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Who is Who: Mike Pompeo

Nome: Mike Pompeo
Nazionalità: Americana
Data di nascita: 30 dicembre 1963
Ruolo: Segretario di Stato degli Stati Uniti, ex direttore della CIA

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Donald Trump, con un tweet, ha annunciato l’allontanamento di Rex Tillerson dal ruolo di Segretario di Stato, sostituendolo con l’ex direttore della CIA Mike Pompeo. Fatali per Tillerson le ultime dichiarazioni sulla Russia, e le divergenze di vedute con il presidente americano su Iran e Corea del Nord.
Ma chi è Mike Pompeo, nuovo uomo dell’amministrazione Trump?

Mike Pompeo nasce il 30 dicembre del 1963 a Orange, in California, da una famiglia di origine italiane. Nel 1982, si è diplomato alla Los Amigos High School di Fountain Valley, e successivamente, nel 1986, si è laureato in ingegneria meccanica come primo nella sua classe presso l’Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point. Nel 1994 ha conseguito un dottorato in giurisprudenza presso Harvard.
Dal 1986 ha prestato servizio militare come ufficiale di cavalleria di pattuglia presso il Muro di Berlino, sino alla sua caduta. Nel 1991 ha partecipato alla Guerra del Golfo in Iraq e Kuwait.

E’ stato membro del Congresso eletto in Kansas per la Camera dei rappresentanti dal 2011 al 2017 con il Partito Repubblicano, distinguendosi per le sue posizioni oltranziste e radicali. E’ infatti considerato un “Falco”: giudica l’accordo nucleare con l’Iran una sconfitta per gli Stati Uniti, si oppone alla chiusura di Guantanamo, ha sempre avuto una posizione intransigente nei riguardi della Corea del Nord. Al contrario, Pompeo ha avuto una posizione piuttosto indulgente sul caso Russiagate. E’ inoltre un forte sostenitore del Secondo Emendamento, e si è sempre espresso a favore del Patriot Act e della raccolta delle informazioni in chiave anti-terroristica operata dalla NSA.

Sostenitore di Marco Rubio alle primarie repubblicane, dopo la vittoria di Trump si è prontamente legato al futuro presidente americano, preparandolo sulle strategie di sicurezza nazionale e consigliandolo su tematiche di politica estera in campagna elettorale.
Nel gennaio del 2017 Donald Trump lo nomina direttore della CIA: secondo i più critici il neo presidente si sarebbe affidato a Pompeo per bilanciare il caso Russiagate, inserendo a capo dell’agenzia un suo uomo. Al contrario, secondo i suoi fautori, durante la gestione della CIA, l’attuale Segretario di Stato ha dimostrato doti importanti per svolgere il nuovo incarico alla Casa Bianca: conoscenza e controllo di crisi e sfide globali complesse.
Le capacità di Pompeo saranno subito messe a dura prova: a lui il compito di preparare lo storico incontro tra Trump e il leader nordcoreano Kim. Una svolta che potrebbe essere epocale per il nuovo corso dell’amministrazione Trump.

Le strategie di Donald Trump e Barack Obama: un confronto

La National Security Strategy dell’amministrazione Trump ha impresso dei cambiamenti alle priorità della politica estera e di sicurezza degli USA rispetto alla precedente amministrazione. Quali erano i punti chiave della NSS 2015? Come cambiano con la NSS 2017? Le NSS di Donald Trump e Barack Obama

Le strategie di Donald Trump e Barack Obama: un confronto - Geopolitica.info

Per l’analisi della National Security Strategy 2017 si rimanda a “Le potenze revisioniste: Russia e Cina nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump” di G. Natalizia.

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Nel febbraio 2015, l’amministrazione Obama rilasciava la sua seconda National Security Strategy delineando le linee guida della propria politica estera e di sicurezza. Al momento della redazione del documento, alcuni fattori ne influenzarono l’esito: il “reset” con Mosca, proposto a partire dal 2008, era irreversibilmente fallito in seguito all’annessione russa della Crimea; il disimpegno iracheno e afghano si era concluso riportando a casa la quasi totalità dei soldati; la ripresa economica dalla Grande Recessione del 2007/2008 era solida e garantiva maggiori risorse a disposizione.

Date tali premesse, gli USA, si legge nel documento del 2015, devono agire con una ‹‹prospettiva di lungo termine›› che affronti le trasformazioni storiche in atto nel contesto internazionale adottando una ‹‹postura strategica globale sostenibile››. Nell’ottica di Obama, l’ordine internazionale liberale sorto con la fine della Guerra Fredda viene messo alla prova, ma è non da considerare perduto. Inoltre, è necessario non sopravvalutare le minacce e i rischi strategici globali e non cedere ad una politica che conti più sulla ‹‹paura che sulla speranza››, promuovendo, invece, una ‹‹pazienza e una perseveranza strategica››.

