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Zone economiche esclusive: uno strumento inadatto per il Mediterraneo

Un argomento di primo piano all’interno del Mediterraneo, in questo 2020 colmo di eventi storici, è quello delle Zone economiche esclusive (Zee). L’esistenza questo istituto è prevista dal diritto internazionale consuetudinario grazie alla Convenzione di Montego Bay del 1982. È stabilito, in sintesi, che spetta alla negoziazione tra Stati contigui o frontisti la delimitazione delle proprie Zee fino ad un massimo di 200 miglia dalla propria costa, seguendo un principio di equità.

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Quest’ultimo risulta, però, paradossalmente soggettivo e poco può fare il diritto internazionale di per sé, poiché non adeguatamente disciplinato. In mari aperti ed oceani la risoluzione di controversie tra Stati – dallo sfruttamento di risorse alla stessa navigabilità – risulta semplificata per ovvi motivi di spazialità; invece, in mari chiusi come il Mediterraneo o in golfi in presenza di Stati frontisti risulta complessa per i potenziali interessi nazionali collidenti. I principali attriti spesso nascono dal famelico “modus operandi” degli Stati verso le risorse energetiche.

Dall’equilibrio politico al balance of power: una nuova competizione

Dagli anni’90 in poi, la continua scoperta di giacimenti di idrocarburi nel Bacino levantino ha portato progressivamente Cipro, Grecia, Turchia, Israele, Egitto, Libano, Siria, Libia a valutare l’istituzione di proprie Zee. A causa delle crescenti ostilità tra i governi nel Mediterraneo orientale, le Zee hanno assunto un carattere strategico-militare, lungi quindi dal loro scopo iniziale di mero sfruttamento delle risorse ittiche ed energetiche. Il motivo va ricercato nel collasso dell’equilibrio preesistente che ha incoraggiato la ricerca incauta del balance of power. Per comprendere meglio questa fine dell’equilibrio politico nel Mediterraneo, è utile riprendere le parole di P. Schroeder (1983) sulle condizioni per cui collassò l’equilibrio politico di inizio ‘900: “[…] equilibrium is gone, when a minimal balance of rights, status, security, and satisfaction among the participants in the system no longer exists and no one does anything about it. It is too pointed a formulatio, but the essential truth is that the nineteenth century European system collapsed when it

finally ceased to rest upon political equilibrium and operated solely as a balance of power system […]”. La regione del Mediterraneo orientale ha vissuto dalla fine della Seconda Guerra mondiale una perenne instabilità soprattutto sulla terraferma. Negli ultimi trent’anni i conflitti tra Marine sono stati pressochéinesistenti: le flotte sono state sempre allarmate, ma mai coinvolte in un vero conflitto a fuoco. Il Mediterraneo ha goduto di un (precario) equilibrio politico in cui gli Stati sono riusciti a mantenere una generale sicurezza marittima.

Il punto di rottura sono state le Primavere arabedimostratesi un vero tornado. Queste hanno spazzato via alcuni dei regimi garanti dello status quo – primo tra tutti quello di Mu’ammar Gheddafi in Libia – e hanno creato le condizioni per il sorgere ed il diffondersi di movimenti nazionalisti e jihadisti, azzerando i tradizionali schemi. Altresì la “ritirata” decisa da Trump dalla regione ha lasciato in loco un vuoto di potere. Questa minore ingerenza diretta degli Stati Uniti nel Vicino oriente, a favore del rinnovato “Pivot to Asia” inaugurato da Obama, ha prodotto una nuova corsa al ruolo di “Potenza regionale”. La candidatasembrerebbe essere la Turchia, un membro Nato particolare. È uno Stato revanscista e di fede islamica, i cui interessi sono stati ritenuti dagli europei sempre secondari – mai pienamente soddisfatti se non sotto ricatto, si veda la questione dei migranti – generando così una perdita di fiducia verso l’Unione Europea e un diffuso rimpianto delle passate glorie ottomane.

La Geopolitica delle Zee: Turchia contro Grecia

La Turchia,fra i Paesi mediterranei,è quella più insoddisfatta dell’attuale status quo, motivo per cui Erdogan ha sentito il bisogno di far uscire la Turchia da un’apnea lunga decenni attraverso una politica di stampo neo-ottomana. Per proiettare il Paese verso il ruolo di Potenza regionale sono stati necessari investimenti in settori strategici, rendendo la Turchia un’esportatrice di tecnologie, e un afflusso costante di risorse energetiche (Il Paese ha una superficie di 785.347 Km² con una popolazione di 80 milioni circa, dati geopoliticamente rilevanti). La geostrategia turca è stata riformulata di conseguenza: la difesa degli Stretti (Dardanelli e Bosforo) e dei litorali è stata ritenuta obsoleta, a favore di una profondità strategica improntata anche al riarmo navale e all’estensione delle proprie Zee; l’occupazione di uno spazio geopolitico turco prevede un’iniziale proiezione di forza nel Mediterraneo orientale con un’ingerenza diretta nei vari scenari, attraverso cui può estendere una rete di controllo spaziale sui traffici marittimi passante per lo strategico choke point di Suez. Non molto differente dalla visione del “Mediterraneo allargato”.

Si prenda ora in esame la cartina delle Zee rivendicate nel Mediterraneo orientale da un punto di vista turco (clicca qui). È evidente come le loro Zone risultino quasi compresse, fino ai loro litorali. Paragonandole con quelle degli Stati del Bacino levantino, dall’Egitto alla Siria, si può notare che sono ben definite e proporzionate all’estensione delle proprie coste. Parimenti la Libia avrebbe una Zee ben definita e ampia, ma il dossier libico si è dimostrato del tutto imprevedibile. L’intervento turco in gennaio a sostegno del Governo d’Accordo Nazionale, presieduto da Fayez Al-Serraj, ha inciso anche sulla definizione delle Zee libiche. I recenti sviluppi in Libia, in primis la riconquista della strategica Tarhouna, creano le condizioni per la futura costituzione del corridoio turco-libico, fonte di preoccupazione in particolare per Grecia e Cipro. Come dimostra la cartina (clicca qui), questi svolgono un ruolo di contenimento dell’espansionismo turco. Il governo di Atene, come risposta alla crescente influenza turca, ha stabilito un accordo pro-futuro con l’Italia (è stato esteso l’accordo del 1977) per la delimitazione delle reciproche Zee nel Mar Ionio. La mossa preventiva dei due governi è nata perché l’Italia sarà la destinazione dei gasdotti del progetto EastMed, in cui partecipano Israele, Cipro e Grecia, tutti e tre ostili all’espansionismo turco. L’Ammiraglio Fabio Caffio, reputa l’accordo con Roma parte di una strategia più ampia: l’obiettivo di Atene è definire le proprie Zee anche con l’Egitto in maniera da contrastare le pretese di Ankara; mentre rimarrebbe aperto il discorso nel Mar Egeo per cui una soluzione diplomatica rimane alquanto difficile.

