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Tra la Germania e la Russia, Washington guarda a Varsavia

La scorsa settimana il Presidente polacco Andrzej Duda ha visitato l’omologo americano Donald Trump, diventando il primo leader di un Paese straniero ad incontrarsi col Presidente statunitense dall’inizio della pandemia. L’evento è alquanto significativo, poiché, oltre a dare ulteriore dimostrazione dell’importanza delle relazioni bilaterali tra Varsavia e Washington, ha portato alla redazione di una Dichiarazione Congiunta che ha evidenziato alcuni aspetti chiave del rapporto tra i due Paesi.

Tra la Germania e la Russia, Washington guarda a Varsavia - Geopolitica.info

Innanzitutto, la Dichiarazione fa riferimento alla necessità di tenere ben presenti principi quali democrazia, libertà, condivisione di valori comuni in tempi duri come quelli dettati dall’emergenza virus. È interessante osservare come il documento verta poi su aspetti più strettamente geopolitici, nelle righe successive: la cooperazione in seno alla NATO, la collaborazione militare, le azioni di deterrenza. In particolare, quest’ultimo punto fa chiaro riferimento ai confini orientali dei Paesi dell’Alleanza, implicitamente riferendosi alla Russia. Si aggiunge poi il richiamo all’iniziativa Trimarium, un progetto di investimenti destinati al settore dei trasporti, dell’energia e dell’IT nel quale gli Stati Uniti hanno molto interesse. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla futura partnership tramite la quale gli Stati Uniti forniranno gas naturale liquido alla Polonia, in un’ottica di diversificazione e potenziamento del settore energetico il cui scopo è quello di svincolarsi dalla dipendenza dalla Russia.

La Dichiarazione Congiunta non presenta nessuna novità sostanziale. Essa riprende il Memorandum redatto a giugno 2019, ripropone i temi inclusi nella Dichiarazione Congiunta dello scorso settembre, ribadisce l’importanza della cooperazione tra Washington e Varsavia. Tuttavia, a leggere tra le righe, la Dichiarazione risulta essere un importante messaggio rivolto principalmente a due attori al momento scomodi per Trump, ovvero Germania e Russia.

Per quanto riguarda la prima, è noto quanto il Presidente americano sia intenzionato a mettere pressione alla potenza “egemone” in Europa per diminuirne l’influenza. Non si parla, ovviamente, di competizione tra le due potenze, ciononostante, l’intenzione di ritirare una parte dei 9.500 soldati stanziati in Germania come “punizione” per il mancato raggiungimento della quota minima destinata alla spesa militare – così come indicato dal Trattato Nordatlantico – apre le porte ad un possibile trasferimento del contingente, o parte di esso, in territorio polacco. Vero è che al momento gli Stati Uniti hanno proferito un debole “forse” alla possibilità di concretizzare il piano. In quest’ottica, tuttavia, il ruolo della Polonia come partner preferenziale all’interno dell’Unione Europea potrebbe rinforzarsi. Inoltre, la volontà di installare centrali nucleari per la produzione di energia in territorio polacco, con il supporto di investimenti ed expertise americani, potrebbe sancire un ulteriore passo in avanti nella cooperazione bilaterale.

Entra dunque in gioco il rapporto con la Russia, per la quale l’introduzione del nucleare americano in Polonia equivarrebbe ad una diretta e chiara provocazione. In questo momento, gli Stati Uniti non mostrano un atteggiamento univoco verso la Russia, ma i segnali di allontanamento sono innumerevoli. A partire dal regime sanzionatorio in essere dal 2014 per l’annessione/occupazione della Crimea, passando poi alle contradditorie dichiarazioni di Trump verso il Cremlino, senza dimenticare l’esplicita avversione per la collaborazione tra i Paesi Membri dell’UE e la Russia (vedasi, per esempio, il tentativo di bloccare la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2). Questi semplici esempi porgono un’immagine piuttosto fosca delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, la quale non perde occasione per attirare su di sé sospetti e accuse. Tra il 29 e il 30 giugno, infatti, un’ulteriore conferma è arrivata da un articolo del New York Times nel quale viene rivelato che i servizi russi di stanza in Afghanistan avrebbero offerto taglie ai taliban per colpire soldati americani. La questione è molto seria ed evidenzia ancora una volta il difficile rapporto tra Washington e Mosca. Un eventuale dispiegamento di testate nucleari in Polonia, a fianco alla progettazione di centrali nucleari a scopi civili, diverrebbe una mossa molto azzardata anche per lo stesso Trump, che, così facendo, rischierebbe una pericolosa escalation con il Paese guidato da Putin. Al momento, il sogno polacco di ottenere un tale strumento di deterrenza rimane tale. Tuttavia, è utile tenere sotto osservazione lo sviluppo dei legami tra gli Stati Uniti e i Paesi mitteleuropei: le dichiarazioni congiunte come quella della scorsa settimana nascondono messaggi tra le righe la cui interpretazione è di fondamentale importanza.

Per la Polonia, la Russia rimane un avversario e un competitor da tenere il più distante possibile. Per gli apparati americani, il pivot polacco è un utile strumento da utilizzare a proprio favore. Come Trump intenda conciliare lo stato profondo e il suo atteggiamento verso il Cremlino con la volontà di svincolarsi da meccanismi da Guerra Fredda rimane oggetto di speculazioni sul futuro.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

È davvero “eccezionale” la figura di Donald Trump? Alcune similitudini con Richard Nixon

È davvero “eccezionale” la figura di Donald Trump? Alcune similitudini con Richard Nixon - Geopolitica.info

«Nulla di nuovo accade sotto il sole». È una delle immagini più care al pensiero realista ma, probabilmente, rischia di deviare lo studioso di Relazioni internazionali verso il binario di un determinismo privo di speranza. Senza scomodare la saggezza del Qoelet, per comprendere la portata dei mutamenti di interazione tra le grandi potenze risulta probabilmente meno impegnativo far ricorso al Mark Twain de «la storia non si ripete mai, ma qualche volta fa rima con sé stessa».

