Archivio Tag: Trump

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump?

Qual è il lascito dell’amministrazione Obama dopo 8 anni a guida degli Stati Uniti? Quanto l’amministrazione Trump modificherà l’approccio agli affari internazionali? Ne parla Gabriele Natalizia, ricercatore di Scienza politica della Link Campus University e Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump? - Geopolitica.info

 

Il mondo dopo Obama. Quanto cambia la geopolitica americana con Donald Trump?

Quanto cambia la geopolitica americana con l’ingresso del nuovo inquilino il 20 gennaio alla Casa Bianca? La preoccupazione dilagante è che, con l’arrivo di “The Donald”, prenda forma una sorta di rivoluzione nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo e, quindi, ne muti radicalmente la strategia globale. Ma è davvero così? Per il momento qualsiasi previsione lascia il tempo che trova e presta facilmente il fianco a inesorabili smentite.

Il mondo dopo Obama. Quanto cambia la geopolitica americana con Donald Trump? - Geopolitica.info

Questo è ancora più il caso di Trump, sia perché tutti i candidati-presidente non appena messo piede nello studio ovale si sono contraddistinti per un divario – talvolta notevole – tra quanto promesso in campagna elettorale e le loro politiche, sia perché rispetto ai suoi predecessori il vincitore della tornata 2016 ha prodotto un programma più “leggero” – e, dunque, più difficile da decifrare con esattezza – sul tema degli esteri preferendo orientare la campagna sul “fronte” domestico. Anche se il nuovo presidente confermasse davvero un approccio “rivoluzionario” alla politica estera americana, bisogna preliminarmente ricordare un dato con cui Trump dovrà confrontarsi. Un uomo da solo non è in grado di generare cambiamenti politici significativi. Soprattutto se si trova alla guida di una superpotenza e se quest’ultima è la più grande democrazia del mondo, dove vige il più potente sistema di checks and balances del potere politico. Ancor più difficile risulta la sua impresa se non solo il suo partito nominale che controlla il Congresso, ma anche alcuni dei ministri che ha incaricato – come il segretario alla Difesa James Mattis – hanno posizioni molto differenti dalle sue su alcuni capitoli cruciali della politica internazionale (Nato, Russia, Iran).

Premesse a parte e ritornando alla domanda iniziale, la visione del ruolo degli Stati Uniti del mondo di Trump è davvero così diversa da quella di Barack Obama? Sicuramente la grammatica dei due presidenti non potrebbe essere più distante e lo stile comunicativo ha dimostrato tutta la sua importanza negli otto anni della presidenza Obama e nella recente tornata elettorale. Altrettanto diverso è il loro background culturale, con Trump che a tutti i costi ricorre a un’immagine spietatamente realista del mondo e sembra mosso dal più calvinista spirito del capitalismo, mentre Obama cerca in ogni modo di avvolgere con un’aurea di utopia la sua visione liberale del mondo (si eviterà in questa sede di spiegare perché, a dispetto delle parole, Obama è stato il presidente americano più realista del dopo Guerra fredda, si veda: foreignpolicy.com/2017/01/03/donald-trump-is-making-the-world-safe-for-dictators/). Infine sulla tattica sembrerebbero – si usa il condizionale in quanto Trump ancora non ha mosso un pedone sullo scacchiere internazionale – fautori di opzioni molto lontane tra loro. Trump non ama il multilateralismo, Obama ne fa la sua cifra distintiva. Trump non crede nel surriscaldamento globale, Obama lo reputa un tema nevralgico per le sorti del mondo. Trump prova empatia con alcuni personaggi politici “scomodi”, Obama li disprezza (anzitutto Putin). Trump crede nella special relationship con Israele, Obama ne considera sacrificabili gli interessi (si veda la recente astensione degli Usa sulla risoluzione dell’Onu che condanna gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania). Trump è contrario all’intesa sul nucleare con l’Iran, Obama la ritiene il suo più importante successo internazionale.

Tuttavia, quando si parla di strategia globale le distanze tra i due si accorciano e l’impatto del temperamento e delle preferenze personali si dissolve nel nulla. Il principale problema di entrambi i presidenti, infatti, è lo stesso, ossia preservare quello che è stato definito il “momento unipolare” (in altre parole, la leadership americana nel mondo). A causa delle conseguenze della crisi economica mondiale del 2007-2008, entrambi devono perseguirlo con meno risorse a disposizione di quante ne hanno avute Bill Clinton e George W. Bush. Quindi la risposta di entrambi è, per il momento, molto simile: l’overstretching (iperestensione degli impegni rispetto alle risorse disponibili) e, di conseguenza, il declino dell’egemonia americana possono essere evitati soltanto attraverso la riduzione degli impegni degli Stati Uniti e concentrando gli sforzi nelle aree vitali per l’interesse nazionale. Al contrario di Clinton e Bush che credevano fortemente all’idea della “nazione necessaria” e l’hanno tradotta concretamente nel deep engagement americano nel mondo, Obama e Trump sono per l’impegno selettivo. All’interno di questa cornice strategica, entrambi hanno individuato la stessa area vitale e lo stesso competitor internazionale per il futuro: il quadrante Asia-Pacifico e la Cina. La decisione di incontrare come primo leader internazionale il premier giapponese Shinzo Abe e la telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fortemente contraria alle politiche di avvicinamento del suo Paese con la Repubblica popolare, si pone in linea con il Pivot to Asia di Obama.

