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Perché l’entrata in scena di Trump potrebbe paradossalmente giovare ai rapporti tra Stati Uniti e Cina

Per quanto sia prematuro formulare un giudizio sulla politica estera di Donald Trump, vi sono elementi abbastanza chiari rispetto ai rapporti con gli alleati occidentali dai quali, come il neo-presidente degli Stati Uniti ha perentoriamente affermato nel suo primo discorso al Congresso americano, Washington esige un più solido contributo alle spese della Nato e l’accettazione di misure protezionistiche atte a riequilibrare l’interscambio oggi nettamente negativo per gli Stati Uniti.

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Non si conosce ancora, invece,l’atteggiamento di Trump nei confronti dell’Asia e soprattutto della Cina.L’idea generale è che sarà altrettanto spavaldo o comunque tale dagenerare un clima da guerra fredda, se non addirittura di aperta ostilità. Ciò nondimeno, non è da escludere, anzi è addirittura verosimile che i rapporti degli Stati Uniti con la Cina possano divenire più definiti e stabili di quanto non lo siano stati durante gli anni di Obama.

A tale riguardo è opportuno ricordare che la politica estera di Obama è stata segnata dallo spostamento del baricentro dell’impegno sia economico che militare americano, dall’Europa e soprattutto dal Medioriente verso il continente asiatico. Detto in poche parole, tale strategia, conosciuta sotto il nome di “Pivot to Asia”, aveva l’obiettivo di arrestare l’inglobamento nella sfera geopolitica cinese dei paesi orientali e del Pacifico sudoccidentale.

A parte le disastrose conseguenze venutesi a determinare nel Medioriente con l’intensificazione del conflitto siriano e la virulenta ascesa del califfato islamico, il riposizionamento strategico degli Stai Uniti, non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma ha anche acceso pericolose contese territoriali nonchéistigato il Giappone a riarmarsi.

A complicare ulteriormente il quadro, vi è stato l’atteggiamento ambiguo del governo Obama che, mentre cercava di contenere l’influenza della Cina sui paesi dell’area asiatica, si mostrava al tempo stesso aperto a favorirne lo sviluppo economico e a significative forme di collaborazione in campo tecnologico e ecologico.

Pechino guardava a tutto ciò con malcelato nervosismo trovandosi costretta, per non prestare il fianco alla vecchia guardia del partito comunista cinese e non incrinare il suo prestigio internazionale, ad avventurose iniziative “muscolari” come la dichiarazione unilaterale di sovranità sul Mare Meridionale Cinese ed a impossessarsi di schegge di territori marini come le isole Spratly e Paracel, praticamente inabitabili, ma ritenuti ricchi di gas e petrolio.

È alla luce di questo ingarbuglio diplomatico che la Cina potrebbe trovare nel governo Trump una controparte, seppur più agguerrita, più chiara e credibile con cui trattare. Tanto più che Trump non sembra avere mire di egemonia planetaria ritenendo che la sua missione sia soprattutto quella di rinverdire il mito della grande America avvolta su se stessa e scarsamente interessata alla realtà esterna se non per questioni che tocchino i suoi interessi o interferiscano sulla sua prerogativa di muoversi e agire a suo piacimento nel mondo.

Tra le questioni extranazionali che Trump non può ignorare vi è sicuramente l’ascesa della Cina come nuova superpotenza economica e militare, e il rischio che una Cina sempre più forte e intraprendente possa ledere il suo piano di “make America greatagain”. Gli occorrerà dunque stabilire patti chiari e, se non amicizia, intesa lunga su ciò che la Cina potrà fare nel contesto internazionale senza che gli Stati Uniti debbano ricorrere alle maniere forti per impedirglielo. Non a caso Trump ha annunciato ingenti stanziamenti per nuovi armamentiessendo convinto che, solo con un’accresciuta forza militare, Washington potrà indurre, non solo la Cina, ma anche la Russia, ad accettare accordi che delimitino il loro raggio di azione.

Occorrerà vedere quanto la Cina sia disposta a concedere e cosa chieda come contropartitama tutto lascia pensare che, traun susseguirsi di contrasti, alla fine un accordo sarà trovato. La Cina infatti non ha alcuna convenienza ad alimentare una situazione di dissidio ad oltranza con gli Stati Uniti che destabilizzerebbe la sua politica interna ed esterna e nuocerebbe al processo di riforme messo in attocon lungimiranza dal suo presidente plenipotenziarioXi Jinping.

Si prospetta, dunque, pur tra inevitabili momenti di tensione, una chiarificazione dei rapporti tra Washington e Pechino la quale confermerà il paradosso di una Cina comunista che si trova storicamente più a suo agio nel trattare con politici occidentali conservatori piuttosto che con quelli progressisti.

È cosa nota agli studiosi di storia della Cina contemporanea che quando Mao Zedong incontrò nel 1972 l’allora presidente repubblicano degli Stati Uniti  Richard Nixon, espresse la sua simpatia per i politici di destra. “Mi piacciono i destristi” disse Mao a Nixon aggiungendo di essere “comparativamente contento quando persone di destra salgono al potere”.

Quarantacinque anni dopo quello storico incontro che fu architettato dall’allora segretario di stato Henry Kissinger (significativamente inviatoda Trump in avanscoperta a Pechino nonostante i suoi 93 anni suonati), la Cina si trova oggi di fronte un presidente americano che più di destra non si può e verificherà presto se le simpatie “destriste” di Mao avevano una qualche ragione di essere.

Forse il presidente Xi Jinping, pur non essendone sicuro, lo spera, visto che dopo l’elezione ha immediatamente inviato un messaggio a Trump auspicando che i due paesi collaborino per sviluppare le loro relazioni “da un nuovo punto di partenza”.  Questo desiderio di ripartire da capo la dice tutta su quanto la Cina fosse insoddisfatta dei rapporti con l’America di Obama e quanto sperasse sul fallimento della corsa alla Casa Bianca da parte di Hillary Clinton. Nel suo periodo come segretario di stato, la Clinton era infatti vista in Cina come l’ideatrice della strategia “Pivot to Asia” e la promotrice di una politica di screditamento della Cina agli occhi del mondo sulla base di asserite mire espansionistiche e di mancato rispetto dei diritti civili.

La Cina ha senz’altro molta strada da fare nel campo dei diritti civili ma attaccarla pubblicamente a più riprese su questo terreno mentre sta strappando a condizioni di secolare arretratezza economica centinaia di milioni di suoi cittadini è indice di miopia politica oltreché di supponenza diplomatica.

Da Trump la Cina si attende non prediche né atteggiamenti arroganti ma un franco e costruttivo confronto che porti ad un accordo stabile e affidabile. Non si può dare per scontato che ciò avvenga ma esistono le condizioni che potrebbero rendere Xi Jinping concorde con le affermazioni di Mao.

