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Intervista a Gennaro Sangiuliano

Di passaggio a Brescia in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Trump” Gennaro Sangiuliano, vice direttore del TG1 e autore di altre note biografie di successo, risponde ad alcune domande sul controverso presidente USA e la sua linea in materia di politica estera.

Intervista a Gennaro Sangiuliano - Geopolitica.info

“Ringraziandola per la sua disponibilità Direttore Sangiuliano ci dia un suo parere innanzitutto sul personaggio che lei ha deciso di raccontare”

“Come ho scritto sul libro Trump potrebbe essere la risposta sbagliata a problemi reali e rivendicazioni fondate. Una continua sua demonizzazione potrebbe essere solo che controproducente considerando però che l’80% di quanto riportato su di lui corrisponde al falso. D’altra parte nel bene e nel male Trump non fa altro che adottare una condotta politica che corrisponde a quella promessa in campagna elettorale. Questo vale in economia con la politica dei dazi o in politica estera con la decisione, ad esempio, di lasciare quasi carta bianca a Putin sulla Siria.

“Come è riuscito a conquistare così tanti americani quando tutti parevano essere contro di lui”?

“Il punto è proprio questo. Con il suo geniale – make America Great again – ha ridato animo a tutti coloro che della politica ne erano assuefatti. Lui è riuscito a dare parola a tutte quelle categorie di statunitensi che rappresentano la stragrande maggioranza di cittadini sotto il profilo numerico ma una debolissima minoranza sotto l’aspetto sociale ed economico. Tra i primi 10 uomini più ricchi al mondo 8 sono statunitensi e sapete una cosa? Tutti si sono espressi in campagna elettorale contro il Tycoon. Ma quando hai l’appoggio di coloro che detengono la ricchezza di tre miliardi di persone, ti dichiari di sinistra e poi vuoi mettere il braccialetto elettronico ai tuoi dipendenti (Jeff Bezos) la tua credibilità non regge. Trump ha colpito i grandi colossi per dare voce invece ai piccoli che sensibili al tema economico hanno creduto nella sua capacità imprenditoriale nell’economia reale”.

“In politica estera però ha una condotta spesso altalenante. Può essere un problema? E qual è il suo rapporto con la Russia di Putin?”

“Trump anche in questo caso ha una sua condotta che non è quella del leader politico ma dell’uomo concreto e capace. Mesi fa era accusato da tutti di essere pronto a portare gli USA ad una pericolosa guerra nucleare con la Corea del Nord. Poi invece con una genialità disarmante lo ha incontrato a Singapore per un accordo. La genialità del personaggio la si evince però nei dettagli…pochi minuti prima del vertice al suo arrivo ha notato come il leader nord coreano guardasse con attenzione all’auto blindata americana. Trump per sdrammatizzare lo storico momento prima dell’inizio del vertice ha invitato Kim Jong-Un sul veicolo e ne ha promesso uno come regalo personale. Anche nel caso della Russia molto è dettato dall’istinto. Lui e Putin si piacciono ma anche per ovvie ragioni storiche e politiche sono circondati da figure che ok vogliono troppo ammorbidire il rapporto tra i due paesi”.

“Quali sono state le sue armi vincenti per questa inaspettata vittoria?”

“Prima di scrivere il libro ho intrapreso un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti. Mi sembrava giusto vivere in prima persona l’esperienza della campagna elettorale e respirare l’atmosfera. Dopo aver noleggiato l’auto ho percorso la storica route 66. Arrivato ad un distributore di benzina e dopo aver fatto rifornimento mi imbatto in una giovane cassiera che insieme al resto mi regala una cartolina di Trump. Le chiedo come mai fa questo e mi racconta che lei, con il suo modesto stipendio di 1400 dollari, dovrà pagare più tasse per il tanto decantato Obama Care. Una scelta progressista, mi dice la ragazza, che lei dovrà economicamente sostenere ma che di fatto tutelerà tutti quegli immigrati che non pagano un dollaro di tasse. L’esempio è simbolico ma lui ha vinto quando ha iniziato a parlare di economia ed immigrazione dicendo in modo chiaro ciò che la gente pensa.

“La sua storia personale è quella di un uomo ambizioso che ama il se stesso e la sua crescita personale. Il paragone con Berlusconi è doveroso?”

“Ovviamente sì ma paradossalmente Trump è ancora più schietto. Berlusconi ha promesso due aliquote fiscali moltissime volte. Trump ha promesso un abbassamento delle aliquote e subito lo ha fatto. Dirò forse una cosa impopolare ma abbassando le tasse alle fasce più alte, come ha fatto lui, rilanci immediatamente l’economia. Diciamo che non si ferma davvero davanti a scelte che potrebbero essere anche impopolari all’apparenza”

“Questi suoi libri direttore rappresentano un successo senza precedenti. Dopo Putin, Clinton e Trump c’è già qualcosa in cantiere?”

“Con i miei libri cerco di ragionare di politica, economia e relazioni internazionali coinvolgendo il lettore. Forse questa è la chiave del perché la gente li legge volentieri…ovvio quindi che sto già lavorando per raccontare un protagonista della politica mondiale”

Il Grande Gioco in Medio Oriente: gli scenari

L’era di Trump è attenzionata da molti analisti per il definitivo disimpegno degli Stati Uniti dalla “palude” mediorientale, in continuazione con quanto fatto dall’amministrazione Obama. Il Medio Oriente, però, continua a rientrare nella dialettica del tycoon, che ha ancora diversi affari da risolvere per salvaguardare gli interessi americani nella regione.

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Il Piano di Pace
Nel corso di una manifestazione avvenuta pochi giorni fa in West Virginia, Donald Trump è tornato a parlare del famoso piano di pace per il Medio Oriente, “l’accordo del secolo” che aveva promesso all’inizio del suo mandato. Secondo quanto detto, che al momento sono per lo più dichiarazioni estrapolate da un discorso generico, dopo le concessioni fatte a Israele culminate dal simbolico spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, ora sarebbe arrivato “il turno dei palestinesi”. Non è un segreto che l’amministrazione Trump lavori insieme all’Arabia Saudita e all’Egitto per la realizzazione di un processo di pace che avrebbe del clamoroso: torna quindi in auge il piano saudita del 2002, che prevedeva la nascita di uno Stato Palestinese nelle zone della Cisgiordania e di Gaza. Una possibilità che non deve essere scartata, e che potrebbe essere stata concordata con gli stati arabi durante le trattative precedenti allo spostamento dell’ambasciata.  Nel frattempo il leader di Hamas, Haniyeh, nonostante abbia preventivamente bocciato un eventuale accordo con gli Stati Uniti, ha aggiunto che l’intesa con Israele, avvenuta tramite la mediazione dell’Egitto, è vicina: intesa che comporterebbe la fine del blocco di Gaza e la fine delle violenze registrate negli ultimi due mesi al confine con Israele.

