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Gli Stati Uniti chiudono i rapporti con l’OMS

Gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell’OMS con oltre 400 milioni di dollari all’anno su un budget annuale di circa 5 miliardi: un contributo di 10 volte superiore a quello della Cina. Negli ultimi mesi però, a causa del Covid-19, i rapporti tra Stati Uniti e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono precipitati incredibilmente e, dopo aver annunciato la sospensione temporanea dei fondi, il 29 maggio Trump ha dichiarato la fine dei rapporti, con effetto immediato, con l’Organizzazione.

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La sospensione dei fondi

A metà aprile, il Presidente Trump ha annunciato la sospensione di fondi per un periodo tra 60 e 90 giorni accusando l’Organizzazione di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia da Covid-19 e di aver insabbiato, insieme alla Cina, la diffusione dell’epidemia. Il Presidente americano ha poi criticato l’OMS per non aver agito abbastanza in fretta per contenere il virus e di essersi fidata dei dati forniti da Pechino: “Se l’OMS avesse fatto il suo lavoro, facendo arrivare subito i propri esperti in Cina per valutare la situazione in modo oggettivo e denunciando la mancanza di trasparenza da parte della Cina, sarebbe stato possibile contenere l’epidemia nel suo primo focolaio. Questo avrebbe permesso di salvare migliaia di vite e di evitare danni economici a livello mondiale”. Nel frattempo, Washington ha anche portato avanti un’indagine volta ad esaminare l’effettivo ruolo dell’OMS nella gestione negativa della pandemia. Il tycoon ha sottolineato, inoltre, come non sia giusto che gli Stati Uniti contribuiscano con una cifra di oltre 400 milioni rispetto ai circa 35 della Cina, considerando che il virus “è partito da loro”.

Non sono mancate le reazioni a questa mossa di Trump. Il primo ad intervenire è stato Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, che ha criticato la decisione del Presidente americano ribadendo l’importanza dell’unità della comunità internazionale nel contrasto al virus. Anche Russia e Cina non hanno esitato a dire la loro dichiarandosi preoccupati della scelta fatta dagli Stati Uniti. Successivamente è intervenuto l’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell: “Non c’è ragione che giustifichi questa mossa, in un momento in cui gli sforzi dell’Organizzazione sono necessari sempre di più per contribuire a contenere e mitigare la pandemia”. 

La lettera al Direttore Generale dell’OMS e la risposta della Cina

Il 18 maggio si è riunita l’Assemblea Generale dell’OMS, dalla quale la stessa Organizzazione è uscita sotto inchiesta. Nella bozza di risoluzione, poi approvata da tutti e 194 i membri, si richiedeva una “valutazione imparziale, indipendente ed esaustiva” della risposta internazionale coordinata dall’OMS. Secondo i firmatari, l’esame avrebbe dovuto riguardare l’efficacia dei meccanismi a disposizione dell’OMS, il contributo dell’OMS agli sforzi dell’ONU e le azioni dell’Organizzazione e la loro tempistica rispetto alla pandemia causata dal Covid-19. 

Importante in questo contesto è stato il ruolo dell’Unione Europea che si è fatta promotrice della bozza di risoluzione per l’inchiesta. Germania e Francia hanno dichiarato di voler elaborare un piano di riforma dell’OMS con l’obiettivo di migliorare il suo lavoro di coordinamento e di ricevere informazioni in maniera più rapida qualora ci dovessero essere nuovi virus. 

Inoltre, quello stesso giorno Trump ha pubblicato sul suo profilo Twitter una lettera indirizzata al Direttore Generale dell’Organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in cui ha minacciato di rendere definitivo il blocco dei finanziamenti se entro 30 giorni l’Organizzazione non si fosse impegnata su sostanziali miglioramenti. Nel documento ufficiale, composto da 4 pagine, Trump ha elencato tutti gli errori commessi dall’OMS nella gestione della pandemia. In particolare, ha accusato l’Organizzazione di aver “sistematicamente ignorato notizie credibili sulla diffusione del virus a Wuhan ad inizio dicembre 2019 o anche prima” e diffuso informazioni imprecise o fuorvianti. Il tycoon ha poi attaccato anche la Cina per non aver informato tempestivamente l’OMS entro le 24 ore imposte dalle normative su quanto stava avvenendo a Wuhan e sul fatto che si stia continuando a rifiutare di condividere dati precisi e puntuali, tenendo per sé informazioni cruciali sul virus e le sue origini.

La risposta di Pechino è stata immediata attraverso Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri, affermando che Trump ha infangato la Cina ed ha ingannato l’opinione pubblica, cercando di deviare l’attenzione della sua risposta incompetente alla pandemia. Inoltre, durante l’Assemblea Generale, il Presidente cinese Xi Jinping è intervenuto annunciando che Pechino avrebbe donato circa 2 miliardi di dollari per combattere il coronavirus e spedire medici e forniture mediche in Africa ed in altri paesi in via di sviluppo. Il contributo, che sarà speso in due anni, equivale a più del doppio di quello che gli Stati Uniti avevano concesso all’agenzia sanitaria prima che Trump tagliasse il finanziamento americano. In particolare, molti funzionari americani, hanno visto questa mossa come un tentativo di distogliere l’attenzione sulla responsabilità cinese della diffusione del virus. 

È chiaro dunque come questa pandemia e, più in particolare la questione interna all’OMS, abbia accelerato la competizione Stati Uniti-Cina. La cosa interessante è che ogni qualvolta che Washington fa un passo indietro, Pechino sembra farne uno in avanti e proprio in questo Xi Jinping è stato in grado di sfruttare la progressiva perdita di leadership globale americana a proprio vantaggio.

La fine delle relazioni con l’OMS

I rapporti con l’OMS sono poi precipitati il 29 maggio quando Trump ha ufficialmente annunciato l’interruzione delle relazioni con l’Organizzazione, accusandola di essere sottomessa a Pechino e di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia. “Il mondo ha bisogno di risposte dalla Cina sul virus. Abbiamo bisogno di trasparenza” ha affermato il tycoon. Nel suo discorso, il Presidente ha anche ribadito la colpa della Cina riguardo alla diffusione del virus e per aver “indotto una pandemia globale” che ha causato circa 100.000 morti negli Stati Uniti. In aggiunta, ha confermato l’imposizione di nuove sanzioni alla Cina per aver “violato la sua promessa di assicurare l’autonomia di Hong Kong”. L’Unione Europea, nel frattempo, ha escluso di voler imporre sanzioni a Pechino mentre Boris Johnson si è schierato con il Presidente americano. 

Non è chiaro quanto velocemente Trump possa ritirarsi dall’OMS e se necessiti di un’approvazione da parte del Congresso, i Democratici però si sono lamentati del fatto che Trump non abbia l’autorità per tagliare i finanziamenti all’Organizzazione, accusandolo di aver reso quest’ultima un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai tentativi confusi e inadeguati di contrastare la diffusione del virus negli Stati Uniti, incluso l’ignorare mesi di avvertimenti da parte dell’intelligence americana su un’imminente minaccia.

Trump ha probabilmente ragione a notare che l’OMS abbia commesso alcuni errori nelle prime fasi della pandemia, come per esempio non forzare la Cina a consentire agli ispettori internazionali di entrare nel paese man mano che il virus si stava espandendo affermando erroneamente, inoltre, che le autorità cinesi non avevano trovato prove chiare della trasmissione del coronavirus da uomo a uomo. Tutto ciò però lungi dall’essere la prova di una speciale cospirazione tra OMS e Cina, come sostenuto da Trump. 

La decisione del tycoon sarà un duro colpo per l’Organizzazione perché ciò significherebbe perdere quasi 900 milioni di dollari ogni due anni. All’improvviso Trump ha reso più difficile il coordinamento per una risposta globale al virus peggiorando, probabilmente, le percezioni del mondo sugli Stati Uniti. Una cosa è certa: la pandemia ha accentuato il contrasto tra Pechino e Washington, non a caso c’è chi parla di una nuova Guerra Fredda. La comunità internazionale da che parte starà?

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Trump, le dichiarazioni dei redditi e la trasparenza

La notizia è passata quasi inosservata in Italia. La questione delle dichiarazioni dei redditi del presidente Donald Trump, che avvelena da anni i rapporti tra istituzioni negli Stati Uniti, è giunta finalmente alla Corte Suprema.

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In un’udienza tenuta in videoconferenza a causa dell’epidemia di Covid che sta flagellando gli USA, i giudici hanno ascoltato e interloquito con le tante parti in causa. Si tratta di una vicenda molto complessa che riguarda in estrema sintesi la possibilità del Congresso e della magistratura inquirente (procuratore distrettuale di New York) di ottenere l’accesso alle dichiarazioni dei redditi degli anni passati dell’inquilino della Casa Bianca e delle realtà economiche a lui associate.

