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Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale?

Col passare delle ore sta diventando chiaro che il COVID-19 non produce solo quei tragici effetti in termini di vite umane a cui tutti noi stiamo assistendo, ma che speriamo restino temporalmente circoscritti grazie all’enorme sacrificio compiuto dall’intero personale sanitario e alle gravose (sebbene assolutamente necessarie) modifiche imposte al nostro stile di vita. L’emergenza in corso rischia di avere anche risvolti politici di scala globale, che probabilmente diventeranno meglio visibili solo negli anni a venire.

Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale? - Geopolitica.info

Quella che inizialmente era sembrata un’improvvisa battuta d’arresto per l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC), sia sotto il profilo della crescita economica che del soft power, si è trasformata in un’incredibile occasione da cogliere per la strategia revisionista che Pechino sta attuando nei confronti dell’ordine internazionale liberale.
Procediamo per gradi. Anzitutto, definendo il bersaglio della sfida cinese. L’ordine internazionale liberale, già prefigurato a Washington durante la Seconda guerra mondiale e realizzato su quella parte del mondo non caduta nella sfera di influenza sovietica durante la Guerra fredda, ha preso forma compiutamente globale nel triennio 1989-1991. Tra i suoi “pilastri” figurano: 1) un divario incolmabile – almeno momentaneamente – tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi nelle principali dimensioni del potere (diplomatica, militare, economica, intellettuale); 2) la diffusione della democrazia e dell’economia di mercato, per favorire trasparenza nei processi decisionali, interdipendenza tra le nazioni e, di conseguenza, una maggiore propensione alla cooperazione; 3) le Organizzazioni internazionali, intese non solo come luogo di interazione – e potenzialmente di condivisione delle scelte – tra la potenza egemonica, i suoi alleati e i suoi partner, ma anche come strumento di progressiva integrazione dei suoi potenziali sfidanti nell’ordine internazionale; 4) la volontà degli Stati Uniti di esercitare la leadership, fornendo agli altri Paesi “servizi pubblici” (sicurezza, controllo e regolazione del sistema economico globale); 5) la disponibilità degli altri Stati a riconoscere a Washington tale ruolo.

Il dibattito intorno alla scelta della Cina di contestare l’ordine qui descritto per brevi capi, assumendo una postura “revisionista”, da almeno venti anni è oggetto di dibattito nella letteratura delle Relazioni internazionali. Le interpretazioni sorte in merito sono molto eterogenee. Soprattutto gli studiosi cinesi (Yan; Zhao) tendono a negare che Pechino sia interessata a questo genere di sfida, in quanto la cultura politica nazionale sarebbe diversa da quella occidentale. Pertanto, interpretare le politiche cinesi secondo i nostri paradigmi consueti (potenze conservatrici/revisioniste; strategia del balancing/bandwagoning) ci farebbe cadere in un pericoloso errore di interpretazione. Altri, invece, già da tempo sostengono che la sfida della RPC è già in atto e rischia di riportare gli assetti globali verso un riequilibrio di tipo bipolare (Allison; Layne; Kagan). Altri ancora, sostengono che il revisionismo cinese sia reale ma, al tempo stesso, connotato da una natura “incrementale” in quanto circoscritto ad alcune dimensioni funzionali e quadranti geopolitici e attento a evitare una competizione serrata con gli Stati Uniti (Mearsheimer; Mastanduno).
Secondo chi scrive, l’ultima interpretazione finora era la più convincente per tante ragioni. Anzitutto, perché i vertici del Partito Comunista Cinese avevano di fronte alcuni modelli di comportamento da non imitare, come quelli della Germania nazista e dell’Unione Sovietica la cui sfida “rivoluzionaria” – ovvero frontale e attuata in tutte le dimensioni – agli ordini guidati dalle potenze anglo-sassoni si concluse in un’immensa catastrofe. Sebbene l’impasse militare degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 fossero stati considerati come indicatori dell’intervenuta instabilità degli assetti internazionali del post-Guerra fredda e l’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012 come un acceleratore del revisionismo cinese, la politica estera del “Dragone” negli anni successivi appariva ancora ispirata al suggerimento di Deng Xiaoping «mantieni il profilo basso e aspetta il tuo tempo». La RPC, infatti, è sembrata evitare accuratamente una competizione con gli USA sul modello della Guerra fredda, mantenendo le sue azioni sempre al di sotto di una certa soglia di scontro (come la sostanziale astensione dall’utilizzo degli strumenti militari o la riduzione della deterrenza nucleare all’incerta assicurazione di un second strike).

Alla Casa Bianca è generalmente prevalsa questa percezione della controparte, come la National Security Strategy del 2017 – quella firmata da Donald Trump e che per la prima volta accusa pubblicamente la Cina di “revisionismo” – è intervenuta a confermare. Nel documento strategico, d’altronde, si parla di una sfida da parte cinese – e russa – al potere e agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, la RPC viene identificata come la principale minaccia nella dimensione economica, mentre in quella militare il governo americano ne parla in questi termini solo nel medio-lungo termine. Inoltre, il documento nulla dice sulla sfida cinese ai modelli e ai valori occidentali, così come rimane su un livello di analisi prevalentemente regionale delle sue politiche revisioniste.

L’emergenza COVID-19 potrebbe – sottolineo, potrebbe – costituire un punto di svolta in questo senso, ovvero un passaggio da una sfida di tipo “incrementale” o “indiretta” a alla competizione aperta. Dal punto di vista di Pechino, infatti, l’attuale crisi ha agito come uno stress test nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Anzitutto, ha dimostrato la fragilità delle economie occidentali, che hanno registrato i maggiori crolli di borsa dal 1987 e probabilmente patiranno molto più di quanto ci si aspetti nei prossimi mesi/anni come conseguenza della chiusura di centinaia (o, purtroppo, migliaia?) di imprese, della rovina di tanti liberi professionisti e dell’aumento esponenziale dell’intervento statale nell’economia.
In secondo luogo, ha fatto registrare l’incertezza degli Stati Uniti di voler ribadire la loro volontà “di guida” dell’ordine internazionale. Oltre ai messaggi di solidarietà di rito, Washington non fatto molto altro per combattere il contrasto del virus nel mondo (o, meglio, ha fatto meno di quello che ci si aspetterebbe da una potenza-leader). E anche quando ha compiuti gesti concreti – si pensi all’ospedale da campo recentemente montato a Cremona – lo ha comunicato il minimo indispensabile, probabilmente per evitare di far circolare in patria la percezione di un presidente intento a spendere il denaro dei taxpayer americani all’estero in un anno elettorale.