Sanzionare il Sultano
Nel frattempo l’amministrazione Trump ha un’altra, non meno spinosa, problematica da risolvere: i rapporti con la Turchia di Erdogan. Nelle ultime settimane, e Trump non ne ha fatto mistero scrivendolo a chiare lettere su Twitter, le relazioni tra i due paesi hanno raggiunto uno dei punti più bassi. Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare la Turchia a seguito del mancato rilascio del pastore americano Andrew Brunson, in carcere dal 2016 perché accusato di essere coinvolto nel colpo di stato contro Erdogan. Le sanzioni americane sono arrivate in tre fasi: il 1° agosto sono state introdotte nei confronti del ministro degli Interni e della Giustizia turchi; il 10 agosto gli Stati Uniti hanno raddoppiato i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dalla Turchia, e il 13 agosto hanno comunicato l’interruzione della fornitura degli F-35. La Turchia da parte sua ha risposto con il congelamento di alcuni beni americani nel paese, e introducendo alcuni dazi su beni importati dagli Stati Uniti, ma ha registrato un crollo della valuta locale che ha messo in allarme Erdogan.
Le sanzioni americane contro Ankara, che hanno come pretesto la detenzione ritenuta ingiusta del pastore Brunson, vanno in realtà inquadrate in una prospettiva regionale: Trump vuole inserire a tutti i costi la Turchia nell’asse anti iraniano che sta costruendo dall’inizio del suo mandato. Non è un caso che le prime sanzioni siano state introdotte dopo che, a fine luglio, il governo turco aveva annunciato di volere salvaguardare le relazioni commerciali con la Repubblica islamica, definendo inappropriate le sanzioni varate dagli Usa contro Teheran. Direttamente da Cipro, il ministro degli esteri Cavasoglu aveva ufficialmente dichiarato che la Turchia non avrebbe rispettato le misure sanzionatorie decise da Washington contro l’Iran.
Questo ha comportato la brusca interruzione dei rapporti tra l’amministrazione Trump ed Erdogan, ed ha spinto il “sultano” nelle braccia della Russia e della Cina, seguendo una convergenza di interessi che si stava verificando già da tempo in territorio siriano. Il crollo della valuta turca, a seguito delle sanzioni Usa e della perdita di fiducia degli investitori internazionali, ha spinto la Turchia a chiedere aiuto al vicino russo e a Pechino. Nel grande gioco mediorientale, questi nuovi rapporti ed aiuti economici potrebbero portare ad un’evoluzione del conflitto siriano, con Erdogan che potrebbe accettare la perdita di Idlib (roccaforte ribelle che da quasi due anni è sotto protezione turca). L’esercito siriano, sostenuto da Iran e Russia, sta preparando l’offensiva verso quest’ultima grande sacca di resistenza al potere di Damasco: Erdogan non può permettersi l’apertura di un nuovo fronte in una situazione così delicata nel proprio paese, e sa bene che difficilmente troverà appoggi occidentali data la “guerra economica” in corso con gli Stati Uniti.

Condanna a morte e scontro settario
Ad alimentare lo spettro dello scontro settario c’è la delicata situazione in Arabia Saudita, attore centrale nei piani di Trump per il futuro equilibrio mediorientale: da giorni tiene banco la vicenda legata alla giovane attivista sciita Israa al-Ghomgham, che partecipò alle grandi proteste anti-governative del 2011, e che di conseguenza potrebbe essere condannata alla pena di morte. Si trova in carcere dal 2015 con il marito e altre tre persone, tutte accusate di aver manifestato e incitato alla protesta. Secondo Human Rights Watch i cinque imputati non sono accusati di alcun crimine violento, ma Israa al-Ghomgham rischia la condanna a morte, ed è stata giudicata dalla Corte penale saudita specializzata in terrorismo. Le proteste del 2011, che hanno coinvolto la regione orientale dell’Arabia Saudita, popolata da sciiti, sono state interpretate da Riad come un tentativo dell’Iran di mobilitare la minoranza sciita per destabilizzare il paese. Un’eventuale condanna a morte, che sarà decisa il 28 ottobre, potrebbe rappresentare un monito per l’Iran, al pari della condanna a morte dell’Imam sciita Al Nimr nel gennaio del 2016, che scatenò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e numerose proteste nel paese. Una situazione che rischia di infiammare ancora di più i rapporti tra i due stati rivali, in competizione per l’egemonia nella regione.

Il ritorno di Al Baghdadi e l’Isis 2.0
In questo scenario di instabilità, si inserisce il ritorno del Califfo dell’Isis Al-Baghdadi, che il 22 agosto ha rilasciato un audio di 55 minuti, dal titolo Give Glad Tidings to the Patient. Secondo le Intelligence arabe e occidentali la voce sarebbe effettivamente quella di Al-Baghdadi, e all’interno dell’audio diversi riferimenti a episodi di politica internazionale recenti (come le divergenze tra Stati Uniti e Turchia), avvalorano la tesi che vede il Califfo vivo e pronto a riprendere il controllo delle milizie sopravvissute sul terreno. La situazione militare di quello che rimane dello Stato Islamico è disastrosa: poche roccaforti sparse in Siria e in Iraq, prevalentemente assediate e pronte ad essere liberate dall’assalto degli eserciti regolari. Per questo Al-Baghdadi, come scrive sull’HuffPost Nabil El Fattah, grande esperto di islam radicale, ha lanciato l’ordine per la nascita di una sorta di Isis 2.0. Più simile ad Al Qaeda che allo Stato Islamico originale -fatto di ministeri, tassazione e controllo del territorio-, il nuovo “califfato” avrà come orizzonte ideologico la jihad globale. Per questo Al-Baghdadi esorta i miliziani ancora fedeli a resistere nelle “terre dell’Islam”, e a condurre attentati con esplosivi e di grande impatto, mentre invita le cellule e i lupi solitari (i “leoni feroci”) presenti in Occidente a colpire per terrorizzare la popolazione, tramite attacchi con armi bianche ed auto. Un fattore, questo, che aumenterà l’attenzione delle Intelligence occidentali sul fenomeno dei foreign fighters di ritorno dagli scenari di guerra, che potrebbero essere spinti ad agire tramite il nuovo comunicato. Comunicato che, d’altro canto, rappresenta un problema anche per il fragile processo di ricostruzione in Siria e in Iraq, minato dalla nuova minaccia di Al-Baghdadi.