Si tratta di documenti che non sono soggetti alle leggi sulla disclosure, sebbene ogni presidente dagli anni Settanta in poi ne abbia sempre volontariamente consentito la visione. Il caso verrà deciso alla Corte Suprema – che ha una maggioranza conservatrice – non prima di giugno e dopo che diversi tribunali federali e corti d’appello si sono pronunciate contro i tentativi del presidente di bloccare l’accesso ai suoi documenti finanziari. Le richieste di accesso sono sostanzialmente tre e di diversa natura. Nei primi due casi diversi comitati della Camera dei rappresentanti hanno citato Mazars USA, la società di consulenza finanziaria del Presidente, e la Deutsche Bank perché Trump avrebbe – nel primo caso – falsificato le sue finanze per ottenere prestiti e sarebbe stato soggetto a influenze straniere (Russia) attraverso il meccanismo di riciclaggio in cui è coinvolto l’istituto tedesco. Il terzo caso, promosso dal procuratore distrettuale di New York, Cyrus Vance jr. riguarda la possibilità che Trump abbia falsificato i suoi documenti finanziari per comprare il silenzio di due donne con cui aveva avuto una relazione prima della campagna elettorale del 2016.

La trasparenza istituzionale negli Stati Uniti è, dalla seconda metà del XX secolo, in un continuo processo di evoluzione e rinegoziazione e riguarda gli assetti di potere tra Presidenza, Congresso, agenzie federali, magistratura e opinione pubblica. Fin dal 1966 con l’approvazione del Freedom of Information Act il Congresso, consentendo che la pubblica amministrazione fosse soggetta a una trasparenza “totale” – con le dovute eccezioni – riguadagnava politicamente spazio rispetto a una presidenza “imperiale” sempre più slegata da ogni forma di controllo. I successivi emendamenti alla normativa sull’accesso, soprattutto quello del 1974, sono coincisi con fasi cruciali di ridefinizione delle relazioni e dei campi di azione fra poteri. L’udienza presso la Corte Suprema è diventata un luogo di dibattito sulle funzioni che oggi hanno i poteri esecutivo e legislativo.

Il Congresso ha il potere di superare le leggi sulla privacy – non è un obbligo rilasciare pubblicamente le dichiarazioni dei redditi – nell’ambito della sua attività legislativa? Il presidente che non è soltanto un cittadinoma “il solo individuo che è una parte del sistema di governo nell’ordinamento federale” ha diritto a una immunità totale durante il suo mandato, come ha affermato l’avvocato di Trump Jay Sekulow? Ma d’altronde, come ha risposto la giudice Elena Kagan: “un precetto fondamentale del nostro ordine costituzionale è che il presidente non è al di sopra della legge”.

Al di là dei veri o presunti illeciti di Trump nella questione delle dichiarazioni dei redditi si scontrano due opzioni politiche, giuridiche, culturali. Quella di un Congresso che correla attività conoscitiva e investigativa alla sua azione di legislatore, e quella di una presidenza che non si sente autonoma nell’esercitare i propri poteri perché il presidente è “molestato” come individuo e possibile oggetto di persecuzioni giudiziarie e mediatiche. I limiti della trasparenza e dell’accesso all’informazioni diventano il campo tecnico e politico in cui si confrontano queste opzioni.  

Daniel Pommier Vincelli,
Sapienza Università di Roma    

L’Africa e la strategia americana

“Nessun Paese sta facendo di più” degli Stati Uniti per aiutare le nazioni africane nella lotta al coronavirus. Questo è quanto dichiarato dal Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani, Tibor Nagy, precisando che degli oltre 780 milioni di dollari versati a livello globale durante la pandemia, 247 milioni sono stati riservati all’Africa e che “l’aiuto annuale degli Stati Uniti è di 7,1 miliardi di dollari, di cui 5,2 miliardi sono destinati esclusivamente alla salute”. Ma quale è realmente la strategia americana in quella che viene spesso definita come “nuova” corsa all’Africa? 

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Lo sviluppo in Africa e l’interesse internazionale

Negli ultimi due decenni l’Africa ha beneficiato di un’importante crescita economica, accompagnata da una serie di trasformazioni. Dal 2004 il reddito interno lordo è aumentato del 250% e tra il 2000 e il 2018, le economie subsahariane hanno registrato una crescita media del 5%, con sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo. I miglioramenti economici, uniti ad una maggiore integrazione regionale, hanno portato nel 2019 all’entrata in vigore di una nuova area di libero scambio continentale (African Continental Free Trade Area, Afcta), concordata in sede di Unione Africana. L’area, che comprende 54 Paesi, costituisce la più grande zona di libero scambio al mondo per numero di nazioni coinvolte. Con un totale di 1,2 miliardi di persone, a cui si aggiungono possibili nuovi consumatori, l’area potrebbe innescare una potenziale crescita del settore industriale. 

Oltre l’aspetto meramente economico, si deve considerare che i paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Alla crescita demografica si affiancano altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che prese nel complesso potrebbero contribuire all’instaurazione di nuovi legami economici.

A differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale. In questo senso, l’area sub-sahariana viene spesso considerata una fonte per diversificare gli approvvigionamenti, e ridurre la dipendenza dai Paesi medio orientali.

Per queste ragioni, si è profilato sul continente uno scenario particolarmente attraente per grandi e medie potenzegenerando una vera e propria competizione; a partire dalla Cina, la quale ha svolto un ruolo di apripista, seguita poi da Russia (apparentemente orientata su risorse naturali e dimensione militare), Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Giappone, Turchia, e Paesi del Golfo.

La strategia statunitense per l’Africa

In questo contesto gli Stati Uniti di Donald Trump, non sempre hanno dimostrato di avere una strategia coerente e, soprattutto durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, la politica americana verso l’Africa è apparsa, secondo alcuni analisti, distratta e disimpegnata

Nel dicembre 2018, in relativo ritardo rispetto ad altri Paesi, l’amministrazione americana, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, ha annunciato una “Nuova Strategia per l’Africa”, una politica che cerca sia il primato che il partenariato nel continente e che di fatto dichiara aperta una nuova fase di competizione tra potenze nell’area. La strategia tratteggia in maniera schematica alcuni punti essenziali, tra cui: la prosperità, attraverso “l’avanzamento degli scambi commerciali e dei legami commerciali degli Stati Uniti con le nazioni della regione a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa”; la sicurezza, attraverso “la lotta alla minaccia del terrorismo islamico radicale e dei conflitti violenti”; e la stabilità, attraverso l’aiuto estero, assicurando al contempo che i dollari dei contribuenti statunitensi per gli aiuti siano usati in modo efficiente.

L’obiettivo principale della strategia statunitense, come più volte ribadito durante il discorso, è quello di contrastare l’influenza politica, commerciale, e di sicurezza della Cina in Africa e, in misura minore, della Russia. Secondo il think tank “The interpreter”, infatti, la nuova strategia per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”. Nel discorso di Bolton, la Cina viene presentata come un “donatore canaglia” che sta investendo “deliberatamente e aggressivamente” per ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti. Questo, secondo tale logica, fa sì che i governi africani si indebitino, danneggiando le loro prospettive di sviluppo a lungo termine e indebolendo la loro sovranità. Di conseguenza, gli Stati Uniti “incoraggerebbero i leader africani a scegliere investimenti esteri sostenibili che aiutino gli Stati a diventare autosufficienti, a differenza di quelli offerti dalla Cina che impongono costi eccessivi”.

Tale strategia è stata confermata anche dalla visita del segretario di stato Mike Pompeo, la più alta carica degli Stati Uniti a recarsi in Africa, che a febbraio ha viaggiato tra Senegal, Angola ed Etiopia (sede dell’Unione Africana). Quella di Pompeo non è stata né un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, quanto piuttosto una visita strettamente politica, il cui scopo è stato mettere in guardia i leader africani contro il tipo di relazioni che vengono proposte da Pechino.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il piano commerciale, con la “Nuova strategia per l’Africa” gli Stati Uniti hanno voluto riaffermare la loro intenzione di non rimanere indietro rispetto ai rivali internazionali, presentando un piano di investimenti capace di competere con le altre forze in gioco. Impegno ribadito anche con l’organizzazione di una conferenza, il 6 febbraio 2020, da parte dell’ambasciata americana di Tunisi in collaborazione con la camera di commercio degli Stati Uniti per agevolare gli scambi commerciali tra gli imprenditori africani e americani. L’iniziativa “Prosper Africa”, firmata dall’amministrazione, è stata concepita per assistere le aziende statunitensi intenzionate a fare affari in Africa ed è sostenuta dal Better Utilization of Investments Leading to Development Act, che ha istituito la U.S. International Development Finance Corporation (DFC).