Conclusioni

Ad oggi, nessuna delle condizioni indicate da Schroeder per il conseguimento di un equilibrio stabile è rispettata. Bisogna riflettere sulle implicazioni derivanti dal perseguimento di politiche poco lungimiranti nel Mediterraneo. L’invito è quello di una maggior considerazione da parte dell’Unione Europea, ma soprattutto, della Nato di prendere in mano la situazione e mediare cercando una soluzione che soddisfi tutti gli interessati. Come si è visto l’operazione EunavforMed “Irini” si è dimostrata totalmente inefficace, inoltre, il futuro passaggio del comando operativo dall’Italia alla Grecia non farebbe ben sperare. L’utilità dell’istituto delle Zee potrebbe essere di dubbia natura, uno strumento pernicioso, più di creazione che di risoluzione delle controversie in mari chiusi. Il Mediterraneo orientale sembrerebbe indirizzato a divenire uno spazio geopolitico turco, in cui Erdogan, finché al potere, diverrebbe un “neo-gendarme del Mediterraneo orientale”, ostile però ai più. La Turchia, una “Potenza dormiente”, ha nei suoi geni l’assertività e lo spirito nomade-guerriero, ha dimostrato capacità di pianificazione e acume tattico-strategico. Infine, riformulando le conclusioni del Generale Carlo Jean, l’intenzione del Pentagono sembra esser quella di lasciar che i membri della Nato si diano una propria gerarchia interna, ai cui vertici rientreranno Francia e Turchia, mentre l’Italia diventerebbe un attore geo-strategico secondario, con funzione da collante – inteso come un ruolo prettamente da mediatore (?) – tra il lato occidentale ed orientale del Mediterraneo.

Il sogno neo-ottomano di Erdogan destinato ad infrangersi a Washington

La strategia degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente è la stessa da decenni, limpida nella sua linearità: impedire che un’unica entità, o una coalizione di Stati, divenga egemone in un’area che va dal Marocco ai confini della Cina. Al momento, solo due potenze regionali sarebbero in grado di raggiungere l’ambito scopo: Turchia e Iran; tuttavia considerando l’isolamento diplomatico e la debolezza economica di Teheran, ancora sotto sanzioni da parte dell’Occidente, non resta che il Paese erede dell’impero ottomano.

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La Turchia è una potenza in ascesa: dalle liberalizzazioni economiche degli anni Ottanta ha goduto di una più forte crescita economica e di maggiore stabilità, mentre negli anni Novanta è salita al potere una nuova generazione di politici, il cui esponente di punta è Recep Tayyip Erdogan, alla testa del Paese dal 2003.

Affiliato ai Fratelli Musulmani, autodefinitosi un “democratico conservatore” e considerato inizialmente di orientamento islamico “moderato”, Erdogan guida oggi uno Stato in grado di proiettare influenza geopolitica ben al di fuori di quelli che sono percepiti gli stretti confini nazionali stabiliti nel Trattato di Losanna.

Innanzitutto nel Mediterraneo, dove la Turchia manovra la Tripolitania di Al Serraj, il cui governo è riconosciuto dall’Onu come l’unico legittimo di tutta la Libia; mentre tenta di piegare la Cirenaica di Haftar inviando sul campo truppe ed armamenti, Erdogan ha firmato un’intesa con Tripoli sulla definizione della zona economica esclusiva, per godere dell’utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in quelle acque. Intesa che lede gli interessi della Grecia, ma anche dell’Italia che opera attraverso l’Eni al largo di Tripoli; senza dimenticare Cipro (dal 1974 in parte sotto occupazione attraverso la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo da Ankara), i cui giacimenti off shore sono presidiati dalle navi militari turche, in danno ancora una volta della Grecia e dell’Eni.

Inoltre, è da tenere d’occhio l’evoluzione politica della Tunisia, storicamente laica in cui però nella coalizione di governo sono recentemente entrati i Fratelli Musulmani, che ha come principali finanziatori proprio Turchia e Qatar.

Il ruolo della Turchia in Siria dopo lo scoppio della cosiddetta guerra civile del 2011 è apparso ondivago nella tattica ma limpido nei fini: neutralizzare la componente curda presente nel nord della Siria e dell’Iraq annettendo quei territori e spingendosi anche oltre, da Aleppo a Mosul; uno scenario che Russia e Iran vorrebbero non si realizzasse, con gli Stati Uniti che valutano di incrementare il loro supporto alle milizie curde mentre sperano che la Turchia si impantani in questo vero e proprio ginepraio. Alla guerra in Siria è legata anche la questione dei migranti: Ankara accoglie al momento più di tre milioni di profughi che usa come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea, dalla quale pretende ingenti finanziamenti per trattenerli entro i propri confini e non lasciar invadere il continente attraverso la rotta balcanica. Nella tormentata penisola, il soft power della Turchia fa leva sulla comune identità islamica di Albania e Kosovo, ed in parte di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, ma la cooperazione prosegue con tutti gli Stati della regione balcanica anche nei settori industriali e tecnologico senza trascurare gli aspetti militari.

Ankara ha inoltre rafforzato la sua influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, in particolare in Sudan e Somalia: con Khartum sono stati confermati numerosi accordi commerciali da miliardi di dollari l’anno, oltre al completamento di una base militare turca sull’isola di Suakin; per quanto riguarda Mogadiscio, la Turchia è stata tra i primi Stati a ripristinare le relazioni diplomatiche con l’ex colonia italiana, con gli aiuti umanitari che hanno fatto da apripista alle imprese ed alle forze armate di Ankara. Oggi imprese turche controllano non solo l’aeroporto della capitale ma gestiscono anche il principale porto marittimo, ma il vero bottino è costituito dallo sfruttamento delle risorse energetiche al largo della costa somala.

La presenza turca nella regione risponde alla necessità di ridimensionare il ruolo delle petromonarchie del Golfo, su tutte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che considerano quei territori come una loro propaggine, oltre alla già sottolineata esigenza della Turchia di accrescere il proprio ruolo di potenza energetica. La futura egemonia turca in questo settore è considerata un obiettivo fondamentale da Erdogan, intenzionato a rifornire l’Europa di gas e petrolio, provenienti principalmente da Russia ed Azerbaigian, esclusivamente attraverso il suo Paese.

Ma la partita più importante riguarda le relazioni con la Cina: Ankara ha bisogno degli investimenti e del supporto cinese per realizzare il sogno neo-ottomano, mentre il Dragone necessita del gigantesco ponte a cavallo tra oriente e occidente rappresentato dalla Turchia. L’ambizioso progetto delle Nuove Vie della Seta vede infatti nella Turchia uno snodo imprescindibile in direzione del continente europeo; attualmente un treno merci cinese impiega solo dodici giorni ad arrivare ad Ankara dalla città di Xi’an attraverso la China Railway Express, dove prosegue per Istanbul e da qui attraverso la linea turca Marmaray sotto lo stretto del Bosforo verso l’Europa. La cooperazione tra Cina e Turchia si basa sul consorzio Heritage Platform, società sino-turca con sede a Hong Kong e nata dalla fusione tra la Heritage Turkey e la Caricom Oil of China.

