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Attacco all’Europa: dall’arresto di Salah agli attentati del 22 marzo
L’Europa non ha fatto in tempo a riprendersi dalla tragedia che ha colpito le studentesse in Erasmus in Spagna, che deve oggi fronteggiare un altro enorme disastro interno. Gli attentati di questa mattina all’aeroporto di Bruxelles e alla metro cittadina hanno portato alla morte – questi sono i numeri che arrivano sino ad ora – di 34 persone. L’attacco all’aeroporto della capitale belga è avvenuto, a quanto pare, di fronte al desk dell’American Airlines. Si attende la rivendicazione ufficiale dello Stato Islamico, ma è del tutto verosimile che avverrà a breve. 

Attacco all’Europa: dall’arresto di Salah agli attentati del 22 marzo - Geopolitica.info
L’Europa si mostra, ancora una volta, sin troppo vulnerabile. E anche oggi è stata colpita in alcuni luoghi simbolici: Bruxelles come uno dei centri cruciali dell’UE, l’aeroporto come luogo – almeno teoricamente – maniacalmente controllato e la metro come mezzo utilizzato da tutta la popolazione. Infine, ma non da ultimo, la tragedia si è consumata da una parte di fronte al riferimento della compagnia americana e dall’altra vicino ai luoghi più rappresentativi dell’UE: dal punto di vista simbolico, per non parlare di quello terroristico stricto sensu, l’impatto è enorme, abissale.

Sono ancora vivide le immagini di una Bruxelles impietrita, immobilizzata, ferma nel suo terrore nelle settimane successive agli attentati parigini, alla disperata ricerca degli attentatori. Oggi, a pochissimi giorni dalla cattura di Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi dello scorso 13 novembre, assistiamo al ritorno dirompente alla massima allerta cittadina. Non si è avuto modo di rifiatare, di tirare un sospiro di sollievo per la cattura del terrorista, che si è ripiombati nel caos provocato dal terrorismo.

Nelle azioni terroristiche dello Stato Islamico, che tendono a colpire senza limiti spaziali, si può intravedere l’applicazione di quella concezione, introiettata in maniera estremistica, secondo cui il mondo si suddivide nel dar al-Islam (la casa dell’Islam) e nel dar al-harb (la casa della guerra), abitato dai non fedeli. Una concezione manichea secondo cui varcati i confini del mondo islamico tutto diventa possibile. In questa dinamica di conflitto dell’ISIS verso l’Occidente infedele, si ravvisano altri elementi di enorme criticità: le esplosioni odierne sono avvenute in una città che, in linea teorica, avrebbe dovuto prevenire ogni futura possibilità di attentato.

Le crepe nel suo sistema di intelligence e di polizia sono ormai evidentissime: non solo il più ricercato degli uomini in Europa è stato scovato solo dopo circa quattro mesi di ricerche, nel suo quartiere d’origine che era stato individuato da subito come potenzialmente a rischio, ma quanto avvenuto oggi dimostra una radicata impossibilità o, per attenuare, difficoltà del Belgio e dell’Unione Europea tutta a prevenire future azioni terroristiche. E, poi, lo Stato Islamico ha dimostrato una capacità di azione immediata e tragicamente efficace di agire in ogni parte del mondo, forse temendo – come ha sottolineato Guido Olimpio – che indiscrezioni di Salah potessero far saltare le operazioni. Ma il fatto rimane, e rimane anche il dato che nonostante il pentimento e la richiesta di Salah di non essere trasferito in Francia, nulla si è potuto per contrastare gli attacchi odierni e a nulla è servito interrogare l’attentatore di Parigi per giorni.

In questa sua capacità si ravvisa la sua tensione all’azione universale, globale, e come potenza capace di colpire ovunque. Non solo la dimensione geografica assume una piena centralità in queste riflessione, ma consideriamo anche la tempistica utilizzata. Il terrorista dell’ISIS viene arrestato e nell’immediato vengono organizzati e realizzati due nuovi attacchi, senza possibilità da parte europea di prevenirli e mostrando una capacità d’azione rapidissima dell’ISIS. Ciò significa anche che esistono cellule silenti capaci di intervenire da un giorno all’altro, rendendo debolissimo e fragile tutto il territorio europeo, colpito oggi nel suo epicentro, nella sua zona più sensibile. Il fatto che quanto avvenuto oggi a Bruxelles si inserisca nella settimana Santa, non sembra poi affatto casuale e rafforza enormemente, in senso simbolico e propagandistico, l’azione e il peso del Califfato nel mondo islamico.

La capacità pervasiva dell’ISIS, già sottolineata in precedenza, e che lo porta a colpire ovunque nel mondo, era stata rimarcata anche da un recente video prodotto da Al-Hayat, centro mediatico del Califfato. Gli appartenenti all’ISIS avevano rivendicato le atrocità compiute nella capitale francese attraverso quella produzione dal titolo eloquente: «kill them wherever you find them». In quel video si mostravano i «nove leoni del Califfato» addestrarsi nei campi siriani e, tra di essi, lo stesso Salah. Il messaggio era chiarissimo: negli ultimi due anni, cittadini europei che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, hanno potuto raggiungere la Siria senza difficoltà, addestrandosi per combattere l’Europa e il mondo infedele occidentale «in ogni luogo». Ma soprattutto, implicitamente si rendeva nota la possibilità di intervenire in Europa attraverso le proprie cellule e in via immediata, come oggi hanno fatto. Quel messaggio propagandistico è oggi divenuto, ancora una volta, tragica realtà effettuale.

I leoni del Califfato venivano santificati in quel video dalla propaganda del Califfato, attraverso le parole espresse in arabo e francese che appaiono terribilmente eloquenti «essi vissero i versetti del corano uccidendo i miscredenti ovunque li trovarono. Continuarono così fino a che la sete del loro successo non fu estinta se non tramite il proprio sangue».
Il Burkina conosce il terrorismo

Difficile ritorno alla normalità per il popolo burkinabé, dopo i sanguinosi attentati di venerdi 15 gennaio 2016 nella capitale Ouagadougou. Intorno alle 19.30 l’hotel Splendid, l’hotel Yibi e il vicino caffè Le Cappuccino sono stati presi d’assalto dal gruppo terrorista islamico al-Mourabitoun, che aveva già rivendicato l’attentato del 20 Novembre all’hotel Radisson Blue di Bamako, in Mali.