Lo scenario mediorientale, come sempre, rimane estremamente fluido e intriso di instabilità nonostante i principali conflitti militari che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni si siano attenuati. Sono diversi i fronti, dalla situazione israelo-palestinese alla sopita ma perenne guerra multidimensionale tra Iran e Arabia Saudita, passando per le tensioni tra Stati Uniti e Turchia, che possono minacciare un’evoluzione pacifica della regione. La Russia oramai è pienamente entrata nel grande gioco del Medio Oriente, approfittando del vuoto lasciato dagli Stati Uniti, e nonostante le dichiarazioni del disimpegno dalla Siria, Mosca continua a tirare le fila della situazione siriana, ed avrà un ruolo primario nella campagna di Idlib. La Cina continua a rimanere attenta osservatrice delle dinamiche, interessata ai diversi aspetti economici della ricostruzione dei territori martoriati dalla guerra e alla futura architettura energetica e commerciale dell’area.
L’intero sistema regionale sta mutando nella ricerca di nuovi equilibri, e il Medio Oriente continua a sembrare una polveriera pronta ad esplodere.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo?

È realmente il mondo a voler vedere gli Stati Uniti e la Federazione Russia che vanno d’accordo? Sì, secondo quanto dichiarato da Donald Trump all’apertura del Summit di Helsinki con Vladimir Putin. Tuttavia, la Guerra fredda è finita e l’opinione pubblica internazionale non sta più col fiato sospeso per i rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Soprattutto da quando è diventato chiaro che le armi nucleari rappresentano uno strumento di deterrenza,piuttosto che uno strumento offensivo.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo? - Geopolitica.info

Occorre ricordare, inoltre, che sono numerosi gli Stati a non vedere di buon occhio l’ipotesi di un riavvicinamento tra Washington e Mosca. Solo per citare i casi più eclatanti, sicuramente il Regno Unito, i cui rapporti con la Russia hanno toccato il minimo storico dai tempi del Grande gioco. E anche quello di quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, che chiedonoalla NATO un ulteriore rafforzamento della sua presenza sul fianco Est alimentando il tradizionale senso di accerchiamento di Mosca. Tanto meno la questione è vista con favore dall’Ucraina e dalla Georgia, che hanno paura di essere definitivamente abbandonate tra le braccia del Cremlino. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma per ragioni opposte, sono la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e l’Iran. Entrambe hanno bisogno della Russia per bilanciare il potere degli Stati Uniti e dei loro alleati nei rispettivi quadranti regionali, così come per favorire la tanto agognata trasformazione in senso multipolare di un sistema unipolare più debole che in passato. Infine, anche la Corea del Nord è uno spettatore interessato a rapporti tesi tra Washington e Mosca, per poter contare sul pieno appoggio di quest’ultima, con cui vanta legami storici, sul tema del disarmo nucleare.

Viceversa, guardano con favore a uno stemperamento delle tensioni tra i due ex nemici della Guerra fredda molti Stati dell’Europa occidentale (Italia in testa, seguita dalla Germania e dalla Francia), meno interessati a investire quote crescenti dei loro budget nazionali in difesa rispetto ai loro partner dell’Europa orientale, e molto sensibili ai rapporti energetici con la Russia. Israele e Arabia Saudita, dal canto loro, vorrebbero allentare l’alleanza russo-iraniana in Medio Oriente, mentre India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone (più moderatamente)sostengono un miglioramento dei rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino affinché la prima concentri per quanto possibile i suoi sforzi (diplomatici ed economici) al contenimento della potenza cinese e la seconda non ne favorisca l’azione.

La Russia al momento ha un approccio equilibrato al tema dei rapporti con gli Stati Uniti. È interessata a compiere passi avanti, resi sicuramente più facili dall’approccio realista dell’Amministrazione Trump rispetto a quanto ci si potesse aspettare da Hillary Clinton. Senza dimenticare, però, che i candidati divenuti presidenti cambiano spesso il loro approccio ai temi caldi dell’agenda politica. Dalla prospettiva di Mosca il riavvicinamento con Washingtonnon è da escludere, perché a lungo andare i suoi interessi rischiano di confliggere con quelli di Pechino (a partire dalla Belt and Road Initiative) e di Teheran (in particolare con la sua ambizione egemonica sul Medio Oriente). Tuttavia, questa ipotesi diventerà plausibile solo nel momento in cui gli Stati Uniti saranno concretamente disponibili a riconoscere alla Russia lo status di grande potenza. Questo significa un rapporto paritario tra le due potenze, la rimozione delle sanzioni, il riconoscimentodel primato di Mosca sullo Spazio post-sovietico e l’accettazione di una sua limitata influenza nell’area del Mediterraneo. Si tratta ovviamente di un processo di medio termine, che non può essere definito al Summit di Helsinki. Se questo non avverrà, la Russia potrà continuare ad agire da potenza revisionista, insidiando gli Stati Uniti con un’ulteriore saldatura dei suoi rapporti con Cina e Iran.

La posizione degli Stati Uniti sembra più complessa. Sin dalla fine della Guerra fredda, i presidenti americani hanno avuto un comune obiettivo: preservare quanto più a lungo possibile il “momento” unipolare. Clinton, Bush e Obama sono stati tutti concordi sul fatto che la Russia potesse figurare tra le possibili minacce alla tenuta dell’ordine liberale, ma che, se democratizzata e integrata nell’economia mondiale, si sarebbe potuta trasformare in un suo pilastro. A tal scopo, tutti i presidenti americani hanno provato nel corso del loro primo mandato a sperimentare un approccio cooperativo con il Cremlino. La presidenza Clinton è ricordata per la Russia First Strategy, quella Bush per il tentativo di stabilire una partnership con Mosca sulla base della guerra globale al terrore, quella Obama, infine, per il Russian Reset. I tre tentativi, tuttavia, sono falliti di fronte al riemergere di una dinamica competitiva, generata da interessi di medio termine contrastanti e/o a dal declino democratico della Russia. Su questo tema, dunque, Trump si trova nel solco dei suoi predecessori. Anzi, probabilmente per scongiurare la possibilità di impeachment legata al Russiagate, ha assunto ancor più velocemente di loro un atteggiamento competitivo nei confronti di Mosca. Il vero elemento di discontinuità, soprattutto con le presidenze Clinton e Bush, è legato ai parziali mutamenti avvenuti all’interno del sistema internazionale con cui l’attuale presidente americano si sta confrontando.

