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Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.

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L’evento

Per la precisione, i due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. Con una dichiarazione del portavoce dei ribelli, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco, anche nei giorni successivi, attribuendone la ratio ad una strategia difensiva in risposta agli strike sauditi nello Yemen.

In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Si è andato via via affermando, quindi, l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro gli impianti sauditi, nonostante i principali esponenti di Teheran abbiano negato sin dal primo momento questa eventualità.

Il pregresso

I mesi precedenti all’attacco si erano caratterizzati da una serie di alti e bassi tra l’Iran e gli Stati Uniti: ad un punto di scontro molto alto, avvenuto con il sequestro della petroliera britannica nel Golfo Persico il 19 luglio, che aveva comportato il reale rischio di un attacco militare convenzionale contro l’Iran, si era passati nelle scorse settimane ad un ammorbidimento dei toni da ambo i lati. Un tentativo diplomatico di mediare tale che alcune fonti riportavano imminente (anche se smentito dalle parti in causa) un incontro tra Rouhani e Trump, che sarebbe potuto avvenire a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU prevista nei prossimi giorni.

Dopo l’attacco

Sin da subito alti funzionari americani hanno lasciato trapelare il dubbio relativo ai mezzi usarti nell’attacco: le prime informazioni dai media arabi parlavano, infatti, di uno strike degli Houthi tramite l’utilizzo di droni, mentre da Washington si è chiarito come l’attacco si fosse svolto tramite l’utilizzo anche di cruise.
Per la precisione 18 droni contro l’impianto di Abqaiq, e 7 cruise, di cui 4 che hanno raggiunto l’obiettivo a Khurais.

Anche la base di partenza dell’attacco, secondo l’intelligence statunitense, sarebbe stata utile a smentire l’ipotesi Houthi, in quanto inquadrata in un’area a nord dell’Arabia Saudita: Iran o Iraq, quindi, con il secondo paese immediatamente tirato fuori dal tavolo delle opzioni direttamente da Mike Pompeo in una dichiarazione pubblica.
Nonostante la convinzione del coinvolgimento iraniano, le prime dichiarazioni di Trump sono state attendiste, e hanno rimandato la decisione sul da farsi all’alleato saudita. Da Riad, tramite una conferenza stampa a seguito di una prima inchiesta, diversi funzionari hanno mostrato alcuni resti di missili coinvolti nell’attacco, e hanno parlato di un “attacco sponsorizzato dall’Iran”, senza accusare direttamente Teheran.
Dall’Iran hanno continuato a smentire, e il ministro degli esteri Zarif ha accusato il cosiddetto “B-Team” (Israele, Arabia Saudita ed Emirati) di voler trascinare Trump in una guerra contro l’Iran per i loro interessi. Ha inoltre dichiarato, riprendendo l’esempio dello Yemen, che un conflitto diretto contro Teheran sarebbe una follia, con la Repubblica Islamica pronta a combattere una “guerra totale” contro i suoi nemici.

Gli scenari

La linea di Washington in politica estera, dopo l’allontanamento di Bolton, sembra essere sempre più una “linea Trump”: nessuna volontà di andare a uno scontro diretto, e di impegnarsi militarmente in uno scenario instabile come quello mediorientale.
Delle risposte ci saranno, questo sembra inevitabile, ma saranno su un piano indiretto: un inasprimento delle sanzioni economiche (già annunciato dall’inquilino della Casa Bianca su Twitter), e probabilmente saranno colpiti asset strategici iraniani in Libano o in Iraq.
La capacità di proiezione iraniana nella regione, tramite il proprio sistema missilistico e l’uso di milizie dislocate nei vari paesi, non è sottovalutata dalle parti di Washington, consapevole che un conflitto aperto con l’Iran sarebbe tutt’altro che semplice e avrebbe ripercussioni nell’intera area mediorientale. Difficile credere che, in vista delle prossime elezioni presidenziali, Trump avalli una decisione così drastica: più probabile una riposta simbolica, come quella vista nell’aprile del 2018 con il lancio di cruise in Siria, dopo i presunti attacchi chimici perpetrati dall’esercito siriano.
Anche l’Arabia Saudita, al momento, non sembra intenzionata ad entrare in un conflitto diretto con Teheran, che non solo potrebbe essere inconveniente per la nuova immagine che MBS vuole fornire a Riad, ma sarebbe soprattutto disastroso dal punto di vista militare, come dimostrano le tante guerre per procura a bassa intensità che i due paesi già combattono nella regione.
C’è motivo di credere, quindi, che l’episodio delle raffinerie non sia ancora decisivo per innescare una guerra totale in Medio Oriente, ma vada interpretato nell’insieme delle azioni che gli attori regionali compiono per salvaguardare i propri interessi e per accrescere la propria posizione di forza nella gerarchia dell’area. L’episodio, inoltre, va inserito in una partita che supera i confini della regione mediorientale, dove i nuovi Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di assumere il ruolo di gendarme, ma quello di superpotenza che bada ai propri interessi reali.

Che succede nello stretto di Hormuz, e perché la guerra non è scontata

Gli ultimi eventi nello stretto di Hormuz fanno presagire un aumento delle tensioni internazionali. Ma Trump ha già fatto capire di essere pronto ad una trattativa con Teheran, e l’Iran ha la necessità di non chiudere a prescindere. Le ultime azioni iraniane possono essere uno strumento utile a una strategia di lungo termine, per arrivare al tavolo delle trattative in una situazione non eccessivamente sfavorevole.

Che succede nello stretto di Hormuz, e perché la guerra non è scontata - Geopolitica.info

Il 19 luglio, nello stretto di Hormuz, le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno sequestrato una petroliera britannica con 23 uomini di equipaggio, la Stena Impero della società Stena Bulk. Attualmente la petroliera è ancorata al porto iraniano di Band Abbas.
Secondo le ultime ricostruzioni, i Pasdaràn avrebbero comunicato alla petroliera una richiesta di ispezione, per ragioni di sicurezza. Al rifiuto da parte di un ufficiale britannico, che si trovava a bordo di una fregata, la Montrose, mentre pattugliava la zona, giustificato dal passaggio dell’imbarcazione in un stretto internazionale, diverse motovedette iraniane hanno circondato la petroliera, e contemporaneamente una unità dei militari iraniani si è calata a bordo della Stena da un elicottero, prendendo il controllo della nave.
Il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha chiesto a Teheran di interrompere il sequestro “illegale” della nave, minacciando azioni di ritorsione nei confronti dell’Iran.

Il punto di vista americano…

L’episodio si inserisce in un quadro di instabilità crescente in Medio Oriente, in particolare nell’area di Hormuz e del Golfo Persico, confine naturale che divide i due principali rivali nella regione mediorientale, l’Iran e l’Arabia Saudita. E si inserisce nello schema conflittuale tra l’amministrazione Trump e l’Iran, iniziato sin dall’insediamento dell’ultimo presidente degli Stati Uniti, come testimonia la National Strategy Security del dicembre 2017, l’uscita unilaterale di Washington dal JCPOA e l’implementazione di nuove sanzioni economiche contro Teheran.

