivisione degli ideali europei. La differenziazione tra partner orientali più o meno integrati con l’Eu ha dunque permesso alla Bielorussia di perseguire progetti che non interferiscono eccessivamente nella politica del Paese. Inoltre, la dimensione multilaterale del Partenariato fa sì che anche se i rapporti con l’Ue restano tesi, la Bielorussia disponga di un quadro normativo in cui sviluppare le proprie relazioni con gli altri partner orientali. Recentemente si è assistito a quello che probabilmete è il maggiore successo delle relazioni bilaterali tra Ue-Bielorussia: l’entrata in vigore, lo scorso 1° luglio, degli accordi di facilitazione del rilascio dei visti e di riammissione dei migranti irregolari. Ma se l’ingresso nell’Ue nel medio termine per Ucraina e Moldova è improbabile, per la Bielorussia è ancora più remoto.

Le prospettive future

L’ammissione dei partner orientali nell’Ue rimane una prospettiva lontana anche per l’incompatibilità politica ed economica dei partner stessi con l’acquis comunitario, ma prima di tutto per motivi interni all’Unione, alle prese con le proprie sfide interne e la cosidetta ‘fatica da allargamento’. Questo non vuol dire che il PO non abbia recato benefici ad entrambe le parti e che non si stiano compiendo importanti passi in avanti. Lo scorso giugno, per esempio, il Parlamento Europeo ha invitato alla creazione di uno spazio economico comune tra Ue e i sei partner orientali. Il successo del Partenariato non dipende però solo dalla buona volontà dei partner orientali di perseguire riforme. Sarà compito dell’Unione sviluppare gli approcci differenziati adottati verso ciascun Paese, valutando con cautela allo stesso tempo i rapporti con la Russia. Inoltre, nell’ottica di un’ulteriore integrazione, l’Ue dovrà non solo rafforzare i legami con la società civile dei Paesi partner (per il cui scopo sono già a disposizione diversi strumenti istituzionali), ma anche monitorare l’opinione pubblica e favorire una corretta informazione sul PO nei 27 stati membri.

Marta Fraccaro,
Geopolitica.info

The Room Where It Happened: fine dei giochi per Trump?

“The Room Where It Happened: A White House Memoir” ancora non è in vendita ma già fa scalpore. Quando mancano pochi giorni dall’uscita del libro shock di John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Trump dall’aprile 2018 al settembre 2019, il Dipartimento di Giustizia ha presentato ad un giudice federale una richiesta d’urgenza per bloccarne la pubblicazione – in modo tale da evitare ripercussioni negative sulla figura del Presidente Trump in vista del 3 novembre – sostenendo che il testo presenti informazioni riservate e classificate.

The Room Where It Happened: fine dei giochi per Trump? - Geopolitica.info

La presenza di Donald Trump alla Casa Bianca ha già ispirato una lunga lista di letture, ma l’ultima dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale visto il ruolo ricoperto da quest’ultimo e considerando anche la natura delle sue affermazioni. Infatti, nonostante The Room Where It Happened: A White House Memoir – resoconto dei 17 mesi di Bolton come National Security Advisor – esca il 23 giugno, il contenuto al suo interno soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Cina del Presidente Trump, ha già fatto scoppiare un caso internazionale

Il 17 giugno, dopo un tentativo da parte dell’Amministrazione Trump di bloccare la pubblicazione del libro, è intervenuto il Dipartimento di Giustizia presentando ad un giudice federale un’ordinanza urgente, dichiarando che il libro conterrebbe informazioni riservate e classificate che Bolton non aveva l’autorizzazione a pubblicare. Infatti, secondo la richiesta, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale avrebbe violato l’accordo di segretezza sottoscritto con la Casa Bianca, evitando di sottoporre il libro al vaglio delle autorità prima della sua pubblicazione per verificare la presenza o meno di informazioni classificate. La sensazione però è che l’esposto del Dipartimento di Giustizia sia arrivato troppo tardi, perché l’editore Simon & Schuster ha già inviato copie del libro ai principali media e librerie. Non a caso, sempre lo stesso giorno, il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato estratti del libro dopo aver ottenuto delle copie pre-pubblicazione, mentre il Wall Street Journal ha pubblicato un contenuto esclusivo del libro firmato proprio da Bolton. 

La casa editrice ha poi dichiarato che “l’esposto di questa notte da parte del governo è insignificante. Centinaia di migliaia di copie del libro sono state già consegnate nel Paese e nel resto del mondo. L’ingiunzione del governo non otterrà nulla”. La risposta del Presidente Trump non si è fatta attendere. Durante un’intervista concessa a Fox News, il tycoon ha pesantemente attaccato Bolton definendolo un “guerrafondaio” e “bugiardo”. “Gli ho dato un’occasione, era un uomo fallito. È stato uno di quelli più in vista che diceva di voler andare in Iraq e le cose non sono andate tanto bene come sappiamo, ed io ero già contrario allora” ha dichiarato il Presidente. “Ha infranto la legge, sono informazioni molto riservate e non aveva l’autorizzazione. Ha violato la legge e ne pagherà le conseguenze” ha continuato Trump. 

Il segretario di Stato Mike Pompeo, direttamente coinvolto nel libro, è stato uno dei primi a prendere le difese di Trump: “Non ho letto il libro ma, dagli estratti che ho visto pubblicati, Bolton sta diffondendo una serie di menzogne, mezze verità e affermazioni completamente false. Bolton è un traditore che ha danneggiato l’America violando la sua fiducia nei confronti della propria gente. Per i nostri amici in tutto il mondo: sapete che l’America di Trump è una forza per il bene nel mondo”. È intervenuto anche Mark Meadows, Capo di Gabinetto della Casa Bianca: “Nulla di quanto Bolton ha toccato si è mai realizzato perché non era in grado di ottenere consenso all’interno dell’Amministrazione”. 

