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L’African appeal di Donald Trump, alle soglie della 45a presidenza USA

L’Agenzia Dire riportava la provocazione del Premio Nobel africano Wole Soyinka, docente alla New York University e in visita ad Oxford, che in caso di elezione di Trump sarebbe stato pronto a strappare la propria green card e tornare in Nigeria. Poco male, si potrebbe obiettare: finalmente un moto contrario al brain drain che da secoli attanaglia il continente nero! Certo, ma anche un segno – uno dei tanti – di una campagna elettorale esasperata e delirante, che ha portato a un passo dalla Casa Bianca due esponenti detestati da almeno metà del Paese. Per le proprie assurde esternazioni xenofobe ed evasioni fiscali l’uno, per la fama di cinica corrotta guerrafondaia senza scrupoli l’altra. E in entrambi i casi, l’Africa non può che sentirsi direttamente chiamata in causa.

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Per quanto la Libia tenga sempre desta l’attenzione di parte della pubblica opinione globale, è incontestabile che la guerra in Siria abbia – a ragione – catalizzato l’interesse mediatico, politico e diplomatico; questo significa che a un più generale pivot to Asia che ha sempre maggiormente caratterizzato gli orizzonti statunitensi negli ultimi anni, si è accompagnato un latente disinteresse verso ciò che accade in suolo africano, lasciato indietro dallo stallo di sangue che pare stringere in una morsa invincibile la popolazione siriana, destabilizzando ulteriormente un Medio Oriente già in sofferenza dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Eppure, si sente spesso il richiamo all’Africa come alla nuova terra delle opportunità, al “futuro del mondo”, al nuovo orizzonte del business, della crescita sostenibile e perfino dell’innovazione scientifico-tecnologica. Cosa ne pensavano davvero i candidati allo Studio Ovale? In primis, sorprende – ma non troppo – la sostanziale assenza del continente nero dal dibattito elettorale (in controtendenza, come ovvio, rispetto alle due campagne elettorali di Barack Obama). Tenendo dunque presente come ci si costringa a basarsi su orientamenti e deduzioni più che su dirette citazioni di specifico significato, si può tracciare come segue qualche considerazione generale.

L’atteggiamento del neoeletto tycoon pare essere estremamente protezionista, non solo nei riguardi dell’Africa ma nel senso di un complessivo ridimensionamento della proiezione a stelle e strisce in politica estera. Non competerebbe a Washington, in sostanza, essere un global security provider, né tanto meno fungere da mediatore in situazioni nelle quali è facile rimanere impantanati a tempo indeterminato. E, scherzo del destino, il Daily Mail ha fatto notare a Donald come non solo nell’irrefrenabile globalizzazione in atto sia improprio accusare la Cina di “rubare lavoro” attraverso pratiche di concorrenza al ribasso, ma perfino la Cina stia oggi sperimentando lo stesso problema con la delocalizzazione di alcune attività produttive in territorio africano. L’isolazionismo di Trump e la sua (stravinta) ascesa alla presidenza degli Stati Uniti non possono che intimorire nazioni come il Sudafrica, fortemente esposte al capitale americano e dunque un domani meno appetibili per eventuali investitori esteri.

Essendo immensurabilmente più esperienziata del rivale, e avendo dominato la politica estera di Washington nel ruolo di Segretario di Stato (anche grazie alla sapiente guida di Henry Alfred Kissinger), la Clinton era assai più prevedibile rispetto al magnate; lo era perché le sue affermazioni rientravano nel circoscritto campo del politically correct, e nulla di diverso ci si attendeva da lei, ma anche poiché vi era molto materiale precedente da utilizzare come fondamenta per un giudizio, una previsione, un’aspettativa. Per esempio, c’era il suo impegno a riconoscere quello africano come un ambiente stimolante per le imprese ad alto tasso d’innovazione, con annessi summits afro-statunitensi ospitati a Washington, che l’aveva intitolata a ricevere il sostegno del Pan-African Business Forum. O c’era la presa di distanza dalle istanze neocolonialiste del marito, accompagnate da richieste di “aggiustamento strutturale” emesse da organismi quali Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale nei settori dell’agricoltura e della sanità. Sarebbe stato da chiedersi però se sarebbe risultata anche un interlocutore moralmente, eticamente credibile, soprattutto dopo l’evidente fallimento libico e la latitanza strategica nel post “primavere arabe”; una buona parte della diplomazia africana si aspetta che finalmente gli Stati Uniti collaborino alla democracy-building, più che perpetuare la sinergia con leaders anche sanguinari in ragione di una pretesa “stabilità” del continente. Proprio per questo, se analizziamo perceptions e misperceptions del “personaggio Donald” con gli occhi degli africani, scopriamo con relativa sorpresa che – razzismo, misoginia e sessismo a parte – la sua figura non è ovunque troppo detestata nemmeno dal cosiddetto establishment, arrivando talvolta a essere incredibilmente oggetto di stima e ammirazione. In altri termini: quando Trump si riferisce alla portata distruttiva della globalizzazione e alla conseguente necessità di provare a limitarla, intende riferirsi all’Africa come a una parte del problema (immigrazione, delocalizzazione industriale, terrorismo, ecc.) o come a un territorio ricco di risorse ma “eroso” dal problema stesso? Probabile l’azzardo che non lo sappia nemmeno lui stesso. Ma è un punto significativo, perché gli afroamericani sono molti, e non era scontato votassero tutti per l’ex First Lady, anzi…