Inoltre, ha esasperato le contraddizioni interne a organizzazioni-cardine dell’ordine liberale come l’Unione Europea. Questa ha dimostrato scarsa efficienza al suo primo grande appuntamento con la storia, confermando che il livello di azione degli Stati resta decisivo per la sicurezza dei cittadini (si noti, un tipo di sicurezza che poco ha a che fare con quella militare). Il blocco delle vendite di mascherine e di altri materiali sanitari tra Paesi membri, l’assenza di un protocollo comune con cui trattare l’emergenza, la sospensione di Schengen e il comportamento irresponsabile di Christine Lagarde – ricordiamolo, titolare del perno intorno a cui ruota il processo di integrazione europea – rischiano di lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva degli europei, che potrebbe provocare la radicalizzazione dei partiti sovranisti e lo spostamento sulle loro attuali posizioni di alcune forze politiche moderate.
Infine, l’emergenza Coronavirus ha offerto a Pechino l’occasione di verificare su larga sala la sua capacità di contro-narrazione. E, dal suo punto di osservazione, i risultati sono stati più che positivi. La RPC, infatti, ha visto crescere il suo consenso globale nelle ultime settimane come mai avrebbe potuto immaginare solo a inizio marzo. Non crediamo certamente di offrire ai nostri lettori uno scoop rilevando che sempre più persone – in Italia, come all’estero – non solo non sono più convinte che il Coronavirus arrivi da Wuhan (non a caso Trump non perde mai l’occasione per definirlo Chinese virus) ma, grazie a un’accurata opera di disinformazione attuata scatenando troll e media compiacenti, cominciano a pensare che questo sia stato creato in qualche laboratorio occidentale (meglio se “amerikano”) per piegare l’irresistibile ascesa cinese, o sia stato sfruttato da Washington per un fantomatico sbarco in Europa (o, almeno, in questi termini ne ha parlato sui social l’esercito dei troll in riferimento all’esercitazione NATO Defender Europe 2020).

Tale dato non è solo preoccupante in quanto rischia di contribuire al declino del primato americano (le egemonie sono per definizione transitorie), ma anche perché rafforza l’ascesa internazionale di un regime totalitario, con tutte le conseguenze sia in termini di esercizio del potere e controllo sugli altri Paesi, che in quelli di esportazione strisciante di un modello antitetico a quello della liberal-democrazia. Purtroppo, l’impressione è che i politici italiani – come molti loro colleghi europei – non abbiano ancora avuto il tempo, la volontà o le capacità per riflettere sul fatto che decisioni prese in momenti “critici” determinano conseguenze di lungo periodo che possono rivelarsi esiziali per il destino di una nazione. La speranza è che, semmai si dovesse realmente concretizzare l’incubo di una nuova competizione bipolare (stavolta USA-RPC), l’Italia non scelga di schierarsi dalla parte sbagliata.

COVID-19 e la sua influenza nella politica USA (con uno sguardo alle elezioni)

L’emergenza del Covid-19 entra a gamba tesa nella politica statunitense. In pochissimi giorni Donald Trump ufficializza lo stato d’emergenza nazionale il 13 Marzo scorso dopo la decisione di bloccare i voli dagli stati europei dell’area Schengen e dalla Gran Bretagna. Dopo queste misure la Camera dei Rappresentanti ha approvato delle misure straordinarie per il sistema sanitario.

COVID-19 e la sua influenza nella politica USA (con uno sguardo alle elezioni) - Geopolitica.info

In pochissimi giorni il Covid-19 mette Washington dinanzi ad un emergenza che sta colpendo il grosso dei paesi del globo, in cui l’Europa, in testa l’Italia, sta fronteggiando l’emergenza del Coronavirus.

Nei giorni scorsi lo stesso Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien ha accusato Pechino di aver ritardato le misure di contenimento,causando l’attuale pandemia. Il Coronavirus entra prepotentemente anche nello scenario delle Primarie democratiche, dove si contendono la nomination per il Democratic Party l’ex Vice presidente Joe Biden e il Senatore del Vermont Bernie Sanders . Ma in queste ore gli stati dove si è votato, tra cui la Florida, Arizona e Illinois sono stati accompagnati da altri dove i Governatori hanno preso la decisione di rinviare le tornate elettorali del Democratic Party. Infatti gli stati del Kentucky e dell’Ohio(nonostante il giudice dello Stato abbia bocciato la richiesta del governatore) hanno rinviato le primarie. In Ohio lo stesso Governatore Larry Hogan ha deciso di non far iniziare le operazioni di voto.

La questione del Coronavirus ha mutato lo scenario politico statunitense anche nella sua politica estera. L’ azione di Washington di acquisire, con un offerta da circa un miliardo di dollari, i diritti esclusivi per un vaccino che una azienda tedesca sta sviluppando ha ulteriormente alzato la tensione tra Washington e il vecchio continente. Nonostante alcune aziende statunitensi stanno andando avanti con lo sviluppo di un vaccino.

Nella serata di Mercoledì Donald Trump ha dichiarato che due navi ospedale sono state attivate per dare supporto al sistema sanitario statunitense, una delle due navi-ospedale della marina statunitense è in navigazione verso New York.

Per fronteggiare l’emergenza Covid-19 Trump ha deciso di applicare la Defense Production Act, provvedimento del governo federale che richiede l’intervento del settore Privato per la produzione di materiale sanitario. Arriva nella tarda serata di Mercoledì 18 marzo l’approvazione finale di un provvedimento per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Il Pacchetto da 100 miliardi di dollari è la prima delle misure emanate dal Congresso. Ora però la crisi del Coronavirus rischia di impattare sulle Primarie del Partito Democratico, dove la vittoria di Joe Biden, dopo i successi in Arizona, Illinois e Florida, ha spianato la strada per l’ottenimento della nomination all’ex VP della Amministrazione Obama.

Nella notte tra Mercoledì e Giovedì è giunta l’ufficialità che sono stati riscontrati positivi i primi due membri del Congresso Statunitense. Sono il Democratico dello stato dello Utah Ben McAdams e il membro del Partito Repubblicano per lo stato della Florida Mario Diaz-Balart.

Cooperare o competere nello spazio?

Il rinnovato interesse per lo spazio testimoniato in questi giorni dall’amministrazione Trump e i notevoli passi avanti compiuti dalla Cina in questo settore rendono indispensabile una profonda riflessione teorica su questo nuovo teatro operativo e, in particolare, interrogarsi se sia più facile cooperare o competere nello spazio.

