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La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi?

Le notizie che ci giungono, in questi giorni, da Idlib mostrano più che mai come l’ascesa egemonica nel MENA si traduca in una temibile “sfida a due”, che vede protagonisti il Sultano Erdoğan e lo zar Putin. Una sfida tra una Turchia ambivalente che si muove nella veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana, ma che persegue malcelati fini espansionistici e, un Cremlino interessato a manifestare le riconquistate doti di mediatore regionale.

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi? - Geopolitica.info

 

La guerra civile siriana

Una guerra civile, quella siriana, che è andata internazionalizzandosi contestualmente all’emergere del pericolo ISIS. Di fronte all’incontenibile Stato islamico solo la discesa in campo delle forze militari russe e iraniane ha permesso di risollevare le sorti del regime siriano. All’indomani, infatti, della sconfitta del califfato, durante il 2017, Assad sostenuto dalle forze aeree russe e dalle milizie sciite di Teheran, ha potuto riconquistare numerosi territori controllati dai ribelli come Darāyā, Aleppo est e il Ġūṭa orientale. Tranne Idlib capace di resistere altri due anni grazie al sostegno militare ed economico garantito da Arabia Saudita, Qatar,e Turchia. I principali competitors mediorientali si sono, così, trovati a fronteggiarsi sul terreno siriano generando una miscela “geopolitica” esplosiva.

Le ambizioni russe

Il progressivo rafforzamento militare di Assad ha corrisposto, al contempo, alla volontà di abbandonare ogni possibile via negoziale per la risoluzione della crisi siriana. Soltanto, l’ingresso di una potenza politica terza ed autorevole avrebbe consentito di aprire un tavolo di confronto. A fronte della politica americana di selective engagement, quel ruolo è automaticamente spettato al Cremlino. Putin si è prontamente attivato ad aprire un parallelo processo diplomatico, ad Astana, tra i contendenti. Il migliore risultato del processo di Astana è stata la approvazione, nel corso del 2017, di aree di de-escalation tra ribelli e forze governative, ovvero di aree protette ove consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. Le zone di de-escalation hanno incluso la provincia di Idlib, alcune parti delle sue zone limitrofe nelle province di Latakia, Hama e la zona nord della città di Homs, il sobborgo damasceno di Ghouta, nonché le province di Daraa e al-Quneitra nel sud della Siria. Garanti del rispetto di tali zone sarebbero stati precipuamente i rispettivi alleati, la Russia e l’Iran, da un lato, e la Turchia dall’altro. Mediante l’attivazione del Processo di Astana il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso e interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss

Le ambizioni turche

Nel corso della guerra profili di inadempimento dell’accordo di Astana sono stati individuati nella condotta di uno dei garanti, la Turchia. Già nell’autunno 2018 la Turchia ha schierato proprie truppe ad Idlib formalmente con l’obiettivo di far rispettare le clausole dell’accordo. In realtà, anziché schierarsi tra ribelli e regime, le truppe di Ankara hanno proceduto verso l’enclave curda di Afrin, con il fine di usare l’accordo per spingersi sempre più a Sud nella Siria, e riaffermare il potere su ex-domini ottomani. D’altronde, Erdoğan, è stato il primo presidente ad aver politicamente sfruttato la ricostruzione storiografica delle gesta imperiali ottomane, riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. La guerra di Siria ha, dunque, rappresentato per Ankara il presupposto per la ricostruzione della Grande Turchia dei primi del ‘900. Non a caso, molteplici sono state le operazioni condotte oltreconfine: dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” del 2016, alla operazione “Ramo d’Ulivo” del 2018 sino all’operazione “Fronte di pace”, di vero e proprio sventramento del Rojava. In questo modo Ankara impedisce l’unificazione delle zone dell’Antico Kurdistan, mentre si riappropria di ampie zone della vecchia area di influenza ottomana in Siria a ridosso del confine turco. Zone di influenza esclusivamente turca come conferma il contenuto dell’accordo di Sochi, tra il presidente Putin e il presidente turco Erdoğan in merito alla creazione di una”safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia. Dall’autunno 2019, Ankara mantiene, infatti, il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn. Ma auspica di proseguire verso sud ovvero verso Idlib per creare una zona cuscinetto ancora maggiore ove, in primis, collocare, i milioni di profughi siriani assiepati sul confine e, in secundis, allontanare il più possibile le truppe di Assad dal proprio territorio. Infatti, Erdoğan teme ritorsioni da parte di colui che si è scelto, politicamente, come primo nemico nella Regione. Ne costiuisce una riprova la risoluzione approvata, nelle scorse ore, dal parlamento siriano volto a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dagli ottomani dal 1915. La approvazione è stata accompagata da una puntigliosa dichiarazione del presidente del Parlamento siriano Hammouda Sabbagh “Ora vediamo l’aggressione turca come basata sull’ideologia razzista ottomana”. Una provocazione, al momento, soltanto formale ma che preannuncia ulteriori scintille sul campo di battaglia.

Arabia Saudita, Iran e Usa

L’esuberante politica turca ha fatto sì che altri autorevoli attori regionali si svincolassero dalla questione siriana. L’Arabia Saudita ha preferito occuparsi delle problematiche interne e della instabilità yemenita. L’Iran, invece, dopo le rappresaglie attuate, in territorio iracheno, in risposta alla uccisione del comandante Qasem Soleimaini, preferisce attendere restando ad osservare le prossime mosse dell’”odiata” America e del Cremlino. Dal canto suo, Washington mantiene ufficialmente la linea adottata di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente. Una politica che ha spinto in questi anni le principali potenze mediorientali a tentare l’ascesa ad egemonia regionale. Una rincorsa egemonica che, però, al momento ha visto l’emergere di una inarrestabile Turchia e di una attenta ma poco efficace Russia. Chi ne uscirà vincitore? Lo deciderà solo la battaglia di Idlib.