Alla luce di questo approccio di lungo termine e di pazienza strategica, l’elenco delle minacce alla sicurezza nazionale statunitense nella NSS 2015 assume un significato più chiaro. Per l’amministrazione Obama esse sarebbero: la persistente minaccia terroristica globale, in particolare da parte di Al-Qaeda e dello Stato Islamico, la proliferazione di armi di distruzione di massa, il cambiamento climatico e la diffusione di malattie infettive, la ridotta crescita, la stagnazione e la recessione economica globale, la sicurezza degli ‹‹spazi condivisi›› (cyber, spazio, aria, mare).

Pur rifiutando di definire la politica estera americana in base ad una sola regione, paese o gruppo di paesi, il documento del 2015 dimostra un moderato approccio regionale (praticamente assente nel documento del 2010). Nella disamina delle opportunità e dei rischi per gli USA nelle varie regioni del pianeta, la priorità, coerentemente con il “pivot to Asia”, viene data all’Asia-Pacifico, di cui gli USA, in quanto ‹‹potenza Pacifica››, farebbero parte. La regione è, infatti, considerata la più dinamica dal punto di vista economico, politico e militare e, perciò, si caldeggia una partnership costruttiva con la Repubblica Popolare Cinese. Per quanto riguarda l’Europa, è ribadito un impegno granitico verso gli alleati, dichiarando pieno supporto al processo di integrazione UE, considerato vettore di prosperità e sicurezza per il continente. Nei confronti della Russia si attesta il fallimento del “reset” e si conferma la politica delle sanzioni per innalzare i costi della condotta aggressiva russa, pur mantenendo ‹‹aperta la porta›› ad una collaborazione in caso la Russia cessi la propria politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini. In Medio Oriente e Nord Africa, è ribadito l’impegno contro il terrorismo ma si sottolinea la necessità di una cooperazione multilaterale, anche con l’Iran. In Africa come in America del Sud viene confermata la promozione di accordi commerciali win-win, le partnership per la sicurezza, e un’agenda di cooperazione per lo sviluppo sostenibile.

L’analisi della NSS 2017 dell’amministrazione Trump mostra come alcune delle priorità di Obama siano state declassate, se non ignorate del tutto e, parallelamente, ne siano state aggiunte di nuove.
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→ […] “LA NSS PUBBLICATA IL 18 DICEMBRE 2017 NON ESITA A RICORRERE AL CONCETTO DI SUPERPOTENZA SOLITARIA” […]


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È il caso del riscaldamento globale e del climate-change elevati da Obama a minacce alla sicurezza nazionale ma che Trump derubrica a fattore secondario. Anzi, la preoccupazione è quella di assicurare agli USA una posizione dominante nel mercato energetico ed evitare, in totale disaccordo con quanto sostenuto da Obama, che un’agenda energetica-ambientale nazionale e internazionale risulti sfavorevole agli interessi americani.

Un simile cambiamento si registra anche riguardo al commercio internazionale. La presidenza Obama aveva riconosciuto nel commercio internazionale un pilastro della prosperità americana e, conseguentemente, della sicurezza nazionale, promuovendo una magiore integrazione commerciale soprattutto con l’Asia. La NSS 2017 pone l’enfasi sulla reciprocità e l’equità negli accordi commerciali al fine di correggere gli squilibri commerciali sofferti da Washington e neutralizzare gli effetti nocivi di un commercio globale distorto che incoraggia l’opportunismo e gli accordi non vantaggiosi.

Parallelamente, anche della promozione della democrazia e dei diritti umani emerge una visione diversa nei due documenti. Nella NSS 2017, il termine “diritti umani” è utilizzato in una sola occasione per criticare i regimi tirannici mentre nel documento del 2015 è utilizzato più di 15 volte. Similmente, la promozione della democrazia è considerata da Obama ‹‹interesse nazionale››, mentre Trump, pur rimarcando l’importanza di un sistema internazionale libero e democratico e la necessità di promuovere i valori americani, sottolinea gli USA non vogliono ‹‹imporre i propri valori sugli altri››.

Riguardo la cooperazione internazionale allo sviluppo, la NSS afferma che ‹‹uno dei maggiori trionfi degli USA è stato quello di aiutare Stati fragili nella loro via verso lo sviluppo›› che ‹‹in cambio, hanno creato mercati redditizi per le imprese americane›› e, infine, hanno permesso allo Stato aiutato di ‹‹condividere il fardello di risolvere un vasto numero di problemi nel mondo›› insieme agli USA. Ci sarebbero, quindi, elementi di reciprocità e condizionalità anche nella cooperazione internazionale immaginata dall’amministrazione Trump. Nel documento del 2015, si legge: gli USA hanno ‹‹l’opportunità e il dovere di rafforzare, modellare e, in caso, creare››  gli elementi necessari alla ‹‹pace, alla sicurezza, alla prosperità e alla protezione dei diritti umani nel 21° secolo››.