La posizione del Congresso

Nonostante questo, la strategia americana è rimasta poco articolata e lo stesso Trump sembra non mostrare interesse, tanto che durante il suo mandato non ha mai fatto visita al continente africano, e durante il Vertice del G20 ad Amburgo, è uscito proprio durante una sessione di lavoro sull’Africa, lasciando sua figlia Ivanka a presenziare al suo posto.

Sembra che all’interno degli apparati statunitensi si muovano dinamiche diverse, talvolta opposte. Il Congresso si è dimostrato contrario alle proposte dell’Office of Management and Budget per i cospicui tagli all’assistenza straniera (per avviare quello che viene definito “leading from behind”) che probabilmente interesserebbero l’Africa più di qualsiasi altra regione, comportando una notevole riduzione delle politiche in materia di salute e assistenza alla sicurezza. Il Congresso, infatti, ha ottenuto il mantenimento, se non addirittura l’aumento, dei livelli di finanziamento esistenti, respingendo le proposte dell’amministrazione per ridurre la già esigua presenza militare statunitense nel continente volta a limitare il terrorismo, addestrare le truppe locali e garantire la presenza per anticipare la competitività di potenze rivali.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino

Negli scorsi giorni Matthew Pottinger, il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha partecipato a una conferenza, online come la maggior parte degli eventi in queste settimane, organizzata dal Miller Center sulle relazioni tra Washington e Pechino. 

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino - Geopolitica.info

L’incontro dal titolo “U.S.-China Relations in a Turbulent Time: Can Rivals Cooperate?” ha ospitato l’intervento di Pottinger che ha affrontato un tema solitamente lontano dalle relazioni istituzionali tra i due paesi, il consigliere della Casa Bianca ha sostenuto che i valori democratici universali sono strettamente legati alla cultura cinese, ancor più che a quella occidentale. Pottinger ha affrontato il delicato tema, citando come l’esempio della democrazia taiwanese dimostri la totale congruenza tra la civiltà cinese e la cultura confuciana con le libertà civili. Si tratta di un evento inedito nelle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti, da molto tempo il dibattito istituzionale tra i due paesi si svolge su temi legati all’economia, al commercio e molti altri campi, incluso quello dei diritti umani. Raramente si assiste a una vera e propria disputa ideologica, sui valori fondanti di una delle due parti. Pottinger ha accusato le élite cinesi di aver conquistato degli immensi privilegi economici e politici proprio grazie all’assenza di libere elezioni. Nel suo discorso, evidentemente diretto al pubblico cinese, ha citato le omissioni di Pechino durante la lotta al Covid-19 e le continue repressioni a cui sono sottoposti i giornalisti nella Repubblica Popolare cinese. Si è trattato di un attacco diretto, che stupisce soprattutto per le modalità e i contenuti. L’intera conferenza è consultabile qui.

Anche se Pottinger non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. Durante un evento a settembre 2018 presso l’ambasciata cinese a Washington, DC aveva avuto un serrato confronto con l’ambasciatore Cui Tiankai 崔天凯 che sottolineava l’importanza della cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti. Il consigliere della Casa Bianca citò Confucio per sottolineare il nesso tra il linguaggio e la verità, in pratica accusando l’ambasciatore cinese di fare delle affermazioni senza contenuti reali o aderenza con la realtà. “Se i nomi non possono essere corretti, la lingua non è conforme alla verità delle cose. E se il linguaggio non è conforme alla verità delle cose, gli affari non possono essere portati avanti verso il successo” (名 不正 , 则 言 不顺 ;言 不顺 , 则 事 不成 míng bùzhèng, zé yán bù shùn; yán bù shùn, zé shì bùchéng). Come riportato da Sup China, Pottinger ha proseguito arrivando a dire che “negli Stati Uniti, la concorrenza non è una parola di quattro lettere“.

Chi è Matthew Pottinger?

Pottinger è un ex giornalista, con un passato nell’esercito statunitense, ed è uno dei principali ispiratori della politica di Washington nei confronti della Cina e della Corea del Nord sin dal 2017.  È considerato il principale attore nell’organizzazione dello storico incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense. Un evento che, pur non avendo conseguito nessun risultato concreto nei rapporti tra Pyongyang e Washington, è rimasto indelebile nella memoria dell’opinione pubblica e probabilmente resta uno dei successi internazionali dell’amministrazione Trump. Pottinger ha una laurea in Chinese Studies conseguita presso l’Università del Massachusetts e parla correntemente in mandarino, come mostra il video. Ha lavorato come corrispondente per Reuters a Pechino dal 1998 al 2001 per poi passare al Wall Street Journal. Nel 2005 è entrato nel corpo dei Marines e ha prestato servizio come ufficiale dell’intelligence in Iraq e in Afghanistan. Pottinger era in Cina in veste di reporter nel 2003 e ha seguito l’epidemia della SARS, evidenziando da subito gli errori e le negligenze nella gestione della crisi.  Secondo il sito Politico, che ha tratteggiato in maniera dettagliata il suo percorso professionale, durante il suo periodo come giornalista in Cina: “Pottinger è stato molestato, arrestato e costretto a buttare giù gli appunti nel gabinetto per impedire il sequestro. Una volta è stato anche preso a pugni in faccia in uno Starbucks di Pechino da un funzionario che lo ha avvertito di lasciare il paese”. Pottinger è stato anche in prima linea nel sollevare la questione dell’origine del Covid-19, già a gennaio ha sollecitato le agenzie di intelligence nella raccolta di informazioni collegate a una possibile origine in laboratori del virus. Secondo Steve Bannon, Pottinger è “una delle persone più significative dell’intero governo degli Stati Uniti”. Mentre il professore di Harvard e stratega della sicurezza nazionale Graham Allison dice del vice consigliere per la sicurezza nazionale: “L’ho trovato variamente intelligente, perspicace, curioso e non dogmatico. È fedele alla squadra, ma ascolta.” Tuttavia, non si tratta di un falco dell’amministrazione Trump, è stato descritto come una persona equilibrata e preparata politicamente molto lontana dall’ala conservatrice dei repubblicani.

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana

Joe Biden, l’uomo che spesso cade e altrettanto velocemente risorge. Questo ci ha raccontato fin qui la lunga corsa a queste primarie per la corsa alla Casa Bianca, mai così funestata a causa della pandemia mondiale. Sembrava scomparso, infatti, e travolto politicamente dal coronavirus con l’ingombrante onnipresenza televisiva di Donald Trump, contrappeso “massimo”.

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana - Geopolitica.info

Biden ha atteso il Lunedì dell’Angelo per illustrare agli americani la sua idea per affrontare una crisi senza precedenti e sul New York Times è tornato a “galla”, come quando sorpassò Sanders negli Stati chiave della “Rust Belt” trionfando in Michigan, Missouri e Mississippi. 

Tre le proposte di Biden ad un’America in stato di shock: intensificare il distanziamento sociale, moltiplicare i test e renderli accessibili a tutti, assicurare al sistema sanitario tutti i fondi e le attrezzature necessarie. Direte voi, indicazioni banali – in Italia se ne parla da due mesi – non negli Stati Uniti dove l’opinione pubblica più attenta si è già resa conto di quanto grave sia la situazione. 

Con oltre duemila morti e trentamila contagi al giorno – il totale dei decessi in USA è arrivato a 50mila, mentre il numero complessivo dei contagi è 890mila – ogni angolo degli Stati Uniti è stato colpito. Nella sola New York i morti sono già il quadruplo delle vittime dell’11 settembre, è in corso una strage senza dati che sta colpendo le fasce più povere di certo non conteggiate tra i numeri ufficiali. 

Come sta affrontando Trump l’esplosione della pandemia? Praticamente tutto – o quasi – ruoterà intorno a questo interrogativo il 3 novembre quando gli americani si troveranno a decidere chi votare. 

C’è chi ipotizza scenari da film di fantascienza con una Casa Bianca militarizzata e rinvio delle elezioni. Del resto in una “prima fase” l’attacco alla Cina lo ha reso popolare ma adesso gli errori commessi dal presidente potrebbero tornare utili a Biden.

