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Le incongruenze della lotta al terrorismo in Francia

Lavorare in Francia su temi di ricerca relativi alla propaganda jihadista è categoricamente vietato. Analizzare contenuti che fanno riferimento a organizzazioni terroristiche o condurre indagini che richiedono la partecipazione di campioni della popolazione francese non è praticamente fattibile.

Le incongruenze della lotta al terrorismo in Francia - Geopolitica.info Photo credit: ell brown on Visual hunt / CC BY

Cinque giorni dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, l’allora Presidente della patrie des droits de l’homme François Hollande, ha indetto l’état d’urgence, protrattosi per circa due anni e conclusosi poi con la promulgazione della Legge antiterrorismo 1510 del Presidente Macron, entrata in vigore l’1 novembre 2017.

Qualche dato: a soli dieci giorni dall’annuncio dello stato di emergenza sono state effettuate circa duemila perquisizioni e oltre cinquecento fermi, più che sovente compiuti nei confronti di individui che niente avevano a che vedere con il terrorismo, ma che, ad esempio, manifestavano contro riscaldamento ed inquinamento globali in occasione del summit Cop21 del 29 novembre a Parigi.

Le misure emergenziali adottate al fine di preservare la sicurezza e l’ordine pubblico hanno comportato una necessaria attenuazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Il fatto inoltre che non fosse stato definito un limite di tempo per lo stato d’emergenza ha favorito una sostanziale normalizzazione delle misure adottate. Tali misure si sono estese persino all’interno degli atenei: la Paul Valery di Montpellier, per esempio, ha proibito riunioni o iniziative di adunanza da parte di studenti o personale universitario.

Ciò che però è interessante notare è che in Francia, qualche anno prima, è stata introdotta con la Legge 2014-1353 (art. 421-2-6 C.p.), l’entreprise individuelle: essa sanziona il compimento, per iniziativa individuale, di atti preparatori potenzialmente pericolosi per la vita o l’integrità fisica delle persone. Con la stessa Legge viene introdotto anche il reato di provocazione diretta alla commissione di atti di terrorismo, oltreché l’apologia pubblica degli stessi, aggravata se preparata a mezzo internet (art. 421-2-5). I metodi più efficaci per contenere e controllare le intenzioni consistono nel totale divieto sia di consultare abitualmente pagine web sia di detenere file digitali o documenti di propaganda che possano indurre al compimento di atti di terrorismo o che li esaltino. Già in Inghilterra e Germania era presente una normativa che regolava la previsione di organizzazioni individuali di matrice terroristica per sanzionare/punire casi di auto-indottrinamento radicale, con il risultato che le analisi di esperti e studiosi, utili alla lotta al terrorismo e alla radicalizzazione, vengono limitati significativamente, non potendo usufruire di strumenti di analisi essenziali per lo svolgimento di indagini scientifiche: video online su siti delle case mediatiche jihadiste, testate online e contenuti propagandistici come quelli emessi da Isis, siti di matrice estremistica… Tutti elementi che, a benvedere, costituiscono casi di studio eccezionali, utili, per esempio, per la previsione di nuovi attacchi.

Giurisprudenza a parte, ciò che salta subito agli occhi (e alla memoria) è il fatto che gli attentati che hanno compromesso l’accesso illimitato alla Francia sono avvenuti dopo l’adozione della suddetta legge e che quindi, nonostante le misure sanzionatorie adottate per evitare casi di auto-indottrinamento radicale, il numero di persone presenti in territorio francese che hanno un legame con Daesh è effettivamente consistente. A prova di ciò vi sono:

  1. un numero impreciso ma indubbiamente elevatissimo di detenuti radicalizzati nelle carceri francesi (esso oscilla intorno ai 1340, in Italia è di 373 individui, dato confermato dal Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale Alessandro Orsini);
  2. un numero elevato di attentati avvenuti dopo l’emanazione della legge;
  3. 700 foreign fighters partiti dalla Francia (dall’Italia circa 100).