I contenuti del libro

I contenuti più importanti del libro sono stati svelati negli ultimi due giorni da principali media e testate giornalistiche americane. In tutte le 592 pagine del volume, basate su resoconti e su appunti di Bolton che includono numerosi dettagli di riunioni interne e citazioni attribuite a Trump e ad altri membri della sua Amministrazione, l’ex National Security Advisor attacca il tycoon per aver anteposto gli interessi personali a quelli nazionali, partendo dai rapporti con la Cina fino ad arrivare a quelli con l’Ucraina passando per Erdogan e Kim Jong-un. Inoltre, il libro contiene anche storie meno rilevanti ma alquanto singolari. Di seguito i punti più interessanti ricavati dagli estratti:

I rapporti con la Cina – l’aiuto chiesto a Xi Jinping, la questione uigura, Huawei/ZTE e il limite presidenziale: secondo quanto scritto da Bolton, Trump avrebbe chiesto al leader cinese di aiutarlo a vincere le prossime elezioni. Durante un colloquio avvenuto a margine del G20 tenutosi in Giappone nel giugno del 2019, l’ex National Security Advisor racconta di come, mentre i due stavano discutendo dell’ostilità americana nei confronti della Cina, Trump abbia spostato la conversazione alle imminenti elezioni presidenziali alludendo alle capacità economiche della Cina di influenzare le campagne in corso “supplicando Xi di assicurarsi che Trump vincesse”. Trump successivamente “ha sottolineato l’importanza degli agricoltori e l’aumento degli acquisti cinesi di soia e grano per il risultato elettorale”.

Nello stesso incontro il leader cinese ha anche difeso la costruzione dei campi che ospitano, secondo i documenti del Partito Comunista cinese trapelati a novembre, circa 1 milione di uiguri, minoranza etnica presente nella regione dello Xinjiang, e Trump avrebbe dato la sua approvazione. “Secondo il nostro interprete, Trump ha detto che Xi dovrebbe andare avanti con la costruzione dei campi perché pensava fosse esattamente la cosa giusta da fare”, ha scritto Bolton. Inoltre, viene riportato che Trump ha definito Xi come “il miglior presidente cinese degli ultimi 300 anni”.

Nell’ultimo estratto rilasciato dal Wall Street Journal, l’ex National Security Advisor ha dichiarato che ogni decisione presa da Trump durante il suo mandato è stata guidata da calcoli per ottenere la rielezione. Bolton riporta la gestione delle minacce poste dalle società cinesi Huawei e ZTE: il Presidente nel 2018 ha invertito le sanzioni che il Segretario del Commercio Ross e il suo Dipartimento avevano inflitto a ZTE, mentre nel 2019 si sarebbe offerto di invertire il procedimento penale contro Huawei se questo avesse aiutato nell’accordo commerciale. “Queste ed innumerevoli altre conversazioni simili con Trump hanno dato vita ad un modello di comportamento fondamentalmente inaccettabile che ha eroso la legittimità stessa della presidenza”, ha scritto Bolton.

Bolton ha poi affermato che durante il G20 di Buenos Aires del 2018, Trump abbia dichiarato al leader cinese che gli americani avrebbero voluto apportare cambiamenti costituzionali necessari per aumentare il limite di due mandati presidenziali: “Un momento interessante è arrivato quando Xi ha dichiarato di voler lavorare con Trump per altri sei anni e il tycoon gli ha risposto che la gente voleva che il limite costituzionale di due mandati presidenziali fosse abrogato per lui”. 

L’Ucraina e la critica ai democratici: per Bolton, la Casa Bianca avrebbe abbandonato e ricattato l’Ucraina per fini di politica interna. Secondo Trump, Kiev era un nemico che aveva cercato di ostacolare la sua campagna nel 2016. Il tycoon sarebbe stato contrario ad inviare loro aiuti di tipo militare fino a quando le autorità ucraine non avessero ripreso le indagini contro Hillary Clinton e Joe Biden. L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale sostiene invece di aver insistito molte volte con il Presidente affinché gli Stati Uniti sbloccassero gli aiuti all’Ucraina. Bolton ha poi criticato i democratici sulla questione dell’impeachment al Presidente, affermando che se non si fossero concentrati solo sulla questione ucraina ma avessero ampliato le indagini, probabilmente Trump sarebbe stato rimosso dall’incarico.

In merito a questo argomento, non sono mancate le critiche da parte di alcuni democratici tra cui Adam Schiff, presidente della Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, che ha scritto su Twitter: “Quando ai membri dello staff di Bolton fu chiesto di testimoniare alla Camera sugli abusi di Trump, lo fecero. Avevano molto da rimetterci ma dimostrarono coraggio. Quando fu chiesto a Bolton si rifiutò, e disse che avrebbe fatto causa se gli fosse stato presentato un mandato di comparizione. Invece, si è tenuto tutto per raccontarlo in un libro. Bolton sarà uno scrittore, ma non è un patriota”

Trump e Erdogan: Bolton racconta che Erdogan avrebbe consegnato a Trump un promemoria in cui dichiarava l’innocenza della società finanziaria turca Halbank messa sotto inchiesta dal procuratore del Distretto Sud di New York per aver violato le sanzioni iraniane. “Trump ha poi detto a Erdogan che si sarebbe occupato di tutto, spiegando che i procuratori del Distretto Sud non erano suoi uomini ma di Obama e che però li avrebbe sostituiti”. 

Il Venezuela e Putin: Trump avrebbe affermato che sarebbe “fico” invadere il Venezuela e che la nazione sudamericana era “veramente parte degli Stati Uniti”. Bolton ha scritto che in una telefonata del maggio del 2019 Putin ha dato una “brillante dimostrazione della propaganda in stile sovietico” paragonando Guaidó ad Hillary Clinton e ciò “ha ampiamente convinto Trump”. Secondo l’ex National Security Advisor, l’obiettivo di Putin era difendere il suo alleato Maduro. 

NATO, Regno Unito e Finlandia: Bolton ha scritto che ad un vertice della NATO nel 2018 Trump avrebbe deciso di uscire dalla NATO: “Usciremo e non difenderemo coloro che non hanno pagato”.