La speranza che Pechino e Mosca – ma anche altri attori quali l’India o il Giappone – forse riponevano in un’Africa senza Clinton al timone delle truppe USA, equivalente ad avere mano libera verso un’ennesima spartizione silente del continente in “protettorati de facto”, si è inaspettatamente concretizzata. Eppure, che fosse l’uno o l’altra a uscirne trionfante, pare che nessuno intendesse revocare o depotenziare né il “President’s Emergency Plan for AIDS Relief” né l’“African Growth and Opportunity Act”. Il PEPFAR, al di là delle solite critiche destinate senza distinzioni a programmi di aiuto estero, e al di là della supposta ipocrisia con cui George W. Bush aveva riconosciuto nell’Africa una priorità in politica estera, si è dimostrato efficace nel ridurre significativamente il numero delle vittime della sindrome da immunodeficienza acquisita. L’AGOA, invece, è un atto legislativo con mire più segnatamente commerciali, volte a incrementare gli scambi tra USA e Africa Subsahariana, con incentivi e altre misure atti a facilitare le piccole e medie aziende statunitensi nel loro ingresso nel mercato africano, e il contrario. Esteso fino al 2025, l’AGOA è risultato essere di particolare efficacia in Ghana, Botswana, Kenya e Madagascar, per quanto alcune rimostranze siano state sollevate in merito al superficiale coinvolgimento delle controparti africane nella redazione del progetto legislativo. Se parte delle scuse addotte da Trump al fine di giustificare il proprio disengagement verso l’Africa risiede nella corruzione endemica, il PEPFAR e l’AGOA possono essere citate come prove che fare aid e business in Africa è equamente possibile, con risultati incoraggianti. Inoltre, almeno stando al più recente Corruption Perceptions Index, vi sono decine di nazioni asiatiche, latinoamericane e perfino europee che ben “competono” con l’Africa nel primeggiare in questo deprimente ranking; un ìndice che peraltro tiene in considerazione i sintomi corruttivi nel settore pubblico, quando è evidente che in nazioni come gli Stati Uniti la corruzione tra privati sia altrettanto impattante. La questione si profila ad ogni modo quale controversa, in quanto Trump sembrerebbe favorevole ad accordi bilaterali e contrario a quelli multilaterali, quale appunto l’AGOA. In un’election race in cui è stato detto tutto e il contrario di tutto (più che in altri casi, s’intende…), e in cui lo sconcerto ancora appanna riflessioni razionali, è difficile districarsi tra affermazioni elettorali che troppo spesso paiono intrinsecamente contraddittorie.

* M.Sc. Student in European and Global Governance alla University of Bristol e M.Sc. Offer Holder in International Public Policy alla University College London, dopo vari studi compiuti a Verona, Parigi, Milano, Leeds e Salisburgo. Ha lavorato, tra gli altri, per EXPO2015, UNESCO, African Summer School, World Youth Forum “Right to Dialogue” e Rome International Careers Festival, partecipando a progetti di formazione diplomatica in tutto il mondo. Ha presieduto conferenze accademiche di ambito giuridico e geostrategico. In Italia ha pubblicato decine di analisi e commenti per riviste specializzate tra cui Eurasia, Il Caffè Geopolitico, Vivere In, FiloDiritto, Sconfinare, Il Corriere delle Migrazioni.

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti

Donald Trump sarà il Presidente degli Stati Uniti d’America. Al contrario di quanto previsto da tutti i media, la Clinton è stata sconfitta con un distacco nettissimo. Ed è chiara una cosa: bisogna ripensare ogni categoria politica con la quale siamo stati accompagnati negli ultimi mesi e anni. La Brexit ci ha già insegnato che le nubi nere prefigurate dallo scenario di uscita della Gran Bretagna dall’euro non sono poi così nere. E forse – e in questo andiamo volutamente controcorrente – il diavolo Trump non sarà così nefasto per gli Stati Uniti.