Erdogan sa bene che non può far crescere la produzione industriale nazionale, in particolare il settore bellico, senza gli investimenti di Pechino, essendo intenzionato a rafforzare l’industria pesante per incrementare l’esportazione di prodotti Made in Turkey verso l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica, riducendo le importazioni di prodotti provenienti dalla Zona Euro.

Oltre agli investimenti infrastrutturali e agli accordi commerciali che spaziano dal turismo all’energia, la Cina ha iniziato a giocare un ruolo determinante in Turchia anche sotto il profilo finanziario: la scorsa estate la Banca centrale cinese ha letteralmente salvato Ankara dal default iniettando fondi nell’economia turca per la cifra complessiva di un miliardo di dollari, per far fronte al crollo della lira turca nei confronti delle principali valute di riserva mondiale, dollaro in testa.

In seguito, Erdogan ha ribadito i suoi propositi amichevoli verso Pechino, dichiarando di essere pronto a commerciare con la Cina attraverso le rispettive valute nazionali e non più in dollari.

La Turchia è un membro della NATO, il secondo dopo gli Stati Uniti per numero di forze armate, ha svolto un ruolo cruciale nel contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, soprattutto controllando l’accesso al Mediterraneo dal Mar Nero e rimane, nonostante le sue ambiguità e le sue doppiezze, un alleato del mondo occidentale. Washington non ha alcun interesse a rompere con Ankara, avversario strategico di Russia e Iran, ma non c’è dubbio che le velleità imperiali turche collidano con gli interessi americani. L’annessione di parte di Siria e Iraq e persino il controllo della Tripolitania sono tollerate se non incoraggiate per impedire che altri attori, decisamente più ostili e minacciosi, colmino quel vuoto di potere.

Invece una Turchia neo-ottomana, egemone nel Mediterraneo orientale ed in grado di proiettare la sua influenza geopolitica dall’Europa all’Oceano Indiano, ma soprattutto testa di ponte della Cina verso occidente, non sarebbe in alcun modo accettabile da parte degli Stati Uniti. Erdogan è stato avvisato più volte e, nonostante il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 che lui stesso ha attribuito a Washington, continua ad inseguire i suoi sogni imperiali.

Gas e Turchia, nuove tensioni nel Mediterraneo orientale

I Ministri degli Esteri di Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati Arabi hanno adottato nei giorni scorsi un duro comunicato nei confronti della Turchia, denunciando allo stesso tempo le “attività illegali turche” nella zona economica esclusiva di Cipro e nelle sue acque territoriali così come “gli interventi turchi in Libia”. Una nuova escalation strettamente legata alla (complicata) partita dello sfruttamento delle risorse di gas presenti nel Mediterraneo orientale (agli oramai “storici” giacimenti di Zohr, Afrodite, Leviatano e Tamar si sono aggiunti, negli ultimi anni, quelli di Glaucus e, soprattutto, di Nour), aggravata dal coinvolgimento di alcuni attori che operano su fronti opposti nella delicata partita libica. 

Gas e Turchia, nuove tensioni nel Mediterraneo orientale - Geopolitica.info

L’aggressività turca

Ankara sconta una posizione di (forte) isolamento con riferimento al possibile sfruttamento delle ingenti risorse di gas scoperte nell’area nel corso dell’ultimo decennio. A schierarsi apertamente a fianco della Turchia oggi è solamente la Libia di Fayez Al-Serraj, con la quale nel novembre dello scorso anno Ankara ha firmato un accordo, ancora sulla carta, che prevede, tra l’altro, l’avvio di attività di esplorazione e perforazione nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia. Non sono mancate, poi, in passato alcune azioni aggressive e provocatorie nel Mediterraneo orientale: dal blocco della nave da perforazione italiana Saipem nel febbraio 2018 fino alle perforazioni nelle acque antistanti la costa settentrionale dell’isola di Cipro, che ha sollevato forti critiche da parti dell’Unione Europea, passando per la grande esercitazione navale militare svoltasi nell’area nel maggio 2019. 

La partita del Mediterraneo orientale

Alla base di questa aggressività vi è la volontà del presidente turco Erdogan di giocare un ruolo di primo piano nella partita del gas nel Mediterraneo orientale. Ankara, infatti, anche grazie al possibile sfruttamento del gas estratto nell’area, mira a rafforzare la propria ambizione di diventare un vero e proprio “corridoio energetico” per il gas diretto verso il vecchio continente. Già oggi, attraverso il territorio turco, passano i tubi del Turk Stream, che, una volta completato, porterannoil gas russo in Europa così come quelli del Corridoio Meridionale del Gas, che collega l’Europa con i giacimenti dell’Azerbaijan. Per questo motivo Erdogan spera di riuscire a convogliare in Turchia almeno parte del gas presente nel Mediterraneo orientale, tanto da prevedere la possibile costruzione di un gasdotto  tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale: una condotta lunga appena 80 km, con costi quindi largamente inferiori rispetto a Eastmed, il progetto sostenuto da Bruxelles. L’ambizione del presidente turco, però, sembra scontrarsi in questo momento proprio con il fatto che, ad inizio gennaio, Grecia, Israele e Cipro si sono incontrati ad Atene per siglare un accordo per l’avvio dei lavori di costruzione del nuovo gasdotto “europeo”. 

Non solo Eastmed

Non c’è solo la possibile realizzazione di Eastmed ad agitare la Turchia. Il grande avversario nell’area è l’Egitto di Al Sisi, rivale di Erdogan anche nella guerra civile libica, dal momento che il presidente egiziano, a differenza di quello turco, sostiene il generale Haftar. Ad oggi, nella partita del Mediterraneo orientale, l’Egitto è sicuramente in vantaggio, soprattutto grazie alla possibilità di utilizzare gli impianti di liquefazione, presenti al largo delle proprie coste, di Idku e Damietta per trasportare il gas estratto. Ne è la dimostrazione l’avvio delle esportazioni israeliane di gas naturale verso l’Egitto in esecuzione del contratto per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas nel corso di 15 anni firmato lo scorso anno tra i due paesi. A ciò si aggiunga, poi, che la Turchia (così come il Libano) è stata esclusa, a causa delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro, dall’East Mediterranean Gas Forum (EMGF), un’organizzazione creata nel gennaio 2019 che ha lo scopo di facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale. 

Il silenzio russo (e quello italiano)

In questo contesto, il presidente russo Putin, oggi soprattutto impegnato a contrastare la diffusione della pandemia nel paese, evita di pronunciarsi. Seppure su posizioni diverse con riferimento alla situazione libica, dove Mosca sostiene, così come l’Egitto e gli Emirati Arabi (altro paese firmatario del comunicato dei giorni scorsi), il generale Haftar, Putin evita di scontrarsi con Ankara nella partita del gas. La Turchia, infatti, rappresenta un perno della strategia energetica russa, che mira a portare il gas in Europa aggirando il territorio ucraino, come dimostra la realizzazione del Turk Stream. Se poi la Turchia riuscisse in qualche modo, a causa delle tensioni presenti nella zona, a bloccare la realizzazione di Eastmed, il presidente russo Putin vedrebbe abortire sul nascere l’ennesimo tentativo europeo di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico a scapito di quelle di Mosca. 