Il più importante è il ruolo sempre più significativo della RPC. La sua potenza è talmente in aumento che, come denunciato dalla National Security Strategy 2017, può essere ormai ufficialmente considerata una potenza revisionista. L’Amministrazione Trump è consapevole delle criticità che affliggono le relazioni russo-cinesi, così come del declino di numerosi indicatori di potenza della Russia (anzitutto in quelli demografico ed economico). Queste considerazioni inducono a pensare che Mosca non sia convinta sino in fondo della necessità di mettere in crisi l’ordine unipolare e che, se “ingaggiata” su basi nuove, potrebbe mutare la postura nei suoi confronti. Washington, d’altro canto, deve evitare quell’effetto di sovra-estensione tra impegni e risorse, reso plausibile dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che potrebbe derivare dal confronto con più rivali in diversi quadranti geopolitici. Stemperare l’inutile – almeno per il momento – rivalità con la Russia permetterebbe agli Stati Uniti di ostacolare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Per tale ragione, senza che questo tema figuri tra i dossier trattati ufficialmente a Helsinki, Trump ha anticipato che tra le diverse cose ci cui parlerà con Putin ci sarà «l’amico Xi».

Putin, Trump e il futuro della Siria

Il 16 luglio, a Helsinki, si terrà l’importante incontro tra Putin e Trump. Diversi i temi caldi sul tavolo: dal commercio alla situazione in Ucraina, passando per il delicato scenario mediorientale. Proprio la Siria sembra essere uno dei principali nodi da sciogliere: il ruolo dell’Iran, le perplessità di Israele e il futuro di Assad.

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Donald Trump potrebbe insistere sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria: è una promessa di disimpegno che ha spesso sostenuto in campagna elettorale, in piena continuità con l’amministrazione precedente, e anche dopo l’ultimo raid condotto con gli alleati britannici e francesi in territorio siriano, la portavoce di Trump si è affrettata a dire che il progetto di ritiro delle truppe non era mai stato messo in dubbio.
E’ proprio di questo che si parlerà a Helsinki, come ipotizza Frederic Hof, ex consigliere del Dipartimento di Stato per la transizione in Siria: il presidente americano è intenzionato a riportare a casa i 2000 militari dislocati nel nord est del paese arabo. Sarebbe l’affermazione di una vittoria di Assad, e la consegna della ricostruzione del paese alla Russia, che al contrario della controparte statunitense è decisa a mantenere le sue basi in Siria.

Il disimpegno statunitense è chiaramente un campanello d’allarme per Israele, che tramite i suoi alti funzionari a più riprese ha dichiarato di non tollerare la presenza di uomini iraniani in Siria, specialmente a ridosso dei propri confini. Negli ultimi due mesi si sono intensificati raid e operazioni israeliane contro obiettivi della Repubblica Islamica in territorio siriano. Netanyahu ha fatto presente a Putin, nei vari incontri tra i due presidenti, che pretende la smobilitazione iraniana in Siria: un’ipotesi tutt’altro che semplice, dato che da Teheran hanno ribadito che rimarranno nel paese sino a che ne verrà fatta richiesta da Assad.
La soluzione che potrebbe accontentare entrambe le parti, con l’importante ruolo di mediatore svolto da Putin, è quella di creare un corridoio di 80 km a ridosso nei confini israeliani libero da uomini e milizie che rispondo a Teheran. Una sorta di zona cuscinetto, monitorata da Israele e sulla quale Putin non interferirebbe se, a fronte di mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran, l’aviazione israeliana decidesse di colpire le installazioni della Repubblica Islamica presenti nel corridoio.
Per l’Iran potrebbe essere un punto di incontro non così sconveniente da accettare per diversi motivi: prima di tutto avrebbe conseguito il suo interesse principale, cioè il mantenimento al potere di Assad, e quindi di un alleato di ferro nella regione; in seconda battuta verrebbe incontro a richieste di parti della società civile interna che chiedono un disimpegno dell’Iran dalla Siria; inoltre manterrebbe la sua presenza, strategicamente più importante per la propria sicurezza, nella zona orientale dell’Iraq. In più una pacificazione reale della Siria permetterebbe all’Iran di investire nella ricostruzione di Damasco, con le aziende di Teheran che sembrano aver ricevuto priorità nei futuri investimenti.

Una ulteriore conseguenza del disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria è il ricongiungimento tra i curdi dello Ypg e l’esercito siriano. Il ritiro delle truppe statunitensi ha scatenato timore tra le fila dello Ypg, che rischia di essere esposto senza protezione all’ingombrante presenza turca. Per questo nelle ultime settimane ci sarebbero stati diversi incontri, a Damasco, tra membri dell’establishment siriano ed esponenti curdi. Ci sarebbe già un accordo di massima tra le parti, con il reinserimento dei combattenti dell’Ypg tra le fila dell’esercito regolare e una maggiore rappresentanza curda nella futura struttura politica della Siria. Al contrario i principali posti di frontiera sul confine iracheno e turco, al momento controllati dai curdi, torneranno sotto il controllo dell’esercito regolare.

In un contesto instabile come quello siriano, l’eventuale uscita di scena di una superpotenza genera dei vuoti che saranno colmati. La Russia di Putin si può consacrare come principale potenza garante del paese arabo per guidarne una transizione politica e una riappacificazione interna, e svolgere un ruolo di mediazione tra le potenze regionali. L’incontro di Helsinki può rappresentare un’opportunità storica per tentare di arrivare a una risoluzione di un conflitto che dura da troppo tempo.

USA e impero romano: il rischio dell’interventismo?

A un anno e mezzo dal suo insediamento, Donald Trump ha rivelato un certo trasformismo in politica estera: quella che avrebbe dovuto rivelarsi un’amministrazione volta all’isolazionismo e al protezionismo, si è dimostrata essere in realtà in continuità con molte altre amministrazioni interventiste del passato.

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Del resto era impensabile che la potenza egemone del sistema internazionale potesse ritirarsi completamente su se stessa, ignorando i suoi partner e i suoi avversari.

L’odierna situazione degli Stati Uniti è molto delicata: non sono pochi infatti gli osservatori politici che vedono il paese all’inizio di un lento declino.