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Nella scelta democratica dell’elettorato, che ormai non più essere incanalata con fare sprezzante nell’ottica della becera pancia, o almeno non possiamo più limitarci a questa, gli elementi a favore del vincitore e a sfavore della sconfitta sono stati moltissimi, a partire dall’attenzione del primo alle tematiche sulla gestione interna del Paese secondo il motto America First, per finire con gli argomenti di politica estera. In quest’ultimo aspetto, non può non aver inficiato negli scarsi risultati della Clinton il suo passato come Segretario di Stato, i disastri in Libia e in Medio Oriente causati dalla sua gestione, i suoi legami coi poteri forti dell’establishment del Presidente uscente, i chiaroscuri del mailgate, sotterrato negli ultimi giorni di campagna elettorale.

Gli americani hanno preferito eleggere un Presidente che ci è stato dipinto come impresentabile – e per molti versi certamente lo è – ma che adotterà paradossalmente una politica estera probabilmente più cauta della Clinton. Trump forse erigerà il muro anti immigrazione al confine col Messico, e questo è stato un argomento che lo ha favorito enormemente negli Stati coinvolti, ma eviterà i risultati nefasti che ha prodotto la Clinton in termini di Primavera Araba, di caos libico, di espansione del Califfato e di generale incertezza internazionale, come è stato per gli ultimi otto anni con Obama. Trump, invece, oltre ad aver concentrato le sue energie propagandistiche sulle questioni domestica, offrendo la prospettiva di un’America che tornerà a essere grande, ha fornito un diverso sguardo sui rapporti con la Russia di Putin, il quale in Medio Oriente sta svolgendo il ruolo da protagonista.

In questo i media internazionali, che tanto hanno vituperato il prossimo presidente USA, hanno toppato nuovamente, screditando Trump con un argomento presentato in modo infantile: mostrarlo come il burattino di Putin, la pedina in mano al presidente russo è stato un errore doppio. Primo perché si tratta di una visione distorta, che l’elettorato ha evidentemente percepito come tale, falsificata. Secondo perché l’ammirazione di Trump verso Putin non ha fatto che rafforzare la posizione del candidato repubblicano. Gli americani hanno evidentemente preferito la garanzia di rapporti fluidi con una controparte come quella russa, nell’attuale scenario internazionale, piuttosto che frizioni ulteriori, foriere di instabilità politica internazionale dall’eventuale elezione della Clinton. Che in questo è stata già testata.

E ancora una volta i sondaggi hanno mostrato le falle sistemiche che derivano anche da un teatro mediatico impallato e incapace di leggere i fenomeni politici esistenti e in divenire.

Trump e Clinton: cosa aspettarsi veramente dalla loro politica estera

Con la conclusione del terzo ed ultimo confronto televisivo tra Hillary Clinton e Donald Trump si ha ora un quadro completo delle intenzioni dei due canditati alla presidenza degli Stati Uniti.

Trump e Clinton: cosa aspettarsi veramente dalla loro politica estera - Geopolitica.info

Luoghi comuni e media hanno forse reinterpretato le idee dei due candidati che, almeno per quanto riguarda la politica estera, sono in realtà ben diverse.

Per quanto riguarda Hillary Clinton, le decisioni assunte durante la carica come Segretario di Stato, dal 2009 al 2013, nella prima amministrazione Obama, offrono un panorama interventista che stride con quanto filtrato dai media internazionali e italiani in particolare. Molti sostengono che il suo mandato non abbia raggiunto nessun obiettivo concreto, in quanto le grandi crisi in Iran, Pakistan, Corea del Nord e Israele-Palestina erano presenti prima e sono continuate ad esistere anche dopo la sua conclusione. Altri invece affermano come la “dottrina Hillary”, ovvero il suo impegno nel portare sempre avanti i diritti umani e soprattutto l’empowerment delle donne, sia stata efficace e le abbia fatto guadagnare popolarità e ammirazione sia negli Stati Uniti che nel mondo.

Il rapporto con Obama, che inizialmente sembrava difficile, è risultato invece possibile e spesso i due si sono trovati d’accordo. Altre occasioni invece hanno visto le soluzioni proposte dalla Clinton cedere davanti alle decisioni del Presidente. Questo è il caso ad esempio delle sanzioni applicate nel 2010 all’Iran, quando la candidata democratica aveva proposto un intervento militare.

Nonostante infatti abbia suggerito molte occasioni di confronto con leader internazionali, come la visita di stato in Birmania nel 2011 per incontrare i leader del nuovo governo democratico o i molteplici viaggi in Pakistan, la politica della Clinton è stata sempre di stampo interventista.

