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La necessaria partnership italo-egiziana
L’attentato islamista al Consolato italiano del Cairo ha riportato l’Egitto al centro delle cronache nazionali. Il governo egiziano è in prima linea nella guerra al terrorismo e nel tentativo di stabilizzazione della regione nordafricana, territorio che appare pericolosamente “nullius”. 

La necessaria partnership italo-egiziana - Geopolitica.info La facciata del consolato italiano al Cairo distrutta dall'ordigno, 13 luglio 2015 (cr. AP)

Il presidente-generale Al-Sisi ha evidenziato come la campagna militare condotta nel Sinai contro gli islamisti avrà una durata di circa 2-3 anni, così come a breve termine non sarà l’intervento egiziano in Libia a sostegno di Tobruk e diretto sia contro Tripoli (sostenuta dai Fratelli Musulmani) che contro il Califfato di Derna. Senza considerare anche la linea politico-militare seguita dal Cairo nello Yemen, dove Al-Sisi punta a mantenere l’equilibrio tra l’Iran e le Potenze sunnite, si può dire comunque che l’Egitto sia la Nazione più impegnata nel contrasto all’espansione non solo dello Stato islamico ma più in generale dell’islamismo nel “grande Medio Oriente”.Date queste premesse è essenziale che l’Italia abbia rapporti più stretti con l’Egitto visti gli interessi comuni in Libia ma più in generale nel Levante. Per la sua posizione geografica ed il ruolo storico che ricopre (o che dovrebbe ricoprire) nel Mediterraneo il nostro Paese è quello più esposto all’offensiva jihadista e dell’instabilità nordafricana ne risente direttamente anche nella quotidianità con la gravosa questione immigrazione. Al continuo arrivo di migranti (la gran parte dei quali “economici” e quindi da rimpatriare) Roma ha cercato finora una soluzione umanitaria e politica (Mare Nostrum e gli accordi con l’UE sulle “quote migranti”) non capendo che il problema è prima di tutto politico-strategico e che dunque si riflette direttamente sulla nostra Politica estera, richiamando a gran voce la nostra “vocazione mediterranea”, troppo a lungo in sordina rispetto a quella euro-atlantica.
Il ministro degli Esteri Gentiloni in visita al Cairo dopo l’attentato al Consolato ha dichiarato che il contrasto al terrorismo si porta avanti non solo militarmente ma anche a livello culturale e senza dubbio l’Egitto può essere un valido alleato di Roma. Al-Sisi nei suoi discorsi fa continui riferimenti al Corano, cerca una pacificazione nazionale con quelle fazioni rivoluzionarie deluse dalla piega che la “primavera araba” ha assunto nel loro Paese; il presidente egiziano lancia un messaggio nuovo all’Islam “politico”, vuole collaborare per riportare l’Egitto alla normalità senza dover necessariamente imprimere una svolta laicistica che riporterebbe le lancette indietro, ai tempi di Mubarak. La grande opera ideologico-culturale di Al-Sisi è però accompagnata dalla (necessaria) repressione di quanti non vogliono conformarsi al nuovo corso, si vedano i Fratelli musulmani o le formazioni jihadiste che infestano il Sinai.

L’operato egiziano a terra potrebbe essere la valida “spalla” per l’Operazione EUNAVFORMED se solo questa assumesse una vera connotazione militare. La missione navale targata UE (ma in cui gli altri Paesi europei hanno dato un contributo simbolico ed irrisorio) ed a comando italiano, rischia di trasformarsi nella riedizione della fallimentare e criticatissima “Mare Nostrum”, riproponendo una pianificazione umanitario-militare che poco (o niente) ha a che fare con il contrasto del traffico di esseri umani nel Mediterraneo, businness che ingrassa i terroristi. E’ quindi chiaro che oltre alla naturale collaborazione con gli alleati europei, Roma dovrebbe ritagliarsi uno spazio politico-diplomatico autonomo e rafforzare il suo legame con l’Egitto che diventa strategico e non più solo tattico e dunque contingente alla situazione attuale, perché il Cairo sembra l’unico in grado di garantire la necessaria stabilità regionale ad un’area di interesse vitale per le nostre politiche energetiche e di sicurezza.

Collaborare con l’Egitto significa anche garantire l’integrità territoriale e la sicurezza di Paesi come l’Algeria e la Tunisia, nostri partner di fondamentale importanza, che risentono pesantemente delle ricadute del conflitto civile libico e dello sfarinamento dei confini che esso comporta. Certo, bisognerebbe evitare che il Cairo prenda il sopravvento in Libia, favorendo la distensione e non la preponderanza di Tobruk, governo per il quale l’Egitto si è schierato apertamente sostenendolo anche nei combattimenti mentre la Comunità internazionale si è limitata a riconoscerlo. Nella situazione libica attuale, in cui le trattative condotte da Bernardino Lèon non troveranno una soluzione prima di dicembre (parole del premier di Tobruk Al-Thani) l’unico interlocutore degno di tale nome sembra essere proprio l’Egitto che ha anche ospitato le riunioni dei capi tribù libici (il cui consenso alla pace è il vero “deus ex machina” del conflitto) ritagliandosi uno spazio politico non indifferente ed in completa autonomia dalla missione ONU di Lèon. Questa forte presenza egiziana in Libia fa presupporre che il Cairo avrà voce in capitolo nella sistemazione del Paese a conflitto terminato, ecco un altro motivo per cui Roma (che in Libia ha interessi non da poco ed è risaputo) deve necessariamente trovare un’intesa con Al-Sisi.

Per l’indifferenza di alcuni Paesi UE e la reticenza di altri (si veda la Francia che invece avrebbe tutti gli interessi a collaborare con Roma) l’Italia si è ritrovata di fatto isolata ad affrontare la crisi politico-militare del Mediterraneo e questo la costringe a difendere i propri interessi nazionali e la propria sicurezza per “altri lidi” che assumono sempre più le sembianze del Delta del Nilo. La scuola del Realismo politico afferma che i propri interessi nazionali vanno perseguiti sempre in funzione dei mezzi di cui si dispone; l’Italia non può affrontare questa fase di transizione negli equilibri mediterranei da sola o cercando una continua collaborazione con i Paesi europei che giocano da “solisti”, non avrebbe possibilità di mantenere la sua influenza o di ampliarla. Una partnership con l’Egitto invece sarebbe un ottimo “scudo” ed all’occasione anche una “spada” da contrapporre al caos dilagante scatenato dai propri nemici.

La legittimità dell’uso dei droni nel diritto internazionale

La politica dei targeted killings attraverso l’uso dei droni  ha avuto inizio in Yemen, Afghanistan, Pakistan e Somalia dopo l’11 settembre 2001. Sul sito web drones.pitchinteractive.com, una mappa interattiva mostra per ogni anno, a partire dal 2004, il numero di attacchi e le persone colpite in Pakistan, dividendole tra bambini, civili, terroristi e “altri”.