I decisori americani si trovano di fronte a un bivio: continuare con la linea primatista, che vede gli USA come polizia del mondo e paladina dei diritti civili, o implementare una linea realista, che consisterebbe per esempio nel ritiro da certe zone del mondo, lasciando più responsabilità agli alleati.

 Nonostante diverse dichiarazioni di Trump suggeriscano il contrario, l’attuale amministrazione sembra (fino ad ora) voler seguire il primo approccio, quello primatista.

Questo è un grande rischio per gli Stati Uniti: le conseguenze dell’interventismo delle passate amministrazioni, su tutte quella di George W. Bush, sono ancora vive nella mente degli americani.

Anche se la presenza di molteplici attori nello scenario medio orientale sembra scongiurare un intervento terrestre da parte degli USA, il rischio di un’escalation in futuro è tutt’altro che sopito.

Cosa potrebbe accadere se gli americani continuassero su questa linea?

In passato, il proseguimento di politiche primatiste ha sempre portato le grandi potenze a una fine violenta. Emblematico è il caso dell’impero spagnolo tra 1500 e 1600: gli Asburgo fecero grandissimi sforzi bellici per affermare la loro autorità nei Paesi Bassi, che, con qualche riserva, possiamo definire il Medio Oriente dell’età Moderna. Gli spagnoli in 100 anni arrivarono a spendere in questo settore 218 milioni di ducati, un’enormità se si pensa che nello stesso periodo accumularono dalle miniere di metalli preziosi del Nuovo Mondo “appena” 121 milioni. Questo sanguinoso sforzo economico-militare contribuì in maniera decisiva al decadimento della potenza asburgica in Europa.

 Per fortuna americana, la storia offre anche esempi di imperi che riuscirono a rallentare il declino. Su tutti spicca il caso dell’Impero Romano: nonostante l’esperienza latina si collochi molto lontano da noi a livello temporale, il suo esempio, con le dovute cautele, fornisce una grande prova dell’efficacia della linea realista.

Nel III secolo infatti i Romani si ritrovarono a fronteggiare una situazione di crisi drammatica: instabilità interna e aggressioni esterne erano ormai divenute una costante.

Il salvataggio dell’impero fu possibile solo grazie all’opera di Gallieno, Aureliano e Diocleziano, imperatori che compresero la necessità di attuare un particolare programma di razionalizzazione e “riallocazione” delle risorse economiche, politiche e militari.

In un’epoca dove la gloria in battaglia era tutto e la ritirata era considerata disonorevole, i decisori romani non ebbero scrupoli ad abbandonare consistenti aree geografiche (Dacia, Agri Decumates, parti della Mauritania e dell’Egitto) per ridefinire la propria strategia e rinforzare i settori più vulnerabili. Tali operazioni garantirono la sopravvivenza dell’impero per altri due secoli.

 A differenza della Roma del III secolo, gli USA si trovano in un mondo che sembra avviarsi ad un futuro multipolare, dove tuttavia detengono ancora una posizione di grande superiorità rispetto alle altre potenze del sistema internazionale.

Gli americani sono pertanto pieni artefici del loro destino: starà a loro decidere se adottare una linea realista, abbandonando i settori ingestibili e concentrandosi sui possibili sfidanti alla loro egemonia (su tutti la Cina), o se continuare nel solco degli interventi militari umanitari, andando così incontro alle costose e violente conseguenze di una politica estera primatista.

L’Asia-Pacifico tra aggressività cinese e acquiescenza globale

Mentre l’attenzione del mondo era concentrata su Singapore per l’incontro tra il Presidente Trump e il dittatore nordcoreano Kim, un avvenimento, apparentemente minore, ribadiva l’impegno e la determinazione degli Stati Uniti a rimanere protagonisti e garanti dello status-quo nell’area Asia- Pacifico, e a non abdicare al proprio ruolo politico-economico-militare lasciando il passo alla egemonia cinese, con tutte le epocali conseguenze che ciò comporterebbe.

L’Asia-Pacifico tra aggressività cinese e acquiescenza globale - Geopolitica.info

L’evento in questione è stata la solenne inaugurazione a Taipei della nuova sede della rappresentanza USA a Taiwan, dal 1979 denominata “American Institute”. Un imponente e modernissimo edificio di oltre 14.000 mq nel quale lavoreranno 500 funzionari di tutte le istituzioni governative statunitensi.

E le parole pronunciate durante la cerimonia, alla presenza della Presidente Tsai, da parte USA con l’Assistant Secretary of State Marie Royce, il Rappresentante a Taiwan Kin Moy e i parlamentari giunti da Washington, hanno confermato gli impegni americani nei confronti della libera e democratica Taiwan, alla quale – nel tracciato bipartisan seguito da tutte le Amministrazioni succedutesi dal 1979 (quando Carter riconobbe la RPC) con il sostegno costante e unanime del Congresso – gli Stati Uniti garantiscono adeguate forniture militari per mantenere alta quella deterrenza indispensabile a scongiurare che le continue minacce cinesi passino dal campo della verbosità provocatoria alla scellerata aggressione, con le immaginabili tragiche conseguenze.

Il 2 giugno le stesse chiare conferme, allo stesso tempo in funzione di rassicurazione per tutti (e di mònito al regime sino-comunista), erano arrivate dal Segretario alla Difesa, Jim Mattis, nel suo discorso al Seminario sulla sicurezza strategica in Asia svoltosi a Singapore.

Queste affermazioni, reiterate con sempre maggiore frequenza da parte USA, sono evidentemente da mettere in relazione con la crescente aggressività cinese nel Pacifico, politica e militare, rivolta, con provocazioni di ogni tipo, non solo verso Taiwan – con l’effetto di far crescere, come mai prima, il sentimento anticinese nella popolazione taiwanese – ma anche verso le altre nazioni dell’area, tutte preoccupate e allarmate, dal Giappone ai piccoli stati insulari, questi ultimi oggetto di una colonizzazione attuata con prestiti finanziari che si sono sempre trasformati in cappi al collo, dai quali questi stati non sono più riusciti a liberarsi.

Accanto a queste comprensibili ipersensibilità dei paesi dell’Asia-Pacifico vi è, da parte occidentale ed europea, la percezione delle azioni internazionali cinesi come una sfida permanente di carattere economico. Sono di queste ore le notizie sui dazi imposti dagli Stati Uniti dopo mesi di polemiche sulle accuse di furti di proprietà intellettuale perpetrati contro aziende statunitensi presenti sul mercato cinese. Oppure, si pensi al cosiddetto “dumping”, ossia alla pressione esercitata dalle esportazioni cinesi basate, secondo i critici, su una produzione a basso costo in grado di danneggiare altre economie, come quelle europee.