La contesa di Idlib

La contesa di Idlib sta vedendo protagonisti sul campo l’esercito di Ankara e quello Damasco. E per quanto le rispettive fila hanno contato anche dei morti, la resa dei conti non vedrà partecipe il regime di Assad ormai sfiancato e sull’orlo del fallimento economico, bensì il Sultano Erdoğan e lo zar Putin, principale sostenitore di Assad. Entrambi presentano il desidero di contrapporsi egemonicamente a Washington. Entrambi sono stati gli artefici dei negoziati diplomatici in Siria ma non necessariamente entrambi sapranno contenere i propri egoismi e conservare la giusta lucidità di risoluzione delle problematiche regionali. Di certo, la politica “neo-imperialistica” di Ankara costituisce la principale ragione di crisi e Putin ha tutto l’interesse di paventare le doti di mediatore. Allo stesso tempo, le truppe turche stanno operando per la prima oltre i propri confini manifestando spesso un certo grado di impreparazione. A loro favore propende, però, il possibile stanziamento di nuove risorse dalla capitale a fronte della consolidata ripresa economica, dopo la svalutazione della lira turca. Diversamente, il Cremlino teme ancora l’acutizzarsi della stagnazione economica difficile da contenere se si prosegue con l’esborso di risorse nei principali focolai regionali. Non solo. A favore di Ankara gioca la duplice veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana. Infatti, la NATO ha invitato Assad e il suo principale alleato, la Russia, a interrompere gli attacchi, alla luce delle precarie condizioni in cui si ritrovano le popolazioni civili della zona. Contrariamente, Erdoğan ha giustificato il movimento di circa 9000 uomini nelle zone di Latakia, limitrofa a idlib, come funzionale al controllo dell’area e al consolidamento del cessate il fuoco. Una perversa ambivalenza che cela gli effettivi fini della politica estera del Sultano. Dal canto suo, Trump auspica che si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors di dimensione regionale che tengano sotto controllo i focolai in corso, riservando, però, a sé soltanto la facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi falliscono nell’adempimento del loro compito. Ne deriva la sottesa volontà di conservare sempre una attenzione particolare verso la zona del MENA: lo dimostra il dispiegamento di ben 14mila unità militari durante il 2019, unità aumentate di 3500 unità dopo l’avvio dell’escalation Iraniana. Dunque, la volontà di Washington di selezionare le aree geopolitiche di intervento militare diretto non si è tradotto sino ad ora in un totale disinteresse per il Medio Oriente. Perciò, non può escludersi un futuro intervento, nella Regione, americano volto a limitare possibili rovinosi esiti da questa perversa “sfida a due” di Russia e Turchia.

Verso un’OPEC del gas nel Mediterraneo orientale?

La recente firma dell’accordo quadro per la trasformazione dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) in una vera e propria organizzazione internazionale ha riacceso i riflettori sulle opportunità connesse alla creazione di una sorta di “OPEC del gas” nel Mediterraneo orientale. Una regione, quest’ultima, sempre più al centro degli interessi energetici europei, in un’ottica di possibile diversificazione degli approvvigionamenti, e dove la cooperazione tra paesi storicamente “rivali” s’ispira a comuni interessi economici. Con la Turchia, convitato di pietra del Forum, che mira a diventare il principale hub energetico della regione.

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Una nuova organizzazione internazionale

Annunciato per la prima volta nell’ottobre 2018, il Forum nasce nel gennaio 2019 su iniziativa di Italia, Egitto, Israele, Cipro, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese: tutti paesi, fatta eccezione per l’Italia, che si trovano nel bacino orientale del Mar Mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è quello di facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale e di approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i Paesi coinvolti: un primo passo verso una cooperazione nel settore energetico in un’area che si conferma ricca di grandi opportunità. E proprio per accelerare il raggiungimento di questo obiettivo, il 16 gennaio al Cairo è stato firmato un accordo quadro con il quale l’EMGF si trasforma in un’organizzazione internazionale. Una sorta di “OPEC del Gas” (anche se, in realtà, le funzioni sono completamente diverse) ristretta alla regione mediterranea alla quale vorrebbe aderire anche la Francia e dalla quale, al contrario, sono esclusi paesi chiave quali Turchia e Libano a causa, rispettivamente, delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele, storico rivale di Beirut.

Una cooperazione economica e politica per superare le tensioni nella regione

L’East Mediterranean Gas Forum si presenta come il luogo dove paesi storicamente rivali cercano di superare le proprie tensioni in nome di quei vantaggi economici che deriverebbero da una cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Se i rapporti tra Israele ed Egitto sono oramai pacificati dal 1978, questo è particolarmente vero per quanto concerne le relazioni, oggi alquanto tese, tra Tel Aviv e gli altri paesi arabi membri del Forum (Libano e Autorità Palestinese). Ne è una dimostrazione, ad esempio, l’apertura delle trattative con l’ANP per sviluppare il progetto del giacimento di gas Gaza Marine, a largo delle coste dell’enclave palestinese.

A trarre beneficio dalla nuova organizzazione potrebbe essere anche la piccola isola di Cipro, schiacciata dalla rivalità tra Turchia e Grecia: una sorta di “scudo difensivo” non militare in grado di proteggere l’isola dalle rivendicazioni, sempre più aggressive, di Ankara.

Una regione centrale nel panorama energetico

Le riserve di gas nel Mediterraneo orientale sono state scoperte solamente di recente. Dopo i giacimenti israeliani di Tamar e Leviatano, scoperti rispettivamente nel 2009 e 2010, nel 2011 è la volta di Afrodite al quale segue, nel 2015, il maxi-giacimento egiziano Zohr. Si tratta, però, di una porzione di mare ancora largamente inesplorata, tanto che oggi nessuno è in grado di fornire una stima attendibile delle risorse presenti nell’area. Ne è la dimostrazione una nuova scoperta, risalente a febbraio 2019, nelle acque territoriali di Cipro: un giacimento, denominato Glaucus-1, le cui prime perforazioni stimano una portata tra i 142 e i 227 miliardi di metri cubi di gas, che andrebbero quindi ad aggiungersi ai 307 miliardi di Tamar, ai 605 di Leviatano, ai 129 miliardi di Afrodite e agli 850 miliardi di Zohr.

Verso un hub regionale del gas in Egitto?

Il Cairo punta a diventare l’hub regionale di riferimento nella regione, con l’ambizione di recuperare quel suo ruolo guida nell’area scalfito con le Primavere arabe. Non è un caso, infatti, se la firma dell’accordo quadro è avvenuta al Cairo, sede anche del quartiere generale della neonata organizzazione. E poiché l’Egitto ha già due importanti impianti di liquefazione in attività (Idku e Damietta), ad oggi portare verso il paese nordafricano il gas estratto dai giacimenti israeliani e ciprioti sembra essere la soluzione più conveniente dal punto di vista economico.  Lo conferma l’annuncio, alla vigilia del summit del Cairo, dell’avvio delle esportazioni israeliane di gas naturale verso l’Egitto in esecuzione del contratto per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas firmato lo scorso anno tra i due paesi.

L’attivismo turco

Così come l’Egitto, anche la Turchia, esclusa dal Forum, persegue l’obiettivo di diventare un hub regionale del gas. E proprio alla luce di questa esclusione vanno lette alcune azioni aggressive e provocatorie che Ankara ha portato avanti nel Mediterraneo orientale: dal blocco della nave da perforazione italiana Saipem nel febbraio 2018 fino alle perforazioni nelle acque antistanti la costa settentrionale dell’isola di Cipro, che ha sollevato forti critiche da parti dell’Unione europea, passando per la grande esercitazione navale militare svoltasi nel maggio 2019. Nelle scorse settimane, poi, Ankara ha raggiunto un accordo con il governo libico di Al-Serraj che prevede, tra l’altro, l’avvio di attività di esplorazione e perforazione nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia.