La legittimità dell’uso dei droni nel diritto internazionale - Geopolitica.info

Sotto quest’ultima categoria si fa rientrare ogni persona di sesso maschile in età militare sospettata  di terrorismo. Secondo il rapporto, i droni hanno colpito circa 3213 persone in Pakistan di cui meno del 2% erano i reali obiettivi.  In media, per ogni target andato a buon segno, perdono la vita 28 civili. Poiché il governo americano non ha mai divulgato le informazioni sugli attacchi, i dati  sulle vittime sono stati  raccolti da reporter del Bureau of Investigative Journalism, un’organizzazione americana no-profit di giornalisti indipendenti. I reporter hanno pubblicato testimonianze di civili colpiti da un drone durante feste di matrimonio, famiglie colpite mentre percorrevano una strada in auto e intere comunità che vivono quotidianamente con  la paura di un attacco dal cielo.

Sebbene a partire dall’anno 2013 si registri una notevole diminuzione dei lanci, è nei primi tre anni della presidenza Obama che l’uso dei droni ha subito un notevole incremento.

I targeted killings possono essere definiti operazioni volte ad eliminare un particolare individuo, non in custodia delle autorità statali e considerato seriamente pericoloso in ragione delle sue attività terroristiche. La motivazione primaria dell’uso dei droni risiede nell’assenza del rischio di perdere soldati sul campo. L’attacco infatti avviene semplicemente premendo un pulsante all’interno di una base militare presente sul territorio o su zone limitrofe. Secondo parte della dottrina, tra cui Louis René Beres, J. Paust e John Rollins e legali del Dipartimento di Stato americano, Harold Koh e John B. Bellinger III,  l’eliminazione fisica viene preferita alla cattura perché al momento dell’arresto del terrorista, l’azione criminale potrebbe essere stata già consumata o essere in fase di preparazione.

Queste operazioni possono essere eseguite quindi anche in un arco temporale in cui la vittima  non è concretamente impegnata in attività ostili, se un paese ritiene che i tempi necessari per catturare, arrestare e sottoporre a processo l’individuo sospetto siano troppo lunghi per riuscire a bloccarne l’attività criminale.

Gli Stati Uniti hanno legittimato l’uso dei droni  affermando che dopo l’11 settembre, il paese è in stato di guerra con Al-Qaeda, i talebani e le associazioni a loro collegate.  Secondo Harold Koh, poichè Al-Qaeda si configura come un attore non-statale, l’uso  della forza contro i suoi membri prevede inevitabilmente operazioni militari in territori di altri Stati. La campagna anti-americana di Al-Qaeda si configura  dunque come un atto di guerra e questo giustifica l’applicabilità del diritto dei conflitti armati secondo il quale è legale l’omicidio di forze militari nemiche ben identificabili, ovvero combattenti legittimi o civili che prendono parte alle ostilità.

In tempo di pace invece si applica il diritto internazionale dei diritti umani che proibisce ogni azione di omicidio mirato condotto da uno Stato verso qualsiasi individuo a meno che l’uso della forza non rispetti i principi di necessità, proporzionalità e immediatezza del pericolo. Nei targeted killing i parametri che maggiormente vengono violati sono l’immediatezza e la necessità delle eliminazioni rispetto alla minaccia posta dato che nel momento in cui esse vengono condotte, le vittime non sono concretamente impegnate in attività idonee a creare un imminente pericolo.

Nella sentenza  Hamdan v. Rumsfeld  del 2009 la Corte Suprema americana  ha stabilito che il conflitto tra gli USA e Al-Qaeda rientra nella categoria dei conflitti armati non internazionali. Poiché la maggior parte delle azioni di targeted killings viene eseguita fuori dai confini nazionali, la possibilità di inquadrarle in un conflitto non internazionale comporta il superamento dell’accezione tradizionale che si dà a questo tipo di conflitti; ovvero localizzati all’interno di un territorio statale tra forze governative e ribelli. Viene meno dunque il concetto classico di campo di battaglia delimitato in confini definiti.  Poiché le cellule terroristiche sono presenti in tutto il mondo, il conflitto è mobile e segue i terroristi. La war on terror però non rappresenta di per sé, almeno dal punto di vista giuridico, una nuova tipologia di guerra.

In un conflitto armato, gli attacchi contro i civili sono classificabili come crimini di guerra: l’art. 8 dello Statuto della Corte penale Internazionale vieta di lanciare deliberatamente attacchi nella consapevolezza che gli stessi possano causare  perdite di vite umane, lesioni alla popolazione civile o danni a proprietà di civili. È vietato inoltre attaccare o bombardare con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o costruzioni che non costituiscano obiettivi militari. Se si accetta dunque l’esistenza di un conflitto armato tra Al-Qaeda e gli Stati Uniti, secondo il diritto internazionale umanitario, gli attacchi con i droni che hanno  provocato la morte di civili, anche non volontariamente, sono qualificabili come crimini di guerra. L’incompatibilità della guerra dei droni con il regime dei diritti umani è stata denunciata da dallo Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms while countering terrorism Ben Emmerson nel 2013 e nel 2014.

Anche Amnesty International denunciando l’assenza di trasparenza da parte dell’amministrazione Obama  sulle operazioni, teme che vi siano state esecuzioni extragiudiziali in violazione del diritto alla vita e al giusto processo. Come affermato nel 2010 dal Relatore Speciale del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU Philip Alston, nel Report on extrajudicial, summary or arbitrary executions, fuori da un contesto bellico e in assenza di un attacco armato imminente, un’azione di targeted killing, allo stato della normativa internazionale attuale, appare illegale.

L’ascesa geopolitica dell’Isis passa per una nuova forma di comunicazione
Il centro per le produzioni mediatiche “Ajnad” è stato voluto dal Califfo Al Baghdadi ed è specializzato nella produzione di Anasheed (canti) da utilizzare per motivare i militanti e per reclutare sostenitori nella “grande battaglia per la conquista dei cuori e delle menti”.A questo proposito oltre ai files MP3 sono state creati degli appositi video, molti dei quali sottotitolati(soprattutto in inglese) con l’intento di facilitarne la diffusione sui principali social networks(soprattutto Twitter, YouTube e Dailymotion).Generalmente i video contengono spezzoni di operazioni militari oppure un fermo immagine con la canzone in sottofondo e lo scorrimento dei sottotitoli, nel caso della canzone sottotitolata in italiano invece abbiamo diverse immagini ed un montaggio video professionale.

L’ascesa geopolitica dell’Isis passa per una nuova forma di comunicazione - Geopolitica.info

Possiamo affermare che il video in questione rappresenti un “salto di qualità” per il “centro Ajnad per le produzioni mediatiche” e la scelta della particolare canzone con il relativo testo, insieme alla lingua in cui tradurla(una versione è in inglese ed un’altra in italiano) non sia casuale, vista anche la presenza(e l’avanzata) dell’Isis in Libia; la scelta della lingua italiana ha senza dubbio forti legami, vista anche la vicinanza geografica con l’Italia, con quanto sta avvenendo in Libia e con le dichiarazioni del Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni circa la possibilità di un intervento militare italiano contro l’ISIS.