È in altre parole possibile che, smentendo ogni funesta previsione, Trump acconsenta a quella sorta di “grandbargain” ovvero di grande patto che la Cina attende da lungo tempo: una ridotta presenza americana nelle acque del pacifico occidentale in cambio del sostegno della Cina su questioni estranee alla sua regione e l’impegno a non ingerirsi nelle faccende del vicinato degli Stati Uniti.

È probabile che Taormina, che ospiterà alla fine di maggio il vertice G7, sarà teatro del primo cruciale incontro a quattr’occhi tra il neopresidente americano e il capo supremo della Repubblica Popolare Cinese.

L’America nel mondo nuovo – I principi cardine della nuova politica estera americana

Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Per quanto sembrasse impossibile a commentatori e giornalisti, il magnate di New York si è ormai insediato a tutti gli effetti nello Studio Ovale. Sono iniziati i fatidici 100 giorni: come si evolverà la politica estera americana sotto la nuova leadership?

L’America nel mondo nuovo – I principi cardine della nuova politica estera americana - Geopolitica.info

Un buon punto di partenza per fare previsioni è ricostruire le promesse fatte dall’allora candidato repubblicano durante la campagna elettorale, alla ricerca dei principi cardine della sua linea di politica estera. Dall’analisi dei discorsi più significativi della campagna elettorale, emerge chiaramente che la linea di politica estera propostada Donald Trump si basa su due pilastri: America First e Peace Through Strength. Analizzandoli, valuteremo anche quali passi sono stati presi in merito ad alcune delle proposte una volta che Trump si è ufficialmente insediato alla Casa Bianca e quali sono le prospettive per il prossimo futuro.

 

America First

Nel suo discorso al Center for the National Interest dell’aprile 2016, Trump mette in chiaro quale sarà principio cardine della sua presidenza: la tutela degli interessi e della sicurezza del popolo americano. In due parole, America First, prima l’America. In questo senso, Trump si propone di rigettare le “false lusinghe del globalismo” e riportare l’interesse nazionale al centro della politica estera americana. A livello pratico, il pilastro America Firstsi concretizza in quattro proposte del candidato Trump.

Primo, l’era dell’interventismo liberale che aveva contraddistinto l’era Bush e, in parte, l’era Obama deve finire: esportare la democrazia è un’idea pericolosa e troppo costosa, mentre gli interventi militari all’estero dovrebbero essere limitati ai casi di clear and present danger alla sicurezza nazionale americana.

Secondo, gli alleati degli Stati Uniti devono iniziare a fare la loro parte, condividendo con Washington il peso economico, politico e umano del mantenimento della sicurezza e dell’ordine internazionale. Se non “rimborsati” a dovere, gli Stati Uniti potrebbero anche riconsiderare il proprio coinvolgimento militare all’estero, incluso quello in ambito NATO. Durante le udienze di conferma del Congresso, però, alcuni nuovi membri dell’Amministrazione americana (in particolare, il nuovo Segretario di Stato Rex Tillerson) hanno preso le distanze da queste posizioni, riaffermando la volontà americana di tener fede in ogni caso agli impegni presi.

Terzo, il libero commercio non va più considerato come fine a se stesso, ma deve tornare a essere funzionale agli interessi americani. È questo il ragionamento che ha portato il Presidente Trump, nei primissimi giorni alla Casa Bianca, a sancire l’uscita degli Stati Uniti dalle contrattazioni per il Trans Pacific Partnership (TPP). Anche il North Atlantic Free Trade Agreement (NAFTA) sembra venir messo in discussione, dopo 23 anni dalla sua entrata in vigore.

Quarto, i valori americani devono continuare ad essere difesi dagli Stati Uniti anche all’estero: rientra a tutti gli effetti nell’interesse nazionale americano. Con una spinta tutt’altro che isolazionista, secondo Trump gli Stati Uniti devono tornare ad essere il leader del mondo libero, in prima linea nelle grandi battaglie dell’umanità. Il nemico numero uno, in questo senso, è il “Terrorismo Islamico Radicale” in tutte le sue forme: una minaccia per gli Stati Uniti e l’Occidente pari a quella del fascismo e del comunismo. Rientra in questo ragionamento la decisione di Trump, appena insediato alla Casa Bianca, di dare istruzione ai vertici militari di approntare un piano di contrasto al gruppo Stato Islamico, di cui al momento, tuttavia, non sono stati ancora resi noti i dettagli.

 

Peace Through Strength

 Nel discorso alla Union League di Philadelphia del settembre 2016, il candidato Trumpdettaglia la propria visione per il futuro del ruolo dell’America nel mondo.Secondo il magnate,“il mondo è più pacifico e più prospero quando l’America è più forte”. Per Trump la strada verso un mondo migliore passa necessariamente dalla volontà americana di mostrare ed esercitare forza, tanto nei rapporti con i nemici quanto con gli alleati. Il secondo pilastro della politica estera di Trump, dunque, è riassumibile nell’espressione Peace Through Strength, pace attraverso la forza.

A livello pratico, il pilastro Peace Through Strengthsi concretizza in due proposte del candidato Trump, che hanno già visto parziale realizzazione nei primi giorni alla Casa Bianca.

La prima proposta è un considerevole aumento della spesa militare statunitense, al fine di ristabilire il primato militare americano. I numeri prospettati da Trump sono ambiziosi: un aumento del 10% delle dimensioni dell’esercito, del 20% della marina, il raddoppio del corpo dei Marines. A ciò si aggiunge il completo riammodernamento della flotta aerea americana, il potenziamento del sistema di difesa missilistico e delle capacità (difensive e offensive) di cyberwarfare.

La seconda proposta è un drastico ripensamento delle misure legate alla sicurezza nazionale. Dimostrare durezza e inflessibilità con i nemici degli Stati Uniti anche in patria sarà interpretato, secondo Trump, come un segno inequivocabile di forza: questo aiuterà a recuperare il rispetto perso negli anni di Obama e, al contempo, è una mossa fondamentale per mettere la nazione al sicuro dalle minacce del terrorismo internazionale. Si inserisce in questa linea di ragionamento, ad esempio, il controverso divieto di immigrazione per i cittadini di sette paesi a maggioranza islamica considerati pericolosi, imposto con un Ordine Esecutivo nel corso di gennaio.

 

Il ritorno del Realismo?

 America First e Peace Through Strength sorreggono una politica estera modellata su una visione del mondo lontana dall’ottimismo che ha caratterizzato, seppur in modo differenziato, le presidenze di Clinton, Bush e Obama. Agli occhi del nuovo Presidente, il mondo nuovo impone agli Stati Uniti di combattere per mantenere il proprio primato globale e di farlo con l’unico vero strumento a propria disposizione, la “vecchia geopolitica” – per dirla con Walter Russell Mead. Si tratta del prepotente ritorno del Realismo, forse la più popolare fra le teorie delle Relazioni Internazionali, che da sempre pone al centro dell’agire degli Stati l’interesse nazionale, da perseguirsi, se necessario, con la forza militare.