Questo impianto generale ha un duplice corollario condiviso sia da Trump che da Obama: da un lato la convinzione che il rapporto con gli alleati – in particolare quelli europei – debba cambiare, dall’altro l’indisponibilità a intraprendere costose politiche per la promozione della democrazia. Per quanto riguarda il primo, il multilateralismo di Obama, infatti, è distante anni luce dal design di Clinton. Quest’ultimo ha dimostrato la disponibilità americana a coinvolgere sistematicamente gli alleati nelle scelte politiche, ma anche a intervenire ripetutamente in loro aiuto (in particolare, nelle guerre dei Balcani). Obama, al contrario, ha cercato un approccio multilaterale solo quando necessario e chiedendo agli alleati la ripartizione delle responsabilità e dei costi collegati al mantenimento dell’ordine (soprattutto il burden sharing in ambito Nato). Similmente, Trump ha iniziato a interagire con gli Stati europei mostrando disinteresse per la Nato e esigendo una più equa ripartizione dei costi per il suo mantenimento. Per quanto riguarda il tema della democrazia, al di là delle parole Obama ha dimostrato di non credere alla necessità di una sua diffusione per preservare l’ordine americano. Nei suoi otto anni di presidenza ha rinunciato a promuoverla dall’alto (distinguendosi sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush), limitandosi al sostegno – spesso passivo – delle rivoluzioni dal basso (le cosiddette “primavere arabe”). Trump, allo stesso modo, non crede alla politica del regime change, che reputa irrilevante per la difesa dell’unipolarismo, ma a differenza del suo predecessore, non sembra neanche preoccupato dal dover sostenere pubblicamente il contrario (sarebbe stato interessante testare Trump davanti a una crisi come quella che ha portato alla deposizione di un alleato strategico degli Stati Uniti come Hosni Mubarak in Egitto).

Se questo è il quadro generale, dove si collocano le polemiche su Putin, il dibattito sulle sanzioni alla Russia e la denuncia dell’appeasement di cui il nuovo presidente sarebbe alla ricerca? Anche qui occorre fare un salto indietro negli anni, quando ai tempi della sua prima campagna presidenziale Obama prometteva il reset dei rapporti con la Russia, che erano stati messi in crisi dalle politiche aggressive dell’amministrazione Bush. La storia, successivamente, ci ha detto che la propensione a un approccio cooperativo, unita all’indisponibilità a utilizzare la forza, ha reso la Russia più aggressiva e innescato quella spirale di tensione considerata da molti osservatori come una “nuova” Guerra fredda. Il presidente neoeletto, con parole e atteggiamento molto diversi, fa sostanzialmente la stessa promessa: resettare i rapporti con Mosca. Questa volontà è stata motivata, sia nel caso di Obama che di Trump, da una riflessione comune: è inutile sperperare energie per contrastare un finto competitor come la Russia, quando è necessario mobilitare quante più risorse possibile per contenere il vero sfidante del futuro, la Cina. Una differenza esiziale su questo tema, tuttavia, intercorre tra i due. Obama pensava di trovare un accordo con la Russia, ma credeva anche possibile ottenere un suo ritorno alla condizione e alla modalità d’interazione con essa dei tempi di Boris Jeltsin. Trump, viceversa, è disponibile a uno scambio: gli Stati Uniti accettano il primato russo sullo Spazio post-sovietico e su alcuni territori ad esso immediatamente limitrofi, così come la natura non democratica dei Paesi inseriti in quest’area, per ottenere in cambio dalla Russia la rinuncia a contestare l’ordine americano e a collaborare con la Cina al suo abbattimento.

Le due grandi incognite della presidenza Trump, sotto cui si potrebbero celare i più profondi elementi di discontinuità con il predecessore, sembrano oggi: 1) quale sarà l’approccio al problema dell’Isis? Sebbene Trump non consideri cruciale il Medio Oriente Nord Africa, la sconfitta dello Stato Islamico è fondamentale sia per la sicurezza nazionale che per l’immagine della superpotenza; 2) Fino a che punto il neopresidente porterà avanti la svolta protezionista in campo economico tanto promessa? Così facendo, però, metterebbe in discussione settanta anni di politiche orientate all’espansione dell’interdipendenza economica per consolidare la centralità americana nel sistema internazionale. Per rispondere a queste domande, tuttavia, dobbiamo aspettare almeno quattro anni.

 

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny

Aspettando l’insediamento di Trump, la redazione continua l’analisi sui possibili cambiamenti geopolitici dovuti alla nuova amministrazione statunitense. In questo video-approfondimento Andrea Carteny, professore di Storia dell’Eurasia presso la Sapienza di Roma, si concentra sulla regione mediorientale.

