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Pace in Donbass: opportunità e rischi

La situazione in Ucraina sembrava in stallo da tempo. Il conflitto iniziato nel 2014 nell’Est del Paese tra i separatisti filorussi del Donbass e il governo centrale di Kiev ha provocato più di 13 mila vittime. Il dialogo che si era instaurato grazie agli accordi di Minsk del 2015 promossi dal, cosiddetto, Quartetto Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) si era presto esaurito nel 2016, non riuscendo ad implementare le misure concordate. Nel 2018, durante le elezioni in Donbass, la chiusura di Kiev nel disconoscere il risultato elettorale aveva inasprito l’impasse e si presagiva la possibilità di un’escalation delle tensioni nella regione. 

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Nel 2019 il dialogo si è riaperto, creando nuove possibilità per una distensione. Cos’è cambiato? L’avvento nella scena politica ucraina di  Volodymyr Zelensky, eletto presidente nell’aprile 2019 con il 73% dei voti; accompagnato dalla volontà del popolo ucraino di cambiamento, egli ha reso la soluzione pacifica alla crisi in Donbass il punto principale del suo programma elettorale.

In questo nuovo clima in cui Zelensky è sostenuto da un forte consenso interno e gode di una maggioranza assoluta in parlamento, Mosca si è dimostrata favorevole a riprendere le trattative, vedendo appunto nel nuovo presidente ucraino un interlocutore con cui poter raggiungere risultati concreti. Inoltre, la risoluzione del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk rientra negli interessi del Cremlino, il cui sostegno ai separatisti rappresenta un carico finanziarioaggravato ulteriormente dal peso delle sanzioni.

Progressi e difficoltà

Queste permesse si sono concretizzate nelle prime azioni della presidenza di Zelensky: infatti, a settembre 2019 il parlamento ucraino ha accettato il ritiro delle truppe da tre aree di confine e sottoscritto uno scambio di prigionieri. Tutto ciò ha reso possibile il primo incontro tra Putin e Zelensky, il 9 dicembre 2019 a Parigi in cui si è ribadita la necessità di stabilizzare la regioneTuttavia, quando la discussione concerne le modalità di risoluzione del conflitto, le posizioni sono varie e contrastatiInfatti, il presidente Zelensky si è detto favorevole alla cosiddetta “Formula Steinmeier” proposta nel 2016 dall’ex ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier con l’obiettivo di aggirare le dispute che impediscono l’implementazione dei secondi accordi di Minsk. In particolare, questi ultimi prevedono elezioni libere e la concessione da parte di Kiev dello “status speciale”, e quindi di più autonomia, alle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. 

Tuttavia, le parti coinvolte non concordano sull’ordine con cui queste procedure si dovrebbero implementare. Da una parte, Kiev teme che la concessione dello status speciale legittimerebbe l’attuale regime in Donbass, rafforzando ulteriormente il distacco del governo centrale. Dall’altra, Mosca e i separatisti sostengono la tesi opposta, chiedendo prima di tutto l’autonomia. La Formula Steinmeier prevede che lo status speciale di queste regioni venga attuato esattamente il giorno in cui si svolgeranno elezioni libere e democratiche secondo gli standard dell’OSCE. 

Il ritiro delle forze militari rimane comunque la prima azione necessaria in questa direzione, in quanto faciliterebbe un cessate il fuoco stabile e duraturo e permetterebbe lo svolgimento di libere elezioni. Tuttavia, questa operazione è molto problematica e controversa. Da una parte, Mosca dovrebbe ritirare truppe che non ha mai ammesso di avere sul campo; dall’altra i separatisti, scettici sul ritiro da parte di Kiev, preferiscono continuare a mantenere il controllo militare. 

L’accettazione della formula Steinmeier può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio per l’Ucraina. Da una parte, la mossa del neopresidente ucraino è abile: apre nuove possibilità per la pace e allo stesso tempo non danneggia la sovranità e la sicurezza di Kiev. 

Dall’altra, i sondaggi sulla popolarità del presidente cambiano molto quando si tratta dei compromessi necessari per la risoluzione della crisi. Infatti, Zelensky ha ricevuto molte critiche interne: mentre si trovava a Parigi con Putin, Merkel e Macron, migliaia di manifestanti si sono riuniti a Kiev per opporsi all’adesione alla formula Steinmeier e l’ala nazionalista più radicale lo ha definito traditore.

