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Who is who: Samantha Lewthwaite

Nome: Samantha Lewthwaite
Nazionalità: Inglese
Data di Nascita: 5 dicembre 1983
Chi è: terrorista legata ad Al-Shaabab

Who is who: Samantha Lewthwaite - Geopolitica.info

Samantha Lewthwaite, anche conosciuta come Sherafyah  Lewthwaite o “The White Widow”, la “Vedova Bianca”, è forse uno dei volti più emblematici del terrorismo legato  all’Africa orientale, sospettata di essere connessa direttamente alla formazione  terroristica somala Al-Shaa-bab.

A soli 17 anni, a  seguito dello shock provocato dalla separazione dei suoi genitori, Samantha deci-se di convertirsi e abbracciare la fede islamica, cambiando  il suo nome in Sherafyah. Il  suo nuovo stile di vita la portò a  traslocare a Londra, dove si  iscrisse all’Università degli Studi Orientali e Africani, e dove incontrò  Germaine Linsday, che avrebbe sposato nell’ottobre 2002.Germaine Linsday fu uno dei  protagonisti degli  attentati suicidi che sconvolsero Londra il 7 luglio 2005. Lindsay si fece saltare in aria su una  carrozza della metropolitana  tra le stazioni di King Cross e Russell Square, uccidendo 26 persone. La Lewthwaite aveva denunciato la scomparsa del marito, che mancava da casa da sei giorni, pensando addirittura che fosse rimasto vittima degli attacchi del 7 luglio. Una volta  scoperta l’identità dell’attentatore, la  moglie si mostrò subito pronta  a condannare l’atto, negando di essere a conoscenza  dei progetti del marito. In realtà, come si scoprì solo più  tardi, essa era già a  conoscenza di questi piani, essendo addirittura  in contatto stretto con l’ideatore  degli attacchi suicidi, Mohammed Sidique Khan.

L’attenzione sulla  giovane donna  convertitasi  all’islam si  fece più  intensa quando  essa cercò  di vendere la propria  autobiografia, nella  quale perorava la  sua causa, definendosi  innocente e de-scrivendo il marito  come un uomo solo  recentemente  convertitosi all’Islam, convinto col raggiro a commettere  queste azioni. Presto venne alla luce il fatto che la donna stesse mentendo, in quanto  Linsday si era  convertito già all’età di 15 anni. Ciò non fece  altro che attirare pesanti critiche su  di lei, da parte della stampa, che l’accusava di strumentalizzare le sue vicissitudini, ma soprattutto da parte dei  parenti delle vittime, che si  sentirono profondamente offesi da come la moglie avesse ri-tratto il suo ex marito e dalle menzogne raccontate.

Poco si seppe  di Sherafyah  Lewthwaite fino al febbraio 2012, quando  la polizia keniota diffuse un mandato di cattura per una donna che viaggiava utilizzando un passaporto sudafricano falso, sotto il nome di Natalie Webb,in compagnia di tre  bambini. L’accusa non verteva  solamente sull’utilizzo di passaporti falsi. Si credeva che  la donna fosse collegata  ad Al-Shabab, l’organizzazione terroristica somala, che in quel  momento stava combattendo  contro le truppe keniote in Somalia, e che essa aiutasse il  gruppo, non prendendo parte direttamente ai vari attentati, ma fornendo soprattutto supporto logistico e detenendo materiale per la produzione di esplosivi.

Le autorità del Kenya credevano che questo gruppo terrorista stesse pianificando attacchi nel paese, in risposta all’intervento dello stato africano contro il montare della minaccia terroristica nel Corno d’Africa.

Non  appena furono  diffuse le foto, furono in  molti a tracciare  il collegamento tra Sherafyah e la donna ricercata in Kenya. Vi era incredibile somiglianza tra le due donne, entrambe avevano  tre figli  e le ulteriori indagini, alle quali prese parte sia Scotland Yard sia l’antiterrorismo britannico, appurarono che la “Vedova Bianca” era  stata in Sudafrica, dove aveva lavorato e dove aveva anche dato alla luce il  suo quarto figlio, frutto  di una presunta relazione con un ex ufficiale della marina keniota che aveva defezionato per entrare in Al-Shaabab.