Non stupisce, poi, il silenzio dell’Italia, che già nel recente passato non aveva firmato alcune dichiarazioni contro la Turchia. È infatti probabile (e forse auspicabile) che il nostro paese stia tenendo una posizione di “neutralità”, in quanto paese profondamente interessato a quell’area, cercando magari in futuro di porsi quale negoziatore o, almeno, facilitatore (qualora realizzato, Eastmed porterebbe, di fatto, il gas proprio in Italia). Ma, soprattutto, difficilmente il nostro paese avrebbe firmato un comunicato così duro proprio all’indomani del fondamentale apporto fornito dai servizi segreti turchi alla liberazione di Silvia Romano. 

Fabrizio Anselmo,
Geopolitica.info

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche

Il Corno d’Africa rappresenta una delle regioni più instabili del mondo e al tempo stesso quella dove è più evidente la ‘regia’ delle grandi potenze i cui interessi divergenti e le guerre per procura emergono con tutte le loro contraddizioni.  

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Nell’area è in corso da tempo un processo di trasformazione dovuto principalmente all’attivismo e al coinvolgimento dei paesi mediorientali che hanno accentuato l’interdipendenza tra le due sponde del mar Rosso. Contestualmente, essi hanno favorito cambiamenti non soltanto nelle dinamiche interne ai singoli paesi della regione ma hanno anche cristallizzato attriti e tensioni, diretto riflesso dei conflitti che coinvolgono i paesi della penisola arabica e non solo.  

Alla base di questo nuovo allargamento del raggio d’azione degli attori regionali c’è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, strategia dettata dalla volontà dell’amministrazione Bush, intrisa di ideologia neocon, di ridisegnare su scala globale l’egemonia americana e di creare i presupposti di un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Al fallimento di quella strategia ha fatto seguito il disengagement promosso dalla nuova amministrazione Obama che ha così favorito l’affacciarsi su nuovi teatri delle potenze regionali specie quelle che ambivano a rafforzare la loro leadership come Arabia SauditaIran Turchia. Le rivolte del 2011 hanno fatto il resto cristallizzando la tripolarità e creando assetti nuovi come la vicinanza tra Turchia e Qatar contro le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti incapaci sin qui di assumere un ruolo di leadership nonché di resistere alle ambizioni dell’Iran sciita e dei suoi satelliti (Hezbollah su tutti).  

Eppure, proprio il regno wahabita (l’Arabia Saudita) fu il primo a tentare di cambiare le carte in tavola delle relazioni nell’area: dopo lo choc delle primavere arabe e l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, Riyad ha trasformato il suo approccio rendendolo un vero e proprio rollback e applicando questa nuova strategia proprio nel Corno d’Africa anche a causa delle rivolte in Yemen che stavano assumendo proporzioni preoccupanti. La situazione di caos nel paese ha consentito al movimento degli Houthi di divenire un fattore decisivo nel conflitto grazie anche all’occupazione della capitale San’a. La presenza di una forza sciita a pochi chilometri dai suoi confini è per i sauditi un fatto inaccettabile e così da allora il regno, anche grazie al dinamismo del principe Mohammed Bin Salman, si è posto a capo di una coalizione che ha iniziato a condurre operazioni militari contro gli Houthi, misure a cui hanno partecipato anche alcuni stati africani come il Sudan. La presenza degli Houthi in Yemen viene vista da Riyad come una sfida diretta al suo prestigio da parte dell’internazionale sciita a guida iraniana, fatto questo che intriso ancor di più le rivalità regionali di matrici tipicamente settarie.  

L’Iran orienta la sua azione nella regione in modo diverso: a differenza delle monarchie del golfo Teheran ha sin qui adottato una politica attendista basata più sulla volontà di ridurre i margini di manovra dei rivali che su azioni dirette. Teheran in sintesi punta a limitare le scelte e le possibilità dei rivali, una strategia rivelatasi fin qui vincente in Iraq (tranne forse per l’omicidio del generale Qassem Suleimani) e che risponde al concetto di ‘profondità strategica’ più volte ribadito dalla guida suprema Ali Khamenei. Ciò consente all’Iran di allontanare potenziali conflitti dai propri confini e di selezionare quegli obiettivi capaci di incidere sulle prospettive politiche dei nemici. Corrisponde pienamente a questa strategia la politica adottata dall’Iran in Yemen.  

Un attivismo diverso da quello saudita ma non meno muscolare è quello invece adottato dalla Turchia imperniata sulla ‘dottrina Erdogan’ volta a compattare il consenso interno al leader attraverso la politica estera. Alla base di questa concezione c’è la volontà da parte di Ankara di adottare politiche preventive che presuppongono anche l’utilizzo dell’esercito: da qui l’installazione di una base militare in Qatar nel 2015 (in funzione anti emiratina) e il dispiegamento di truppe nel Sudan orientale. L’utilizzo dell’esercito nello scacchiere della penisola arabica se da un lato cristallizza l’asse privilegiato con il Qatar dell’emiro Al-Thani dall’altro lato enfatizza lo scontro con gli Emirati Arabi Uniti, rivalità allargatasi anche al Corno d’Africa. Proprio la sponda qatarina ha permesso a Erdogan un accesso pieno alla regione del Golfo e all’altra sponda del mar Rosso: una penetrazione prima umanitaria, grazie agli aiuti che Ankara (via Doha) ha fornito alle popolazioni dell’area ciclicamente colpite da siccità e carestie e poi propriamente politica con il sostegno al governo di Mogadiscio conseguente alla visita di Erdogan in terra somala nel 2011. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato dei veri e propri avamposti strategici, mezzo necessario per la proiezione strategica del regno di Mohammed bin Zayed. Gli emiratini, settimo produttore mondiale di greggio, sono impegnati principalmente a proteggere le rotte commerciali marittime e in particolari lo stretto di Bab al-Mandeb. Da ciò la necessità delle basi militari e, all’inizio della sua penetrazione nell’area, di rapporti privilegiati con Gibuti. Gli emiratini hanno scelto questa linea sia per controbilanciare il crescente peso di altri attori regionali come la Turchia e il Qatar, sia per rafforzare la loro posizione all’interno della stessa Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Fondamentale resta però l’aspetto economico e cioè la ‘protezione’ delle rotte del greggio e in special modo dello stretto di Bab al Mandeb privilegiando la logistica marittima attraverso la propria ‘testa di ponte’, la società DP World e l’hub del porto di Dubai divenuto ponte tra i mercati asiatici e quelli dell’Africa orientale. L’obiettivo è quello di contendere alla Turchia la maggior parte degli investimenti nella regione, settori chiave come le costruzioni, il turismo, i generi alimentari (Abu Dhabi è importatore per quasi il 75% del proprio fabbisogno alimentare). Dopo una prima fase in cui gli Emirati hanno investito massicciamente a Gibuti è stata l’Eritrea l’oggetto di un sempre maggior interesse in funzione anti-iraniana: da qui la decisione di aprire una base militare ad Assab dopo la normalizzazione delle relazioni del paese africano con le monarchie sunnite. L’Eritrea in tale fase si è distinta per la capacità di giocare su più fronti anche se poi il suo presidente, Isaias Afewerki, è divenuto sempre più sponsor di Teheran nella regione divenendo di fatto testa di ponte per gli attacchi degli Houthi in Yemen. Politica cambiata nuovamente alla fine del 2015 quando l’Eritrea ha deciso di sposare la causa saudita in cambio di generose elargizioni da casa Saud visto il pessimo stato delle finanze del paese del Corno d’Africa. Un passo che è stato ‘apripista’ ad un altro evento, la normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia fortemente sponsorizzata proprio da Rihad e Abu Dhabi.  