Come si evolverà, a partire da queste basi, la politica estera americana nell’era Trump? Certo è interessante considerare che è difficile condurre una politica realista dallo Studio Ovale. Lo sa bene George W. Bush, entrato alla Casa Bianca con l’ambizione di porre al centro della politica estera americana l’interesse nazionale, non quello di una “illusoria” comunità internazionale. La storia ha portato la presidenza Bush a diventare una delle presidenze più internazionaliste di sempre, facendo proprie molte istanze del Liberalismo, la teoria storicamente “antagonista” del Realismo. Finirà così anche per Trump?

La battaglia per Raqqa

Iniziano i preparativi per la battaglia di Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico. La conquista della città causerebbe un enorme danno all’ISIS, ma le insidie militari e le indecisioni politiche rendono l’operazione complicata.

La battaglia per Raqqa - Geopolitica.info

Sin dall’inizio delle operazioni militari contro lo Stato Islamico, era chiaro a tutti gli attori in campo che per infliggere un duro colpo alla resistenza jihadista in Siria e in Iraq era fondamentale la conquista delle due capitali dell’Isis, Mosul e Raqqa. Entrambe le città sono centri nevralgici dell’intelligence dello Stato Islamico, fondamentali per l’organizzazione militare sul campo e per la pianificazione degli attentati al di fuori dei “confini” del sedicente stato. Sia all’interno del territorio, sia per la proiezione esterna di potenza, Mosul e Raqqa hanno quindi rappresentato per l’Isis un vero e proprio centro operativo, ed hanno ospitato (e tutt’ora ospitano) i migliori comandanti jihadisti.
La situazione militare

Il mese di febbraio ha visto intensificarsi l’attività militare nei pressi di Raqqa. Il primo febbraio l’esercito curdo ha annunciato l’inizio della terza fase per la liberazione della capitale, che consisteva nel tagliare i rifornimenti di mercenari ed armi destinati all’Isis, conquistando le principali strade e  i villaggi nei territori a nord della città.
Negli ultimi giorni i raid aerei della coalizione internazionale e dell’alleanza russo-siriana hanno colpito obiettivi dello Stato Islamico all’interno di Raqqa. Il 16 febbraio diversi strike della coalizione si sono concentrati nelle zone nord della città, mentre a terra l’esercito curdo stabiliva il proprio avamposto a 5 chilometri a nord-est della città.
Dal 17 febbraio, uniti ai raid della coalizione, anche diversi strike russi hanno colpito obiettivi dell’Isis, evidenziando un’intensificazione delle operazioni all’interno della città. Negli ultimi due giorni l’aviazione a guida statunitense ha continuato a colpire in città, mentre c’è da registrare un bombardamento russo presso la cittadina di Al-Assadiah, 5 chilometri a nord di Raqqa e vicino al fronte curdo.
Nella giornata di ieri l’esercito curdo è riuscito ad avanzare, conquistando alcune posizioni dei  miliziani jihadisti. Secondo diverse fonti i combattimenti si riescono a sentire chiaramente dall’interno di Raqqa, segnale del progressivo avvicinamento del fronte e dell’ormai prossima battaglia in città.

Progressi curdi (in giallo) nel mese di febbraio

Il dubbio politico

Fino a questo momento le operazioni militari, sia della coalizione che dell’alleanza russo-siriana, si sono svolte senza particolari problematiche. Gli equivoci politici potrebbero iniziare quando ci sarà da coordinare l’operazione di conquista della città, fondamentale anche dal punto di vista simbolico. I diversi attori presenti sul campo hanno validi motivi per mettere il cappello sulla riuscita della missione, e ad oggi è complicato pensare a una convergenza di interessi che possa aiutare le operazioni.

L’esercito curdo

L’esercito curdo è oramai ben radicato nel nord della Siria, dove controlla una grande fetta di territorio al confine con la Turchia. L’obiettivo politico rimane quello di una Siria federata, che riconosca ampia autonomia alle regione curda: nella giornata di ieri la vice-presidente dell’YPD (Partito dell’Unità Democratica) ha ribadito il concetto secondo il quale l’unica soluzione possibile per la Siria è quella del federalismo. Un ruolo primario nella conquista di Raqqa garantirebbe ai curdi un enorme peso al momento delle trattative per il futuro del paese, occasione che difficilmente si lasceranno scappare. Inoltre l’esercito curdo può garantire uomini esperti del campo e oramai abituati alla guerra con i miliziani dell’Isis, oltre al fatto di aver già aperto un fronte nei pressi di Raqqa. Per usare un parallelismo storico recente, si può pensare alla battaglia per la conquista di Baghdad condotta dagli Stati Uniti contro l’esercito iracheno. Anche in quel caso i curdi fornirono un aiuto fondamentale per la conquista della città, tenendo impegnate diverse divisioni dell’esercito di Saddam a nord e facilitando l’ingresso dell’esercito americano da sud. Anche in questa occasione è difficile pensare che i curdi possano essere tenuti fuori dai giochi, dopo gli enormi progressi fatti nelle zone a nord di Raqqa.

Gli Stati Uniti e la Turchia

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mattis, ha annunciato ieri a Baghdad che gli Usa sono pronti all’offensiva per Raqqa. Tutto questo mentre si combatte strada per strada per la liberazione di Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Gli Stati Uniti sono pronti a inviare in Siria un ingente numero di uomini, in supporto alle milizie curde nel nord di Raqqa. Ma è proprio questo uno dei maggiori problemi dell’operazione: la nuova amministrazione Trump vuole ricucire i rapporti, deteriorati dalla precedente amministrazione, con la Turchia. Quest’ultima, però,  vede con preoccupazione l’aumento dell’influenza curda nel nord della Siria. Per Erdogan le milizie curde che combattono in territorio siriano altro non sono che una diramazione del PKK, considerato come gruppo terrorista da Ankara, e ciò rende impossibile una apertura verso i curdi siriani. Proprio per diminuire il ruolo curdo, il 24 agosto la Turchia ha inviato in Siria le proprie truppe per sostenere l’esercito libero siriano (ELS). Nella giornata di ieri l’esercito turco e l’ELS hanno attaccato ripetutamente diverse posizioni delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione formata da forze curde e arabe, nei pressi di Manbij (roccaforte della provincia curda), a dimostrazione del timore di Ankara nei confronti della crescente influenza curda nel nord della Siria.
La Turchia, per superare questa situazionedi impasse, ha presentato agli Stati Uniti due diversi piani militari per arrivare a Raqqa: un piano A, che prevede lo sfondamento da Tall Abyad, città situata sul confine turco a 80 chilometri a nord di Raqqa. Piano complicato dal punto di vista politico, perché prevede l’attraversamento dei territori controllati dai curdi, e quindi richiede un impegno americano nel creare una zona cuscinetto concordata con le milizie turche per far passare l’esercito turco.