Bolton ha affermato come le conoscenze di Trump avessero molte lacune. Infatti, racconta che durante un incontro del 2018 con l’allora Primo Ministro britannico Theresa May, Trump chiese se il Regno Unito fosse effettivamente un Paese nucleare. Oppure, ricorda di quando, prima di un incontro con Putin ad Helsinki, il tycoon gli chiese se la Finlandia fosse “una specie di satellite della Russia”

Trump ridicolizzato da alcuni membri della sua Amministrazione: il libro di Bolton riporta diversi esempi di funzionari della Casa Bianca che deridono il Presidente. Quando divenne National Security Advisor, il Capo di Gabinetto John Kelly, lo avvertì dicendogli che era un brutto posto per lavorare. Si dice che persino Mike Pompeo, considerato uno dei più fedeli a Trump, abbia criticato a più riprese il tycoon soprattutto per le questioni con la Corea del Nord.

I tanti contenuti trapelati in questi giorni lasciano spazio a molte domande ma a poche risposte. Perché Trump avrebbe avuto veramente bisogno dell’aiuto di Xi? Perché il libro è uscito solamente ora a 4 mesi dalle presidenziali? Perché Bolton non ha raccontato tutte queste sue “avventure” durante le udienze per l’impeachment del Presidente? Tutto ciò avrebbe influenzato l’esito dell’impeachment? E ancora…quanto questo libro conterà sul risultato finale del 3 novembre?

Sarebbe impossibile dare una risposta univoca a tutte queste domande, senza considerare il fatto che Bolton e Trump non si erano lasciati nel migliore dei modi vista anche la controversia riguardo alle sue presunte “dimissioni”. Una cosa è certa: vero o non vero, quanto scritto dall’ex National Security Advisor rischia di influenzare ancora più negativamente la popolarità di Trump che ha già subito un calo drastico. Fine dei giochi?

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Un anno di Zelensky: il rapporto con la Russia e Putin

Un anno fa Volodymyr Zelensky si insediava come presidente in Ucraina, succedendo a Petro Poroshenko. Molto è stato scritto sulla sua elezione e su come la popolazione ucraina si sia affidata ad una personalità distante dalla vita politica tradizionale. In occasione del primo anniversario della sua presidenza, è utile osservare quali obiettivi siano stati raggiunti dal Presidente, in particolare nelle relazioni tra Ucraina e Russia. Nella sua campagna elettorale, Zelensky promise all’Ucraina un cambio di rotta per il suo Paese, un allontanamento dalla stancante politica dettata dal nazionalismo e dal militarismo di Poroshenko. Uno degli obiettivi principali di Zelensky era quello di normalizzare i rapporti con la Russia e uscire dall’impasse diplomatico/militare nelle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, e ottenere ciò senza compromettere i rapporti con l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare.

Un anno di Zelensky: il rapporto con la Russia e Putin - Geopolitica.info

Il primo faccia a faccia tra Zelensky e Putin si tenne nel novembre 2019 in occasione del “Formato Normandia”, quando i due presidenti discussero con Macron e Merkel della situazione nell’est dell’Ucraina. Il risultato fu il raggiungimento di un accordo nel quale veniva accettato uno scambio di prigionieri e veniva preso l’impegno di attuare il cessate il fuoco nel Donbass. Un ulteriore argomento di discussione del Formato Normandia ha riguardato l’indizione di nuove elezioni locali nel Donbass. La risoluzione era già stata considerata nell’Accordo di Minsk, ma Russia e Ucraina ancora non sono d’accordo sulla sequenza delle azioni da implementare, poiché per Mosca le elezioni si dovrebbero tenere prima della conclusione del conflitto, mentre per Kiev è importante riottenere il controllo della regione prima di organizzare le elezioni.

La differente interpretazione del conflitto nel Donbass, dunque, rimane una costante delle presidenze di Poroshenko e Zelensky, il quale finora non è riuscito ad ottenere grandi concessioni dalla Russia. Il fattore personale non deve venire sovrastimato; piuttosto è necessario porre attenzione sulla difficoltà che la politica ucraina trova nel tentativo di spingere il Paese al cambiamento.

Nonostante una sostanziale immutevolezza della situazione nel Donbass, Zelensky ha cercato di rapportarsi con Putin attraverso canali diversi. Uno di questi è rappresentato dal settore energetico: a dicembre 2019, Putin e Zelensky hanno negoziato un accordo sul transito del gas in territorio ucraino. Entrambe le parti hanno approvato alcune concessioni che hanno permesso di firmare un nuovo accordo il 20 dicembre scorso. Naftogaz, la compagnia ucraina che opera nel settore del gas, ha accettato la sottoscrizione di un accordo a breve termine, ovvero un contratto per il transito del gas limitato al solo 2020, in cui Naftogaz si impegna ad acquistare 65 miliardi di metri cubi di gas a prezzi simili a quelli offerti nei mercati europei (e non più a prezzi ridotti, come accadeva in precedenza). Gazprom si è impegnata a pagare quasi $3 miliardi in seguito alla decisione del Tribunale di Stoccolma che condannava la compagnia russa a risarcire Naftogaz per mancata fornitura di gas secondo i contratti stipulati.

Queste concessioni hanno stabilito un deciso passo in avanti nel recupero dei rapporti bilaterali. Non si può ancora parlare di conciliazione; tuttavia, il fatto che l’accordo sia stato firmato, oltre che dai rappresentanti di Russia e Ucraina, anche da Maroš Šefčovič, Vicepresidente della Commissione Europea, e che sia stato il Formato Normandia a portare a questo risultato rimette in gioco la possibilità per Occidente e Russia di stabilire relazioni normalizzate nel settore energetico.