Il loro comune nemico nella regione, oltre all’Iran, resta l’ambizioso Qatar. Quest’ultimo ha iniziato la sua penetrazione grazie al finanziamento di Ong islamiche e scuole coraniche, elemento che l’ha resa, agli occhi degli attori del Corno, un partner affidabile. Proprio le buone relazioni sia con l’Eritrea che col Sudan ha permesso all’emiro Khalifa bin Hamad di giungere ad un accordo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi, accordo siglato nella capitale qatarina Doha a suggello del ruolo svolto dal paese. Un ruolo svolto anche in occasione dei negoziati tra il Sudan e i ribelli del Darfur e tra il Gibuti e l’Eritrea  per la disputa territoriale di Ras Doumeria. Gli interessi qatarini vanno però oltre e coinvolgono direttamente anche la Somalia. Qui grazie alla diaspora e al ruolo delle scuole islamiche il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano di condanna delle azioni del governo federale di transizione (appoggiato dall’Etiopia) divenendo polo di attrazione per tutte le forze somale (anche estere) che condannarono l’invasione di Addis Abeba. Fondamentale la campagna lanciata da Al Jazeera in cui si condannavano gli abusi imposti alla popolazione dell’Ogaden dalle truppe etiopi, condanna che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Etiopia e Qatar spingendo il paese dell’emiro sempre più dalla parte dell’Eritrea.  

Alleanze e accordi che nel Corno d’Africa sono improntate alla flessibilità e a durata variabile, segni tangibili che il nuovo ‘fronte caldo’ del mondo potrebbe essere nel futuro prossimo quello tra le due sponde del Mar Rosso.  

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi?

Le notizie che ci giungono, in questi giorni, da Idlib mostrano più che mai come l’ascesa egemonica nel MENA si traduca in una temibile “sfida a due”, che vede protagonisti il Sultano Erdoğan e lo zar Putin. Una sfida tra una Turchia ambivalente che si muove nella veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana, ma che persegue malcelati fini espansionistici e, un Cremlino interessato a manifestare le riconquistate doti di mediatore regionale.

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La guerra civile siriana

Una guerra civile, quella siriana, che è andata internazionalizzandosi contestualmente all’emergere del pericolo ISIS. Di fronte all’incontenibile Stato islamico solo la discesa in campo delle forze militari russe e iraniane ha permesso di risollevare le sorti del regime siriano. All’indomani, infatti, della sconfitta del califfato, durante il 2017, Assad sostenuto dalle forze aeree russe e dalle milizie sciite di Teheran, ha potuto riconquistare numerosi territori controllati dai ribelli come Darāyā, Aleppo est e il Ġūṭa orientale. Tranne Idlib capace di resistere altri due anni grazie al sostegno militare ed economico garantito da Arabia Saudita, Qatar,e Turchia. I principali competitors mediorientali si sono, così, trovati a fronteggiarsi sul terreno siriano generando una miscela “geopolitica” esplosiva.

Le ambizioni russe

Il progressivo rafforzamento militare di Assad ha corrisposto, al contempo, alla volontà di abbandonare ogni possibile via negoziale per la risoluzione della crisi siriana. Soltanto, l’ingresso di una potenza politica terza ed autorevole avrebbe consentito di aprire un tavolo di confronto. A fronte della politica americana di selective engagement, quel ruolo è automaticamente spettato al Cremlino. Putin si è prontamente attivato ad aprire un parallelo processo diplomatico, ad Astana, tra i contendenti. Il migliore risultato del processo di Astana è stata la approvazione, nel corso del 2017, di aree di de-escalation tra ribelli e forze governative, ovvero di aree protette ove consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. Le zone di de-escalation hanno incluso la provincia di Idlib, alcune parti delle sue zone limitrofe nelle province di Latakia, Hama e la zona nord della città di Homs, il sobborgo damasceno di Ghouta, nonché le province di Daraa e al-Quneitra nel sud della Siria. Garanti del rispetto di tali zone sarebbero stati precipuamente i rispettivi alleati, la Russia e l’Iran, da un lato, e la Turchia dall’altro. Mediante l’attivazione del Processo di Astana il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso e interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss

Le ambizioni turche

Nel corso della guerra profili di inadempimento dell’accordo di Astana sono stati individuati nella condotta di uno dei garanti, la Turchia. Già nell’autunno 2018 la Turchia ha schierato proprie truppe ad Idlib formalmente con l’obiettivo di far rispettare le clausole dell’accordo. In realtà, anziché schierarsi tra ribelli e regime, le truppe di Ankara hanno proceduto verso l’enclave curda di Afrin, con il fine di usare l’accordo per spingersi sempre più a Sud nella Siria, e riaffermare il potere su ex-domini ottomani. D’altronde, Erdoğan, è stato il primo presidente ad aver politicamente sfruttato la ricostruzione storiografica delle gesta imperiali ottomane, riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. La guerra di Siria ha, dunque, rappresentato per Ankara il presupposto per la ricostruzione della Grande Turchia dei primi del ‘900. Non a caso, molteplici sono state le operazioni condotte oltreconfine: dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” del 2016, alla operazione “Ramo d’Ulivo” del 2018 sino all’operazione “Fronte di pace”, di vero e proprio sventramento del Rojava. In questo modo Ankara impedisce l’unificazione delle zone dell’Antico Kurdistan, mentre si riappropria di ampie zone della vecchia area di influenza ottomana in Siria a ridosso del confine turco. Zone di influenza esclusivamente turca come conferma il contenuto dell’accordo di Sochi, tra il presidente Putin e il presidente turco Erdoğan in merito alla creazione di una”safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia. Dall’autunno 2019, Ankara mantiene, infatti, il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn. Ma auspica di proseguire verso sud ovvero verso Idlib per creare una zona cuscinetto ancora maggiore ove, in primis, collocare, i milioni di profughi siriani assiepati sul confine e, in secundis, allontanare il più possibile le truppe di Assad dal proprio territorio. Infatti, Erdoğan teme ritorsioni da parte di colui che si è scelto, politicamente, come primo nemico nella Regione. Ne costiuisce una riprova la risoluzione approvata, nelle scorse ore, dal parlamento siriano volto a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dagli ottomani dal 1915. La approvazione è stata accompagata da una puntigliosa dichiarazione del presidente del Parlamento siriano Hammouda Sabbagh “Ora vediamo l’aggressione turca come basata sull’ideologia razzista ottomana”. Una provocazione, al momento, soltanto formale ma che preannuncia ulteriori scintille sul campo di battaglia.