Questa citazione fornisce il destro per riflettere sulle cause e sugli obiettivi dell’approccio strategico agli affari globali dell’Amministrazione Trump. È quanto mai necessario riflettere su questo tema poiché buona parte della pubblicistica, quando non assume le sembianze di una perizia psichiatrica, finisce perlomeno con l’attribuire al presidente in carica delle doti che – le si intenda in negativo o in positivo – risultano comunque eccezionali. In tale prospettiva, il tycoon sarebbe l’artefice di una svolta epocale nella politica estera americana, che trova la sua sintesi migliore nell’America first. I ragionamenti che usano questa formula come punto di partenza sembrano sempre sottintendere che i predecessori di Trump non perseguissero l’obiettivo di mantenere gli Stati Uniti in vetta alla piramide del potere e del prestigio internazionale dopo la fine della Guerra fredda. A inficiare questa lettura, intervengono alcuni testi diventati ormai dei classici delle Relazioni internazionali del post-Guerra fredda, come The Unipolar Moment di Charles Krauthammer (1991), Preserving the Unipolar Moment di Michael Mastanduno (1997) o After Victory di John Ikenberry (2001), che confermano ampiamente come la strenua volontà di difendere lo status quo sia stata la cifra distintiva della politica estera americana sin dall’inizio degli anni Novanta.

Il ricorso al ritornello dell’America first come incipit di queste analisi, inoltre, presenta anche una seconda criticità. Quella di compiere una spregiudicata operazione di maquillage sul fatto che, non diversamente da Trump, anche Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama arrivarono alla Casa Bianca promettendo ai loro concittadini tagli esemplari sugli impegni internazionali del Paese e l’investimento all’interno dei confini americani di quantità crescenti del denaro dei contribuenti. Solo a titolo di esempio, si ricordino i due slogan che segnarono la campagna presidenziale del 1992 e che furono entrambi immaginati per correggere il tiro sull’engagement globale prefigurato dalla Guerra del Golfo (1990-1991). A compensazione del Desert storm in Iraq i repubblicani proposero il lancio di una Domestic storm, mentre i democratici fecero ricorso al ben più tagliente It’s the economy, stupid.  Tornando al giorno d’oggi, non si può negare che la grammatica e la retorica di Trump siano state molto più urticanti di quelle utilizzate dai primi tre presidenti eletti in seguito al collasso sovietico, così come il suo stile è stato fuori di dubbio meno istituzionale. Al netto delle forme, di cui nessuno vuole sottovalutare l’importanza, non dimentichiamoci però della sostanza.

È su questo punto che, nella maggior parte delle riflessioni, fa sistematicamente capolino il “presentismo”. Tale impostazione è, di fatto, un modo di interpretare l’azione dei leader politici attraverso il prisma dell’eccezionalismo. Tuttavia, agli occhi di chi scrive, è un tipo di approccio ai problemi della politica internazionale foriero di errori esiziali, perché alimenta la tendenza a considerare ogni momento storico come unico, irriducibile a schemi di interazione contraddistinti da regolarità e, soprattutto, come il prodotto – nel bene o nel male – dello sforzo titanico di personaggi che risultano sempre essere dei game changer. All’interno di questo paradigma interpretativo, nessun ruolo, se non di tipo incidentale, è attribuito a fattori strutturali come la redistribuzione delle risorse materiali e immateriali tra gli Stati.

Pertanto, i numerosi osservatori che attribuiscono a Trump la capacità di aver stravolto il “vecchio” approccio strategico americano – come se poi negli ultimi quindici anni avesse prodotto risultati egregi o fosse stato esente da critiche altrettanto sferzanti (nessuno già ricorda più l’accusa di neoimperialismo che fu il refrain degli anni Novanta e Duemila) – tendono a spiegarne le scelte senza attribuire alcuna importanza al contesto politico-strategico al cui interno hanno preso forma. Così facendo, cadono nella trappola di maneggiare i vincoli posti dal mondo con cui si sta confrontando l’Amministrazione in carica come se fossero i medesimi con cui interagirono l’Amministrazione Clinton e l’Amministrazione Bush. Pertanto, dimenticano che, negli anni Novanta, le principali minacce all’ordine liberale furono i narcos colombiani, i warlords somali e la Serbia di Milosevic, mentre oggi sono due grandi potenze come la Cina e la Russia. Oppure si tralascia il fatto che nell’immediato post-Guerra fredda gli Stati Uniti erano in grado di compiere operazioni a costo zero come la Allied force in Kosovo, mentre ora stanno faticosamente tentando di tirarsi fuori dai pantani afgano e iracheno. Una volta che si è stati colti da questo abbaglio, naturalmente è impossibile sottrarsi alla tentazione di psicanalizzare Trump e i suoi sodali, piuttosto che cimentarsi con un’analisi politologica.

Come consigliano Alexander Cooley e Daniel Nexon nel loro ultimo Exit from Hegemony, se si considerasse Trump come un sintomo dell’instabilità dell’ordine internazionale e non come una patologia allora sarebbe più facile comprendere le ragioni del mutato approccio strategico – efficace o meno che sia – per cui ha optato questa Amministrazione. Così come sarà possibile identificare i tanti elementi di continuità della politica estera dell’Amministrazione Trump con quella dell’Amministrazione Obama. Su tutti, la comune volontà di rilanciare l’egemonia globale degli Stati Uniti, il tentativo di riequilibrare il rapporto tra impegni e risorse chiedendo agli alleati un contributo non solo formale e la scelta del retrenchment. Sia Trump che Obama, infatti, si sono confrontati con un mondo segnato dall’impasse americana in Afghanistan e Iraq, dalla fallimentare gestione di Washington della crisi economico-finanziaria degli anni 2007-2011, dal declino del modello politico ed economico americano e dalla mancata integrazione di Pechino e Mosca nell’ordine liberale.

Se similitudini tra le scelte strategiche degli ultimi due presidenti, seppur generalmente taciute, sono praticamente auto-evidenti, molto meno immediato è il parallelismo tra Trump e l’altro presidente americano la cui figura, nell’ultimo secolo, è stata avvolta da una vera e propria “leggenda nera”. Si fa riferimento, ovviamente, a Richard Nixon. Il parallelo non è dettato dalla loro comune esperienza di “quasi impeachment”. Questo fattore, per quanto importante, rappresenta comunque una variabile interna e non strutturale, che risulta comunque più che compensata dall’estrema differenza in termini di cultura politica e vissuto personale, nonché di rapporto con il Partito Repubblicano, che intercorre tra questi due presidenti. Piuttosto si fa riferimento ad alcuni mutamenti intervenuti nell’ambiente internazionale durante i loro rispettivi mandati, che hanno verosimilmente concorso alla maturazione di alcune loro decisioni per certi versi analoghe.