A dimostrazione di questo c’è ad esempio il suo voto a favore dell’intervento in Iraq nel 2002 quando era ancora senatrice, o il piano elaborato con la CIA per inviare armi ed addestrare i ribelli contro Assad in Siria poi rifiutato da Obama, o ancora le missioni portate avanti dai droni in tutto il Medio Oriente e soprattutto in Pakistan per “sfoltire” la kill-list di terroristi e nemici degli Stati Uniti.

C’è da aggiungere soprattutto però il caso della Libia. I colloqui con i leader europei e nordafricani per raccogliere consensi per l’istituzione della no-fly zone e per il successivo intervento armato, furono infatti proposti e sostenuti proprio da Hillary, macchiando il suo passato con quello che Obama ha poi definito il peggior fallimento della sua amministrazione.

Le sue proposte di politica estera emerse in campagna elettorale sembrano riflettere le decisioni assunte in precedenza. Continua a sostenere ad esempio gli accordi internazionali di libero scambio e di cooperazione tra stati istituiti durante i mandati di Obama, ma anche la volontà di armare i ribelli ed i curdi nella lotta contro Assad e di portare avanti una politica di attacchi diretti contro al-Baghdadi come quelli attuati in precedenza contro i leader di Al-Qaeda. Per quanto riguarda l’Iran invece sostiene l’accordo sul nucleare siglato dall’ultima amministrazione Obama, che ritiene necessario seppur non perfetto e che implementerebbe con delle ulteriori restrizioni a causa delle recenti violazioni in ambito missilistico.

Per quanto riguarda Donald Trump invece ci si può solo basare sulle sue spesso discordanti dichiarazioni. La sua politica è decisamente non interventista, in quanto sembra ricollegare qualsiasi argomento all’economia interna ed agli sprechi in politica estera che sottraggono risorse al benessere degli Americani. Quella che lui definisce la politica della “America first”, può in realtà ridursi ad una sorta di isolazionismo.

Le sue dichiarazioni decisamente propagandistiche non si sbilanciano più di tanto e si riducono spesso ad affermazioni populiste che generano boati di approvazione nelle assemblee a cui si rivolge. È questo ad esempio il caso delle sue vaghe affermazioni riguardo il terrorismo e lo Stato Islamico, che dice di voler completamente annientare ma non indica come, giustificandosi dietro al fattore sorpresa e al vantaggio che una politica dell’imprevedibilità gli garantirebbe.

Questi sembrano essere gli unici esempi di interventismo in questioni esterne al territorio degli Stati Uniti. Per il resto infatti Trump critica qualsiasi accordo o politica che siano stati fatti in precedenza, a partire dagli accordi internazionali di libero scambio che sarebbero da rinegoziare se non abolire, fino a giungere alla NATO ed alle Nazioni Unite. Il candidato repubblicano infatti definisce entrambe le organizzazioni “obsolete” ed afferma che dovrebbero occuparsi di terrorismo e non di politiche risalenti alla Guerra Fredda che continuano a significare spese imponenti ed univoche degli Stati Uniti per la protezioni di altri stati, soprattutto europei.

C’è poi la soluzione che propone per la Siria, ovvero l’istituzione di zone protette per i rifugiati completamente a spese della Germania e dei paesi del Golfo, ed il completo ritiro delle forze statunitensi in quanto fino ad adesso la politica di Obama e della Clinton ha solo fatto unire Damasco, Teheran e Mosca nella lotta contro lo Stato Islamico facendo sembrare la grande potenza americana debole agli occhi del mondo.

La questione dei rapporti con la Russia e con Putin è più delicata, anche conseguentemente alle recenti accuse da parte dell’intelligence statunitense per l’intromissione nelle elezioni e per l’attacco informatico contro il Partito Democratico. Il miliardario newyorkese ha infatti affermato di voler tentare il dialogo con un paese che è sempre stato dipinto come nemico e di essere sicuro che un accordo sia necessario, e non solo per sconfiggere il terrorismo.

A conclusione del quadro sulle proposte di politica estera di Trump, c’è la sua convinzione che tutto sia riducibile alla convenienza e agli interessi statunitensi: per le relazioni con gli stati basarsi sull’amicizia questi stessi hanno dimostrato negli anni; smettere di comprare il petrolio dei paesi arabi se questi non si impegnano nella lotta allo Stato Islamico; ed infine abbandonare il ruolo di protettore del mondo assunto dagli Stati Uniti negli ultimi anni ritirando le proprie forze armate dagli stati che non partecipano alla gestione delle spese.