Le ambizioni turche sono supportate dalla sua posizione geografica, vero e proprio “ponte naturale” tra Asia, Medio Oriente ed Europa, e dalla presenza di numerose infrastrutture per il trasporto del gas (Blue Stream, South Caucasus Pipeline e TANAP), alcune delle quali in costruzione (Southern Gas Corridor e Turkstream, quest’ultimo inaugurato proprio recentemente da Putin ed Erdogan).

Il (possibile) rilancio di Eastmed

La creazione di un’organizzazione finalizzata a favorire la cooperazione energetica tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale potrebbe dare nuovo slancio al gasdotto Eastmed, un progetto che vede il sostegno dell’Unione europea tanto  da definirlo un progetto di “interesse comune”. Il gasdotto dovrebbe trasportare in Europa, attraverso Grecia e Cipro (senza passare quindi dal territorio turco), il gas proveniente dai giacimenti di Israele. Nonostante l’indubbio peso geopolitico di questo progetto, ragioni di natura economica, tra le quali l’elevato costo in relazione alla ridotta capacità (in particolare se paragonato a progetti come il Nord Stream), hanno portato sino ad ora ad accantonare, di fatto, il progetto. Ad inizio gennaio Grecia, Israele e Cipro si sono incontrati ad Atene per siglare un accordo per l’avvio dei lavori di costruzione del nuovo gasdotto sottomarino, ma la strada verso la sua effettiva realizzazione sembra essere ancora lunga e fitta di ostacoli, politici ed economici.

Non mancano, poi, progetti alternativi, come quello di Ankara, che prevede la costruzione di un gasdotto tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale: una condotta lunga 80 km (contro i 1900 di Eastmed), con costi quindi largamente inferiori rispetto al progetto sostenuto da Bruxelles.

L’appoggio degli Stati Uniti al Forum

Sebbene non ne facciano ufficialmente parte, gli Stati Uniti guardano con grande interesse alla creazione dell’ EMGF e, più in generale, ad una cooperazione nella regione del Mediterraneo orientale, così come dimostra la partecipazione del vice segretario statunitense per l’energia al meeting di lancio del Forum nello scorso gennaio. Di fatto, tutti i principali paesi membri dell’organizzazione  hanno buoni rapporti con Washington. Gli USA, in particolare, vedono nelle risorse di gas presenti al largo di Israele, Cipro ed Egitto un importante strumento per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, con conseguente diminuzione della dipendenza del vecchio continente dalle forniture di Mosca.

I limiti del Forum

Se, da un lato, non mancano, quindi, i motivi per guardare con fiducia alla nuova organizzazione, dall’altro lato ci sono alcuni elementi che possono ridimensionarne l’importanza. In primo luogo, l’esclusione della Turchia potrebbe “giustificare” un comportamento sempre più aggressivo da parte di Ankara, che guarda al Forum come ad un’organizzazione costituita in chiave anti-turca. Una sua inclusione all’interno dell’organizzazione porterebbe all’apertura di un canale di dialogo, oggi sempre più urgente, con uno degli attori chiave nello scacchiere mediterraneo. Inoltre, è da sottolineare come le risorse di gas nel Mediterraneo orientale, che costituiscono ad oggi l’1% delle riserve totali mondiali, non possono essere paragonate a quelle di Russia, Norvegia e Qatar. Senza dimenticare, infine, come i costi per il trasporto del gas estratto nella regione siano ancora particolarmente elevati, con la conseguenza che i paesi interessati potrebbero essere portati a limitare il commercio del gas tra di loro o, comunque, nell’ambito regionale.

Articolo pubblicato originariamente su ISPI (www.ispionline.it)

 

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - Geopolitica.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana

Continuano a muoversi le pedine nella delicata ed intricata partita che si gioca sulla scacchiera libica. Il 22 dicembre le forze del maresciallo Haftar hanno sequestrato a largo di Derna una nave cargo battente bandiera di Grenada e con equipaggio turco; è questa la prima reazione di peso delle forze bengasine all’accordo stipulato tra Tripoli ed Ankara per la modifica delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale e che prevede anche l’aiuto militare turco al governo di al-Sarraj.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana - Geopolitica.info

Il capo del governo tripolino Fayez al-Sarraj ha dichiarato al “Corriere della Sera” che il progetto di Conferenza di Berlino potrebbe essere utile ma che allo stato attuale non si vedono i risultati concreti della pacificazione che, depurando la frase dal linguaggio diplomatico, equivale ad una sonora bocciatura della linea fin qui seguita dall’Europa e dall’Italia su tutti, segno che gli equilibri di potenza nella nostra ex “Quarta Sponda” stiano rapidamente cambiando.

Il tutto mentre continua la battaglia intorno a Tripoli scatenata otto mesi fa da Haftar: nonostante i roboanti annunci del maresciallo libico sull’ennesima “offensiva finale” contro la capitale, finora le sue truppe – raccolte sotto la bandiera dell’Esercito Nazionale Libico – hanno ottenuto solo modesti successi sul fronte sud-occidentale puntando ora sui grossi centri di Sirte e Misurata, roccaforti delle potenti milizie che sostengono al-Sarraj. Di pari passo, onde allentare la pressione nemica su Tripoli, le forze governative da quattro mesi cingono d’assedio Tahruna, centro del Gebel Nefusa a 40 km dal mare ed importante deposito di armi di Haftar. Teoricamente, con la ritirata delle milizie dei fratelli Khani dalla città le forze tripoline avrebbero dovuto avere la meglio in poco tempo avanzando poi su Ain Zara, che è, in sostanza, il reale obiettivo dell’offensiva. Tahruna doveva essere uno “specchietto per le allodole” come lo era stato l’aeroporto internazionale rispetto al reale obiettivo, Gharyan, durante la battaglia degli altipiani del Gebel; da mesi invece le truppe governative sono impantanate fuori dalla città ed il piano di costruire una cintura di sicurezza attorno a Tripoli è sostanzialmente fallito.