Buona parte degli analisti internazionali vedono in Trump la volontà di impostare un nuovo equilibrio in Medio Oriente che non comporti un ruolo di rilievo per l’Iran. Alcuni analisti prevedono addirittura un aumento dell’escalation a medio termine che comporti un conflitto tra Usa e Iran, con un conseguente cambio di regime a Teheran. Una visione che trova consensi, ma che andrebbe analizzata a fondo per notare incongruenze che ne minano la solidità.
Trump, mediaticamente, ha spesso attaccato l’attuale sistema istituzionale iraniano, e nero su bianco ha descritto l’Iran come “stato sponsor del terrorismo nel mondo” (NSS ’17), e principale nemico degli interessi americani in Medio Oriente, al pari dell’ideologia jihadista.

La volontà di trattare

Alcuni fatti, però, sembrano portare alla luce la volontà di arrivare a un nuovo accordo con la controparte iraniana. Accordo in grado di portare da una parte ad un rallentamento dello sviluppo missilistico di Teheran, fiore all’occhiello del paese se confrontato con il sistema regionale di riferimento, e dall’altra all’interruzione del finanziamento delle varie milizie che rispondono all’Iran in Libano, in Siria, in Iraq e nello Yemen, altro punto di forza della strategia militare asimmetrica iraniana.
Innanzitutto, come riferimento, va ricordato il clima di altissima tensione registrato tra gli Usa e la Corea del Nord a inizio mandato di Trump, quando l’escalation sembrava inevitabile: il tutto in realtà è servito a entrambe le parti per arrivare a confrontarsi su un tavolo di trattative, ancora aperto, ma che sembra possa dare risultati importanti in termini di stabilizzazione dell’area.
Lo stesso schema potrebbe ripetersi con l’Iran, e ci sono alcuni episodi che sembrano dirigersi in quella direzione. Uno di questi vede, a inizio maggio, l’incontro a Baghdad tra Pompeo e alti esponenti delle istituzioni irachene: secondo diverse fonti presenti al tavolo, Pompeo avrebbe dichiarato che gli Usa sono pronti ad aprire un nuovo round negoziale sul JCPOA, paventando l’ipotesi di inserire un articolo aggiuntivo comprendente le richieste statunitensi sui test missilistici e sul finanziamento al terrorismo nella regione.
A fine maggio, in diverse occasioni, Trump ha aperto al dialogo, dichiarando la volontà degli Stati Uniti a trattare, e ponendo come veto assoluto, quale unica condizione irrinunciabile, lo stop allo sviluppo delle armi nucleari della controparte iraniana. In un’intervista al Good Morning Britain, ad inizio giugno, Trump ha svelato la possibilità di un’opzione militare contro Teheran, presente sul tavolo, ma ha ribadito che lui preferisce di gran lunga il dialogo e l’apertura di una trattativa per un nuovo accordo.
Dichiarazioni, queste, che si sono alternate nelle scorse settimane con le indiscrezioni che vedevano pronto un piano per l’invio di migliaia di nuove truppe americane in Medio Oriente. E alle dichiarazioni pubbliche del Capo del Pentagono Shahanan, sull’invio di 1000 uomini nella regione in chiave anti iraniana, Trump ha risposto con l’allontanamento di quest’ultimo, sostituendolo con Mark Esper.
Il 20 giugno, poi, uno degli episodi che ha portato il livello di tensione al punto più alto negli ultimi mesi: un drone americano è stato abbattuto dalla controaerea iraniana nei pressi dello stretto di Hormuz. Nella notte tra il 20 e il 21, secondo quanto ricostruito dal New York Times e da NewsWeek, l’incrociatore Uss Leyte Gulf, presente nel Golfo Persico, aveva ricevuto l’allerta per colpire postazioni iraniane entro un’ora: il piano d’azione, invece, è stato interrotto in itinere, segnalando una spaccatura all’interno della Casa Bianca. Buona parte dell’amministrazione d’accordo ad un’azione di forza, gli alti vertici del Pentagono e lo stesso Trump contrari. Secondo Reuters, inoltre, sempre nella notte Trump avrebbe spedito una comunicazione all’Oman, da far recapitare all’Iran, che preannunciava la possibilità di un attacco ma allo stesso tempo la ferma volontà statunitense a trattare.
Sempre in uno schema di alternanza tra misure di pressione e ventilate ipotesi di aperture, dopo l’episodio del drone e del potenziale attacco statunitense, a fine giugno Trump ha da una parte comunicato, tramite Twitter, che le richieste all’Iran sono “nessuna arma nucleare e lo stop al terrorismo”, e che i paesi dovrebbe essere in grado di proteggere autonomamente le proprie imbarcazioni a Hormuz, e dall’altra ha varato sanzioni economiche specifiche contro l’ayatollah Khomeini.

Il (debole) veto iraniano

Ufficialmente Teheran chiude ad ogni possibilità di trattativa. Lo fa ripetutamente Khomeini, lo fanno gli esponenti di spicco dei Pasdaràn e l’ala maggiormente conservatrice del Parlamento. Lo fanno anche, seppur con meno vigore, il capo della diplomazia Zarif e il presidente Rohani, esponenti di quell’ala che invece ha ricercato il dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa, ed entrambi protagonisti dell’accordo sul nucleare del 2015.
Le dichiarazioni, però, sembrano più esser di facciata che ponderate a un reale interesse nazionale: l’Iran sperava di poter contare sul pieno appoggio dell’Unione Europea in sede di rispetto dell’accordo nucleare, anche alla luce delle divergenze delle principali cancellerie europee con l’amministrazione Trump. Ma questo appoggio europeo non è andato oltre a dichiarazioni di facciata sull’importanza dell’accordo e sull’errore strategico di Trump nell’uscita unilaterale, e lo stesso “Instrument in Support of Trade Exchanges” (INSTEX), strumento a sostegno di scambi commerciali ideato nel gennaio 2019 da Francia, Germania e Regno Unito per facilitare il commercio di dollari non statunitensi con l’Iran, al momento non garantisce le necessarie garanzie per Teheran.
Come facilmente prevedibile, l’uscita degli Usa ha cambiato lo status quo, e l’Iran ha bisogno di una strategia alternativa: il peso delle sanzioni è insostenibile per la già fragile economia iraniana, che in meno di 4 anni è tornata ad essere da affidabile interlocutore internazionale a stato nemico per la stabilizzazione del Medio Oriente.
L’ala iraniana destinata a tenere aperti i canali di dialogo, diretti o meno, con gli Stati Uniti, deve rapportarsi con gran parte del sistema politico, istituzionale e religioso avverso all’amministrazione Trump, alla luce del “tradimento unilaterale” degli accordi presi ai tempi di Obama.