Anche se non è la prima volta che l’ISIS utilizza i sottotitoli in italiano nei propri video, particolarmente importante a questo proposito il famoso discorso di Al Baghdadi avvenuto nella grande moschea di Mossul in cui annunciava la nascita del Califfato che è stato sottotitolato in ben 13 lingue(italiano incluso), pubblicato dalla “Fondazione per le Produzioni Mediatiche Al-Furqan”e diffuso dalla “Fondazione per le Produzioni Mediatiche Al-I’tisam” e dal “Ministero dell’Informazione” dello “Stato islamico” è la prima volta che viene consentito ad una struttura relativamente “periferica” come il “Centro per le produzioni mediatiche Ajnad” di poter usare interpreti per la lingua italiana(in passato sono state sottotitolate Anasheed in inglese, francese e tedesco).

Questo “salto di qualità” che non dev’essere sottovalutato ha un triplice obiettivo:

1) Cercare di reclutare simpatizzanti e militanti negli italiani convertiti e tra le seconde generazioni, poco inclini allo studio ed all’utilizzo della lingua araba classica(quella usata nella canzone) e molto più portate verso l’utilizzo dell’italiano e dei dialetti arabi

2) Offrire un utile mezzo di propaganda ai simpatizzanti dell’ISIS presenti nel nostro paese, così da “facilitare” il loro compito, soprattutto attraverso l’utilizzo dei social network

3) Lanciare un messaggio chiaro al popolo ed al governo italiano(il testo della canzone lascia poco spazio all’immaginazione) contenente minacce “in una lingua comprensibile” così da renderle maggiormente sentite da parte della popolazione
Tehrik-e-Taliban Pakistan: dalle origini all’attentato di Peshawar

Martedì 16 dicembre 2014 nella città di Peshawar, Pakistan, è stato compiuto un attentato, poi rivendicato dal TTP. Verso le 10.00 del mattino alcuni talebani hanno attaccato la Army Public School, uccidendo 141 persone, tra cui 132 bambini. Esponenti del TTP hanno affermato di aver colpito una scuola in cui fossero presenti figli e figlie del personale delle forze armate pakistane per vendicarsi dell’operazione militare Zar-e-Azb intrapresa la scorsa estate dall’esercito contro i talebani nella provincia del Nord-Waziristan.

Tehrik-e-Taliban Pakistan: dalle origini all’attentato di Peshawar - Geopolitica.info

I militanti infatti continuano a sostenere che l’operazione sta uccidendo anche donne, bambini e anziani, cosa molto probabile, poiché i talebani si mescolano con facilità tra la popolazione pashtun della zona. Alcuni studiosi invece suppongono che l’attentato sia stato progettato dal nuovo leader Fazlullah e dai suoi seguaci per dare una dimostrazione di forza e potenza alle fazioni talebane che si sono staccate dal movimento a seguito del cambio di leadership. Sin dalla sua formazione, il TTP era stato di fatto guidato da esponenti della tribù dei Mehsud e la salita al potere di un individuo che non fa parte né di quella tribù né di quelle dei Waziri ha generato malcontento all’interno del TTP. Quest’ultimo, peraltro, già messo a dura prova dall’operazione Zar-e- Azb, la quale sembra aver fino ad ora eliminato un migliaio di guerriglieri.

La struttura del TTP è stata decisa da una shura, un consiglio di 40 talebani anziani, rappresentanti delle sette province della regione di FATA e dei distretti della regione della NWFP. Questi stabilirono che la sede del movimento dovesse essere in Nord Waziristan e che dovesse avere una struttura ad ombrello, ovvero raccogliere al suo interno tutte le diverse fazioni di guerriglieri presenti nella regione, scelta che li ha uniti e rafforzati, ma che al contempo può indebolirli a causa delle potenziali diversità di vedute. I diversi gruppi di militanti controllano differenti regioni all’interno di FATA e spesso hanno un’agenda politica che prevede il raggiungimento di obiettivi distinti. Il TTP ha personale addetto alle pubbliche relazioni e ai rapporti con i mass media e ha sviluppato un’agenda politica ben determinata. I suoi obiettivi principali sono l’applicazione della Shari’a, la creazione di un fronte unito contro le forze della NATO operanti in Afghanistan e il jihad armato contro l’esercito pakistano accusato di collaborare con gli USA; la rimozione di tutti i punti di controllo dei militari presenti all’interno della zona tribale; il rifiuto del dialogo con il governo di Islamabad ed infine una massiccia azione armata contro le rappresaglie dell’esercito nelle regioni da essi occupate.

Il primo leader del movimento è stato Baitullah Mehsud, il quale venne ucciso da un drone americano nel 2009. Hakimullah Mesud, un altro esponente della tribù dei Mehsud venne eletto come suo successore. Durante il suo mandato sembrava ci fosse la possibilità per il governo pakistano di aprire un dialogo con il movimento poiché la nuova guida dei talebani appariva disposta a comunicare con l’esecutivo, ma anche Hakimullah è stato ucciso da un drone americano, il primo novembre del 2013. Dopo la morte di Mehsud la shura elesse come suo successore Mulana Fazlullah, primo leader del TTP non appartenente alla tribù dei Mehsud o alle tribù dei Waziri dalle quali normalmente provenivano le figure di spicco del movimento. Ciò ha comportato un grande cambiamento all’interno del TTP: le varie fazioni che lo compongono stanno cominciando a dividersi, alcune non riconoscendo la legittimità del nuovo capo. Nel settembre del 2014 un gruppo di “comandanti” sottostanti al distretto di Mohmand si sono separati creando una nuova fazione denominata Jamaat-ul Ahrar e il mese successivo altri leader talebani si sono staccati da Fazlullah dichiarando invece lealtà all’emiro dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi.

A mano a mano che il movimento collezionava successi, le sue file furono arricchite da militanti provenienti dalle regioni di Punjab e Sind e attrassero anche militanti afghani, provenienti dall’Asia centrale, dalle regioni di FATA o dalla rete di al Qaeda, tutti con un obiettivo comune: rovesciare il governo pakistano. Entro il 2010 avevano ottenuto il controllo dell’intera area di FATA. La formazione del TTP ha segnato per il Paese l’inizio di un lungo periodo di instabilità e di una sanguinosa guerra civile. I talebani hanno preso infatti di mira le forze armate pakistane e hanno cominciato a lanciarsi in una serie di sanguinosi attentanti in tutto il territorio: solo nel 2007 ci furono 56 attacchi suicidi che uccisero 856 individui, mentre nel 2011 il totale delle vittime era già salito a 35.000, di cui 3.300 esponenti dell’esercito. Nell’estate del 2014 hanno compiuto numerosi attentati nella città di Karachi colpendo non solo singoli individui attivi politicamente ma anche l’aeroporto della città. Durante la seconda metà del 2014 il governo ha provato a condurre dei negoziati di pace con il TTP, negoziati che però hanno sempre dimostrato l’incapacità delle due parti di comunicare efficacemente e soprattutto la mancanza di volontà di portare efficacemente a termine la trattativa. Il fallimento dei negoziati ha portato con sé l’inizio dell’operazione Zar -e- Azb, una massiccia rappresaglia da parte dell’esercito nella regione del Nord Waziristan, azione di cui non è ancora possibile delinare i contenuti poiché dai diversi fronti arrivano notizie discordanti riguardo il numero di vittime e il loro status.