Nella NSS 2017, in merito a Russia e Cina viene abbandonata qualsiasi ipotesi di “constructive engagement”, affermando che tra gli USA  e queste ‹‹potenze revisioniste›› intercorra una ‹‹competizione strategica››. Questi paesi , infatti, mirerebbero a limitare la proiezione del potere americano, costituendo così la prima delle minacce alla sicurezza nazionale USA, prima ancora del terrorismo globale e del crimine trans-nazionale.

In merito alle organizzazioni e alle istituzioni internazionali, in particolare quelle finanziarie-economiche ma anche quelle politiche e militari, che gli USA hanno contribuito a creare nei decenni, la NSS di Donald Trump, pur condividendo lo spirito e il mandato originario di questi organismi, ne propone una generale revisione o riforma quando il loro operato non converga con gli interessi strategici ed economici americani. Inoltre, si legge, gli USA ‹‹non chiuderanno più un occhio sulle violazioni›› degli statuti e delle regole di queste istituzioni e non accetteranno più free-riding da parte degli Stati membri.
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→ […] “WASHINGTON DARÀ PRIORITÀ SOLO A QUELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI CHE AGISCONO IN MANIERA COMPATIBILE AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI” […]


 

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare - Geopolitica.info

In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

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Le potenze revisioniste: Russia e Cina nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump

La National Security Strategy 2017 (NSS 17) rompe alcuni tabù nel linguaggio politico americano. Ma forse non bisognerebbe essere sorpresi, essendo la prima firmata da un presidente come Donald Trump che ha cercato di fare della discontinuità rispetto ai suoi predecessori la sua cifra distintiva.

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Il documento, infatti, si apre con una rappresentazione originale del modo di intendere il ruolo internazionale, i modelli e i valori degli Stati Uniti. Se l’utilizzo dei concetti di “egemonia”, “primato” e “unipolarismo” era stato generalmente evitato dopo la fine della Guerra fredda, per non associare l’immagine del Paese a quello delle grandi potenze del passato e favorirne la percezione come di una potenza “nuova” (il cosiddetto “egemone benigno”), la NSS pubblicata lo scorso 18 dicembre non esita a ricorrere al concetto di “superpotenza solitaria”. Un secondo elemento di discontinuità, soprattutto nei confronti delle Amministrazioni Clinton e Bush, è la rinuncia di fatto alla realizzazione del progetto wilsoniano di modificare il mondo a immagine e somiglianza degli Stati Uniti. A più riprese, infatti, la NSS-17 ribadisce come non sia possibile imporre la way of life americana agli altri Stati e che la sua rappresentazione come momento culminante e inevitabile del progresso umano sia fallace. In questa prospettiva, piuttosto, gli Stati Uniti devono guidare il mondo ponendosi come esempio per gli altri. Sempre in contrasto con l’approccio wilsoniano, infine, il documento indica nel “principled realism” la chiave di lettura teorica delle dinamiche politiche internazionali, affermando di rifiutare qualsiasi rappresentazione influenzata da un’impostazione ideologica.

Il “principled realism” dell’Amministrazione Trump si fonda su tre convinzioni. La prima – legata al sostantivo “realism” – è lo Stato-centrismo: secondo la NSS-17 la pace e la sicurezza sono fondate sull’esistenza di Stati forti e sovrani, che rispettano i diritti dei loro cittadini nella sfera domestica e sono disponibili alla cooperazione in quella internazionale. La seconda – che spiega sempre il sostantivo “realism” – è l’interpretazione ciclica della storia, che si oppone alla teoria della pace democratica che aveva influenzato le precedenti presidenze: nessuna epoca è eccezionale rispetto alle altre e l’idea di evoluzione è chimerica, in quanto la lotta per il potere è una caratteristica ineliminabile dell’ambiente internazionale e grava costantemente sui rapporti tra gli Stati. L’unico elemento di novità del tempo presente va ricercato nel fatto che le sfide non avvengono più prevalentemente nella dimensione militare, ma si realizzano su una molteplicità di arene le cui dinamiche sono accelerate dal progresso tecnologico. La terza, invece, interviene a declinare l’aggettivo “principled”: l’azione del governo americano è fondata sulla certezza che l’avanzamento dei principi etici e politici degli Stati Uniti sia funzionale alla diffusione della pace e del benessere nel mondo.

La NSS-17, comunque, lascia spazio anche a qualche evasione dallo steccato del realismo. Da un lato fa una concessione alla scuola liberale, sostenendo che la sfida attuale prende forma tra i sostenitori dei sistemi politici repressivi e quelli delle società libere (sebbene ciò entri in contraddizione con il recente riavvicinamento con l’Arabia Saudita). Dall’altro ammicca all’approccio regionalista, parlando di “long term challenges” che attraversano le dimensioni politica, militare ed economica ma che restano circoscritte su scala regionale.