Le azioni nello stretto come dimostrazione di forza

Negli ultimi mesi, inoltre, l’Iran ha dato il via ad una serie di azioni, militari e politiche, in risposta alle pressioni degli Stati Uniti e in grado di aumentare il proprio peso in un’eventuale e futura trattativa con Washington.
Nello stretto di Hormuz, diversi episodi, come l’abbattimento del drone statunitense, il sabotaggio delle petroliere giapponesi (anche se negato ufficialmente da Teheran), e per ultimo la presa della petroliera britannica, fanno parte di una strategia ben precisa: l’Iran dimostra di poter far leva su uno dei suoi principali punti di forza, cioè il controllo dello stretto di Hormuz.
Questo è uno dei principali checkpoint del commercio mondiale: nello stretto transitano 17 milioni di barili di greggio al giorno, pari a circa il 20% del commercio mondiale di petrolio 318 . Le dimensioni dello stretto sono molto ridotte: 33 chilometri di larghezza nel punto più stretto e 95 nel punto più largo. Oltre a queste misure, già di per sé minime, la larghezza delle rotte di navigazione consentite dalla profondità delle acque sono ridotte ad una fascia larga circa 2 chilometri, che rendono il controllo dello stretto relativamente semplice. Nel corso della storia recente, Teheran ha minacciato di chiudere l’accesso allo stretto: questo, chiaramente, avrebbe notevoli conseguenze sull’intero commercio mondiale, a causa dell’uso forzato di vie secondarie (terrestri) per il traffico del petrolio, che sarebbero più lente e costose. Per gli Stati Uniti una chiusura dello stretto sarebbe una dichiarazione di guerra, una linea rossa che l’Iran non può permettersi di superare. Data l’impossibilità conclamata, e l’estremo rischio di chiudere lo stretto, l’Iran con le ultime azioni sta dimostrando di essere in grado di traferire instabilità nella zona, evidenziando la propria capacità di proiezione su una delle principali rotte marittime mondiali, e palesando una difficoltà di risposta della comunità internazionale alle suddette azioni.
Unito a questo fattore, l’Iran continua a effettuare azioni di pressione sugli Stati Uniti: negli ultimi giorni ha comunicato di aver arrestato 17 presunte spie americane, addestrate dalla CIA, sul proprio territorio. Inoltre ha comunicato a predisporre gli strumenti necessari per ridurre i suoi obblighi previsti dall’accordo sul nucleare del 2015, aumentando il livello di arricchimento dell’uranio dal 3,67% stabilito dall’accordo. Un fattore che, se ponderato con le continue dichiarazioni della contrarietà rispetto all’ordigno atomico ripetute dalla Guida Suprema Khamenei, rappresenta in realtà uno strumento di pressione da utilizzare in una trattativa con Washington, data la condizione di veto assoluto di Trump sul nucleare iraniano.
Una base di partenza che permette all’Iran di presentarsi ad un eventuale tavolo di trattativa in una posizione il più possibile vantaggiosa.

Prove di campagna elettorale

Non da sottovalutare, in ultima istanza, le parole pronunciate pochi giorni fa al New York Times da Ahmadinejad, ex presidente conservatore e con ancora un gran seguito in Iran. Parole che aprono alla trattativa:  “Trump è un uomo d’affari e quindi è in grado di calcolare i costi-benefici e prendere una decisione. Noi gli diciamo ‘calcoliamo il costo-beneficio a lungo termine delle nostre due nazioni e non siamo miopi'”. Trattativa che, secondo Ahmadinejad, può partire solo se l’amministrazione statunitense decida di allentare la morsa delle sanzioni come prova di una volontà di apertura al dialogo.
E’ difficile sapere se queste sue dichiarazioni possano essere in qualche modo rappresentative dell’ala conservatrice del paese, o se semplicemente l’ex presidente iraniano cerca solamente di proporsi all’Occidente sotto una nuova luce, maggiormente dialogante, per spazzare via l’immagine di fondamentalista che si era creato durante i suoi anni di governo. Quel che è certo è che durante l’ultima tornata elettorale presidenziale in Iran, ad Ahmadinejad è stato impedito di candidarsi dal Consiglio dei Guardiani, ordine posto a garanzia della conservazione del sistema islamico e legato a doppio filo con la Guida Suprema: una notizia che aveva evidenziato una spaccatura all’interno dei conservatori, ma che ora potrebbe rivelarsi importante per i futuri scenari politici interni al paese.

Gli scenari

Entrambe le parti, velatamente o meno, hanno la volontà o l’obbligo di trattare, ma la traiettoria futura che si può tracciare alla luce degli ultimi eventi è quella di un aumento dell’instabilità, almeno nel breve periodo. In sede europea si è proposto di istituire una missione a protezione delle navi nel Golfo Persico, e il governo britannico potrebbe decidere di implementare sanzioni economiche nei confronti dell’Iran.
Gli Stati Uniti, d’altro canto, come comunicato da Pompeo all’Inghilterra, non sembrano avere nessuna intenzione di impegnarsi in una missione a protezione dello stretto, ed evidenziano una volontà a trattare con Teheran sulla base di due condizioni: il no alle armi nucleari e lo “stop al finanziamento del terrorismo”.
L’Iran è in una posizione di attesa, probabilmente delle nuove elezioni americane, ma Rohani e Zarif hanno fatto capire che l’interruzione delle sanzioni è la conditio sine qua non che permette l’apertura di una trattativa. E le dichiarazioni di Rohani di oggi, 24 luglio, riportate da Al-Jazeera, aprono chiaramente al tavolo: Ma le dichiarazioni di Rohani, riportate da Al-Jazeera il 24 luglio, aprono chiaramente ad una trattativa: “non abbiamo mai perso un’opportunità per i negoziati e il dialogo e non perderemo alcuna possibilità in futuro. Siamo pronti ad avviare negoziati equi e logici, ma negoziare non significa arrenderci”.

Nonostante gli eventi degli ultimi mesi siano preoccupanti per un escalation di violenza in grado di destabilizzare l’intera regione, i principali attori in campo non hanno nessuna intenzione di aprire un conflitto, e il valzer della diplomazia, convenzionale o meno, potrebbe portare delle sorprese nel lungo periodo.

USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe”

Juan Guaidó ha lanciato la sfida a Maduro con il sostegno diretto degli Stati Uniti. L’attuale situazione di apparente stallo non muta la postura americana, che torna ad applicare attivamente i criteri della “dottrina Monroe”.