Se Trump si è confrontato con il dilagare dell’ISIS in Medio Oriente, Nixon è giunto alla Casa Bianca al culmine di un disastro militare in corso. Si fa naturalmente riferimento al Vietnam, che mise in discussione il primato militare americano e rafforzò il mito della proiezione di potenza sovietica. Se Trump è incappato nella crisi economica provocata dal COVID-19, Nixon si confrontò con i guasti innescati dalla crisi petrolifera del 1973. Si ricordi, infatti, che anche allora gli Stati Uniti non si dimostrarono capaci di stabilizzare i mercati internazionali e, anzi, vennero percepiti come interessati solo a limitare i danni alla loro economia. Se Trump ha assistito alla torsione revisionista della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa, Nixon si trovò al cospetto di un’Unione Sovietica al culmine del suo potere internazionale. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, infatti, Mosca spinse l’acceleratore della competizione con gli Stati Uniti, sostenendo i suoi proxy in tutto il mondo e, in particolare, in due quadranti strategici come l’America Latina e il Medio Oriente. Infine, come Trump ha sperimentato un’erosione del differenziale di potere economico con la Cina, Nixon si imbatté nell’impennata della potenza sovietica dopo la sua momentanea vittoria nella corsa allo spazio, i successi riportati come leader del processo di decolonizzazione, l’agevole repressione del dissenso all’interno del suo sistema di alleanze e i benefici generati dall’internazionalizzazione del suo settore energetico.

Di fronte a un mutamento di interazione di segno simile, sebbene quello che prese forma tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu molto più intenso di quello in atto, sono riscontrabili alcune analogie nelle risposte delle due Amministrazioni. Sia Nixon che Trump hanno scelto di abbandonare taluni impegni presi nella cornice dell’ordine liberale. Il primo abolì nel 1971 il gold exchange standard così come previsto dagli accordi di Bretton Woods, il secondo ha lanciato una vera e propria sfida alla legittimità dell’ONU e ha ritirato gli Stati Uniti da una delle sue più importanti agenzie come l’OMS. Sia l’Amministrazione Nixon che quella Trump, inoltre, posti di fronte a una minaccia incombente sull’ordine guidato da Washington e, di conseguenza, sulla sicurezza americana, hanno sostanzialmente rinunciato al progetto della diffusione della diffusione della democrazia. L’esempio più noto della preferenza della presidenza Nixon per i regimi “inoffensivi”, ovvero più facilmente controllabili, piuttosto che per quelli democratici è il caso del Cile nel 1973. Trump, dal canto suo, ha firmato una National Security Strategy nel 2017 in cui si afferma che i valori, gli stili di vita e i modelli liberali «non possono essere imposti agli altri, né rappresentano il culmine inevitabile del progresso», azzerando così il ruolo del democratic enlargement clintoniano come perno della grand strategy americana del post-Guerra fredda. Infine, sia Nixon che Trump, di fronte alla minaccia sempre più incombente di una potenza revisionista hanno cercato di relativizzare l’inimicizia con l’avversario meno preoccupante – Pechino nel primo caso e Mosca nel secondo – per evitare che l’intera massa eurasiatica si saldasse contro gli Stati Uniti. Va ricordato, tuttavia, che l’intervento sulla scena del Russiagate ha impedito al presidente in carica di realizzare una politica di reset nelle relazioni con il Cremlino come quella attuata – per altre ragioni – da tutti i suoi predecessori.

Le numerose analogie tra il contesto strategico-politico con cui le presidenze Nixon e Trump hanno interagito e tra alcune scelte intraprese per farvi fronte trova conferma nella letteratura delle Relazioni internazionali. Non è un caso che così come negli anni Settanta-Ottanta, anche nell’ultimo lustro si siano diffusi gli studi sull’egemonia. Questi rappresentano, anzitutto, dei tentativi di cogliere le cause profonde del declino americano e di individuare gli strumenti più efficaci per arrestarlo. Dalla prima fase di questo filone di studi sono giunte a noi alcune opere che ancora oggi rappresentano delle letture imprescindibili per chiunque si affacci alla disciplina delle Relazioni internazionali. Molte di queste, nonostante avessero colto l’essenza del problema del rapporto tra l’egemone e le potenze revisioniste, peccarono di scarsa capacità previsionale. Prospettarono, infatti, lo scenario cupo della vittoria dell’Unione Sovietica. Anche le opere contemporanee sembrano essere connotate dallo stesso pessimismo. Di tanto in tanto, tuttavia, varrebbe la pena ricordare che “crisi” dell’egemonia americana non è un sinonimo di “fine” dell’egemonia americana. Viste gli scenari alternativi, speriamo che si sbaglino anche stavolta.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info

Trump e il difficile rapporto con la Cina e l’OMS

Novembre 2019. Siamo ancora inconsapevoli, perlomeno noi comuni cittadini, della tempesta che si abbatterà sul mondo nei mesi successivi e delle conseguenze che un tale shock provocherà su un sistema internazionale unipolare già fortemente in crisi. Nello stesso mese viene pubblicato il nuovo libro di Federico Rampini, La seconda guerra fredda, dove il giornalista illustra in modo preciso una situazione che qualche mese dopo sembra divenire sempre più reale: “E’ cominciata la seconda guerra fredda. Sarà profondamente diversa dalla prima. Cambieranno molte cose per tutti noi, nella sfida tra America e Cina nessuno potrà rimanere neutrale. L’economia e la finanza, la scienza e la tecnologia, i valori politici e la cultura, ogni terreno sarà investito dal nuovo conflitto. Dobbiamo smettere di parlare di globalizzazione come se fosse irreversibile: la sua ritirata è già cominciata. (…) Il tramonto del secolo americano e la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe.”

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L’accordo commerciale.

Nei mesi successivi la puntuale analisi viene solo parzialmente smentita dall’accordo commerciale tra USA e Cina del 15 Gennaio 2020, un accordo più volte descritto come una pace di facciata e colpevole di aver rimandato la discussione dei veri nodi che impediscono una maggiore collaborazione economica e tecnologica tra i due Stati. Nonostante ciò, il tempo per festeggiare quello che Trump aveva definito un passo avanti storico nei rapporti con la Cina non si dimostra sufficiente.

La pandemia rompe gli equilibri.