L’immagine realista torna comunque subito a prevalere quando il documento affronta le minacce all’ordine unipolare. Al suo interno, infatti, si nota rispetto al passato un’inversione della scala di priorità attribuita alle minacce all’ordine unipolare. La NSS-17, infatti, non esita ad ammettere che gli sfidanti degli Stati Uniti non sono solo attori medi e piccoli o a soggetti non statuali, ma anche alcune grandi potenze. Distingue, infatti, tre tipi di avversari: 1) la Russia e la Cina, che hanno assunto una postura revisionista nei confronti dell’ordine internazionale e si trovano in conflitto con il potere, l’influenza e gli interessi americani; 2) l’Iran e la Corea del Nord, definiti come in passato “Stati canaglia”, che agiscono come fattori di destabilizzazione per il Medio Oriente e l’area dell’Indo-Pacifico; 3) le reti jihadiste (ISIS e al Qaeda) e le organizzazioni transnazionali criminali, che danneggiano attivamente gli Stati Uniti.

Dall’ordine di presentazione degli sfidanti seguito nel documento, si intuisce immediatamente la gerarchia delle minacce percepite dall’America di Trump. E lo spazio successivamente dedicato a Russia e Cina interviene a scansare ogni possibile fraintendimento. Forse anche come conseguenza del “Russiagate” i toni su Mosca sembrano sin troppo enfatici. La NSS-17, infatti, attribuisce a Mosca il ruolo di principale minaccia militare alla sicurezza di Washington nel breve termine. L’ex nemico della Guerra fredda è presentato come un attore spasmodicamente alla ricerca del ripristino del suo status di grande potenza, da cui derivano tre politiche principali: 1) la definizione di una sfera d’influenza invalicabile nello Spazio post-sovietico, come dimostrato dal mancato riconoscimento di fatto della sovranità di Ucraina e Georgia; 2) il ricorso a pratiche sovversive per indebolire la credibilità dell’impegno americano nel mondo, minare l’unità euro-atlantica e indebolire i governi e le istituzioni del continente europeo; 3) la proiezione d’influenza in Europa e in Asia centrale attraverso la leva dell’energia e del controllo delle infrastrutture strategiche.

Pechino, dal canto suo, è considerata attualmente la maggiore antagonista degli Stati Uniti nella dimensione economica ed è rappresentata come la più importante minaccia militare nel medio-lungo termine. Il suo obiettivo attuale, tuttavia, resta quello di ottenere un riordino nella gerarchia del potere e del prestigio nell’area dell’Indo-Pacifico, per rimpiazzare Washington nel ruolo di sua potenza guida. Tre politiche sono particolarmente funzionali al conseguimento di tale scopo: 1) l’espansione del raggio d’azione del suo modello economico “State-driven”; 2) la modernizzazione ottenuta grazie all’accesso alle innovazioni apportate dagli Stati Uniti; 3) lo sviluppo di quello che diventerà l’esercito più potente e meglio finanziato al mondo dopo quello americano, integrato da un arsenale nucleare sempre più ampio e diversificato.

Secondo la NSS-17, inoltre, Russia e Cina sono accomunate da alcuni elementi. In primis, l’incremento delle loro capacità militari è finalizzato a impedire l’accesso degli Stati Uniti in tempo di crisi nelle aree cruciali per i loro interessi strategici. In secondo luogo, le due potenze cercano di sfruttare la visione binaria dei rapporti internazionali degli Stati Uniti – che si sentono alternativamente “in pace” o “in guerra” con gli altri Paesi – realizzando una competizione su vasta scala attraverso metodi innovativi che non implicano direttamente il ricorso alla violenza. Infine, entrambe indirizzano i loro investimenti per ottenere vantaggi competitivi sull’America e sfruttano la posizione ottenuta all’interno di quelle istituzioni internazionali il cui sviluppo è dipeso dall’impegno politico ed economico di Washington proprio per indebolire quest’ultima.

L’Amministrazione Trump passa poi a delineare le politiche che attuerà per fronteggiare la sfida di queste due potenze nel prossimo futuro, ribadendo, anzitutto, l’impegno per garantire un elemento cruciale per la sicurezza nazionale americana: la libera navigazione dei mari. Nel documento, inoltre, esprime la necessità di riaffermare il gap di potere che divide la superpotenza dal resto del mondo, ricorrendo anche agli strumenti militari quando necessario. Dalla percezione di una maggiore forza degli Stati Uniti, infatti, il governo fa dipendere la vitalità delle loro alleanze e la rinuncia dei Paesi revisionisti a ingaggiare la sfida. La concretezza di uno scenario di guerra definito da un rapporto di forze impari, d’altronde, li distoglierebbe dai loro intenti. Secondo l’Amministrazione Trump, tuttavia, l’America ha bisogno anche del sostegno dei suoi alleati del “mondo libero” e, quindi, richiede a questi ultimi l’assunzione di maggiori responsabilità, attraverso l’acquisizione di capacità operative e l’ampliamento delle forze armate. Nei confronti degli altri Stati, invece, Washington si dichiara disponibile a fornire collaborazione e sostegno economico solo agli aspiranti partner che dimostreranno un reale allineamento internazionale con i suoi interessi. Infine, Washington teorizza una politica che sta già mettendo in atto nei confronti delle Nazioni Unite: darà priorità – in termini di impegno diplomatico ed economico – solo a quelle organizzazioni internazionali che agiscono in maniera compatibile agli interessi degli Stati Uniti. Nella NSS-17, infatti, è scritto a chiare lettere che l’impegno sproporzionato che viene richiesto a Washington rispetto agli altri Paesi membri in futuro dovrà trovare necessariamente un corrispettivo nel grado di influenza che gli Stati Uniti vi potranno esercitare.