Nell’ultimo mese The Donald ha infatti rifiutato gli avvisi della comunità scientifica e dei suoi stessi consulenti e spesso ha incendiato i già caldi fronti di protesta contro il lockdown di alcuni Stati. L’unica bandiera di credibilità rimasta è il volto serio e preoccupato del dottor Anthony Fauci – i nonni erano di Sciacca e di Napoli – che ci sta mettendo letteralmente la “faccia”. 

Le elezioni

Una possibilità vagliata in queste ore sarebbe quella che entrambe le Camere del Congresso approvassero una legge che sostituisse o modificasse il Presidential Election Day Act – che risale al 1845 – per stabilire una nuova data. Chi governerebbe il Paese? In questo caso toccherebbe temporaneamente allo speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, nemica giurata di Trump. 

Davvero uno scenario alla House of Cards

Il ridimensionamento dell’eccezionalismo americano: motivazioni e rischi

Più volte nella storia gli Stati Uniti d’America si sono sentiti caricati della responsabilità di redimere l’umanità dalla corruzione e dalla tirannia del sistema internazionale. I padri fondatori raccontavano gli Stati Uniti come la nazione su cui gravava il duro compito di portare ordine, pace e giustizia nel mondo.

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Sintetizzando, gli Stati Uniti rappresentavano un’eccezione nella storia dell’umanità e avevano un “destino manifesto” da compiere: democrazia, giustizia e diritti umani permettevano agli americani di occuparsi del mondo con lo scopo di redimerlo dal male.  Questo tipo di retorica ha giustificato molti interventi nel contesto globale che sono andati intensificandosi dopo la Seconda guerra mondiale. Se durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti si sentivano investiti della responsabilità di contenere e respingere le offensive comuniste su scala globale, dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti si sono concentrati sugli interventismi umanitari di Clinton e gli interventi in Medio Oriente di Bush (Afghanistan e Iraq) per “esportare” la democrazia e sconfiggere il terrorismo internazionale.  

Soprattutto quest’ultima interpretazione degli Stati Uniti d’America nel mondo,  ha spinto l’amministrazione Obama a rivisitare il concetto di eccezionalismo americano. In seguito alla crisi economica, Obama ha puntato molto sulla risoluzione dei problemi interni. Superare la crisi economica e sociale interna era la priorità per il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, e questo non corrispondeva alla missione di portare ordine, democrazia e pace nel mondo con interventi militari molto dispendiosi, come era successo in passato. Il leitmotiv dei precedenti interventi militari trovava fertilità nelle convinzioni modellate dal concetto di eccezionalismo americano. Clinton, attraverso la NATO, aveva guidato gli interventi militari in Bosnia. Bush arrivò addirittura ad abbandonare il multilateralismo in favore di una politica unilaterale volta a garantire la massima libertà d’azione degli Stati Uniti d’America nel mondo, con o senza il supporto degli alleati. La convinzione inamovibile era che gli Stati Uniti d’America avevano il diritto (e il dovere) di intervenire nel mondo laddove l’ordine, la pace e la democrazia non erano più garantiti. Per Bush il momento di distacco dalla visione multilaterale di Clinton era stato l’11 settembre, e nella NSS del 2002 già si rendeva esplicito che gli Stati Uniti avevano l’obbligo  di sconfiggere il pericolo del terrorismo nel mondo. Se gli alleati non avessero accettato questo gravoso impegno, gli Stati Uniti avrebbero dovuto farlo da soli, come paese fulcro della libertà e della lotta al terrore. Gli interventi in Afghanistan e Iraq in pochi anni diventarono pesanti boomerang che complicavano lo scenario internazionale e, inoltre, dividevano l’opinione pubblica interna degli americani. Così, Obama decise di segnare un altro distacco dal passato: gli Stati Uniti sono eccezionali, ma non possono spendersi in ogni angolo del globo.  Sotto l’amministrazione Obama si ritorna a coltivare l’attenzione per le alleanze e il supporto degli alleati per affrontare le sfide globali. Nonostante ciò, Obama dimostrò grande sensibilità per quanto riguardava gli scenari mediorientali. La volontà di ritirare le truppe in Iraq, in Afghanistan e il non intervento diretto nella questione siriana dimostrano quanto Obama fosse contrario all’interventismo indiscriminato su scala globale degli Stati Uniti. Questo non voleva dire che gli Stati Uniti d’America non dovessero più curarsi del sistema internazionale ma, più semplicemente, che il sistema internazionale aveva bisogno di una cooperazione più approfondita tra gli alleati e, soprattutto, che gli Stati Uniti d’America non potevano più permettersi guerre umanitarie: il rischio era l’accelerazione del declino della legittimazione a livello internazionale e dell’aumento della spesa pubblica. Per questo nelle due NSS di Obama (2010 e 2015) si torna a puntare il focus sulla cooperazione internazionale e al rafforzamento le relazioni con i paesi europei. Con Obama, dunque, c’è una prima rivisitazione del concetto di eccezionalismo americano: gli Stati Uniti non possono più occuparsi del mondo senza tenere in considerazione le priorità nazionali, di conseguenza si cerca una responsabilizzazione del ruolo degli alleati in ogni scenario internazionale. 

La campagna elettorale di Trump è stata fortemente improntata sull’isolazionismo. “America First” non è un semplice slogan sovranista come viene inteso da gran parte dei media, ma un abbraccio a una viscerale tentazione degli Stati Uniti d’America di distinguersi dal resto del mondo in modo passivo, abbandonando il sistema internazionale al proprio destino e senza voler interferire sporcandosi le mani in una comunità internazionale confusa e problematica. Numerose volte Trump ha manifestato la volontà di alleggerire l’impegno americano nel mondo, perché questo impegno richiedeva energie e sforzi non indifferenti alle amministrazioni americane e, di conseguenza, ai cittadini statunitensi. Anche nella letteratura politologica molti autori mettono in guardia l’egemone del sistema internazionale dal sovraccaricarsi di impegni per non incorrere nelle problematiche dell’overstretching (si veda ad esempio Organski e Kugler, The War Ledger, 1980). Il cavallo di battaglia della campagna elettorale è stato confermato anche nella NSS del 2017, dove si esplicita la volontà di abbandonare le velleità egemoniche sul mondo. 

Una criticità rilevante della strada intrapresa dall’amministrazione Trump è la poca propensione a collaborare con le vecchie alleanze, tra cui quelle europee. Tutto ciò mette in discussione il ruolo di leader benevolente del sistema internazionale in grado di provvedere alla sicurezza degli alleati. A differenza di Obama, dunque, con Trump le istituzioni multilaterali vengono accantonate per fare spazio ai rapporti bilaterali. Nei confronti economici, inoltre, si mostra insofferenza verso gli alleati storici come dimostrano i dazi imposti all’Unione Europea. La direzione scelta segna un ridimensionamento totale del concetto di eccezionalismo americano ma deve tenere conto di alcune possibili conseguenze negative. In primo luogo, Russia e Cina potrebbero testare il grado di tolleranza degli Stati Uniti nei confronti delle loro ambizioni regionali come per esempio in Ucraina e nel Mar cinese meridionale. Una seconda conseguenza è la diffidenza che gli alleati potrebbero cominciare a nutrire nei confronti degli Stati Uniti e la tentazione di stringere legami più forti con altre grandi potenze: in Europa molti attori stanno strizzando l’occhio a Cina e Russia, come dimostrano gli accordi commerciali tra Grecia e Cina (che comprendono la gestione del porto del Pireo) o il memorandum firmato dall’Italia per l’adesione alla Via della Seta. Infine, questo atteggiamento di disinteressamento del mondo potrebbe veder accrescere il soft power degli attori in competizione con Washington, ancora una volta Russia e Cina su tutti. Un esempio lampante è la gestione comunicativa degli aiuti medici forniti ai paesi europei da parte di Pechino in queste settimane in cui la pandemia è esplosa in Europa. Per concludere, gli Stati Uniti hanno puntato sulla responsabilizzazione degli alleati in materia di sicurezza e sulla volontà di raggiungere accordi più equi a livello economico, ma questo potrebbe deteriorare la legittimità degli Stati Uniti d’America nel lungo periodo e il loro ruolo di egemone nel sistema internazionale. Un mondo senza leadership potrebbe voler dire maggior confusione e destabilizzazione, con attori regionali pronti a cogliere l’occasione per mettere in atto il loro revisionismo del sistema internazionale. Seguiranno dei cambiamenti nella strategia? 

Il ritiro di Sanders e l’endorsement a Biden

Bernie Sanders si è ufficialmente ritirato dalle primarie democratiche rendendo Biden, di fatto, lo sfidante di Trump alle presidenziali del 3 novembre. Senza nessun precedente segnale di voler lasciare la corsa, giovedì 8 aprile ha annunciato la decisione al suo staff e ha poi tenuto un discorso in streaming. Nelle ultime ore, inoltre, ha deciso di appoggiare l’ex vicepresidente con la speranza di poter riunire il partito e battere il tycoon.