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La situazione interna

Lo scorso 23 gennaio il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, l’ingegnere Juan Guaidó, ha giurato a Caracas, davanti ad una folla di suoi sostenitori, quale nuovo presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa mossa ha ulteriormente precipitato il paese in una spirale di contrapposizione tra le varie forze in campo che si era già manifestata a partire dal 2014, dalle manifestazioni cosiddette delle “guarimbas”. La crisi sociale, economica e politica e la deriva autocratica del presidente Nicolás Maduro (rifiuto di convocazione del referendum revocatorio, scioglimento del parlamento, convocazione dell’Assemblea Costituente, stretta su alcuni oppositori) ha spinto una parte dell’opposizione, la MUD (Mesa de la unidad democrática), a giocare la carta costituzionale, che prevede la possibilità di un presidente ad interim in mancanza dello stesso (e questo perché la MUD considera Maduro illegittimo, non riconoscendo le elezioni presidenziali tenutesi nel maggio del 2018).

Subito dopo la sua proclamazione Guaidó ha ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte di diversi governi latino americani e di Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone e di diverse cancellerie europee. Maduro è invece riconosciuto come presidente del paese dall’ONU e dalla maggioranza dei suoi stati membri (ma l’appoggio che conta è soprattutto quello di Cina e Russia): in merito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres,ha sottolineato come l’ONU continui a cooperare con l’attuale governo.

Data la situazione attuale, come accaduto spesso nella storia dell’America Latina, l’ago della bilancia è costituito dalle forze armate, che fino ad ora sono rimaste in larga parte fedeli al governo chavista: va ricordato in merito che Chávez prima e Maduro poi hanno implementato e rafforzato il ruolo dell’esercito, non solo integrando diversi ufficiali nel governo (in particolare durante gli ultimi anni di Maduro) ma anche dando maggiori compiti a corpi quali GNB (la Guardianazionale bolivariana) e FANB (Forza armata nazionale bolivariana).

Questa contrapposizione interna rimane ad oggi priva di reali sbocchi e probabilmente legata alle decisioni dell’esercito: e mentre gli attori venezuelani si confrontano/scontrano, la partita per Caracas sembra giocarsi anche e soprattutto al di fuori del paese.


Perché gli Usa puntano al “regime change”

Per quale motivo Washington è passata all’offensiva finale nei confronti di un governo sempre più debole? Perché la prima potenza mondiale punta il dito contro il malcapitato Venezuela? Diverse sono le ragioni che spingono gli Usa ad occuparsi in modo così plateale della questione venezuelana. Proviamo a capirele motivazioni che informano la politica estera statunitense verso Caracas.

Un fattore, di certo il meno importante, è dato da questioni prettamente interne ed elettorali: il presidente Donald Trump punta alla rielezione nel 2020 e in vista di quell’appuntamento il tycoon vuole riconfermare la vittoria in uno swing state fondamentale come la Florida, dove è presente una folta comunità cubana e ispanica: da qui la retorica contro il binomio Cuba/Maduro e l’attivismo del senatore Marco Rubio (di origine cubana); a ciò si aggiungono gli strali contro il socialismo e contro quei sentimenti “socialisti” che affiorano tra le nuove leve dei democratici e che metterebbero a rischio la democrazia e l’economia americana.

È però qualcos’altro che spinge Washington a cercare di dare la spallata al chavismo, qualcosa che affonda le sue radici nella strategia geopolitica degli Stati Uniti, a quella “dottrina Monroe”spesso citata come mantra da Chávez e Maduro quale esemplificazione del razzismo e dell’imperialismo americani: essa venne formulata in seguito alla guerra con la Gran Bretagna del 1812-1815 al termine della quale, grazie anche al controllo del bacino del Mississippi e all’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone nel 1803, le ex colonie iniziavano a guardare al mare, non solo verso est ma anche verso sud. In questo scenario, sebbe negli Usa non fossero ancora in grado di sfidare le potenze coloniali europee, si affacciò tra diversi “padri” americani l’idea di affermare, almeno teoricamente, la supremazia di Washington sull’emisfero occidentale, rifiutando da un lato le ingerenze degli stati europei e dall’altro tenendosi lontani dalle dispute tra le capitali del Vecchio Continente. È a partire da questa scelta che spesso il continente americano nel suo complesso viene definito quale “giardino di casa degli Stati Uniti”: e forse non è un caso che proprio il Venezuela abbia costituito all’inizio del Novecento l’esempio della ferrea volontà statunitense di impedire l’affacciarsi di attori esterni nel continente americano (leggasi “corollario Roosevelt”). La“dottrina Monroe” è stata ed è elemento cardine di come gli Stati Uniti guardano il mondo e in particolare il loro“vicinato”: il padre del containment (Nicholas Spykman) affermò che a garantire “un’indisputabile supremazia navale e aerea” statunitense è innanzitutto il controllo del “Mediterraneo americano”, con Mar dei Caraibi e Golfo del Messico intesi come “mare interno”.

Questa impostazione geopolitica spinge quindi gli Usa a tentare di impedire l’affermarsi di minacce nel continente americano, tanto più in un paese come il Venezuela, importante per vari motivi: oltre a possedere le maggiori riserve di petrolio ad oggi conosciute e oltre ad essere territorio ricco di innumerevoli altre materie prime, i governi chavisti hanno nel corso del tempo intessuto rapporti con forze avverse agli Usa, dall’Iran alla Russia passando per Cina, Cuba e per la Libia del colonello Gheddafi. In particolare Cina e Russia sono ormai “protettori” di Maduro (con Pechino meno incline di Mosca a difendere Maduro ad ogni costo): per Washington gli investimenti di aziende russe e cinesi, per di più legate indirettamente ai loro governi, è elemento non più trascurabile, tanto più che la Cina sta incrementando complessivamente i legami commerciali con i paesi della regione, fino a ventilare la possibile apertura di una base militare in El Salvador o addirittura la costruzione di un canale in Nicaragua in grado di fare concorrenza a quello di Panama (progetto che in realtà sembra già tramontato).

Il Venezuela è quindi paese che ha per Washington una grande valenza geografica e strategica per il suo essere ricco di materie prime, nonché “ponte” tra il sud America e i Caraibi. Inoltre l’area è ulteriormente attenzionata dagli Usa proprio per la presenza del fondamentale “collo di bottiglia” del canale panamense, nonché per il poroso confine con la Colombia, paese da sempre allineato a Washington e che due anni fa ha aderito alla Nato quale “partner globale”: Bogotà ospita già diverse basi statunitensi e garantisce agli Usa “l’affaccio” sul “mare interno” e sul Pacifico, unico stato dell’America meridionale a possedere tale privilegio.

ALBA al tramonto

Nell’ormai lontano dicembre 2004, Hugo Chávez siglò con Cuba un accordo basato sullo scambio tra il petrolio venezuelano e i medici cubani, spesso inviati da L’Avana in vari paesi, in particolare per programmi di vaccinazione. Quell’accordo costituiva la fase embrionale dell’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) che vedrà poi anche l’adesione della Bolivia di Evo Morales, dell’Ecuador di Rafael Correa e del Nicaragua sandinista, oltre ad altre piccole realtà statuali dei Caraibi. Nata anche in contrapposizione all’ALCA (Area di libero commercio delleAmeriche, poi rimasta solo sulla carta), quell’accordo fortemente voluto da Chávez e Castro segnava negli anni la conformazione di un “fronte” di paesi che si definivano “antimperialisti” e che puntavano alla creazione di una maggiore integrazione regionale ma anche e soprattutto all’opposizione congiunta alla soverchiante superiorità statunitense nel continente.