L’intenzione del Presidente ucraino di negoziare direttamente con Putin riguardo le sanzioni dell’Occidente alla Russia (dunque, riguardo l’applicazione degli Accordi di Minsk) rientra negli obiettivi iniziali del suo mandato. Il problema per Zelensky è riuscire a relazionarsi con Mosca senza infastidire e allontanare i partner occidentali, Stati Uniti in primis. L’Ucraina ha aperto un’inchiesta per tradimento contro l’ex Presidente Poroshenko per le conversazioni tenute in passato con Joe Biden. Questa mossa è una mano tesa a Trump, un modo per confermare l’intenzione di Kiev di proseguire nell’avvicinamento al sistema occidentale. Nonostante ciò, la volontà di Zelensky di negoziare e normalizzare i rapporti con la Russia rappresenta un rischio che Washington vuole evitare. Gli Stati Uniti temono che il Cremlino possa recuperare influenza sul suo vicino, riportandolo ad essere un partner in bilico tra le due parti. Il Presidente ucraino in questo modo è riuscito a riportare l’attenzione delle cancellerie occidentali sul suo Paese.

Per riassumere, il primo anno in carica di Zelensky è stato caratterizzato da alcuni elementi che possono essere così elencati: la situazione in Donbass non ha registrato sviluppi di grande importanza, se non in parte rappresentati dalle negoziazioni tenute nel Formato Normandia di novembre scorso; il Presidente è riuscito ad ottenere la firma di un accordo per il transito di gas russo diretto in Europa occidentale che garantirà a Kiev introiti consistenti, ma limitati (per ora) al solo 2020; infine, il ruolo dell’Ucraina come oggetto di contesa si è rafforzato nell’ultimo anno, seppur in misura ridotta. In sostanza, Zelensky ha mantenuto alcune delle promesse fatte in campagna elettorale, ma le difficoltà che il Paese aveva un anno fa non sono scomparse durante il primo anno di mandato.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

Pace in Donbass: opportunità e rischi

La situazione in Ucraina sembrava in stallo da tempo. Il conflitto iniziato nel 2014 nell’Est del Paese tra i separatisti filorussi del Donbass e il governo centrale di Kiev ha provocato più di 13 mila vittime. Il dialogo che si era instaurato grazie agli accordi di Minsk del 2015 promossi dal, cosiddetto, Quartetto Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) si era presto esaurito nel 2016, non riuscendo ad implementare le misure concordate. Nel 2018, durante le elezioni in Donbass, la chiusura di Kiev nel disconoscere il risultato elettorale aveva inasprito l’impasse e si presagiva la possibilità di un’escalation delle tensioni nella regione. 

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Nel 2019 il dialogo si è riaperto, creando nuove possibilità per una distensione. Cos’è cambiato? L’avvento nella scena politica ucraina di  Volodymyr Zelensky, eletto presidente nell’aprile 2019 con il 73% dei voti; accompagnato dalla volontà del popolo ucraino di cambiamento, egli ha reso la soluzione pacifica alla crisi in Donbass il punto principale del suo programma elettorale.

In questo nuovo clima in cui Zelensky è sostenuto da un forte consenso interno e gode di una maggioranza assoluta in parlamento, Mosca si è dimostrata favorevole a riprendere le trattative, vedendo appunto nel nuovo presidente ucraino un interlocutore con cui poter raggiungere risultati concreti. Inoltre, la risoluzione del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk rientra negli interessi del Cremlino, il cui sostegno ai separatisti rappresenta un carico finanziarioaggravato ulteriormente dal peso delle sanzioni.

Progressi e difficoltà

Queste permesse si sono concretizzate nelle prime azioni della presidenza di Zelensky: infatti, a settembre 2019 il parlamento ucraino ha accettato il ritiro delle truppe da tre aree di confine e sottoscritto uno scambio di prigionieri. Tutto ciò ha reso possibile il primo incontro tra Putin e Zelensky, il 9 dicembre 2019 a Parigi in cui si è ribadita la necessità di stabilizzare la regioneTuttavia, quando la discussione concerne le modalità di risoluzione del conflitto, le posizioni sono varie e contrastatiInfatti, il presidente Zelensky si è detto favorevole alla cosiddetta “Formula Steinmeier” proposta nel 2016 dall’ex ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier con l’obiettivo di aggirare le dispute che impediscono l’implementazione dei secondi accordi di Minsk. In particolare, questi ultimi prevedono elezioni libere e la concessione da parte di Kiev dello “status speciale”, e quindi di più autonomia, alle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. 

Tuttavia, le parti coinvolte non concordano sull’ordine con cui queste procedure si dovrebbero implementare. Da una parte, Kiev teme che la concessione dello status speciale legittimerebbe l’attuale regime in Donbass, rafforzando ulteriormente il distacco del governo centrale. Dall’altra, Mosca e i separatisti sostengono la tesi opposta, chiedendo prima di tutto l’autonomia. La Formula Steinmeier prevede che lo status speciale di queste regioni venga attuato esattamente il giorno in cui si svolgeranno elezioni libere e democratiche secondo gli standard dell’OSCE. 

Il ritiro delle forze militari rimane comunque la prima azione necessaria in questa direzione, in quanto faciliterebbe un cessate il fuoco stabile e duraturo e permetterebbe lo svolgimento di libere elezioni. Tuttavia, questa operazione è molto problematica e controversa. Da una parte, Mosca dovrebbe ritirare truppe che non ha mai ammesso di avere sul campo; dall’altra i separatisti, scettici sul ritiro da parte di Kiev, preferiscono continuare a mantenere il controllo militare. 

L’accettazione della formula Steinmeier può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio per l’Ucraina. Da una parte, la mossa del neopresidente ucraino è abile: apre nuove possibilità per la pace e allo stesso tempo non danneggia la sovranità e la sicurezza di Kiev. 

Dall’altra, i sondaggi sulla popolarità del presidente cambiano molto quando si tratta dei compromessi necessari per la risoluzione della crisi. Infatti, Zelensky ha ricevuto molte critiche interne: mentre si trovava a Parigi con Putin, Merkel e Macron, migliaia di manifestanti si sono riuniti a Kiev per opporsi all’adesione alla formula Steinmeier e l’ala nazionalista più radicale lo ha definito traditore.