Indubbiamente i due candidati sono fautori di una politica estera estremamente diversa, ma c’è sicuramente da considerare anche una serie di fattori che potrebbero influenzare le loro azioni. Primo tra tutti, il clima da campagna elettorale, che obbliga i candidati a delle dichiarazioni mirate alla soddisfazione dei propri potenziali elettori. Inoltre, le situazioni di crisi in rapido stravolgimento specialmente in Medio Oriente, potrebbero comportare un cambiamento di rotta da qui a pochi mesi. Infine in parte tutto dipenderà anche dal tipo di maggioranza che si andrà a formare al Congresso successivamente alle imminenti elezioni, in quanto il bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione Americana garantisce a quest’ultimo larghi poteri, anche di veto, nei confronti della politica del presidente.

 

E se vincesse Trump? Le possibili conseguenze per il Messico

Nella prima metà di settembre Donald Trump era considerato da più parti addirittura in vantaggio su Hillary Clinton. È passato un mese, e la situazione è completamente diversa: gli ultimi sondaggi, quelli realizzati dopo il dibattito televisivo del 26 settembre, lo danno indietro di diversi punti percentuali rispetto alla sua avversaria, e i recenti scoop del New York Times e del Washington Post di certo non lo aiuteranno a riguadagnare consensi.

E se vincesse Trump? Le possibili conseguenze per il Messico - Geopolitica.info

All’8 novembre manca poco meno di un mese, ma il candidato del Partito Repubblicano ha certamente ancora la possibilità di vincere le elezioni e diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. E se ci si immagina un Donald Trump seduto nello Studio ovale è impossibile non domandarsi quali ripercussioni la sua presidenza potrebbe avere sul vicino Messico, visto quanto peso ha avuto questo paese nel suo programma elettorale.

La promessa del «grande, bellissimo muro» da costruire a spese dello stato messicano lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico è certamente la dichiarazione più famosa di Donald Trump. Nelle intenzioni dell’imprenditore, la parete di cemento armato servirebbe a tenere lontani migranti e narcos e sarebbe alta ben 19 metri (ma Trump ne altera le dimensioni praticamente ad ogni dibattito) e lunga circa 3.000 chilometri, mentre il suo costo oscillerebbe tra i 10 e i 12 miliardi di dollari. Diversi esperti hanno però contestato questo preventivo, sostenendo che i reali costi di realizzazione sarebbero ben più alti, e ammonterebbero a 25 miliardi di dollari: una spesa insostenibile per qualunque stato, Stati Uniti compresi. Ovviamente, sia l’attuale presidente messicano Enrique Peña Nieto che i suoi predecessori Fox e Calderón hanno fermamente e ripetutamente dichiarato che non accetteranno mai di pagarne la costruzione.

Ma il progetto di un muro lungo la frontiera è irrealizzabile anche per ragioni ecologiche. Una barriera fisica tra Messico e Stati Uniti impedirebbe gli spostamenti e le migrazioni di oltre ottocento diverse specie animali, comprese alcune a rischio di estinzione, come il giaguaro, il bighorn e l’antilocapra. Diversi accordi bilaterali tra Stati Uniti e Messico impongono inoltre il divieto assoluto di costruzione lungo il corso del Río Bravo, il grande fiume che funge da “confine naturale” tra i due stati.

Oltre a non rappresentare uno scoglio insormontabile né per quei migranti illegali che Trump ha criminalizzato (e che ha detto di voler deportare in massa) né tantomeno per il narcotraffico, il muro potrebbe rivelarsi addirittura dannoso per la stessa economia statunitense, perché ostacolerebbe quel florido mercato frontaliero fatto di lavoratori e di commercio. Il valore dell’interscambio commerciale con il Messico (terzo più grande partner degli Stati Uniti e secondo principale mercato per l’export) ammonta infatti ad un miliardo di dollari al giorno circa e dà lavoro – direttamente o indirettamente – a quasi cinque milioni di americani. La dipendenza economica dalla frontiera si fa ancora più forte per stati come il Texas e la California: basti pensare all’area metropolitana internazionale di San Diego-Tijuana, divisa tra la California statunitense e la Bassa California messicana, importantissimo centro manifatturiero e tecnologico.