Arabia Saudita, Iran e Usa

L’esuberante politica turca ha fatto sì che altri autorevoli attori regionali si svincolassero dalla questione siriana. L’Arabia Saudita ha preferito occuparsi delle problematiche interne e della instabilità yemenita. L’Iran, invece, dopo le rappresaglie attuate, in territorio iracheno, in risposta alla uccisione del comandante Qasem Soleimaini, preferisce attendere restando ad osservare le prossime mosse dell’”odiata” America e del Cremlino. Dal canto suo, Washington mantiene ufficialmente la linea adottata di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente. Una politica che ha spinto in questi anni le principali potenze mediorientali a tentare l’ascesa ad egemonia regionale. Una rincorsa egemonica che, però, al momento ha visto l’emergere di una inarrestabile Turchia e di una attenta ma poco efficace Russia. Chi ne uscirà vincitore? Lo deciderà solo la battaglia di Idlib.

La contesa di Idlib

La contesa di Idlib sta vedendo protagonisti sul campo l’esercito di Ankara e quello Damasco. E per quanto le rispettive fila hanno contato anche dei morti, la resa dei conti non vedrà partecipe il regime di Assad ormai sfiancato e sull’orlo del fallimento economico, bensì il Sultano Erdoğan e lo zar Putin, principale sostenitore di Assad. Entrambi presentano il desidero di contrapporsi egemonicamente a Washington. Entrambi sono stati gli artefici dei negoziati diplomatici in Siria ma non necessariamente entrambi sapranno contenere i propri egoismi e conservare la giusta lucidità di risoluzione delle problematiche regionali. Di certo, la politica “neo-imperialistica” di Ankara costituisce la principale ragione di crisi e Putin ha tutto l’interesse di paventare le doti di mediatore. Allo stesso tempo, le truppe turche stanno operando per la prima oltre i propri confini manifestando spesso un certo grado di impreparazione. A loro favore propende, però, il possibile stanziamento di nuove risorse dalla capitale a fronte della consolidata ripresa economica, dopo la svalutazione della lira turca. Diversamente, il Cremlino teme ancora l’acutizzarsi della stagnazione economica difficile da contenere se si prosegue con l’esborso di risorse nei principali focolai regionali. Non solo. A favore di Ankara gioca la duplice veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana. Infatti, la NATO ha invitato Assad e il suo principale alleato, la Russia, a interrompere gli attacchi, alla luce delle precarie condizioni in cui si ritrovano le popolazioni civili della zona. Contrariamente, Erdoğan ha giustificato il movimento di circa 9000 uomini nelle zone di Latakia, limitrofa a idlib, come funzionale al controllo dell’area e al consolidamento del cessate il fuoco. Una perversa ambivalenza che cela gli effettivi fini della politica estera del Sultano. Dal canto suo, Trump auspica che si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors di dimensione regionale che tengano sotto controllo i focolai in corso, riservando, però, a sé soltanto la facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi falliscono nell’adempimento del loro compito. Ne deriva la sottesa volontà di conservare sempre una attenzione particolare verso la zona del MENA: lo dimostra il dispiegamento di ben 14mila unità militari durante il 2019, unità aumentate di 3500 unità dopo l’avvio dell’escalation Iraniana. Dunque, la volontà di Washington di selezionare le aree geopolitiche di intervento militare diretto non si è tradotto sino ad ora in un totale disinteresse per il Medio Oriente. Perciò, non può escludersi un futuro intervento, nella Regione, americano volto a limitare possibili rovinosi esiti da questa perversa “sfida a due” di Russia e Turchia.

Verso un’OPEC del gas nel Mediterraneo orientale?

La recente firma dell’accordo quadro per la trasformazione dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) in una vera e propria organizzazione internazionale ha riacceso i riflettori sulle opportunità connesse alla creazione di una sorta di “OPEC del gas” nel Mediterraneo orientale. Una regione, quest’ultima, sempre più al centro degli interessi energetici europei, in un’ottica di possibile diversificazione degli approvvigionamenti, e dove la cooperazione tra paesi storicamente “rivali” s’ispira a comuni interessi economici. Con la Turchia, convitato di pietra del Forum, che mira a diventare il principale hub energetico della regione.

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Una nuova organizzazione internazionale

Annunciato per la prima volta nell’ottobre 2018, il Forum nasce nel gennaio 2019 su iniziativa di Italia, Egitto, Israele, Cipro, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese: tutti paesi, fatta eccezione per l’Italia, che si trovano nel bacino orientale del Mar Mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è quello di facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale e di approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i Paesi coinvolti: un primo passo verso una cooperazione nel settore energetico in un’area che si conferma ricca di grandi opportunità. E proprio per accelerare il raggiungimento di questo obiettivo, il 16 gennaio al Cairo è stato firmato un accordo quadro con il quale l’EMGF si trasforma in un’organizzazione internazionale. Una sorta di “OPEC del Gas” (anche se, in realtà, le funzioni sono completamente diverse) ristretta alla regione mediterranea alla quale vorrebbe aderire anche la Francia e dalla quale, al contrario, sono esclusi paesi chiave quali Turchia e Libano a causa, rispettivamente, delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele, storico rivale di Beirut.

Una cooperazione economica e politica per superare le tensioni nella regione

L’East Mediterranean Gas Forum si presenta come il luogo dove paesi storicamente rivali cercano di superare le proprie tensioni in nome di quei vantaggi economici che deriverebbero da una cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Se i rapporti tra Israele ed Egitto sono oramai pacificati dal 1978, questo è particolarmente vero per quanto concerne le relazioni, oggi alquanto tese, tra Tel Aviv e gli altri paesi arabi membri del Forum (Libano e Autorità Palestinese). Ne è una dimostrazione, ad esempio, l’apertura delle trattative con l’ANP per sviluppare il progetto del giacimento di gas Gaza Marine, a largo delle coste dell’enclave palestinese.

A trarre beneficio dalla nuova organizzazione potrebbe essere anche la piccola isola di Cipro, schiacciata dalla rivalità tra Turchia e Grecia: una sorta di “scudo difensivo” non militare in grado di proteggere l’isola dalle rivendicazioni, sempre più aggressive, di Ankara.