 

La strategia di sicurezza nazionale di Trump

Con l’uscita del suo rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale, Donal Trump ha colto l’occasione per riaffermare con decisione, i caratteri essenziali dell’impegno che la sua Amministrazione intende dedicare alle crisi globali. La sua visione realista, mira a considerare – a mio avviso correttamente – il mondo un luogo sempre più pericoloso.

La strategia di sicurezza nazionale di Trump - Geopolitica.info

Il principio dell’interesse nazionale e della sovranità nelle relazioni internazionali non è certo nuovo né per l’America né per nessun altro Stato.

Nel nominare Cina e Russia come forze dirompenti sulla scena mondiale, la strategia del presidente nota che le due nazioni sono rivali che devono essere sfidate, senza però essere considerate necessariamente nemici da sconfiggere. La distinzione è importante.

La linea pragmatica e realista nella quale si situa questa impostazione, rivela un’evidente continuità con gli assi portanti della politica estera delle presidenze repubblicane. Interesse nazionale a garantire la sicurezza dell’America, motiva le decisioni di Trump di come affrontare, anche retoricamente, la minaccia nucleare di Kim Jong Un all’intera regione del Pacifico, quella dell’Iran all’esistenza di Israele e alla stabilità dell’intero Medio Oriente, nonché la gestione dei delicati rapporti con Cina e Russia. Con l’inizio della presidenza Trump, si è avuta una virata verso quel tradizionale orientamento del pensiero politico statunitense, ossia quello che individua nell’eccezionalismo americano, che vede l’America quale “faro” del mondo, l’elemento essenziale al quale ancorare ogni possibile visione di politica estera. Attribuendo all’Amministrazione Bush, repubblicana ma di rito neocon, l’errore concettuale di voler esportare la democrazia, Trump ha proposto una visione dell’America great again basata sulla difesa e sul perseguimento dell’interesse nazionale, ossia sull’America first.

Il presidente Trump riconosce il ritorno della “grande competizione di potere”, abbracciando la visione dell’ex Segretario di Stato Henry Kissinger, in merito a un mondo di equilibri di potere che si basa su interessi nazionali.

Proprio per questo, dal mio punto di vista, la parte più interessante del rapporto è la volontà dell’Amministrazione Trump di “difendere i valori americani” in tutto il mondo. Piuttosto che nascondersi dietro la credenza che l’America sia ampiamente detestata, il presidente sta inviando il messaggio che gli Stati Uniti sono un difensore inequivocabile della civiltà occidentale, avendo la forza interiore per sconfiggere gli oscuri impulsi del totalitarismo.

Il presidente Trump è indiscutibilmente un realista; eppure c’è una dimensione decisamente romantica nella sua visione: vuole vincere perché crede nei principi americani e dell’occidente.

da Il Tempo

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente

Dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il futuro della Repubblica Islamica sembrava certo: una maggiore apertura con gli interlocutori internazionali, e un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente. Con l’avvento di Trump questa traiettoria politica sembra meno certa, ma Teheran ha molti fattori che favoriscono la sua ascesa. 

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente - Geopolitica.info

Sia Obama che Donald Trump, nonostante le enormi differenze di vedute dovute all’appartenenza a schieramenti politici opposti, hanno una strategia sul Medio Oriente relativamente simile. Entrambi fautori di un disimpegno degli Stati Uniti dalle tensioni nella regione, il primo perché aveva individuato nel quadrante Asia-Pacifico il nuovo imperativo strategico per il futuro degli Stati Uniti, il secondo per concentrare le risorse statunitensi nella rivoluzione economica promessa in campagna elettorale, e ambedue consapevoli del rischio di overstretching proprio di una superpotenza che vede eclissare la propria egemonia mondiale.
In un’intervista a The Atlantic, nell’aprile del 2016, Obama parlava così a proposito del ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente: “i nostri amici tradizionali non hanno la capacità di spegnere le fiamme da soli o vincere in modo decisivo da soli. Questo vorrebbe dire che dobbiamo continuare a partecipare e usare il nostro potere militare per regolare i punteggi . E questo non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né del Medio Oriente”, evidenziando la volontà di disimpegnarsi dalla risoluzione delle diatribe tra gli stati della regione. Anche Trump, nel suo viaggio in Medio Oriente a maggio del 2017, ribadisce lo stesso concetto di Obama:  “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che il potere americano schiacci un nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli”. 