In caso di vittoria, Donald Trump ha anche promesso ai suoi elettori che si impegnerà per una completa rinegoziazione – o addirittura per l’abbandono – del NAFTA, l’accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico entrato in vigore nel 1994. Secondo Trump il NAFTA – definito «il peggiore accordo commerciale della storia» – avrebbe danneggiato profondamente l’economia e i lavoratori statunitensi, incentivando le aziende americane a dislocare i propri stabilimenti in Messico per approfittare del minor costo della manodopera locale. Misurare l’impatto complessivo del NAFTA, e quindi stabilire se abbia portato benefici o svantaggi, è molto difficile per mancanza di dati certi e di metodologie precise, ma certamente la realtà delle cose è molto più complessa di come viene presentata da Trump: proprio grazie al NAFTA il valore dell’export statunitense in Messico è aumentato sensibilmente, passando dai 41 miliardi e mezzo di dollari del 1993 agli oltre 240 del 2014, e dal 1994 ad oggi l’interscambio commerciale complessivo tra i due paesi si è triplicato. Non mancano ovviamente i lati negativi: in Messico, su tutti, deregolamentazione del mercato e scarsa attenzione ai diritti dei lavoratori; negli Stati Uniti perdita di posti di lavoro in vari settori labor-intensive.

Che Donald Trump riesca o meno a farsi eleggere presidente, comunque, la campagna elettorale americana genera così tanto nervosismo nei mercati che il Messico sta vedendo danneggiata la sua economia già da ora: più il candidato repubblicano è percepito in vantaggio su Clinton, più la valuta messicana – il peso (Mex$) – perde valore. Trump non è ovviamente l’unico responsabile della debolezza del peso, che da più di un anno sta vivendo un periodo di sensibile svalutazione rispetto al dollaro statunitense: influisce molto anche la caduta del prezzo del petrolio (di cui il Messico è il decimo produttore mondiale) e una più generale tendenza degli investitori a spostare i propri capitali dal Messico agli Stati Uniti per approfittare degli alti tassi di interesse applicati dalla Federal Reserve. Ma l’“effetto Trump” è innegabile e talmente determinante che il peso si è ad esempio rafforzato del 2% solo durante il confronto televisivo del 26 settembre – indiscutibilmente vinto da Hillary Clinton –, passando da 19,9 Mex$ per 1 dollaro prima a 19,5 Mex$ circa dopo.

Il presidente Peña Nieto sta cercando di rassicurare i mercati sulle condizioni dell’economia e della moneta messicana, ma l’ottimismo è tutt’altro che il sentimento più diffuso. Si teme al contrario che una ipotetica presidenza Trump possa far piombare il Messico in una profonda crisi di recessione e innescare una caduta del PIL del 4,9% soltanto nel primo anno, provocata a sua volta da una massiccia fuga di capitali e dal crollo dei consumi interni e delle esportazioni verso gli Stati Uniti, principale partner commerciale. Trump ha anche minacciato che bloccherà tutte le rimesse dei lavoratori immigrati verso i propri paesi d’origine, e il Messico è lo stato latinoamericano che più beneficia di questo fenomeno, con circa 24 miliardi di dollari nel 2015. Il Messico dipende inoltre ancora troppo dal NAFTA e dal mercato nordamericano: un buon 35% dei posti di lavoro in Messico è intimamente legato al commercio estero, e nel 2015 il 73% delle esportazioni si rivolgeva ai soli States (contro il 79% del 1993).

Se vuole contrastare efficacemente Trump, il Messico ha bisogno di un approccio deciso: deve innanzitutto controbattere alla retorica trumpiana, smentirne le affermazioni false e ricordare agli investitori americani e agli elettori quale ruolo importante rivesta per la buona salute dell’economia degli Stati Uniti. La linea intrapresa dal presidente Peña Nieto e dal suo gabinetto di governo è però – opposizione al muro esclusa – molto moderata e apparentemente passiva, tutta attenta a non attaccare personalmente Trump per evitare di compromettere troppo i (preziosi) legami commerciali con gli Stati Uniti in caso di una sua vittoria.

Trump vs Clinton: conquistare gli indecisi

Chi si aspettava che il primo faccia-a-faccia televisivo tra il candidato repubblicano Donald Trump e la candidata democratica Hillary Clinton segnasse una drastica inversione di tendenza rispetto agli schemi narrativi della campagna elettorale USA2016 è rimasto certamente deluso, così come chi pensava invece che non ci sarebbe stato alcun elemento di novità rispetto al “già visto e sentito” negli ultimi mesi. Il dibattito televisivo di questa notte rientra infatti in quel percorso di “fisiologica evoluzione” che contraddistingue ogni campagna presidenziale statunitense nel momento in cui essa raggiunge la propria “fase calda”: nel momento, cioè, in cui i candidati non si rivolgono più soltanto al proprio elettorato consolidato (che, come tale, non ha più bisogno di essere convinto, quanto piuttosto di essere conservato), ma anche – e forse soprattutto – a quell’ampia platea di indecisi (tra i due candidati o, a monte, tra il voto e il non-voto) nelle cui mani, ancora una volta, passano le sorti del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Trump vs Clinton: conquistare gli indecisi - Geopolitica.info

Come facilmente prevedibile, a caratterizzare questo primo faccia-a-faccia è stato dunque il passaggio dalla centralità del consolidare a quella del conquistare, ed è rispetto a questo shift che i due candidati sono stati costretti a intervenire sulla propria strategia comunicativa.