Ad affiancarsi a tale organismo vi erano inoltre altri paesi governati da presidenti di sinistra più o meno radicale, dall’Argentina kirchnerista al Brasile del PT, dall’Uruguay del Frente Amplio all’Honduras di Zelaya, dall’FMLN in El Salvador alla parentesi dell’ex vescovo Lugo in Paraguay, oltre al governo di Michelle Bachelet in Cile (con appoggio anche del Partito Comunista nelle elezioni del 2013) e alle forze“bolivariane”al governo in Bolivia ed Ecuador. La maggior parte dei paesi latino americani era governato da forze progressiste che spesso coadiuvavano il Venezuela chavista (in particolare Bolivia, Cuba, Ecuadore il Brasile di Lula). Oggi l’isolamento regionale che circonda Maduro, reso plastico dal riconoscimento di Guaidó da parte di quasi tutti gli statil atino americani, riflette un cambiamento politico, quasi un vero e proprio ribaltamento rispetto alle forze di governo di alcuni anni fa: Cile, Colombia, Argentina, Brasile, Perù sono attualmente governate da forze di centrodestra/destra mentre Lenin Moreno in Ecuador ha archiviato il“correismo” e optato per un percorso centrista, schierandosi apertamente contro Maduro.

L’Uruguay frenteamplista e il Messico del nuovo presidente Manuel Obrador, insieme alla Comunità dei Caraibi (Caricom) si sono invece proposti per mediare attraverso il “meccanismo di Montevideo” nel tentativo di risolvere la crisi venezuelana e impedire l’esacerbarsi della situazione politica e sociale.

Chi continua a mostrare vicinanza e sostegno al chavismo è Evo Morales, presidente della Bolivia, membro dell’ ”alleanza bolivariana” e atteso dalle elezioni di ottobre: situazione diversa nel Nicaragua sandinista, anch’esso alle prese con proteste e tumulti interni e oggetto di sanzioni statunitensi, che si è mostrato abbastanza tiepido nel prendere le difese di Maduro per il timore di una ulteriore stretta ai suoi danni da parte di Washington.

L’attuale caos venezuelano affonda le sue radici nel passato lontano e recente. L’affacciarsi della figura di Guaidó e il suo tentativo di porre finea quella che definisce “usurpazione”, ha spinto le varie forze regionali e globali a prendere posizione, immortalando una spaccatura che vede Stati Uniti e alleati occidentali da una parte e Russia, Cina, Iran e Turchia dall’altra (con il nostro paese per ora attestato tra la condanna della deriva autoritaria di Maduro e la richiesta di nuove elezioni e un vago sentimento di non ingerenza).

Lo scenario risulta decisamente instabile e pronto ad esplodere ma l’ipotesi ventilata circa il possibile intervento armato per rovesciare Maduro appare quantomeno improbabile, anche se le autorità americane, tra cui il Consigliere per la sicurezza nazionale Bolton, il Segretario di Stato Pompeo, il vicepresidente Pence e lo stesso Donald Trump, hanno più volte ribadito che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Questa eventualità ha spinto Mosca ad inviare nel paese diversi specialisti militari e il dispiegamento di alcuni sistemi S-300 di difesa antiaerea.

Difficilmente Washington punterà all’intervento armato, non solo perché non ha nessuna intenzione di aprire un conflitto nel suo “cortile di casa” ma anche perché i vicini alleati della Casa Bianca hanno fatto intendere di non volere una destabilizzazione lungo i propri confini: in particolare, Colombia e Brasile, già alle prese con l’accoglienza di migranti venezuelani, non sembrano disposti a sobbarcarsi i rischi e i costi di un eventuale confronto armato in Venezuela. Tanto più che Bogotà è alle prese con il tentativo di pace con la locale guerriglia delle FARC dopo l’accordo siglato con l’ex presidente Juan Manuel Santos.

L’attivismo di Washington nei confronti del Venezuela di Maduro ribadisce ciò che informa la politica continentale statunitense da quasi due secoli e cioè la proiezione di potenza e la volontà egemonica nel complesso del continente americano: nel nord, l’integrazione economica e produttiva con Canada e Messico, stati “ancillari”, e nel centro-sud (e nei Caraibi) l’inflessibilità nell’accettare l’esistenza di qualsiasi attore in grado di costituire una minaccia alla “sicurezza nazionale”. La “dottrina Monroe” resta quindi formulazione geopolitica cardine che ancora oggi spinge la superpotenza a rivolgere il suo sguardo verso il Venezuela sempre più dipendente da rivali strategici come Cina e Russia.

È quindi probabile che gli Stati Uniti decidano per un’ulteriore stretta sanzionatoria nei confronti di uomini chiave di Caracas e spingano ulteriormente per rompere il fronte delle forze armate che fino ad ora hanno garantito un sostegno pressoché totale a Maduro. Anche perché, come recentemente sottolineato anche dal New York Times, gli Usa sono sempre più insofferenti verso l’incapacità di Guaidó di giungere a risultati effettivi, costretto come sembra ad un tentativo di dialogo con il governo di Maduro.

 

 

La vittoria di Netanyahu e il futuro di Israele

Il 16 aprile il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha incaricato Benjamin Netanyahu di cercare la maggioranza per formare il nuovo governo di Israele dopo le elezioni del 9 aprile. I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset.

La vittoria di Netanyahu e il futuro di Israele - Geopolitica.info

Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Nonostante la campagna elettorale si sia concentrata sulle persone più che sugli argomenti, disinteressandosi quasi completamente del conflitto con i palestinesi, a pesare sul futuro di Israele è ancora la definizione del rapporto con la popolazione araba presente tra il Giordano e il Mediterraneo.

Ce l’ha fatta anche stavolta. Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni dopo una campagna elettorale tra le più feroci della storia di Israele, fatta di inchieste giudiziarie, scandali, diffamazioni, e candidature imbarazzanti che hanno allargato la soglia di tolleranza del radicalismo ammesso alla Knesset. Netanyahu è andato a elezioni anticipate con ben tre capi di accusa nei suoi confronti, ma nonostante questo “il Re” della politica israeliana è a un passo dall’assicurarsi il quarto mandato consecutivo – il quinto della sua carriera – dopo 10 anni di governo ininterrotto. Poco importa che il Likud abbia conquistato solo un seggio in più (36 contro 35) del partito-lista Kahol Lavan, guidato dall’esordiente Benny Gantz. Nonostante il nuovo partito sia riuscito nell’impresa di proporre all’elettorato israeliano un’alternativa credibile, non è bastato. Adesso bisogna vedere se questa formazione sarà in grado di andare oltre il momento elettorale e strutturarsi per durare nel tempo.