Il TTP durante gli anni è passato dal controllare la regione di FATA a espandersi all’interno dello territorio pakistano, grazie al rafforzamento delle proprie capacità militari, ma anche a causa degli attacchi americani nella regione della NWFP e di quelli dell’esercito pakistano in quella di FATA, che hanno alimentato il malcontento della popolazione. Sono inoltre riusciti a infiltrarsi in una delle città più importanti del Paese, la metropoli portuale di Karachi, in cui operano in maniera parallela ma non congiunta tre diverse fazioni che si contendono il potere, la fazione dei Mehsud, la fazione sottostante al distretto di Mohmand e quella sottostante il distretto di Swat. Dopo la salita al potere del leader Fazlullah il cambiamento in corso appare tuttavia più radicale. Sembra esserci un’evoluzione nel modo di compiere attentati, è la prima volta dalla formazione del TTP che è stato deciso di colpire una scuola facendo così tante vittime tra bambini e ragazzi. Ciò sembra dovuto ad un cambiamento nell’impostazione ideologica di Fazlullah. Il movimento islamico radicale pakistano prendeva infatti il nome di Deobandi, deriva da Deoband, una prestigiosa accademia religiosa fondata nel 1867 nei pressi di Delhi. Il radicalismo dei Deobandi prese piede in maniera consistente nel Paese durante il regime del generale Zia. L’ideologia seguita da Fazlullah si avvicina invece a quella dei Takfiri. Ideologia seguita da altri gruppi di combattenti islamici che hanno messo in atto attentati simili, come il Groupe Islamique Armé – GIA durante la guerra civile algerina e altri gruppi di matrice islamica.

La cosa certa è che il Tehrik-e-Taliban Pakistan sta vivendo un momento di crisi interna e ciò sembra ripercuotersi verso l’esterno con una escalation della violenza nelle loro azioni di rappresaglia. Con la messa in discussione dell’autorità del leader Fazlullah, il distaccamento di alcune fazioni e l’attacco esterno da parte dell’esercito pakistano e i droni statunitensi, il futuro del TTP e delle scelte dei suoi comandanti sembrano sempre più imprevedibili.

Italia tra assenza di una strategia nazionale e nuove sfide alle porte del Mediterraneo: intervista a Marco Valigi

Geopolitica.info ha intervistato Marco Valigi, docente presso l’Università di Roma Tre, esperto di politica internazionale, per far luce su alcune delle questioni che riguardano il nostro paese in tema di politica estera, dopo gli attentati alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo.

Italia tra assenza di una strategia nazionale e nuove sfide alle porte del Mediterraneo: intervista a Marco Valigi - Geopolitica.info

Dopo gli attentati di Parigi, i livelli di sicurezza dei paesi occidentali sono aumentati. L’Italia, non è immune da possibili nuovi attentati. E’ però l’unico Stato europeo a non fare nessun tipo di selezione sui flussi migratori in entrata. Si pensa che il nostro paese abbia poco da temere, visto che partecipa solo a missioni di “pace”. In altre parole sarebbe in corso una sorta di “scandinavizzazione” dell’Italia, ovvero il tentativo di far diventare l’Italia una sorta di Svezia dell’Europa Meridionale, è davvero realistica questa evoluzione o si tratta di una pretesa infondata?

Gli attentati di Parigi sono stati indubbiamente un fatto di cronaca significativo. Tuttavia, ritengo che il rischio attentati e la politica sui flussi migratori non vadano confusi. Per quanto concerne il primo aspetto ritengo che il nostro Paese sia effettivamente meno esposto di altre potenze di primo piano. Ciò nonostante, a un rischio di attentato relativamente basso, corrisponde in Italiana una notevole leggerezza in materia di regolamentazione dei flussi migratori il che pone un rischio indiretto. Banalmente, anche un individuo sano e atletico se in inverno esce senza cappotto rischia un malanno, magari con conseguenze serie. Il punto, dunque, mi pare sia quello di comprendere più a fondo il nuovo scenario internazionale, le sfide che pone e, di conseguenza, armonizzare la normativa nazionale in quegli ambiti dove il nesso tra politica estera e politica interna è più stretto. L’immigrazione, naturalmente è uno di questi. Quanto alla scandinavizzazione, certamente, è un’immagine utile alla narrativa di una classe politica che , a parole, rifiuta la guerra. Tuttavia, è noto che le missioni, a cui ha partecipato l’Italia dalla fine della guerra fredda, non siano state interventi umanitari. Personalmente, dunque, la reputo un’immagine da utilizzare con molta parsimonia, perché potenzialmente discorsiva della realtà.

Possiamo, quindi, permetterci di far diventare le spese militari e le tecnologie destinate all’intelligence un obiettivo privilegiato di tutte le spending review?

Personalmente spero che tali voci di spesa nei prossimi anni facciano registrare un’inversione di tendenza e, soprattutto, che anche nel nostro Paese si cominci a pensare più in termini di “dual use”. Con un’economia in crisi come la nostra, qualunque innovazione che da non ambito sia in grado di produrre ricadute positive su un altro meriterebbe di essere valorizzata. Tagli sì, insomma. Ma sempre selettivi e ponderati rispetto a  una rigorosa analisi dello scenario internazionale e dei doveri/priorità strategiche del Paese.

L’Italia, sta commettendo degli errori di valutazione per quanto riguarda la sua politica estera? 

L’impressione, da cittadino prima ancora che da studioso, è che il nostro Paese sia agnostico in tema di politica estera. Eccetto i grandi motori della nostra azione internazionale come l’Europeismo e l’Atlantismo, anch’essi in crisi di questi tempi, non vedo una reale coscienza della rilevanza della politica internazionale presso la classe dirigente italiana. Data la natura anarchica del sistema internazionale, credo sia un lusso che nessuno stato, neppure il più forte e ricco, si sia mai potuto permettere. Auspico dunque in un cambiamento di impostazione e di metodi operativi. Una valutazione, anche errata, è sempre preferibile a una non valutazione perché consente in un secondo tempo di aggiustare il tiro, a patto che lo si desideri davvero.

Nel nuovo contesto internazionale che si va delineando, si può parlare di un pericolo di marginalizzazione per il nostro paese?