In seguito, la CIA, sulle tracce del terrorista Habib Saleh Ghani, scoprì che egli  condivideva un appartamento a Mombasa con la donna inglese. Si pensò che i due si trovassero nella zona per condurre dei sopralluoghi volti a  individuare possibili obbiettivi. Nella casa furono trovate armi, detonatori e un computer, semidistrutto per cercar di non lasciare tracce. In seguito, sul computer furono ritrovati files riguardanti la costruzione di ordigni e persino un’ode a Bin Laden scritta dalla stessa terrorista.

Samantha Leiwthwaite fu anche sospettata di aver partecipato all’attentato contro il Jericho  Bar a Mombasa del 24 giugno 2012. La polizia raccolse il resoconto di un testimone che disse di aver visto una donna corrispondente all’identikit  aggirarsi  nelle vicinanze del  locale poco  prima  dell’esplosione degli ordigni.

Il  suo nome  apparve anche  dopo all’attacco contro il Westgate shopping mall a  Nairobi avvenuto nel settembre 2013. Tuttavia, sia Al-Shaabab sia la polizia keniota smentirono la  presenza di  don-ne tra gli attentatori.

L’ultima  notizia riguardante la terrorista inglese fu diffusa dalla BBC nel giugno scorso, quando l’emittente inglese sostenne che essa si trovasse in Kenya, nella città di Lamu, dove, secondo le ricostruzioni, era stata avvistata mentre veniva scortata da soldati kenioti nella vicinanza di una base navale. In realtà, il comandante della polizia della città categoricamente ogni coinvolgimento con Leiwthwaite. Ad oggi, nessuno sa di preciso dove si nasconda la Vedova Bianca.

Hezbollah lancia un boomerang in Siria
Dopo anni di dibattiti e trattative, l’Unione Europea ha deciso: l’Hezbollah libanese, il Partito di Dio, è un gruppo terrorista. Più correttamente, tale è considerabile solo la sua ala militare, secondo l’accordo sottoscritto dai Ministri degli esteri dei 28 Paesi membri, e non la sua propaggine politica. Dove si situi la lasca linea di faglia tra le due anime del movimento, non è dato sapere.

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Nonostante la fumosità dei suoi contenuti, l’accordo segnala un marcato cambio di rotta nella politica estera europea, con il prevalere della posizione britannica ed olandese, per anni osteggiata da altri Paesi membri. Certo, la versione finale dell’accordo raggiunto tra i titolari dei dicasteri degli Esteri rappresenta un compromesso che lascia le mani slegate a quanti intendono proseguire il dialogo con Hezbollah, attore determinante della politica libanese e dell’intero scacchiere vicinorientale: “i contatti politici e le azioni di sostegno economico proseguiranno con tutti gli attori del Libano, incluso Hezbollah”, ha infatti chiosato l’italiana Emma Bonino.

A far da sfondo al cambio di paradigma, l’attentato dell’estate 2012 a Burgos, Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani. Cinque cittadini di Tel Aviv e il loro autista locale persero la vita nell’esplosione. Secondo le indagini ufficiali della magistratura locale, suffragate dalle evidenze raccolte dai servizi di intelligence di vari Stati, sarebbe stata l’ala militare del Partito di Dio a ordine l’attacco. Un attacco sferrato nel cuore del Vecchio Continente: troppo, anche per i più “buonisti” tra i governi europei.