Il Burkina conosce il terrorismo - Geopolitica.info (cr: Joe Penney/Reuters)

L’attentato è stato pianificato di comune accordo con al Qaida per il Mahgreb Islamico (AQMI), fazione rivale dello Stato Islamico. Parallelamente agli attacchi di Ouagadougou, a Djibo, zona nord del paese alla frontiera con il Mali, sono stati rapiti due coniugi australiani: Artur Elliot e Josephine Kemeth. Elliot era una medico impegnato dal 1972 in Burkina, da allora sostenitore di molteplici progetti umanitari, sanitari e infrastrutturali. Il suo rapimento è opera dell’Emirato del Sahara, gruppo Jihadista del Mali affiliato ad AQMI. Un terzo evento si è aggiunto alla giornata di terrore in capitale: si tratta dell’attacco ad un convoglio di polizia frontaliera, avvenuto a Tinakoff, nella regione del Sahel.

Il bilancio degli attacchi terroristici è di 29 morti e 33 feriti. Tra le vittime anche un bambino italiano di 9 anni e la sua mamma, rispettivamente figlio e moglie di Gaetano Santomenna, proprietario del bar ristorante “Le Cappuccino”, che si trovava in viaggio in Nigeria.

Le operazioni di sicurezza, che hanno visto un intervento congiunto dell’esercito burkinabé con le forze francesi e americane, si sono concluse nella giornata di sabato 16 gennaio, con la liberazione di 126 ostaggi e l’uccisione di tre jihadisti allo Splendid, e di un quarto terrorista allo Yibi. I responsabili dell’attacco si erano registrati come clienti all’hotel Splendid, e si erano recati in   moschea poco prima della strage.

Il Burkina Faso sembrava pressoché immune dagli attacchi terroristici: esso conta il 60% di musulmani, il 30% di cristiani e 10% di animisti; il melting pot culturale è incentivato dalla pratica della plaisanterie, che consente la presa in giro amichevole tra i vari gruppi etnici.

A seguito degli attacchi terroristici di Bamako, l’ambasciata francese aveva aggiornato la cartina dei rischi per la sicurezza, classificando come rosse tutte le località del nord- ovest del paese al confine con il Mali. Anche la città di Bobo – Dioulasso, cuore culturale del paese, è classificata come arancione, insieme a Banfora.

C’è chi crede che il paese sembri destinato a pagare le colpe della Francia: in un audio diffuso  da  diverse emittenti televisive, AQMI dichiara “Combatteremo la Francia fino all’ultima goccia di sangue”. Il Burkina  è territorio di basi americane e francesi impegnate nella lotta al terrorismo; la Francia, ha in particolare dal 2014 intensificato la sua presenza nel paese, attraverso l’operation Barkhane, tramite la quale fornisce appoggio militare e logistico nella lotta al jihadismo; il Burkina costituisce inoltre il nucleo della cooperazione a cinque stati in materia di sicurezza del Sahel (insieme a  Mali, Mauritania, Niger e Ciad); questo intricato assetto istituzionale e militare sembra essere una delle ragioni di un attacco a strutture, come quella dell’hotel Splendid, che vedono una costante presenza occidentale. Secondo alcuni la causa dell’attentato risiederebbe nel marcato interesse che Mokhtar Belmokhtar, leader di al-Mourabitoun, nutre per l’Africa occidentale, da importante canale di finanziamento del gruppo terrorista.

Secondo un’altra lettura, non pare un caso che l’attentato segua di poche settimane l’investitura di un nuovo presidente, e conseguentemente un nuovo riassetto politico. Gli analisti segnalano che tra le relazioni pericolose di Blaise Compaoré, l’ex pluriennale dittatore, si collocano anche amicizie con terroristi, le quali cavevano contribuito alla creazione di una fitta rete di supporto al jihadismo. Gli attentati potrebbero quindi essere considerati come un tentativo di Compaoré di sovvertire un neonato regime politico, quello guidato da Roch Kaboré, minando alla base il forte desiderio di democratizzazione del paese.

Elisa Chiara è casco bianco in servizio civile per una ong italiana e attualmente operativa in loco

L’Isis è uno Stato?

E’ sulla bocca di tutti e riempie le colonne dei giornali. Fiumi di inchiostro gli vengono dedicati ogni giorno ai quattro angoli del globo. Molti, in particolare nel mondo arabo e islamico, chiedono a gran voce che venga chiamato Daesh. In Occidente però, è meglio noto come Isis.

L’Isis è uno Stato? - Geopolitica.info

Questo acronimo, poi sostituito da più conciso –e pericoloso- Is, individua una delle principali caratteristiche del fenomeno: la volontà e la pretesa di farsi Stato, assurgendo ad un rango ignoto a tutti gli altri movimenti terroristici. Questi ultimi hanno, in alcuni casi, auspicato la secessione di una porzione di territorio da uno Stato già esistente, la sovversione dell’ordine costituito, l’affermazione di un’ideologia politica. Mai l’aspirazione è stata quella, propria del Califfo e dei suoi seguaci, di creare uno Stato ex novo, equipaggiandolo con gli elementi che, secondo la scienza politica, ne rappresentano l’essenza.

Occorre, quindi, domandarsi se ed in che misura l’Isis, nel suo territorio di origine a cavallo tra Iraq e Siria, sia davvero considerabile uno Stato. Secondo le categorie tradizionali, è sufficiente la compresenza di tre elementi per l’esistenza di uno Stato: territorio, popolo, forma di governo. Nel’area sotto il suo controllo, il movimento guidato dal Califfo presenta tutte e tre queste caratteristiche. Oltre sei milioni di abitanti risiedono oggi su un’area vasta oltre 200 mila kmq – per lo più desertica – dove gli uomini dell’Isis hanno creato una forma, seppur ancora traballante, di amministrazione, finalizzata sia al mantenimento dell’ordine interno sia all’erogazione dei servizi pubblici di base.

Secondo fonti britanniche citate dal Christian Science Monitor, il movimento ha elaborato, oltre un anno fa, un vademecum per gli attuali e futuri funzionari pubblici dello Stato islamico. Dipartimenti, strutture, servizi sono descritti nel documento, evidenziando l’aspirazione del Califfo per un’opera di state building che, se integralmente realizzata, rappresenterebbe un unicum nella storia. Andando, inoltre, ad arricchire il novero degli elementi che, secondo Max Weber, delineano lo Stato in quanto tale: l’esistenza di un apparato amministrativo. E’ forse scontato ricordare che lo Stato Islamico si è anche dotato di un sistema giuridico autonomo e strutturato, altro requisito proprio delle realtà statuali. Scontato perché quel sistema giuridico non è altro che la sharia, applicata nella sua versione più rigida dagli uomini del Califfo.