Credo sia un rischio che l’Italia corre da anni proprio per una radicata tendenza alla continuità in politica estera e  un atteggiamento generalmente reattivo, piuttosto che attivo, tipico delle potenze minori.  Sfortunatamente per agire sul contesto ci vogliono risorse, capacità, volontà e metodo: ciò che non manca sono le capacità in seno al Paese, sulle altre tre voci tuttavia sono piuttosto scettico poiché sono strettamente correlate al quel processo di riassetto della macchina statale e della leadership nel quale ormai da un ventennio il Paese sta fallendo.

La satira dissacrante: causa o pretesto per il terrorismo?

Meglio della Befana, quanto accaduto il 7 gennaio 2015 ha “spazzato” lo spirito delle festività natalizie, lasciando il posto a sentimenti collettivi diametralmente opposti ad esso: tristezza, paura e rabbia.

La satira dissacrante: causa o pretesto per il terrorismo? - Geopolitica.info

Quel giorno due uomini franco-algerini, mascherati e armati di kalašnikov, hanno compiuto una strage nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo.Braccati dalla polizia, sono stati uccisi durante un conflitto a fuoco in una tipografia fuori Parigi, mentre un loro complice, dopo aver ucciso una poliziotta, prendeva in ostaggio un supermarket e assassinava altre quattro persone. Anche, quest’ultimo, poi, ha perso la vita durante l’irruzione delle forze speciali francesi.

Si tratta dell’attentato più feroce compiuto in Francia dopo quello del 1961,  ai tempi della guerra di Algeria. Il bilancio finale è di diciassette morti, oltre agli attentatori, e una dozzina di feriti.

Da tutta Europa, giustamente, si è levato un coro di condanna e di solidarietà al grido “Io sono Charlie”, che esalta il coraggio del giornale satirico e lo eleva a vessillo delle libertà democratiche. All’inverso, non è mancato chi, seppur senza giustificare la violenza, ha criticato le sue modalità di espressione affermando la necessità di rispettare il credo altrui. “Io non sono Charlie” è lo slogan dei secondi. Sia dagli uni sia dagli altri, l’attentato è stato interpretato come un attacco alla libertà di espressione occidentale, un monito a rispettare la religione musulmana e la figura del Profeta.

Secondo l’immaginario collettivo, dunque, Charlie Hebdo è stato la causa scatenante dell’attentato.

Tuttavia, quando si parla di terrorismo in generale, e di terrorismo di matrice islamica in particolare, è necessario riflettere approfonditamente e porsi una serie di domande accurate: nei militanti la volontà di attaccare nasce da motivazioni complesse o dalla semplice indignazione?

E ancora: è davvero plausibile pensare che un individuo razionale, a prescindere dalla sua religione o estrazione politico-culturale, possa utilizzare la forza armata per porre fine a un evento lesivo della sua dignità, senza prima accennare a una protesta pacifica? Possiamo davvero pensare che le organizzazioni terroristiche agiscano in base alla loro suscettibilità?

Di sicuro Charlie Hebdo con le sue vignette dissacranti al limite della tolleranza religiosa ha fornito su un vassoio d’argento il pretesto per l’attacco, ma non ne costituisce la genesi. Questo per un semplice motivo: le organizzazioni terroristiche agiscono secondo logiche razionali. I maggiori esperti in  materia  definiscono il terrorismo non come un’ideologia, che reagisce di fronte alle provocazioni,bensì come una tecnica di conflitto utilizzata da gruppi organizzati con un nome, una storia, una leadership, una struttura, un metodo e uno scopo ben definito e per lo più legato a rivendicazioni territoriali.

Al contrario, pensare che i fatti di Parigi siano il risultato di qualche tratto di matita, per quanto dissacrante, equivale a considerarli l’opera improvvisata e solitaria di alcuni fanatici squilibrati. Ma non possiamo permetterci questa ingenuità, perché altrimenti non avrebbe senso parlare di terrorismo, in quanto mancherebbe un suo elemento costitutivo (ossia l’organizzazione).

La ricostruzione della fedina penale degli attentatori (già coinvolti in altri episodi di terrorismo) e dei loro spostamenti tra Europa e Medio Oriente dimostrerebbe un ruolo e una intenzione ben definiti: quello di soggetti addestrati disposti ad effettuare un attentato con il supporto logistico ed economico dei movimenti integralisti islamici. Lo confermerebbero anche le dichiarazioni di Al Qaeda nello Yemen. Perciò, con tutta probabilità, avremmo assistito in ogni caso ad episodi di violenza, magari altrove, e la storia non sarebbe mutata. Certo non potremo mai saperlo con assoluta certezza, ma è un’eventualità da tenere in considerazione.

Tutto ciò, però, sembra essere ignorato dall’opinione pubblica e dalla classe politica occidentale, concentrate piuttosto, oltre che sulla sacrosanta condanna dei fatti, sulla rivendicazione della propria libertà di espressione e del proprio diritto di blasfemia. Quest’ultimo sforzo, però,nel caso specifico appare piuttosto superfluo.Basti immaginare che se i terroristi avessero colpito un istituto religioso, oggi si rivendicherebbe indifferentemente la libertà di culto.

E’ necessario rendersi conto che le celluleterroristiche dislocate nei territori occidentali agiscono certamente con discrezionalità e autonomia, scegliendo quasi sempre un bersaglio simbolico (i fratelli Kouachi volevano colpire proprio Charlie Hebdo“per vendicare Maometto”), ma anche con una certa casualità, così da rendersi imprevedibili alle forze di sicurezza. Inoltre,per coloro che muovono le fila (i vertici delle organizzazioni terroristiche)non è importante questo o quell’obiettivo. Quello che conta veramente è il risultato finale: causare terrore. Aggredendoci (come nel caso del settimanale satirico), non vogliono attaccare particolari diritti o le libertà dei paesi democratici, men che meno la libertà di espressione, ma destabilizzare l’occidente, svegliarlo dal suo torpore, esaltarne le ipocrisie, richiamare l’attenzione su un mondo allo sfascio in cui non tutte le persone godono degli stessi diritti, evidenziare la vulnerabilità di una società che si crede superiore. In sostanza essi vogliono sovvertire il sistema.

Non ammetterlo significa ignorare il problema. Banalmente, è come dire che la strage alla stazione di Bologna sia stata voluta per fermare la circolazione dei treni e che sia stato necessario riaffermare il proprio diritto di viaggiare su rotaie.

In sintesi, lo spazio dato nel dibattito pubblico alla libertà di espressione è sproporzionato rispetto all’entità del problema, per due semplici motivi: a) se anche Charlie Hebdo smettesse di pubblicare le vignette della discordia, gli attentati di certo non cesserebbero; b) l’allerta sugli attentati è elevata non solo presso le redazioni giornalistiche, ma ovunque.

La reazione occidentale dimostra, ancora una volta, tutta la sua ipocrisia e si presta totalmente al gioco dei terroristi. Non si possono assolutamente semplificare le ragioni degli attentati di Parigi come una conseguenza dell’indignazione. Non si possono trattare i terroristi come esseri irrazionali e superficiali.