I risultati delle indagini sono giunti in un momento concitato per il Libano e per Hezbollah. Il perdurare della crisi siriana ha spinto la leadership del movimento a fornire un sostegno pratico, di natura militare, all’alleato di Damasco, proprio nella fase in cui i ribelli sembravano più forti. Non è chiaro se l’intervento dei militanti sciiti sia stato l’elemento determinante oppure, più plausibilmente, una concausa del rinnovato vigore del fronte governativo. La coincidenza temporale non lascia, però, spazio ad interpretazioni: l’ausilio arrivato da oltre confine ha inciso, eccome, sulle sorti del conflitto.

Hezbollah, schierandosi in modo tanto plateale, rischia di aver arrecato un grave vulnus alla sua immagine internazionale: da un lato, presso le opinioni pubbliche arabe, da sempre sue sostenitrici in nome della lotta contro il comune nemico israeliano; dall’altro, in Europa, dove il Presidente Assad è ormai considerato dai più come un dittatore sanguinario. A prescindere dalla fondatezza o meno delle accuse mosse all’autocrate alawita, ciò che rileva è l’interpretazione pubblica che il mondo arabo e l’Europa (con pochi distinguo) hanno fornito del pantano siriano. I buoni (e sunniti) da una parte, un leader spietato (e sciita) dall’altra. Alla luce di questa distinzione, netta e tranciante nel suo manicheismo, Hezbollah rischia di essersi alienato quel vasto bacino di consensi di cui ha sempre goduto nel mondo arabo-islamico, malgrado la sua connotazione fortemente confessionale.

Soprattutto dopo la guerra dell’estate 2006, il movimento, pur sconfitto, è stato issato a vessillo di un rilancio della lotta contro il nemico invasore, diventando il simbolo di un irredentismo arabo mai davvero sopito. Ora, a causa della postura assunta nel conflitto siriano e del ruolo attivo giocato sul campo di battaglia, Hezbollah potrebbe aver gettato alle ortiche l’aurea di simpatia che lo circondava. E’ stata, probabilmente, proprio la consapevolezza di questo pericoloso contraccolpo ad aver spinto la leadership del Partito a non esporsi durante le concitate fasi seguite alla minaccia americana di un intervento in terra siriana. I suoi esponenti, secondo quanto riportato dalla stampa libanese, si sono limitati di ricordare che Hezbollah tiene d’occhio la situazione, senza sbilanciarsi paventando ritorsioni ai danni dei contingenti stranieri presenti nel sud del Paese o di Israele.

L’attuale stallo dell’iniziativa internazionale a guida americana ha riportato in un cono d’ombra le operazioni di Hezbollah in Siria. Ma, come ricordava Foreign Policy nel maggio scorso, la posta in gioco è alta: i salafiti, parte integrante del fronte anti-Assad, non riconoscono il confine che separa il Paese dei Cedri dal suo ingombrante vicino. A loro dire, gli sciiti vanno repressi, di qua e di là dalla linea politica convenzionale che separa i due Stati. Se queste sono le intenzioni del fronte anti-Assad, o di alcune delle sue più agguerrite componenti, Hezbollah non starà certo a guardare.
Terrorismo e potere “liquido”: stato e sovranità in Aqimstan
In geopolitica è pacifico individuare tre caratteristiche esclusive per spiegare gli effetti del “potere” inteso come fascio di attribuzioni di un soggetto politico esercitabile su un altro: la presenza di uno “Stato sovrano”, che detiene il diritto di applicare esclusivamente le proprie leggi nei confronti di un “popolo” residente in un “territorio” da confini stabiliti.