Nello stesso periodo, infatti, con un escalation cronologicamente difficile da descrivere il mondo subisce i tragici effetti della pandemia globale e alle celebrazioni si sostituisce la consapevolezza delle due superpotenze di essere di fronte ad una sfida storica fondamentale per gli sviluppi internazionali dei decenni a venire e il cui esito dipende strettamente dall’efficacia nella gestione e soprattutto nella reazione alla difficoltà. Entrano in gioco i  vari meccanismi legati alla gestione della sanità, alla tecnologia, alla futura ripartenza economica e sociale e cresce di pari passo la competizione che vede contrapposti due modelli politici antitetici e la loro capacità e prontezza nel rispondere all’emergenza: da una parte il sistema politico autoritario, dall’altro il sistema occidentale o democratico liberale. Nonostante sia impossibile compiere una categorizzazione di questo genere nella valutazione di costi sostenuti e risultati, i dati di cui fino ad oggi disponiamo sembrano però dimostrare in modo innegabile che, teorie del complotto a parte, la Cina sia riuscita a controllare in modo più risoluto gli effetti dell’epidemia. Il Ministero della Salute in data 5 giugno riporta come i casi della Cina confermati clinicamente e in laboratorio siano 84.614 con un numero di morti pari a 4.645. Negli Stati Uniti, invece, i casi sono 1.837.803 ed i morti sono 106.876, numero decisamente più alto anche della totalità dei casi che sono stati dichiarati in Cina.

L’attacco di Trump.

Se è difficile analizzare e confrontare in modo puntuale questi dati senza una certezza assoluta sulla loro veridicità, la colossale differenza emerge in modo chiaro e netto. Trump è stato a più riprese criticato per aver sottovalutato il rischio del contagio e per aver conseguentemente ritardato l’adozione di misure efficaci di contrasto, ma il Presidente americano non ha perso tempo per replicare duramente, adottando la strategia di scaricare le colpe all’esterno puntando il dito contro OMS e Cina e minacciando più volte ed in piena fase emergenziale di tagliare i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, attribuendogli soprattutto la responsabilità, in condivisione di colpe con Xi Jinping, di aver nascosto dati e informazioni reali sul virus in tutti questi mesi. Nei primi giorni di Maggio le accuse si aggravano tanto che Trump e il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo annunciano pubblicamente di avere le prove che Covid-19 sia stato prodotto nel laboratorio di Wuhan ed alcune dichiarazioni di Trump prevedono anche la possibilità di tagliare i legami con Pechino. Emerge puntuale la smentita dell’Intelligence statunitense che nega di essere in possesso di tali informazioni, ma questo non indebolisce l’attacco frontale programmato da Trump, che il 18 Maggio rende nota una lettera da lui scritta al direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus dove minaccia la sospensione senza limite di tempo di fondi e dove viene messa in dubbio la stessa adesione degli Stati Uniti all’Organizzazione. Le accuse rivolte a OMS e Cina sono severe e gravi: da una mancanza di indipendenza dell’organizzazione e un legame troppo stretto con la Cina, alla colpa dell’OMS di aver ignorato sistematicamente le notizie sulla diffusione del virus circolanti già da dicembre 2019, fino alla poca trasparenza del gigante asiatico nel periodo iniziale del contagio. Non solo lacune gestionali quindi, seguendo tali teorie, ma anche un dolo evidente che, se confermato, sarebbe sconvolgente e pericoloso.

Le risposte non si fanno attendere, a partire da quella dell’ex ambasciatore Usa in Cina (2014-17) Max Baucus, che spiega come la strategia di Trump sia quella di disegnare erroneamente la Cina come il grande colpevole che ha causato tutte le difficoltà e tutti i mali che gli americani stanno vivendo. Sulla stessa scia, ancora più chiara e forte è la risposta, alle sopra citate accuse, del portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Zhao Lijian, che il 19 Maggio definisce apertamente la lettera di Trump piena di calunnie e con il primario obiettivo di spostare la responsabilità nascondendo l’incompetenza americana nel gestire l’emergenza. Un diverso ma curioso spunto viene fornito anche dal giornalista Pierre Hansky che in un articolo ripreso da Internazionale costruisce un’interessante metafora in cui il primo termine di comparazione è il recente “piano 2025” di Xi Jinping in riferimento alla completa ristrutturazione dell’industria e alle tecnologie di cui la Cina vuole diventare leader mondiale nei prossimi anni. Il “piano 2025” viene accostato al lancio dello Sputnik nel 1957 che fece prendere coscienza agli Stati Uniti del loro ritardo sull’Unione Sovietica. Hansky pensa che la stessa logica e strategia che scaturì da quel momento storico sia quella oggi adottata da Trump per combattere il nuovo temibile avversario.

Una pericolosa escalation

I particolari nascosti sono sicuramente incalcolabili, ma ciò che è certo è che dal 15 Gennaio sono cambiate così tante cose che la definizione di Rampini utilizzata in apertura torna ad essere, forse oggi più che mai, attuale e centrata. Come riportato in un articolo del 15 Maggio di Chiara Gentili pubblicato da Sicurezza Internazionale, Trump ha recentemente dichiarato che l’ottimo affare commerciale con la Cina ora non  sembra più lo stesso, lasciando così non pochi dubbi sulla futura collaborazione tra i due Stati. Danni profondi e irreversibili nei rapporti tra le due superpotenze sarebbero una vera e propria catastrofe per le sorti dell’intero sistema internazionale perché, pur non considerando scenari di più lungo periodo, nell’immediato questa sfida sempre più accentuata compromette una più che mai vitale cooperazione internazionale. Gli sviluppi ancora più recenti, in questo senso, non sembrano andare nella direzione auspicata, come dimostra la conferenza stampa di Trump del 29 maggio in cui il Presidente americano ha annunciato pubblicamente il ritiro dall’OMS, manifestando una volta in più come l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sia ormai diventato il più adatto capro espiatorio della nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina.

E diventa sempre più complicato giudicare da cosa sia motivato il generale comportamento di Trump, se da prove o quantomeno sospetti reali o se invece dalla paura di perdere un primato e quindi da una pura e calcolata strategia. Sebbene l’ipotesi di una mancanza di dati reali sulla situazione in Cina sia azzardata, l’accusa su una presunta negligenza o proposito di occultamento senza possedere prove è un rischio enorme. Se l’obiettivo fosse quello di erodere la figura della Cina come superpotenza e potenziale alternativa al modello liberale e l’atteggiamento statunitense fosse legato esclusivamente ad una strategia di potenza “anti-declino”, la sua immagine e credibilità ne risulterebbero a fine corsa irrimediabilmente compromesse.

Gli Stati Uniti chiudono i rapporti con l’OMS

Gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell’OMS con oltre 400 milioni di dollari all’anno su un budget annuale di circa 5 miliardi: un contributo di 10 volte superiore a quello della Cina. Negli ultimi mesi però, a causa del Covid-19, i rapporti tra Stati Uniti e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono precipitati incredibilmente e, dopo aver annunciato la sospensione temporanea dei fondi, il 29 maggio Trump ha dichiarato la fine dei rapporti, con effetto immediato, con l’Organizzazione.