Non ha alcun senso riflettere su come i fumettisti francesi avrebbero dovuto e dovrebbero fare satira (cosa che tra l’altro non interessa a nessuno, nemmeno ai terroristi stessi) e serve solo a fomentare proteste inutili che possono degenerare nella violenza, così come sta accadendo in Niger, dove manifestazioni e saccheggi stanno devastando il Paese, lasciandosi alle spalle decine di morti.

Piuttosto bisognerebbe ampliare lo sguardo oltre il nostro confine autoreferenziale, analizzando le cause e le dinamiche reali del terrorismo, poiché la nostra libertà di espressione non ha nulla a che fare con tutto questo.

Dopo il cordoglio e la condanna, è il momento di spenderele energie per capire i motivi che spingono una persona a sposare la causa della jihad, che risultato vuole raggiungere, da quale contesto proviene, come viene addestrato e indottrinato, come viene strumentalizzata la religione, chi finanzia i gruppi terroristici e per quali motivi. Questa metodo è certamente più faticoso perché si oppone ai nostri interessi economici e ci pone davanti enormi responsabilità, ma è l’unico adottabile per individuare soluzioni idonee a prevenire e contrastare questa piaga.

Da un lato, infatti, dobbiamo considerare il terrorismo anche come il risultato delle politiche occidentali:traffico di armi irresponsabile, confini tracciati a tavolino dalle potenze coloniali del secolo scorso, sfruttamento delle risorse del sottosuolo, accesso limitato alle risorse idriche e alimentari, povertà, diritti umani negati (in primis quello all’autodeterminazione dei popoli), emarginazione sociale e disoccupazione, sono solo alcune delle cause.Poniamoci un’ultima domanda: senza in alcun modo voler giustificare la violenza ed escludendo i fanatici, l’atto terroristico in sépotrebbe costituire, l’ultima azione di una persona esasperata e facilmente condizionabile o ricattabileproprio a causa di questi problemi? In caso di risposta affermativa, il fenomeno non farà che aumentare senza un cambio di rotta radicale prima di tutto in Occidente.

Dall’altro, di fronte all’atto terroristico dobbiamo reagire rifiutando di farci terrorizzare, prima di tutto attraverso il rispetto della legalità, della Costituzione e dei trattati internazionali. Non servono atti eclatanti, né tecniche oscure di sorveglianza della cittadinanza che reprimono le libertà civili (v. Patriot Act). Siamo di fronte ad un crimine e non ad un atto di guerra. L’esperienza dell’Afghanistan, ha insegnato tanto da questo punto di vista.

Ma più di ogni altra cosa, dobbiamo agire con la stessa fredda razionalità con la quale le organizzazioni terroristiche agiscono e che rifiutiamo di riconoscergli.

Charlie Hebdo, Boko Haram e Yemen: riflessioni geografico-politiche sulle nuove sfide del sistema internazionale

I recenti fatti di cronaca impongono alcune considerazioni sul cambiamento che sta attraversando parte del sistema internazionale dal punto di vista geografico-politico. Il 2015 sarà un anno che – probabilmente – entrerà per sempre nella storia non solo perché la Francia ha visto la più imponente caccia all’uomo, rimanendo per due giorni sotto scacco da un pugno di integralisti e col dispiegamento di circa 88.000 uomini, ma anche perché, a diversa scala, sembra che si stia assistendo a un ridisegno della mappa politica – africana e non solo – dovuto alla radicalizzazione e all’azione dei movimenti jihadisti in differenti parti del mondo.

Charlie Hebdo, Boko Haram e Yemen: riflessioni geografico-politiche sulle nuove sfide del sistema internazionale - Geopolitica.info

Non solo le cronache provenienti da Oltralpe, dei due paralleli – e tangenti – attacchi perpetrati dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, ma anche la strage in Yemen, dove la situazione politica appare assai critica ormai da diversi anni e dove un attentato suicida nella capitale Sana’a – quasi certamente di matrice fondamentalista islamica – ha prodotto 33 morti e circa 60 feriti. E, poi, proprio nelle ore delle notizie convulse che arrivavano da Parigi, un attacco di Boko Haram nel Nordest della Nigeria, che avrebbe provocato la distruzione di 16 villaggi e la relativa morte di circa 2.000 persone.

Questi fatti, nonostante l’entità del numero di morti, sono passati in secondo piano sui media internazionali, concentrati principalmente sulle vicende francesi. Il legame tra questi tre scenari non appare però così distante, poiché la matrice integralista islamica sembra essere il tragico comune denominatore: Al Qaeda dello Yemen avrebbe rivendicato gli attacchi dei fratelli Kouachi, che hanno agito “per vendicare il profeta” e Coulibaly ha fatto riferimento al Califfato, per conto del quale ha detto di aver agito. Il collegamento di Chérif Kouachi con Al Qaeda dello Yemen è emerso da una telefonata con un reporter francese durante l’assedio alla tipografia. Proprio nello Yemen il ragazzo si sarebbe addestrato da Anwar al-Awlaki, uno dei maggiori esponenti di Al Qaeda nella penisola arabica, ucciso nel 2011.

Verosimilmente si assisterà, nei prossimi mesi, a un intenso dibattito in tutta Europa e più in generale nel mondo occidentale sulle politiche di prevenzione di attacchi terroristici e sarà inevitabile un aumento dell’allerta in molti contesti considerati oggi a rischio, con le relative conseguenze in termini di spesa pubblica e di radicalizzazione dei sistemi di sicurezza. Dal punto di vista geografico-politico, invece, gli altri episodi di lotta islamica evidenziano una progressiva ridefinizione territoriale che sarà forse inevitabile, soprattutto nelle zone dove agisce Boko Haram, soprattutto se non si procederà a una radicale lotta interna che porterà all’estinzione delle forze jihadiste. Tale processo già con lo Stato islamico sta apparendo chiarissimo, nella costruzione della nuova entità statuale tra Iraq e Siria (vedi https://www.geopolitica.info/geografia-dell-incertezza/).

Questo è un punto cruciale. I fatti francesi e quello yemenita possono essere racchiusi nell’alveo del terrorismo, che come tale non configura – come molti media hanno sostenuto – uno stato di guerra interna. E nemmeno di guerra “asimmetrica” o “ineguale”, come pure più volte si è sentito in questi giorni. Il terrorismo è volto a creare terrore e instabilità, al di là del bersaglio, che può essere più o meno mirato, mentre la guerra è la contrapposizione tra due volontà che tentano di affermare la propria sovranità su di un territorio. I fratelli Kouachi e Coulibaly avevano in mente di colpire quei bersagli, per vendicare a loro detta il Profeta e sapevano che sarebbero andati immediatamente dopo incontro al martirio o alla detenzione. Dunque, le conseguenze di tali azioni si vedranno non tanto in un cambiamento sistemico europeo, ma soprattutto nelle politiche interne di sicurezza e prevenzione e di revisione, forse, anche delle politiche sociali. Il riferimento al Califfato di Coulibaly, però, non va sottovalutato: in un video pubblicato in queste ore afferma che “voi attaccate il Califfato, voi attaccate lo Stato Islamico, e noi attacchiamo voi”.