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Nonostante nelle ultime settimane circolassero voci riguardo al fatto che lo staff di Sanders lo stesse pressando per ritirarsi e nonostante il netto vantaggio di Biden nei suoi confronti, il senatore del Vermont ha sempre dichiarato di voler continuare perché vedeva nello stravolgimento del calendario delle primarie, causa coronavirus, un’ultima possibilità di recuperare l’ex vicepresidente. 

“Vorrei potervi dare notizie migliori, ma penso che sappiate la verità, e cioè che ora abbiamo circa 300 delegati in meno di Biden, e il percorso verso la vittoria è praticamente impossibile”, ha detto Sanders nel discorso in streaming ai suoi supporters. “Quindi, mentre stiamo vincendo la battaglia ideologica e mentre stiamo ottenendo il sostegno di così tanti giovani e lavoratori di tutto il paese, sono arrivato alla conclusione che questa battaglia per la nomination democratica non avrà successo. Oggi, dunque, sto annunciando la sospensione della mia campagna”. Sanders ha spiegato che la situazione di emergenza causata dal coronavirus unita al suo svantaggio in termini di delegati gli rende impossibile vincere la nomination. Il senatore del Vermont ha poi precisato che, seppur formalmente Biden sia il vincitore delle primarie democratiche, resterà candidato fino alla fine per ottenere un numero di delegati più alto possibile affinché possa esercitare una certa influenza alla Convention di Milwaukee e, quindi, ottenere una piattaforma democratica che sia più progressista possibile. 

Le reazioni di Trump e Biden

La reazione di Trump al ritiro di Sanders non si è fatta aspettare. Il presidente americano ha commentato così su twitter: “Sanders si è ritirato! Grazie ad Elizabeth Warren. Se non fosse stato per lei, Bernie avrebbe vinto quasi in tutti gli Stati nel Super Tuesday! È finita proprio come volevano i democratici ed il DNC. Gli elettori di Bernie dovrebbero votare per il Partito Repubblicano, pensate al commercio!”. Quando il senatore del Vermont ha poi precisato che sarebbe comunque rimasto in gara per cercare di ottenere il maggior numero di delegati possibili, il tycoon ha twittato ancora: “Wow, Bernie non vuole dar via i suoi delegati, anzi ne vuole altri! Che significa tutto questo?”. 

Non sono mancate neanche le parole di Biden. L’ex vicepresidente ha rilasciato una dichiarazione su Medium: “Bernie ha fatto qualcosa di molto raro in politica. Non ha solo guidato una campagna politica, ma piuttosto un vero movimento politico. Il senatore Sanders ed i suoi supporters hanno cambiato il dialogo politico in America. Argomenti a cui finora era data poca attenzione sono ora al centro del dibattito politico. L’ineguaglianza del reddito, l’assistenza sanitaria universale, il cambiamento climatico, l’università gratuita, liberare gli studenti dai debiti contratti per completare gli studi”. Il 77enne democratico ha poi concluso con un appello a Sanders e ai suoi sostenitori: “Ai tuoi supporters prometto lo stesso impegno..vi vedo, vi ascolto e comprendo l’urgenza di quello che dobbiamo fare in questo paese. Spero che vi unirete a noi. Siete più che benvenuti. Abbiamo bisogno di voi. Assieme batteremo Donald Trump. E dopo che lo avremo fatto, non solo lavoreremo duramente per ricostruire questa nazione, ma vi prometto che la cambieremo per sempre”

È interessante sottolineare il fatto che Biden, con queste sue ultime dichiarazioni, stia cercando di intercettare i voti dell’ala progressista sostenitrice di Sanders. A riprova di ciò, negli ultimi giorni, l’ex vicepresidente ha proposto un piano per abbassare da 65 a 60 anni l’età per poter accede a Medicare e di abbonare i debiti studenteschi contratti, per riuscire a terminare gli studi, da tutti coloro che studiano in università o college pubblici ed hanno un reddito medio-basso. Come analizza The Hill, al compimento dei 60 anni i cittadini americani, secondo la proposta di Biden, potrebbero decidere se scegliere Medicare o mantenere la propria assicurazione sanitaria. Per quanto concerne i debiti studenteschi, oltre a quanto già detto, verrebbero cancellati 10mila dollari di debito per tutti gli studenti, più quelli che vanno avanti da più di 20 anni.

Le cause del ritiro 

Dopo i primi tre appuntamenti delle primarie (Iowa, New Hampshire e Nevada), Sanders era da tutti considerati il front-runner sia per gli ottimi risultati ottenuti sia per i risultati deludenti di Biden. La svolta è avvenuta in South Carolina, Stato in cui la componente afroamericana ha giocato un ruolo cruciale, dove Biden ha vinto in maniera netta. Da quel momento in poi, l’ex vicepresidente ha inanellato una serie di risultati positivi che, legati all’alto numero di endorsement ricevuti rispetto al senatore del Vermont, gli hanno di fatto consegnato la vittoria. Un grande merito di Biden è sicuramente quello di essere riuscito a creare una coalizione trasversale capace di intercettare i voti dei tradizionali democratici, afroamericani, donne, organizzazioni sindacali ed una nuova ondata di bianchi moderati in fuga dal Partito Repubblicano del presidente Trump. Tutto ciò ha portato Sanders, dopo il South Carolina, a vincere solo in 6 occasioni su 25, perdendo clamorosamente in Stati che lo avevano visto nettamente vittorioso nel 2016. 

Analizziamo ora le cause principali che hanno portato il senatore del Vermont a scegliere la via del ritiro:

  • Mancanza di sostegno da parte dell’establishment: Sanders non ha mai ricevuto grande sostegno dall’establishment democratico, infatti, così come nel 2016, anche quest’anno ha ricevuto uno scarso numero di endorsement (9 nel 2016, 10 nel 2020). Gli effetti negativi causati dalla mancanza di appoggio da parte dell’élite democratica è divenuta evidente a partire dalle primarie in South Carolina, quando Biden ha cavalcato l’onda degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e O’Rourke. Tutto ciò è stato un grande ostacolo ad una sua possibile vittoria finale: non solo Sanders ha ottenuto uno scarso sostegno dall’establishment del partito, ma lo stesso establishment è stato fondamentale nella cavalcata finale che ha portato l’ex vicepresidente alla vittoria.   
  • Poca presa sulla componente afroamericana: nonostante sia andato meglio rispetto a quattro anni fa, il senatore del Vermont non è riuscito ad ottenere i risultati sperati. L’incapacità  di espandere la sua base elettorale verso la minoranza afroamericana ha praticamente condannato la sua campagna. Come nel 2016 per la Clinton, anche quest’anno il voto dei neri ha deciso, di fatto, le sorti delle primarie democratiche perché proprio dal South Carolina, Stato a maggioranza afroamericana, è partita la scalata verso la vittoria dell’ex vicepresidente. Infatti, Sanders non è riuscito a portare a casa neanche uno Stato del Sud, roccaforte dei democratici più moderati.
  • Presenza di Elizabeth Warren al Super Tuesday: La senatrice del Massachusetts, ideologicamente più vicina a Sanders che ai moderati democratici, il 3 marzo è riuscita ad ottenere molti voti dei progressisti che, in sua assenza, sarebbero andati sicuramente a Sanders. Lo stesso presidente Trump ha più volte ricordato che la presenza della Warren ha ostacolato il senatore del Vermont: “Elizabeth ‘Pocahontas’ Warren, che non andava da nessuna parte se non nella testa di Mini Mike, si è appena ritirata dalle primarie democratiche con tre giorni di ritardo. È costata a Sanders almeno Massachusetts, Minnesota e Texas. Probabilmente gli è costata la nomination”.
  • Mancato sostegno degli elettori bianchi senza laurea: la campagna di Sanders non è riuscita a capire che gli elettori bianchi senza laurea che lo hanno votato nel 2016, lo hanno fatto semplicemente perché non volevano la Clinton. Lo staff di Sanders, pensando che questa categoria fosse effettivamente una fedele sostenitrice del senatore del Vermont, ha deciso di investire pesantemente nelle primarie del 10 marzo in Michigan, Stato con una forte maggioranza di bianchi senza laurea. L’esempio lampante che ci mostra che nel 2020 non è stato rispettato questo trend è proprio il Michigan, nel quale nel 2016 il senatore del Vermont ha vinto mentre nel 2020 ha perso nettamente, questa volta però contro Biden.
  • Minor numero di caucus rispetto al 2016: il Comitato Nazionale Democratico, dopo le primarie del 2016, ha deciso di dare maggiore spazio alle primarie (intese come tipo di elezione), eliminando la maggior parte dei caucus. Analizzando i dati del 2016, questa decisione è stata sicuramente uno svantaggio nei confronti di Sanders. Quattro anni fa la Clinton ha perso la stragrande maggioranza dei caucus e spesso anche con ampi margini. Il grande problema per il senatore del Vermont è stato che la percentuale di delegati assegnati determinata dai caucus è scesa dal 14% del 2016 al 3% del 2020. Per fare un esempio del trend positivo di Sanders nei caucus, in Idaho, Maine, Minnesota e Washington –  Stati che sono passati nel 2020 da caucus a primarie – nel 2016 ha vinto nettamente, quest’anno, invece, ha perso in maniera chiara da Biden. 
  • Electability: ultimo vero grande problema di Sanders, il fattore dell’eleggibilità. Dal Super Tuesday in poi si è notato come il vero problema dell’elettorato democratico fosse quello di trovare un candidato capace di poter battere Trump, dunque, la stragrande maggioranza di chi è andato al voto non ha scelto il candidato che rispecchiasse le proprie idee ma quello più in grado di battere il tycoon. Secondo FiveThirtyEight, identificarsi come un socialista democratico e promuovere idee molto di sinistra come Medicare for All probabilmente non era abbastanza per gli elettori che invece volevano la certezza di poter battere il presidente.