La discontinuità di Trump con la precedente amministrazione riguarda l’idea di architettura regionale del nuovo Medio Oriente: mentre Obama, come evidenziato dall’accordo sul nucleare del 2015 – considerato una grande vittoria dall’amministrazione democratica – e dalle ripetute dichiarazioni sulla ricerca di una cooperazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran (“accogliamo con favore un Iran che svolge un ruolo responsabile nella regione, e che intraprende passi concreti e pratici per costruire fiducia,  risolvere le sue differenze con i suoi vicini con mezzi pacifici, rispettare le regole e le norme internazionali”), considerava Teheran un attore fondamentale per la stabilizzazione del Medio Oriente, Trump, nel corso del suo tour in Arabia Saudita e Israele, ha evidenziato un approccio maggiormente tradizionale alla regione.
Proprio a Riyadh, davanti ai principali leader del mondo arabo, Donald Trump ha rivolto dure parole contro la Repubblica Islamica, considerata una minaccia per gli equilibri mediorientali: “Per decenni l’Iran ha alimentato il fuoco del conflitto settario e del terrore. È un governo che parla apertamente di omicidi di massa, promettendo la distruzione di Israele, la morte  dell’America e la rovina di molti leader e nazioni in questa stanza”, ha dichiarato, aggiungendo che “fino a quando il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, tutte le nazioni di coscienza devono lavorare insieme per isolarlo, negare i finanziamenti per il terrorismo e pregare per il giorno in cui il popolo iraniano avrà il giusto governo che merita.”

Minaccia, quella iraniana, che Trump vuole combattere tramite gli storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Vanno viste in questa ottica il maxi accordo (storico per numeri) di fornitura di armi di Washington a Riyadh, dal valore di oltre 110 miliardi di dollari, o la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana. Segni inequivocabili di un riavvicinamento dell’amministrazione americana ai due pilastri della politica statunitense in Medio Oriente, dopo che l’accordo sul nucleare, oltre che alcune dichiarazioni non propriamente distensive, avevano allontanato Obama da Israele e l’Arabia Saudita.
Quella di Trump è una rivisitazione della Dottrina Nixon, cioè la strategia in politica estera elaborata alla fine degli anni ’60 dal neo eletto presidente e il suo consigliere Kissinger, che si basava sul progressivo disimpegno diretto degli Stati Uniti dall’Indocina, accompagnato da un potenziamento delle capacità e della solidità dell’apparato governativo e militare del Vietnam del Sud (filo-americano), nel contesto del conflitto vietnamita. Trump basa la sua strategia in Medio Oriente sul contenimento della minaccia iraniana tramite il rafforzamento degli alleati storici di Washington, considerati i principali attori che caratterizzano l’equilibrio della regione.

Tutta la bibliografia sull’Iran, che negli anni delle trattative sul nucleare ha subito un’impennata, dovuta all’inflazione mediatica che ha avuto la Repubblica Islamica, presenta una visione omogenea sul futuro di Teheran: una visione ottimistica, modellata sulle strategie Dem per il futuro del Medio Oriente, che vedeva l’Iran sempre più integrato nell’arena internazionale. Questa uniformità di giudizi si è diffusa grazie alla certezza, quasi assoluta, della vittoria della democratica Hillary Clinton, e quindi con un’amministrazione in continuità con la precedente.
La vittoria di Donald Trump, inaspettata per l’iniziale divario elettorale tra i due candidati, ha cambiato le carte in tavola: il neo presidente statunitense, nel solco del disfacimento degli atti della precedente amministrazione, ha sempre considerato l’accordo sul nucleare iraniano come una sconfitta per la Casa Bianca, e in coerenza con la tradizione repubblicana, ha spostato di nuovo il peso degli Stati uniti sugli storici alleati nella regione, annullando le previsioni lette sul futuro iraniano.

In una regione instabile come quella mediorientale, il peso e le decisioni di una superpotenza come quella degli Stati Uniti hanno un ruolo rilevante per il futuro dei singoli attori. Quel che non è scontato, però, è che Israele e l’Arabia Saudita possano davvero contenere l’ascesa dell’Iran e la sua ricerca di un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente.
Israele è impossibilitato, per evidenti motivi di natura etnica, politica e religiosa,  a partecipare al conflitto per conquistare l’egemonia della regione, e l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha accumulato un gap con la controparte iraniana non indifferente.