Tuttavia, negli ultimi giorni al-Sarraj ha dato l’ordine di riprendere l’offensiva su Tahruna con il sostegno dei turchi che schierano sul campo consiglieri militari, blindati e droni e delle milizie di Misurata a cui è stata ordinata la mobilitazione generale qualche giorno fa. A difesa di Tahruna oltre alle forze di Haftar vi sono contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, milizie mercenarie sudanesi ed i famosi contractors russi della PMC Wagner, la cui presenza è stata denunciata dalle autorità tripoline. In un teatro secondario della guerra, balzato d’un tratto agli onori della cronaca, sono quindi presenti tutti i principali attori, nazionali ed internazionali, della crisi libica.

Proprio da questo fatto il rischio che l’Italia venga definitivamente tagliata fuori da quella che una volta era considerata la sua “area d’influenza” è ormai divenuto concreto e non un semplice slogan da “imperialisti”. La linea telefonica tra Mosca ed Ankara è bollente, nonostante le due Potenze si confrontino indirettamente sul terreno libico, esse danno in questo momento le carte per risolvere la crisi, a conferma del fatto che a poter influire direttamente è sempre e solo chi ha “boots on the ground”. Sia lo scontro che il confronto tra Turchia e Russia in Libia escludono a prescindere l’Italia che è stata tenuta fuori dai colloqui sulla crisi libica all’ultimo vertice NATO e che ha negato risolutamente aiuti militari a Tripoli nonostante la precisa richiesta pervenuta che è invece stata presa al balzo da Erdogan. Il dilettantismo con il quale Roma sta trattando da tre mesi a questa parte il complicato dossier libico mostra quanto poco chiara sia la strategia del nostro governo nel Mediterraneo. I 300 soldati impiegati all’aeroporto di Misurata e gli 80 schierati ad Abu Sitta, nell’ambito di missioni che non hanno rafforzato affatto la nostra presenza ed autorità nel Paese, non forniscono all’Italia la carta da giocare per contare qualcosa.

Da sottolineare è poi il fatto che l’esecutivo italiano non ha abbandonato, ma ha anzi rafforzato, la cosiddetta linea securitaria ispirata dal Viminale contro quella politico-strategica dei ministeri degli Affari Esteri e della Difesa. Una scelta sbagliata che consente ad altri attori concorrenti come la Turchia di estromettere l’Italia dalla Libia mentre Roma tenta di imporre a Tripoli una stretta sul controllo dei flussi migratori ed un trattamento più umano di quelli raccolti nei campi costieri dimenticando però che in Libia vi sono oltre 140.000 sfollati da ricollocare. Inoltre, Roma sembra essere l’unica a rispettare l’embargo sulla fornitura di armi ai contendenti libici decretato dall’ONU che è, nonostante l’illegalità, una pratica particolarmente diffusa e sfruttata dalle altre Potenze per acquisire capitale politico da poter spendere poi in fase di trattative.

Chiaramente Tripoli sotto assedio si è sentita abbandonata dagli italiani che erano stati il principale sponsor di al-Sarraj assieme agli Stati Uniti e che avevano difeso a spada tratta in sede diplomatica l’esistenza dell’esecutivo tripolino ed i diritti della Tripolitania. Oggi la superficialità italiana ha consentito alla corrente filo-turca di Tripoli – guidata dal Gran Muftì Saqid al-Ghariani e dal milieu della Fratellanza Musulmana – di influenzare le scelte (in verità quasi obbligate) di al-Sarraj in favore della richiesta di armi e di sostegno militare ad Ankara. Il crollo repentino della credibilità italiana a Tripoli è favorito anche dall’inconsistenza della linea politica più generale di Roma sulla risoluzione della crisi: coinvolgimento dei Paesi UE – su tutti Francia e Germania in collaborazione con il Regno Unito – per una proposta di pace da presentare alla conferenza di Berlino a cui pare che né al-Sarraj né Haftar abbiano intenzione di partecipare. Così mentre la Turchia rosicchia lo spazio di manovra italiano, alla Farnesina continuano “a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo” mentre alle porte di Tripoli tuona il cannone.

Non si può continuare a chiedere ai contendenti di gettare le armi e piegarsi ad una soluzione politica del conflitto fintanto che sul campo gli equilibri rimangono incerti e la strada di una risoluzione manu militari con la conquista di Tripoli da parte di Haftar o con una sua frettolosa ritirata in Cirenaica in caso di sconfitta resta una possibilità concreta. La necessità per Tripoli di fermare prima e respingere poi Haftar entro i confini della Cirenaica apre inoltre alla possibilità che i turchi tentino di costringere Roma a ritirare i soldati presenti in territorio libico e poi, una volta eliminata la residua presenza militare italiana, ridimensionino il ruolo dell’ENI in Tripolitania, regione che resta al centro dei nostri interessi nazionali in merito al contrasto dell’immigrazione clandestina ed alla politica energetica (questione gasdotto Greenstream).

Famosa nella storia della politica estera italiana è l’idea di Francesco Crispi che un Paese, pur ossessionato dai propri problemi di politica interna o che non disponga di grandi risorse finanziarie, non possa disinteressarsi totalmente alle questioni internazionali, a maggior ragione se riguardano il proprio “giardino di casa”. Il concetto qui sintetizzato era riferito al mancato intervento italiano in Egitto nel 1882 ma potrebbe essere valido nel 2019 per la gestione fallimentare della crisi libica. Una Potenza al centro del Mediterraneo che viene estromessa dai processi decisionali di quel mare e che non ha voce in capitolo alcuna su una grave crisi regionale assumendo, anzi, il ruolo della “preda” è fuori dalla storia o destinata ad esserlo molto presto.

 

Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo

Nella storia del popolo curdo solo due atti di diritto internazionale hanno riconosciuto la sua esistenza.  Il primo è un trattato mai ratificato come il noto Trattato di Sèvres; il secondo l’autorevole Ris. ONU 688/1991, adottata unanimemente dai protagonisti della Global Society per porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani attuate dall’allora Rais Saddam Hussein. Una risoluzione che per la prima volta, dopo il declino del sistema bipolare, ha dato voce alle esigenze umanitarie curde, con l’avallo dell’opinione pubblica mondiale. Al di fuori di tali casi, i rapporti tra Global Society e la popolazione curda sono stati espressione di opportunismo contingente e transitorio delle diverse potenze di turno.

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Dalla guerra russo-turca al Trattato di Sykes-Picot.