L’incontro di Parigi tra Putin e Zelensky non è quindi stato particolarmente proficuo, benché sia stato un primo passo per il dialogo. I temi più complessi (controllo dei confini, le condizioni di integrazione del Donbass e il disarmo) sono stati rimandati all’incontro di Berlino che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, poi posticipato a causa del Covid19. Ciò nonostante, i negoziati stanno continuando, dimostrando la disponibilità politica delle parti. Infatti, l’11 marzo scorso il responsabile dell’Ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak e il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Dmitry Kozak hanno firmato un protocollo promosso dall’OSCE, dalla Francia e dalla Germania. Esso contiene raccomandazioni non vincolanti per l’implementazione dei secondi accordi di Minsk del 2015: sono state definite ulteriori zone di confine da cui verranno ritirate forze militari e armamenti, l’apertura di due nuovi punti di entrata ed uscita lungo i 450 km di confine e l’impegno per un altro scambio di prigionieri. 

Prospettive future

Ulteriori provvedimenti, però, si potrebbero intraprendere per facilitare e rafforzare il dialogo. 

La presidenza ucraina dovrebbe elaborare una chiara strategia di comunicazione che spieghi pubblicamente in cosa consista la Formula Steinmeier e miri a ricostruire le relazioni e la fiducia della popolazione nelle regioni separatiste. Con queste premesse si potrebbe implementare il cessate-il-fuoco effettivo, attraverso precise regole e provvedimenti. Infatti, solo a marzo di quest’anno l’OSCE ha registrato più di 11 mila violazioni. Inoltre, sarà necessario che tutte le parti mantengano un impegno costante e credibile per continuare i negoziati degli accordi di Minsk promossi dal quartetto Normandia. 

A differenza di Zelensky che fin dalla campagna elettorale ha dichiarato come suo principale obiettivo politico la risoluzione della crisi, il Cremlino non lo ritiene un problema da risolvere a breve termine. Tuttavia, la stabilizzazione della regione porterebbe numerosi vantaggi per Mosca, sia dal punto di vista interno che estero. Un concreto impegno nel processo di pace in Donbass sarebbe un chiaro segnale anche nei confronti dell’Unione Europea, portando un miglioramento delle relazioni bilaterali. Verosimilmente Bruxelles potrebbe prendere in considerazione una revisione delle sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Russia. Questo andrebbe anche a vantaggio di Putin da un punto di vista di politica interna. Le sanzioni infatti pesano sull’economia russa, già da lungo tempo in fase di stagnazione. A causa di questa situazione, Putin ha visto dimezzata la fiducia dei cittadini nei suoi confronti, che negli ultimi due anni è passata dal 59% del 2017 al 35% di gennaio 2020.

La necessità della risoluzione del conflitto russo-ucraino è condivisa da tutte le parti. Tuttavia, sono ancora molti i punti da discutere e definire, a cominciare dalle condizioni per il ritiro definitivo delle truppe. Inoltre, considerate le continue violazioni del cessate il fuoco, non sarà certamente facile trovare un accordo tra Kiev, Mosca e i separatisti filorussi; ma la ripresa del dialogo nel dicembre scorso ha aperto nuove possibilità per la stabilizzazione del Donbass.

Chiara Minora,
Geopolitica.info

L’Ucraina si affida al giovane Zelensky. Dove porterà la voglia di rinnovamento?

Il popolo ucraino rinnova la fiducia al neopresidente Volodymyr Zelensky dopo il 73% delle scorse presidenziali. L’ex attore comico ha ottenuto anche la maggioranza in parlamento e può procedere alla formazione del nuovo governo. Adesso il suo programma ricco di promesse dovrà farsi strada tra la situazione sempre più calda con Mosca e il possibile interessamento dell’Occidente.

L’Ucraina si affida al giovane Zelensky. Dove porterà la voglia di rinnovamento? - Geopolitica.info

Una sola parola: rinnovamentoÈ questo che ha spinto sin dallo scorso marzo i cittadini a sostenere il 41enne Zelensky, volto inedito sulla scena politica ucraina. Quello che era solo il sogno del protagonista di una serie tv interpretata dallo stesso neopresidente, è divenuto incredibilmente realtà. Dopo mesi di interviste in cui scherzosamente si parlava di una sua candidatura alla guida del Paese, l’attore comico la annunciò davvero in un discorso televisivo, forte di sondaggi molto favorevoli. Da allora la campagna elettorale fu portata avanti principalmente sui social, evitando confronti diretti con la stampa e gli avversari. I cittadini da tempo reclamavano un cambiamento radicale nella classe politica. Questa, ritenuta obsoleta e corrotta, non è stata in grado di risolvere i principali nodi del Paese. Una pesante crisi economica, l’instabilità politica e la perenne conflittualità con Mosca sono emergenze per cui si pretendono risposte concrete. L’ambizioso programma di Zelensky, che promette di risolvere questi problemi, è stato decisivo nell’attrarre consenso. Ora che oltre alla presidenza ha conquistato anche il parlamento, il giovane presidente dovrà dimostrare che il suo è qualcosa di più di un sogno ad occhi aperti        