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Un utile strumento per rispondere a questo quesito può essere il modello sviluppato da Robert Jervis, professore di International Affairs alla Columbia University, nella sua famosa opera “Cooperation Under the Security Dilemma”. Secondo l’autore, nell’ambito delle relazioni internazionali esistono quattro possibili scenari o “mondi” che dipendono da due variabili: la prima è se è in vantaggio l’offesa sulla difesa o viceversa; la seconda è se una postura offensiva può essere distinta da una difensiva. Il risultato è così rappresentato:

Per quanto riguarda la prima variabile, due sono i fattori principali che determinano se sia l’offesa o la difesa ad essere in vantaggio: la tecnologia e la geografia. La prima dipende principalmente dal grado di vulnerabilità delle armi, che, quanto più sono difficili da proteggere in caso di attacco preventivo nemico, tanto prima verranno utilizzate dallo Stato che si sente minacciato. Le tecnologie spaziali sono facilmente attaccabili sia dalla Terra che dallo spazio, tramite numerosissime tecnologie “counterspace” da cui è difficile, se non in certi casi attualmente impossibile, difendersi efficacemente. Questo fa sì che sia l’offesa ad avere un vantaggio importante sulla difesa, così che in caso di conflitto gli asset spaziali siano i primi ad essere colpiti, soprattutto dalla Cina, che cerca un vantaggio asimmetrico nei confronti del suo più potente competitor.

Anche la geografia gioca a favore dell’offesa. Jervis nel suo saggio pensa alla geografia terrestre e descrive alcuni elementi che possono favorire la difesa, come la presenza di Stati cuscinetto o barriere naturali, tra cui montagne, oceani e grandi fiumi. Nello spazio, tuttavia, non esiste alcun tipo di fortificazione naturale o artificiale dietro cui ripararsi, né tantomeno Stati cuscinetto o zone demilitarizzate utili a rallentare l’attacco nemico mentre le orbite, in cui si muovono i corpi nello spazio, sono guidate dalle leggi della fisica che si possono calcolare e modificare, ma non stravolgere.

La seconda variabile da tenere in considerazione per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci troviamo è la possibilità, o meno, di distinguere una postura offensiva da una difensiva. Il dilemma della sicurezza è, infatti, fortemente presente se le armi e le dottrine che forniscono protezione ad uno Stato consentono anche le capacità per attaccare. Se ciò non avviene, il postulato base che costituisce il dilemma della sicurezza viene meno, in quanto un Paese può aumentare la propria sicurezza senza diminuire quella degli altri. Se la difesa è in vantaggio sull’offesa il dilemma viene comunque mitigato, ma se poi si aggiunge la possibilità di distinguere le due posture allora la trappola della sicurezza viene quasi completamente disinnescata.

Nel caso dello spazio, però, la possibilità di distinguere tra strumenti difensivi e offensivi si fa ancora più fievole. Per la natura dual-use delle tecnologie spaziali, difatti, è spesso impossibile distinguere persino tra uso civile e militare di un determinato asset. Si pensi, ad esempio, al sistema di navigazione satellitare, oggi comunemente utilizzato da un qualunque possessore di smartphone o ai satelliti per le previsioni meteo, impiegati nella programmazione delle operazioni militari, ma anche dai civili tutti i giorni. Persino i razzi usati per i test delle armi anti-satellite, che dovrebbero essere strumenti unicamente offensivi, possono essere adoperati per lanciare satelliti nello spazio e condurre esperimenti scientifici. Diventa, pertanto, assai arduo accusare uno Stato di mantenere una postura bellicosa e adottare quindi provvedimenti a riguardo, incluse minacce o sanzioni.

Combinando dunque le due variabili di offesa in vantaggio sulla difesa e l’impossibilità di distinguere una postura offensiva da una difensiva nello spazio, individuiamo questa dimensione nel primo dei mondi descritti da Jervis, vale a dire quello doppiamente pericoloso.

Il primo mondo, inoltre, è il più sfavorevole per le potenze dominanti e desiderose di mantenere lo status quo, in questo caso gli Stati Uniti, in quanto non c’è alcun modo per aumentare la propria sicurezza senza minacciare gli altri e ottenerla esclusivamente tramite la difesa è incredibilmente difficile data la vulnerabilità di queste armi. Inoltre, poiché le due posture sono indistinguibili, le potenze in difesa dello status quo acquisiranno lo stesso tipo di arsenale ricercato dai possibili aggressori. La situazione è perciò altamente instabile, la corsa al riarmo probabile, gli incentivi a colpire per primi possono trasformare le crisi in guerre, le vittorie decisive e le conquiste saranno comuni e la cooperazione incredibilmente difficile da raggiungere.

Da quanto argomentato finora, si evince come lo spazio rientri perfettamente in questo quadro. Ciò non implica automaticamente che tra gli Stati Uniti e la Cina dovrà scoppiare necessariamente una guerra per o attraverso lo spazio, poiché non è il solo teatro operativo oggi esistente, anzi, il suo sviluppo è ancora in fase embrionale. Per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci si trova bisogna tenere conto di tutte le variabili presenti, militari e non. La sola deduzione logica che ne consegue è che nello spazio, in generale, sia molto più facile competere che cooperare e che, in caso di guerra, lo spazio sarebbe uno dei primi teatri ad essere coinvolto nelle operazioni dei due Paesi in questione. Bisogna ricordare, infine, che una guerra totale nello spazio è comunque poco probabile, in quanto l’enorme mole di detriti che ne scaturirebbe provocherebbe una mutua distruzione spaziale garantita. Di conseguenza, quanto più Pechino diverrà dipendente dalle tecnologie spaziali, tanto più la possibilità che questo catastrofico evento avvenga diventerà remota.

Per concludere, è giusto osservare che la competizione in questo campo non ha solo aspetti negativi, ma è anche in grado di portare a risultati straordinari e avanzare la conoscenza umana come poco altro. Il programma Apollo e il conseguente sbarco sulla Luna non sarebbero mai stati possibili senza il desiderio americano di primeggiare nel campo dell’esplorazione spaziale nei confronti sovietici. La cooperazione ha condotto a risultati di certo non trascurabili, come la creazione della Stazione Spaziale Internazionale, ma la nuova corsa allo spazio consentirà probabilmente all’uomo di raggiungere Marte, qualcosa di incommensurabilmente più elevato di qualunque progetto congiunto mai pensato fino ad ora.

Trump approva il nuovo budget della Marina

Di recente è stato approvato il nuovo President’s Budget FY 2021 in cui risulta chiaro come gli Stati Uniti stiano indirizzando enormi risorse verso la Marina, tornata oramai punta di diamante del sistema di difesa di Washington. Il budget previsto per l’anno venturo è di circa 207 miliardi di dollari, una cifra di poco minore rispetto al passato ma giudicata comunque positivamente per la sua ripartizione tra i vari settori.