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny - Geopolitica.info

La Russia, due giorni fa, ha ospitato il generale libico Haftar sulla portaerei Kuznetsov, a largo della Libia. Intanto si appresta a definire i futuri equilibri del Medio Oriente insieme alla Turchia e all’Iran. Gli Stati Uniti sembrano aver perso un ruolo egemone in Medio Oriente, e l’amministrazione Trump dovrà fare i conti con una Russia intenzionata a rilanciare la propria posizione internazionale, superando i territori post sovietici ed esercitando propria influenza nella regione mediorientale.

Lo stile comunicativo di Donald Trump – Marica Spalletta

Con l’avvicinarsi del 20 gennaio, giorno in cui ci sarà l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, abbiamo chiesto un commento a Marica Spalletta, professoressa di Media e politica alla Link Campus University, sullo stile comunicativo di Trump. Da sfidante a presidente, come è riuscito il tycoon a convincere gli americani.

Lo stile comunicativo di Donald Trump – Marica Spalletta - Geopolitica.info
Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana.

Il 2 dicembre 2016 il neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto una telefonata di congratulazioni dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen. L’evento ha determinato la prima vera scossa della presidenza di Trump in politica estera e ha creato un inevitabile scompiglio tra gli analisti e i giornalisti.

Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana. - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni il neoeletto presidente ha implicitamente messo in dubbio la necessità statunitense di rispettare il “Principio dell’Unica Cina” (One China Policy), in mancanza di una serie di accordi bilaterali legati al commercio. Il “Principio dell’Unica Cina” risale al 1979, quando gli Stati Uniti ruppero formalmente i legami diplomatici con Taiwan, riconoscendo l’esistenza di un solo legittimo governo cinese.

La One China Policy è il frutto di una lunga trattativa diplomatica avviata sin dall’inizio degli anni settanta, a seguito della rottura tra Pechino e Mosca. Il “Joint Communiqué degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Popolare Cinese” del 1972, stilato durante la storica visita presidenziale di Nixon in Cina, contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la politica nei confronti di Taiwan per i decenni successivi. Il documento venne redatto, con le parole dell’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger che guidò la delegazione statunitense, usando una “calcolata ambiguità”. Nel documento, conosciuto anche come “Shanghai Communiqué”, Pechino sottolinea come la questione taiwanese fosse cruciale nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi mentre Washington riconobbe sia l’esistenza di una unica Cina sia l’appartenenza di Taiwan alla “entità unica cinese”.

Gli Stati Uniti non specificarono mai quale dei due governi fosse legittimo, anche se il riconoscimento ufficiale di Pechino nel 1978 e la chiusura dell’ambasciata a Taipei nell’anno successivo determinarono l’avvio del Principio dell’Unica Cina come minimo comun denominatore dei rapporti sino statunitensi. La dichiarazione statunitense dell’esistenza di “una sola Cina” senza una precisa indicazione lasciò i leader di Pechino e di Tapei liberi di interpretare la volontà statunitense a proprio favore. Ma l’appoggio di Washington a Taiwan non fu legato esclusivamente a una interpretazione semantica, con il “Taiwan Relations Act” del 1979 gli Stati Uniti avviano un rapporto sostanziale con Taipei che prevede costanti rifornimenti di armamenti bellici. Nel “Taiwan Relations Act” viene indicato esplicitamente come qualsiasi sforzo cinese in direzione di una annessione forzata di Taiwan equivalga ad una gravissima minaccia alla sicurezza stessa degli Stati Uniti. La questione del “Principio dell’Unica Cina” è quindi tutt’altro che univoca, si tratta di un complesso quadro diplomatico e strategico che ha subito alterazioni e modificazione da più parti. La Cina nei decenni seguenti è divenuta una formidabile potenza economica e si è definitivamente affermata come il principale competitor degli Stati Uniti. Taiwan non è più governata da un regime guidato da un partito unico ma si è trasformata nella più dinamica democrazia asiatica e ha raggiunto importanti traguardi in campo economico e tecnologico. Soprattutto la recente elezione di Tsai Ing-wen, prima donna cinese capo di stato, ha mostrato un inedito percorso per il futuro di Taiwan.