Vincitore il 21 aprile nel ballottaggio delle presidenziali contro l’uscente Petro Poroshenko, il leader del partito Servo del Popolo (Sluha naroduha raccolto i voti di quanti si sentivano disillusi dalla politica precedente.Le elezioni per il rinnovo del parlamento unicamerale (Verchovna Rada) si sono svolte con tre mesi di anticipo. Il nuovo capo dello Stato, appena un mese dopo la vittoria, annunciò nel suo discorso di insediamento l’intenzione di sciogliere la cameraanticipando le elezioni parlamentari previste in autunno. Il 43% ottenuto consegna all’attuale presidente la sicurezza di poter raggiungere i 226 seggi su 450 necessari per la maggioranza assoluta, primo caso in Ucraina dall’indipendenza del 1991. In ogni caso sarà necessario collaborare con gli altri partiti, se si vorranno attuare riforme costituzionali. Quest’ultime prevedono l’approvazione dei due terzi del parlamento, ovvero almeno 300 voti. 

Alle spalle di Servo del popolo, con il 12% dei consensi la Piattaforma di Opposizione (Opozycijna platforma) si afferma come secondo partito, un movimento politico che promuove il pieno risanamento delle relazioni con la Russia.    

Nonostante fosse un outsider, Zelensky ha battuto nella corsa alla presidenza non solo l’esperto Poroshenko, ma anche l’ex premier Yulia Tymoshenko. Il distacco da entrambi è stato netto, e il successo si è ripetuto anche lo scorso 21 luglio. Il partito del presidente uscente Solidarietà europea (Evropejs’ka Solidarnist’) ha raccolto appena l’8,7%. Stessa magra percentuale per Madrepatria (Bat’kyvščyna) della Tymoshenko. Anche la paladina della “rivoluzione arancione” del 2004 è stata travolta dall’ondata di novità, nonostante la posizione favorevole all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione europea.   

L’inesperienza di Zelensky non ne ha fermato l’ascesa. Probabilmente è stato proprio il suo essere un homo novus della politica ad attrarre un elettorato desideroso di vedere volti nuovi. I detrattori ipotizzano che dietro al suo successo possa esserci la regia dell’oligarca Igor Kolomoiski, nemico di Poroshenko e proprietario del network dove lavorava Zelensky come uomo di spettacolo. Il suo programma poggia su due colonne portanti: unità nazionale e cambiamento socio-economico. Altri punti centrali sono la lotta alla corruzione e una soluzione diplomatica per le questioni in sospeso con la Russia.  

Da ormai cinque anni tengono banco i conflitti in Crimea e Donbass, entrambe al momento senza possibilità di sviluppi concreti. Prima l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina, poi la questione linguistica a discapito dell’insegnamento del russo hanno inasprito ancora di più le relazioni tra i due paesi. Inoltre, i 24 marinai ucraini arrestati nel novembre 2018 dalle autorità russe nello stretto di Kerch sono tuttora detenuti.  e, da ultimo, lo scorso 25 luglio una nave russa ritenuta coinvolta in quell’episodio è stata sequestrata col suo equipaggio per ordine di Kiev, scatenando le proteste del Cremlino. Questa è la pesantissima eredità lasciata a Zelensky dai suoi predecessori.        

Il leader di Servo del Popolo si è sempre dichiarato favorevole al dialogo con Mosca, preferendo una soluzione pacifica al persistere di crisi militariAll’indomani dei risultati delle elezioni parlamentari, il ministero degli Esteri russo ha diffuso un comunicato a riguardo: si enfatizza la bocciatura del popolo ucraino verso le autorità precedenti e si auspica che il nuovo parlamento usi saggiamente la fiducia accordatagli. Lo scorso 11 luglio è avvenuto il primo contatto telefonico col presidente russo Vladimir Putin. L’iniziativa è partita da Kiev, come confermato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. I due presidenti hanno avuto modo di discutere della delicata situazione nell’est dell’Ucraina e di un possibile scambio di prigionieri.  

In campagna elettorale Zelensky non ha risparmiato critiche per le aggressioni militari russe in Ucraina. Inoltre, espresse il suo sostegno alle manifestazioni dell’Euromaidan, quando la sospensione decisa dal governo dell’accordo di associazione DFCTA con l’UE scatenò accese proteste tra il 2013 e il 2014.    