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La sospensione dei fondi

A metà aprile, il Presidente Trump ha annunciato la sospensione di fondi per un periodo tra 60 e 90 giorni accusando l’Organizzazione di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia da Covid-19 e di aver insabbiato, insieme alla Cina, la diffusione dell’epidemia. Il Presidente americano ha poi criticato l’OMS per non aver agito abbastanza in fretta per contenere il virus e di essersi fidata dei dati forniti da Pechino: “Se l’OMS avesse fatto il suo lavoro, facendo arrivare subito i propri esperti in Cina per valutare la situazione in modo oggettivo e denunciando la mancanza di trasparenza da parte della Cina, sarebbe stato possibile contenere l’epidemia nel suo primo focolaio. Questo avrebbe permesso di salvare migliaia di vite e di evitare danni economici a livello mondiale”. Nel frattempo, Washington ha anche portato avanti un’indagine volta ad esaminare l’effettivo ruolo dell’OMS nella gestione negativa della pandemia. Il tycoon ha sottolineato, inoltre, come non sia giusto che gli Stati Uniti contribuiscano con una cifra di oltre 400 milioni rispetto ai circa 35 della Cina, considerando che il virus “è partito da loro”.

Non sono mancate le reazioni a questa mossa di Trump. Il primo ad intervenire è stato Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, che ha criticato la decisione del Presidente americano ribadendo l’importanza dell’unità della comunità internazionale nel contrasto al virus. Anche Russia e Cina non hanno esitato a dire la loro dichiarandosi preoccupati della scelta fatta dagli Stati Uniti. Successivamente è intervenuto l’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell: “Non c’è ragione che giustifichi questa mossa, in un momento in cui gli sforzi dell’Organizzazione sono necessari sempre di più per contribuire a contenere e mitigare la pandemia”. 

La lettera al Direttore Generale dell’OMS e la risposta della Cina

Il 18 maggio si è riunita l’Assemblea Generale dell’OMS, dalla quale la stessa Organizzazione è uscita sotto inchiesta. Nella bozza di risoluzione, poi approvata da tutti e 194 i membri, si richiedeva una “valutazione imparziale, indipendente ed esaustiva” della risposta internazionale coordinata dall’OMS. Secondo i firmatari, l’esame avrebbe dovuto riguardare l’efficacia dei meccanismi a disposizione dell’OMS, il contributo dell’OMS agli sforzi dell’ONU e le azioni dell’Organizzazione e la loro tempistica rispetto alla pandemia causata dal Covid-19. 

Importante in questo contesto è stato il ruolo dell’Unione Europea che si è fatta promotrice della bozza di risoluzione per l’inchiesta. Germania e Francia hanno dichiarato di voler elaborare un piano di riforma dell’OMS con l’obiettivo di migliorare il suo lavoro di coordinamento e di ricevere informazioni in maniera più rapida qualora ci dovessero essere nuovi virus. 

Inoltre, quello stesso giorno Trump ha pubblicato sul suo profilo Twitter una lettera indirizzata al Direttore Generale dell’Organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in cui ha minacciato di rendere definitivo il blocco dei finanziamenti se entro 30 giorni l’Organizzazione non si fosse impegnata su sostanziali miglioramenti. Nel documento ufficiale, composto da 4 pagine, Trump ha elencato tutti gli errori commessi dall’OMS nella gestione della pandemia. In particolare, ha accusato l’Organizzazione di aver “sistematicamente ignorato notizie credibili sulla diffusione del virus a Wuhan ad inizio dicembre 2019 o anche prima” e diffuso informazioni imprecise o fuorvianti. Il tycoon ha poi attaccato anche la Cina per non aver informato tempestivamente l’OMS entro le 24 ore imposte dalle normative su quanto stava avvenendo a Wuhan e sul fatto che si stia continuando a rifiutare di condividere dati precisi e puntuali, tenendo per sé informazioni cruciali sul virus e le sue origini.

La risposta di Pechino è stata immediata attraverso Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri, affermando che Trump ha infangato la Cina ed ha ingannato l’opinione pubblica, cercando di deviare l’attenzione della sua risposta incompetente alla pandemia. Inoltre, durante l’Assemblea Generale, il Presidente cinese Xi Jinping è intervenuto annunciando che Pechino avrebbe donato circa 2 miliardi di dollari per combattere il coronavirus e spedire medici e forniture mediche in Africa ed in altri paesi in via di sviluppo. Il contributo, che sarà speso in due anni, equivale a più del doppio di quello che gli Stati Uniti avevano concesso all’agenzia sanitaria prima che Trump tagliasse il finanziamento americano. In particolare, molti funzionari americani, hanno visto questa mossa come un tentativo di distogliere l’attenzione sulla responsabilità cinese della diffusione del virus. 

È chiaro dunque come questa pandemia e, più in particolare la questione interna all’OMS, abbia accelerato la competizione Stati Uniti-Cina. La cosa interessante è che ogni qualvolta che Washington fa un passo indietro, Pechino sembra farne uno in avanti e proprio in questo Xi Jinping è stato in grado di sfruttare la progressiva perdita di leadership globale americana a proprio vantaggio.

La fine delle relazioni con l’OMS

I rapporti con l’OMS sono poi precipitati il 29 maggio quando Trump ha ufficialmente annunciato l’interruzione delle relazioni con l’Organizzazione, accusandola di essere sottomessa a Pechino e di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia. “Il mondo ha bisogno di risposte dalla Cina sul virus. Abbiamo bisogno di trasparenza” ha affermato il tycoon. Nel suo discorso, il Presidente ha anche ribadito la colpa della Cina riguardo alla diffusione del virus e per aver “indotto una pandemia globale” che ha causato circa 100.000 morti negli Stati Uniti. In aggiunta, ha confermato l’imposizione di nuove sanzioni alla Cina per aver “violato la sua promessa di assicurare l’autonomia di Hong Kong”. L’Unione Europea, nel frattempo, ha escluso di voler imporre sanzioni a Pechino mentre Boris Johnson si è schierato con il Presidente americano. 

Non è chiaro quanto velocemente Trump possa ritirarsi dall’OMS e se necessiti di un’approvazione da parte del Congresso, i Democratici però si sono lamentati del fatto che Trump non abbia l’autorità per tagliare i finanziamenti all’Organizzazione, accusandolo di aver reso quest’ultima un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai tentativi confusi e inadeguati di contrastare la diffusione del virus negli Stati Uniti, incluso l’ignorare mesi di avvertimenti da parte dell’intelligence americana su un’imminente minaccia.