Le giovani generazioni taiwanesi non voteranno mai più partiti che considerano una possibile annessione con la Repubblica Popolare Cinese, tanto che il percorso democratico avviato a Taipei nello scorso decennio sembra ad oggi inarrestabile. I recenti conflitti tra Pechino e Hong Kong, culminati nel mancato rispetto cinese dell’accordo con Londra del 1984 che prevedeva dal 2017 libere elezioni per l’Assemblea legislativa della città, hanno definitivamente convinto la stragrande maggioranza della popolazione taiwanese dell’impossibilità di una annessione con Pechino. Questi eventi hanno mostrato come un avvicinamento di Taiwan a Pechino non porterebbe alcun tipo di vantaggio a livello economico, vista la straordinaria vivacità dell’economia di Taipei. Gli abitanti dell’isola si sentono sempre più taiwanesi e per la prima volta nella storia il legame ideale che li legava alla cultura cinese è fortemente indebolito. L’evoluzione della questione di Taiwan è cruciale per il futuro degli equilibri geopolitici dell’Asia-Pacifico, soprattutto per garantire la sicurezza delle rotte commerciali e di rifornimento energetico di Corea-Giappone. Salvatore Babones in un recente articolo su Foreign Affairs ha evidenziato come Taipei dovrebbe abbandonare la velleità, anche solamente retorica, nei confronti di una rivendicazione sulla legittima sovranità sulla Cina Popolare. Un retaggio del passato della politica del Kuomintang che, oltre ad essere evidentemente anacronistico, non trova nessun tipo di riscontro nell’opinione pubblica taiwanese. La denominazione ufficiale di Taiwan è tuttora quella di Republic of China (ROC), un eventuale cambio garantirebbe, secondo Babones, una dichiarazione di identità pur non entrando direttamente sul complesso status legale del paese. Dall’altra parte la questione di Taiwan rappresenta per Pechino l’ultimo obiettivo per conquistare “il sogno di un grande ringiovanimento della nazione cinese” più volte citato dal presidente Xi Jinping.

Sulla relazione tra gli Stati Uniti e la Cina si stanno concentrando le osservazioni e le interpretazioni dei principali analisti. L’evoluzione della competizione tra le due principali potenze economiche mondiali è soggetta a numerose variabili che sarebbe riduttivo analizzare in maniera sintetica.

La mossa di Trump è stata analizzata dalla stampa statunitense, anche dai media che più hanno avversato il neoeletto presidente, in maniera oggettiva. Rappresentando un chiaro segnale verso Pechino e una nuova strategia dell’amministrazione statunitense nei confronti del gigante asiatico. Una mossa che mostra una netta decisione di intervenire nell’area. Così come fatto da Obama a inizio primo mandato con il “Pivot to Asia”, anche se con modalità e obiettivi differenti, anche Trump vuole reset delle relazioni con la Cina (così come con la Russia). Ma i risultati della politica statunitense nel Pacifico sono abbastanza deludenti, la spinta della Trans-Pacific Partnership (TPP) sembra essersi esaurita e gli alleati nell’area sono sempre più scettici sul ruolo di Washington. La telefonata di Trump è stata interpretata come un nuovo capitolo nel rapporto tra Washington e Pechino, una inedita svolta nell’inevitabile conflitto tra la superpotenza globale e il suo principale competitor. I media cinesi hanno inizialmente dato poco risalto alla notizia del colloquio telefonico, sostanzialmente minimizzando e riducendo l’episodio ad una supposta incapacità del neopresidente americano di gestire i delicati rapporti tra Pechino e Washington. Ossia Trump è stato presentato dall’opinione pubblica cinese come un incompetente, privo della necessaria comprensione delle dinamiche delle relazioni internazionali. Le interpretazioni dei media cinesi sono notoriamente espressione del pensiero del Partito Comunista Cinese, in particolare per quei casi che riguardano Taiwan. Mentre i media mondiali hanno registrato il cambio di direzione di Washington, i giornali italiani hanno sposato la versione di un presidente incapace di gestire la politica estera, se non addirittura all’oscuro delle basi su cui poggiano le relazioni sino statunitensi. La lettura è chiaramente frutto del paradigma della polarizzazione della politica, sia interna che estera, che ormai pervade qualsiasi analisi nei media italiani. In particolare la politica internazionale viene spesso trattata dai media italiani sulla base di considerazioni incentrate sulla figura dei singoli leader e sulla loro personalità. I principali quotidiani italiani si sono espressi sulla inviolabilità della “One China Policy”, arrivando addirittura a riferirsi a Taiwan come “provincia ribelle” senza usare le virgolette. Dimenticando gli immensi progressi degli ultimi decenni di Taipei, dalle prime elezioni presidenziali del 1996 ai successi economici nel settore tecnologico, ma soprattutto omettendo la straordinaria capacità di Taiwan di trasformarsi in una democrazia matura in appena pochi decenni.

Dal Pacific Pivot ai dazi protezionistici: l’UE e la Cina nella politica estera di Trump

Da candidato improbabile a presidente eletto, Donald Trump ha stupito e destabilizzato con una sconcertante semplicità il mondo della politica americana ed i suoi establishment. E così come è riuscito a ribaltare i pronostici della vigilia elettorale, il magnate newyorkese sembra oggi seriamente intenzionato ad imprimere un marcato cambio di rotta alla politica economica e alle relazioni internazionali degli Stati Uniti d’America.