L’aspetto che sembra mancare nel dibattito occidentale è la consapevolezza del fatto che la spregiudicatezza di Pechino – attuata con le modalità tipiche dei regimi comunisti – non si è mai fermata all’ambito economico, ma si è sviluppata seguendo varie direttrici, a mano a mano che il peso della Cina cresceva sulla scena mondiale. Infatti, tralasciando gli aspetti prettamente commerciali ed economici, si potrebbero citare vari settori o ambiti sui quali si sono concentrate le attività oltreconfine del regime di Pechino, tra le quali spiccano la cultura o l’università.

Si prenda ad esempio la vicenda esplosa nel 2017, quando centinaia di pubblicazioni della Università di Cambridge (testi dedicati ai drammatici eventi della storia cinese contemporanea, come le carestie degli anni ’50/‘60 in Cina e la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, che hanno causato decine di milioni di morti e tremende sofferenze umane, o i vari conflitti susseguitisi negli anni sui confini cinesi) furono rimosse dalla casa editrice gestita dall’Università inglese, in seguito a una perentoria pretesa del regime di Pechino. Fu un evento che si risolse, a seguito di veementi polemiche nel mondo accademico, con la retromarcia dell’Università di Cambridge, e la ri-pubblicazione degli articoli rimossi dal database della casa editrice; ciò nondimeno, fu un chiaro e inquietante segnale di quanto la Cina intendesse (e intenda) far pagare la sua crescente influenza internazionale.

Tuttavia, per avere il polso di quale sia la spregiudicatezza di Pechino nei rapporti internazionali non bisogna andare molto lontani dai confini cinesi. Si potrebbero citare le innumerevoli dispute nel Mar Cinese Meridionale, tra cui quella relativa alle isole Spratly dove nel 2015, a seguito di rivendicazioni avanzate da più parti per decenni, e svariate violazioni degli accordi tra i principali paesi coinvolti, il regime cinese decise di installare una base militare in uno degli atolli delle Spratly, dando inizio a esercitazioni e attività di varia “natura” che hanno, ovviamente, determinato proteste da parte di paesi vicini e lontani, tra i quali gli Stati Uniti, che temono il ripetersi su altre isole di queste occupazioni militari.

Anche in questo discorso, però, il miglior termometro dell’imperialismo della Repubblica popolare cinese consiste, ancora una volta, nell’isola di Taiwan. Al di là delle innumerevoli azioni discriminatorie perpetrate da Pechino nei confronti di Taipei sul piano internazionale negli ultimi due anni, sulle quali questa rubrica ha dato puntuale conto, sono molteplici e sempre più frequenti, nel 2018, le azioni ostili cinesi contro Taiwan colpevole di non avere alcuna intenzione di suicidarsi nella unificazione con il Continente, unificazione respinta dalla volontà democraticamente espressa del popolo taiwanese che ben comprensibilmente rifiuta lo scenario di passare dall’essere cittadini di una società dove tutte le libertà, personali e pubbliche, sono pienamente affermate e rispettate, a proprietà di un regime comunista.

Nel gennaio scorso, ad esempio, il governo cinese aveva bloccato l’accesso al sito web della società alberghiera americana Marriott International, colpevole di riferirsi a Taiwan come paese. Oltretutto, tra gennaio ed aprile, l’amministrazione dell’aviazione civile cinese aveva preteso che 36 compagnie aeree internazionali, tra cui l’Alitalia, cessassero di indicare singolarmente Taiwan, minacciando misure legali punitive e procedimenti amministrativi contro queste compagnie, nel caso in cui non avessero obbedito alle loro pretese.

Richieste che, a parte l’aspetto grottesco, sono al di fuori di qualsiasi quadro legale di riferimento, dato che nell’ordinamento statunitense (come nella stragrande maggioranza degli ordinamenti occidentali) Taiwan e Cina sono sempre state considerate entità sovrane distinte, regolate da diversi accordi, atti legislativi e sentenze. Per cui, le compagnie aeree minacciate da Pechino non solo avevano (e hanno) il pieno diritto di inserire tra le proprie destinazioni Taiwan (senza alcun riferimento alla RPC), ma le pressioni cinesi avevano come obiettivo anche quello di spingere le compagnie prese di mira a violare apertamente le leggi e gli ordinamenti dei propri paesi.

Mosse che non sono passate inosservate ai governi interessati, a partire dalla Casa Bianca, che ha descritto le azioni della Cina come “assurdità orwelliane“, sottolineando insieme ad altri governi, come quello australiano, che verrà opposta resistenza a queste inaudite pressioni cinesi, che le imprese private non dovrebbero prendere in considerazione.

Queste vicende, come altre, potrebbero essere flebili segnali di un’inversione di tendenza della comunità internazionale nei confronti di modalità tanto spregiudicate quanto inaccettabili della politica estera cinese. Per quanto il regime dell’eterno Xi Jinping stia tentando di proporsi come nuovo campione della globalizzazione, si fanno sempre più esplicite le pesanti contropartite che la Cina vorrebbe ottenere in cambio del suo crescente ruolo strategico. E in questa partita il nodo di Taiwan rimane centrale, sia per gli equilibri del quadrante Asia-Pacifico sia per le prospettive di espansione (economica, territoriale e culturale) della Cina comunista.

Tuttavia, quel che lascia interdetti è l’atteggiamento remissivo e ancillare di molti altri paesi che, di fronte alle qui descritte attività cinesi, in giro per il mondo e nella propria area di riferimento geo-strategico, non sono ancora riusciti a sviluppare forme valide di contrasto e di sostegno alle realtà più vessate e minacciate dal bullismo cinese, a partire da Taiwan.

Nessuno nega che un certo grado di pragmatismo e ipocrisia siano necessari nel gestire i rapporti internazionali, in particolare con un gigante come la Cina comunista. Ma tra il pragmatismo e il servilismo, tra il dialogo e l’acquiescenza, tra la diplomazia e il mutismo, esistono differenze sostanziali che la comunità internazionale, e l’Occidente in particolare, dovrebbero tenere bene a mente. Nella storia, piegarsi di fronte a dittatori e satrapi non è mai stato foriero di buone cose per paesi e popoli di ogni tempo e continente.