Qual è stata la reazione dell’Occidente al nuovo corso ucraino? Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, a margine del vertice UE-Ucraina tenutosi l’8 luglio a Kiev, definisce le relazioni le migliori possibili, basate su reciproca amicizia. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha visitato insieme a Zelensky alcuni luoghi del conflitto in Donbass. Tusk ha fatto presente come in questa crisi l’Ucraina abbia rispettato gli accordi presi per il disimpegno, a differenza di quanto fatto dalla Russia. Recentemente, il nuovo Presidente ha inoltre ricevuto l’inviato speciale statunitense per l’Ucraina Kurt Volker. Tale incontro ha fornito l’occasione per discutere del conflitto nel Donbass, e il giovane leader ucraino ha potuto ampiamente registrare l’importante sostegno degli Stati Uniti. 

Nonostante la retorica antirussa e le posizioni moderate tendenti al dialogo, Zelensky si è posto come candidato antiestablishment critico dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale. L’Ucraina rappresenta strategicamente un obiettivo importante sia a Ovest che a Est, e per questo Bruxelles da anni ne incoraggia le riforme in vista di una futura adesione all’Unione (ed eventualmente alla NATO). Nel 2016 però, l’Accordo di associazione fu respinto, e con esso le promesse fatte a Kiev. L’allargamento a est dell’UE rappresenta un tasto dolente, vista anche la recente vicenda dello slittamento dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord. Alcuni paesi europei restano scettici all’idea di includere nuovi membri, a causa delle tante frizioni e incomprensioni interne. Sarà fondamentale attendere gli sviluppi e capire quanto lo scetticismo di Zelensky verso l’Europa sia forte.        

Il popolo ucraino ha messo il suo futuro completamente nelle mani di un ex attore comico inesperto, i cui impegni elettorali ora reclamano concretezza. La coesione nazionale e il rinnovamento auspicati dal giovane presidente dovranno farsi spazio tra le pressioni diplomatiche e militari russe da un lato e le allettanti promesse occidentali dall’altro.  


Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale

Ucraina e Russia, e nel mezzo due ferite sempre aperte: la Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk. Era pronosticabile del resto, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe portato la tensione tra i due stati alle stelle; complici forse i recenti anni di scontri in Siria e l’attenzione mondiale sul Medio Oriente, la diplomazia internazionale sembrava aver  dimenticato cosa stesse accadendo nel Donbass e nelle due repubbliche separatiste filo-russe.

Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale - Geopolitica.info

L’insoluta situazione che si è creata al confine est ucraino, ha fatto sì che in questi quattro anni di scontri, il governo di Kiev pur di piegare i ribelli non si sia preoccupato di coinvolgere nel conflitto anche civili e  obiettivi non militari, pur di far prevalere l’esercito ucraino sui  separatisti. Secondo stime ONU, il presidente della missione Fiona Frazer per il Donbass, ha dichiarato pochi mesi fa che “Durante il periodo di conflitto, dal 14 aprile 2014 al 15 maggio 2018, abbiamo registrato nel Donbass la morte di 3.023 civili, mentre altri 7-9 mila sono rimasti feriti”.

Attualmente come spesso avviene in questi casi, nel gioco delle parti ricostruire la vicenda con esattezza risulta impossibile e ovviamente i governi di Mosca e di Kiev cercando di imputare rispettivamente all’altro le colpe dell’incidente che è avvenuto la notte tra il 25 e il 26 novembre, anche se a prima analisi potrebbe risultare  attendibile la versione dello sconfinamento ucraino.

Infatti, mentre da una parte Kiev ha denunciato che le navi da guerra russe hanno fatto fuoco su due imbarcazioni della propria Marina, al culmine di un escalation che si è consumata intorno allo stretto di Kerch, che divide la penisola contesa dal territorio continentale della Federazione russa, i russi sostengono che le imbarcazioni ucraine abbiano sconfinato sul mar Nero. Ma perché dovrebbero essere stati gli ucraini i possibili provocatori di una simile escalation? Le ragioni potrebbero essere riassunte come di seguito.

Innanzitutto, il mare di Azov, epicentro in cui è avvenuto il fatto, altro non è che una sezione settentrionale del Mar Nero, collegata ad esso solamente attraverso lo Stretto di Kerč. Il mare di Azov quindi risulta essere strategico per la difesa  delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck, in quanto il mare stesso bagna le coste dell’intera sezione orientale dell’Ucraina che reclama l’indipendenza;  inoltre in quella sezione di mare si trova la base militare russa di Sevastopol, che la Marina Militare del Cremlino reputa di fondamentale importanza per coordinare l’intere operazioni sul mediterraneo.