Trump approva il nuovo budget della Marina - Geopolitica.info

La ripartizione del budget

Del totale circa un terzo è diretto verso le spese di mantenimento e delle operazioni con un piccolo aumento rispetto a quanto destinato in precedenza. Uno dei punti centrali di tale fetta di budget è il mantenimento di un’alta readiness delle forze così da poter garantire una risposta rapida ma soprattutto efficace anche attraverso una loro proiezione lontano dalle coste statunitensi. A questo si affianca un ridisegno nella proporzione delle risorse destinate alla manutenzione a favore di quelle per le operazioni e il mantenimento di elevate capacità di combattimento.
Il secondo settore cui sono destinati più fondi è quello del procurement che se ha comunque subito un taglio rispetto al passato,rispecchia le linee guida già stabilite. Nella sezione sugli investimenti per la modernizzazione dei mezzi si ha un paragrafo dedicato alla ricerca di una posizione ottimale per mantenere la superiorità marittima statunitense. Circa 20 miliardi di dollari sono destinati infatti allo sviluppo di 10 vascelli tra cui piattaforme unmanned (a guida remota o automatizzate) ed un processo di ricapitalizzazione del programma degli SSBN classe Columbia definito dal sito navyrecognition come “our nation’s ultimate insurance policy and the Navy’s highest priority”. Nel PB 2021 viene giustificata tale ripartizione delle spese con il fatto che i programmi “would deliver warfighting advantages against China and Russia” confermando quanto affermato nella National Defense Strategy del 2018.


Oltre ai programmi già citati ve ne sono altri connessi alla necessità di contrastare i due principali competitor tra cui: munizionamento a lunga gittata, tecnologia missilistica avanzata (tra cui capacità di crociera ipersonica), armi ad energia diretta e il continuo sviluppo di capacità inerenti l’Information Warfare. Chiara è quindi la direzione tracciata dall’amministrazione che rimanere coerente con quanto già postulato negli ultimi anni sia a livello strategico ma soprattutto a livello di procurement.

Strettamente connesso al procurement è il budget per la ricerca e sviluppo che è di circa il 10% del totale e che ha visto un aumento rispetto al passato. Come recita anche il PB 2020 la disposizione dei fondi va ad implementare la National Defense Strategy del 2018 dando la priorità agli investimenti per la modernizzazione, la letalità e l’innovazione che sono centrali per rispondere alle sfide presenti e future degli Stati Uniti.
Un aspetto interessante che emerge è anche una rivalutazione del ruolo dei membri delle Forze Armate in generale. Con un incremento di oltre il 6% il budget destinato al personale della Marina è la terza fetta più grande della torta. Questo in parte rispecchia l’aumento del 3% della paga base che insieme ad altri benefit ha il fine di rimanere competitivi nei confronti del settore privato.

Un bilancio sui nuovi fondi

Gli obiettivi a breve termine riguardano la consegna di 4 cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, 3 SSN classe Columbia, 5 navi da combattimento sotto costa ed una LPD. A questo si aggiungono altri 2 vascelli con compiti logistici mentre verranno ritirate 6 unità. Infine, sono stati stanziati fondi per la costruzione di 8 nuove unità da combattimento e per la programmazione di altre 44 (comprese 17 unità unmanned).
Per la U.S. Navy risulta chiaro come l’amministrazione stia dando la priorità ad un tipo di forze “expeditionary” in grado di operare in teatri ad alta intensità e lontano dai centri logistici principali seppur a costi più contenuti, non a caso si sta procedendo con l’aggiornamento dell’F-18 nonostante l’acquisizione del nuovo F-35. L’obiettivo è di rendere dispiegabile entro il 2021 una battle force di 306 vascelli insieme ad 11 portaerei e 33 battelli anfibi che sono la spina dorsale dei carrier and amphibious ready groups.

Ipotesi e certezze sullo scacchiere mediorientale dopo la morte di Soleimani

Il cavaliere oscuro, il guerriero imprendibile, ma soprattutto il “martire vivente”. Molte sono state le definizioni attribuite nel tempo a Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

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Dal momento della sua uccisione a Baghdad per mezzo di un drone USA, Soleimani è  diventato il martire per eccellenza, la figura attorno alla quale Teheran può ricompattare un paese estremamente diviso al proprio interno, anche per effetto della pesante campagna di pressione statunitense che ne ha messo in crisi l’economia, contribuendo a far aumentare il malcontento dei cittadini. A livello regionale, però, la mossa statunitense rischia di dare origine a una nuova ondata di instabilità i cui effetti hanno già cominciato a riverberars al di fuori dei confini iraniani. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, infatti, è arrivata la risposta di Teheran all’uccisione del suo generale: intorno all’una, 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene che ospitano soldati statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS. Teheran ha rivendicato la legittimità dell’attacco come misura “proporzionata” di autodifesa nel rispetto del diritto internazionale sancito dall’ONU: la rappresaglia, ha commentato il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif su Twitter, è stata “conclusiva”, a segnalare che l’Iran “non vuole una escalation né la guerra, ma è pronto a difendersi da qualsiasi aggressione”.

Dalla sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente USA Donald Trump ha supervisionato l’operazione che ha portato all’uccisione di Qassem Suleimani, di Abu Mahdi al Muhandis, e degli altri militari legati all’Iran presenti nel convoglio in transito nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena. Secondo le ricostruzioni, Trump avrebbe dato il via libera all’opzione presentatagli dal Pentagono già qualche giorno prima, dopo essersi consultato con il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien e altri membri dell’amministrazione. La decisione sarebbe stata presa alla luce dell’escalation di violenza registratasi a Baghdad proprio nel corso dell’ultima settimana, culminata nell’assalto all’ambasciata statunitense condotto da miliziani iracheni collegati all’Iran, e nell’uccisione di un contractor statunitense. Già nella giornata precedente all’uccisione di Suleimani, del resto, il Segretario alla Difesa Mark Esper aveva avvertito della possibilità che gli Usa rispondessero alle provocazioni iraniane con “attacchi preventivi”.

La portata della decisione presa da Trump, e soprattutto le sue possibili conseguenze future, è tale da imporre una riflessione circa le sue motivazioni. La giustificazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca è quella della “difesa preventiva” contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa plausibile, ancorché impossibile da verificare, e dunque dalla dubbia legittimità giuridica: come ha fatto notare la Special Rapporteur ONU sulle esecuzioni extra-giudiziarie Agnes Callimard, gli omicidi mirati, attraverso droni, non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario, oltre a presentare una seria sfida alla sovranità nazionale. In questo senso, inoltre, l’assassinio di un esponente di un governo nemico – peraltro su territorio di un paese terzo – rappresenta un pericoloso precedente al quale altri governi potrebbero appellarsi per giustificare proprie azioni future.