Com’è possibile che delle leggi approvate per sanzionare così anticipatamente le intenzioni individuali possano fallire nel loro intento?

La convinzione che si tratti semplicemente di problemi di sicurezza viene meno nel momento in cui si presentano casi emblematici come quello recente che riguarda un cittadino francese di 18 anni segnalato alle autorità per avere attribuito alla propria rete Wi-Fi il titolo «Daesh21». Nonostante il ragazzo, in sede di udienza, fosse apparso poco riconducibile ad un’organizzazione terroristica (non sapendo neanche confermare il significato dell’acronimo Daesh), è stato immediatamente arrestato e poi condannato per apologia del terrorismo di cui al succitato art. 421-2-5 C.p..

E’ evidente che, purtroppo, le restrizioni brevemente esaminate limitano molto poco le azioni o le intenzioni finalizzate a ledere la sicurezza nazionale. Piuttosto compromettono talvolta i diritti umani, talvolta le utili iniziative di carattere scientifico, finalizzate a studiare sia la percezione e la ricezione della propaganda terroristica su campioni di giovani francesi sia le dinamiche e le traiettorie del terrorismo internazionale.

Le origini della crisi in Libia

Le operazioni militari in Libia, avviate autonomamente nel marzo 2011 da diversi Paesi in seguito alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi riunite sotto l’autorità della Nato con la costituzione della missione Unified Protector, hanno imposto all’Italia di affrontare un capitolo rimasto ai margini del dibattito politico a partire dal secondo dopoguerra: l’interesse nazionale. Le logiche della Guerra fredda e, con la sua conclusione, la permanenza degli Stati Uniti nel ruolo di garante dell’ordine globale avevano permesso a Roma di rimandare a tempo indeterminato un serio confronto su questo tema, non solo in seno alla sua classe dirigente, ma anche tra quest’ultima e l’opinione pubblica italiana.

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Una politica estera coerente ed efficace, d’altronde, non può prescindere dall’identificazione generale con alcuni obiettivi primari da perseguire oltreconfine, che legittimano l’azione del governo che li persegue. A differenza di altre crisi internazionali degli anni Duemila – anche di quelle a cui le nostre forze armate hanno preso attivamente parte (Afghanistan, Iraq, Libano) – quella libica richiede una riflessione più attenta. In Qui, infatti, non sono in gioco solo il prestigio internazionale di Roma o l’esposizione economica delle tante società italiane che operano in territorio libico. Nonostante l’estrema considerazione che meritano di ricevere questi due aspetti, occorre sottolineare come l’anarchia che sta dilagando in Libia rappresenti una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale. La prossimità delle coste italiane all’epicentro delle violenze moltiplica la magnitudine degli effetti destabilizzanti di per sé impliciti in ogni guerra civile e costringe il nostro governo a considerare valida ogni opzione nel caso la situazione divenga irrecuperabile.

La scelta degli Stati occidentali di intervenire contro il regime di Muhammar Gheddafi, dettata principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna, ha imposto all’Italia di confrontarsi con un quadro improvvisamente mutato, che ha rimesso in discussione i suoi ampi – e radicati – interessi sul campo. Il nostro Paese nel 2011 ha dovuto prendere parte alla missione internazionale per non trovarsi, al termine del conflitto, nella scomoda posizione di spettatore in un teatro dove aveva storicamente recitato un ruolo da attore protagonista. L’utilizzo dei verbi “imporre” e “dovere” vuole evidenziare come il governo italiano si sia trovato ad agire nell’ambito di quello che – almeno dalla sua prospettiva – rappresentava il peggiore degli scenari possibili. Questo non significa che il rapporto tra l’Italia e la Libia del colonnello Gheddafi fosse ottimale, né che quest’ultimo costituisse un alleato solido e affidabile.