L’incontro di Parigi tra Putin e Zelensky non è quindi stato particolarmente proficuo, benché sia stato un primo passo per il dialogo. I temi più complessi (controllo dei confini, le condizioni di integrazione del Donbass e il disarmo) sono stati rimandati all’incontro di Berlino che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, poi posticipato a causa del Covid19. Ciò nonostante, i negoziati stanno continuando, dimostrando la disponibilità politica delle parti. Infatti, l’11 marzo scorso il responsabile dell’Ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak e il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Dmitry Kozak hanno firmato un protocollo promosso dall’OSCE, dalla Francia e dalla Germania. Esso contiene raccomandazioni non vincolanti per l’implementazione dei secondi accordi di Minsk del 2015: sono state definite ulteriori zone di confine da cui verranno ritirate forze militari e armamenti, l’apertura di due nuovi punti di entrata ed uscita lungo i 450 km di confine e l’impegno per un altro scambio di prigionieri. 

Prospettive future

Ulteriori provvedimenti, però, si potrebbero intraprendere per facilitare e rafforzare il dialogo. 

La presidenza ucraina dovrebbe elaborare una chiara strategia di comunicazione che spieghi pubblicamente in cosa consista la Formula Steinmeier e miri a ricostruire le relazioni e la fiducia della popolazione nelle regioni separatiste. Con queste premesse si potrebbe implementare il cessate-il-fuoco effettivo, attraverso precise regole e provvedimenti. Infatti, solo a marzo di quest’anno l’OSCE ha registrato più di 11 mila violazioni. Inoltre, sarà necessario che tutte le parti mantengano un impegno costante e credibile per continuare i negoziati degli accordi di Minsk promossi dal quartetto Normandia. 

A differenza di Zelensky che fin dalla campagna elettorale ha dichiarato come suo principale obiettivo politico la risoluzione della crisi, il Cremlino non lo ritiene un problema da risolvere a breve termine. Tuttavia, la stabilizzazione della regione porterebbe numerosi vantaggi per Mosca, sia dal punto di vista interno che estero. Un concreto impegno nel processo di pace in Donbass sarebbe un chiaro segnale anche nei confronti dell’Unione Europea, portando un miglioramento delle relazioni bilaterali. Verosimilmente Bruxelles potrebbe prendere in considerazione una revisione delle sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Russia. Questo andrebbe anche a vantaggio di Putin da un punto di vista di politica interna. Le sanzioni infatti pesano sull’economia russa, già da lungo tempo in fase di stagnazione. A causa di questa situazione, Putin ha visto dimezzata la fiducia dei cittadini nei suoi confronti, che negli ultimi due anni è passata dal 59% del 2017 al 35% di gennaio 2020.

La necessità della risoluzione del conflitto russo-ucraino è condivisa da tutte le parti. Tuttavia, sono ancora molti i punti da discutere e definire, a cominciare dalle condizioni per il ritiro definitivo delle truppe. Inoltre, considerate le continue violazioni del cessate il fuoco, non sarà certamente facile trovare un accordo tra Kiev, Mosca e i separatisti filorussi; ma la ripresa del dialogo nel dicembre scorso ha aperto nuove possibilità per la stabilizzazione del Donbass.

Chiara Minora,
Geopolitica.info

L’Ucraina si affida al giovane Zelensky. Dove porterà la voglia di rinnovamento?

Il popolo ucraino rinnova la fiducia al neopresidente Volodymyr Zelensky dopo il 73% delle scorse presidenziali. L’ex attore comico ha ottenuto anche la maggioranza in parlamento e può procedere alla formazione del nuovo governo. Adesso il suo programma ricco di promesse dovrà farsi strada tra la situazione sempre più calda con Mosca e il possibile interessamento dell’Occidente.

L’Ucraina si affida al giovane Zelensky. Dove porterà la voglia di rinnovamento? - Geopolitica.info

Una sola parola: rinnovamentoÈ questo che ha spinto sin dallo scorso marzo i cittadini a sostenere il 41enne Zelensky, volto inedito sulla scena politica ucraina. Quello che era solo il sogno del protagonista di una serie tv interpretata dallo stesso neopresidente, è divenuto incredibilmente realtà. Dopo mesi di interviste in cui scherzosamente si parlava di una sua candidatura alla guida del Paese, l’attore comico la annunciò davvero in un discorso televisivo, forte di sondaggi molto favorevoli. Da allora la campagna elettorale fu portata avanti principalmente sui social, evitando confronti diretti con la stampa e gli avversari. I cittadini da tempo reclamavano un cambiamento radicale nella classe politica. Questa, ritenuta obsoleta e corrotta, non è stata in grado di risolvere i principali nodi del Paese. Una pesante crisi economica, l’instabilità politica e la perenne conflittualità con Mosca sono emergenze per cui si pretendono risposte concrete. L’ambizioso programma di Zelensky, che promette di risolvere questi problemi, è stato decisivo nell’attrarre consenso. Ora che oltre alla presidenza ha conquistato anche il parlamento, il giovane presidente dovrà dimostrare che il suo è qualcosa di più di un sogno ad occhi aperti        

Vincitore il 21 aprile nel ballottaggio delle presidenziali contro l’uscente Petro Poroshenko, il leader del partito Servo del Popolo (Sluha naroduha raccolto i voti di quanti si sentivano disillusi dalla politica precedente.Le elezioni per il rinnovo del parlamento unicamerale (Verchovna Rada) si sono svolte con tre mesi di anticipo. Il nuovo capo dello Stato, appena un mese dopo la vittoria, annunciò nel suo discorso di insediamento l’intenzione di sciogliere la cameraanticipando le elezioni parlamentari previste in autunno. Il 43% ottenuto consegna all’attuale presidente la sicurezza di poter raggiungere i 226 seggi su 450 necessari per la maggioranza assoluta, primo caso in Ucraina dall’indipendenza del 1991. In ogni caso sarà necessario collaborare con gli altri partiti, se si vorranno attuare riforme costituzionali. Quest’ultime prevedono l’approvazione dei due terzi del parlamento, ovvero almeno 300 voti. 