A spingere gli USA a intraprendere un’azione così piena di rischi e dalla fragile giustificazione legale può essere stato un mix di calcoli di politica interna e di politica estera. Da una parte, l’uccisione del principale agente operativo del Medio Oriente, nonché architetto della strategia regionale iraniana, è indubbiamente un successo tattico che Trump può presentare ai cittadini statunitensi nell’anno elettorale. Si tratta però di una scommessa, perché se di successo tattico si tratta, è invece assai dubbia la capacità e la disponibilità statunitense di fare fronte alle conseguenze che una mossa di questo tipo potrebbe avere sul lungo periodo: motivo per cui pur essendo Soleimani sulla lista dei ricercati da anni, e relativamente ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump hanno rifiutato di dare il via libera all’operazione in passato.

Dal punto di vista della politica estera, invece, Trump ha agito in ossequio alla strategia della “massima pressione”, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito e piegato possa soccombere alle proprie richieste. La mancata risposta statunitense agli attacchi – attribuiti all’Iran – contro le petroliere nel Golfo, così come all’attacco dello scorso settembre agli impianti Saudi Aramco in Arabia Saudita, avrebbe trasmesso a Teheran un messaggio di impunità, in base al quale l’Iran si sarebbe sentito legittimato ad agire senza il timore della “punizione” statunitense. Colpendo una figura di spicco come Soleimani, Washington avrebbe ripristinato quella deterrenza che era andata perduta negli ultimi mesi, e avrebbe rimarcato quelle linee rosse che erano andate sbiadendosi in mezzo agli annunci di disimpegno statunitense dal fronte siriano a vantaggio della Turchia, e implicitamente dell’Iran. Anche in questo caso, però, l’incognita è rappresentata dal risultato dell’azzardo di Trump. In questi mesi, la strategia di “massima pressione” non è risultata in un ritorno dell’Iran al tavolo negoziale, bensì in un preoccupante aumento della tensione e dell’instabilità nella regione, con il moltiplicarsi delle possibilità di conflitto. A farne le spese è stato anche e soprattutto l’accordo sul nucleare, già azzoppato dall’uscita USA, poi ulteriormente indebolito dalla ripresa graduale delle attività nucleari iraniane in risposta alla pressione Usa, e ora definitivamente appeso a un filo.

La situazione quindi, si fa ancora più complessa e delicata, ed è sotto gli occhi di tutti: il 26 gennaio scorso, per esempio, cinque razzi “Katiuscia” sono stati lanciati contro l’ambasciata americana nella zona Verde di Baghdad, a confermare come le relazioni Iraq Usa, dopo la morte di Soleimani, si siano ancor più complicate inserendosi definitivamente sul piano delle questioni internazionali a cui tutte le altre potenze mondiali (Europa inclusa), non dovrebbero sottrarsi.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

La Space Force e il futuro della competizione nello spazio

Il 24 gennaio 2020 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Twitter il logo della United States Space Force (USSF), nuova componente delle forze armate americane, creata il 20 dicembre 2019 a seguito dell’approvazione del National Defense Authorization Act (NDAA) da parte del Congresso. Secondo l’NDAA, la Space Force raggiungerà la piena capacità operativa entro i prossimi 18 mesi ed affiancherà le altre cinque forze armate statunitensi: United States Army, U.S. Marine Corps, U.S. Navy, U.S. Air Force e U.S. Coast Guard.

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Struttura e missioni della Space Force  

Similmente a quanto avviene per i Marines nella Marina, la nuova forza armata è stata inserita all’interno del Dipartimento dell’Aeronautica ed ha assorbito la struttura operativa dell’Air Force Space Command (AFSC), la componente responsabile delle operazioni spaziali dell’Air Force.

Il Generale John W. Raymond, in quanto già Comandante del Command, è stato incaricato dall’NDAA di guidare la Space Force ad interim, in attesa della nomina ufficiale del Chief of Staff of the Space Force da parte di Trump, previa approvazione del Senato.

Il comandante della Space Force opererà sotto il controllo del Segretario dell’Aereonautica che avrà, inoltre, il compito di ricollocare il personale del suo dicastero nella nuova forza armata. Questa scelta è stata dettata dalla volontà del Congresso americano di evitare ulteriori sprechi di risorse economiche come testimoniato dalla bocciatura delle varie proposte del Dipartimento della Difesa (DoD) per arruolare nuovo personale civile e militaree per istituire la carica civile del Sottosegretario dell’Aeronautica per lo spazio (Under Secretary of the Air Force for Space). Nonostante la volontà di ridurre gli sprechi, la Space Force sarà economicamente indipendente rispetto al Dipartimento dell’Aeronautica.

La missione della nuova forza armata è quella di organizzare ed addestrare le unità spaziali al fine di proteggere gli interessi statunitensi e quelli dei suoi alleati nello spazio, riconosciuto sia dal Pentagono che dalla NATO come dominio operativo al pari della terra, del mare, dell’aria e del cyberspazio. Le responsabilità della Space Force includono l’acquisizione di sistemi militari spaziali e la costituzione di una dottrina militare adatta a sviluppare il proprio potere nello spazio.

La Space Force svilupperà capacità per: space situational awareness – ossia l’abilità di osservare il contesto operativo, rilevare attacchi e distinguere reali minacce da falsi allarmi nel dominio spaziale; supporto alle altre forze armate e monitoraggio riguardo il lancio di missili balistici. Inoltre, assumendo il comando e controllo di tutti i satelliti della Difesa, la nuova forza armata avrà anche il compito di fornire dati metereologici e GPS per operazioni terrestri, aeree o marittime.

Oltre ai compiti prettamente militari, la Space Force opererà anche a livello civile avendo capacità di supporto per i lanci spaziali del Dipartimento della Difesa, della NASA o per lanci commerciali. Infatti, il 6 e il 29 gennaio l’USSF ha supportato il lancio di alcuni satelliti Starlink di SpaceX, azienda dell’imprenditore statunitense Elon Musk.

Il cammino verso la Space Force

Diversamente da quanto si possa pensare, la volontà di creare una forza armata dedicata esclusivamente allo spazio non è un’innovazione introdotta dall’amministrazione guidata da Donald Trump, ma solo la conclusione di un lungo dibattito iniziato alla fine della guerra fredda. Il primo a puntare l’accento, nel 1998, sull’importanza dello spazio per la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti fu il senatore repubblicano Bob Smith. Nel 2001, la proposta di Smith di creare una forza armata dedicata esclusivamente al dominio spaziale venne ripresa nel report finale della Rumsfeld Commission, che dal 1998 aveva il compito di “valutare l’organizzazione e la gestione delle attività spaziali a supporto della sicurezza nazionale statunitense”. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre e le successive campagne in Medio Oriente spostarono l’interesse della difesa statunitense dallo spazio alla lotta al terrorismo. Il successo del test missilistico anti-satellite condotto dalla Repubblica Popolare Cinese del 2007 riaccese l’interesse del Congresso nei confronti dello spazio: i lavori della neonata Allard Commission raggiunsero le stesse conclusioni della Rumsfeld Commission, seppur con alcune differenze riguardo l’organizzazione della nuova forza. La bocciatura del Congresso, nel 2017, di una prima proposta di creazione della Space Force non ha però scoraggiato il Presidente dal sostenere un nuovo progetto di Space Force, stavolta andato a buon fine.