Come previsto c’è stato un ulteriore tracollo delle sinistre del partito Laburista e Meretz, e l’ennesima affermazione dei partiti religiosi e di quelli di estrema destra, nonostante il mancato superamento della soglia di sbarramento del nuovo partito di Naftali Bennet e Ayelet Shaked. I due giovani ambiziosi puntavano a costruire le basi per prendersi un domani l’eredità di Netanyahu, invece sono rimasti fuori dalla Knesset dando a Bibi un’altra ragione per festeggiare. La lista unita dei partiti arabi della scorsa legislatura si è invece divisa in due fronti, riuscendo comunque a portare alla Knesset 10 deputati, con cui però nessun partito ha intenzione di allearsi, come da tradizione.

I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset. Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Stavolta però per Netanyahu sarà più difficile tenere a freno la destra alla sua destra. Bibi è disposto a tutto per non farsi incriminare, anche a far approvare una legge che gli garantisca l’immunità, mettendosi così nella condizione di doversi affidare completamente ai suoi scomodi alleati. L’alternativa sarebbe un governo di unità nazionale formato da Netanyahu e Gantz, in Israele se ne parla apertamente, ma al momento non ci sono ragioni di emergenza e stallo politico che giustificherebbero un tradimento così forte dell’elettorato.

Per un osservatore esterno però il dato più importante è un altro. Nonostante in questi anni e negli ultimi tempi non siano mancati scontri con i palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania, da questo quadro sempre più complesso è praticamente sparita la volontà di risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo la tradizionale proposta della soluzione a due stati, ormai quasi completamente assente nel dibattito politico.

Per essere più precisi, si può dire che è proprio sparita la volontà di risolverlo il conflitto, di sicuro non è più una priorità: è come se la società israeliana avesse smesso di desiderare una soluzione politica definitiva accettata dal mondo intero, e scelto di pensarci il meno possibile scansando il problema.

In questo senso, è bene ricordare che neanche una vittoria di Benny Gantz avrebbe portato a una politica di riapertura alla soluzione a due stati. Anche i membri di Kahol Lavan vogliono la Gerusalemme unita e l’annessione di parti della Cisgiordania, e soprattutto, non sono disposti a governare con gli arabi israeliani e a lavorare per la creazione di uno Stato propriamente detto nei Territori palestinesi. Il massimo che ci si può aspettare è (o era) un congelamento della costruzione di altre abitazioni nelle colonie più piccole e isolate, mentre sono praticamente tutti concordi che i grandi insediamenti devono avere la libertà di espandersi, con l’idea che tanto saranno annessi allo stato di Israele il giorno di un fantomatico e imprecisato accordo di pace con i palestinesi.

Gran parte di questa apatia si spiega con il raggiungimento della supremazia militare israeliana. Strumenti come la barriera di separazione e il sistema Iron Dome hanno attenuato di molto la situazione di terrore con cui gli israeliani erano abituati a vivere ai tempi degli attentati suicidi nei luoghi pubblici e dei razzi che colpivano obiettivi civili. Attualmente anche una crisi con la Striscia di Gaza non terrorizza come un tempo, se non città di frontiera come la piccola e povera Sderot.

Inoltre, oggi l’Israele di Netanyahu è in ottimi rapporti economici e diplomatici con la Russia di Putin, l’America di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Cina di Xi, l’India di Modi e il resto dell’Asia; dal Giappone di Abe alle Filippine di Duterte. Sono eccellenti anche i rapporti con l’Europa centro-orientale, mentre le schermaglie con l’Unione europea non hanno danneggiato i floridi rapporti economici con i paesi dell’Europa occidentale. Non solo. Il conflitto dell’Iran con il mondo arabo ha consentito un ampiamento dei rapporti diplomatici sempre meno informali con Arabia Saudita, UAE, Oman, Bahrein. In crescita anche le relazioni con i paesi del Nordafrica, dell’Africa subsahariana e dell’America latina. Durante i 10 anni di governi Netanyahu gli israeliani hanno visto che si può archiviare la questione palestinese senza avere ripercussioni economiche e senza essere isolati dal resto del mondo.

Ecco quindi perché non sono più così interessati alla rapida soluzione di un conflitto in cui hanno contato più vittime durante i negoziati di pace rispetto a oggi che non si vede spazio per aprirne dei nuovi. Storicamente, Israele sentiva il bisogno di risolvere il conflitto per ragioni di sicurezza, diplomatiche ed economiche. Oggi di fatto questi problemi non ci sono: Israele è più sicuro, più forte, più aperto e con un’economia dalle performance eccezionali.

In questo contesto, i nazionalisti hanno prosperato, spostando sempre più a destra la politica interna e la strategia israeliana. Con l’amministrazione Trump poi Israele ha raggiunto livelli insperati di soddisfazione delle richieste un tempo considerate impossibili: l’affossamento dell’accordo sul nucleare iraniano, lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento dell’annessione delle alture del Golan hanno segnato l’inizio di un nuovo livello del sostegno statunitense a Israele, impensabile solo qualche anno fa quando durante la presidenza Obama alcuni analisti si spinsero addirittura a dire che in un futuro non molto lontano Israele non avrebbe più potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti.

Adesso in Israele e nel mondo ci si chiede se Netanyahu manterrà la promessa più controversa possibile che un politico israeliano potesse fare: l’annessione unilaterale di parti della Cisgiordania (presumibilmente l’Area C), mossa che segnerebbe l’inabissamento definitivo della soluzione dei due stati. Anche in questo caso la decisione passa per la Casa Bianca, dove è già pronta una proposta di pace che sarà presentata dopo la formazione del nuovo governo israeliano.

Nel 2007 il demografo israeliano Sergio Della Pergola nel suo libro “Israele e Palestina: la forza dei numeri. Il conflitto mediorientale fra demografia e politica” (ed. Il Mulino) scrisse che la nel 2050 gli ebrei presenti tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo saranno circa il 35% della popolazione complessiva, affermando che la leadership politica israeliana deve capire che in virtù di questo orizzonte demografico in futuro “Israele non potrà essere contemporaneamente grande (e quindi esente da concessioni territoriali), ebraica e democratica. Sarà necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative”. Le decisioni che delineeranno il destino di Israele sono sempre più vicine.

 

 

 

(Ancora) “confusione sotto il cielo”: nuove discrepanze tra USA e Cina

Il raggiungimento di una tregua nell’escalation protezionistica che ha impegnato Pechino e Washington negli ultimi mesi ha permesso ai mercati di tirare un sospiro di sollievo. Per i prossimi tre mesi, USA e Cina dovranno negoziare un accordo  che risolva la disputa, senza imporre nuovi dazi e riequilibrando la loro relazione commerciale. Ma è davvero questo che si sono impegnati a fare? Alcuni elementi fanno pensare di no.