Terrorismo e potere “liquido”: stato e sovranità in Aqimstan - Geopolitica.info
Questo definizione rigida di potere si richiama alla declinazione westfaliana dello stesso ed ha avuto la sua ragion d’essere fino alla seconda guerra mondiale entrando definitivamente in crisi con la fine della guerra fredda, quando l’affermazione acquisita delle organizzazioni internazionali, della globalizzazione economica e della democrazia planetaria, ha reso più dinamici i tre fattori Stato, popolo e territorio e di conseguenza la concezione del potere ha perso i suoi contorni interpretativi definiti. Tale cambiamento ha portato alla nascita di forme politiche aggregate nuove, caratterizzate da una sovranità estesa sovranazionale esercitabile entro confini sempre più allargati e su una popolazione in continua espansione, portando alla crisi esistenziale dello “Stato nazione”. L’Unione Europea è di certo la più compiuta creazione di questo movimento dinamico delle tre componenti: all’interno dell’organizzazione regionale in questione la detenzione del potere non si struttura più in un senso verticistico assoluto chiuso, ma è atomizzata tra vari centri aperti e in continua relazione per il controllo e la gestione di territori e popolazioni sempre più interconnesse e non più sottoposti al controllo di un unico ente. Il potere è mutato, ha cambiato forma dislocandosi in sovranità plurali. È divenuto “liquido” per una propria evoluzione continua che impedisce la sua definizione in una forma statica, in una forma che sia dunque durevole e capace di allocarsi stabilmente nemmeno sul piano geografico.

L’evoluzione del potere dallo stato “solido” a quello “liquido” è riscontrabile non solo però in aggregati politici regionali formati da democrazie mature, ma anche nell’azione di soggetti parastatali e ultranazionali che possono sostituirsi a Stati sovrani deboli – dei quali occupano porzioni di ciascun territorio – condividendone il potere ed esercitando una sovranità transnazionale. È il caso del potere di matrice terroristica. E l’istituzione terroristica per eccellenza che ad oggi sia parastatale e ultranazionale è di certo Al Qaeda: non più un semplice soggetto politico passivo come ai primordi, ma un vero e proprio attore delle relazioni internazionali. La prova dell’utilizzo del suo potere sul territorio è il cosiddetto Paese di Al Qaeda nel Maghreb islamico, ovvero Aqimstan. La formazione di questo “Stato negli Stati” ha una gestazione che ha inizio negli anni ’90 con il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) attivo nel sud dell’Algeria a partire dalla guerra civile del 1992. Sono ribelli islamici che operano su un determinato territorio, con confini operativi stabiliti all’interno dello Stato nazione che combattono; allora non hanno affiliazioni di tipo strategico con Al Qaeda finché – con l’inasprimento della lotta al terrorismo – quest’ultima è obbligata a rinunciare alla sua organizzazione verticistica e si allarga formando una rete di cellule autonome che hanno il potere di agire con la minima coordinazione della base.

L’esigenza di Al Qaeda di ampliare il fronte dello scontro scompaginando l’offensiva degli Stati occidentali con l’apertura di più fronti, la porta ad evadere i confini yemeniti prima, e afgani poi, per esportare il terrorismo sotto la propria bandiera oltre il Medio Oriente fino in Africa. I componenti di queste cellule sono autoctoni rappresentanti da Al Qaeda ma attuano in modo diretto i propri piani senza chiedere per ogni operazione un avallo preventivo della “Base”. Con la “brandizzazione” del marchio qaedista, il potere delle singole cellule si è fatto dinamico e fluido, diretto e non sempre mediato, a seconda delle contingenze: “liquido” appunto. Ed è così, conservando il grado di autonomia, che il Gspc si associa è diventa Al Qaeda nel Maghreb Islamico nel 2005. Incomincia la sua espansione territoriale – stanziandosi in buona parte dell’Africa Occidentale – per esportare il jihad oltre i confini algerini in uno spazio ideologicamente senza limiti, fin quando non viene interrotta dall’intervento dell’Ecowas e della Francia ad inizio 2013 con la guerra in Mali. In questi otto anni di presenza sul territorio, Aqim si è ulteriormente divisa, atomizzata, dando vita al Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (Mujao) e alleandosi con Ansar Al-Din, gruppo fondamentalista di tuareg impegnato nell’indipendenza dell’Azawad. La capacità dei gruppi salafiti di restare sul territorio nel quale operano non è stato dovuto – come agli esordi di Al Qaeda – alla complicità dei governanti, ma alla creazione di una rete economica salda e proficua alimentata dal traffico di droga e dai sequestri.