L’origine stessa del regime nel 1969 era avvenuta in palese contestazione nei confronti del precario equilibrio che l’Italia, insieme alla comunità internazionale e ai leader locali, erano riusciti a raggiungere dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Con il compromesso “Sforza-Bevin” del 1949 per un breve momento Roma appoggiò il piano anglo-francese che prevedeva la concessione in regime di trusteeship della Cirenaica alla Gran Bretagna, del Fezzan alla Francia e della Tripolitania all’Italia. Il progetto, tuttavia, ebbe vita breve e il governo italiano tornò a sostenere la piena indipendenza della sua ex-colonia. L’unità politica di quest’ultima era considerata imprescindibile per ragioni di sicurezza, che ricomprendevano sia la salvaguardia della folta comunità italiana che ancora risiedeva in Libia (circa 20.000 persone), sia la preservazione di un certo grado di influenza all’interno di un territorio dove i suoi interessi economici restavano consistenti. Nel 1951, quindi, la nostra diplomazia salutò come un successo la nascita della Libia indipendente e unita. Il Paese sotto la guida del re Idris I al Senussi prese le sembianze di una monarchia costituzionale a “ispirazione federale”, confermando il ruolo delle tribù quali autorità politiche a livello locale.

Nonostante il buon andamento dell’economia, la collaborazione del re Idris con Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia provocò un acuto malcontento soprattutto nell’esercito, nei cui ranghi intermedi si era diffuso l’ideologia del nazionalismo arabo. Questo si trasformò in aperta contestazione dell’autorità reale a causa della posizione di neutralità assunta dal governo libico nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni. Si giunse così ad un colpo di Stato militare guidato da Gheddafi, che portò alla proclamazione della Repubblica. Il nuovo regime si dotò di un’organizzazione fortemente centralizzata e con una spiccata impostazione ideologica, con l’obiettivo di rivoluzionare la struttura tribale del potere nel Paese e raggiungere una parziale secolarizzazione della sfera pubblica. A tale scelta interna corrispose sul piano internazionale la ricollocazione della Libia sul fronte del panarabismo, che mise fine alla politica filo-occidentale della fase monarchica. A sostegno del nuovo regime intervenne così l’Egitto di Gamal Nasser, “campione” di questo movimento internazionale, i cui funzionari parteciparono attivamente alla riorganizzazione dello Stato libico.

Alle trasformazioni politiche domestiche e internazionali, corrispose anche la nuova politica libica nei confronti dell’Italia. Per consolidare la legittimità del suo potere, Gheddafi rinfocolò l’ostilità anti-italiana, esasperando la volontà di riscossa contro l’ex potenza coloniale che rappresentava un minimo comun denominatore dei gruppi tribali del Paese. Il 21 luglio del 1970 il Consiglio del Comando della Rivoluzione decretò la confisca, senza indennizzo, dei beni degli italiani residenti in Libia, costringendoli a lasciare il Paese, e l’annullamento dei crediti delle società italiane nei confronti dello Stato. La decisione contravveniva il trattato del 1956, che chiudeva il contenzioso sui danni coloniali e di guerra con un risarcimento e il passaggio al governo libico di tutte le infrastrutture costruite dall’Italia, in cambio del rispetto dei diritti e degli interessi degli italiani residenti nel Paese, secondo la lettera della risoluzione dell’Onu del 15 dicembre 1950. A questo atto seguirono l’istituzione della “giornata della vendetta”, che sanciva la commemorazione annuale dell’espulsione degli italiani, e la rivendicazione di un nuovo risarcimento per i danni arrecati alla Libia a partire dal 1911 (un caso unico nei rapporti tra uno Stato europeo e una ex-colonia). Tuttavia, già nella fase rivoluzionaria, Gheddafi alternò sfide plateali e trattative sottobanco nei confronti di Roma, un approccio che successivamente adottò quale modello da seguire nei rapporti italo-libici. Al primo atto di sfida del colonnello seguì un negoziato discreto con la Farnesina, che ottenne una parziale compensazione dei danni subiti con la conferma delle concessioni fatte all’Eni dal regime senussita nel settore dell’estrazione degli idrocarburi.