Trump ha probabilmente ragione a notare che l’OMS abbia commesso alcuni errori nelle prime fasi della pandemia, come per esempio non forzare la Cina a consentire agli ispettori internazionali di entrare nel paese man mano che il virus si stava espandendo affermando erroneamente, inoltre, che le autorità cinesi non avevano trovato prove chiare della trasmissione del coronavirus da uomo a uomo. Tutto ciò però lungi dall’essere la prova di una speciale cospirazione tra OMS e Cina, come sostenuto da Trump. 

La decisione del tycoon sarà un duro colpo per l’Organizzazione perché ciò significherebbe perdere quasi 900 milioni di dollari ogni due anni. All’improvviso Trump ha reso più difficile il coordinamento per una risposta globale al virus peggiorando, probabilmente, le percezioni del mondo sugli Stati Uniti. Una cosa è certa: la pandemia ha accentuato il contrasto tra Pechino e Washington, non a caso c’è chi parla di una nuova Guerra Fredda. La comunità internazionale da che parte starà?

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Trump, le dichiarazioni dei redditi e la trasparenza

La notizia è passata quasi inosservata in Italia. La questione delle dichiarazioni dei redditi del presidente Donald Trump, che avvelena da anni i rapporti tra istituzioni negli Stati Uniti, è giunta finalmente alla Corte Suprema.

Trump, le dichiarazioni dei redditi e la trasparenza - Geopolitica.info

In un’udienza tenuta in videoconferenza a causa dell’epidemia di Covid che sta flagellando gli USA, i giudici hanno ascoltato e interloquito con le tante parti in causa. Si tratta di una vicenda molto complessa che riguarda in estrema sintesi la possibilità del Congresso e della magistratura inquirente (procuratore distrettuale di New York) di ottenere l’accesso alle dichiarazioni dei redditi degli anni passati dell’inquilino della Casa Bianca e delle realtà economiche a lui associate.

Si tratta di documenti che non sono soggetti alle leggi sulla disclosure, sebbene ogni presidente dagli anni Settanta in poi ne abbia sempre volontariamente consentito la visione. Il caso verrà deciso alla Corte Suprema – che ha una maggioranza conservatrice – non prima di giugno e dopo che diversi tribunali federali e corti d’appello si sono pronunciate contro i tentativi del presidente di bloccare l’accesso ai suoi documenti finanziari. Le richieste di accesso sono sostanzialmente tre e di diversa natura. Nei primi due casi diversi comitati della Camera dei rappresentanti hanno citato Mazars USA, la società di consulenza finanziaria del Presidente, e la Deutsche Bank perché Trump avrebbe – nel primo caso – falsificato le sue finanze per ottenere prestiti e sarebbe stato soggetto a influenze straniere (Russia) attraverso il meccanismo di riciclaggio in cui è coinvolto l’istituto tedesco. Il terzo caso, promosso dal procuratore distrettuale di New York, Cyrus Vance jr. riguarda la possibilità che Trump abbia falsificato i suoi documenti finanziari per comprare il silenzio di due donne con cui aveva avuto una relazione prima della campagna elettorale del 2016.

La trasparenza istituzionale negli Stati Uniti è, dalla seconda metà del XX secolo, in un continuo processo di evoluzione e rinegoziazione e riguarda gli assetti di potere tra Presidenza, Congresso, agenzie federali, magistratura e opinione pubblica. Fin dal 1966 con l’approvazione del Freedom of Information Act il Congresso, consentendo che la pubblica amministrazione fosse soggetta a una trasparenza “totale” – con le dovute eccezioni – riguadagnava politicamente spazio rispetto a una presidenza “imperiale” sempre più slegata da ogni forma di controllo. I successivi emendamenti alla normativa sull’accesso, soprattutto quello del 1974, sono coincisi con fasi cruciali di ridefinizione delle relazioni e dei campi di azione fra poteri. L’udienza presso la Corte Suprema è diventata un luogo di dibattito sulle funzioni che oggi hanno i poteri esecutivo e legislativo.

Il Congresso ha il potere di superare le leggi sulla privacy – non è un obbligo rilasciare pubblicamente le dichiarazioni dei redditi – nell’ambito della sua attività legislativa? Il presidente che non è soltanto un cittadinoma “il solo individuo che è una parte del sistema di governo nell’ordinamento federale” ha diritto a una immunità totale durante il suo mandato, come ha affermato l’avvocato di Trump Jay Sekulow? Ma d’altronde, come ha risposto la giudice Elena Kagan: “un precetto fondamentale del nostro ordine costituzionale è che il presidente non è al di sopra della legge”.

Al di là dei veri o presunti illeciti di Trump nella questione delle dichiarazioni dei redditi si scontrano due opzioni politiche, giuridiche, culturali. Quella di un Congresso che correla attività conoscitiva e investigativa alla sua azione di legislatore, e quella di una presidenza che non si sente autonoma nell’esercitare i propri poteri perché il presidente è “molestato” come individuo e possibile oggetto di persecuzioni giudiziarie e mediatiche. I limiti della trasparenza e dell’accesso all’informazioni diventano il campo tecnico e politico in cui si confrontano queste opzioni.  

Daniel Pommier Vincelli,
Sapienza Università di Roma    

L’Africa e la strategia americana

“Nessun Paese sta facendo di più” degli Stati Uniti per aiutare le nazioni africane nella lotta al coronavirus. Questo è quanto dichiarato dal Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani, Tibor Nagy, precisando che degli oltre 780 milioni di dollari versati a livello globale durante la pandemia, 247 milioni sono stati riservati all’Africa e che “l’aiuto annuale degli Stati Uniti è di 7,1 miliardi di dollari, di cui 5,2 miliardi sono destinati esclusivamente alla salute”. Ma quale è realmente la strategia americana in quella che viene spesso definita come “nuova” corsa all’Africa? 

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Lo sviluppo in Africa e l’interesse internazionale

Negli ultimi due decenni l’Africa ha beneficiato di un’importante crescita economica, accompagnata da una serie di trasformazioni. Dal 2004 il reddito interno lordo è aumentato del 250% e tra il 2000 e il 2018, le economie subsahariane hanno registrato una crescita media del 5%, con sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo. I miglioramenti economici, uniti ad una maggiore integrazione regionale, hanno portato nel 2019 all’entrata in vigore di una nuova area di libero scambio continentale (African Continental Free Trade Area, Afcta), concordata in sede di Unione Africana. L’area, che comprende 54 Paesi, costituisce la più grande zona di libero scambio al mondo per numero di nazioni coinvolte. Con un totale di 1,2 miliardi di persone, a cui si aggiungono possibili nuovi consumatori, l’area potrebbe innescare una potenziale crescita del settore industriale. 