Quanto alla teoria weberiana del monopolio della forza legittima – nozione sociologica fatta poi propria dalla politologia – si attaglia alle reali condizioni sul terreno, create dalla dirompente forza militare dell’organizzazione islamista. Forti dell’esperienza militare dei graduati dell’ex esercito di Saddam e di ingenti risorse finanziarie affluenti dall’esterno, gli uomini del Califfo hanno conquistato ampie porzioni di territorio. E se è pur vero che oggi, per stessa ammissione del Califfo, il territorio sotto il controllo dell’Isis va assottigliandosi, lo è altrettanto che le sue fonti di finanziamento sono diventate eterogenee e le sue tecniche amministrative più raffinate.

Addirittura, i terroristi stanno approcciando i canali diplomatici, come dimostra il grand bargain con il governo di Damasco per l’evacuazione dei suoi miliaziani, poi interrotto sul campo dall’Esercito dell’Islam dopo l’uccisione del suo leader mediante un bombardamento. Segno, questo, che l’Isis si propone anche quale attore sul piano politico “internazionale”, negoziando da pari a pari con i governi della regione. Ottenendo così, implicitamente ed ufficiosamente, quel riconoscimento internazionale che rappresenta un altro connotato imprescindibile degli Stati secondo i canoni classici della politologia.

Un simile approccio ha fatto breccia anche in altre organizzazioni terroristiche, sinora refrattarie ad assumere il controllo diretto del territorio e ad esercitarvi funzioni amministrative. Al-Qaeda, incalzata dall’Isis e timorosa di uscire con le ossa rotte dalla competizione con Califfo, mediaticamente sovraesposto, ha reagito sia organizzando azioni spettacolari –si pensi a Bamako- sia incentivando i suoi affiliati a conquistare ed amministrare ampie fasce di territorio, come sta accandendo nel martoriato Yemen. Secondo il Washington Post, la strategia di Al-Qaeda è tesa ad ingraziarsi i musulmani nel medio-lungo periodo, facendo apparire l’Isis come una meteora nel panorama politico sunnita.

Come noto, la realtà dell’Isis è prismatica, data la sua molteplice natura di amministrazione pubblica, organizzazione militare, movimento terroristico globale. Combatterlo sul suo terreno permetterebbe di eliminare almeno alcune di tali dimensioni, indebolendone al contempo il prestigio agli occhi degli aspiranti affiliati.

Ancor più rilevante, nel lungo periodo, sarebbe l’azzeramento del suo potenziale emulativo da parte di altri movimenti terroristici: nessun movimento terroristico e criminale può impunemente auspicare di farsi Stato.

Contraddizioni ed errori nella lotta contro il terrorismo islamista

Dalle frontiere incondizionatamente aperte nel segno della fratellanza tra i popoli alla loro chiusura sulla spinta della paura il passo è stato decisamente breve. Spirito di Schengen, addio.

Contraddizioni ed errori nella lotta contro il terrorismo islamista - Geopolitica.info

Ieri si ragionava su come accogliere tutti i profughi dalle guerre mediorientali ed africane, senza badare alla loro nazionalità o fedina penale e senza sottoporli a umilianti ispezioni, oggi si discute su come ripristinare severi controlli negli spostamenti da un Paese all’altro anche all’interno dell’Unione europea, facendo attenzione al passaporto e alla fede dichiarata. Si temono le infiltrazioni degli jihadisti stranieri, ma forse non ci si fida più nemmeno dei cittadini europei.

Si è confermata, dopo la tragedia che ha colpito la Francia., una regola antica della vita sociale: un qualunque eccesso produce prima o poi il suo esatto contrario, spesso nelle stesse persone. Come la troppa libertà nei costumi scatena alla lunga irrigidimenti moralistici (i peggiori censori sono stati libertini), così il pietismo umanitario versi i migranti visti come l’avanguardia della nuova umanità non poteva che sfociare nel diffuso sentimento di sospetto e avversione che oggi si respira nei confronti di chiunque porti anche soltanto una barba troppo lunga. Ieri tutti pronti ad ospitare i rifugiati nelle proprie abitazione, adesso quelle stesse case hanno la porta ben sbarrata.

Quante stranezze, quali improvvise giravolte, difficili da spiegare! Quelli che oggi invocano lo spirito di vendetta, annunciano di voler essere spietati contro i nemici, denunciano il fanatismo religioso e si ergono a difensori della loro comunità nazionale minacciata nei suoi valori, insomma i socialisti francesi, sono gli stessi che per anni hanno predicato la politica delle braccia aperte, inneggiato alla pace universale, detto di non voler confondere la religione con la politica e considerato il richiamo alle proprie radici nazionali l’anticamera della xenofobia.

Che dire poi di quegli idealisti e fautori dei diritti umani che sino all’altro ieri davano del criminale a Putin e che adesso, convertirtisi alla più cinica Realpolitik, lo vogliono alleato nella lotta contro il terrorismo? O nella loro ipocrita doppiezza sperano solo che faccia il lavoro sporco (e sanguinoso) che repelle alla nostra coscienza?

La Francia che oggi chiede aiuto e solidarietà per essere stata attaccata direttamente è lo stesso Paese che per anni – poco importa se al potere era la destra o la sinistra – si è mossa sulla scena internazionale in modo solitario, secondo una logica da potenza post-coloniale interessata solo al proprio tornaconto, come nel caso degli interventi militari in Mali, in Libia e in Siria. Il problema è che le alleanze o amicizie politiche non funzionano in questo modo. Averlo scoperto in modo così doloroso non riduce le responsabilità per ciò che si è fatto nel passato. Si deve solo sperare che la lezione sia servita a qualcosa.