La progressiva svolta politica di Anwar Sadat in Egitto determinò nuovi cambiamenti in Libia. Il fallimento del panarabismo, evidenziato dalle sconfitte del 1967 e del 1973, indussero Gheddafi a ricercare una diversa fonte di legittimità interna. La nuova parola d’ordine del regime libico divenne così “democrazia diretta”. La possibilità della sua realizzazione in età moderna fu teorizzata nel Libro verde (1975), un pamphlet in cui il colonnello preconizzava la nascita dello “Stato delle masse”, cui fece seguito la proclamazione della Jamahiriya Libica Araba Socialista (1977). L’approccio pragmatico del rais al rapporto tra idee e politica risultò evidente anche in questo ambito. Sebbene nel suo volume avesse teorizzato lo smantellamento della società libica tradizionale, anzitutto della sua struttura clanica, in nome della preservazione del potere si dimostrò molto attento agli equilibri tra le famiglie dominanti. In particolare tentò di compensare il primato delle tribù della Tripolitania nelle posizioni di governo e negli apparati amministrativi con una discreta redistribuzione della ricchezza e con i sussidi statali elargiti su tutto il territorio.

Il mutamento dell’assetto interno trovò un corrispettivo anche nella dimensione internazionale. La Libia, dopo la Guerra dello Yom Kippur, tentò di colmare il vuoto politico aperto nel mondo arabo dalla nuova posizione assunta dall’Egitto rispetto agli equilibri della Guerra fredda. Il Cairo, che dal 1948 aveva assunto la leadership dei Paesi arabi e occupato una posizione centrale nel movimento dei Paesi non allineati, dopo il 1973 iniziò un percorso di avvicinamento agli Stati Uniti che culminò negli accordi di pace di Camp David del 1978. La Libia di Gheddafi, viceversa, scelse di identificarsi con la contestazione nei confronti dell’Occidente per legittimare le sue aspirazioni egemoniche sul continente africano e il suo prestigio tra le popolazioni arabe. I rapporti con Washington, già resi difficili dall’avvicinamento di Tripoli a Mosca e dal continuo ampliamento delle sue acque territoriali nel Golfo della Sirte, precipitarono in seguito al ritiro dell’ambasciatore americano nel 1972 e alla battaglia aerea tra gli F-14 americani e l’aviazione libica del 19 agosto 1981. La tensione raggiunse il culmine nel 1986, quando un attentato all’interno della discoteca “La Belle” di Berlino, frequentata da soldati della Nato, provocò la morte di due americani e il ferimento di più di cinquanta persone. L’attentato venne immediatamente considerato di matrice libica e Washington rispose con l’operazione El Dorado Canyon, durante la quale furono bombardate Tripoli e Bengasi. Nel 1996 il Congresso americano promulgò l’Iran and Libya Sanctions Act (ilsa), che prevedeva la possibilità di colpire con sanzioni tutte le società in affari con i governi dei due “Stati canaglia”.

Complementare alla sfida all’egemonia americana nella regione del Mediterraneo, risultò l’ostilità contro gli Stati considerati responsabili del vecchio e del nuovo colonialismo in Africa e Medio Oriente, come Gran Bretagna, Francia e Israele. Tale scelta si tradusse, da un lato, nel supporto logistico, militare ed economico fornito ad una serie di movimenti rivoluzionari – ira, olp e Settembre Nero – che nel 1979 valse alla Libia l’appellativo di “sponsor del terrorismo internazionale”. Dall’altro nell’aver permesso – se non ispirato – l’organizzazione delle stragi del volo Pan Am 103 a Lockerbie in Scozia (1988), che provocò 270 vittime e fu il più grave attentato terroristico di tutti i tempi prima dell’11 settembre 2001, e del volo Uta 772 in Niger (1989), che causò la morte di 170 persone in viaggio tra Ndjamena e Parigi.