Fin dal giorno della loro “discesa in campo”, tanto Hillary quanto “The Donald” si sono infatti proposti agli elettori con un fisico, un carattere e uno stile ben definiti, che si riassumono perfettamente nei ruoli de “Il Presidente” e “Lo Sfidante”: da una parte, dunque, Hillary, candidato in pectore dei Democratici dal giorno in cui, otto anni fa, invitò un partito diviso a compattarsi attorno al giovane senatore dell’Illinois Barack Obama, che le regole della democrazia avevano indicato come candidato dell’Asinello; dall’altra parte un Trump irriverente, debordante, assolutamente unconventional nel suo essere e nel suo modo di esprimere le idee e i valori del Grand Old Party.

La “fisiologica evoluzione” cui accennavamo poc’anzi è andata a incidere proprio su questi due caratteri all’apparenza così ben definiti, obbligando i due candidati a misurarsi su un terreno per molti versi “inconsueto” rispetto a quanto fin qui fatto.

Sovente accusata di essere espressione dell’establishment politico, Hillary si è infatti presentata davanti alle telecamere continuando sì a incarnare il suo essere “donna delle Istituzioni”, ma da stanotte espressione di un’Istituzione aggressiva e battagliera. Un approccio perfettamente sintetizzato nel tailleur rosso indossato per l’occasione: abito “da lavoro”, rassicurante per il suo elettorato storico – perché il tailleur è l’abito che più connota la Clinton, al punto che lei stessa ironizza sulla cosa nella propria bio su Twitter (“pantsuit aficionado”) –, ma di colore rosso. E il rosso, si sa, è il colore che, da sempre, connota tanto l’Istituzione (perché tradizionalmente simbolo di regalità) quanto i rivoluzionari, e nel contempo il colore che, in televisione, arriva quasi ad annullare qualsiasi altro colore, tanta è la sua capacità di attrazione dell’occhio umano.

Per contro Donald Trump, di cui in questi ultimi mesi è stata costantemente messa in discussione la capacità di essere qualcosa di diverso da uno sfidante, ha invece provato ad abbassare i toni della sua campagna, o meglio a passare da un approccio caratterizzato dall’uso ricorrente di slogan a un approccio fondato sul confronto sui contenuti. Anche in questo caso, le scelte di abbigliamento sono tutt’altro che poco significative: se Hillary si appropria infatti del rosso tipico dei Repubblicani, Donald sceglie infatti il blu democratico, che esprime tanto l’esigenza di rassicurare chi ha timore della sua irruenza quanto il desiderio di “fare l’occhiolino” a quell’elettorato democratico che, pur di non votare la Clinton, sta riflettendo sulla possibilità di mandare alla Casa Bianca il vulcanico Trump.

C’è da chiedersi, ovviamente, chi dei due candidati abbia saputo meglio interpretare questo fisiologico cambiamento. Su questo punto, analisti e sondaggisti non sembrano avere dubbi: a prevalere è stata Hillary, che dopo una prima fase di sostanziale equilibrio, ha ingranato la marcia staccando il proprio avversario. Ben più interessante, tuttavia, è chiedersi dove Hillary abbia costruito la propria vittoria, e qui le opinioni tendono a diversificarsi. Personalmente, ritengo che la chiave di volta del dibattito sia stata nel momento in cui ciascuno dei due candidati ha puntato il dito contro ciò che connota maggiormente il proprio avversario. “Perché non lo hai fatto durante i trent’anni che sei stata al governo?”, ha infatti più volte domandato Trump alla Clinton, puntando il dito sul suo essere espressione del “vecchio”, laddove egli incarna invece il “nuovo”: accuse che, tuttavia, a Hillary hanno servito su un piatto d’argento la possibilità di ribadire la propria competenza rispetto a un “neofita” della politica quale Trump non ha mai rinnegato di essere. Per contro, Trump non ha potuto controbattere efficacemente alle accuse della Clinton in merito alla sua scelta di non divulgare le proprie dichiarazioni dei redditi, e questo non per demerito suo, quanto per merito della sua avversaria, che non ne ha fatto soltanto una questione di mancato pagamento delle tasse, quanto piuttosto un problema di credibilità. Agli americani importa poco, infatti, se si è partiti dal mitico cent di zio Paperone o dai 500mila dollari del primo investimento di Donald: essi sono, da sempre, incredibilmente sensibili all’immagine dell’uomo che ha saputo far fruttare il proprio talento iniziale, e Hillary – con le sue accuse – ha minato proprio questa immagine di Trump, un uomo che non vuole dichiarare i propri redditi non perché ha dei conti in sospeso con il fisco, quanto piuttosto perché i suoi successi professionali sono assai più modesti di quanto egli abbia fatto credere.