Ma le contraddizioni, sulle quale bisogna interrogarsi anche se il momento può sembrare quello poco appropriato, non si fermano qui. Prendiamo il caso del Belgio. Colpisce, in primis simbolicamente, scoprire che il terrorismo si è di fatto insediato a pochi metri dai palazzi del potere europeo. Ma colpisce ancora di più il fatto che un paese possa essere burocraticamente ordinato, all’apparenza avanzato e civile, persino un modello di convivenza, pur risultando, alla prova dei fatti, socialmente e culturalmente disarticolato, istituzionalmente fragile. Lassista, più che tollerante. Quando, nel recente passato, il Belgio marciava economicamente non avendo neppure un governo qualcuno lo ha additato ad esempio di come nel futuro si potrà tranquillamente fare a meno dello Stato e della politica. Ma poi è proprio allo Stato, ai suoi apparati e ai suoi simboli (la bandiera, l’inno nazionale) che ci si aggrappa quando si scopre di abitare in quartieri dove non vige alcuna legge e dove i bravi ragazzi della porta accanto organizzano attentanti e si fanno esplodere.

Risolvere queste contraddizioni non sarà facile. Ma che almeno si provi, nella concitazione del momento, a non commettere errori grossolani. Tipo fare proprio il punto di vista degli islamisti senza nemmeno rendersene conto.

Prendiamo ad esempio la tendenza, che ormai si fa sempre più strada nell’opinione pubblica euro-occidentale e nel modo di ragionare dei nostri governanti, a definire l’identità pubblico-civile di chiunque abbia radici in un Paese classificato in senso lato come musulmano (si tratti dell’Algeria o della Malesia) a partire dalla sua supposta identità religiosa, trascurando ogni altra dimensione, culturale o sociale. È una semplificazione che se applicata a noi stessi – nel senso di essere definiti genericamente o prioritariamente “cristiani” – riterremmo arbitraria e infondata. Che il modo di essere e di vivere di una persona debba essere interamente plasmato dal suo credo religioso è esattamente ciò che pensano gli integralisti, convinti anche che questo stesso mondo si divida in “fedeli” e “infedeli”. Se dietro ogni marocchino o siriano o iracheno o maliano non vediamo altro che un islamico, per di più osservante e fanatico, ecco un modo involontario per aderire al pensiero dei radicali.

Così come è un errore pensare che il mondo islamico sia un blocco unitario, senza differenze o particolarità al suo interno solo perché c’è un credo religioso che fa da collante. L’idea di una comunità di fedeli tendenzialmente universalistica, che un giorno verrà unificata sotto la formula politica del Califfato, abolendo Stati, appartenenza nazionali e varietà di costumi, è ancora una volta tipica dell’ideologia islamista. L’Italia, per storia e cultura, non è il Messico, sebbene entrambi Paesi in senso lato cattolici. Perché si deve pensare che Egitto e Indonesia, con i secoli di storia che hanno alle spalle, le loro abissali differenze di cultura e mentalità, la complessa e difforme articolazione sociale che presentano, non siano altro che paesi islamici, come tali assimilabili l’uno all’altro?

Forse prima di agire in modo solo apparentemente nerboruto (ma davvero qualcuno crede che in Siria sia rimasto qualcosa da bombardare?) bisognerebbe fermarsi e riflettere, nella consapevolezza che sia la politica fondata sulla paura sia quella basata sull’amalgama, gli stereotipi e le semplificazioni sono fatalmente destinate a generare decisioni improvvide e inefficaci.

Sistemi di difesa collettiva: NATO e UE, un parallelo tra il 2001 e il 2015

Il sistema di difesa collettiva rappresenta una sorta di garanzia che tutela le potenze occidentali anche da un punto di vista socio-psicologico. Gli attacchi terroristici di Parigi, così come l’11 settembre, hanno inflitto un duro colpo alla stabilità e autoconvinzione, europea e americana, che le crisi internazionali riguardino solo territori e culture lontane.

Sistemi di difesa collettiva: NATO e UE, un parallelo tra il 2001 e il 2015 - Geopolitica.info

Nell’improvvisa quanto traumatica percezione della minaccia riemerge il senso di appartenenza ad un comune sistema di valori che si traduce, giuridicamente e politicamente in appelli alle organizzazioni internazionali di cui si fa parte.

Dopo l’11 settembre la NATO ha invocato per la prima volta nella storia l’Art. 5 del Trattato di Washington, a supporto degli Stati Uniti. In tale articolo si afferma che un attacco armato contro anche solo uno Stato membro dell’Alleanza costituisce un attacco verso tutti quanti i membri, i quali, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva, devono assistere lo Stato attaccato con le azioni ritenute necessarie.

La decisione degli alleati ha pertanto creato un importante precedente ed ha posto nuovi criteri nell’identificazione del concetto di aggressione.

Fino a quel momento l’unico riferimento al terrorismo che l’Organizzazione potesse usare a fondamento delle  misure da intraprendere era nel Concetto Strategico del 1999, più precisamente l’Art.24 del documento secondo cui si possono considerare rischi per la sicurezza anche “atti di terrorismo, sabotaggio e crimine organizzato, e la interruzione del flusso di risorse vitali”.  Ovviamente era in dubbio se l’attacco potesse essere classificato come armato e se quindi potesse ricadere nella fattispecie dell’articolo 5. Dunque si discusse se l’aereo potesse rappresentare un’arma.

Come afferma Edgar Buckley (NATO Assistant Secretary General for Defence Planning and Operations 1999-2003) in un’intervista del 2006 per il NATO Review Magazine, in sede di Consiglio Atlantico si utilizzarono due criteri specifici per analizzare l’accaduto e definire la tipologia di aggressione: la portata e la provenienza dall’esterno. La vastità della portata era confermata dal numero delle vittime e dall’utilizzo degli aerei come missili, la provenienza esterna invece serviva a differenziare questo attacco da quelli provenienti da gruppi terroristici operanti all’interno del paese. Questi ultimi infatti non sarebbero mai potuti ricadere nella sfera di applicazione dell’Art. 5, neanche con una forzatura giuridica.

Nel Consiglio tutte le delegazioni si dichiararono favorevoli ad una significativa risposta dell’Alleanza nonostante le perplessità di un ristretto numero di paesi preoccupati di veder limitata la propria sovranità in merito al processo decisionale sulle azioni da intraprendere.

Questo è stato un notevole passo avanti nell’affermazione della solidarietà strategica occidentale seppur con molte riserve riguardanti proprio la gestione della stessa (gli alleati erano disposti a fare tutto ciò che veniva chiesto loro dagli USA, ma la stessa Washington è stata spesso accusata di non aver coinvolto abbastanza la NATO nelle operazioni militari da lei condotte).