Oltre l’aspetto meramente economico, si deve considerare che i paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Alla crescita demografica si affiancano altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che prese nel complesso potrebbero contribuire all’instaurazione di nuovi legami economici.

A differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale. In questo senso, l’area sub-sahariana viene spesso considerata una fonte per diversificare gli approvvigionamenti, e ridurre la dipendenza dai Paesi medio orientali.

Per queste ragioni, si è profilato sul continente uno scenario particolarmente attraente per grandi e medie potenzegenerando una vera e propria competizione; a partire dalla Cina, la quale ha svolto un ruolo di apripista, seguita poi da Russia (apparentemente orientata su risorse naturali e dimensione militare), Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Giappone, Turchia, e Paesi del Golfo.

La strategia statunitense per l’Africa

In questo contesto gli Stati Uniti di Donald Trump, non sempre hanno dimostrato di avere una strategia coerente e, soprattutto durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, la politica americana verso l’Africa è apparsa, secondo alcuni analisti, distratta e disimpegnata

Nel dicembre 2018, in relativo ritardo rispetto ad altri Paesi, l’amministrazione americana, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, ha annunciato una “Nuova Strategia per l’Africa”, una politica che cerca sia il primato che il partenariato nel continente e che di fatto dichiara aperta una nuova fase di competizione tra potenze nell’area. La strategia tratteggia in maniera schematica alcuni punti essenziali, tra cui: la prosperità, attraverso “l’avanzamento degli scambi commerciali e dei legami commerciali degli Stati Uniti con le nazioni della regione a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa”; la sicurezza, attraverso “la lotta alla minaccia del terrorismo islamico radicale e dei conflitti violenti”; e la stabilità, attraverso l’aiuto estero, assicurando al contempo che i dollari dei contribuenti statunitensi per gli aiuti siano usati in modo efficiente.

L’obiettivo principale della strategia statunitense, come più volte ribadito durante il discorso, è quello di contrastare l’influenza politica, commerciale, e di sicurezza della Cina in Africa e, in misura minore, della Russia. Secondo il think tank “The interpreter”, infatti, la nuova strategia per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”. Nel discorso di Bolton, la Cina viene presentata come un “donatore canaglia” che sta investendo “deliberatamente e aggressivamente” per ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti. Questo, secondo tale logica, fa sì che i governi africani si indebitino, danneggiando le loro prospettive di sviluppo a lungo termine e indebolendo la loro sovranità. Di conseguenza, gli Stati Uniti “incoraggerebbero i leader africani a scegliere investimenti esteri sostenibili che aiutino gli Stati a diventare autosufficienti, a differenza di quelli offerti dalla Cina che impongono costi eccessivi”.

Tale strategia è stata confermata anche dalla visita del segretario di stato Mike Pompeo, la più alta carica degli Stati Uniti a recarsi in Africa, che a febbraio ha viaggiato tra Senegal, Angola ed Etiopia (sede dell’Unione Africana). Quella di Pompeo non è stata né un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, quanto piuttosto una visita strettamente politica, il cui scopo è stato mettere in guardia i leader africani contro il tipo di relazioni che vengono proposte da Pechino.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il piano commerciale, con la “Nuova strategia per l’Africa” gli Stati Uniti hanno voluto riaffermare la loro intenzione di non rimanere indietro rispetto ai rivali internazionali, presentando un piano di investimenti capace di competere con le altre forze in gioco. Impegno ribadito anche con l’organizzazione di una conferenza, il 6 febbraio 2020, da parte dell’ambasciata americana di Tunisi in collaborazione con la camera di commercio degli Stati Uniti per agevolare gli scambi commerciali tra gli imprenditori africani e americani. L’iniziativa “Prosper Africa”, firmata dall’amministrazione, è stata concepita per assistere le aziende statunitensi intenzionate a fare affari in Africa ed è sostenuta dal Better Utilization of Investments Leading to Development Act, che ha istituito la U.S. International Development Finance Corporation (DFC).

La posizione del Congresso

Nonostante questo, la strategia americana è rimasta poco articolata e lo stesso Trump sembra non mostrare interesse, tanto che durante il suo mandato non ha mai fatto visita al continente africano, e durante il Vertice del G20 ad Amburgo, è uscito proprio durante una sessione di lavoro sull’Africa, lasciando sua figlia Ivanka a presenziare al suo posto.

Sembra che all’interno degli apparati statunitensi si muovano dinamiche diverse, talvolta opposte. Il Congresso si è dimostrato contrario alle proposte dell’Office of Management and Budget per i cospicui tagli all’assistenza straniera (per avviare quello che viene definito “leading from behind”) che probabilmente interesserebbero l’Africa più di qualsiasi altra regione, comportando una notevole riduzione delle politiche in materia di salute e assistenza alla sicurezza. Il Congresso, infatti, ha ottenuto il mantenimento, se non addirittura l’aumento, dei livelli di finanziamento esistenti, respingendo le proposte dell’amministrazione per ridurre la già esigua presenza militare statunitense nel continente volta a limitare il terrorismo, addestrare le truppe locali e garantire la presenza per anticipare la competitività di potenze rivali.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino

Negli scorsi giorni Matthew Pottinger, il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha partecipato a una conferenza, online come la maggior parte degli eventi in queste settimane, organizzata dal Miller Center sulle relazioni tra Washington e Pechino. 

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino - Geopolitica.info

L’incontro dal titolo “U.S.-China Relations in a Turbulent Time: Can Rivals Cooperate?” ha ospitato l’intervento di Pottinger che ha affrontato un tema solitamente lontano dalle relazioni istituzionali tra i due paesi, il consigliere della Casa Bianca ha sostenuto che i valori democratici universali sono strettamente legati alla cultura cinese, ancor più che a quella occidentale. Pottinger ha affrontato il delicato tema, citando come l’esempio della democrazia taiwanese dimostri la totale congruenza tra la civiltà cinese e la cultura confuciana con le libertà civili. Si tratta di un evento inedito nelle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti, da molto tempo il dibattito istituzionale tra i due paesi si svolge su temi legati all’economia, al commercio e molti altri campi, incluso quello dei diritti umani. Raramente si assiste a una vera e propria disputa ideologica, sui valori fondanti di una delle due parti. Pottinger ha accusato le élite cinesi di aver conquistato degli immensi privilegi economici e politici proprio grazie all’assenza di libere elezioni. Nel suo discorso, evidentemente diretto al pubblico cinese, ha citato le omissioni di Pechino durante la lotta al Covid-19 e le continue repressioni a cui sono sottoposti i giornalisti nella Repubblica Popolare cinese. Si è trattato di un attacco diretto, che stupisce soprattutto per le modalità e i contenuti. L’intera conferenza è consultabile qui.