(Ancora) “confusione sotto il cielo”: nuove discrepanze tra USA e Cina - Geopolitica.info

L’appuntamento di Buenos Aires era stato al centro dell’attenzione dei commentatori perché Donald Trump e Xi Jinping tornavano ad incontrarsi dopo un lungo anno di trade-war, da un lato, e di tensioni nel Mar Cinese Meridionale, dall’altro, che hanno deteriorato sensibilmente il rapporto tra le due potenze.

Quando le due delegazioni, quindi, si sono sedute al tavolo, il mondo ha tenuto il fiato sospeso aspettando di conoscere l’esito delle negoziazioni che se ha deluso i più ottimisti, non ha, neanche, confermato le previsioni dei più pessimisti. USA e Cina hanno, infatti, concordato una tregua i cui termini, però, non sembrano essere ben chiari ad entrambi.

Come ha rilevato Bloomberg, analizzando i due comunicati finali emergono, infatti, delle discrepanze significative. Se entrambi concordano sul fatto che i dazi di Trump, ora al 10 % per un valore di 200 miliardi di $, non saliranno (come inizialmente previsto) al 25 % il 1° gennaio 2019, non è chiaro se dopo la scadenza dei 90 giorni, il dazio salirà automaticamente a quota 25. Mentre gli americani sposano questa posizione, i cinesi non ne fanno menzione nel loro comunicato.

Non è chiaro, inoltre, quale sia il mandato delle delegazioni che nei prossimi tre mesi dovranno negoziare un accordo. Per Pechino, esso implicherà una rimozione di tutti i dazi, un progresso nelle relazioni in un’ottica di “mutuo beneficio” e una “maggiore apertura dei due mercati”. Al contrario, nel comunicato di Washington non appare nessun riferimento del genere. Confuso risulta, anche, l’impegno cinese ad acquistare un maggior numero di prodotti americani per correggere il deficit commerciale USA e se, ovviamente, negli editoriali inglesi l’importanza di tale promessa è ben evidenziata, in quelli cinesi merita solo una veloce menzione. Infine, piccole discrepanze emergono anche in merito ai dossier Fentanyl e Corea del Nord.

Non più chiara è la futura formazione che Trump schiererà in campo per le negoziazioni. A tal proposito, la presenza di Peter Navarro al summit ha fatto discutere: il Consigliere per il commercio è considerato, infatti, un “falco” quando si tratta di relazioni con la Cina. Fautore di una politica dura, Navarro è autore di un libro dal titolo emblematico, “Death by China”, e, se dovesse assumere la guida della delegazione americana, potrebbe imprimere una svolta ai negoziati.

Infine, un’altra figura che potrebbe assumere maggiore importanza nell’entourage trumpiano è Michael Pillsbury, direttore del Center on Chinese Strategy all’Hudson Institute, un think tank di orientamento conservatore a Washington in cui il vice-Presidente Mike Pence aveva tenuto il duro discorso con cui accusava la Cina di voler interferire con le elezioni di mid-term americane. Anche Pillsbury, a cui Trump si è riferito come il “maggiore esperto sulla Cina” e che si è guadagnato l’attenzione della Casa Bianca nelle scorse settimane pur essendo un personaggio controverso, è autore di un libro dal titolo indicativo, “The Hundred-Year Marathon: China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower”. Se ciò dovesse portare ad un ruolo più rilevante per Pillsbury all’interno dell’Amministrazione, c’è da aspettarsi che l’approccio di Trump alla Cina diventi ancora più risoluto.

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina

Alcuni giorni fa è uscito un articolo su South China Morning Post che ha destato particolare interesse tra i commentatori italiani.  L’editoriale dal titolo “Italy aims to be China’s first G7 partner on belt and road”, illustra il proposito del Governo italiano di siglare entro il 2018 un accordo con la Cina per approfondire la cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) diventando, in questo modo, il primo paese membro del G7 a farlo. Quali sono le prospettive di una più stretta cooperazione tra Italia e Cina? La BRI offre possibilità concrete per avanzare l’interesse nazionale italiano in termini di sicurezza e prosperità?

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina - Geopolitica.info (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

L’articolo sul famoso quotidiano hongkonghese è giunto nel mezzo di un vivace dibattito in Italia sull’ambizione del governo giallo-verde di negoziare con Pechino accordi più vantaggiosi e sfruttare le «imperdibili opportunità» che il mercato cinese offre per l’export italiano e mentre il vice-Premier Luigi di Maio era impegnato nel suo viaggio in Cina durante il quale ha incontrato numerose figure di spicco del Governo. La Cina offre effettivamente un gran numero di opportunità di crescita e benessere e non è del tutto nuovo il proposito di voler rafforzare la relazione con Pechino (come dimostrato dalla partecipazione di Paolo Gentiloni al BRI Forum nel maggio 2017). Nel perseguire quest’obiettivo, il Governo italiano deve considerare il complesso contesto internazionale che presenta un alto numero di sfide e ostacoli ma anche di occasioni e driver e i punti di forza e di debolezza del nostro Paese. Nell’analisi di questi fattori si procederà in senso discendente a partire dalla dimensione globale fino a quella più strettamente nazionale.

Il contesto globale: Donald Trump, Xi Jinping, la trade war

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico».

Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha deciso di ricorrere agli strumenti commerciali e, dopo aver aperto la strada con misure iniziali dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari, ha annunciato e poi imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi (settembre 2018) che salirà al 25% nel gennaio 2019, scatenando l’immediata rappresaglia cinese. L’inizio di quella che è stata definita una guerra commerciale tra Washington e Pechino ha destato preoccupazioni in tutto il mondo per le possibili conseguenze sull’economia globale.

Figura. I dazi di Trump contro la Cina

Fonte: Bloomberg

Il Governo italiano dovrà essere capace di destreggiarsi in un ambiente circostante sempre più delicato. Se da una parte il premier Conte ha cercato di stringere il legame bilaterale che lega Roma a Washington  durante la visita di luglio alla Casa Bianca e, sembrerebbe, anche durante l’Assemblea Generale ONU del settembre 2018, dall’altra è difficile immaginare che gli USA accetteranno tanto volentieri che l’Italia goda esplicitamente di maggiori vantaggi in seno alla BRI o ad altre iniziative cinesi, considerando che secondo le parole di Donald Trump i futuri dazi saranno ancora più pesanti e la stretta americana si farà sempre più forte. Se la Casa Bianca dovesse passare a metodi più duri come le sanzioni, l’Italia si troverebbe in mezzo ad un fuoco incrociato simile a quello che, oggi, si sta verificando per i partner dell’Iran.

La Belt and Road Initiative: a che punto siamo?