La medesima solidarietà strategica ora, nel 2015, viene invocata dalla Francia a seguito di un altro attacco terroristico, sebbene di portata diversa ma di uguale rilevanza. L’Organizzazione internazionale a cui si rivolge Parigi tuttavia non è la NATO bensì l’Unione Europea attraverso il richiamo all’Art.42.7 (TUE) del Trattato di Lisbona.

Questo articolo, anch’esso invocato per la prima volta nella storia, in combinazione con l’Art.222 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’UE)  definisce la cosiddetta “clausola di solidarietà europea”. Questa clausola fa capo allo stesso principio di solidarietà, uno dei principi cardine su cui si fonda l’architettura del processo di integrazione europea, il quale garantisce il benessere dell’Unione attraverso l’adempimento degli obblighi di ordine economico, politico e sociale da parte di tutti gli Stati membri.

L’Art 42.7 si inserisce nel quadro delle disposizioni in materia di politica di sicurezza e difesa comune e obbliga gli Stati membri, in un’ottica appunto di solidarietà, a fornire assistenza allo Stato membro vittima di un’aggressione armata, non pregiudicando però il carattere specifico della politica di difesa di taluni Stati membri. Anche qui, come nell’Art.5 NATO viene utilizzato un criterio di libertà nella scelta dei mezzi con cui fornire supporto (in relazione alle capabilities di ogni singolo paese) e soprattutto viene salvaguardata l’indipendenza e la sovranità statale di condurre determinate politiche difensive.

Ma perché la Francia si affida alle dinamiche della politica di sicurezza e difesa dell’Unione di cui ben noti sono i limiti sul piano politico-decisionale e tecnico? Le decisioni relative all’Art.42 TUE infatti seguono un iter legislativo complesso e legato all’approvazione all’unanimità del Consiglio (non sempre facile da ottenere data la diversità di alcuni interessi nazionali) su proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri (Federica Mogherini).

In realtà i presupposti per chiedere l’applicazione dell’Art. 5 NATO da parte della Francia ci sono e lo stesso Segretario Generale Stoltenberg in occasione del Consiglio Europeo del 17 novembre ha dichiarato che non è esclusa una decisione in tal senso ma che per ora l’Organizzazione sta fornendo un supporto in termini di risorse e di intelligence nella lotta contro Daesh. Ha inoltre sottolineato l’importanza di una cooperazione intergovernativa a livello di coalizione internazionale formata da molti paesi NATO e del ruolo della Turchia (anch’essa membro NATO) al confine con la Siria.

La politica di sicurezza europea rientra maggiormente in un contesto di soft power non essendo l’UE dotata di un esercito proprio ma garantendo solo una mera capacità organizzativa e di coordinamento. Probabilmente quindi Parigi non ha ancora delineato una strategia militare da seguire nel lungo periodo.

È importante ricordare, però, che la legittima difesa, a prescindere dalle Organizzazioni internazionali in cui si rientra, è un diritto che può essere esercitato senza una previa autorizzazione della Comunità internazionale (rappresentata dal  Consiglio di Sicurezza) come sancito dall’Art.51 della Carta delle Nazioni Unite e che pertanto la Francia sceglierà la strada più opportuna, anche in vista di un ipotetico isolamento militare.

Turchia: fischi al minuto di silenzio e una posizione da chiarire

«Lo sport è uno degli strumenti più significativi da usare per la pace e la fratellanza». Le parole di Fatih Terim, commissario tecnico della nazionale turca, suonano ancora più amare alla luce degli episodi dello scorso martedì sera allo stadio che porta il suo nome. In tribuna ci sono, tra gli altri, anche il premier greco Alexis Tsipras ed il suo omologo turco, Ahmet Davutoglu. Le squadre si schierano in campo per osservare un minuto di silenzio con il lutto al braccio. Un simbolo questo, che viene immediatamente svuotato di ogni significato quando dagli spalti si levano prepotentemente fischi e grida che inneggiano ad “Allah akbar”, Dio è grande.

Turchia: fischi al minuto di silenzio e una posizione da chiarire - Geopolitica.info

Un doppio insulto questo: alla memoria delle 129 vittime del 13 novembre a Parigi e a quanti presenti allo stadio erano lì per dimostrare solidarietà e rispetto per quelle morti. Come sempre una doppia anima quella della Turchia, l’anima moderata e laica della società civile, quella Turchia che chiede di entrare a far parte dell’Unione Europea e, dall’altro lato, quella Turchia intollerante, che non accetta di osservare un minuto di silenzio, non per ricordare 129 sconosciuti, ma per dissociarsi da coloro che uccidono in nome di uno stesso Dio. Dai video riportati i fischi non erano affatto isolati, tutt’altro sembravano provenire dalla maggioranza dei presenti allo stadio.

Una partita quella che si è giocata martedì sera che era piena di significati, non solo per la situazione mondiale dopo gli attentati di Parigi, ma anche per le due squadre scese in campo: Turchia e Grecia, nemici storici che per almeno novanta minuti sono avversari leali su un campo di gioco, lasciando da parte ogni divisione politica del passato e del presente. Si manifesta invece in tutta la sua violenza una divisione, un’ostilità che i media hanno sottaciuto, riportata solamente sporadicamente dai quotidiani nazionali. Un silenzio sorprendente, non solo da parte della stampa turca ma anche dei media italiani che nei momenti successivi all’accaduto hanno fatto passare gli episodi in secondo piano.

Lo sport che dovrebbe unire secondo i principi antichi dello spirito olimpico, lo sport che riesce ad avvicinare paesi e nazioni distanti economicamente, culturalmente e religiosamente. Turchia e Grecia agli antipodi ma lì presenti, con i due premier che per una sera mettono da parte i problemi dei rispettivi paesi. Una sera in cui la diplomazia culturale si gioca su un campo da calcio, dove non esistono più confini. La diplomazia culturale che fallisce nella serata di martedì, un’occasione persa in primo luogo dal governo di Ankara che poteva e doveva condannare i fischi e le grida allo stadio, un membro Nato che deve prendere le distanze da quanto sta succedendo, un paese – ponte tra il mondo arabo e quello occidentale – che deve assumere una chiara posizione di condanna verso gli estremismi e anche verso l’Isis. Una squadra che, tra l’altro, con il suo silenzio davanti a questo oltraggio alla memoria, si presenterà agli Europei 2016 di Francia.