Alle spalle di Servo del popolo, con il 12% dei consensi la Piattaforma di Opposizione (Opozycijna platforma) si afferma come secondo partito, un movimento politico che promuove il pieno risanamento delle relazioni con la Russia.    

Nonostante fosse un outsider, Zelensky ha battuto nella corsa alla presidenza non solo l’esperto Poroshenko, ma anche l’ex premier Yulia Tymoshenko. Il distacco da entrambi è stato netto, e il successo si è ripetuto anche lo scorso 21 luglio. Il partito del presidente uscente Solidarietà europea (Evropejs’ka Solidarnist’) ha raccolto appena l’8,7%. Stessa magra percentuale per Madrepatria (Bat’kyvščyna) della Tymoshenko. Anche la paladina della “rivoluzione arancione” del 2004 è stata travolta dall’ondata di novità, nonostante la posizione favorevole all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione europea.   

L’inesperienza di Zelensky non ne ha fermato l’ascesa. Probabilmente è stato proprio il suo essere un homo novus della politica ad attrarre un elettorato desideroso di vedere volti nuovi. I detrattori ipotizzano che dietro al suo successo possa esserci la regia dell’oligarca Igor Kolomoiski, nemico di Poroshenko e proprietario del network dove lavorava Zelensky come uomo di spettacolo. Il suo programma poggia su due colonne portanti: unità nazionale e cambiamento socio-economico. Altri punti centrali sono la lotta alla corruzione e una soluzione diplomatica per le questioni in sospeso con la Russia.  

Da ormai cinque anni tengono banco i conflitti in Crimea e Donbass, entrambe al momento senza possibilità di sviluppi concreti. Prima l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina, poi la questione linguistica a discapito dell’insegnamento del russo hanno inasprito ancora di più le relazioni tra i due paesi. Inoltre, i 24 marinai ucraini arrestati nel novembre 2018 dalle autorità russe nello stretto di Kerch sono tuttora detenuti.  e, da ultimo, lo scorso 25 luglio una nave russa ritenuta coinvolta in quell’episodio è stata sequestrata col suo equipaggio per ordine di Kiev, scatenando le proteste del Cremlino. Questa è la pesantissima eredità lasciata a Zelensky dai suoi predecessori.        

Il leader di Servo del Popolo si è sempre dichiarato favorevole al dialogo con Mosca, preferendo una soluzione pacifica al persistere di crisi militariAll’indomani dei risultati delle elezioni parlamentari, il ministero degli Esteri russo ha diffuso un comunicato a riguardo: si enfatizza la bocciatura del popolo ucraino verso le autorità precedenti e si auspica che il nuovo parlamento usi saggiamente la fiducia accordatagli. Lo scorso 11 luglio è avvenuto il primo contatto telefonico col presidente russo Vladimir Putin. L’iniziativa è partita da Kiev, come confermato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. I due presidenti hanno avuto modo di discutere della delicata situazione nell’est dell’Ucraina e di un possibile scambio di prigionieri.  

In campagna elettorale Zelensky non ha risparmiato critiche per le aggressioni militari russe in Ucraina. Inoltre, espresse il suo sostegno alle manifestazioni dell’Euromaidan, quando la sospensione decisa dal governo dell’accordo di associazione DFCTA con l’UE scatenò accese proteste tra il 2013 e il 2014.    

Qual è stata la reazione dell’Occidente al nuovo corso ucraino? Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, a margine del vertice UE-Ucraina tenutosi l’8 luglio a Kiev, definisce le relazioni le migliori possibili, basate su reciproca amicizia. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha visitato insieme a Zelensky alcuni luoghi del conflitto in Donbass. Tusk ha fatto presente come in questa crisi l’Ucraina abbia rispettato gli accordi presi per il disimpegno, a differenza di quanto fatto dalla Russia. Recentemente, il nuovo Presidente ha inoltre ricevuto l’inviato speciale statunitense per l’Ucraina Kurt Volker. Tale incontro ha fornito l’occasione per discutere del conflitto nel Donbass, e il giovane leader ucraino ha potuto ampiamente registrare l’importante sostegno degli Stati Uniti. 

Nonostante la retorica antirussa e le posizioni moderate tendenti al dialogo, Zelensky si è posto come candidato antiestablishment critico dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale. L’Ucraina rappresenta strategicamente un obiettivo importante sia a Ovest che a Est, e per questo Bruxelles da anni ne incoraggia le riforme in vista di una futura adesione all’Unione (ed eventualmente alla NATO). Nel 2016 però, l’Accordo di associazione fu respinto, e con esso le promesse fatte a Kiev. L’allargamento a est dell’UE rappresenta un tasto dolente, vista anche la recente vicenda dello slittamento dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord. Alcuni paesi europei restano scettici all’idea di includere nuovi membri, a causa delle tante frizioni e incomprensioni interne. Sarà fondamentale attendere gli sviluppi e capire quanto lo scetticismo di Zelensky verso l’Europa sia forte.        

Il popolo ucraino ha messo il suo futuro completamente nelle mani di un ex attore comico inesperto, i cui impegni elettorali ora reclamano concretezza. La coesione nazionale e il rinnovamento auspicati dal giovane presidente dovranno farsi spazio tra le pressioni diplomatiche e militari russe da un lato e le allettanti promesse occidentali dall’altro.  


Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale

Ucraina e Russia, e nel mezzo due ferite sempre aperte: la Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk. Era pronosticabile del resto, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe portato la tensione tra i due stati alle stelle; complici forse i recenti anni di scontri in Siria e l’attenzione mondiale sul Medio Oriente, la diplomazia internazionale sembrava aver  dimenticato cosa stesse accadendo nel Donbass e nelle due repubbliche separatiste filo-russe.

Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale - Geopolitica.info

L’insoluta situazione che si è creata al confine est ucraino, ha fatto sì che in questi quattro anni di scontri, il governo di Kiev pur di piegare i ribelli non si sia preoccupato di coinvolgere nel conflitto anche civili e  obiettivi non militari, pur di far prevalere l’esercito ucraino sui  separatisti. Secondo stime ONU, il presidente della missione Fiona Frazer per il Donbass, ha dichiarato pochi mesi fa che “Durante il periodo di conflitto, dal 14 aprile 2014 al 15 maggio 2018, abbiamo registrato nel Donbass la morte di 3.023 civili, mentre altri 7-9 mila sono rimasti feriti”.

Attualmente come spesso avviene in questi casi, nel gioco delle parti ricostruire la vicenda con esattezza risulta impossibile e ovviamente i governi di Mosca e di Kiev cercando di imputare rispettivamente all’altro le colpe dell’incidente che è avvenuto la notte tra il 25 e il 26 novembre, anche se a prima analisi potrebbe risultare  attendibile la versione dello sconfinamento ucraino.

Infatti, mentre da una parte Kiev ha denunciato che le navi da guerra russe hanno fatto fuoco su due imbarcazioni della propria Marina, al culmine di un escalation che si è consumata intorno allo stretto di Kerch, che divide la penisola contesa dal territorio continentale della Federazione russa, i russi sostengono che le imbarcazioni ucraine abbiano sconfinato sul mar Nero. Ma perché dovrebbero essere stati gli ucraini i possibili provocatori di una simile escalation? Le ragioni potrebbero essere riassunte come di seguito.

Innanzitutto, il mare di Azov, epicentro in cui è avvenuto il fatto, altro non è che una sezione settentrionale del Mar Nero, collegata ad esso solamente attraverso lo Stretto di Kerč. Il mare di Azov quindi risulta essere strategico per la difesa  delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck, in quanto il mare stesso bagna le coste dell’intera sezione orientale dell’Ucraina che reclama l’indipendenza;  inoltre in quella sezione di mare si trova la base militare russa di Sevastopol, che la Marina Militare del Cremlino reputa di fondamentale importanza per coordinare l’intere operazioni sul mediterraneo.

Quindi, anche se lo sconfinamento di per sé è un atto provocatorio che non lascia gravi conseguenze tra due stati, basti pensare ai continui  e (fortunatamente) impuniti sconfinamenti da parte di veicoli militari che si verificano quotidianamente nei cieli di tutti il mondo, in questo caso  lo sconfinamento da parte della Marina ucraina, come detto in precedenza, è avvenuta in una zona di fondamentale importanza per i Russi e il Cremlino con l’arresto dei marinai ed il sequestro delle imbarcazioni ha voluto dare un segnale forte a chiunque pensasse che Mosca voglia desistere sulla questione del Donbass.

Oltre a questo però, la condotta e la linea tenuta dal presidente Poroshenko sembra essere stata fin da subito quella di chi ha visto nell’escalation una propria opportunità politica, difatti non molte ore dopo, il governo ha deliberato di chiedere al Parlamento di dichiarare la legge marziale, come conseguenza dell’incidente sullo stretto di Kerch.

Forse questo avvenimento potrebbe essere decisivo per poter completare il progetto di fare dell’Ucraina uno stato militarizzato a guardia dell’Europa e del Mediterraneo pronto a levarsi contro la Russia.  Ipotizzare che questa mossa da parte del presidente Poroshenko fosse stata premeditata in modo da annullare le prossime elezioni presidenziali, risulta essere un po’ troppo azzardata e fantasiosa, ma che egli  voglia trarre il massimo vantaggio da una situazione di perenne conflitto con la Russia risulta essere un dato di fatto vista la celerità con il quale si è adoperato a dichiarare la legge marziale.

Se bastasse però uno solo di questi avvenimenti per far precipitare le relazioni tra due Stati e voler imporre nel proprio paese il “governo dei militari” cosa avrebbe dovuto fare la Russia quando lo scorso settembre Israele ha abbattuto un aereo russo dentro lo spazio aereo siriano? O nel 2015 quando i militari turchi hanno abbattuto un altro aereo russo che bombardava i terroristi dell’ISIS? O come avrebbe dovuto agire il governo italiano nel caso dei due Marò, che furono reclusi ingiustamente per anni in India? O quando lo scorso 10 ottobre sono stati sequestrati dalle autorità libiche due pescherecci di Mazara del Vallo? O nei casi di sconfinamento da parte delle Gendarmeria Francese nel Nord Italia?

L’evoluzione della politica estera di Putin: uno sguardo su Ucraina, Siria ed Eurasia

Dopo la caduta dell’URSS la comunità internazionale divenne una struttura unipolare, guidata dai soli Stati Uniti. La neonata Federazione Russa ereditò un’economia debole ed una credibilità internazionale ai minimi termini.
La strada verso il ritorno tra i grandi del pianeta passa anche per le posizioni assunte negli eventi che coinvolgono le potenze mondiali. La Russia prova a fare proprio questo, così in Ucraina, come in Siria. Non meno importante è la scelta degli alleati ed il rapporto stretto con loro, proprio come è per la Russia nello spazio euroasiatico.

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Il caso Ucraina: la Crimea ritorna alla Russia

Quello che chiamiamo caso ucraino, si scatenò con la rivoluzione arancione del 2004 e le seguenti trattative per l’entrata dell’Ucraina nello spazio economico europeo, con il Presidente Juscenko. Non tutti i cittadini ucraini, però, intendevano divenire membri della famiglia europea, soprattutto nell’est e sud Ucraina.

A sconvolgere i piani ed aggravare la tensione furono le decisioni assunte dal nuovo Primo Ministro ucraino Viktor Janukovyč, che doveva condurre il Paese nel mercato europeo, ma che gelò ogni aspettativa occidentale sull’imminente integrazione ucraina nell’alleanza militare della Nato.