I dazi di Trump: implicazioni e prospettive

Sin dal suo insediamento alla Casa Bianca come Presidente degli Stati Uniti, le idee e la personalità di Donald Trump lo avevano fatto conoscere al mondo come un leader impetuoso ed irruento da parte del quale molte classi politiche si aspettavano mosse controverse che, nell’ottica del tycoon, avrebbero dovuto “rendere di nuovo grande l’America”, come insegna il suo noto slogan.

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Tra le misure più discusse degli ultimi mesi rientra sicuramente la decisione di Trump di imporre una serie di dazi sull’alluminio e l’acciaio di importazione, con l’obiettivo di proteggere i lavoratori e le aziende americane, per dirla con le sue parole, e far sì che venga meno la convenienza delle importazioni di questi materiali rispetto alla produzione interna. Secondo Trump questo tipo di importazioni mette in pericolo la sicurezza nazionale, ed è proprio questa motivazione a costituire l’escamotage legislativo che gli ha permesso di avvalersi di un provvedimento del 1962 per legittimare l’imposizione dei dazi. In un mondo ormai del tutto globalizzato e fortemente interconnesso, soprattutto a livello economico, una simile decisione segna una rottura rispetto alla tendenza generale.

Non si tratta di una strategia senza precedenti, soprattutto per gli Stati Uniti: nel 2002 infatti l’amministrazione Bush escogitò un simile tentativo proprio per proteggere l’acciaio americano, che però fallì grazie ad una serie di contromisure messe in campo dall’Unione Europea. Quest’ultima, insieme ad altri alleati degli Stati Uniti nonché loro partner negli accordi di libero scambio NAFTA, come Australia, Canada e Corea del Sud, per il momento sono esentati dai dazi, annunciati dall’amministrazione statunitense nei primi di marzo ed entrati in vigore il giorno 23 dello stesso mese.

La nazione che, nelle intenzioni di Trump, dovrà subire le conseguenze più pesanti derivanti dalle sopracitate imposte indirette è la Cina, grande esportatore di acciaio ed alluminio verso il mercato americano. Il leader della Casa Bianca è intenzionato ad usare le maniere forti, dato che nei primi giorni di aprile è stato reso nota la notizia che un rappresentante commerciale statunitense abbia ricevuto l’incarico di studiare dal punto di vista economico l’eventualità dell’imposizione di nuovi dazi alle esportazioni provenienti dalla Cina, per un valore di circa 100 miliardi.

Naturalmente la risposta di Pechino non si è fatta attendere, e la sfida al rilancio continua con la decisione cinese di applicare dazi per lo stesso valore su beni provenienti dagli Stati Uniti, tra cui anche le automobili e la soia; quest’ultimo bene è fondamentale per il sostentamento della popolazione cinese, nonostante questo il governo di Pechino ha deciso di imporre i dazi ugualmente, mirando ad un fine politico più grande. I principali stati americani produttori di soia, oltre ad essere a maggioranza repubblicana, muovono un giro d’affari per l’export che ha proprio nella Cina il suo principale destinatario. Risulta di conseguenza chiaro che questa decisione cinese voglia andare a colpire l’agricoltura statunitense. Entrambe le parti affermano di essere determinate a non fermarsi e di voler combattere il protezionismo a qualsiasi prezzo, il che lascia presagire che la guerra commerciale non sia destinata ad interrompersi nell’immediato futuro.

Naturalmente non si tratta di una decisione che l’amministrazione Trump ha preso sulla base di un nulla di fatto, bensì alla base troviamo, tra le altre, una motivazione politica. Come è noto, la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali del novembre 2016 è stata resa possibile grazie al sostegno che il candidato repubblicano ha ricevuto da parte di una certa fascia della popolazione, ovvero quella dei cittadini bianchi tra i 50 e i 60 anni, soprattutto appartenenti al ceto medio e alla classe operaia. Tale categoria è stata una di quelle più duramente colpite dalle conseguenze di lungo periodo della crisi finanziaria scoppiata nel 2007/2008, in quanto i cittadini che ne fanno parte non disponevano di risorse tali da non preoccuparsi della situazione economica, ma allo stesso tempo non erano sufficientemente indigenti da poter fruire dei sussidi e delle manovre economiche messe in campo dall’amministrazione Obama per traghettare i cittadini più poveri fuori dalla crisi. Questa situazione ha fatto nascere in loro un forte risentimento nei confronti dell’establishment, in quanto si sono sentiti abbandonati e non considerati dalla classe politica di Washington. Trump è stato molto abile nel cavalcare l’onda della frustrazione del ceto medio americano, e si tratta di una strategia che lo ha premiato, come tutti sanno, nei risultati elettorali.

Va da sé che costoro non si sarebbero certo accontentati delle parole dette in campagna elettorale e degli slogan, per questo il Presidente ha dovuto mettere in atto strategie di politica economica ed estera che gli permettessero di conservare il supporto del proprio elettorato. I sostenitori di Trump hanno accolto con grande apprezzamento questa decisione volta al protezionismo, cui l’elettorato conservatore è particolarmente affezionato, e la classe operaia vede nella manovra dei dazi l’unica soluzione per proteggere il proprio lavoro dalla concorrenza, percepita come sleale, dei mercati stranieri.

Non possiamo essere certi della portata delle conseguenze di questa guerra commerciale, né sapere con certezza dove essa condurrà il commercio tra questi due paesi e l’economia mondiale in generale, ma di certo si tratta di una questione che ha scatenato forti reazioni, quasi tutte contrarie e preoccupate, prima fra tutte quella del Presidente della BCE Mario Draghi. L’economista italiano teme per gli sviluppi negativi che tale scelta potrebbe avere sulle relazioni internazionali, in quanto una guerra bilaterali che usa i dazi come strumento può solamente essere percepita come pericolosa sia dai mercati finanziari che dalle leadership politiche di tutto il mondo, siano esse appartenenti a paesi alleati o a competitors. Non è interesse del Presidente cinese Xi Jinping compromettere totalmente i rapporti con gli Stati Uniti, che rimangono comunque un potenziale partner sotto alcuni aspetti, anche se la libertà concessagli dall’ormai inesistente limite temporale alla sua carica glielo consentirebbe. Rimane però l’altrettanto impellente necessità di mostrare il proprio potere e la portata del ruolo internazionale della Repubblica Popolare Cinese contro il gigante americano, per questo motivo è improbabile che le tensioni si plachino a breve.