Una regione centrale nel panorama energetico

Le riserve di gas nel Mediterraneo orientale sono state scoperte solamente di recente. Dopo i giacimenti israeliani di Tamar e Leviatano, scoperti rispettivamente nel 2009 e 2010, nel 2011 è la volta di Afrodite al quale segue, nel 2015, il maxi-giacimento egiziano Zohr. Si tratta, però, di una porzione di mare ancora largamente inesplorata, tanto che oggi nessuno è in grado di fornire una stima attendibile delle risorse presenti nell’area. Ne è la dimostrazione una nuova scoperta, risalente a febbraio 2019, nelle acque territoriali di Cipro: un giacimento, denominato Glaucus-1, le cui prime perforazioni stimano una portata tra i 142 e i 227 miliardi di metri cubi di gas, che andrebbero quindi ad aggiungersi ai 307 miliardi di Tamar, ai 605 di Leviatano, ai 129 miliardi di Afrodite e agli 850 miliardi di Zohr.

Verso un hub regionale del gas in Egitto?

Il Cairo punta a diventare l’hub regionale di riferimento nella regione, con l’ambizione di recuperare quel suo ruolo guida nell’area scalfito con le Primavere arabe. Non è un caso, infatti, se la firma dell’accordo quadro è avvenuta al Cairo, sede anche del quartiere generale della neonata organizzazione. E poiché l’Egitto ha già due importanti impianti di liquefazione in attività (Idku e Damietta), ad oggi portare verso il paese nordafricano il gas estratto dai giacimenti israeliani e ciprioti sembra essere la soluzione più conveniente dal punto di vista economico.  Lo conferma l’annuncio, alla vigilia del summit del Cairo, dell’avvio delle esportazioni israeliane di gas naturale verso l’Egitto in esecuzione del contratto per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas firmato lo scorso anno tra i due paesi.

L’attivismo turco

Così come l’Egitto, anche la Turchia, esclusa dal Forum, persegue l’obiettivo di diventare un hub regionale del gas. E proprio alla luce di questa esclusione vanno lette alcune azioni aggressive e provocatorie che Ankara ha portato avanti nel Mediterraneo orientale: dal blocco della nave da perforazione italiana Saipem nel febbraio 2018 fino alle perforazioni nelle acque antistanti la costa settentrionale dell’isola di Cipro, che ha sollevato forti critiche da parti dell’Unione europea, passando per la grande esercitazione navale militare svoltasi nel maggio 2019. Nelle scorse settimane, poi, Ankara ha raggiunto un accordo con il governo libico di Al-Serraj che prevede, tra l’altro, l’avvio di attività di esplorazione e perforazione nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia.

Le ambizioni turche sono supportate dalla sua posizione geografica, vero e proprio “ponte naturale” tra Asia, Medio Oriente ed Europa, e dalla presenza di numerose infrastrutture per il trasporto del gas (Blue Stream, South Caucasus Pipeline e TANAP), alcune delle quali in costruzione (Southern Gas Corridor e Turkstream, quest’ultimo inaugurato proprio recentemente da Putin ed Erdogan).

Il (possibile) rilancio di Eastmed

La creazione di un’organizzazione finalizzata a favorire la cooperazione energetica tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale potrebbe dare nuovo slancio al gasdotto Eastmed, un progetto che vede il sostegno dell’Unione europea tanto  da definirlo un progetto di “interesse comune”. Il gasdotto dovrebbe trasportare in Europa, attraverso Grecia e Cipro (senza passare quindi dal territorio turco), il gas proveniente dai giacimenti di Israele. Nonostante l’indubbio peso geopolitico di questo progetto, ragioni di natura economica, tra le quali l’elevato costo in relazione alla ridotta capacità (in particolare se paragonato a progetti come il Nord Stream), hanno portato sino ad ora ad accantonare, di fatto, il progetto. Ad inizio gennaio Grecia, Israele e Cipro si sono incontrati ad Atene per siglare un accordo per l’avvio dei lavori di costruzione del nuovo gasdotto sottomarino, ma la strada verso la sua effettiva realizzazione sembra essere ancora lunga e fitta di ostacoli, politici ed economici.

Non mancano, poi, progetti alternativi, come quello di Ankara, che prevede la costruzione di un gasdotto tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale: una condotta lunga 80 km (contro i 1900 di Eastmed), con costi quindi largamente inferiori rispetto al progetto sostenuto da Bruxelles.

L’appoggio degli Stati Uniti al Forum

Sebbene non ne facciano ufficialmente parte, gli Stati Uniti guardano con grande interesse alla creazione dell’ EMGF e, più in generale, ad una cooperazione nella regione del Mediterraneo orientale, così come dimostra la partecipazione del vice segretario statunitense per l’energia al meeting di lancio del Forum nello scorso gennaio. Di fatto, tutti i principali paesi membri dell’organizzazione  hanno buoni rapporti con Washington. Gli USA, in particolare, vedono nelle risorse di gas presenti al largo di Israele, Cipro ed Egitto un importante strumento per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, con conseguente diminuzione della dipendenza del vecchio continente dalle forniture di Mosca.

I limiti del Forum

Se, da un lato, non mancano, quindi, i motivi per guardare con fiducia alla nuova organizzazione, dall’altro lato ci sono alcuni elementi che possono ridimensionarne l’importanza. In primo luogo, l’esclusione della Turchia potrebbe “giustificare” un comportamento sempre più aggressivo da parte di Ankara, che guarda al Forum come ad un’organizzazione costituita in chiave anti-turca. Una sua inclusione all’interno dell’organizzazione porterebbe all’apertura di un canale di dialogo, oggi sempre più urgente, con uno degli attori chiave nello scacchiere mediterraneo. Inoltre, è da sottolineare come le risorse di gas nel Mediterraneo orientale, che costituiscono ad oggi l’1% delle riserve totali mondiali, non possono essere paragonate a quelle di Russia, Norvegia e Qatar. Senza dimenticare, infine, come i costi per il trasporto del gas estratto nella regione siano ancora particolarmente elevati, con la conseguenza che i paesi interessati potrebbero essere portati a limitare il commercio del gas tra di loro o, comunque, nell’ambito regionale.

Articolo pubblicato originariamente su ISPI (www.ispionline.it)

 

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - Geopolitica.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana

Continuano a muoversi le pedine nella delicata ed intricata partita che si gioca sulla scacchiera libica. Il 22 dicembre le forze del maresciallo Haftar hanno sequestrato a largo di Derna una nave cargo battente bandiera di Grenada e con equipaggio turco; è questa la prima reazione di peso delle forze bengasine all’accordo stipulato tra Tripoli ed Ankara per la modifica delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale e che prevede anche l’aiuto militare turco al governo di al-Sarraj.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana - Geopolitica.info

Il capo del governo tripolino Fayez al-Sarraj ha dichiarato al “Corriere della Sera” che il progetto di Conferenza di Berlino potrebbe essere utile ma che allo stato attuale non si vedono i risultati concreti della pacificazione che, depurando la frase dal linguaggio diplomatico, equivale ad una sonora bocciatura della linea fin qui seguita dall’Europa e dall’Italia su tutti, segno che gli equilibri di potenza nella nostra ex “Quarta Sponda” stiano rapidamente cambiando.