Teheran, dalla sua, può sfruttare diversi fattori per consolidare la sua influenza in Medio Oriente. Nel corso degli ultimi 10 anni la Repubblica Islamica, tramite una dottrina militare fondata su una strategia asimmetrica, fiore all’occhiello dell’Iran, ha massimizzato il suo ruolo nella regione, ed esercita una notevole influenza in almeno quattro capitali mediorientali: Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a.
Grazie alla rete di milizie paramilitari, coordinate dalla divisione Quds delle forze dei Pasdaran, l’Iran ha raggiunto importanti risultati militari, arrivando a creare quel corridoio sciita che tanto spaventa i suoi avversari, e che permette a Teheran di avere una capacità di proiezione che raggiunge il Mediterraneo.


L’Iran ha l’occasione di raccogliere quanto ha seminato negli anni dei conflitti in Iraq e in Siria, oltre che nel massimizzare la propria influenza nello Yemen tramite il ruolo degli Houthi.
Per far questo, però, ha bisogno di cambiare alcuni aspetti della sua dottrina militare, cercando di renderla più tradizionale:

  • l’aumento delle risorse per la difesa, ancora troppo basso per un importante ammodernamento delle forze armate
  • l’incremento della cooperazione e del grado di fiducia tra l’Artesh (l’Esercito Nazionale) e le Guardie della Rivoluzione, con un maggiore ruolo dell’esercito anche nei teatri esterni, fino ad oggi di esclusiva competenza delle Guardie della Rivoluzione
  • il rilassamento delle posizioni del regime che non vedono di buon occhio le tattiche di guerra tradizionali per retaggi ideologici
  • un cambiamento della percezione della minaccia, che permetta un passaggio dalla posizione dominante della difesa asimmetrica contro gli Stati Uniti a una concentrazione sulle minacce regionali

Un cambio nella dottrina militare che preveda un approccio più tradizionale, che si concentri sulla capacità di proiezione terrestre, aerea e marina, e sulla progettazione di basi militari permanenti fuori dai confini, incrementerebbe esponenzialmente l’effettiva influenza regionale  dell’Iran, e tradurrebbe l’attuale “corridoio sciita” in un vero e proprio sistema di alleanze consolidate. La strategia asimmetrica, fondata sul ruolo delle milizie e sullo sviluppo dei missili balistici (che al momento offrono all’Iran il più variegato e grande arsenale del Medio Oriente), ha consentito grandi progressi dal punto di vista militare al paese, che possono essere cristallizzati tramite alcune variazioni strategiche.
La presenza nella zona ad ovest dello Yemen permette all’Iran un ulteriore importante traguardo, quello del controllo di entrambi gli stretti del Golfo Persico, quello di Hormuz e quello di Beb el-Mendab, come analizzato in un precedente articolo, esercitando una fortissima azione di deterrenza sul commercio mondiale.
Inoltre strutturalmente l’Iran presenta dei dati di tutto rispetto, come quello relativo alla propria demografia: ha 80 milioni di abitanti (il secondo paese dopo l’Egitto in tutta la regione del MENA), quota raggiunta nel 2015 e ricercata da diversi piani familiari che stanno a sottolineare la volontà dell’establishment iraniano di puntare sul fattore demografico, e secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite il paese arriverà nel 2030 a toccare quota 100 milioni di abitanti. Comune ad altre nazioni della regione, la maggior parte della popolazione dell’Iran si trova sotto la soglia dei 35 anni, e il paese presenta un tasso altissimo di alfabetizzazione universitaria: con circa 4,5 milioni di iscritti alle università e 750.000 laureati l’anno (principalmente nel settore ingegneristico), l’Iran può contare su un gran bacino di giovani scolarizzati, alimentando le capacità di sviluppare know how interno.

Il martellante messaggio di Donald Trump volto a indicare la Repubblica Islamica come nemico degli Stati Uniti ha uno scopo ben preciso: far continuare Teheran a sviluppare i propri imperativi strategici sulla difesa della minaccia da Washington, rallentano quel processo di modernizzazione militare che permetterebbe al paese di conquistare un ruolo egemone nella regione.
Il Medio Oriente ha diversi scenari di instabilità, che si sono riaccesi con la violenza tra palestinesi e israeliani, e rimane difficile prevedere un futuro per la regione. Tra i fattori determinanti ci sarà da vedere quanto l’avvicinamento strategico, in chiave anti iraniana, tra il Regno saudita e Israele possa tenere dopo il riacutizzarsi del conflitto tra mondo arabo e islamico e la controparte israeliana. Conflitto che l’Iran può cavalcare facilmente per aumentare la propria legittimità nel umma islamica.

Il futuro della Repubblica Islamica sarà un argomento principale della nuova Winter School organizzata dal Centro Studi Geopolitica.info, dal titolo “L’Era di Trump: Russia, Cina, Iran e le altre sfide al sistema unipolare”. Clicca sul titolo per scoprire il programma completo.