Anche se Pottinger non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. Durante un evento a settembre 2018 presso l’ambasciata cinese a Washington, DC aveva avuto un serrato confronto con l’ambasciatore Cui Tiankai 崔天凯 che sottolineava l’importanza della cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti. Il consigliere della Casa Bianca citò Confucio per sottolineare il nesso tra il linguaggio e la verità, in pratica accusando l’ambasciatore cinese di fare delle affermazioni senza contenuti reali o aderenza con la realtà. “Se i nomi non possono essere corretti, la lingua non è conforme alla verità delle cose. E se il linguaggio non è conforme alla verità delle cose, gli affari non possono essere portati avanti verso il successo” (名 不正 , 则 言 不顺 ;言 不顺 , 则 事 不成 míng bùzhèng, zé yán bù shùn; yán bù shùn, zé shì bùchéng). Come riportato da Sup China, Pottinger ha proseguito arrivando a dire che “negli Stati Uniti, la concorrenza non è una parola di quattro lettere“.

Chi è Matthew Pottinger?

Pottinger è un ex giornalista, con un passato nell’esercito statunitense, ed è uno dei principali ispiratori della politica di Washington nei confronti della Cina e della Corea del Nord sin dal 2017.  È considerato il principale attore nell’organizzazione dello storico incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense. Un evento che, pur non avendo conseguito nessun risultato concreto nei rapporti tra Pyongyang e Washington, è rimasto indelebile nella memoria dell’opinione pubblica e probabilmente resta uno dei successi internazionali dell’amministrazione Trump. Pottinger ha una laurea in Chinese Studies conseguita presso l’Università del Massachusetts e parla correntemente in mandarino, come mostra il video. Ha lavorato come corrispondente per Reuters a Pechino dal 1998 al 2001 per poi passare al Wall Street Journal. Nel 2005 è entrato nel corpo dei Marines e ha prestato servizio come ufficiale dell’intelligence in Iraq e in Afghanistan. Pottinger era in Cina in veste di reporter nel 2003 e ha seguito l’epidemia della SARS, evidenziando da subito gli errori e le negligenze nella gestione della crisi.  Secondo il sito Politico, che ha tratteggiato in maniera dettagliata il suo percorso professionale, durante il suo periodo come giornalista in Cina: “Pottinger è stato molestato, arrestato e costretto a buttare giù gli appunti nel gabinetto per impedire il sequestro. Una volta è stato anche preso a pugni in faccia in uno Starbucks di Pechino da un funzionario che lo ha avvertito di lasciare il paese”. Pottinger è stato anche in prima linea nel sollevare la questione dell’origine del Covid-19, già a gennaio ha sollecitato le agenzie di intelligence nella raccolta di informazioni collegate a una possibile origine in laboratori del virus. Secondo Steve Bannon, Pottinger è “una delle persone più significative dell’intero governo degli Stati Uniti”. Mentre il professore di Harvard e stratega della sicurezza nazionale Graham Allison dice del vice consigliere per la sicurezza nazionale: “L’ho trovato variamente intelligente, perspicace, curioso e non dogmatico. È fedele alla squadra, ma ascolta.” Tuttavia, non si tratta di un falco dell’amministrazione Trump, è stato descritto come una persona equilibrata e preparata politicamente molto lontana dall’ala conservatrice dei repubblicani.

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana

Joe Biden, l’uomo che spesso cade e altrettanto velocemente risorge. Questo ci ha raccontato fin qui la lunga corsa a queste primarie per la corsa alla Casa Bianca, mai così funestata a causa della pandemia mondiale. Sembrava scomparso, infatti, e travolto politicamente dal coronavirus con l’ingombrante onnipresenza televisiva di Donald Trump, contrappeso “massimo”.

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana - Geopolitica.info

Biden ha atteso il Lunedì dell’Angelo per illustrare agli americani la sua idea per affrontare una crisi senza precedenti e sul New York Times è tornato a “galla”, come quando sorpassò Sanders negli Stati chiave della “Rust Belt” trionfando in Michigan, Missouri e Mississippi. 

Tre le proposte di Biden ad un’America in stato di shock: intensificare il distanziamento sociale, moltiplicare i test e renderli accessibili a tutti, assicurare al sistema sanitario tutti i fondi e le attrezzature necessarie. Direte voi, indicazioni banali – in Italia se ne parla da due mesi – non negli Stati Uniti dove l’opinione pubblica più attenta si è già resa conto di quanto grave sia la situazione. 

Con oltre duemila morti e trentamila contagi al giorno – il totale dei decessi in USA è arrivato a 50mila, mentre il numero complessivo dei contagi è 890mila – ogni angolo degli Stati Uniti è stato colpito. Nella sola New York i morti sono già il quadruplo delle vittime dell’11 settembre, è in corso una strage senza dati che sta colpendo le fasce più povere di certo non conteggiate tra i numeri ufficiali. 

Come sta affrontando Trump l’esplosione della pandemia? Praticamente tutto – o quasi – ruoterà intorno a questo interrogativo il 3 novembre quando gli americani si troveranno a decidere chi votare. 

C’è chi ipotizza scenari da film di fantascienza con una Casa Bianca militarizzata e rinvio delle elezioni. Del resto in una “prima fase” l’attacco alla Cina lo ha reso popolare ma adesso gli errori commessi dal presidente potrebbero tornare utili a Biden.

Nell’ultimo mese The Donald ha infatti rifiutato gli avvisi della comunità scientifica e dei suoi stessi consulenti e spesso ha incendiato i già caldi fronti di protesta contro il lockdown di alcuni Stati. L’unica bandiera di credibilità rimasta è il volto serio e preoccupato del dottor Anthony Fauci – i nonni erano di Sciacca e di Napoli – che ci sta mettendo letteralmente la “faccia”. 

Le elezioni

Una possibilità vagliata in queste ore sarebbe quella che entrambe le Camere del Congresso approvassero una legge che sostituisse o modificasse il Presidential Election Day Act – che risale al 1845 – per stabilire una nuova data. Chi governerebbe il Paese? In questo caso toccherebbe temporaneamente allo speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, nemica giurata di Trump. 

Davvero uno scenario alla House of Cards