L’endorsement a Biden

Poche ore fa, nel corso di un livestream, Sanders ha annunciato il suo endorsement a Biden, impegnandosi ad aiutarlo a battere il presidente Trump alle presidenziali. “Oggi chiedo a tutti gli americani, a tutti i democratici, a tutti gli indipendenti e a molti repubblicani di unirsi in questa campagna per sostenere la tua candidatura, che io appoggio, per assicurarci di sconfiggere il presidente più pericoloso della storia moderna di questo paese”, ha detto il senatore del Vermont. Inoltre, i due hanno deciso di lanciare sei task force per lavorare congiuntamente su una serie di questioni politiche tra cui l’assistenza sanitaria, l’economia, l’istruzione, giustizia penale, l’immigrazione e i cambiamenti climatici. “Non è un grande segreto Joe, che tu e io abbiamo le nostre differenze, e non le cancelleremo. È vero, ma spero che a queste task force si uniscano le migliori menti della tua e della mia campagna per trovare soluzioni reali a questi problemi molto importanti”. Biden ha poi chiesto a Sanders di aiutarlo a preparare un programma politico che possa aiutarlo a convincere i giovani, gruppo che ha supportato il senatore del Vermont per tutte le primarie, a votarlo alle presidenziali.

Contrariamente a quanto successo nel 2016, quando Sanders continuò la sfida con la Clinton fino alla fine sostenendola soltanto alla Convention di luglio, l’endorsement del senatore del Vermont, in questo caso, è arrivato appena cinque giorni dopo la sospensione della sua campagna. Il sostegno ottenuto da Biden, dunque, segna un momento chiave per i democratici e rappresenta sicuramente un modo per unificare il Partito Democratico dietro una sola persona. 

Secondo un’analisi di Axios, se Biden vuole davvero convincere la parte progressista a sostenere la sua candidatura, deve necessariamente puntare a qualcosa di più concreto in termini di proposte o concessioni. È improbabile che l’ex vicepresidente possa adottare Medicare for All vista l’opposizione durante tutta la sua campagna. I due, però, come già detto, stanno facendo passi avanti importanti su una serie di argomenti come il debito studentesco e l’abbassamento dell’età per accedere a Medicare.

Uno sguardo alle presidenziali

Secondo vari sondaggi condotti a livello nazionale Biden, che a questo punto è ufficialmente il candidato democratico, sarebbe in vantaggio rispetto a Trump. Una rilevazione della CNN riporta che l’ex vicepresidente attualmente è al 53% mentre il tycoon al 42%. Biden è supportato dal 91% dei democratici mentre Trump dal 96% dei repubblicani. Le divisioni demografiche che hanno definito le presidenziali del 2016 sembrerebbero persistere tutt’ora. Biden, come anche contro Sanders, a livello nazionale va forte tra le donne (62%) rispetto a Trump (32%), mentre quest’ultimo guida gli uomini col 51%. Il 77enne democratico, ovviamente, viene supportato in larga maggioranza dagli afroamericani, mentre il tycoon primeggia tra i bianchi. Inoltre, Biden ha un ampio vantaggio tra gli elettori più giovani, zoccolo duro di Sanders delle primarie democratiche. Tra i minori di 35 anni, il 62% sostiene Biden e il 31% Trump. Il presidente in carica, invece, è più forte tra gli anziani (55% contro 45% di Biden). 

Nonostante i sondaggi nazionali vedano Biden in vantaggio rispetto a Trump, come vuole la tradizione, il presidente in carica è sempre il reale favorito rispetto al suo sfidante. Il tasso di approvazione attuale di Trump è al 49% mentre quello di disapprovazione è sceso al 45%, dato più alto da quando è presidente degli Stati Uniti. Ciò significa che in generale i cittadini sono abbastanza contenti di come sta gestendo la crisi. La conferma di Trump molto probabilmente passerà proprio per questa crisi causata dalla pandemia di Covid-19, con Biden che, però, non ha intenzione di fermarsi proprio adesso, a maggior ragione dopo aver ottenuto l’endorsement dal suo ex rivale.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

La Casa Bianca crea il “nuovo” Team Telecom

Il presidente Donald Trump ha emesso l’Executive Order che istituisce il comitato di valutazione della partecipazione straniera nei servizi di telecomunicazione. Il nuovo organo formulerà raccomandazioni alla Federal Communications Commission (FCC).  

La Casa Bianca crea il “nuovo” Team Telecom - Geopolitica.info

L’iniziativa fa parte di una più ampia strategia portata avanti dall’Amministrazione Trump, che mira ad incrementare la mitigazione di eventuali problemi di sicurezza nazionale derivanti da investimenti stranieri.  

Come il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) il nuovo comitato è inter-agenzia. Al suo interno, oltre al Segretario della Difesa e al Segretario della Sicurezza Interna, sederanno capi dipartimento o di agenzie esecutive competenti alla materia, il Segretario di Stato, il Rappresentante per il Commercio e il Direttore dell’Intelligence Nazionale, nonché assistenti del Presidente Trump per gli affari di sicurezza nazionale e di politica economica.  

Il comitato assisterà la FCC nella revisione delle richieste per l’ottenimento di nuove licenze che potrebbero presentare rischi per la sicurezza nazionale. Non solo: il comitato potrà, dopo un voto a maggioranza assoluta, procedere alla revisione delle licenze già ottenute. 

L’Executive Order prevede inoltre che i membri del comitato sottoscrivano un Memorandum of Understanding che descriva un piano di attuazione ed esecuzione dei lavori, entro 90 giorni. Il Memorandum delineerà tutte le procedure e le informazioni utili alla revisione delle licenze sottoposte a controllo, nonché le misure di mitigazione ed azioni di supporto, volte a trattare efficacemente ed in modo coordinato i principali rischi.  

Il comitato ha 120 giorni di tempo per l’analisi dopo la notifica della FCC. Previsto inoltre un ulteriore periodo di valutazione di 90 giorni per i casi più complessi. 

Al termine del periodo di revisione, il Comitato potrà raccomandare alla FCC di: 

  • negare la richiesta; 
  • condizionare la licenza all’adempimento di specifiche prescrizioni; 
  • richiedere la modifica o la revoca di una licenza precedentemente ottenuta; 

Durante il processo di revisione, il comitato formulerà domande e richiederà informazioni alle parti interessate. Ogni decisone sarà accompagnata, obbligatoriamente, da una relazione scritta del Direttore dell’Intelligence Nazionale sui rischi per la sicurezza nazionale. 

Con il nuovo Executive Order il processo di revisione sarà quindi chiaro, fattore che permetterà alla FCC di emettere decisioni certe. Già in passato, ad esempio, alcuni operatori avevano lamentato la lentezza e la scarsa attenzione con la quale la Federal Communications Commission, concedeva le licenze ad operatori stranieri.  

Inoltre, la possibilità per il comitato di richiedere la modifica o la revoca di una licenza precedentemente ottenuta, appare essere perfettamente il linea con le recenti politiche assunte dall’Amministrazione Trump in tema di sicurezza nazionale. Questo permetterà al comitato di operare su vasta scala, fattore che con tutta probabilità andrà a generare un corposo processo di valutazione e revisione “preventivo” da parte di società ed enti che attualmente si servono di operatori stranieri.  