Più nello specifico è importante capire quale siano la natura e l’avanzamento della BRI. A cinque anni dal lancio dell’iniziativa, è difficile fare una valutazione univoca di quali siano i risultati raggiunti. L’impressione del Center for Strategic and International Studies è che l’iniziativa si sia arenata in termini di coerenza e corrispondenza agli interessi strategici cinesi limitandosi a realizzare alcuni progetti locali di corto respiro e che non di rado si trasformano in clamorosi insuccessi. Questo sarebbe vero specialmente per la Belt, la via terrestre di trasporto in cui 5 corridoi economici su 6 soffrirebbero un generale scollamento dal progetto infrastrutturale complessivo. La via marittima (Road), quella che interessa maggiormente il nostro paese, sembra invece procedere in maniera più solida e l’Italia, effettivamente, può ancora raggiungere risultati notevoli.

Figura. La Belt and Road Initiative: vie marittime e terrestri

Fonte: MERICS

In generale, la difficoltà che si incontra è associare un determinato progetto alla BRI visto che spesso l’investimento è stato deciso molto prima del lancio di BRI(es. Gwadar) o non è stata fatta menzione di un collegamento all’iniziativa se non in modo molto vago.

Quello che è certo è che alcuni paesi hanno sperimentato forti resistenze locali alla realizzazione di progetti legati a BRI e che per altri le condizioni finanziarie imposte dalla partecipazione all’iniziativa si sono a mano a mano rivelate più proibitive di quanto preventivato. Episodi del genere si sono verificati per esempio in Kazakistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, Malesia, Sri Lanka.

Seguire con attenzione gli sviluppi di BRI anche in teatri lontani e valutarne lo stato dell’arte permetterà di attestare la capacità e la determinazione cinese nel portare avanti i progetti e garantirà una maggiore comprensione dell’approccio cinese alle controversie con i diversi paesi coinvolti. In questo senso è apprezzabile la creazione della task force BRI, prima, e della task force Cina, poi, in seno al Ministero degli Esteri e al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante non sia ancora possibile conoscere il lavoro svolto dai due gruppi.

L’Unione Europea: the man in the middle

Dal lancio della BRI nel 2013, l’Unione Europea non ha formulato una strategia unitaria e coerente per rispondere al progetto cinese, lasciando liberi i paesi membri di adottare approcci diversi al tema.  Mentre alcuni hanno optato per un proprio coinvolgimento già nella fase preparatoria dell’iniziativa e, poi, nei singoli progetti, altri hanno preferito attendere di conoscere meglio le reali intenzioni cinesi dietro la BRI ed altri hanno scelto di non partecipare ad alcuna fase dell’opera. La Germania, per esempio, pur condannando la condotta cinese in alcuni settori (diritti umani, democrazia, liberalizzazione del mercato, apertura del commercio, proprietà intellettuale) è un’attiva sostenitrice del progetto già dal 2015. Il vuoto politico europeo nei confronti di BRI ha fatto parlare alcuni analisti di un “clientelismo collettivo” dei paesi membri nei confronti di Pechino.

Decisamente più solido si è dimostrato il blocco dei paesi dell’Europa centro-orientale (Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia) che ha istituito con Pechino uno specifico framework (il “16+1”) per la cooperazione in seno alla BRI e che si riunisce con regolarità (l’ultimo summit è stato lo scorso luglio).

È da notare che è in scadenza (2020) la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino, per cui sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali del nuovo “engagement” europeo della Cina. Il Governo italiano dovrà tenere d’occhio il processo negoziale che porterà il Consiglio Europeo all’approvazione di una nuova Agenda per la cooperazione con Pechino per non rischiare di sottoscrivere un accordo svantaggioso per l’interesse nazionale.

Il Mediterraneo: il mare nostrum?

Con il il 20% del traffico marittimo mondiale, la regione mediterranea si conferma un nodo centrale del commercio globale. Come rilevato da Panaro e Ferrara, la rotta che parte dall’Asia e giunge nel Mar Mediterraneo passando per il Sud-Est asiatico, il sub-continente indiano, i Paesi del Golfo e il Canale di Suez “assicura una pluralità di scali intermodali strategici e di carico medio superiore a tutte le altre rotte del traffico globale”. A ciò si associa anche una flessione vantaggiosa dei costi. All’inizio del 2018, infatti, il costo per spedire via mare un container da Shanghai in Europa ammontava a 797 $ se fatto attraverso il Mediterraneo e a 912 $ se fatto attraverso la rotta settentrionale. Gli investimenti cinesi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Israele confermano l’attenzione di Pechino verso il Mediterraneo.

L’acquisizione del 67% del Porto del Pireo da parte di COSCO Shipping (il gigante del trasporto marittimo controllato dal governo cinese) è significativa. Se da una parte testimonia che la Cina ha già trovato un terminal principale per i traffici nel Mediterraneo inoltrato, dall’altra parte è vero anche che per arrivare in Europa Occidentale, gli scali intermodali italiani possono costituire un enorme vantaggio se adeguatamente sviluppati.

L’Italia: punti di forza e debolezza del nostro Paese

Il nostro paese è attualmente in una buona posizione commerciale rispetto alla Cina. In generale, l’Italia è il terzo paese europeo per volume di merci trattate in porti potendo contare su di un vasto numero di strutture marittime, seppur molte non adatte alle mega-navi, e il 64 % del commercio tra UE e Cina nel 2016 è passato via mare.  Terza destinazione di Foreign Direct Investments dopo Londra e Berlino, Roma è anche il quarto partner commerciale cinese tra i paesi europei sia per import che per export. L’acquisizione del 49,9 % del futuro terminal container di Vado Ligure, il più automatizzato che ci sarà nel nostro paese, da parte delle cinesi COSCO (40%) e Qingdao Port International Development (9,9%) giunge, quindi, a confermare l’interesse di Pechino per le nostre infrastrutture.

È da notare, però, che Roma sta perdendo posti nella classifica dei paesi più interessati dal commercio nel Mediterraneo. Se nel 2014 il 8,8% delle navi passanti dal canale di Suez erano dirette in o provenivano dall’Italia, nel 2017 tale percentuale è scesa al 6,6%. Inoltre, nello stesso anno l’import-export marittimo italiano ha registrato in termini di valore, il dato più basso dal 2010, con 159 miliardi scambi.

Rilevante potrà essere il sistema di Zone Economiche Speciali approvato lo scorso anno e che renderebbe il Mezzogiorno italiano, la macro area con “la più alta concentrazione di imprese marittime” in Italia come evidenziato dal Maritime Economy Report 2017 del Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, ancora più attrattivo riducendo i costi e i tempi necessari.

Conclusioni

In conclusione, un’attenta analisi dei driver e degli ostacoli che l’Italia incontra nella cooperazione con la Cina permetterebbe al decisore politico di arrivare al tavolo negoziale informato e consapevole dei reali interessi in gioco, delle opportunità possibili, dei potenziali rischi. A questo scopo il lavoro delle Task Force integrate nei Ministeri sarà fondamentale e l’attività parallela dei think tank potrà fungere da moltiplicatore di informazioni e analisi.