L’importanza dello spazio e le minacce che la Space Force si prepara ad affrontare

Dalla scelta su come vestirsi al mattino alla serie da vedere su Netflix, dalla destinazione impostata su Google Maps all’applicazione europea Galileo che si attiva in caso di emergenza, dall’ordine fatto su Amazon alla ricerca di vita nel cosmo, tutto si lega indissolubilmente allo spazio.

La decisione degli Stati Uniti di creare una forza armata dedicata esclusivamente alla difesa dello spazio è indicativa della volontà americana di mantenere la supremazia militare in un dominio così importante e così conteso. Sebbene gli Stati Uniti controllino la maggior parte dei satelliti che orbitano intorno alla terra, 1.007 su un totale di 2.218, la Federazione Russa e, soprattutto, la Repubblica Popolare Cinese sembrano intenzionate a recuperare il distacco dall’avversario americano. Grazie all’innovazione tecnologica – che ha consentito e che consentirà in futuro un maggiore accesso allo spazio a costi sempre più contenuti –  questi stati potrebbero essere in grado di impensierire il primato degli Stati Uniti anche senza rischiare pesanti ammanchi di bilancio.

Considerata l’importanza dello spazio, sia nella sfera civile che in quella militare, e l’eventualità di una nuova corsa allo spazio, quali sono le minacce che la Space Force potrebbe affrontare nella difesa dei propri satelliti? Alle già citate capacità di abbattere satelliti con missili o alle più note attività di interferenza, bisogna aggiungere: la possibilità di utilizzare altri satelliti come arma, ad esempio facendoli entrare in rotta di collisione con altri satelliti o dotandoli di carica esplosiva o di altri strumenti meccanici che siano in grado di interferire fisicamente contro potenziali obiettivi; utilizzare laser, integrati su altri satelliti o su aerei, oppure agenti chimici per “accecare” temporaneamente o irreversibilmente i satelliti nemici.

Il futuro dello spazio nel 2060 e le implicazioni per la strategia statunitense

Il 5 settembre 2019 l’Air Force Space Command ha organizzato un workshop sul futuro dello spazio per analizzarne ed esplorarne il ruolo nel 2060 e su come potrebbe cambiare la strategia americana in base alle nuove necessità. Alla fine di questo workshop – al quale hanno partecipato importanti rappresentanti del Dipartimento della Difesa, della NASA e della NATO – si è arrivati alla conclusione chiave che, entro il 2060, gli Stati Uniti dovranno riconoscere che lo spazio è un importante motore per il potere politico, economico, militare nazionale e che le forze armate che lo compongono dovranno sviluppare il proprio ruolo nel promuovere, sfruttare e difendere le attività militari, commerciali, civili e la presenza umana nello spazio, perché la possibilità di non essere più una potenza leader nello spazio potrebbe mettere a rischio il potere nazionale degli Stati Uniti. La Cina, infatti, sta cercando di attuare una strategia civile, commerciale e militare a lungo termine per esplorare e sviluppare il dominio cislunare, con l’obiettivo di superare gli Stati Uniti come principale potenza spaziale.

Grazie all’individuazione di tre assi importanti della potenza spaziale – presenza umana nello spazio, importanza economica dello spazio e leadership della coalizione statunitense nello spazio – si è arrivati alla teorizzazione ed analisi di alcuni possibili scenari futuri verso il 2060, dei quali verrà analizzata la versione positiva e quella negativa.

Start Trek.
La coalizione guidata Stati Uniti manterrebbe la leadership sul dominio spaziale e introdurrebbe delle nuove leggi che porterebbero ad una significativa espansione civile, commerciale e militare nello spazio e una grande quantità di entrate economiche. Migliaia di umani vivrebbero o lavorerebbero nello spazio in una varietà di habitat tra lo spazio cislunare, la Luna e Marte.
Questo scenario presuppone un aumento sostanziale dell’importanza dello spazio a livello globale, con la coalizione statunitense che mantiene la leadership spaziale nell’ambito civile, commerciale e militare.
A livello militare gli Stati Uniti sarebbero la principale potenza spaziale, sia in ambito tecnologico che operativo, avendo una gamma di capacità necessarie per: proteggere gli elementi critici della loro presenza civile, commerciale e umana nello spazio dalle minacce convenzionali ed informatiche; proteggere le infrastrutture civili, commerciali e militari di comando, controllo, comunicazione, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione (C4ISR) al fine di monitorare e controllare le operazioni spaziali e fornire informazioni per l’ambiente cislunare in tempo di pace e di guerra; proiettare il potere militare nello spazio ed anticipare le altre nazioni nel tentativo di monopolizzare i punti chiave.

Zang He.
Una nazione alternativa eserciterebbe la leadership sul dominio spaziale e introdurrebbe delle leggi che promuovono i loro interessi o limitano le azioni dei rivali. Sfruttando il suo crescente vantaggio tecnologico, attrarrebbe una quota crescente e sproporzionata di flussi di entrate. Migliaia di umani vivrebbero nello spazio per mantenere le basi lunari e su Marte con il fine di promuovere il prestigio nazionale e supportare la tecnologia e le infrastrutture per la leadership commerciale e militare nello spazio.
Questo scenario prevede una crescita dell’importanza dello spazio e di una potenza alternativa agli Stati Uniti come leader degli elementi civili, commerciali e militari dello spazio. Tale nazione alternativa rivestirebbe una posizione di significativo vantaggio in termini di potere rispetto agli Stati Uniti e i suoi alleati. Secondo vari studi, allo stato attuale, la Cina è il probabile candidato a ricoprire il ruolo di competitor degli Stati Uniti anche nello spazio.
La potenza leader, alternativa agli Stati Uniti, insieme ai propri alleati avrebbe la supremazia militare nello spazio grazie alle capacità necessarie per: difendere elementi critici dei suoi assetti civili, commerciali e militari come il C4ISR per monitorare e controllare le operazioni spaziali e fornire informazioni sull’ambiente cislunare in tempo di pace e guerra; proiettare il proprio potere nello spazio per ottenere la superiorità su tutte le altre nazioni e limitare le azioni militari unilaterali per evitare lo sviluppo di alleanze tra le nazioni che detengono la preponderanza del potere militare nello spazio.