Piano A

Un piano B, complicato dal punto di vista militare, che prevede la partenza dalla cittadina di Al Bab, attualmente assediata dall’esercito turco, che si trova a 180 chilometri a nord ovest da Raqqa. In questo caso si riuscirebbe ad evitare un attraversamento dei territori curdi, ma il percorso sarebbe più lungo e prevedrebbe il passaggio in zone impervie dal punto di vista geografico e sotto il controllo dello Stato Islamico.

Piano B

La Russia e la Siria

Gli ultimi 5 giorni hanno visto intensificarsi i bombardamenti dell’aviazione Russia nella città di Raqqa. I puntuali report del ministero della difesa russo confermano la volontà della Federazione Russa di non voler lasciare la riconquista  della capitale dello Stato Islamico alla coalizione internazionale. A conferma di ciò sono arrivare le parole di Assad, che in un’intervista rilasciata ad una Tv francese ha dichiarato di voler riconquistare la città. Assad ha evidenziato come Raqqa sia un simbolo della guerra in Siria, e che nella città in questione siano stati pianificati i principali attentati in Europa. Per il presidente siriano la conquista di Raqqa è una priorità assoluta per una duplice ragione: presentarsi a dei potenziali trattati di pace con il controllo dei principali centri urbani e la più vasta parte di territorio possibile, ed evitare un aumento dell’influenza curda nel nord del paese.
Allo stesso tempo la Russia, giocando un ruolo primario nell’offensiva in città, rilancerebbe il suo ruolo di attore impegnato nella lotta al terrorismo, pareggiando il peso simbolico della futura conquista di Mosul da parte della coalizione internazionale.
E’ proprio su Raqqa che potrebbe compiersi la convergenza strategica tra Trump e Putin, che prevedrebbe un coordinamento militare per la conquista congiunta della città.

I rischi militari

Secondo Abdolkharim Khalaf, generale dei servizi di sicurezza iracheni, Al Baghadi, numero uno dell’Isis, è scappato verso Raqqa prima dell’inizio dell’operazione su Mosul. Avrebbe inoltre portato con lui i più alti comandanti dello Stato Islamico, tagliando completamente i contatti con le milizie di Mosul, lasciate in mano ai comandanti meno esperti e alla mercè dell’offensiva della coalizione.
Al Baghdadi potrebbe essere tornato in territorio siriano per rimettere ordine tra le fila dell’organizzazione terroristica, in difficoltà dal punto di vista militare e politico. A riprova di queste ipotesi c’è l’esecuzione del comandante siriano per la sicurezza dell’Isis a Raqqa, accusato di aver aiutato alcuni civili a fuggire dai territori controllati dal Califfato. Oltre a questa esecuzione, negli ultimi mesi ci sono state diverse sostituzioni dei comandanti locali siriani con personale straniero, segno del crollo della fiducia da parte dei vertici dello Stato Islamico verso i precedenti comandanti, anch’essi accusati di connivenza con la popolazione civile.
I principali rischi militari che la conquista di Raqqa può riservare sono quelli di una battaglia in città. Una guerriglia urbana, scenario che sta diventando preponderante nelle  guerre contemporanee.
Queste tipologie di difficoltà le stiamo già osservando nella conquista di Mosul: territori disseminati da ordigni esplosivi improvvisati, che rallentano le operazioni di terra e il futuro re-insediamento delle popolazioni sfollate; strade e vicoli densamente popolati, nelle quali gli eserciti devono combattere calcolando l’incognita civili, che possono essere usati come scudi umani dai terroristi o come potenziali attentatori suicidi. Inoltre, come già visto a Mosul, alcuni miliziani possono mimetizzarsi tra i civili, causando attentati non solo allo scopo di rallentare le operazioni militari, ma anche per terrorizzare e sfinire la popolazione.
I vertici dello Stato Islamico hanno imparato la lezione irachena di oramai 15 anni fa: è impossibile vincere una guerra simmetrica contro eserciti ben più preparati e armati. Ma si può rendere impossibile l’effettiva conquista di una città portando la guerra su un piano asimmetrico, fatto di attentati, di guerriglia urbana, di terrore verso la popolazione, che costituisca un pantano per gli avversari, al fine di prolungare e aumentare il grado di difficoltà delle operazioni  militari.
Raqqa (e Mosul) saranno un laboratorio per le nuove tecniche militari. I teatri delle guerre del domani non saranno più le steppe, le valli sterminate o le montagne, ma le città, i villaggi, gli insediamenti urbani. Luoghi che richiedono un evoluzione degli eserciti e degli armamenti per evitare un aumento esponenziale delle vittime civili e massimizzare le possibilità di vittoria.

Trump e il triangolo Teheran – Washington – Mosca

E’ alta tensione tra Washington e Teheran, dopo il test missilistico che le forze militari iraniane hanno svolto nei giorni scorsi. Per gli Stati Uniti si è trattata di una grave violazione della risoluzione 2231, che regola i test missilistici dell’Iran in sede dell’accordo sul nucleare stretto con Obama.

Trump e il triangolo Teheran – Washington – Mosca - Geopolitica.info

Micheal Flynn, consigliere alla sicurezza della nuova amministrazione Trump, ha espresso contrarietà rispetto al test missilistico iraniano, parlando di “azioni che sottolineano il comportamento destabilizzante della Repubblica Islamica in Medio Oriente”. Dichiarazioni dure che fanno il paio con quelle di Trump, che come oramai d’abitudine ha rilanciato su Twitter il suo pensiero sulle azioni militari iraniane: “i leader dell’Iran stanno giocando con il fuoco. Non apprezzano quanto il presidente Obama sia stato “gentile” con loro. Io non lo sarò!”.

Una tensione che col passare delle ore si è tramutata in un annuncio del Dipartimento del Tesoro americano che promuove nuove sanzioni contro 12 persone e 13 entità iraniane collegate allo sviluppo del programma missilistico. Sanzioni in larga parte annunciate da Trump anche durante la campagna elettorale, nella quale Trump ha spesso accusato l’amministrazione Obama di essere stata troppo accondiscendente al momento della firma dell’accordo sul nucleare.