La stabilità economica dei gruppi e la conseguente espansione è stata poi resa possibile da fattori, geografici sociali e religiosi, determinanti. Il primo è il deserto. Se si tracciano i confini della presenza qaedista in Africa Occidentale al momento della guerra in Mali, si nota come dall’iniziale territorio meridionale dell’Algeria inquadrato nelle province di Adar, Tamanrasset e Illizi, i fondamentalisti si siano stanziati nella gran parte della fascia del Sahel occidentale stabilendo il raggio d’azione da ovest – dalla Mauritania orientale – proseguendo poi con l’Azawad in Mali, fino all’immensa catena montuosa dell’Adrar des Ifhogas che comprende il nord-est maliano e il nord-ovest del Niger, e spingendosi – ad oggi – fino ad est in corrispondenza del deserto libico che degrada nel Tibesti, il massiccio del nord-ovest del Ciad. Un’area sconfinata che traversa ben cinque confini condivisi tra sei Stati, lunghi migliaia di chilometri e praticamente incontrollabili: Aqimstan traccia nei fatti il limite di sovranità geografica dei rispettivi Stati nella macroregione. Altro fattore determinante per la propagazione di Aqim è stata la densità abitativa dei territori: circa 1 abitante per km², ossia una area spopolata, scarsamente urbanizzata – tranne per poche città. Zone dunque abitate da popolazioni non collegate con il centro politico-istituzionale, povere e dall’economia di sussistenza. L’impossibilità di agire indisturbati, incontrollati, ha permesso ad Aqim una fidelizzazione degli abitanti delle zone da loro attraversate, connivenza e la possibilità di reclutamento: questo è avvenuto grazie soprattutto al dinamico elemento religioso. Tutta l’Africa settentrionale è musulmana sunnita della scuola malichita: la radicalizzazione dei proseliti dei fondamentalisti dunque non ha trovato un’opposizione di carattere confessionale.

Ma il passepartout dell’Islam nell’Africa Occidentale è tutto politico. Le teorie della secolarizzazione affermano come ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra tecnologia, avanzamento scientifico e religione nelle società post industriali. Un’idea che però non può essere applicata in quelle società che non sono ancora approdate alla fase industriale e che vedono nella religione un welfare alternativo. Per questi popoli, indigenti e abitanti in Stati poveri, la religione diventa fonte attrattiva poiché legata ai nessi dell’insicurezza e della disuguaglianza. Diventa così un’istituzione votata all’assistenzialismo sul territorio (come Hezbollah in Libano per esempio). Questa caratteristica funzionale della religione all’interno di uno Stato nazione viene affiancata in Aqimstan, in uno Stato “fluido”, dal rinnovamento dell’Islam nell’era della globalizzazione. La dottrina islamica è difatti, tra i culti monoteisti, quello che più si adatta alla deterritorializzazione poiché priva di una forte gerarchizzazione universale e per l’incapacità di accettare l’autorità del Paese nel quale i fondamentalisti si trovano. Per ragioni storiche e di genesi della stessa dottrina, l’Islam tende a riempire un vuoto di potere – e dunque di leggi – con i propri dettami, indistinguibili tra sfera pubblica e privata, espressi dalla Shari’ah. Nell’Aqimstan i fondamentalisti hanno trovato immensi spazi vuoti della sovranità, e hanno così iniziato a riempirli con la legge coranica. Se non fossero stati respinti, il Mali – o buona parte di esso – sarebbe divenuto una rinnovata edizione, aggiornata in Africa, del potere quaedista in Yemen.

Lo Stato che affaccia sul Golfo di Aden è diviso in due con l’est tribale sotto il controllo di amministratori politici affiliati ad Al Qaeda che gestiscono le risorse sul territorio sostituendosi all’autorità legale. In Yemen il vuoto di potere è stato riempito da Al Qaeda – nonostante la base legale sia quella di natura tribale, o legata a vincoli clanici, con consuetudini diverse dalla legge coranica, -poiché rappresenta una alternativa istituzionale. 