Il monitoraggio sulle decisioni prese dalla FCC, successive alle raccomandazioni, permetterà al nuovo comitato di continuare a garantire un elevato standard di sicurezza nazionale. L’emergenza generata dal Covid-19 impone di estendere la portata degli strumenti a protezione dell’interesse generale. Gli Stati Uniti si dotano quindi di un nuovo strumento che vigilerà attentamente, impedendo ad un paese straniero di minare l’integrità, la sicurezza e la continuità dei servizi offerti dalle reti di telecomunicazione.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC)

Doveva essere, secondo le parole del presidente americano Donald Trump, una semplice “diatriba tra Mosca e Riad” ma si è capito (quasi) subito che la guerra intorno al prezzo del petrolio avrebbe assunto ben presto una dimensione mondiale, tanto da arrivare a coinvolgere i Paesi del G20 in quello che è il più grande taglio della produzione di petrolio della storia.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC) - Geopolitica.info

Lo scontro tra Russia e Arabia Saudita 

Ad inizio marzo, davanti all’inarrestabile crollo del prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita aveva proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno, di cui 500.000 barili in capo ai Paesi non Opec. Una scelta, quella di Riad, dettata dal fatto di non poter sopportare a lungo un costo del greggio inferiore (di troppo) agli 80 dollari al barile, un prezzo che rappresenta il break-even per i sauditi. La proposta dell’Arabia Saudita si è scontrata però contro l’opposizione di Mosca che, forte di un break-even intorno ai 40 dollari al barile, ha provato a sfruttare l’occasione per eliminare dal mercato, per quanto possibile, i produttori di shale oil americani, già fortemente indebitati. La contromossa di Riad che ha deciso a quel punto di incrementare la propria produzione giornaliera ha dato inizio ad una vera e propria guerra dei prezzi, che ha portato il costo del petrolio addirittura intorno ai 20 dollari al barile e messo in crisi il meccanismo dell’Opec Plus.   

Un mercato del petrolio in crisi 

Lo scontro tra Mosca e Riad si è inserito in un contesto in cui il mercato petrolifero risultava già fortemente indebolito dagli effetti della diffusione a livello globale del virus Covid-19. Senza alcuna certezza circa i tempi necessari a neutralizzare la minaccia sanitaria in corso, l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha già ridotto, per l’intero 2020, di un terzo la previsione di crescita della domanda: ci si aspetta, in particolare, un aumento di (solo) 825 mila barili al giorno, che sarebbe il più basso dal 2011. Le misure per contenere il contagio, infatti, non solo hanno semiparalizzato la Cina, un gigante che assorbe oltre il 10% dell’offerta totale di greggio, ma stanno provocando ripercussioni a catena su scala internazionale, con un impatto significativo sui trasporti e sul turismo. In una simile situazione, solo un accordo tra i principali protagonisti del mondo petrolifero avrebbe potuto fornire qualche garanzia di ripresa per il settore.  

Il petrolio “sotto zero” 

Il crollo del prezzo del petrolio intorno ai 20 dollari al barile ha aperto la strada verso quella che da più parti viene vista come una catastrofe, ovvero una discesa dei prezzi in territorio negativo. Una situazione da scongiurare, sia perché per l’Europa, nonostante la crescita della domanda di gas, il petrolio resta ancora la principale fonte utilizzata per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, sia perché a fondarsi sul petrolio sono le economie di quei Paesi del Medio Oriente dove fondamentale è garantire la stabilità della regione. Prezzi negativi significa che i produttori possono liberarsi del greggio solo pagando. In realtà, non sarebbe la prima volta che succede nel settore energetico: anche prima della pandemia è già successo più volte di vedere il segno meno davanti al prezzo dello shale negli Stati Uniti, così come sui mercati dell’elettricità. Ma nel caso del petrolio la questione sarebbe più complessa, dal momento che l’eccesso di offerta rischia di terminare rapidamente lo spazio disponibile per il suo stoccaggio. E conservare il petrolio costa sempre più caro.  

L’accordo mondiale per il petrolio 

Ed è così che dopo una settimana di negoziati, sempre sull’orlo del fallimento a causa delle (rigide) posizioni di alcuni Paesi, si è arrivati ad un accordo che ha visto il coinvolgimento non solo del sistema Opec Plus ma anche dei Paesi del G20. Più precisamente, secondo un primo accordo, si era deciso che a maggio e a giugno la produzione mondiale di petrolio sarebbe diminuita di 10 milioni di barili al giorno. A fronte della perdurante opposizione del Messico, si è arrivati alla decisione di tagliarne una quantità leggermente inferiore, pari a 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta comunque di un dato molto significativo, che rappresenta ben un decimo dell’offerta totale attuale e quasi il doppio rispetto alla quantità tagliata in occasione della crisi finanziaria globale del 2007-2009.  

L’attivismo di Donald Trump 

Determinante per l’intesa è stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È stato lui, infatti, a spingere sin dall’inizio verso un possibile nuovo incontro dell’Opec Plus, trovando anche una soluzione all’opposizione messicana. La diffusione del Covid-19 sta mettendo a dura prova il sistema sanitario americano e, soprattutto, la tenuta della sua economia, tanto che recenti sondaggi accreditano lo sfidante di Trump alla Casa Bianca, Joe Biden, in vantaggio di ben 11 punti. Il vantaggio intravisto da Trump in un prezzo del petrolio così basso, ovvero una sensibile diminuzione del costo della benzina per i consumatori (ed elettori) americani, si è rivelato ben presto relativo, dal momento che a causa del lockdown i cittadini americani non possono circolare. Ed è così che Trump ha presto messo da parte i meri calcoli elettorali, per concentrarsi sui possibili (devastanti) effetti provocati da un eventuale crollo dell’industria petrolifera americana sulla sicurezza nazionale.  

L’incognita messicana 

L’accordo è stato a rischio sino all’ultimo a causa dell’opposizione messicana. Il ministro dell’Energia messicano Rocio Nahle, infatti, ha chiesto e, alla fine, ottenuto un compromesso in base al quale potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto previsto all’inizio. Il Messico, inoltre, rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Dietro all’opposizione messicana, la volontà del presidente Lopez-Obrador di incrementare gli investimenti nel settore petrolifero per portare la produzione di greggio sino a 2 milioni di barili al giorno, unico modo per poter sostenere le politiche sociali annunciate durante la campagna elettorale. Il compromesso si è reso possibile solo grazie all’intervento del presidente americano Trump, che ha proposto di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico. Per fare ciò, però, è stato necessario superare a sua volta l’opposizione dell’Arabia Saudita, intimorita che altri paesi avrebbero potuto avanzare richieste simili. Alla fine, però, a prevalere è stato il buon senso di tutti e, soprattutto, la volontà di salvare, ancora una volta, l’Opec.

Fabrizio Anselmo,
Geopolitica.info

Le primarie democratiche ai tempi del coronavirus

Il coronavirus si sta espandendo in maniera esponenziale negli Stati Uniti che, ad oggi, contano quasi 370 mila casi. Quest’espansione del virus si sta ripercuotendo anche sulle primarie democratiche: molti Stati hanno dovuto rimandare il voto, stravolgendo il calendario originariamente stabilito. Anche il Democratic National Committee (DNC) si è visto costretto a posticipare la National Convention di Milwaukee dal 13 luglio al 17 agosto. Inoltre, nelle ultime ore, la Corte Suprema del Wisconsin ha deciso di bloccare l’ordine esecutivo – emesso poco prima dal governatore Tony Evans – che prevedeva il rinvio delle primarie al 9 giugno, generando una situazione piuttosto singolare.

Le primarie democratiche ai tempi del coronavirus - Geopolitica.info

Il calendario delle primarie cambia

Dato l’acuirsi dell’emergenza nelle ultime settimane, 15 Stati hanno rinviato le primarie o sono passati al voto per posta: Alaska, Connecticut, Delaware, Georgia, Hawaii, Indiana, Kentucky, Louisiana, Maryland, New York, Ohio, Pennsylvania, Puerto Rico, Rhode Island, West Virginia e Wyoming. Sei di questi Stati hanno spostato le loro primarie al 2 giugno. Il Partito democratico dell’Alaska ha annullato il voto di persona, originariamente previsto per il 4 aprile, decidendo di far votare i propri elettori per posta. La stessa decisione è stata presa anche in Wyoming e alle Hawaii. Puerto Rico aveva posticipato le primarie al 26 aprile ma sono state rinviate a data da destinarsi, l’Ohio le ha posticipate al 28 aprile, la Georgia al 19 maggio, il West Virginia al 9 giugno, la Louisiana al 20 giugno mentre New York e il Kentucky al 23 giugno. Kansas (2 maggio), Nebraska (12 maggio) e Oregon (19 maggio) ancora non hanno annunciato slittamenti.