L’equivoco pre-elettorale

Nonostante i continui attacchi di Trump nei confronti dell’Iran durante il periodo pre-elettorale, a Teheran non erano in pochi a preferire il tycoon rispetto alla sfidante democratica. La parte più conservatrice della politica di Teheran ha sempre visto con occhi critici la Clinton, a causa dell’ambiguità con la quale i democratici si sono approcciati all’Iran nel periodo che ha seguito l’accordo sul nucleare. Se è vero, infatti, che Obama ha dato segno di disponibilità e di doti diplomatiche nel portare a casa un accordo che ha soddisfatto anche la controparte iraniana, l’accusa che è stata mossa ai democratici è quella di aver dato carta bianca al Congresso per impedire il pieno funzionamento dell’accordo, rallentando l’implementazione nelle prime fasi in modo tale da scoraggiare eventuali nuovi accordi economici tra il mondo occidentale e quello iraniano.
Rohani stesso si è sempre dichiarato diffidente verso l’amministrazione statunitense, accusando i democratici di essere inaffidabili e pronti a rinnegare l’accordo. Nella memoria storica delle relazioni con gli Stati Uniti dell’Iran post-1979, il sistema politico iraniano ha un ricordo maggiormente positivo nei confronti del pragmatismo repubblicano rispetto alle presidenze democratiche. Ne sono esempio la soluzione della crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1981, o i rifornimenti bellici ottenuti tramite canali “illegali” statunitensi durante la guerra con l’Iraq (il caso Irangate). Entrambi questi episodi, che dimostrarono un pragmatismo da parte di entrambi gli attori in gioco nel superare lo stallo diplomatico ufficiale, avvennero sotto la presidenza repubblicana di Reagan. Durante la campagna elettorale è capitato spesso ai media iraniani di rievocare un parallelismo storico tra Trump e Reagan.
Un altro motivo per il quale l’apparato più conservatore iraniano sembra aver preferito Trump a Hillary Clinton è rappresentato da un fattore politico interno: un atteggiamento di aperto contrasto, e non di dialogo, nei confronti dell’Iran, permette alla classe dirigente iraniana di continuare a identificare gli Stati Uniti come il “grande Satana”, rafforzando l’immagine del nemico esterno per continuare a ricercare una stabilità politica forte e duratura. Inoltre un rallentamento delle attuazioni dell’accordo sul nucleare permette all’ala conservatrice di Teheran di mantenere un approccio graduale alle riforme economiche interne: molti tra i conservatori rifiutano una drastica apertura dell’economia iraniana al mondo occidentale, temendo la distruzione dell’apparato industriale nazionale.

Il test missilistico e le nuove tensioni

Il 29 dicembre l’Iran ha testato un missile balistico a raggio intermedio, che è esploso dopo aver percorso 600 km prima di rientrare nell’atmosfera terrestre. Il progetto missilistico iraniano evidenzia la voglia di Teheran di consolidarsi a ruolo di attore primario nella regione mediorientale: la ricerca nel campo della tecnologia militare iraniana si sta concentrando su vettori a raggio intermedio in grado di poter colpire i principali avversari dell’Iran nella regione. Gli Stati Uniti hanno accusato la Repubblica Islamica di aver violato la risoluzione 2231, firmata nel 2015, che proibisce all’Iran di effettuare test di missili balistici progettati per portare testate nucleari. L’accordo obbliga l’Iran a non effettuare test per 8 anni a partire dal momento della firma.
Anche altri esponenti della diplomazia europea si sono detti preoccupati e hanno condannato le azioni iraniane: Ayrault, ministro degli affari esteri francese, ha parlato del test come di una “sfida alla risoluzione 2231”; stesse parole pronunciate dal ministro degli esteri tedesco, che ha etichettato il test come “incompatibile con la risoluzione”.
Il punto di vista iraniano sulla faccenda è diametralmente opposto: il ministro della difesa Hossein Dehqan ha spiegato che i test missilistici sono “in linea con il nostro programma di difesa”, e “in linea con le risoluzioni Onu”. Anche Ali Shamkhani, segretario del consiglio nazionale supremo di difesa, ha confermato questa versione, ribadendo che l’Iran non permetterà a “nessun paese o organizzazione” di interferire col programma di difesa nazionale.
A difesa delle azioni iraniane si è schierata la diplomazia russa, dichiarando che i test missilistici non sono i contrasto rispetto alla risoluzione 2231.

Trump, l’Iran e la Russia

Il triangolo di relazioni che si può potenzialmente scatenare tra Washington, Teheran e Mosca è difficilmente inquadrabile. La nuova amministrazione statunitense ritiene le azioni iraniane un pericolo per la propria sicurezza nazionale, e ha ripetutamente criticato il ruolo di Obama nella riapertura del dialogo con la Repubblica Islamica. D’altro canto, uno degli obiettivi principali che Trump ha dichiarato in campagna elettorale (confermato dalla nomina di Tillerson alla segreteria di Stato) è quello del riavvicinamento alla Federazione Russa, a cominciare dalla lotta al terrorismo in Medio Oriente.
L’alta tensione degli ultimi giorni con Teheran non aiuta, e non aiuterà, i futuri rapporti con Mosca. In questo momento l’Iran e la Russia sono legati da una convergenza di obiettivi strategici che difficilmente può essere superata. Entrambe le potenze sono alleate di Assad, e in generale sono impegnate a far ritrovare una stabilità statuale alla Siria. Senza l’aiuto dei pasdaran iraniani difficilmente Assad avrebbe difeso Damasco nel biennio 2013-2014, e senza l’intervento dell’aviazione russa l’esercito siriano non avrebbe potuto effettuare quelle conquiste strategiche che permettono ancora oggi ad Assad di mantenere il potere. L’Iran ha bisogno dell’attuale presidente siriano, e in generale dei buoni rapporti con gli alawiti, per continuare ad avere un collegamento diretto con gli Hezbollah, vero e storico deterrente iraniano nei confronti di Israele. La Russia, storica alleata della famiglia Assad, da una parte ha l’obbligo di mantenere la base navale a Tartus per confermare la capacità di proiezione nel Mediterraneo, dall’altra ha la necessità di evitare una sconfitta militare di Assad, perché vedrebbe la Siria trasformarsi in un hub jihadista di aspirazione globale, e tutto questo geograficamente vicino ai confini della regione del Caucaso (da ricordare il grande numero di ceceni presenti tra le fila del Califfato), spina nel fianco dei governi russi negli ultimi decenni.
Il ruolo “on the ground” degli iraniani, unito all’aviazione e al ruolo dell’intelligence russa in Siria, rendono in questo momento l’alleanza tra Iran e la Russia importante strategicamente per entrambi i paesi. L’alta tensione tra Washington e Teheran non è destinata a scendere, con l’annuncio dell’Iran di nuovi test missilistici e la voglia di Trump di delegittimare politicamente la vecchia amministrazione Obama.
Nell’incontro tra Trump e Putin, programmato per avvenire prima del G20 di Amburgo del 7-8 luglio, i due leader dovranno risolvere in primis il nuovo rapporto degli Stati Uniti con l’Iran, per portare a compimento la convergenza in Siria tanto decantata in clima di campagna elettorale.

Lo stile di Melania Trump

Per giorni, tra i media e l’opinione pubblica, ha tenuto banco il confronto tra Michelle Obama, first lady uscente, e Melania Trump. Marica Spalletta, docente di Media e Politica presso la Link Campus University, ha commentato le prime apparizioni della nuova first lady, evidenziando alcune differenze rispetto alla precedente inquilina della Casa Bianca.  