Il tutto mentre continua la battaglia intorno a Tripoli scatenata otto mesi fa da Haftar: nonostante i roboanti annunci del maresciallo libico sull’ennesima “offensiva finale” contro la capitale, finora le sue truppe – raccolte sotto la bandiera dell’Esercito Nazionale Libico – hanno ottenuto solo modesti successi sul fronte sud-occidentale puntando ora sui grossi centri di Sirte e Misurata, roccaforti delle potenti milizie che sostengono al-Sarraj. Di pari passo, onde allentare la pressione nemica su Tripoli, le forze governative da quattro mesi cingono d’assedio Tahruna, centro del Gebel Nefusa a 40 km dal mare ed importante deposito di armi di Haftar. Teoricamente, con la ritirata delle milizie dei fratelli Khani dalla città le forze tripoline avrebbero dovuto avere la meglio in poco tempo avanzando poi su Ain Zara, che è, in sostanza, il reale obiettivo dell’offensiva. Tahruna doveva essere uno “specchietto per le allodole” come lo era stato l’aeroporto internazionale rispetto al reale obiettivo, Gharyan, durante la battaglia degli altipiani del Gebel; da mesi invece le truppe governative sono impantanate fuori dalla città ed il piano di costruire una cintura di sicurezza attorno a Tripoli è sostanzialmente fallito.

Tuttavia, negli ultimi giorni al-Sarraj ha dato l’ordine di riprendere l’offensiva su Tahruna con il sostegno dei turchi che schierano sul campo consiglieri militari, blindati e droni e delle milizie di Misurata a cui è stata ordinata la mobilitazione generale qualche giorno fa. A difesa di Tahruna oltre alle forze di Haftar vi sono contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, milizie mercenarie sudanesi ed i famosi contractors russi della PMC Wagner, la cui presenza è stata denunciata dalle autorità tripoline. In un teatro secondario della guerra, balzato d’un tratto agli onori della cronaca, sono quindi presenti tutti i principali attori, nazionali ed internazionali, della crisi libica.

Proprio da questo fatto il rischio che l’Italia venga definitivamente tagliata fuori da quella che una volta era considerata la sua “area d’influenza” è ormai divenuto concreto e non un semplice slogan da “imperialisti”. La linea telefonica tra Mosca ed Ankara è bollente, nonostante le due Potenze si confrontino indirettamente sul terreno libico, esse danno in questo momento le carte per risolvere la crisi, a conferma del fatto che a poter influire direttamente è sempre e solo chi ha “boots on the ground”. Sia lo scontro che il confronto tra Turchia e Russia in Libia escludono a prescindere l’Italia che è stata tenuta fuori dai colloqui sulla crisi libica all’ultimo vertice NATO e che ha negato risolutamente aiuti militari a Tripoli nonostante la precisa richiesta pervenuta che è invece stata presa al balzo da Erdogan. Il dilettantismo con il quale Roma sta trattando da tre mesi a questa parte il complicato dossier libico mostra quanto poco chiara sia la strategia del nostro governo nel Mediterraneo. I 300 soldati impiegati all’aeroporto di Misurata e gli 80 schierati ad Abu Sitta, nell’ambito di missioni che non hanno rafforzato affatto la nostra presenza ed autorità nel Paese, non forniscono all’Italia la carta da giocare per contare qualcosa.

Da sottolineare è poi il fatto che l’esecutivo italiano non ha abbandonato, ma ha anzi rafforzato, la cosiddetta linea securitaria ispirata dal Viminale contro quella politico-strategica dei ministeri degli Affari Esteri e della Difesa. Una scelta sbagliata che consente ad altri attori concorrenti come la Turchia di estromettere l’Italia dalla Libia mentre Roma tenta di imporre a Tripoli una stretta sul controllo dei flussi migratori ed un trattamento più umano di quelli raccolti nei campi costieri dimenticando però che in Libia vi sono oltre 140.000 sfollati da ricollocare. Inoltre, Roma sembra essere l’unica a rispettare l’embargo sulla fornitura di armi ai contendenti libici decretato dall’ONU che è, nonostante l’illegalità, una pratica particolarmente diffusa e sfruttata dalle altre Potenze per acquisire capitale politico da poter spendere poi in fase di trattative.

Chiaramente Tripoli sotto assedio si è sentita abbandonata dagli italiani che erano stati il principale sponsor di al-Sarraj assieme agli Stati Uniti e che avevano difeso a spada tratta in sede diplomatica l’esistenza dell’esecutivo tripolino ed i diritti della Tripolitania. Oggi la superficialità italiana ha consentito alla corrente filo-turca di Tripoli – guidata dal Gran Muftì Saqid al-Ghariani e dal milieu della Fratellanza Musulmana – di influenzare le scelte (in verità quasi obbligate) di al-Sarraj in favore della richiesta di armi e di sostegno militare ad Ankara. Il crollo repentino della credibilità italiana a Tripoli è favorito anche dall’inconsistenza della linea politica più generale di Roma sulla risoluzione della crisi: coinvolgimento dei Paesi UE – su tutti Francia e Germania in collaborazione con il Regno Unito – per una proposta di pace da presentare alla conferenza di Berlino a cui pare che né al-Sarraj né Haftar abbiano intenzione di partecipare. Così mentre la Turchia rosicchia lo spazio di manovra italiano, alla Farnesina continuano “a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo” mentre alle porte di Tripoli tuona il cannone.

Non si può continuare a chiedere ai contendenti di gettare le armi e piegarsi ad una soluzione politica del conflitto fintanto che sul campo gli equilibri rimangono incerti e la strada di una risoluzione manu militari con la conquista di Tripoli da parte di Haftar o con una sua frettolosa ritirata in Cirenaica in caso di sconfitta resta una possibilità concreta. La necessità per Tripoli di fermare prima e respingere poi Haftar entro i confini della Cirenaica apre inoltre alla possibilità che i turchi tentino di costringere Roma a ritirare i soldati presenti in territorio libico e poi, una volta eliminata la residua presenza militare italiana, ridimensionino il ruolo dell’ENI in Tripolitania, regione che resta al centro dei nostri interessi nazionali in merito al contrasto dell’immigrazione clandestina ed alla politica energetica (questione gasdotto Greenstream).

Famosa nella storia della politica estera italiana è l’idea di Francesco Crispi che un Paese, pur ossessionato dai propri problemi di politica interna o che non disponga di grandi risorse finanziarie, non possa disinteressarsi totalmente alle questioni internazionali, a maggior ragione se riguardano il proprio “giardino di casa”. Il concetto qui sintetizzato era riferito al mancato intervento italiano in Egitto nel 1882 ma potrebbe essere valido nel 2019 per la gestione fallimentare della crisi libica. Una Potenza al centro del Mediterraneo che viene estromessa dai processi decisionali di quel mare e che non ha voce in capitolo alcuna su una grave crisi regionale assumendo, anzi, il ruolo della “preda” è fuori dalla storia o destinata ad esserlo molto presto.