Molti Stati, invece, voteranno il 2 giugno: Connecticut (nuova data), Delaware (nuova data), District of Columbia, Indiana (nuova data), Maryland (nuova data), Montana, New Jersey, New Mexico, Pennsylvania (nuova data), Rhode Island (nuova data) e South Dakota. Questa data, a sorpresa, è diventata la più importante delle primarie democratiche e, contrariamente a quanto sostenuto fino a qualche settimana fa, potrebbe essere in grado di cambiare le sorti delle elezioni, dando la possibilità di ottenere un totale di 686 delegati. Ovviamente, il 2 giugno potrebbe, però, essere anche l’occasione che Biden potrebbe sfruttare per mettere la parola fine al duello contro Sanders avendo a disposizione un vantaggio di circa 300 delegati. Nonostante questo vantaggio, il senatore del Vermont non ha intenzione di lasciare la corsa perché vede in quella data l’ultima opportunità per ottenere la vittoria. 

Alcuni democratici considerano questo ritardo delle primarie come un possibile pericolo: dover aspettare fino al 2 giugno, priva Biden della possibilità di accumulare vittorie che porterebbero l’attenzione dei media. Nel frattempo il presidente Trump, sta promuovendo la sua leadership in una pandemia globale, aumentando la propria popolarità a livello nazionale, attualmente al 49% e mai così alta da quando è entrato in carica, a discapito soprattutto dell’ex vicepresidente. A causa del coronavirus, invece, Sanders si è allontanato quasi interamente dalla campagna convenzionale, cercando di radunare i suoi sostenitori liberal, che come lui sostengono la proposta del miglioramento dell’assistenza sanitaria durante l’emergenza.

Le scelte di Biden

Lo scorso venerdì, durante un evento di raccolta fondi virtuale, Biden ha dichiarato di aver avuto una conversazione privata con Sanders affermando: “Bernie è un amico. Siamo rivali ma è comunque un amico e non voglio che pensi che io sia presuntuoso, ma dovrebbe iniziare il processo necessario per la scelta del candidato alla vicepresidenza che comunque richiede del tempo”. Ha confermato, inoltre, di aver parlato con Barack Obama al quale ha annunciato – come allo stesso Sanders durante la loro chiacchierata – che, nonostante ci sia più tempo causa il rinvio della Convention di Milwaukee, entro il prossimo mese creerà un comitato che sovrintenderà al processo di selezione del vicepresidente. Biden, tra le altre cose, si è ripromesso di scegliere una donna come vicepresidente, affermando che “è di fondamentale importanza che il vicepresidente sia una donna, con l’esperienza e il giusto background per svolgere il lavoro in questione”. Le principali indiziate sono Warren, Klobuchar ed Harris, mantenendo sempre un occhio di riguardo all’ex First Lady Michelle Obama.

L’ex vicepresidente ha ammesso che la pandemia di Covid-19 ha fatto passare in secondo piano la sua campagna dando al presidente Trump la possibilità di essere sempre in primo piano grazie ai suoi briefing giornalieri alla Casa Bianca. “Molti dei nostri supporter sono preoccupati”, ha detto l’ex vicepresidente. “Dove è Joe? Il presidente tiene ogni giorno lunghe conferenze stampa. Ogni giorno qualcuno mi chiama e mi dice: Joe, i numeri del presidente migliorano sempre di più e lui è sempre sotto i riflettori. Che intendi fare? La verità è che non è possibile competere con la capacità di comunicazione di un presidente in carica”, ha poi affermato Biden, facendo notare che però che i numeri del tycoon non stanno più salendo perché “lui sta affermando cose poco accurate e la gente se ne sta rendendo conto”.

Il rinvio della National Convention di Milwaukee

Il 2 aprile il Democratic National Committee (DNC), ha annunciato che la National Convention – prevista per il 13 lugliodurante la quale sarà ufficialmente eletto il candidato democratico che dovrà sfidare Trump, è stata rinviata al 17 agosto a causa della pandemia di coronavirus. La Convention si terrà ancora a Milwaukee, una settimana prima di quella repubblicana di Charlotte. “Accogliamo con favore la decisione del DNC di dare la priorità alla salute e alla sicurezza dei delegati e della più grande comunità di Milwaukee rinviando la Convention democratica ad agosto”, ha dichiarato Bill Russo, portavoce di Biden, aggiungendo che la campagna continuerà a lavorare da vicino con i partiti statali e il DNC. È intervenuto poi anche il CEO della Convention Joe Solmonese: “Nel nostro attuale clima di incertezza, riteniamo che l’approccio più intelligente sia quello di dedicare ulteriore tempo per monitorare l’evolversi di questa situazione in modo da poter posizionare al meglio il nostro partito per una Convention sicura e di successo”.

Oltre a quanto già detto, in un’intervista su This Week della ABC, Biden ha ribadito che la Convention di Milwaukee potrebbe dover diventare virtuale se il coronavirus dovesse continuare a minacciare la salute pubblica anche in estate: “C’è il rischio di dover fare una Convention virtuale. Credo che dovremmo pensarci proprio ora. Potremmo però non essere in grado di mettere 10, 20, 30.000 persone in un posto”. Le attuali regole della Convention, però, stabiliscono che i delegati devono necessariamente comparire di persona per nominare il candidato da loro scelto, quindi sarebbe necessario un cambio di regole per consentire il voto digitale.

Le primarie in Wisconsin

In Wisconsin, nelle ultime ore, si è creata una situazione alquanto contraddittoria e complessa. Sebbene un giudice federale avesse inizialmente deciso che la consultazione elettorale del Wisconsin sarebbe rimasta in programma per il 7 aprile, il governatore Tony Evers ha poi emesso   un ordine esecutivo per rinviare le primarie al 9 giugno. In realtà, il governatore non ha la possibilità di esercitare questo tipo di potere, difatti i repubblicani hanno fatto ricorso alla Corte Suprema del Wisconsin e con un voto 4 a 2 i giudici hanno deciso l’incostituzionalità dell’ordine emesso. Sebbene Evers, con il sostegno dei democratici, fosse riuscito ad ottenere l’estensione del voto postale fino al 13 aprile, dopo un ulteriore ricorso dei repubblicani, la Corte Suprema degli Stati Uniti con un voto 5 a 4 ha deciso l’incostituzionalità della proroga. I voti potranno arrivare agli uffici entro il 13 aprile ma dovranno essere spediti entro oggi. Se, al momento dell’arrivo, non presenteranno il timbro postale datati al 7 aprile non avranno nessun valore. Oggi, quindi, le primarie in Wisconsin si terranno normalmente anche se le condizioni attuali non lo permetterebbero: nelle ultime settimane era stato emesso un ordine per il quale si poteva uscire di casa solo per motivi essenziali e, inoltre, non ci sono abbastanza persone per tenere aperti i seggi. Milwaukee solitamente ha 180 seggi elettorali aperti, oggi, invece, solo 10 potrebbero aprire. Oltre 100 cittadine hanno detto che non dispongono di abbastanza persone per poter aprire un seggio. 

A tutto ciò si aggiunge il fatto che le schede votate da casa devono avere la firma di un testimone, di conseguenza la scorsa settimana un giudice aveva deciso che questa non sarebbe servita a causa della grave diffusione del coronavirus. Clamorosamente, però, qualche giorno dopo, la decisione presa dal giudice è stata annullata e, dunque, tutti coloro che hanno mandato la scheda senza firma del testimone, vedranno il proprio voto annullato.

Non ci resta quindi che aspettare l’esito dei voti in Wisconsin, dove Biden è nettamente favorito, che dovrebbero essere disponibili dal 13 aprile. Tra tre giorni si voterà in Alaska interamente per posta, pertanto, ci si chiede perché non sia stato possibile prendere una misura del genere anche nello Stato del governatore Evers. 
Stando al calendario aggiornato delle primarie democratiche, il prossimo voto di persona si terrà in Ohio il 28 aprile, ma se la situazione di emergenza dovesse protrarsi ancora, è bene che i vari Stati rimasti prendano per tempo delle precauzioni, in modo da evitare che si ripeta quanto avvenuto in Wisconsin nelle ultime ore.  

Alessandro Savini,
Geopolitica.info