La presenza della Russia si fece significativa qualche anno dopo, quando nel 2010 Janukovyč divenne Presidente dell’Ucraina e firmò un accordo che permetteva alla Russia di mantenere la propria flotta nella base di Sebastiopoli, fino al 2042.

Sulla gravità della situazione ucraina si pronunciò lo stesso Parlamento europeo, con la RIS. 2012/2889, esprimendo forte preoccupazione per la diffusione dei sentimenti nazionalistici russi.

L’intervento russo avvenne a seguito della richiesta di aiuto indirizzata a Putin dal governo legittimo di Kiev. Di li a poco, Russia, Usa, Ue e rappresentati di Kiev firmarono l’accordo di Ginevra per l’allentamento della tensione e lo scioglimento dei gruppi illegali armati – che fu però disatteso.

La Crimea tornò alla Russia, conformemente all’Atto Finale di Helsinki (1975) sulla sicurezza e la cooperazione europea, ed al suo principio di autodeterminazione dei popoli. In più occasioni, Mosca ha ribadito l’annessione della Crimea, completata con il rifornimento di gas e la costruzione del ponte russo-crimeano sullo stretto di Kerch.

La Siria: da sempre nella storia della Russia

La Russia di Putin è sensibile alle vicende siriane, in quanto la Siria è uno storico alleato di Mosca ed occupa un’importante posizione strategica nella geopolitica del Medio Oriente.

La relazione politica tra Mosca e Damasco ha infatti radici lontane, in particolare dopo gli Accordi di Camp David (1978), quando la Siria divenne l’unico partner sovietico nel Medio Oriente. Nel 1980, URSS e Siria firmarono un Trattato di Amicizia, atto a difendere militarmente la Siria.
Dopo la fine dell’URSS, i rapporti però si raffreddarono, ed il suo ritorno è inteso ad ostacolare i progetti occidentali: estromettere la Russia dal Medio Oriente attraverso la costruzione di infrastrutture energetiche, passando per i territori non-russi ma vicini ai confini ex-sovietici.

Anche in questo caso, l’arrivo di Vladimir Putin segnò l’inizio di una precisa politica estera. L’allargamento dell’influenza di Mosca e la ripresa di posizioni militari nei territori partner ai suoi confini hanno rimesso la Russia in una posizione anti-egemonica, nella regione e nello scacchiere internazionale.

Quel che ha scatenato il confronto in Siria tra Russia e Usa è il tentativo di un regime change in uno Stato storicamente alleato e alle porte della Russia, per entrambe le superpotenze generali politiche di “Pivot to Asia”. Un tentativo contemporaneo alla crescita dello Stato Islamico, che assieme ai gruppi siriani anti-Assad (finanziati da Usa ed Occidente) hanno messo a serio rischio l’esistenza della Siria e del suo popolo (a maggioranza sunnita e guidato da uno sciita). L’obbiettivo era quello di rovesciare Assad ed influenzare l’area, contro la soluzione politica e l’autodeterminazione del popolo siriano proposte dalla Russia.

La Russia è stata così capace di difendere la Siria tanto dal terrorismo jihadista, tanto dalle potenze occidentali, che volevano disgregarla per farne un avamposto. L’ha difesa con aiuti umanitari, militari e diplomatici, riuscendo a legittimare la sua presenza nella regione, nell’intento di aumentare la propria influenza, a scapito proprio degli Usa.

Lo spazio russo nell’Eurasia

Dopo solo un anno dall’inizio della sua presidenza, Putin mise in campo una nuova politica estera e di vicinato. Infatti, già nel 2001, strinse un importante accordo con i partner asiatici: la SCO – organizzazione per la cooperazione di Shanghai. I membri che sottoscrissero tale documento si impegnavano collettivamente per una maggiore cooperazione in economia e in sicurezza: Russia, Cina, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India e Pakistan. Tre mali furono messi all’indice: terrorismo, separatismo ed estremismo.

L’anno dopo fu la volta del CSTO – Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia e Tajikistan si coalizzarono per una maggiore solidarietà, scongiurando la minaccia e l’uso della forza nelle future controversie. Gli stessi membri associarono poi le strutture CSTO a quelle dell’SCO nel 2007.

Accanto alle strutture militari, la Russia ha sviluppato, dal 2011 e dal 2014, quelle strettamente economiche, intese come alternative al potere di dollaro ed euro: Russia, Bielorussia e Kazakhstan si unirono nell’Unione Economica Eurasiatica.

Gli sviluppi più importanti sono ovviamente quelli registratisi tra le due maggiori potenze dell’Asia, ovvero Cina e Russia. Assieme guidano la SCO e le strutture economico-militari, grazie ad una sempre maggiore cooperazione in materia di commercio, investimenti tecnologici e diritti umani. “Power of Siberia” è il loro progetto del 2015: un anello di congiunzione tra il territorio russo e quello cinese. La stretta collaborazione si accentua poi nella Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, che dal 2014 si presenta come alternativa all’FMI.

Conclusioni

A livello accademico e politico, viene posto l’interrogativo se, con le sue azioni in Ucraina, Siria e le alleanze nell’Eurasia, la Russia stia cercando di ricostituire lo schema visto nella Guerra fredda e della contrapposizione Est – Ovest e tra superpotenze mondiali. Sebbene il Mondo sia cambiato dal secolo scorso, vi è sicuramente il tentativo da parte della Russia di riproporsi come alternativa agli Usa. Un filo rosso collega, in realtà, la Russia zarista, quella sovietica e quella attuale. Un lungo collegamento accomunato da alcuni elementi: una geografia impegnativa (molte frontiere naturali), una economia relativamente debole, un forte sentimento di eccezionalità (come tutte le superpotenze) e la presenza di una personalità forte (in grado di accentrare su di sé la guida di tutta la popolazione). Se da una parte è, quindi, chiaro il tentativo di porsi alla guida dell’Eurasia, dall’altro vi è la volontà di rappresentare, di nuovo, Stati e nazioni che si collocano contro l’influenza statunitense, anche alla conquista dello spazio europeo.