L’azione in Nigeria, invece, sembra avere un carattere ben più imponente in termini numerici e sistemici. Poiché sembra essere la riproposizione, in altro contesto, di ciò che avviene in Siria e Iraq, dove la carta politica è già radicalmente cambiata e dove sta avvenendo qualcosa di incontrollabile, sotto certo profilo, per gli Stati occidentali. La differenza tra i fatti francesi/yemeniti e quello nigeriano/Isis, nonostante i comuni riferimenti “ideologici”, sta proprio nella volontà d’affermazione di una realtà politico-religiosa. Nei primi casi la volontà è stata quella di creare un momento di instabilità e terrore, nei secondi di creare, nel breve-medio termine, entità politiche riconoscibili che agiscono per un’affermazione sovrana e territoriale rifacendosi all’idea del Califfato.

Questa è anche la sostanziale differenza tra Al-Qaeda e l’Isis: la prima è rimasta su un piano di azione terroristica, mentre l’altra ha superato tale dimensione, assumendo i tratti di Stato di fatto. Gli attacchi di Al-Qaeda avevano messo in crisi alcune delle certezze occidentali, prima tra tutte quella della sicurezza interna e della inviolabilità del suolo nazionale. L’Isis e Boko Haram in Nigeria stanno conquistando territori, modificando la geografia politica di riferimento e con modelli politici totalmente diversi da quelli occidentali.

Ecco, dunque, perché il 2015 porrà ulteriori sfide all’Occidente: l’avanzata del Califfato e di Boko Haram e la radicalizzazione del terrorismo jihadista, che – più o meno con riferimenti diretti – hanno ripercussioni anche sul contesto europeo e occidentale e anche nelle politiche interne. Due saranno perciò le direttrici necessarie d’azione: una interna, per la prevenzione contro le minacce terroristiche e nei confronti di cellule jihadiste (più o meno cospicue numericamente). E, poi, nei contesti africano e arabo citati, dove appare essenziale riuscire a evitare la precipitazione totale nel caos. Per scongiurare sia conflitti interni e stragi ulteriori sia la destabilizzazione confinaria dettata dalla creazione di ulteriori entità jihadiste, che porrebbero l’Occidente di fronte a ulteriori – e radicali – sfide.

Dopo l’attacco al Charlie Hebdo. La geopolitica del terrore accerchia l’Italia

Molte persone in Italia – politici, imprenditori, professionisti e tanti altri liberi cittadini – covano da anni l’illusione che il nostro Paese sia diventato un luogo immune dalla violenza, anche da quella che arriva dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Quest’ultima, tutt’al più, sarebbe destinata a colpire gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i governi – da quelli democraticamente eletti ai regimi autoritari – che di volta in volta collaborano alle loro politiche nella regione. Tale retorica risulta quasi sempre accompagnata da un omissis che, pur venendo meno di fronte a tragedie come quelle degli attacchi dell’11/09 o del Charlie Hebdo di Parigi, appare ben sedimentato in parte dell’opinione pubblica italiana: “in fin dei conti chi semina odio, raccoglie tempesta”.

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Corollario di questo ragionamento è che l’Italia, dal canto suo,avrebbe poco da temere perché partecipa solo a missioni di “pace”, è l’unico Stato europeo a non fare nessun tipo di selezione sui flussi migratori in entrata ed è ben disposta ad apportare tagli sul budget statale destinato alla sicurezza. In altre parole sarebbe in corso una sorta di “scandinavizzazione” dell’Italia, che concretizzerebbe il desiderio di trasformare progressivamente il Paese in una Svezia dell’Europa meridionale.

Ma è davvero realistica questa evoluzione o si tratta di una pretesa infondata? E possiamo davvero permetterci di far diventare le spese militari e le tecnologie destinate all’intelligence un obiettivo privilegiato di tutte le spending review?

Ai fini del nostro ragionamento tralasciamo di ricordare il pur significativo attentato di Nassiriya, utilizzato per raccogliere consenso elettorale (sia a destra, che a sinistra) e riempire le colonne dei quotidiani, ma mai per riflettere concretamente sulla nostra politica estera. Questo evento ha costituito la prima prova lampante della possibilità che gli italiani siano obiettivo di attacchi terroristici e che il nostro Paese debba tenere alto il livello di allerta. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che la strage è avvenuta in territorio straniero e che i nostri soldati erano per definizione degli obiettivi militari (il che stonerebbe meno se in Italia si potesse parlare di missioni “militari” o di “guerra” come nel resto del mondo).

Dobbiamo ricordare, al contrario, che l’Italia si trova nel centro geometrico dello scacchiere mediterraneo, destabilizzato dalla presenza di alcuni failing o failed States (Libia, Libano, Siria), dal settantennale scontro israelo-arabo-palestinese, dalla svolta politica islam-oriented della Turchia, da emigrazioni di massa edalla grave crisi economica di alcuni Stati (Grecia in primis). Negli anni Novanta e Duemila, inoltre, quasi tutte le caselle “europee” di questo scacchiere sono state colpite dal terrorismo islamico. Solo per citare i casi più noti, ricordiamo l’infiltrazione jihadista nei conflitti in Bosnia-Herzegovina e in Kosovo e gli attacchi di Parigi (1995),Madrid (2004), Londra (2005), Tolosa e Montauban (2012), Londra (2013), oltre che l’attentato del 7 gennaio a Parigi. L’Italia per via della sua posizione geopolitica ricopre – volente o nolente – un ruolo fondamentale nell’arginare i pericoli connessi a queste dinamiche e non si può tirare indietro. Ne va della sicurezza di tutti i cittadini europei ma anche – e soprattutto – di quellidelle città italiane, alcune delle quali – anzitutto la Capitale per il suo duplice ruolo di sede del potere politico e della Santa Sede – costituiscono degli obiettivi sensibili di particolare importanza.

La presenza di un pericolo islamista era già stato paventato dalle dichiarazioni dell’Isis sulla presa di Roma e dalle foto scattate in piazza San Pietro da alcuni estremisti che esponevano le bandiere dello Stato islamico, ma – come si suol dire – due indizi non facevano una prova. A fronte di quanto accaduto il 7 gennaio a Parigi, quelle parole e quelle immagini, tuttavia, hanno perso qualsiasi caratterizzazione simbolica per assumere i contorni di una – seppur delirante – realtà.