Dal Pacific Pivot ai dazi protezionistici: l’UE e la Cina nella politica estera di Trump - Geopolitica.info credits: REUTERS/Mike Segar

1. Il fallimento del TPP e il riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale

Il programma protezionista del neo-eletto presidente statunitense non era dicerto una novità. Ciononostante, l’annuncio del “piano dei 100 giorni” ha innescato un acceso dibattito sul ruolo futuro della superpotenza a stelle e strisce nel contesto globale. In particolare, la volontà di porre fine al progetto del Partenariato Trans-Pacifico (TPP) potrebbe rappresentare una eloquente chiave di lettura del tentativo di riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale.

L’intesa trans-pacifica, i cui negoziati stagnavano dal 2008, avrebbe dovuto coinvolgere 12 Paesi economicamente rilevanti (USA, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia, Australia, Giappone e Nuova Zelanda) nell’intento di creare un’area di libero scambio nella regione, quasi totalmente liberalizzata e priva dunque di dazi e barriere doganali.

2. USA: da Obama a Trump. Dall’unipolarismo egemonico all’isolazionismo protezionistico.

Come ogni grande costruzione economica, il TPP era sostenuto da una precedente elaborazione politico-ideologica finalizzata all’attuazione della strategia del Pacific Pivot. Tale soluzione, sostenuta continuativamente negli anni da Barack Obama ed Hillary Clinton, era indirizzata non solo all’implementazione, ma anche al controllo politico del nuovo motore economico del mondo, rappresentante il 36% del PIL mondiale e dotato dei tassi di crescita più alti a livello planetario.

Clausola fondamentale per ritagliare agli States un ruolo “pivotale” nel Pacifico era l’esclusione della Cina dal partenariato, a dimostrazione della volontà statunitense di fornire alle economie dei Paesi del Pacifico un sotto-sistema politico e commerciale alternativo a quello cinese, unico vero competitor per la leadership mondiale del liberoscambismo.

Oltre a rafforzare il peso specifico della Repubblica Popolare di Cina in Asia e nel Pacifico, la politica di chiusura protezionistica del “make America great again!” implica conseguenze rilevantissime sia per l’economia della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa che per le relazioni europee con esse.

3.1. Un Pacifico a matrice cinese?

Morto un Papa, se ne fa un altro. Morto il TPP, si fa la RCEP. Dopo che anche il premier nipponico Shinzo Abe ha riconosciuto la perdita di senso di un TPP senza gli Stati Uniti, una serie di circostanze ha definitivamente spianato la strada alla Regional Comprehensive Economic Partnership.

Ufficialmente promossa a partire dal summit cambogiano dell’ASEAN del 2012, la RCEP si proietta ora nella regione pacifica come l’alternativa più corposa e necessaria dopo il fallimento del TPP. L’intesa cooperativa – preludio, secondo molti, di un futuro prossimo egemonizzato dal gigante cinese – si configurerebbe come una delle aree di libero scambio più grandi del mondo: un enorme e libero mercato per oltre 3 miliardi di persone (il 45% della popolazione mondiale), specchio economico di un PIL combinato superiore ai 21,3 trilioni di dollari americani (ossia il 40% circa del PIL mondiale). Comprensiva dei 10 Paesi dell’ASEAN più Cina, India, Austrialia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Si delinea inoltre un’ulteriore prospettiva: nell’ultimo vertice dell’APEC di Lima del 20 novembre 2016, Xi Jinping ha ancor più posto l’accento sulla RCEP come primo passo verso la creazione di una forte e solida Area Asiatico-Pacifica di Libero Scambio (FTAAP).Trump cercherà prevedibilmente di aprire il dialogo coi cinesi, ma l’arma di ricatto dei dazi doganali rischia di non essere abbastanza affilata.

Ci si trova per cui dinanzi alla paradossale situazione in cui i liberali Stati Uniti attuano politiche protezionistiche laddove un Paese comunista si candida a leader globale del libero scambio.Emerge, così, in modo netto la sconfitta strategica del Pacific Pivot.

3.2. Un’UE più autonoma alla prova del nove

Come sottolineato da Geopolitical Monitor, “è probabile che gli alleati e i partner degli Stati Uniti rivaluteranno le loro relazioni con Pechino per via dell’accantonamento del TPP” e dei cambiamenti riguardanti il potere e l’influenza statunitensi nel mondo.

Ma le conseguenze della nuova politica estera a stelle e strisce vanno ben oltre la semplice ridefinizione dei rapporti coi mercati del Pacifico e con la Cina. La sostituzione del TPP con accordi bilaterali garantirà infatti una maggiore autonomia non solo a Washington, ma anche e soprattutto ai Paesi Membri dell’Unione Europea, finalmente liberi di discutere in totale autonomia le condizioni più propizie per i commerci internazionali.

È difficile oggi predire cosa cambierà, a livello qualitativo, nelle relazioni internazionali dell’Unione Europea. Di sicuro, però, l’approccio di Trump alla politica estera fa immaginare che anche il TTIP, simile e in un certo senso concatenato al TPP, alla fine non giungerà in porto. La stessa Angela Merkel ha espresso al Parlamento di Berlino la preoccupazione per un possibile fallimento del TTIP dopo quello del TPP,cui era strettamente legato.