L’ordine liberale negli ultimi anni è sempre più mutevole e soggetto a numerose sfide, data l’esistenza di un competitor militare come la Russia, seppur dotata di capacità limitata rispetto a quella statunitense, e l’emergere della potenza economica cinese, il che dovrebbe far scaturire nei paesi occidentali e soprattutto negli Stati Uniti una serie di riflessioni sull’utilità o meno di continuare con una strategia commerciale offensiva di questo tipo, con il rischio di raggiungere un punto di non ritorno.

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari

Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Dure critiche da Francia, Inghilterra e Germania. Contraria anche l’Unione Europea, che esprime tramite Federica Mogherini la volontà di rispettare l’accordo. 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari - Geopolitica.info

Un accordo “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con queste parole Trump ha accompagnato l’annuncio dell’uscita dall’accordo sul nucleare. “Questo accordo avrebbe dovuto protegger gli Usa e i suoi alleati dai tentativi del regime iraniano; ma i tentativi dell’Iran di ottenere la bomba atomica sono continuati.” L’inutilità dell’accordo, che non avrebbe impedito a Teheran di continuare i suoi progetti atomici bellici, è quindi la motivazione primaria, secondo Trump, che giustifica l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’amministrazione Obama. Anche quest’ultima è stata duramente attaccata nel discorso, accusata di aver “restituito milioni di dollari a questo regime del terrore che ha usato quei fondi per costruire missili capaci di trasportare l’arma nucleare”.

Immediata è arrivata la dichiarazione di Macron, affidata a Twitter: “Francia, Germania e Gran Bretagna si rammaricano per la decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. In gioco c’è il regime internazionale di lotta contro il nucleare”. Macron ha inoltre annunciato che gli stati in questione lavoreranno per un nuovo e più ampio accordo con l’Iran. Anche l’Alto Rappresentate per gli esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha criticato duramente la decisione degli Stati Uniti: “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e la Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”.
Il premier uscente italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato la linea degli alleati europei: “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei confermano gli impegni presi”, sottolineando l’importanza dell’accordo sul nucleare e la volontà dell’Italia nel mantenerlo.
Da Mosca hanno fatto sapere che la Russia tenterà ogni tipologia di sforzo diplomatico per minimizzare gli effetti negativi conseguenti all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

La decisione di Trump è stata accolta con entusiasmo da Israele, tramite le parole di Netanyahu, che ha dichiarato di aver apprezzato “la coraggiosa decisione del presidente Trump”. “Se l’accordo fosse rimasto in vigore”, ha continuato, “entro alcuni anni Iran avrebbe avuto bombe atomiche”.
Anche da Riyadh, tramite un comunicato ufficiale, si afferma il “sostegno alla strategia annunciata dal presidente Usa sull’Iran”. L’Arabia Saudita si augura “che la comunità internazionale adotti una posizione decisa e unita nei confronti di Teheran e le sue attività ostili e destabilizzanti contro la stabilità della regione e di sostegno ai gruppi terroristici come Hezbollah e Houthi”.

Il presidente iraniano Rouhani, firmatario dell’accordo, si è detto disposto a mantenere gli impegni presi. Ha inoltre dichiarato, allo stesso tempo, di essere pronto a dare “disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere preparata a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane” in caso i nuovi negoziati con le parti rimaste nell’accordo fallissero.
Il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha bollato l’atteggiamento degli Stati Uniti come “bullismo”. Ha inoltre sottolineato come “l’Ue e altri partner dell’accordo nucleare sono ora responsabili di salvare l’accordo”.

Ma come si è arrivati alla decisione di Donald Trump? Le dichiarazioni della scorsa settimana di Netanyahu hanno fornito il preambolo all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo. I presunti documenti mostrati dal presidente israeliano, che vedrebbero una mai interrotta attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, hanno spinto Donald Trump ad anticipare l’annuncio. La decisione di Washington rinnova e rinforza la palese alleanza in chiave anti iraniana che si è formata in questo ultimo anno e mezzo, che collega la Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita, di cui si è approfondito in questo precedente articolo.

Inoltre Donald Trump, durante tutta la campagna elettorale, volta a demonizzare il lavoro di Obama, ha a più riprese denigrato l’accordo con l’Iran, promettendo di stracciarlo non appena eletto. A conferma di ciò, e dell’avversione all’Iran come potenza egemone nella regione mediorientale, c’è stato il viaggio a Riyadh nel maggio del 2017, dove Trump ha ribadito l’importanza delle tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, ed ha attaccato più volte l’Iran come principale nemico della stabilità della regione. Inoltre, nella National Strategy Security pubblicata a dicembre 2017, nel paragrafo dedicato al Medio Oriente c’è scritto nero su bianco che il principale obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di stroncare la “maligna influenza” dell’Iran sulla regione. La decisione di Trump, quindi, era pienamente prevista, al contrario della tempistica, che è stata accuratamente scelta insieme ai propri alleati nell’area.

Quali sono i possibili scenari futuri? In primis c’è da sottolineare il carattere economico della svolta di Trump, che ha annunciato un aumento delle sanzioni contro Teheran, unite a quelle destinate a chi farà affari con la Repubblica Islamica. Inoltre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto che l’amministrazione revocherà le licenze per Boeing, che aveva pianificato di vendere a IranAir circa 80 aerei per un valore di circa 17 miliardi di dollari e quelle per Airbus, che aveva chiuso la vendita di 100 aerei per di 19 miliardi di dollari.
Le sanzioni future, e lo stop alle commesse, hanno un duplice intento politico: prima di tutto daranno forza alla parte più conservatrice dell’establishment iraniano, da sempre critico all’accordo e alle decisioni della presidenza Rouhani, con l’obiettivo per gli Stati Uniti di acuire una frattura politica esistente all’interno del sistema istituzionale dell’Iran. Inoltre le sanzioni minano ad indebolire l’economia della Repubblica Islamica, facendo leva sulle manifestazioni avvenute nel paese tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che avevano un carattere prettamente economico.
Il secondo aspetto da sottolineare in questa vicenda è la frattura aperta tra Unione Europea e Stati Uniti: una divergenza di interessi, manifestata dalle dichiarazioni dei principali leader europei che hanno duramente criticato le mosse dell’amministrazione Trump, non scontata nei rapporti con Washington. Divergenza che deve essere monitorata per provare ad interpretare i futuri scenari, relativi non solo all’accordo con l’Iran, ma alle vicende dell’intera regione.