Si obietterà che i buoni uffici che leganotradizionalmente Roma con il mondo arabo dovrebbero tenere la penisola alla larga dagli attacchi, come già avvenuto in passato. Ma crediamo che questo retaggio oggi serva a poco. Il nostro governo, infatti, non ha come interlocutore né il gran muftì di Gerusalemme, né Yasser Arafat, né Muhammar Gheddafi. Non si trova al cospetto di nazionalisti arabi che possono avere interessi in contraddizione con i nostri, ma che parlano con il nostro stesso registro dialettico e ragionano all’interno del medesimo perimetro politico. Il terrorismo islamico sta stravolgendo i parametri politici del passato perché non è riducibile spazialmente al solo mondo arabo, ha una vocazione universalista e intransigente e, particolare di non poco rilievo, considera quale suo primo nemico proprio i rappresentanti della vecchia élite politica del Maghreb e del Medio Oriente (come dimostrato dai casi diEgitto, Libia e Siria). I buoni rapporti dell’Italia con il “vecchio” mondo arabo, quindi, potrebbero rappresentare un’aggravante per la nostra posizione e l’assenza di nuovi interlocutori legittimati popolarmente rende più difficile ogni azione di prevenzione sia sul nostro territorio che su quelli di origine dei terroristi.

Infine, occorre considerare che mentre in passato il terrorismo islamico, fatta eccezione dei suoi vertici più colti, pescava tra segmenti sociali composti da emarginati la cui disperazione si concretizzava nell’attentato suicida, oggi ha una capacità di arruolamento che varca drammaticamente i confini del mondo occidentale (mettendo in discussione la bontà sia delle politiche di multiculturalismo, che di assimilazionismo), che non punta più a generare martiri ma a formare veri e propri soldati (quelli dell’attacco alla sede di Charlie Hebdo volevano salvare la pelle e avevano un addestramento militare evidenziato dalla loro capacità e freddezza nell’uccidere) e cerca di dotarsi di una soggettività statuale (sebbene il caso dell’Isis stia già mostrando le molte difficoltà di questo cammino). A far da cornice a questi elementi sono la competizione tra al Qaeda e l’Isis per la leadership all’interno della galassia jihadista, che potrebbe portare a nuovi e più eclatanti attentati, al vacillare della Turchia e dell’Egitto come diaframmi tra la regione del Mediterraneo e le tensioni mediorientali e dall’assottigliarsi dell’interesse americano a svolgere il ruolo di prestatore di sicurezza in ultima istanza nell’area.

La scandinavizzazione dell’Italia, quindi, appare piuttosto inverosimile. Prima che il ritorno alla realtà ci venga imposto dalla realtà stessa, dovremmo prendere atto di una geopolitica del terrore che sta stringendo il cerchio intorno a noi e, dinanzi a un contesto in cui dobbiamo contare sempre di più sulle nostre forze, iniziare ad agire di conseguenza.

Understanding female suicide bombers

Sunday, June 8th 2014, surroundings of Gombe, nord est Nigeria. Government soldiers are looking for a woman suspected of conducting an attack against a military compound. As soon as the soldiers approach  her she makes detonate the explosive devices hidden underneath her clothes. This is the first case of a female kamikaze in the north of Nigeria after five years of Islamic insurrection led by Boko Haram. However, it will not be remained the only one.

Understanding female suicide bombers - Geopolitica.info

On 27th and 28th of June,four other girls carried out suicide attacks in the city of Kano, north Nigeria, killing dozens of people and injuring many more. Experts and authorities   do not rule out that these suicide bombers were girls previously kidnapped by Boko Haram, who were brainwashed by their own kidnappers.

The phenomenon of female kamikazes had never occurred before in Africa, while it has been really diffused in other conflict zones like Chechnya, Sri Lanka, Palestine and Pakistan, where many women sacrificed their lives for nationalist or religious causes.

In Palestine, during the second Intifada, many Palestinian women, at least 67, decided to immolate their selves against the occupation of their own land by Israel. Their targets were not only the Israeli soldiers but also public buildings and  crowded buses. Doing this, they became “shahidates”, martyrs  in Arabic. Wafa Idris was the first one. On 27 January 2002 she blew herself up in the city center of Gerusalem, killing one people and injuring more than one hundred.

Even more emblematic are the “chadiki”, the Chechen counterpart of Palestinian martyrs. These female warriors linked their names to Caucasian terrorism for the first time after the assault against Doubrovka theatre in Moscow in 2002. Inside the commando, which was composed by fifty Chechen terrorists, there were nineteen women, veiled, dressed in black and equipped with explosive belts. All the members of this commando died during the controversial blitz of Russian special forces, which cost also the lives of 169  spectators. Those women were rapidly nicknamed “ The Black Widows”, due to the fact that the majority of them wanted to revenge their family members, especially their husbands, killed by Russians. In the following ten years, these “black widows “ would have sacrificed their lives all across Russian and Caucasian Republics.

Female suicide bombers hit also in Pakistan and Afghanistan. Since 2011, Tehrik-e-Taliban Pakistan, that is the Pakistani fringe of Talibans, have claimed the responsibility for many acts of terrors, caused by women dressed with burqas ,in order to better hide explosive devices. Beyond the border, in Afghanistan, women were employed as kamikazes to achieve the talibans’ goals , carrying out suicide attacks all across the country. In 2012, a female suicide bomber blew herself up on the road to Kabul airport, killing dozens of people. This attack was launched in response to a film which was considered offensive for all the Islamic world.

Kurdistan is the last Muslim country in this list where female kamikazes’ strikes have taken place. PKK, an organisation that has been fighting in order to establish a Kurdish nation-state, has always encouraged women to enlist among its ranks. Installed in Turkey, Siria, Irak and Iran, Pkk has also support  the female emancipation in an extremely traditional  and male centred society. In some cases, the women who joined this group have not hesitated to recur to suicide attacks for the cause of Kurdish nation. On 30 June 1996, the first female suicide bomber associated with the PKK in turkey killed six Turkish soldiers and wounded an additional thirty. She had a suicide bombing belt strapped to her stomach and built in such a way to suggest that she was pregnant. A total of eleven attacks out of fifteen were conducted in this way. Only 25 percent of PKK kamikazes were men. The reason why this organisation has recurred to women more than men for this kind of operations is due to the fact that women were better able to slip past Turkish security measures.

As said before, this kind of fighters have not operated only among Islamic extremist organisations. They have also fought for laic groups like the Tamil Tigers. These insurgents played the major role in the civil  war against the Sri Lanka government that lasted for more than twenty five years. Many women participated to the conflict against Sri Lankan army. Like their male comrades, some of them were used to carry out suicide attacks . The most famous one was delivered  on 21 may 1991. The Indian prime minister, Rajiv Gandhi, was the victim of a female suicide bomber while he was visiting a village in the state of Tamil Nadu. At 10:10, a woman, later identified as Thenmozhi Rajaratnam, approached him in public and greeted him. She then bent down to touch his feet and detonated the devices under her dress. The explosion killed Rajiv Gandhi, his assassin and at least 25 people. The assassination was caught on film through the lens of a local photographer.