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Geopolitica degli Stati Uniti di Donald Trump

Quanto cambia la geopolitica americana con l’ingresso del nuovo inquilino alla Casa Bianca?

Geopolitica degli Stati Uniti di Donald Trump - Geopolitica.info

Sin dal secondo dopoguerra, pur nell’alternarsi di amministrazioni repubblicane e democratiche, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale nella creazione delle strutture portanti della vita politica internazionale. Le scelte dei prossimi mesi saranno foriere di implicazioni cruciali per numerosi capitoli al centro dell’agenda globale. Pertanto, la preoccupazione dilagante è che, con l’arrivo di “The Donald”, prenda forma una sorta di rivoluzione nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo e, quindi, muti radicalmente l’approccio strategico della superpotenza. I dubbi principali, sollevati in campagna elettorale, riguardano soprattutto la continuità degli impegni su questioni molto sensibili, come l’accordo nucleare con l’Iran (JCPOA), l’accordo di Parigi sulla limitazione di emissioni di anidride carbonica, la NATO e il NAFTA. A confermare i timori è sopraggiunta la firma per l’uscita dall’accordo commerciale TTP. Ma è davvero così? Per il momento qualsiasi previsione lascia il tempo che trova e presta facilmente il fianco a inesorabili smentite. Tutti gli osservatori più qualificati, compresi i think-tank specializzati, condividono tale incertezza.

Mai come nel caso di Trump, tuttavia, la cautela è d’obbligo. Sia perché tutti i nuovi presidenti, non appena messo piede nello studio ovale, si sono contraddistinti per un divario – talvolta notevole – tra quanto promesso in campagna elettorale e le loro effettive politiche, sia perché rispetto ai suoi predecessori il vincitore della tornata 2016 ha prodotto un programma più “leggero”sulla politica estera, preferendo orientare la campagna sul “fronte” domestico. Le sue idee in merito, quindi, sono più difficili da decifrare, visto anche che finoraha espresso dichiarazioni di orientamento più che proposte politiche ben definite. Anche se Trump confermasse davvero un approccio “rivoluzionario” alla politica estera americana, inoltre, bisogna preliminarmente ricordare un dato con cui dovrà confrontarsi. Un presidente da solo non è in grado di generare cambiamenti politici epocali. Soprattutto se si trova alla guida di una superpotenza e se quest’ultima è la più grande democrazia del mondo, dove vige il più efficace sistema di checks and balances del potere politico. Ancor più difficile appare tale impresa in quanto non solo il suo partito nominale che controlla il Congresso, ma anche alcuni dei ministri da lui designati – come il segretario alla Difesa James Mattis (gia’ confermato al Senato) – hanno posizioni diverse o assai più sfumate rispetto alle sue su alcuni capitoli cruciali della politica internazionale (NATO, Russia, Iran, conflitto israelo-palestinese).

 

Le correnti interne all’Amministrazione Trump

 Ne consegue che, al momento, l’unica chiave di lettura sulla futura politica estera americana può ricavarsi soltanto da un’attenta analisi delle nomine di Trump nei settori della politica estera e della sicurezza nazionale (tenendo presente che numerosi posti chiave, di livello immediatamente inferiore a quello di governo, sono ancora in attesa di nomina). Una pletora di commentatori si è già cimentata in questo esercizio. Particolarmente convincente tuttaviaè l’analisi del Brookings Institutions (Thomas Wright, Trump’s Team of Rivals, Riven by Distrust, 15 dicembre 2016, di cui riportiamo di seguito i punti salienti e che era uscita in origine su Foreign Policy). Secondo il Brookings per sapere qualcosa in più della futura politica estera americana è necessario tenere conto delle tre “correnti” di pensiero in materia di sicurezza nazionale che emergono dalle recenti nomine.

Si può descrivere la prima corrente come“America Firsters”, composta da quanti sottoscrivono la strategia secondo la quale tutto può divenire materia di negoziato, compresi i trattati già in essere oppure la tradizionale diplomazia della cosiddetta “One China Policy” (pilastro della politica estera degli ultimi cinquanta anni nel quadrante Asia-Pacifico). In tale visione, la messa in discussione degli impegni diplomatici e commerciali già assunti servirebbe a ottenere nuove e più vantaggiose concessioni in favore degli Stati Uniti. Benché questo approccio trasformerebbe la politica esteraamericana in una sorta di deal making, la schiera degli adepti di questa corrente è assai scarsa. Se si ha cura di distinguerne i “puri” dai semplici protezionisti in materia di commercio internazionale come Wilbur Ross, nominato Segretario al Commerce Department, forse si arriva a contare solo Steve Bannon, controverso chief strategist in pectore della Casa Bianca. Non occorre neanche ricordare che la stragrande maggioranza del Partito Repubblicano è contrario a questo approccio, che avrebbe vita dura a trasformarsi in politiche concrete presso il Congresso.

La seconda corrente è quella dei “religious warriors”. Se è vero che i due pilastri della politica estera repubblicana dopo il 9/11 sono stati la lotta contro l’islamismo fondamentalista e il mantenimento della leadership americana,è anche indubbio che da tempo tale secondo pilastro sia divenuto in qualche modo prioritario a causa della necessità di contenere le nuove ambizioni russe e cinesi. Tuttavia c’è chi non ha mai condiviso questo mutamento di priorità, ritenendo la lotta al fondamentalismo islamico un motivo assolutamente prevalente. Questa linea di pensiero, oltre ad essere sicuramente condivisa da gran parte dell’elettorato repubblicano del 2016, può riconoscersi nel percorso di Michael Flynn, neo-nominato alla cruciale posizione di National Security Advisor (l’importanza di questa carica nell’architettura istituzionale del potere esecutivo statunitense non è sempre adeguatamente compresa all’estero). Insieme a Flynn, altri hard liners della guerra al fondamentalismo– come il semi-sconosciuto ma potenzialmente influente Walid Phares, veterano della milizia cristiana in Libano, oppure Michael Ledeen, coautore del controverso libro di Flynn The Field of Fight– sono stati inclusi nella lista dei possibili advisors di politica estera. Questo gruppo considererebbe Trump come il presidente ideale per intensificare la guerra al terrorismo, pur non condividendone del tutto le tentazioni “America First”, specialmente quelle che minacciano lo status quo delle alleanze in Europa e Asia.