Durante la guerra russo-turca del 1877-78, il Sultanato più volte ha armato le popolazioni curde sul confine per contrastare l’avanzata russa, in cambio della promessa di maggiore autonomia. Terminata la guerra guerreggiata, per converso, è stata la potenza zarista ad avvicinarsi alle aspettative autonomiste curde pur di ostacolare il governo di Costantinopoli; ovvero, creare il pretesto per un intervento armato funzionale alla cooptazione di territori anche anatomici nella sfera di influenza russa.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale ha rimescolato le carte del destino del popolo curdo in quanto gli esiti del conflitto potevano tradursi in una liberazione dalla Sublime Porta. Invece, i curdi si sono ritrovati nella morsa mortale tra le truppe russo-armene e quelle turche. In tale circostanza, i curdi non hanno potuto che rivolgere l’attenzione verso le potenze europee come Francia e Regno Unito, sperando in una ancora di salvezza. Ancora una volta, da soggetti geopolitici sono divenuti oggetto della propaganda militare dei contendenti; in particolare, Londra sfrutta le mire indipendentiste curde per ostacolare la tenuta territoriale dell’Impero Ottomano. Nel frattempo, infatti, W. Churchill, in qualità di Primo Lord dell’Ammiragliato, ha dato inizio ad un programma di ammodernamento della Royal Navy con riconversione dei motori da combustione a carbone in quella a petrolio. Un programma che rende necessario garantire un rifornimento continuo di questa nuova materia prima, rinvenibile soltanto nei territori del Sultanato. Più nello specifico nei territori di Mosul e Kirkuk, abitati da curdi. Ebbene, le tensioni che affliggono Costantinopoli ben possono tradursi in un punto di svolta nella dominazione del Mediterraneo e delle risorse energetiche mediorientali da parte della Corona Inglese. E i curdi locali, nelle strategie inglesi, paradossalmente finiscono con il rappresentare una pedina da utilizzare per dichiarare scacco matto al Sultanato. L’attrattiva energetica viene, così, a formalizzarsi, sul piano diplomatico, nel trattato di Sykes-Picot, del 16 maggio 1916. Un accordo stipulato, in caso di vittoria su Costantinopoli, per evitare ulteriori conflitti tra le potenze contraenti mentre si tenta una prima spartizione dei suoi territori. Pur prendendo coscienza della esistenza della Regione del Kurdistan, l’accordo non fa sconti. I ministri degli esteri russo, francese e inglese (rispettivamente Sergej Dmitrievic Sazonov, Marck Sykes e Francois Georges Picot) segretamente delineano la frammentazione non solo di tutti i domini ottomani ma anche dei territori curdi. L’ Impero Ottomano viene definitivamente diviso in due diverse sfere di influenza: quella britannica, che include la Mesopotamia, la Palestina e la Giordania; e la sfera francese, comprendente Siria e Libano. Due sfere e due parti distinte del territorio curdo. Il Kurdistan settentrionale-iracheno rientra nella sfera di influenza di Londra, interessata ad accaparrarsi anche il settore meridionale-turco pur di rafforzarne i confini. Il Kurdistan siriano viene, invece, posto sotto controllo di Parigi, nonostante i vivi contrasti con le forze Kemaliste sul fronte meridionale.

Dal trattato di Sèvres al trattato di Losanna.

Negli anni successivi al trattato di Sykes-Picot, la Corona inglese, mediante l’emanazione di graziosi provvedimenti di autonomia a favore della popolazione curdo-irachena si avvantaggia di forze locali per garantire stabilità ai territori conquistati e per proseguire rafforzata verso l’area meridionale. Infatti, a breve, anche il Kurdistan meridionale finisce con l’essere diviso in due zone: la zona più a Nord comprendente la città di Mosul sotto influenza francese e quella a sud, con la città petrolifera di Kirkuk, sotto influenza britannica. Sconfitta Costantinopoli, l’esigenza delle potenze vincitrici di creare una cintura di sicurezza tra Russia e Turchia, paradossalmente, spinge verso la teorizzazione di uno Stato cuscinetto coincidente con l’Antico Kurdistan. I confini di un possibile Stato cuscinetto curdo vengono disegnati nel noto Trattato di Sèvres, siglato il 10 agosto 1920: in esso, il destino del popolo curdo finisce nuovamente per intrecciarsi con le volontà delle potenze mondiali semplicemente per piegarsi ad esse ed essere funzionali alla loro affermazione globale. Nonostante ciò, tale trattato costituisce l’unico atto diplomatico che riconosce il diritto del popolo curdo ad uno Stato nazionale (art. 62,63 e 64). Un atto che non ha avuto seguito in virtù della progressiva perdita di autorità del Sultano, con cui era stato stipulato, in favore del rafforzamento dell’Assemblea Nazionale Kemalista di Ankara, che non vi aderisce. Perciò, dopo aver ripreso il controllo del territorio turco, Kemal può tranquillamente barattare i territori curdi con le potenze europee pur di conseguire l’osannata “pace turca” mediante il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923. Quest’ultimo nega apertamente qualunque riserva governativa alla popolazione curda che si ritrova divisa fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. In altri termini, i principali attori geopolitici hanno creato, nel 1920, l’entità del Kurdistan per disconoscerla appena quattro anni dopo. Un prodotto della diplomazia che costituisce l’architrave di tutta una serie di trattati che andranno a ridefinire i profili internazionali della Turchia senza mai intervenire in merito, da un lato, alla esistenza di uno Stato armeno e, dall’altro, ad una possibile autonomia curda.

L’emersione internazionale del popolo curdo dopo la fine del sistema bipolare.

Bisognerà aspettare più di 60 anni perché la sorte del popolo curdo assurga, nuovamente, all’attenzione della opinione pubblica mondiale. Infatti, lo scoppio della guerra del Golfo, ha costruito l’occasione per i curdi di rivoltarsi contro il regime dittatoriale di Saddam Hussein; rivolte soffocate dal rais con armi batteriologiche e chimiche. Solo l’unanimità di vedute di tutti i protagonisti della Global Society, sostanziatasi nella risoluzione ONU 688/1991, è riuscita, in questa occasione, a sventare una tragedia umanitaria. Da questo momento, i curdi iracheni divengono principale strumento americano di pressione nei confronti del regime del rais; tanto è vero che nel 2003 i Peshmerga ribaltano il regime al fianco delle truppe di Washington. Ed è il governo di Washington il maggiore sostenitore dell’indipendenza del Kurdistan iracheno. L’establishment americano viene, infatti, dalle circostanze del caso, costretto a rivedere la propria posizione in merito alla questione curda. Sino ai primi anni del 2000, esclusa la parentesi della risoluzione 688/91, la tendenza è stata nel far coincidere il progetto di autodeterminazione curda con considerazioni di lotta al terrorismo. Washington, in maniera palese, si è sempre mostrato al fianco di Ankara nell’inarrestabile lotta contro il terrorismo del Pkk. Ne costituisce prova l’assidua caccia all’uomo perseguita dal Pentagono nei confronti del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, arrestato, poi, nel 1998, in Kenia. Non solo, la Turchia è considerata da tutte le potenze occidentali come partner strategico nella regione; un affidabile alleato per il contenimento della Russia come confermato dalla membership Nato. Perciò, nessun Paese Europeo né gli Stati Uniti hanno intenzione di frapporre tra essi e Ankara il destino del popolo curdo.