Quindi, anche se lo sconfinamento di per sé è un atto provocatorio che non lascia gravi conseguenze tra due stati, basti pensare ai continui  e (fortunatamente) impuniti sconfinamenti da parte di veicoli militari che si verificano quotidianamente nei cieli di tutti il mondo, in questo caso  lo sconfinamento da parte della Marina ucraina, come detto in precedenza, è avvenuta in una zona di fondamentale importanza per i Russi e il Cremlino con l’arresto dei marinai ed il sequestro delle imbarcazioni ha voluto dare un segnale forte a chiunque pensasse che Mosca voglia desistere sulla questione del Donbass.

Oltre a questo però, la condotta e la linea tenuta dal presidente Poroshenko sembra essere stata fin da subito quella di chi ha visto nell’escalation una propria opportunità politica, difatti non molte ore dopo, il governo ha deliberato di chiedere al Parlamento di dichiarare la legge marziale, come conseguenza dell’incidente sullo stretto di Kerch.

Forse questo avvenimento potrebbe essere decisivo per poter completare il progetto di fare dell’Ucraina uno stato militarizzato a guardia dell’Europa e del Mediterraneo pronto a levarsi contro la Russia.  Ipotizzare che questa mossa da parte del presidente Poroshenko fosse stata premeditata in modo da annullare le prossime elezioni presidenziali, risulta essere un po’ troppo azzardata e fantasiosa, ma che egli  voglia trarre il massimo vantaggio da una situazione di perenne conflitto con la Russia risulta essere un dato di fatto vista la celerità con il quale si è adoperato a dichiarare la legge marziale.

Se bastasse però uno solo di questi avvenimenti per far precipitare le relazioni tra due Stati e voler imporre nel proprio paese il “governo dei militari” cosa avrebbe dovuto fare la Russia quando lo scorso settembre Israele ha abbattuto un aereo russo dentro lo spazio aereo siriano? O nel 2015 quando i militari turchi hanno abbattuto un altro aereo russo che bombardava i terroristi dell’ISIS? O come avrebbe dovuto agire il governo italiano nel caso dei due Marò, che furono reclusi ingiustamente per anni in India? O quando lo scorso 10 ottobre sono stati sequestrati dalle autorità libiche due pescherecci di Mazara del Vallo? O nei casi di sconfinamento da parte delle Gendarmeria Francese nel Nord Italia?

L’evoluzione della politica estera di Putin: uno sguardo su Ucraina, Siria ed Eurasia

Dopo la caduta dell’URSS la comunità internazionale divenne una struttura unipolare, guidata dai soli Stati Uniti. La neonata Federazione Russa ereditò un’economia debole ed una credibilità internazionale ai minimi termini.
La strada verso il ritorno tra i grandi del pianeta passa anche per le posizioni assunte negli eventi che coinvolgono le potenze mondiali. La Russia prova a fare proprio questo, così in Ucraina, come in Siria. Non meno importante è la scelta degli alleati ed il rapporto stretto con loro, proprio come è per la Russia nello spazio euroasiatico.

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Il caso Ucraina: la Crimea ritorna alla Russia

Quello che chiamiamo caso ucraino, si scatenò con la rivoluzione arancione del 2004 e le seguenti trattative per l’entrata dell’Ucraina nello spazio economico europeo, con il Presidente Juscenko. Non tutti i cittadini ucraini, però, intendevano divenire membri della famiglia europea, soprattutto nell’est e sud Ucraina.

A sconvolgere i piani ed aggravare la tensione furono le decisioni assunte dal nuovo Primo Ministro ucraino Viktor Janukovyč, che doveva condurre il Paese nel mercato europeo, ma che gelò ogni aspettativa occidentale sull’imminente integrazione ucraina nell’alleanza militare della Nato.

La presenza della Russia si fece significativa qualche anno dopo, quando nel 2010 Janukovyč divenne Presidente dell’Ucraina e firmò un accordo che permetteva alla Russia di mantenere la propria flotta nella base di Sebastiopoli, fino al 2042.

Sulla gravità della situazione ucraina si pronunciò lo stesso Parlamento europeo, con la RIS. 2012/2889, esprimendo forte preoccupazione per la diffusione dei sentimenti nazionalistici russi.

L’intervento russo avvenne a seguito della richiesta di aiuto indirizzata a Putin dal governo legittimo di Kiev. Di li a poco, Russia, Usa, Ue e rappresentati di Kiev firmarono l’accordo di Ginevra per l’allentamento della tensione e lo scioglimento dei gruppi illegali armati – che fu però disatteso.

La Crimea tornò alla Russia, conformemente all’Atto Finale di Helsinki (1975) sulla sicurezza e la cooperazione europea, ed al suo principio di autodeterminazione dei popoli. In più occasioni, Mosca ha ribadito l’annessione della Crimea, completata con il rifornimento di gas e la costruzione del ponte russo-crimeano sullo stretto di Kerch.