Un parallelo che si sarebbe potuto fare con Aqimstan se contro i salafiti non si fosse alzato l’argine al loro avanzamento, ormai indirizzato alla conquista di un intero Stato nazionale per sostituirsi interamente al governo legittimo. Dopo la conquista di Timbuctu e delle principali città del centro-nord, Aqim era diretto a Bamako, capitale maliana, e solo l’intervento esterno li ha ricacciati nel cuore del proprio territorio dove sono ora rifugiati: l’altopiano dell’Ifhogas. Il territorio di Aqimstan quindi si è notevolmente ridotto oggi, ma i suoi confini “liquidi” sono in continuo movimento per ridefinirsi spostando così l’area operativa in una zona del proprio territorio lontana dall’autorità formale. I nuovi attentati in Niger raccontano lo spostamento graduale del fronte e gli spazi frammentati che circondano Aqim sono strumentali ad un suo rinvigorimento: la crisi libica a seguito della caduta di Gheddafi ha portato l’autorità centrale a doversi rapportare costantemente con forze politiche centrifughe che controllano direttamente il territorio in Cirenaica; in Nigeria Boko Haram infiamma il nord; i tuareg in Mauritania e infine la presenza di Al Shabaab in Somalia. Tutti potenziali alleati di uno Stato in movimento in continua lotta asimmetrica.

Con l’esplosione del fenomeno terroristico religione e potere vivono così nella loro rispettiva globalizzazione una relazione nuova che si sviluppa e si amplifica in ambito regionale. Il fondamentalismo religioso diviene politica attiva e trova spazi inoccupati infiltrandosi come alternativa credibile in Stati dal potere frammentato: se Aqimstan ne è la sua declinazione criminale e combattuta, l’avanzare dei partiti islamisti in tutti i paesi percorsi dalla “primavera araba” – legittimati dalle elezioni – garantisce invece un confronto continuo all’interno delle relazioni internazionali con Stati dalle società ampiamente secolarizzate.
Il prisma di Hezbollah
Movimento ecclesiale. Associazione caritatevole. Partito politico. Gruppo terrorista. Poliforme, ubiquo, ineffabile, Hezbollah sfugge alle facili classificazioni. Le categorie del diritto, con le loro naturali rigidità, sembrano incapaci di inquadrare il “Partito di Dio” in una definizione univoca. Può testimoniarlo la procura del tribunale di Burgos, che ha recentemente attribuito al braccio militare del movimento la responsabilità per l’attentato perpetrato nell’estate 2012 nella città bulgara e costato la vita a 5 turisti israeliani ed al loro accompagnatore. Responsabilità del braccio militare di Hezbollah, non dell’intera organizzazione, sottolineano gli osservatori più prudenti.  

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Questa impostazione ricalca quella da sempre adottata dall’Unione Europea, refrattaria ad inserire la fazione più agguerrita dello sciismo libanese nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Attualmente, solo l’Olanda e la Gran Bretagna hanno bandito le attività del Partito dal proprio territorio, mentre Francia e Germania si oppongono, tradizionalmente, all’etichettatura di Hezbollah quale gruppo terroristico tout court. Cosa che gli Stati Uniti hanno fatto da tempo, chiedendo a gran voce a Bruxelles di seguire il loro esempio. Ma perché l’Europa adotti una simile decisione è necessaria quell’unanimità, così dura da raggiungere, da più parti indicata come fonte dell’immobilismo che affligge l’organizzazione continentale. Duri i commenti in arrivo da Israele, con il premier Netanyaou che invita il Vecchio Continente a “vedere la vera natura di Hezbollah”. L’Unione Europea, per bocca del suo Alto Rappresentante per la Politica Estera, la britannica Caterine Ashton, ha solo dichiarato che ragionerà sul da farsi basandosi sulle prove addotte dagli inquirenti bulgari.