Un’occasione utile d’altro canto per riflettere seriamente e coerentemente sul ruolo che la Turchia ha per la geopolitica dell’Europa ora che Hollande chiede un impegno degli alleati occidentali. Un ruolo troppo spesso ambiguo del governo di Ankara che sotto la mal celata veste moderata impone serie limitazioni alla liberà personale, al diritto di cronaca e che lascia passare dal suo territorio non solo uomini ma anche strumenti utili ai terroristi dello Stato Islamico. Forse una partita di calcio non era sufficiente.

Attentanti di Parigi: quando la fiera della banalità comunica una fiera della vanità

Come abbiamo avuto modo di rimarcare in una nostra precedente riflessione, la strage di Parigi ha messo in luce, in maniera per molti versi brutale, i tanti limiti dell’informazione giornalistica. Dinanzi alla sfida di un racconto così complesso per i suoi contenuti e caratterizzato da un livello elevatissimo di human interest, i media mainstream sono infatti caduti nella trappola di quelle stesse bufale, false notizie, leggende metropolitane di cui sovente la Rete viene accusata di essere foriera.

Attentanti di Parigi: quando la fiera della banalità comunica una fiera della vanità - Geopolitica.info Il raccoglimento dei parigini intorno Le Carillon, 15 novembre 2015 (cr: Alan Joncard / AFP / Getty Images)

Analizzare i fatti di Parigi in chiave massmediale impone tuttavia di guardare anche all’altra faccia della medaglia, ovvero di chiedersi se, a fronte di un’informazione giornalistica che ha mostrato molti limiti, la comunicazione dei principali leader internazionali e nazionali ha invece dato prova di coerenza, efficacia, efficienza.

A nostro avviso, la risposta a questa domanda è tendenzialmente negativa, e la sua spiegazione chiama in causa uno dei termini presenti nel titolo di questa riflessione: le prime dichiarazioni a caldo dei “potenti della Terra” riflettono infatti un’intrinseca banalità, che prende forma a vari e diversi livelli.

C’è infatti una banalità nei concetti espressi e nelle parole utilizzate, che emerge in primis nella dichiarazione del presidente americano Barack Obama, uno dei primi leader mondiali a intervenire già nella sera di venerdì 13. Nel suo discorso, Obama rimarca infatti come quello di Parigi non sia stato un attacco contro i parigini o contro la Francia, bensì «an attack on all of humanity and the universal values that we share». Lo stesso richiamo all’immagine dell’attacco contro l’umanità torna con straordinaria simmetria nelle parole del nostro presidente del consiglio Matteo Renzi. Il suo discorso, pronunciato all’indomani della strage, muove infatti dalla menzione di quella “umanità” cui aveva fatto riferimento Obama («Hanno colpito la Francia, ma colpendo la Francia hanno colpito l’umanità intera»), per poi scivolare in un’analisi quasi “privata” di quanto accaduto («Come tanti italiani, anche io ho cercato le parole giuste per raccontare ai miei figli cosa è accaduto. […] Come tanti italiani anche io ho cercato di domandarmi cosa i terroristi stessero mettendo in discussione»). Morale della favola: ascoltando il discorso, la sensazione è che a parlare sia Matteo Renzi, cittadino italiano padre di tre figli, e non Matteo Renzi presidente del consiglio. A far da contraltare a queste dichiarazioni, le parole sobrie, che tuttavia trasudano umana partecipazione, di papa Francesco: «esprimo il mio profondo dolore», ha infatti affermato il pontefice, «per gli attacchi terroristici di Parigi. Pregate con me per le vittime e le loro famiglie».

A conferma di questa generale tendenza alla banalità, i commenti dei leader europei e internazionali tendono a rifugiarsi con straordinaria omogeneità in luoghi comuni e frasi fatte. Il premier inglese David Cameron si dichiara infatti “scioccato” («Our thoughts and prayers are with the French people»), così come il premier spagnolo Mariano Rajoy, la presidente brasiliana Dilma Rousseff, il presidente della commissione europea Jean-Claude Junker. «Our hearts are with Paris tonight», afferma il vice presidente Usa Joe Biden, mentre il segretario di stato John Kerry utilizza toni anco più melodrammatici («Our hearts go out the people of Paris, to the French, to people of other countries who lost their lives last night in atrocious attack»). Non è da meno Hillary Clinton che, dopo aver invitato tutti alla preghiera per la città di Parigi e per le famiglie delle vittime, afferma che «even after this darkest night, Paris remains the City of Light. No terrorist attack will ever dim the spirit of the French people or our common commitment to the democratic values we share».

Un secondo livello di banalità prende forma nel passaggio dal “dire” al “fare”. Tutti i leader si sentano infatti quasi obbligati a dire che “bisogna fare qualcosa”, ma nessuno di loro sembra poter/voler/saper dire chi debba fare che cosa. Cameron promette infatti che «we will do whatever we can to help», senza tuttavia spiegare chi sia ricompreso nel “noi” pronto ad aiutare, così come Obama che solennemente afferma che «we stand prepared and ready to provide whatever assistance the government and the people of France need to respond». Rajoy e Junker si limitano invece a dichiararsi al fianco della Francia («Francia tiene a su lado al pueblo español en estos momentos tan difíciles», «Nous sommes solidaires aux côtés des français»). Una perfetta sintesi dei due atteggiamenti appena descritti si trova invece nelle parole di Matteo Renzi, il quale dapprima promette che «vinceremo questa battaglia. Non sarà semplice, non sarà breve, occorrerà tutta la nostra forza, tutta la nostra determinazione», quindi rassicura gli italiani sul fatto che il Bel Paese è pronto a combattere questa «sfida epocale»: «l’Italia c’è, al fianco della Francia, un paese coraggioso e nobile, che oggi è colpito al cuore ma che deve sentire, e lo sta sentendo, l’affetto, l’amicizia e la solidarietà di tutta l’Europa e della comunità internazionale. L’Italia c’è, la fianco di tutti gli uomini di buona volontà».

Un terzo livello, forse più grave, di banalità emerge con riferimento alle finalità per cui molti leader prendono la parola: in molti casi, la strage di Parigi viene infatti “ridotta” a pretesto, strumentalizzata in chiave utilitaristica a vantaggio dei propri interessi o di quelli della propria fazione politica.