La Siria: da sempre nella storia della Russia

La Russia di Putin è sensibile alle vicende siriane, in quanto la Siria è uno storico alleato di Mosca ed occupa un’importante posizione strategica nella geopolitica del Medio Oriente.

La relazione politica tra Mosca e Damasco ha infatti radici lontane, in particolare dopo gli Accordi di Camp David (1978), quando la Siria divenne l’unico partner sovietico nel Medio Oriente. Nel 1980, URSS e Siria firmarono un Trattato di Amicizia, atto a difendere militarmente la Siria.
Dopo la fine dell’URSS, i rapporti però si raffreddarono, ed il suo ritorno è inteso ad ostacolare i progetti occidentali: estromettere la Russia dal Medio Oriente attraverso la costruzione di infrastrutture energetiche, passando per i territori non-russi ma vicini ai confini ex-sovietici.

Anche in questo caso, l’arrivo di Vladimir Putin segnò l’inizio di una precisa politica estera. L’allargamento dell’influenza di Mosca e la ripresa di posizioni militari nei territori partner ai suoi confini hanno rimesso la Russia in una posizione anti-egemonica, nella regione e nello scacchiere internazionale.

Quel che ha scatenato il confronto in Siria tra Russia e Usa è il tentativo di un regime change in uno Stato storicamente alleato e alle porte della Russia, per entrambe le superpotenze generali politiche di “Pivot to Asia”. Un tentativo contemporaneo alla crescita dello Stato Islamico, che assieme ai gruppi siriani anti-Assad (finanziati da Usa ed Occidente) hanno messo a serio rischio l’esistenza della Siria e del suo popolo (a maggioranza sunnita e guidato da uno sciita). L’obbiettivo era quello di rovesciare Assad ed influenzare l’area, contro la soluzione politica e l’autodeterminazione del popolo siriano proposte dalla Russia.

La Russia è stata così capace di difendere la Siria tanto dal terrorismo jihadista, tanto dalle potenze occidentali, che volevano disgregarla per farne un avamposto. L’ha difesa con aiuti umanitari, militari e diplomatici, riuscendo a legittimare la sua presenza nella regione, nell’intento di aumentare la propria influenza, a scapito proprio degli Usa.

Lo spazio russo nell’Eurasia

Dopo solo un anno dall’inizio della sua presidenza, Putin mise in campo una nuova politica estera e di vicinato. Infatti, già nel 2001, strinse un importante accordo con i partner asiatici: la SCO – organizzazione per la cooperazione di Shanghai. I membri che sottoscrissero tale documento si impegnavano collettivamente per una maggiore cooperazione in economia e in sicurezza: Russia, Cina, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India e Pakistan. Tre mali furono messi all’indice: terrorismo, separatismo ed estremismo.

L’anno dopo fu la volta del CSTO – Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia e Tajikistan si coalizzarono per una maggiore solidarietà, scongiurando la minaccia e l’uso della forza nelle future controversie. Gli stessi membri associarono poi le strutture CSTO a quelle dell’SCO nel 2007.

Accanto alle strutture militari, la Russia ha sviluppato, dal 2011 e dal 2014, quelle strettamente economiche, intese come alternative al potere di dollaro ed euro: Russia, Bielorussia e Kazakhstan si unirono nell’Unione Economica Eurasiatica.

Gli sviluppi più importanti sono ovviamente quelli registratisi tra le due maggiori potenze dell’Asia, ovvero Cina e Russia. Assieme guidano la SCO e le strutture economico-militari, grazie ad una sempre maggiore cooperazione in materia di commercio, investimenti tecnologici e diritti umani. “Power of Siberia” è il loro progetto del 2015: un anello di congiunzione tra il territorio russo e quello cinese. La stretta collaborazione si accentua poi nella Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, che dal 2014 si presenta come alternativa all’FMI.

Conclusioni

A livello accademico e politico, viene posto l’interrogativo se, con le sue azioni in Ucraina, Siria e le alleanze nell’Eurasia, la Russia stia cercando di ricostituire lo schema visto nella Guerra fredda e della contrapposizione Est – Ovest e tra superpotenze mondiali. Sebbene il Mondo sia cambiato dal secolo scorso, vi è sicuramente il tentativo da parte della Russia di riproporsi come alternativa agli Usa. Un filo rosso collega, in realtà, la Russia zarista, quella sovietica e quella attuale. Un lungo collegamento accomunato da alcuni elementi: una geografia impegnativa (molte frontiere naturali), una economia relativamente debole, un forte sentimento di eccezionalità (come tutte le superpotenze) e la presenza di una personalità forte (in grado di accentrare su di sé la guida di tutta la popolazione). Se da una parte è, quindi, chiaro il tentativo di porsi alla guida dell’Eurasia, dall’altro vi è la volontà di rappresentare, di nuovo, Stati e nazioni che si collocano contro l’influenza statunitense, anche alla conquista dello spazio europeo.


Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin

Concepite per limitare la Russia ai capitali europei, le sanzioni economiche imposte dall’Ue – varate per la prima volta nel luglio 2014, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nella regione del Donbass – sono state prorogate fino a gennaio 2019. Secondo recenti fonti dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea), all’indomani del 2014, le esportazioni europee verso la Russia sono vertiginosamente diminuite: dai 119, 4 miliardi di euro del 2013 si è toccata la soglia di 86,1 miliardi di euro nel 2017. Il Cremlino più volte ha  respinto le accuse di ingerenza negli affari ucraini e contestualmente ha adottato misure di ritorsione.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin - Geopolitica.info Gazprom

Nonostante da più parti politiche occidentali nasce l’esigenza di fermare questa manovra, vista come controproducente da entrambe i fronti, il rapporto tra la bandiera celeste europea e quella tricolore della Russia appare sempre più lontano e sempre più difficile.

Ed è proprio all’interno di questa difficile cornice internazionale che si inserisce il progetto del gasdotto Nord Stream 2. Destinato per il trasporto del gas naturale delle maggiori riserve russe al mercato dell’Unione Europeo, il progetto del nuovo corridoio sottomarino, secondo le più rosee prospettive, è in grado di raddoppiare la capacità di trasporto annuale: da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas. Infatti la linea dei nuovi gasdotti sottomarini, attraverso i fondali del mar Baltico, percorrerà quella già esistente tracciata dal gasdotto Nord Stream, inaugurato nel novembre 2011.  L’azienda monopolista russa produttrice di gas naturale, Gazprom, è stata tra le prime a imporre il proprio timbro sul nuovo piano energetico del mar Baltico, insieme ad alcuni partner europei come BASF (DEU), E.ON (DEU), Engie (FRA), OMV (AUT) e Shell (NLD). Con una lunghezza di 1200 km la linea passerà attraverso le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania.

Le maggiori pressioni per la realizzazione del gasdotto provengono in particolar modo da Berlino. La cancelliera Angela Merkel, come sottolineato durante lo scorso vertice nell’agosto 2018 con il presidente russo Putin a Meseberg, poco lontano da Berlino, ha  ribadito in forma sempre più decisa la necessità della realizzazione del gasdotto Ns2: un progetto coerente con la politica energetica tedesca e cruciale per il rifornimento complessivo del vecchio continente. Tuttavia il fronte tracciato dal corridoio del nuovo gasdotto, identificato inizialmente come un progetto esclusivamente economico, ha notevolmente riacceso le speranze, da più fazioni politiche europee, di armonizzare il rapporto tra Ue e Russia sulla questione ucraina.

Un auspicio che però trova tra i suoi principali oppositori, proprio l’Ucraina. Il timore espresso da Kiev è sintetizzata nella concreta possibilità di perdere i propri profitti derivanti dal transito del gas russo in Europa. Il corridoio del nuovo gasdotto, infatti, potrebbe bypassare la posizione geografica dell’Ucraina tra l’Europa e la Russia.  Benché la cancelliera tedesca abbia chiesto garanzie a Putin per il coinvolgimento delle autorità ucraine sulla realizzazione del gasdotto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha rivolto un preoccupante appello all’Ue; il trasferimento del gas russo direttamente in Germania attraverso il mar Baltico, comporterebbe un indebolimento e una significativa perdita delle entrate ucraine.

Oltre all’appello ucraino, nel marzo 2016, i leader di nove paesi dell’UE – Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania e Lituania – hanno firmato una lettera rivolta alla Commissione europea, avvertendo che il progetto Nord Stream 2 contraddice i requisiti della politica energetica dell’UE; nel maggio 2018, inoltre, è stato denunciato dall’antitrust polacco, l’intervento del colosso russo, Gazprom: accusato di concorrenza sleale sul mercato del gas. Il progetto Ns2, denunciano i paesi firmatari, rischia di rafforzare ancora di più il ruolo della Russia sul fronte energetico in Europa. Le Repubbliche Baltiche, probabilmente ancora vivo  il ricordo dell’espansionismo sovietico e zarista nei loro territori, ha manifestato un determinata azione per la bocciatura del nuovo corridoio di gas. Infine anche gli Stati Uniti hanno mostrato la loro contrarietà alla costruzione del gasdotto; il progetto rischia di limitare gravemente i piani statunitensi per l’esportazione del gas naturale liquefatto nei paesi della Ue.