“Cui prodest?”, si chiede la Cancelliera, che sicuramente pensa allo spettro delle economie russa e cinese. Ma se è vera la previsione diLuca Salvatici nel suo documento per la Conferenza dello European Trade Study Group (“The time is right: an analysis of timing in bilateral agreements implementation”, Parigi 2015), il decollo del TPP avrebbe ridotto di oltre il 4% i commerci tra UE e Paesi del Pacifico.

Insomma, quella europea è una fase di incertezza geopolitica; ciò implicheràdi certo una maggiore autonomia per i 28 Stati membri dell’UE dall’influenza americana; tuttavia, questa stessa indipendenza potrebbe rivelarsi una vera e propria arma a doppio taglio: se da un lato si potranno rinsaldare le relazioni politiche e commerciali coi mercati prima egemonizzati totalmente dagli USA, ritagliandosi uno spazio maggiore, è d’altronde innegabile che l’Unione di Bruxelles viva in questo frangente gli anni di crisi più difficili della sua storia. Schiacciatada una debolezza strutturale e asfissiata dalla dialettica fra austerità e populismi, l’UE rischia di disintegrarsi definitivamente dopo cambiamenti drastici e repentini quali la Brexit, l’elezione di Trump oltreoceano e i recenti cambiamenti del Sistema Internazionale.

Qualcosa, nel frattempo, si muove. E nel dinamico scenario europeo brilla all’orizzonte l’invitante stella della cooperazione con Pechino, tanto che il 16 Novembre Matteo Renzi ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Cagliari, annunciando l’accordo per l’apertura di una sede del colosso Huawei a Santa Maria di Pula e futuri negoziati per l’implementazione del settore turistico dell’isola.

Si aprono infine prospettive interessanti anche per ciò che concerne il rapporto di Bruxelles (e, forse ancor più, di Berlino) con Mosca: la fine delle sanzioni sembra oggi essere molto più vicina (la banca d’affari Morgan Stanley quota al 35% la possibilità di interruzione delle sanzioni nei primi due anni della presidenza Trump), e una ripresa a tutto tondo dei commerci darebbe all’UE la possibilità di rifiatare, potenziando le esportazioni e riconfigurando la propria bilancia commerciale.

L’Unione Europea sarà dunque chiamata alla prova del nove: vedremo così se quest’emblematica entità sovranazionale sarà capace di sopravvivere, innovandosi e sperimentando percorsi nuovi e inediti, oppure se collasserà in preda ad egoismi nazionali inconciliabili che dilagano nel Vecchio Continente.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo

I risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno sorpreso molti e suscitato profonde riflessioni sui destini della presenza americana in Medio oriente, l’evoluzione delle relazioni tra l’Occidente e le sue controparti a seguito della sottoscrizione degli accordi di Ginevra (sembra che il concetto di “Occidente” abbia conservato un significato univoco e compatto solo in questo contesto) e sui futuri intendimenti fra Europa ed America in tema di Alleanza Atlantica.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo - Geopolitica.info

Il Levante è interessato da un conflitto a forte polarizzazione a proposito del quale, nella fase immediatamente successiva alle sollevazioni popolari che sarebbero state definite “primavere”, si è parlato di “guerra per procura”: ovvero, nella quale i diversi attori in campo costituiscono la manifestazione di interessi di attori diversi, potenze regionali, per i quali agiscono e dai quali ricevono orientamenti e supporto senza che questi si espongano direttamente, ma affrontandosi in forma mediata. Il conflitto ha subìto una tale evoluzione da vedere, a seguito di una fase di discovering progressivo (in principio, né la Turchia né la Russia dichiaravano una propria parte attiva nel conflitto), un intervento diretto e conclamato di tali maggiori attori con assetti propri, al fine di accelerare gli esiti del conflitto ed assicurarsene la vittoria, con tanto di costituzione di comandi permanenti in zona di operazioni e conduzione in prima persona di negoziati internazionali.

Gli Stati Uniti, interessati da un processo di trasformazione dei propri orientamenti di politica estera e dei propri interessi strategici, sono diretti da ormai un decennio verso l’Oriente estremo e desiderano declassare il proprio impegno nei dossier medio orientali, ai quali sono tuttavia al giorno d’oggi ancora legati per l’impossibilità di svincolarsene agevolmente. Ai primordi dell’era Obama, apertasi in un momento storico nel quale l’evoluzione della situazione regionale non era probabilmente nemmeno prefigurabile nei termini nei quali sarebbe poi concretizzata, aveva identificato nella Turchia, membro ancora “saldo” della NATO (siamo nel 2008/2009) il probabile migliore interlocutore al quale lasciare il pesante fardello della cura degli interessi occidentali nell’area e curare la messa in sicurezza della stessa. Il discorso del Cairo dell’allora neo Presidente, ispirato da una visione ottimista del fieri delle cose, contornato da promesse di pacificazione a seguito di un’era (quella Bush) caratterizzata da un deciso interventismo militare e supportato dalla personalità, dall’orientamento ideologico e dalle origini di Obama, prefigurava un’epoca di stabilizzazione e pacificazione.