Le idee di entrambe le fazioni, secondo Brookings, restano solo abbozzate e non riflettono una vera e propria scuola di pensiero. Trump stesso, con le sue tentazioni isolazioniste, potrebbe temere di rimanere incastrato dai “warriors” in una nuova indesiderata guerra in Medio Oriente e questi ultimi, dal canto loro, potrebbero temere che le aperture alla Russia si traducano a vantaggio dell’Iran e di un disimpegno nella regione. Tale preoccupazione è per qualche verso fondata e sottolinea a nostro parere un’altra – per ora incomprensibile – contraddizione nelle posizioni di Trump: come conciliare un possibile appeasament con Putin con l’attacco anti-iraniano al patto di moratoria nucleare concluso da Obama nel 2015? L’Iran rimane comunque un delicatissimo punto chiave, in quanto la vera frattura che attraversa trasversalmente sia l’establishment politico che quello della sicurezza nazionale è quella fra i falchi anti-iraniani e coloro che ritengono che sia, invece, l’estremismo sunnita di marca wahabita (e quindi saudita) il vero nemico. Altro problema, sottolineato anche da Brookings, è lo scarso numero di esperti di politica estera sia fra i “Firsters” che fra i “Warriors”.

La terza corrente, infine, è quella dei “tradizionalisti” dell’establishment repubblicano. Costoro, di gran lunga più numerosi, hanno il vantaggio di condividere l’impostazione storicamente bipartisan del consenso sulle grandi scelte di sostegno agli equilibri dell’egemonia americana dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. In questo gruppo, pur emergendo posizioni a volte assai diversificate (falchi anti-cinesi vs. falchi anti-russi, unilateralisti vs. multilateralisti, ecc.), troviamo non solo le “star’ come Mitt Romney, James Mattis, Richard Haas, Mike Rogers (al vertice della NSA), Stephen Hadley, Janet Napolitano, Mike Pompeo (nominato da Trump come direttore della CIA), ma anche, a un livello immediatamente inferiore, quasi tutti coloro che hanno le qualifiche necessarie per poter riempire i ranghi di un’Amministrazione degna di questo nome. La sfida degli esponenti del terzo gruppo è quella di far rientrare le istanze di politica estera nel sicuro alveo della conservazione del sistema delle alleanze e della presenza militare globale della superpotenza.

È rilevante la notazione di Brookings secondo cui, se le cose stanno così, non solo le tre correnti sono reciprocamente sospettose e potenzialmente in conflitto, ma anche che ciascuna potrebbe giocare la partita delle decisione finali in contrapposizione o in alleanza con una delle altre di volta in volta. Si profila, pertanto, un equilibrio delicatissimo. Ciò spiegherebbe una serie di passaggi sulle nomine, nel periodo della transizione, a prima vista oscuri. Ecco Flynn obiettare alla designazione di Mattis, suo superiore di grado militare, ma incontrare l’irremovibilità di Trump sulla scelta del vertice del Pentagono. Talenomina, tuttavia, ha segnato la fine della candidatura Romney alla Segreteria di Stato (con la quale l’asse dei tradizionalisti sarebbe risultato imbattibile). Ecco, dunque, affacciarsi, per poi prevalere, Rex Tillerson, un pragmatico “deal-maker” dagli ottimi rapporti internazionali, ma anche un probabile tradizionalista, che ha riscosso l’appoggio di pesi massimi come l’ex segretario di Stato James Baker, l’ex segretario alla Difesa Robert Gates, l’eminenza grigia della sicurezza nazionale Stephen Hadley e l’ex segretario di Stato Condolezza Rice. Rappresenta, in altre parole, un compromesso ideale agli occhi di Trump tra “America First” e apparato, sebbene la sua immagine del mondo restiun’incognita per il grande pubblico. James Mattis, dal canto suo, è stato dipinto come uno storico “falco” anti-iraniano (vedi Mark Perry, James Mattis’ 33-Year Grudge Against Iran, su Politico del 4 dicembre 2016). “Mad Dog Jim”, inoltre, è la quintessenza dello stile e dello spirito del corpo dei Marines (che lo venerano come vivente leggenda delle campagne di Afghanistan e Iraq), tanto che dovrebbe svolgere una funzione essenziale di riequilibrio delle scelte di politica militare e di riassicurazione degli alleati, non da ultimo per l’ottimo e sperimentato rapporto che lo lega all’attuale capo di Stato Maggiore, il generale Joseph Dunford, suo ex capo di gabinetto sul campo di battaglia dell’insurrezione irachena nel 2005.

Completano il team della National Security John Kelly, confermato dal Senato alla Homeland Security, e Dan Coats, senatore dell’Indiana scelto per il delicatissimo ruolo di Director of National Intelligence (DNI), che coordina le 16 agenzie di intelligence. Possiamo ascrivere entrambi alla fazione tradizionalista, soprattutto il generale Kelly, ex comandante del nevralgico Southern Command delle forze armate, responsabile della difesa informatica del Paese.Se e quanto si riuscirà a scongiurare che il precario equilibrio tra le tre correnti si tramuti, alle prime scelte serie da compiere (Siria e Iran), in una pericolosa faida di potere dipenderà in gran parte dal Presidente stesso.

 

Divergenze tattiche e convergenze strategiche tra Obama e Trump

Tornando alla domanda iniziale, la visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo secondo Trump è davvero così diversa da quella di Barack Obama? Sicuramente la grammatica dei due presidenti non potrebbe essere più distante e lo stile comunicativo ha dimostrato tutta la sua importanza negli otto anni della presidenza Obama,nonché nella recente tornata elettorale. Altrettanto diverso è il loro background culturale, con un Trump  assertore di una concezione spietatamente realista del mondo e apparentemente mosso da un classico spirito “calvinista” del capitalismo, mentre Obama cercava in ogni modo di avvolgere con un’aurea di utopia la sua visione liberale (rinviamo ad altra occasione un’analisi dei motivi per i quali, a dispetto delle parole, Obama è stato il presidente americano più realista del dopo Guerra fredda, si veda: foreignpolicy.com/2017/01/03/donald-trump-is-making-the-world-safe-for-dictators/). Infine sulla tattica sembrerebbero – si usa il condizionale in quanto Trump ancora non ha ovviamente ancora compiuto quasi nessuna mossa sullo scacchiere internazionale – fautori di opzioni molto lontane tra loro. Trump non ama il multilateralismo, Obama ne ha fatto la sua cifra distintiva. Trump non crede nel surriscaldamento climatico globale, Obama lo ha sempre reputato un tema nevralgico per le sorti del mondo. Trump prova empatia con alcuni personaggi politici “scomodi” (anzitutto Putin), con cui Obama ha avuto rapporti tesi. Trump crede in una versione incondizionata della special relationship con Israele, Obama non ha esitato a entrare in rotta di collisione (con tutte le cautele e i distinguo possibili) con il governo Netanyahu (si vedano sia il patto sulla moratoria nucleare con l’Iran del 2015, sia la recente astensione degli Usa sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna degli ulteriori insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania). Trump, infine, si dice contrario all’intesa sul nucleare con l’Iran, Obama la ritiene il suo più importante successo internazionale.