Che si tratti dello scenario Star Trek o dello Zang He, entrambe le proiezioni concordano sull’idea che lo spazio rappresenterà, con ogni probabilità, il dominio in cui si giocherà la prossima partita per la supremazia globale, militare e commerciale. Allo stesso tempo, entrambi gli scenari affermano la necessità di stabilire nuove norme internazionali riguardo l’utilizzo dello spazio esterno e dei corpi celesti: le norme del trattato sullo spazio esterno del 1967 non sembrano, quindi, essere più adatte a regolare il comportamento degli stati nello spazio. Sarebbe, infatti, auspicabile che le prossime regole riguardo lo spazio vengano stabilite da una più vasta comunità di soggetti piuttosto che dallo scoppio di un conflitto spaziale poiché, riprendendo le parole del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica statunitense David L. Goldfein, lo spazio rappresenta un bene collettivo e se mai vi dovesse scoppiare una guerra, tutti ci perderebbero.

L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile

Alla fine è arrivato. Dopo tre anni di attesa e speculazioni, il piano di pace statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stato presentato. L’accordo del secolo, secondo Donald Trump. In realtà non c’è niente di eccezionale, è l’ennesima versione del piano di spartizione proposta da Yigal Allon nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni. Più che una credibile proposta per risolvere il conflitto il piano sembra una spregiudicata mossa politica a uso interno di Trump e Netanyahu, ma potrebbe portare alla fine degli Accordi di Oslo.

L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile - Geopolitica.info

Il documento dell’amministrazione Trump è stato presentato alla Casa Bianca durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e di Benny Gantz, suo sfidante alle elezioni di marzo con la coalizione Kahol Lavan. Non era presente nessun rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), diffidente fin dall’inizio e in rotta con Casa Bianca e Dipartimento di Stato da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.

La proposta

Va detto fin dall’inizio che il piano è inaccettabile per i palestinesi, non è una proposta credibile. Se messa davvero in pratica, per la Palestina significherebbe de facto rinunciare a uno Stato sovrano e riconoscere l’occupazione israeliana, ricevendo in cambio solo la possibilità di renderla economicamente sostenibile a suon di aiuti. L’unico lato positivo è che, almeno idealmente, la Casa Bianca è tornata a parlare di soluzione a due stati. Il documento di 180 pagine prevede che Gerusalemme diventi capitale “unica e indivisibile” dello Stato di Israele, l’annessione israeliana della Valle del Giordano e della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. All’interno della Palestina saranno presenti anche una quindicina di exclave israeliane, il che vuol dire che nemmeno le colonie più isolate verrebbero smantellate in favore dello stato palestinese. La Città Vecchia di Gerusalemme e il c.d. bacino sacro resteranno sotto il controllo israeliano, i palestinesi saranno però incaricati della sicurezza sulla Spianata delle Moschee insieme alla Giordania (che non è altro che lo status quo attuale).

Lo Stato di Palestina nascerebbe in quel che rimane della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con capitale in un’ipotetica Gerusalemme Est. Ipotetica perché la capitale palestinese non nascerebbe sul territorio dell’attuale Gerusalemme, ma in uno dei villaggi limitrofi a est della barriera di separazione. In sostanza, ai palestinesi verrebbe dato il permesso di chiamare “Al-Quds” (Gerusalemme in arabo) i quartieri di Abu Dis e Bethany, o il campo profughi di Shufat.

Sono previste compensazioni territoriali, in pratica dei lotti nel deserto del Negev collegati con Gaza, e l’annessione palestinese di alcune città israeliane dove vivono gli arabi, che cambierebbero quindi la cittadinanza (i residenti in questione però non sono d’accordo).

Alla Palestina arriveranno 50 miliardi di aiuti per lo sviluppo economico. Condizione necessaria è il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la rinuncia ad avere un esercito (uno stato smilitarizzato), al controllo dello spazio aereo e a tutta una serie di accordi per la sicurezza da stabilire nei dettagli. Accordi non semplici. Lo stato palestinese non avrebbe una vera continuità territoriale, il paese sarebbe attraversato da lingue di territorio israeliano e per spostarsi da una città all’altra bisognerebbe passare per tunnel e ponti in cui i territori si incrociano. La Palestina non avrebbe neanche il controllo delle frontiere, tutti i passaggi per entrare e uscire dal paese sarebbero soggetti al controllo diretto o indiretto di Israele. All’atto pratico, visto la sproporzione dei rapporti di forza la funzionalità dello stato palestinese dipenderebbe dal rapporto con gli israeliani.

Le reazioni

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Abbas è stato molto chiaro, nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Non mi resta molto da vivere e non voglio essere un traditore. Abbiamo detto no e continueremo a farlo, a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967».

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica, anche se nel caso di Hamas il piano prevede solo il disarmo del movimento, non il suo scioglimento. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni, e nei prossimi giorni ci si aspetta un’escalation nel solito lancio di razzi e colpi di mortaio da Gaza.

Sul fronte mediorientale i paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire. Reazione contraria da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali – i.e. l’annessione della Valle del Giordano (già in programma nell’agenda di Netanyahu). Atteggiamento più positivo da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Probabilmente le petromoarchie del Golfo saranno chiamate a contribuire politicamente per far accettare il piano ai palestinesi, ed economicamente per garantire lo sviluppo della Palestina. Sostenere una proposta del genere però metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera – lo spagnolo Joseph Borrell – di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all’orgoglio dei Paesi del vecchio continente, che tuttavia hanno problemi più urgenti di cui preoccuparsi.

Netanyahu ha accolto la proposta come una svolta storica e annunciato che presenterà il piano di annessione degli insediamenti israeliani già la settimana prossima. Nelle stesse ore ha anche rinunciato ad avvalersi dell’immunità nel processo che lo vede incriminato in tre casi per abuso d’ufficio e corruzione. In realtà è una mossa tattica a uso politico per ostentare sicurezza, il parlamento aveva in programma di votare se concedergli o no l’immunità (come succede in Italia) e Bibi non aveva i numeri. Prima di tornare in Israele però è passato a Mosca per discutere il documento con il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è il primo paese con cui Israele si confronta sulla proposta di Trump. Anche il Cremlino ha reagito freddamente ma sostanzialmente non si è opposto, per ora i russi restano alla finestra.