Questa, che per concretizzarsi avrebbe presupposto l’esistenza di un contesto internazionale diverso da quella reale, è stata ulteriormente minata dall’impossibilità da parte dell’amministrazione Obama di adempiere a taluni impegni (chiusura di Guantanamo, disimpegno dei contingenti dai teatri iracheno ed afghano), ed avrebbe con la destabilizzazione di alcuni regimi dell’area definitivamente dimostrato la propria insostenibilità.

La trasformazione del ruolo della Turchia, che con grande sorpresa di molti (che non si erano preoccupati di leggere “Profondità strategica” di Davutoglu) da periferia occidentale si sarebbe trasformata in un centro di interessi autonomi e successivamente addirittura in elemento di aspro confronto con gli Stati Uniti (su Gulen, l’inquadramento delle milizie curde dell’YPG nel conflitto siriano, la mutazione culturale della classe dirigente turca) ha infatti impedito la conservazione del ruolo di “mastino della NATO” ed anzi costituito un nuovo ed ulteriore elemento di frizione, data la formazione con la “nuova Turchia” di Erdogan di un nuovo, ed inedito, attore regionale, nel quale la necessità per interesse di conservare l’appartenenza alla parte occidentale del mondo coesiste con la forte pulsione interna alla propria affermazione come nazione-guida di parte di quello islamico (con forti connotazioni di proiezione regionale).

Questo terzo cambio di rotta degli Stati Uniti, seguente agli Esecutivi Bush ed Obama, ancora da realizzarsi ma caratterizzato nelle intenzioni da tendenze ad un forte isolazionismo e da posizioni di netta ostilità nei confronti degli orientamenti del Governo precedente, con tanto di promesse di stralcio di accordi internazionali già sottoscritti, difficilmente potrà trovare puntuale applicazione. Alcune promesse elettorali rimarranno tali, a cominciare appunto da quella che vorrebbe stralciato l’accordo cosiddetto “sul nucleare” raggiunto a Ginevra e riguardante l’Iran.

Diversi hanno prospettato il pericolo di vedere stralciato l’accordo, soprattutto date talune posizioni prese da Trump nei confronti del mondo islamico e da sue palesi esternazioni in merito. Ciò non toglie, tuttavia, che l’accordo non è un prodotto statunitense (per quanto l’America abbia un peso enorme nella normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica) ma dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NN.UU. e della Germania, che un tale accordo è una vera e propria necessità storica e che la propria disapplicazione sarebbe estremamente negativa anche per gli Stati Uniti.

L’ Iran ha infatti gestito con estrema intelligenza l’intero dossier, avendo dimostrato disponibilità verso (ed attratto gli interessi de) l’America asserendo, cadute le sanzioni, di considerare l’acquisto di un elevato numero di aeroplani dalla Boeing: una prospettiva certamente positiva per gli Stati Uniti, generata naturalmente anche dall’interesse iraniano ad ammansire e tranquillizzare la controparte con atti distensivi.

Nel giorno successivo alla pubblicazione dei risultati elettorali statunitensi la stampa iraniana non ha acceso i toni: ha riportato la dichiarazione di Alan Eyre, portavoce in lingua persiana del Dipartimento di Stato USA, secondo la quale il nuovo Governo avrebbe rispettato l’accordo. A questa dichiarazione un consigliere economico del Presidente eletto ha fatto seguito dicendo che sì, come da promesse talune richieste di modifica saranno presentate, ma non saranno sostanziali e comunque avranno luogo nel contesto democratico del dialogo parlamentare e tenendo conto della pluralità degli attori in gioco. Siamo già lontani dai toni da campagna elettorale, ed il desiderio di contenere preoccupazioni è evidente e corale.

La Presidenza della Repubblica Islamica ha sottolineato come il comportamento del Governo iraniano non avrebbe subìto modifiche di orientamento dai risultati elettorali amiericani. Da parte dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera afferma il suo impegno per l’implementazione dell’accordo.

Particolarmente interessante la posizione del principe Turki al- Faisal dell’Arabia Saudita, il quale in una conferenza negli Stati Uniti fa presente che l’accordo non ha alcun motivo di essere messo in discussione, dovendosi semmai aumentarsi gli sforzi per la costituzione di un’area libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Il principe premette di parlare a titolo personale senza rappresentare la posizione del suo Paese, ma dato che si tratta di un principe, ex Ambasciatore negli Stati Uniti ed ex ministro dell’intelligence è lecito pensare che la realtà sia diversa.

Non è affatto impossibile, ed anzi probabile, che i toni saliranno, in casi specifici dalle parti più schierate di entrambi i fronti, ma questo non deve far pensare che il percorso, seppur difficile e articolato, di ristabilimento dell’Iran nel consesso internazionale sia in reale pericolo. La realtà è che Trump ha più volte identificato nell’ISIS il reale pericolo terroristico dell’area e dimostrato vicinanza a Putin (rimasto entusiasta dell’elezione), alleato di Teheran nell’area.