D’altronde dalla caduta del Muro di Berlino, la responsabilità di tenuta della regione ricade interamente sul governo americano. Prima di allora, era stata l’Unione Sovietica ad investire i panni di mediatrice tra tutti gli attori della regione. Superato il decennio di decadenza, però, dal 2001 il Cremlino è ritornato attore dell’area mediorientale. Ma, in un primo tempo, si è mostrato inevitabilmente interessato più ai rapporti con Baghdad che con i curdi, in quanto troppo impegnato a adottare appositi ostacoli tariffari ai commerci di petrolio iracheno, suo diretto concorrente. Non a caso, anche dopo la costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG) gli osservatori hanno accusato la Russia di disinteressarsi della questione curda. Nel frattempo, però, Mosca giunge a reputarsi l’unica potenza a vantare una propria rappresentanza governativa sul territorio, senza nascondere più di tanto le sue attenzioni sull’estrazione e la vendita di petrolio per mezzo dell’oleodotto che da Kirkuk raggiunge Israele.

La maschera opportunistica delle diverse potenze verso la popolazione curda è destinata, comunque, in ogni epoca, a cadere. E prima o poi esse sono chiamate a interporsi con le popolazioni curde.

Primariamente gli Stati Uniti tentano di superare il consolidato orientamento di negazione del problema curdo. Infatti, la storia, con i suoi corsi e ricorsi, ha finito con il sorprendere anche l’amministrazione del Pentagono quando l’onda nera dell’Isis sembra poter essere fermata solo dai Peshmerga-iracheni e dalle Unità di protezione popolare curdo-siriane. Dall’ottobre 2014, inizia, cosi, una lunga e proficua alleanza tra Usa e popolo curdo nella lotta al sedicente califfato. Anche Mosca, successivamente, accoglie in maniera positiva il nuovo ruolo assunto dalle forze curde, proponendo, persino, un coinvolgimento del Partito curdo-siriano dell’Unione democratica nei negoziati di risoluzione delle questioni regionali e nel relativo processo di stabilizzazione politica; contrapponendosi, in questo modo, alle politiche ostili di Ankara. Nel frattempo, nella seconda metà del 2016, apre a Mosca la prima rappresentanza curda, una sorta di ambasciata de facto del Rojava, sotto le mentite spoglie di una no-profit. L’acuirsi dei rapporti con Erdoğan che si traduce in una guerra nei cieli siriani, spinge Mosca ad aprire anche verso le esigenze dei curdi-turchi. Sennonché ritorna sui suoi passi, quando i curdi siriani giungono a proclamare la nascita di un governo nella Regione Federale del Nord della Siria. Da questo momento, il Cremlino esplicitamente dichiarata di voler mantenere l’integrità territoriale della Siria e di non essere disponibile ad alcun accordo di riassetto politico della nazione alleata. I curdi pur chiamati in causa per partecipare ai negoziati, incominciano a perdere voce. E Putin manifesta il volto dell’alleato fedele solo di Damasco.

Di lì a breve, cade anche la maschera opportunistica americana: l’otto ottobre scorso, il Presidente Trump concorda con l’alleato turco il diverso dispiegamento di forze sul territorio siriano. Una concessione nei confronti dell’alleato Nato che consente ad Ankara di attuare una vera e propria operazione di sventramento del governo de facto del Rojava, sotto l’egida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriano del più noto PKK. Ne deriva che le ragioni di equilibrio del bilancio americano, tra impegni militari esteri e risorse, hanno spinto le sorti del popolo curdo nelle spire imperialistiche (in realtà mai celate) del Sultano Erdoğan. Non solo. Da questo momento la questione curda del Rojava perde definitivamente ogni centralità acquisita precedentemente nell’agenda di Putin. Il popolo curdo scompare dal novero dei protagonisti interessati alla costruzione di un nuovo ordine mediorientale e lo dimostra il Memorandum di Sochi, del 22 ottobre scorso. Il Cremlino, dopo aver manifestato attenzione per la conservazione della integrità territoriale siriana, si è fatto partecipe delle ragioni giustificative della operazione turca “Fronte di pace”. Al termine del vertice di Sochi il presidente Putin ha, infatti, aggiunto che “Io sono convinto che i sentimenti separatisti nel Nord-Est della Siria, siano stati fomentati dall’esterno. La regione va liberata dalla presenza illegale straniera”. In altre parole, ha disconosciuto l’intera fondatezza delle politiche pro-Rojava sino a quel momento condotte, mentre si prefigura come leader dell’area mediorientale e interlocutore privilegiato sia di Damasco che di Ankara.

I curdi-siriani si sono, così, ritrovati abbandonati da tutti i principali protagonisti della Global Society, UE e ONU compresi. E all’orizzonte appare, per il momento, irrealizzabile la speranza che si generi, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai imperialistici in corso e che facciano riemergere il diritto curdo all’autodeterminazione. Un diritto modellato davanti agli occhi del popolo curdo sin dal Trattato di Sèvres, inoculato nel loro animo sotto le spoglie di uno spirito nazionalista. Uno spirito nazionalista curdo, non sempre innato ma sempre funzionalizzato in chiave egemonica. Aspirazioni indipendentiste strumentalizzate dalle potenze di turno, per, poi, essere negate non appena raggiunto l’obiettivo egoistico del momento. In questo modo, sul piano geopolitico, sono cadute e continuano a cadere molte maschere affette da ambiguità.

 

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo

Con l’evento di questa sera presso Buckingham Palace si aprirà il nuovo summit dei Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica, un’occasione questa per festeggiare i settant’anni della NATO ma anche per fare una valutazione complessiva della condizione di salute dell’Alleanza.

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo - Geopolitica.info

Come spesso accade, i grandi vertici internazionali tendono a mettere in luce gli elementi di frattura piuttosto che di unione e il summit odierno non fa eccezione. Sul tavolo, vecchie e nuove questioni minacciano la solidità dell’Alleanza che da alcuni anni sembra incapace di elaborare una visione condivisa del futuro e delle possibili minacce, in un Sistema Internazionale in continuo divenire in cui i pochi punti fermi che si pensava di avere sembrano essere sempre più incerti.