Se il 2019 dovrebbe vedere la realizzazione del Nord Stream 2, è più che evidente come il Vecchio Continente continui a non riuscire a mettere sul tavolo un politica energetica comune; la Russia, al contrario, è sempre più inarrestabile su questo fronte.  Non a caso il presidente Putin ha dichiarato, entro la fine del 2019, nonostante lo spettro di Chernobyl aleggiato dai suoi oppositori, l’attivazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia. Pur constatando l’avvicinamento tra la Germania di Angela Merkel e la Russia di Putin, a seguito degli interessi comuni affacciati sul mar Baltico, la fine della stagione delle sanzioni europee contro la Russia sembra ancora lontana.

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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Summit NATO 2018 a Brussels: il dossier Georgia

L’avvio dei lavori del Summit NATO 2018 di Brussels (11-12 luglio) riporta l’attenzione sul versante orientale del continente europeo, dopo che nell’ultimo mese questa è stata concentrata sul fronte meridionale e dove verosimile tornerà a seguito del vertice dei ministri dell’Interno dell’UE a Innsbruck (12 luglio).

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Il Summit NATO “maneggerà” tre temi scottanti: 1) il burden sharing tra gli alleati, che dopo essere stato messo sul tavolo dall’Amministrazione Obama è diventato un cavallo di battaglia dell’Amministrazione Trump; 2) la presenza NATO nei Paesi Baltici o, meglio, nell’intera area baltica dove il confronto con la Russia sembra in continuo aumento; 3) la crisi della sovranità in Ucraina e Georgia e il loro cammino di avvicinamento verso l’alleanza. Quest’ultimo argomento sembra tanto più importante nel decennale del Summit di Bucarest, quando Kiev e Tbilisi ricevettero una prima promessa in tal senso, e da molti viene considerato il momento di svolta per l’attuale natura competitiva delle relazioni tra mondo occidentale e Russia, così come la reale causa della Guerra russo-georgiana del 2008.

Per quanto riguarda il “dossier” Georgia, è probabile che i Paesi dell’Europa occidentale mantengano – come di consueto – una posizione attendista, volta a non inasprire ulteriormente i rapporti con la Federazione Russa, che ormai da anni sta compiendo un’intensa azione di lobbying contro l’attivazione del Membership Action Plan (MAP). Anche se quest’ultima non sembra essere sul tavolo, anche ulteriori dichiarazioni in tal senso potrebbero essere percepite da Mosca come una provocazione e produrre conseguenze dai contorni indefiniti sia in Caucaso che nelle aree di diretto contatto tra NATO e sistema di alleanza a guida russa. I Paesi dell’Europa orientale, con in testa la Polonia, potrebbero invece sostenere un atteggiamento diverso, che implicherebbe un aumento del coinvolgimento sul terreno degli Stati Uniti.

Washington, dal canto suo, deve contemperare la duplice – e contraddittoria – esigenza di continuare con la politica di retrenchment, che suggerirebbe di tagliare gli impegni non vitali e di non aprire nuovi capitoli in aree non strategiche per gli interessi degli Stati Uniti, e la rappresentazione della Russia come potenza revisionista della National Security Strategy 2017, che implicherebbe di trattarla come uno strategic competitor da far arretrare in tutti i quadranti di contatto. Come sottolineato da un recente report dell’Heritage Foundation, infine, dal punto di vista americano la Georgia rappresenta un alleato importante per almeno tre diversi ordini di ragioni: 1) ha dato dimostrazione di affidabilità in teatri di guerra come quello afgano e iracheno (in Afghanistan ha avuto fino a 2000 effettivi presenti ed ha fornito il maggior contingente tra quelli dei Paesi non NATO); 2) ha un valore strategico “estrinseco”, ossia non è tanto importante per il controllo delle sue risorse interne, quanto per la possibilità che offre come piattaforma di lancio verso Mar Nero, Spazio post-sovietico e Medio Oriente; 3) è un Paese che, nonostante le condizioni “esterne” sfavorevoli, sta compiendo passi lenti ma decisi verso la democrazia e rappresenta un modello per le aree di cui costituisce un crocevia (all’interno delle quali la democrazia è completamente assente o stenta a consolidarsi).

Sarà importante per gli Stati Uniti, quindi, lanciare un segnale alla Georgia – così come all’Ucraina – sul fatto che le porte dell’Alleanza restano aperte almeno in linea di principio, anche se appare molto difficile che possano essere compiuti passi significativi su questo cammino nel breve termine.