Da questo punto di vista, non vi è dubbio che “tutto il mondo è paese”. Negli Stati Uniti, dove è in corso la campagna elettorale per scegliere il successore di Obama, il candidato alla presidenza Donald Trump dapprima esprime il proprio cordoglio per i fatti di Parigi («My prayers are with the victims and hostages in the horrible Paris attacks. May God be with you all», anche in questo caso attingendo al già menzionato “dizionario delle frasi fatte e dei luoghi comuni”), quindi sferra un violento attacco all’amministrazione Obama, invocando un cambiamento («President Obama said “ISIL continues to shrink” in an interview just hours before the horrible attack in Paris. He is just so bad! CHANGE»).

Dice e non dice, invece, l’ex presidente Nicolas Sarkozy che, da francese prima ancora che da leader dell’opposizione, pronuncia un discorso molto “istituzionale” («Face aux attaques terroristes d’une gravité exceptionnelle, mes premières pensées vont aux victimes de ces actes de barbarie, à leurs familles, à leurs proches et aux forces de sécurité qui font preuve d’un courage exemplaire»), seppur non scevro dal desiderio di spiegare al proprio elettorato perché il suo partito ha avallato le scelte del presidente Hollande («Dans ces circonstances tragiques, la solidarité de tous les Français s’impose. C’est dans cet esprit que je soutiens la décision prise ce soir de décréter l’état d’urgence et la fermeture des frontières. Les terroristes ont déclaré la guerre à la France. Notre réponse doit exprimer une fermeté et une détermination de chaque instant»).

Venendo all’Italia, qui le reazioni politiche sono state assai diverse, soprattutto sul fronte delle opposizioni. Il Movimento 5 Stelle mantiene infatti un bassissimo profilo, esprimendo il proprio cordoglio e una condanna per i fatti di Parigi («Quanto accaduto a #Parigi è scioccante. Un attacco terribile, che deploriamo con fermezza. Il #M5S è vicino alle famiglie delle vittime»); lo stesso Grillo, sul proprio blog, si limita a postare l’immagine con il simbolo della pace.

Per contro, l’opposizione di centro-destra utilizza la strage come punto di partenza per un violento attacco contro le istituzioni italiane ed europee, nonché come spunto per aggressive digressioni sui temi dell’immigrazione e della sicurezza.

Riscontriamo questa tendenza in primo luogo su Twitter, dove una fortissima violenza verbale caratterizza nei tweet di Giovanni Toti («Il #terrorismo si sconfigge a casa sua. Intervenire contro l’#ISIS e schierarsi al fianco di #Israele»), Maurizio Gasparri («Quanti imbecilli pronti a far radere al suolo tutto l’Occidente #sterminareIsis»), Daniela Santanchè («Non basta piangere Parigi. Adesso li mandiamo a casa tutti e chiudiamo le frontiere»), Giorgia Meloni («Sono a #Parigi, testimone d’un attacco barbaro a nostra #civiltà. Siamo tutti in guerra contro fanatismo islamico»), Matteo Salvini («Una preghiera per morti innocenti di #Parigi. Subito chiusura frontiere e controlli a tappeto su realtà islamiche. Subito attacchi in Siria e in Libia: i tagliagole e i terroristi ISLAMICI vanno eliminati con la forza! #Paris #Parigi #Parigisottoattacco»).

Stesse finalità, ma toni diversi, nelle parole di Silvio Berlusconi. L’ex cavaliere esordisce infatti esprimendo il proprio cordoglio («gli attentati di Parigi rappresentano tutto il contrario di tutto ciò che noi consideriamo civiltà»), ma subito si affretta a puntare il dito contro l’Europa e le sue politiche («c’è una carenza di leadership nel mondo occidentale che è preoccupante e drammaticamente evidente. Siamo nelle mani, purtroppo, di incompetenti e incapaci. Abbiamo chiesto il controllo delle frontiere e non hanno capito che si dovevano ri-applicare i controlli sospendendo Schengen»); infine, lancia un assist all’amico storico Vladimir Putin («sono mesi e mesi che il presidente Putin sollecita l’attivazione di una coalizione con l’Unione Europea, [che] intervenga militarmente sotto l’egida dell’Onu per estirpare il cancro dell’Isis alla radice»).

Un quarto livello di banalità emerge infine nella reazione dell’unico leader che fin qui non abbiamo volutamente menzionato: François Hollande. Ora, come appare evidente, le parole del presidente francese non possono essere messe sullo stesso piano di quelle dei suoi “colleghi”, poiché esse provengono dal presidente del Paese colpito dall’attentato e, come tali, devono necessariamente fungere da collante per una nazione profondamente ferita per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Proprio per questi motivi, è dunque per molti versi logico che esse attingano a quella retorica che normalmente viene utilizzata nelle situazioni di maggiore crisi. A conferma di ciò, Hollande parla infatti di una “Francia ferita“, ma anche “determinata e unita” («Les terroristes capables de telles atrocités doivent savoir qu’il auront face à eux une France déterminée et unie»), in cui ciascuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità («Nous devons faire preuve d’unité et de sang froid. Nous devons appeler chacun à la responsabilité»). A conclusione del suo discorso, il presidente rivendica a gran voce e con orgoglio la capacità del popolo francese e dell’intera nazione di rialzarsi («Face à l’effroi il y a une Nation qui sait se défendre et qui saura faire face»). Dove sta allora la banalità, nelle parole del presidente francese? Nel fatto che egli richiami la grandeur francese? No. A nostro avviso sta molto più semplicemente nel fatto che la strage di Parigi arriva appena 10 mesi dopo l’attentato alla redazione di «Charlie Hebdo» e dunque le parole usate oggi da Hollande sono drammaticamente simili a quelle già usate all’inizio del 2015. E, si sa, in questi casi non sempre repetita iuvant.