L’estetica dell’incontro tra Putin e Netanyahu si è concentrato sulle immagini del rilascio della 26-enne israeliana Naama Issachar, da dieci mesi in un carcere russo per una piccola storia di possesso di stupefacenti, puniti molto severamente in Russia. La ragazza era condannata a 7 anni e mezzo di prigione ma Putin ha usato i suoi poteri per farla rilasciare, regalando un altro successo diplomatico che Netanyahu potrà usare in campagna elettorale. La particolarità della relazione russo-israeliana richiederà una trattazione particolare, su questa e su altre questioni.

L’asse Trump-Netanyahu

L’annuncio arriva in una fase politica molto delicata sia per Israele che per gli Stati Uniti, sia per Trump che per Netanyahu. Gli israeliani torneranno a votare per la Knesset il 2 marzo, la terza volta in un anno con un premier incriminato ma ancora vincente. Gli USA sono alle prese con l’Impeachment e con l’imminenza di altri scandali (come le rivelazioni di John Bolton), che andranno a intaccare ulteriormente la figura del presidente in vista delle elezioni del 3 novembre. Netanyahu si è fatto accompagnare a Washington dal leader delle colonie, un blocco elettorale di cui ha bisogno per vincere le elezioni. Coloni che negli Stati Uniti hanno il supporto dei potentissimi cristiani evangelici (vicini al vicepresidente Mike Pence), di cui invece ha bisogno Trump per vincere le elezioni presidenziali. Insomma, è legittimo pensare che il piano di pace più che una proposta strategica per arrivare a una pacificazione del conflitto, per Trump è una mossa tattica per vincere le elezioni.

Non sarà così semplice però, in Israele lo Yesha Council (un consiglio delle colonie ebraiche) ha respinto il piano e dichiarato che non accetterà l’esistenza di uno Stato palestinese, nemmeno smilitarizzato. Tattica o strategica che sia, nel caso israeliano questa situazione può portare ad altri fatti sul terreno a scapito delle ambizioni statuali dei palestinesi, non la prima dell’asse Trump-Netanyahu. Se il governo annetterà alcune colonie e addirittura la Valle del Giordano come annunciato dal premier israeliano, parlare di “soluzione a due stati secondo i confini del 1967” diventerà ancora più irrealistico di quanto non lo sia già, la pietra tombale sugli Accordi di Oslo. Trump in Israele è già andato oltre i vecchi schemi: ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme e l’ha riconosciuta come capitale, dopodiché ha anche riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan. Un tempo per la Casa Bianca queste erano linee rosse invalicabili, decisioni che nessun presidente era disposto a prendere pur di non scatenare l’inferno. Poi è arrivato Trump, e l’impensabile è diventato possibile. Ramallah non è mai stata così sola, quello che presentato alla Casa Bianca forse è il massimo che i palestinesi possono avere, ma è un massimo del tutto insufficiente.

I nuovi regolamenti del CFIUS

Lo scorso 13 gennaio, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emanato la versione finale dei regolamenti attuativi del Foreign Investment Risk Review Modernization Act (FIRRMA) adottata nell’agosto 2018. Quest’ultimi, i quali governeranno il processo di revisione degli investimenti esteri negli Stati Uniti mirano ad incrementare la mitigazione di eventuali problemi di sicurezza nazionale. (altro…)

I nuovi regolamenti del CFIUS - Geopolitica.info
Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti

La guerra dei dazi USA-Cina iniziata due anni fa il 22 marzo 2018, ha visto una sua nuova evoluzione tre giorni fa, il 15 gennaio appunto, con la firma di una pace, giunta dopo mesi di negoziazioni.

Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti - Geopolitica.info

Il trattato di 86 pagine, o meglio “accordo fase uno”, è stato firmato a Washington e prevede: che gli Stati Uniti rinuncino a imporre gli annunciati dazi del 15% su circa 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi; che Pechino si impegni nei prossimi due anni ad aumentare gli acquisti di una serie di servizi e prodotti americani per un valore di 200 miliardi di dollari; che Pechino si impegni a proteggere la proprietà intellettuale “made in USA” e a non svalutare la propria moneta.

Tutto il resto è rimasto invariato, compresi i dazi già in vigore. L’accordo è stato firmato dal Presidente Donald Trump per la parte americana, e dal Vice-Primo Ministro Liu He per la parte cinese. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Xi Jinping non c’era? Per spiegarlo bisogna tornare a ottobre 2019, mese in cui sono iniziate le negoziazioni sui termini dell’accordo di pace. Le trattative sono state condotte da Liu He e Robert Lighthizer, Rappresentante del Commercio Americano. Nel novembre 2019 si sarebbe dovuto tenere a Santiago del Cile il summit dell’Apec (Asia-Pacificc Economic Cooperation) durante il quale si sarebbero dovuti incontrare Donald Trump e Xi Jinping per dialogare circa i termini dell’accordo. A causa delle proteste cominciate in Cile, il convegno è stato cancellato. Da qui le delegazioni dei due Paesi hanno cercato di trovare una possibile nuova location in cui far avvenire l’incontro tra i due presidenti, ma senza successo. Il problema risiedeva probabilmente nel fatto che Xi Jinping volesse incontrare Trump in un contesto che si potrebbe ritenere “laterale”. Così come era accaduto al G20 di Osaka nel giugno 2019, dove il Presidente cinese si era recato per partecipare principalmente al summit e poi, secondariamente, si è intrattenuto in un colloquio privato, vis a vis, con Donald Trump, Xi avrebbe voluto riproporre la stessa dinamica all’Apec. Nel momento in cui questa occasione è venuta a mancare è stato molto difficile, e alla fine impossibile, riuscire a cercare e di conseguenza trovare, una nuova location per l’incontro. Intanto, nel mese di novembre, si sono susseguite una serie ci circostanze che hanno evidentemente condotto il presidente cinese ad essere sempre più restio: dalla fuoriuscita di informazioni delicate come quelle dei “Xinjiang Papers”, alla firma da parte di Trump dell’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”. Nonostante tutto comunque, verso dicembre 2019, le due delegazioni avevano comunicato il raggiungimento di un’intesa sulla pace delle trade war e che il documento che ne avrebbe suggellato l’ufficializzazione sarebbe stato siglato agli inizi di gennaio 2020. I due firmatari dell’accordo sarebbero dovuti essere Liu He e Robert Lighthizer, essendo loro i portavoce delle rispettive delegazioni. Poco prima della firma però, Trump ha deciso di firmare in prima persona l’accordo andando così a creare uno sbilanciamento: da un lato si trovava un vice-primo ministro, dall’atro un presidente. Con le elezioni americane che si avvicinano sempre più e il processo di impeachment che si fa sempre più pressante, evidentemente Trump ha deciso di ricorrere a questo escamotage per motivi elettorali.

Se comunque la “fase uno” dovesse dare risultati positivi, prossimamente si potrà giungere ad una “fase due”, ma molti sono gli scettici al riguardo.