Al centro del summit

A definire ancora una volta il calendario dei lavori vi sarà la richiesta, ormai veicolata da anni da parte dell’Amministrazione Trump, di aumentare la spesa per la difesa da parte degli Alleati europei. Dal momento del suo insediamento, Donald Trump ha più volte ripetuto la necessità di un maggior coinvolgimento europeo nella difesa collettiva, dichiarando che la NATO è un’istituzione da considerarsi obsoleta e enormemente costosa per gli interessi strategici americani, minacciando in più occasioni una riduzione significativa dell’impegno statunitense in Europa. Malgrado lo stile roboante del Tycoon, la questione è vecchia tanto quanto la NATO, tanto da poter dire che fin dagli anni ’50, in diversi momenti e per diverse ragioni, gli Stati Uniti hanno chiesto una maggiore partecipazione agli oneri derivanti dalla difesa collettiva. Ad ogni modo, anche al summit di domani la questione risulterà dirimente. Malgrado gli avanzamenti previsti in questo senso dagli Stati europei, Donald Trump sembra intenzionato a richiedere ulteriori aumenti delle spese militari in un contesto di graduale ridefinizione dell’impegno americano in Europa accompagnato da un’ormai evidente spostamento dell’asse della politica estera americana verso l’Asia. Proprio per discutere dell’impegno, politico ed economico, degli Stati Uniti rispetto alla difesa del continente dovrebbero tenersi quattro incontri bilaterali tra il Presidente statunitense e il Presidente francese Emmanuel Macron, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg.

Parallelamente a questa prima grande questione relativa alle relazioni transatlantiche vi è una seconda faglia che da mesi, più o meno velatamente, scorre sotto l’apparente solidità dell’Alleanza, la linea adottata dall’Amministrazione Trump rispetto ad alcune scelte strategiche prese senza minimamente coinvolgere gli Alleati. In particolare, a mostrarsi particolarmente insoddisfatto di alcune scelte dell’inquilino della Casa Bianca è stato Emmanuel Macron che ha più volte criticato la scelta degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Siria aprendo così il fianco all’offensiva turca nel Kurdistan siriano. La linea statunitense non solo non è stata condivisa dal Presidente francese ma ad infastidire l’inquilino dell’Eliseo è stata la scelta di non rendere partecipi della decisione gli Alleati che sarebbero stati i più esposti ad un’ondata di ritorno di foreign fighters dalla Siria e soprattutto dall’instabilità determinata dall’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Proprio l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e il desiderio di rilanciare il processo di integrazione europea sono stati alla base del lancio dell’Iniziativa Europea d’Intervento, un progetto che cerca di trasporre sul piano operativo alcuni processi avviati nell’ambito della PESCO. L’idea del Presidente francese, storicamente cara alla diplomazia d’oltralpe, è quella di guadagnare “l’autonomia strategica” dagli Stati Uniti, un progetto ancora oggi lontano ma che più volte è stato richiamato come faro da seguire nello sviluppo del processo di integrazione europea.

Sul fronte della sicurezza più tradizionalmente intesa, due sembrano essere le questioni più importanti: la posizione della Turchia all’interno dell’Alleanza e l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese come minaccia anche alla sicurezza europea.

Relativamente alla politica condotta da Ankara negli ultimi mesi, come già accennato, la questione dirimente rispetto alle relazioni con l’Europa e l’Alleanza è l’intervento militare in Siria avviato a partire dal 9 ottobre. L’operazione “Ramoscello d’Ulivo” è stata accompagnata da forti proteste soprattutto dagli Alleati europei, in primis dal Presidente francese, che hanno considerato di dubbia legittimità lo sconfinamento delle forze armate turche in territorio siriano, un’operazione questa che è stata accompagnata dai timori di una possibile ripresa dell’attività terroristica dello Stato Islamico in Medio Oriente e in Europa. Contestualmente, l’acquisto da parte turca dei sistemi S-400 russi e il loro prossimo dispiegamento hanno acuito i dissapori tra Ankara e Washington. Se per mesi Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea ambigua rispetto alle relazioni con la Federazione Russa, il dispiegamento del nuovo sistema antimissile va in una direzione piuttosto chiara. La scelta di impiegare i nuovi sistema d’arma di fabbricazione russa impone, necessariamente, l’impossibilità di garantire l’interoperabilità tra le forze turche e il resto dell’Alleanza nonché di costruire un sistema di Comando e Controllo integrato, senza considerare i timori che la piattaforma possa essere usata come fonte di informazioni sulle reali capacità e procedure della NATO da parte della Russia.

Da ultimo, per la prima volta l’ascesa delle Repubblica Popolare Cinese e le sue ripercussioni in termini di sicurezza e stabilità internazionale sono uno degli argomenti all’ordine del giorno del nuovo summit della NATO. L’inserimento della minaccia cinese tra le materie oggetto dell’attenzione dell’Alleanza è il frutto del forte pressing americano in merito alla definizione di una strategia condivisa nei confronti della Cina, un attore che sembra incutere maggior timore a Washington di quanto non faccia nelle capitali europee. Al centro della controversia vi è l’inserimento di compagnie cinesi all’interno dei grandi snodi infrastrutturali europei e soprattutto la competizione sulle nuove frontiere tecnologiche, in particolare la rete di quinta generazione, fondamentale per l’interconnessione dei sistemi informatici e l’elaborazione e ricezione di enormi quantità di dati, ma soprattutto l’intelligenza artificiale e il machine learning. Questi elementi sono al centro della competizione tra le due super potenze, una competizione nella quale Donald Trump vorrebbe poter contare sul supporto della NATO e dei singoli stati europei, che sembrano invece piuttosto interessati agli investimenti e alle possibilità offerte dal mercato cinese.

Quale futuro per la NATO?

Sullo sfondo del summit aleggia però la sensazione che l’Alleanza sia davvero prossima alla “morte celebrale” come dichiarato da Emmanuel Macron durante un’intervista al the Economist lo scorso 7 novembre. Le divisioni interne all’Alleanza periodicamente riemergono e trovare un modus vivendi tra le esigenze di sicurezza di ormai 30 Stati risulta essere particolarmente complesso. La NATO manca oggi di una capacità di pianificazione strategica di ampio respiro che sappia indicare una chiara via da seguire, l’ultimo Concetto Strategico è datato al 2010 ed è evidente la necessità di un cambio di rotta radicale. Se l’Alleanza non vuole continuare semplicemente a crescere in modo ipertrofico deve ridefinire il proprio ruolo nel Sistema Internazionale poiché altrimenti resterà sospesa in un limbo, incapace di andare avanti in modo efficace ma allo stesso tempo impossibilitata a tornare al ruolo precedente alla caduta dell’Unione Sovietica.

 

Le ambizioni energetiche della Turchia nel Mediterraneo orientale

Le recenti tensioni che hanno coinvolto la Turchia nel Kurdistan siriano hanno riportato l’attenzione anche sulle dispute sullo sfruttamento delle risorse energetiche presenti nel Mediterraneo orientale. Se, da un lato, Ankara “mostra i muscoli” manifestando così la propria intenzione di giocare un ruolo attivo in questa complessa partita, dall’altro lato l’Unione europea guarda con favore a soluzioni che mirano a mettere ai margini il presidente turco Erdogan.