Scendendo nella peculiarità delle elezioni appena svoltesi, noteremmo che il candidato sconfitto, Clinton, ha forti legami con l’Arabia Saudita, la quale è stata quindi costretta a ridimensionarsi in attesa di definire una strategia e di osservare gli eventi che saranno, cosciente di avere minore forza. Ciò che è probabile è che l’America persegua il suo percorso di allontanamento dal Medio Oriente, lasciando la gestione dell’area ad altri.

Resta quindi da comprendere quali saranno questi “altri”, ovvero i reali centri di influenza in Medio Oriente, dato che il mondo a seguito della caduta del rapporto bipolare fra superpotenze (dato che ne è rimasta solo una) sarà caratterizzato da zone di influenza regionali. Da una parte, la Russia sarà maggiormente libera di operare per la conservazione dei suoi sbocchi sui mari caldi (attraverso l’Iran) e sul Mediterraneo (in Siria), vero sogno strategico – imperiale di Mosca, e di aiutare Teheran nell’ essenziale missione di conservare, con la mezzaluna sciita, lo spazio vitale della Nazione persiana. Il futuro di Mosca nella regione è quindi probabilmente di forte consolidamento.

La Turchia andrà sempre più definendosi per se, consolidandosi in una sorta di “guerra fredda permanente” con Mosca ed un rapporto di tensione con l’Alleanza Atlantica, della quale tenderà a fare parte per opportunismo, anche in funzione anti russa e finché abbia la consapevolezza, ammesso che questo avvenga, di essere forte abbastanza da aver costruito e consolidato una propria reale e duratura zona di influenza (cosa che per ora sta funzionando pienamente solo in Africa). In caso contrario potrebbe rientrare nei ranghi delle periferie occidentali, a causa della probabile impossibilità della propria economia di sostenere nel tempo gli enormi sforzi effettuati negli ultimi 15 anni per coltivare la propria presenza negli ex territori ottomani ed oltre, avendo realizzato solo una tiepida materializzazione del proprio progetto neo-imperiale.

Il vero ritorno imperiale, invece, potrebbe essere quello britannico. E’ forse questo l’ambito nel quale si perpetrerà la “special relationship” menzionata a Trump a seguito delle elezioni dal Primo Ministro May, dal Governo della quale dobbiamo aspettarci importanti sorprese: il passaggio del testimone in Medio Oriente dall’ America agli Inglesi. Il Regno Unito potrebbe infatti ristabilire con successo le relazioni con la Repubblica Islamica, nonostante le frizioni e i dissapori in essere dai tempi di Mossadeq, a causa sia del ricambio generazionale in Iran che del mai sopito, ma solo sospeso, disegno britannico di egemonia sull’area.

Iraq, Giordania, Palestina sono prodotti britannici, fondati e in principio governati da soggetti appuntati da Londra, la quale ha sempre conservato, e poi potenziato, la base di Cipro. Non bisogna dimenticare le recenti attività navali britanniche nell’est Mediterraneo, la riapertura dell’Ambasciata a Teheran e la forte attività in Afghanistan.

Peraltro, stavolta Londra non dovrebbe nemmeno addivenire ad accordi con Parigi: oltre al molto più limitato peso internazionale che la Francia riveste ora rispetto alla fine della seconda guerra mondiale, questa sembra essere molto più interessata all’Africa centro-settentrionale (Libia, Ciad) nella quale sta definendo la sua zona di influenza, a spese dell’Italia nello sciagurato attacco a Gheddafi. Semmai, il vero concorrente commerciale potrebbe essere la Germania, molto aggressiva e detentrice di un’ottima e consolidata relazione con Teheran. Potrebbe consolidarsi anche la Svizzera, che svolge dal 1979 il mandato di potenza protettrice degli Stati Uniti presso l’Iran (e dell’Iran presso l’Egitto) e che potrebbe efficacemente operare in un Paese nel quale si necessitano ristrutturazioni nel mondo bancario e finanziario.

A dover temere un tale stato di cose è l’Italia, che deve porre estrema attenzione nel coltivare al meglio delle sue possibilità le relazioni con la Repubblica Islamica, con la quale continua ad avere un rapporto invidiabile che non va assolutamente incrinato. La perdita della Libia ha significato molto, in senso naturalmente negativo, e l’Iran costituisce l’unica altra direttrice strategica rimastaci.

E’ da leggere con grande positività la partecipazione della fregata “Eolo” della Marina Militare alle esercitazioni della Marina Iraniana nel Golfo ed i contatti che ne sono seguiti, cercando di definire e conservare, nonostante gli attacchi che certamente verranno apportati, soprattutto sottobanco, dagli altri attori europei, una presenza solida che possa esprimersi al meglio quando sarà possibile ristabilire relazioni commerciali anche nel campo della sicurezza e della difesa.