Politica estera americana: i vuoti di potere si colmano, sempre

Ormai i segnali sono molti, sono concordanti e sono univoci. Al cambiamento della postura strategica degli Stati Uniti nei vari quadranti regionali corrisponde, sempre, un nuova distribuzione di potere tra gli attori regionali. Durante i due mandati di Obama questo fenomeno ha fatto la sua comparsa in maniera molto evidente, anche grazie ai rinnovati attivismo e assertività di grandi potenze come la Russia e di medie potenze quali la Turchia e l’Iran.

Politica estera americana: i vuoti di potere si colmano, sempre - Geopolitica.info (cr: AFP/Dominick Reuter)

Ha così trovato conferma l’adagio secondo il quale in politica gli spazi vuoti si colmano sempre. Niente di più vero, in un’epoca nella quale, pur con accenti e gradazioni diverse, le Amministrazioni americane –pur apparentemente così eterogenee tra di loro – hanno reso chiaro un disegno comune: limitare la proiezione della potenza americana ai soli contesti e situazioni in cui ciò sia ritenuto realmente strumentale all’interesse nazionale, e, cosa ancor più rilevante, largamente accettato da un’opinione pubblica stanca di accollarsi i costi di un “overstretching” ormai passato di moda.

Come era naturale che accadesse, i segnali dell’arretramento americano hanno prodotto effetti di larga scala, e, si potrebbe profetizzare, anche di lungo periodo. I segnali che Washington ha lanciato al mondo non sempre sono stati di natura concreta e materiale, quali ad esempio il ridimensionamento dei contingenti militari dispiegati in alcune parti del mondo. Ancor più significativi sono risultati, agli occhi di alleati e avversari, i segnali di natura psicologica, ossia quelli che incidono non tanto sulla reale capacità degli Stati Uniti di esercitare concretamente il proprio potere, quanto sulla percezione diffusa della loro volontà di farlo. Come argomentato da Joseph Nye Jr nel suo “Fine del secolo americano?”, i razionali su cui si misura la potenza degli Stati presentano una realtà ben diversa dal declinismo che connota buona parte del dibattito pubblico statunitense: Washington resterà a lungo leader incontrastata in termini militari, politici, economici e commerciali. Del fascino culturale è ancor meno lecito dubitare, non apparendo all’orizzonte un modello alternativo che possa affascinare “le menti ed i cuori” come ha fatto l’America dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti. Più correttamente, se è vero che sono emersi modelli politici dotati seducenti a livello regionale, non esiste ancora un contraltare culturale universale al soft power degli Stati Uniti.

Chiarito che non siano i fondamentali del potere a scricchiolare, vale dunque la pena chiedersi che impatti produca il ripensamento del ruolo americano nei vari contesti geografici in cui tale dinamica sta già, ormai da tempo, prendendo piede. Lo ha fatto, di recente, il New York Times, pubblicando una serie di reportage dai luoghi –Iraq e Afghanistan su tutti- in cui al venir meno dell’influenza americana fa da contraltare l’emergere di vecchi e nuovi competitori, pronti a colmare il vuoto di potere generato dal combinato disposto di un governo locale debole e della ritirata a stelle e strisce. In Afghanistan, ad esempio, sta accadendo ciò che solo pochi anni or sono sarebbe stato impensabile. Un’alleanza innaturale –sotto ogni punto di vista- ma tatticamente sensata tra talebani e segmenti della Repubblica iraniana. Alleanza apparentemente  innaturale, dati gli assunti ideologici su cui si fonda il movimento talebano stesso, l’antica e accesa rivalità tra gli eredi di Khomeini e quelli del Mullah Omar e la lunga scia di sangue versato da ambo le parti nella guerra a bassa intensità che li ha visti contrapposti (fatta di attentati, omicidi mirati, rappresaglie ma pur sempre guerra). Alleanza tatticamente sensata, perché oggi non c’è più un solo, comune nemico da combattere – i sempiterni Stati Uniti – ma due. A Washington si è aggiunto quello Stato Islamico che, con la sua comparsa tra le montagne afghane, rischia di scardinare i già precari equilibri locali, lasciando serpeggiare un nuovo dubbio. E se i talebani fossero il meno peggio? Nemici giurati, certo, ma meno brutti, sporchi e cattivi dei tagliagole che insanguinano il Medio Oriente ed il Nord Africa e, con le loro emanazioni locali, l’Europa e il mondo intero. Ecco, dunque, la dimostrazione che al vuoto di potere generato dall’arretramento americano corrisponde l’emersione di nuovi attori, disposti anche al patto col diavolo pur di appropriarsi di una sfera di influenza prima loro preclusa. Tutto ciò avviene mentre l’amministrazione Trump non ha ancora elaborato un piano di azione per il Paese. Il punto, forse, è proprio questo: non solo l’arretramento, ma anche il tentennamento producono vuoto. E il vuoto si riempie sempre.