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La decisione del Governo turco di inviare la nave da perforazione Yavuz in quella che la Repubblica di Cipro, membro dell’Unione Europea nonché l’unica delle repubbliche cipriote ad essere riconosciuta dalla comunità internazionale, considera come la propria Zona Economica Esclusiva (ZEE), segna l’ennesimo capitolo nella disputa sul controllo delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale. Anche perché, come prevedibile, i principali attori coinvolti nella vicenda, ovvero Italia e Francia (la nave turca, infatti, è penetrata nei blocchi di esplorazione affidati dal Governo greco-cipriota a Eni e Total), non sono rimasti a guardare. Parigi, in particolare, ha inviato due navi militari per esercitazioni congiunte con la marina cipriota. Un episodio, quello dell’ingresso della fregata di Ankara nelle acque della Repubblica di Cipro, che è solo l’ultimo di una serie di blitz turchi che hanno interessato anche la nave italiana Saipem, costretta nel febbraio 2018 ad abbandonare il proprio blocco esplorativo.

Alle radici dello scontro

Dopo il golpe greco del 1974 e la conseguente invasione del nord dell’isola da parte delle truppe turche, si è aperta una disputa, ancora oggi irrisolta, sulla sovranità sulla parte settentrionale di Cipro, rivendicata da Ankara. Per questo motivo, la Turchia non riconosce a Nicosia il diritto di concedere unilateralmente delle licenze a multinazionali straniere senza il proprio consenso. In particolare, Ankara sostiene che le ricchezze dovrebbero essere condivise tra le due comunità, la turca e la greca, che popolano l’isola. Anche perché è nella parte sud dell’isola, che rientrerebbe, secondo la comunità internazionale, nella ZEE di Nicosia, che si trovano i giacimenti di gas (Afrodite, Calipso e Glaucus) rinvenuti sino ad oggi.

Un contesto in costante divenire

Le rivendicazioni turche s’inseriscono all’interno di uno scenario energetico in divenire. Le riserve di gas nel Mediterraneo orientale, infatti, sono state scoperte solamente di recente. Dopo i giacimenti israeliani di Tamar e Leviatano, scoperti rispettivamente nel 2009 e 2010, nel 2011 è la volta di Afrodite al quale segue, nel 2015, il maxi-giacimento egiziano Zohr. Si tratta, però, di una porzione di mare ancora largamente inesplorata, tanto che ancora oggi nessuno è in grado di fornire una stima attendibile delle risorse potenziali presenti nell’area. Non è quindi escluso che in futuro importanti scoperte possano essere fatte anche al largo delle coste libanesi e dei territori palestinesi, col rischio, neanche troppo lontano, di riprodurre sul piano energetico tensioni che operano da tempo sul versante politico. Ed è proprio in questo contesto che Cipro guarda con interesse ai propri giacimenti di gas. Se da un lato, infatti, le riserve al largo delle proprie coste possono contribuire alla rinascita economica del Paese dopo la crisi della fine degli anni duemila, dall’altro lato Nicosia potrebbe diventare un tassello importante nella partita, tutta europea, di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico del vecchio continente.

Verso un hub del gas turco

A sua volta, anche la Turchia guarda con estremo interesse alle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Ankara, infatti, mira a diventare un vero e proprio hub del gas sia per le forniture provenienti dalla rotta russa sia da quelle provenienti dal Mediterraneo. Nel giro di qualche anno, infatti, la Turchia potrebbe diventare l’anello di congiunzione di ben cinque gasdotti. Ai tre attualmente in funzione, ovvero il Blue Stream, il South Caucasus Pipeline e il TANAP, che trasportano gas dal Mar Nero e dall’Azerbaijan, ben presto potrebbero aggiungersi il Southern Gas Corridor e il Turkish Stream, provenienti dall’Iran e dalla Russia. E’ questa ambizione, quindi, che spinge la Turchia a far sentire la propria voce in una partita dove gli altri giocatori, dagli Stati Uniti all’Unione europea, giocano sul fronte opposto.

La cooperazione europea in chiave antirussa (e turca)

Nella partita delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale anche l’Unione Europea vuole essere protagonista, vedendo nei giacimenti di gas presenti nell’area uno dei possibili pilastri della propria strategia di diversificazione degli approvvigionanti finalizzata, in ultima istanza, a ridurre la dipendenza dalle forniture di Mosca. In tale ottica, quindi, va letto il sostegno di Bruxelles alla realizzazione del gasdotto Eastmed, tanto da definirlo un progetto di “interesse comune”. Il gasdotto dovrebbe trasportare in Europa, attraverso Grecia e Cipro (senza passare quindi dal territorio turco), il gas proveniente dai giacimenti di Israele. Nonostante l’indubbio peso geopolitico di questo progetto, ragioni di natura economica, tra le quali l’elevato costo in relazione alla ridotta capacità (in particolare se paragonato a progetti come il Nord Stream), porteranno molto probabilmente ad un accantonamento del progetto. Tanto che, ad oggi, l’unica soluzione praticabile, che vede però sempre escluso il coinvolgimento della Turchia, è il ricorso ai rigassificatori egiziani di Idku e Damietta, come dimostra anche il recente accordo tra Egitto e Israele per la vendita e il trasporto di oltre 80 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2020.

Verso un inevitabile conflitto?

Nonostante il coinvolgimento delle navi da guerra francesi e la ferma reazione degli Stati Uniti, affidata al Segretario di Stato Mike Pompeo, difficilmente si giungerà ad un conflitto armato tra Turchia e Cipro riguardo allo sfruttamento delle risorse energetiche nella regione, rimanendo il tutto confinato sul piano prettamente politico e diplomatico. Obiettivo ultimo del presidente turco Erdogan, infatti, è quello di ottenere concessioni politiche ed economiche da parte dei principali attori internazionali coinvolti nella vicenda ed avere così dalla propria parte alcune “armi diplomatiche” da utilizzare, in particolare, nello “scontro” con l’Unione europea sui numerosi dossier aperti con Bruxelles, come dimostra anche la recente (e ciclica) minaccia di “aprire” i confini turchi al passaggio dei rifugiati siriani. A ciò si aggiunga che le autorità turche e cipriote stanno iniziando a realizzare come una cooperazione economica relativa alle risorse di gas al largo delle coste dell’isola sia conveniente per entrambe. Ma conditio sine qua non di questa cooperazione sul piano economico è la soluzione, tutta politica (e non militare), dell’annosa questione della sovranità territoriale sulla parte settentrionale di Cipro.

 

 

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