E gli americani – posto che, pur affascinati dagli sfidanti, alla Casa Bianca pretendono un presidente – normalmente scelgono un presidente che, prima di tutto, ispiri loro fiducia: una fiducia che ieri sera l’“aggressiva Hillary” è riuscita a trasmettere molto più di quanto non abbia saputo fare il “moderato Donald”.

Presidenziali americane: cosa leggere tra le righe dei sondaggi

Per chi dovesse essersi preso una vacanza dal dibattito sulle elezioni americane i dati odierni dei sondaggi sulla corsa alle presidenziali dell’8 novembre potrebbero risultare sorprendenti: secondo FiveThirtyEight.com ad oggi i due candidati sarebbero separati da circa diciassette punti percentuali in favore della Clinton. Certamente non pochi, ma vale la pena ricordare che in agosto il vantaggio della leader democratica aveva altre proporzioni.

Presidenziali americane: cosa leggere tra le righe dei sondaggi - Geopolitica.info (cr: Jay LaPrete/Getty Images)

L’analisi spicciola delle intenzioni di voto registrate dai sondaggisti americani negli ultimi mesi sembrerebbe rivelare incertezze nelle opinioni degli americani riguardo chi dovrà sostituire Barack Obama alla Casa Bianca. Fuori da ogni dubbio che la proposta democratica riscontri e abbia finora sempre riscontrato maggior successo di quella repubblicana nella guerra dei sondaggi, ma è altrettanto vero che il margine tra le due ha subito nell’arco dei mesi cambiamenti repentini.

Sulla base dei dati dell’aggregatore, a giugno il già segretario di Stato Clinton poteva contare su  un vantaggio di oltre trenta punti nelle chance di vittoria che lasciava presagire un risultato scontato. Eppure, col protrarsi dell’estate un inaspettato colpo di coda di Trump riusciva a ridurre progressivamente il distacco fino a minimizzarlo a questione di pochi decimali – 0,2% al 30 luglio – tra lo stupore dei media nazionali e d’oltreoceano. Tuttavia, con lo stesso stupore i commentatori di tutto il mondo constatavano in pieno agosto che le pagine del New York Times proclamavano un’imminente trionfo per acclamazione di Hillary Clinton: circa l’87% delle possibilità di diventare Presidente, una partita ormai definitivamente chiusa.

A cosa imputare quest’incertezza? Un primo suggerimento arriva dalla politica di casa. Donald Trump  tanto ricco quanto ignorante e sprezzante del galateo politichese incarna perfettamente il modello di candidato anti-sistema disprezzato dal sentito comune, ma sostenuto nel segreto dell’urna. Puó ricordare la dinamica vissuta in Italia durante la parabola ascendente di Silvio Berlusconi, come pure l’improvviso exploit del Movimento Cinque Stelle nell’ultima tornata per il rinnovo del parlamento, quando più di un quarto degli elettori ha votato per il non-partito di Beppe Grillo senza darsi pena di avvertire per tempo gli istituti statistici.

Non casualmente già in maggio Thomas Edsall sul NTY si chiedeva quante persone sostenessero l’immobiliare più famoso d’America senza volerlo ammettere in pubblico in quanto candidato ancora “socialmente poco accettabile”. Va da sé allora che qualsivoglia rilevazione degli umori elettorali dovrebbe essere pesata sulla base delle modalità – intervista frontale, intervista telefonica, web – con cui è stata condotta, tenendo a mente che dato quanto premesso l’attendibilità delle prime potrebbe essere compressa.

Il secondo fattore, per lo più vincolato al primo, lo esplicita Jon Weiner sulla più antica tra le riviste statunitensi, The Nation, e attiene alla natura dei campioni delle rilevazioni condotte. Rilevamenti condotti considerando valide solo le opinioni di chi si è già recato al voto nelle due precedenti elezioni presidenziali tagliano fuori quell’elettorato astensionista che potrebbe essere richiamato al seggio dal candidato anti-sistema. Dipende quindi dal criterio dei “likeky voters”.

Al dunque se ne può solo trarre che a un mese e poco più dal voto e alla vigilia del primo confronto televisivo il risultato è tutt’altro che scontato.