Tuttavia, quando si parla di strategia globale le distanze tra i due si accorciano e l’impatto del temperamento e delle preferenze personali si attenua di molto. Il principale obiettivo di entrambi i presidenti, così come dei loro predecessori, è quello di preservare il “momento unipolare” (in altre parole, la leadership americana nel mondo). A causa delle conseguenze della crisi economica mondiale del 2007-2008, sia Obama che Trump devono perseguirlo con meno risorse a disposizione di quante ne hanno avute Bill Clinton e George W. Bush. Quindi la risposta di entrambi è, per il momento, molto simile: l’overstretching (l’eccessiva estensione degli impegni rispetto alle risorse economiche disponibili, per riprendere il famoso concetto del Paul Kennedy di Rise and Fall of the Great Powers) e, di conseguenza, il declino dell’egemonia americana possono essere evitati soltanto attraverso la riduzione degli impegni degli Stati Uniti e concentrando gli sforzi nelle aree vitali per l’interesse nazionale. Al contrario di Clinton e Bush che credevano fortemente all’idea della “nazione necessaria” e l’hanno tradotta concretamente nel deep engagement nel mondo, Obama e Trump sono per un impegno calibrato e selettivo. All’interno di questa cornice strategica, entrambi hanno individuato la stessa area vitale e lo stesso competitor internazionale per il futuro: il quadrante Asia-Pacifico e la Cina. La decisione di incontrare come primo leader internazionale il premier giapponese Shinzo Abe e la controversa telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fortemente contraria alle politiche di avvicinamento del suo Paese con la Repubblica Popolare, si pone comunque in linea con il Pivot to Asia di Obama.

Questo impianto generale ha un duplice corollario condiviso sia da Trump che da Obama. Da un lato la convinzione che il rapporto con gli alleati – in particolare quelli europei – debba essere ricalibrato in funzione di una preminenza degli interessi statunitensi, nonché soprattutto di un’equa ripartizione dei costi della sicurezza comune. Dall’altro l’indisponibilità a intraprendere costose politiche per la promozione della democrazia. Per quanto riguarda il primo, il multilateralismo di Obama, infatti, si è rivelato distante anni luce dal design di Clinton, il quale non solo non è mai venuto meno alla tradizionale disponibilità americana a coinvolgere sistematicamente gli alleati nelle scelte politiche (nothing about you without you), ma si è dimostrato anche pronto a intervenire ripetutamente in loro aiuto (in particolare, nelle guerre dei Balcani). Obama, al contrario, ha cercato un approccio multilaterale solo quando necessario e chiedendo agli alleati la ripartizione delle responsabilità e dei costi collegati al mantenimento dell’ordine (soprattutto il burden sharing in ambito NATO). Similmente, Trump ha iniziato a interagire con gli Stati europei mostrando disinteresse per la NATO ed esigendo una più equa ripartizione dei costi per il suo mantenimento. Per quanto riguarda il tema della democrazia, al di là delle parole Obama ha dimostrato di non credere alla necessità di una sua diffusione per preservare l’ordine americano. Nei suoi otto anni di presidenza ha rinunciato a promuoverla attivamente (distinguendosi sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush), limitandosi a un sostegno, spesso solo verbale, delle rivoluzioni dal basso (ad esempio nel caso delle cosiddette “primavere arabe”). Trump, allo stesso modo, sembrerebbe non credere alla politica del regime change, che reputa irrilevante per la difesa dell’unipolarismo, ma a differenza del suo predecessore, non sembra neanche preoccupato dal dover sostenere pubblicamente il contrario (sarebbe stato interessante mettere alla prova Trump davanti a una crisi come quella che ha portato alla deposizione di un alleato strategico degli Stati Uniti come Hosni Mubarak in Egitto).

Se questo è il quadro generale, dove si collocano le polemiche su Putin, il dibattito sulle sanzioni alla Russia e la denuncia dell’appeasement di cui il nuovo presidente sarebbe alla ricerca? Anche qui occorre fare un salto indietro negli anni, quando ai tempi della sua prima campagna presidenziale Obama prometteva il reset dei rapporti con la Russia, che erano stati messi in crisi dalle politiche dell’Amministrazione Bush. La storia, successivamente, ci ha detto che la propensione a un approccio cooperativo, unita alla riluttanza ad utilizzare la forza, ha reso la Russia più aggressiva e innescato quella spirale di tensione considerata da molti osservatori come una “nuova” Guerra fredda. Il presidente neoeletto, con parole e atteggiamento molto diversi, fa sostanzialmente la stessa promessa: resettare i rapporti con Mosca. Questa volontà è stata motivata, sia nel caso di Obama che di Trump, da una riflessione comune: è inutile sperperare energie per contrastare un finto competitor come la Russia, quando è necessario mobilitare quante più risorse possibile per contenere il vero sfidante del futuro, la Cina. Una differenza essenziale su questo tema, tuttavia, intercorre tra i due. Obama pensava di trovare un accordo con Putin, ma credeva anche possibile ottenere un ritorno alle condizioni e modalità d’interazione dei tempi di Boris Jeltsin. Trump, viceversa, è disponibile a uno scambio: Washington accetta il primato russo sullo “spazio” post-sovietico e su alcuni territori ad esso immediatamente limitrofi, così come la natura non democratica dei Paesi inseriti in quest’area, perottenere in cambio da Mosca la rinuncia a contestare l’ordine americano e a collaborare con la Pechino al suo abbattimento.

 

Le grandi incognite della geopolitica trumpiana

In generale, le due grandi incognite del presidente Trump, che potrebbero celare i più profondi elementi di discontinuità con il suo predecessore, sembrano oggi: 1) la possibilità che sia messa in discussione la strategia globale che ha visto gli Stati Uniti protagonisti sin dal 1945 nell’opera di edificazione, guida e difesa dell’ordine liberale internazionale (i cui pilastri sono stati la fondazione e il consolidamento delle organizzazioni internazionali, la promozione della democrazia e l’interdipendenza economica); 2) l’approccio al problema dell’Isis, in quanto sebbene sembri che il Medio Oriente – Nord Africa non sia più l’area perno della politica estera americana, la sconfitta dello Stato Islamico è sicuramente fondamentale per la sicurezza nazionale e per l’immagine della superpotenza e del presidente stesso.

Senza dover attendere l’inoltrarsi del mandato, oppure le elezioni mid-term del 2018 (che ci forniranno il polso del consenso del popolo americano sulle scelte di Trump), i famosi primi “cento giorni” della nuova amministrazione potrebbero iniziare a fornirci alcune risposte molto prima del previsto.

 

 

Trump e il quadrante Asia-Pacifico

Il primo decreto di politica estera firmato da Donald Trump sancisce l’uscita degli Stati Uniti dal trattato commerciale TTP. Quale sarà la nuova politica americana nei confronti del quadrante Asia-Pacifico? Ne parla Stefano Pelaggi, docente di nazionalismi e minoranze etniche presso l’Università la Sapienza di Roma.

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