Il movimento guidato dal carismatico Sceicco Nasrallah non nasconde la propria attitudine belligerante, che ne è anche uno dei tratti caratteristici: nacque, all’incirca trent’anni or sono, da una costola di Amal, storico raggruppamento sciita, proprio lamentandone l’arrendevolezza e la mancanza di vigore. I suoi uomini rappresentano la principale forza di sicurezza, parallela e, a volte, antagonista di quelle ufficiali, in vaste aree del sud del Paese dei Cedri, nonché nella periferia meridionale della capitale. Le sue capacità militari sono state sperimentate a più riprese, tanto negli scontri con le altre fazioni libanesi quanto nelle guerre che l’hanno opposto a Tsahal, il potente esercito israeliano. La guerra dei 33 giorni dell’estate 2006, pur segnando una sconfitta nominale per il movimento sciita e l’esercito libanese,accrescendo l’influenza del primo negli equilibri politici interni. Hezbollah dimostrò, allora, di possedere un arsenale moderno ed efficace, con missili a lunga gittata e armi contraeree di fabbricazione russa e cinese.

Accanto all’hard power, fatto di controllo dell’ordine pubblico e capacità militare, c’è però il lato prettamente “politico” della formazione: i suoi esponenti siedono in Parlamento come nel Consiglio dei Ministri, condizionando la postura internazionale e le scelte quotidiane dell’esecutivo.Il partito di Dio è preponderante nella coalizione, oggi maggioritaria nell’assemblea legislativa nazionale, conosciuta come “8 marzo”, di cui fanno parte anche i cristiano-maroniti fedeli al generale Aoun. Pur non nascondendo il proprio attivismo sul piano militare, Hezbollah non ha conquistato il potere con un colpo di Stato o attraverso l’utilizzo della violenza, ma a seguito di libere elezioni. Si tratta, dunque, di un interlocutore politico fondamentale per la comprensione e la gestione sia dell’attuale pantano istituzionale in cui versa la “Svizzera d’Oriente”, sia dei delicati equilibri regionali, scossi dal perpetuarsi della guerra civile in Siria e dalla perdurante instabilità dei Paesi che hanno sperimentato rivolte ed avvicendamenti al potere.

Il movimento può contare su una fitta ragnatela di contatti e attività ai quattro angoli del globo, anche grazie alla copiosa diaspora libanese, insediatasi un po’ ovunque: dall’Africa Occidentale al Venezuela, dall’Europa al Nord America, è impresa assai complicata tracciare i movimenti degli uomini a vario titolo coinvolti nell’operatività del movimento. Ancor più complicato risulta, poi, rintracciare i flussi finanziari che alimentano le attività, lecite e non, del movimento che reca il kalashnikov nel suo simbolo. L’inclusione nella lista nera delle organizzazioni terroristiche porterebbe con sé effetti non solo simbolici (pur significativi in diplomazia) ma anche pratici: il blocco dei movimenti finanziari su ogni conto sospetto, le restrizioni alla circolazione dei suoi esponenti, l’interruzione di ogni dialogo, almeno a livello ufficiale, con i governi europei.

La posta in gioco è alta, specialmente per chi, come Roma, ha migliaia di uomini dispiegati sul terreno, a tutela di una fragile pace. Interrogarsi sulla “vera natura di Hezbollah” sarebbe una occasione imperdibile per approfondire il significato e la portata della presenza militare italiana in Libano, a sei anni di distanza dall’inizio dell’attuale fase operativa. Il ruolo che il Partito di Dio ricopre a livello interno ed internazionale raccomanda prudenza: senza un suo coinvolgimento, le braci che covano sotto la cenere potrebbero riattizzarsi, e nuova benzina potrebbe essere gettata sulle fiamme, già alte, dell’incendio siriano.