Passando dalla descrizione all’analisi delle citate dichiarazioni, viene spontaneo chiedersi perché mai importanti leader politici e istituzionali, nazionali e internazionali, abbiano ritenuto di doversi esprimere sui fatti di Parigi, e di farlo rifugiandosi in una sostanziale banalità. A nostro avviso, la risposta a questa domanda è assai semplice, ma non per questo meno complessa o significativa: nell’impossibilità di dire cosa sta accadendo realmente o cosa si intende fare per risolvere il problema (perché si tratta di dichiarazioni che vengono rese pubbliche quando l’attacco terroristico è ancora in corso, o poche ore dopo la sua conclusione, e di conseguenza esse possono ancor meno scendere nel dettaglio di azioni di sicurezza internazionale), ma nella necessità di dover dire qualcosa (perché tempi e modi di una comunicazione politica sempre più mediatizzata lo impongono), si finisce per rifugiarsi nella banalità, che sia la banalità dell’astrazione (parlo di “umanità” in senso lato, così tutti non possiamo non sentirci coinvolti) o la banalità del “noi ci siamo” (anche se non dico per fare cosa, se non per pregare), la banalità del “noi sappiamo cosa fare, voi no” o la banalità del “già detto”. Con la differenza che, se a invocare la preghiera è papa Francesco, questo ha un senso (anzi, ha molto senso), se a invocarla sono Obama, Renzi o Cameron di senso se ne intravede molto di meno.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità

Parigi sotto attacco. Ancora una volta. Attacchi simultanei in sette luoghi diversi. Sei sparatorie e tre esplosioni hanno provocato una strage: 128 vittime e 200 feriti, di cui 80 in gravi condizioni 2 gli italiani rimasti feriti. Una ragazza italiana risulta al momento “irrintracciabile”. La giovane era al Bataclan con il fidanzato ed alcuni conoscenti. Durante la fuga, nelle concitate fasi dell’assalto, i due si sono persi di vista e della giovane non si sarebbe saputo più nulla. Otto in tutto i terroristi morti durante gli attentati. Il presidente Francois Hollande annuncia lo Stato di emergenza su tutto il territorio francese e la chiusura delle frontiere.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità - Geopolitica.info (cr: LaPresse)

Gli attacchi

Chiaramente coordinati, si sono verificati simultaneamente in diverse parti della città. I terroristi hanno agito con metodi differenti. La prima esplosione, seguita da una seconda ed una terza ad opera di kamikaze, è fuori dallo Stadio di Francia, a Saint Denis a nord della capitale mentre si gioca l’amichevole tra Francia e Germania. Il presidente francese Francois Hollande che stava assistendo alla partita, viene immediatamente prelevato e portato in sicurezza. Gli spettatori nel frattempo non si accorgono di nulla. Solo alla fine della partita, con il diffondersi della notizia, scoppia il panico all’interno dell’impianto sportivo. E’ la prima volta che si verifica un’ attentato suicida nella capitale francese.

In contemporanea, i terroristi entravano in azione a colpi di kalashnikov nel X arrondissement, in una brasserie nel quartiere tipico dei ristoranti kosher. Poi i terroristi – come se stessero compiendo un raid – sono scesi verso l’XI e il XII arrondissement, a pochi metri dalla redazione di Charlie Hebdo, insanguinata dagli attentati del 7 gennaio.

Nella sala da concerti Bataclan – dove c’era il tutto esaurito per un concerto rock del gruppo americano “Eagles of death metal” – un gruppo di terroristi, al grido di “Allah è grande”, uccide 80 persone. Dopo l’incursione delle teste di cuoio che uccidono un attentatore, altri tre azionano una cintura esplosiva.

La rivendicazione dell’ISIS

L’Isis rivendica ufficialmente gli attentati: «È la capitale dell’abominio e della perversione». Sul profilo Twitter dello Stato islamico è comparso l’hashtag in arabo “Parigi in fiamme”, esultando per l’esito degli attentati terroristici. Conferma della rivendicazione è venuta anche dal terrorista sopravvissuto al Bataclan: secondo l’emittente americana Sky News l’uomo, appena arrestato, ha dichiarato «sono di Daesh», ossia appartiene allo Stato islamico.

“Ricordate, ricordate il 14 novembre di #Parigi. Non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre”. Lo scrive Rita Katz sul Site citando canali dell’Isis.

Intanto arrivano nuove minacce dei jihadisti, che hanno pubblicato un nuovo video in cui fanno sapere alla Francia: “Non vivrete in pace finché continueranno i bombardamenti. Avrete paura persino di andare al mercato» Si tratta della seconda rivendicazione indiretta.

Le conseguenze politiche

Gli attentati avranno di certo conseguenze politiche. Gli attacchi si sono verificati cinque giorni prima la partenza della portaerei Charles de Gaulle per il Golfo persico. La portaerei avrà il compito di supportare le operazioni dell’aeronautica francese in tutta la regione. La Francia, infatti, sta bombardando la Siria dalla fine di settembre. Gli attentati sembrerebbero quindi una risposta a tali operazioni militari portate avanti da Hollande in Medio Oriente. E’ da escludere che la  Francia pensi di abbandonare il suo impegno militare. I francesi intensificheranno i loro sforzi in tutta l’area. Cioè appare chiaro ascoltando le parole del presidente subito dopo gli attacchi nella capitale francese.

Ad avvantaggiarsi “politicamente” e a crescere nei sondaggi – grazie alle reiterate dichiarazioni anti-immigrazione –  saranno le forze populiste di tutta Europa, ad iniziare dal Front National guidato da Marine Le Pen. Il compito dei socialisti francesi non sarà certo facile. Dovranno spiegare perché le misure di sicurezza straordinarie, intraprese dopo l’attacco dello scorso 7 Gennaio alla sede di Charlie Hebdo, non hanno funzionato. Non passerà molto tempo per vedere la reazione del popolo francese. Il prossimo mese infatti, i cittadini saranno chiamati al voto per il rinnovo delle assemblee regionali.

Gli attacchi avranno conseguenze rilevanti anche in tutta Europa. Il vecchio continente si trova nel bel mezzo della crisi migratoria. Già prima degli attentati di Parigi, la Svezia aveva annunciato la chiusura dei propri confini. Con la Germania che accoglierà quest’anno circa un milione di rifugiati, la pressione sul leader tedesco sale. Già da tempo infatti, la Merkel deve fare i conti con chi nel suo partito chiede la chiusura delle frontiere, criticando la suo gestione del paese.

Si apre anche il dibattito sulla gestione della crisi siriana. L’occidente ha fino ad ora criticato l’operato di Mosca – che bombarda da tempo l’Isis, sostenendo il regime di Assad – continuando a sostenere che il problema della Siria, e di tutto il Medio Oriente, sia il presidente Assad.