All’interno di questo mutato contesto l’Italia non costituiva più il principale avversario internazionale della Libia. D’altro canto il regime di Gheddafi, pur rappresentando un partner scomodo per Roma, rivestiva un’importanza strategica tale da giustificare un approccio realista. Dopo la fase calda del 1969-1970, dunque, venne tessuta una politica di avvicinamento fra l’Italia e la Libia, consacrata dalla visita a Tripoli del ministro degli Affari esteri Aldo Moro nel 1971. A questa fecero seguito le intese stipulate dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1972, che garantirono il ritorno di alcune società italiane in territorio libico, la costituzione di una joint venture paritetica per lo sfruttamento del petrolio tra l’Eni e la Libyan National Oil Company (lnoc) e la fornitura di attrezzature militari italiane all’esercito di Gheddafi. La tensione tornò su livelli di guardia nel 1973, non solo per via del sostanziale allineamento del governo libico all’urss, ma soprattutto per i consistenti sospetti riguardo l’appoggio logistico fornito da Tripoli al commando di Settembre Nero che uccise trentadue persone all’aeroporto di Fiumicino.

Già nel 1974, anche grazie alla posizione filo-palestinese assunta dai governi italiani di centro-sinistra, i rapporti italo-libici vennero rivivificati con la firma del presidente del Consiglio Mariano Rumor e del primo ministro Abdel Jallud di un accordo-quadro di cooperazione economica, tecnica e scientifica, e nel 1976 con l’acquisto da parte della lafico, la società per gli investimenti esteri dello Stato libico, del 13% del pacchetto azionario della fiat. La funzione “stabilizzante” della Libia di Gheddafi non fu rinnegata dal governo italiano neanche durante la crisi diplomatico-militare del 1986. Al contrario, alcune voci autorevoli sostennero come il rais fosse uscito indenne dai bombardamenti americani sulla Libia grazie ad un provvidenziale avvertimento dell’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi. Dopo questo evento, la Libia rimase sostanzialmente isolata e trovò nell’Italia il suo unico interlocutore occidentale. Ciò nonostante, Tripoli continuò ad alternare atti di distensione, come la sottoscrizione di importanti accordi commerciali, e atteggiamenti ostili, come il continuo aumento dei risarcimenti richiesti e la gestione ricattatoria dei flussi migratori dal cuore dell’Africa verso le coste italiane. Il primo tentativo volto a chiudere definitivamente il contenzioso ereditato dall’epoca coloniale fu avanzato dal primo governo di Romano Prodi. Nel 1998 la firma di un comunicato congiunto tra il ministro degli Affari esteri Lamberto Dini e il suo omologo Omar Mustafa el Muntasser impegnava l’Italia a effettuare un “gesto simbolico” nei confronti della Libia, che si sarebbe concretizzato nella ricerca dei familiari dei deportati libici, nella realizzazione di un ospedale a Bengasi, nelle operazioni di sminamento di alcune zone di combattimento della Seconda guerra mondiale e nella restituzione di una serie di reperti archeologici. L’intesa, tuttavia, non prevedeva alcun cenno ai beni confiscati agli italiani nel 1970 e, pertanto, non fu ratificata dal Parlamento.

La “relazione privilegiata” tra Roma e Tripoli, dunque, ha rappresentato uno degli elementi di continuità della politica estera italiana. Dopo la fine della Guerra fredda questa scelta ha trovato il sostegno dell’Unione Europea, che ha affidato de facto all’Italia il compito di trattare con Gheddafi su campi di interesse comune: combattere il terrorismo, arginare l’immigrazione clandestina e stabilizzare i mercati energetici. Nonostante la Libia non abbia mai compiuto svolte sul piano ideologico, durante questo ventennio ha assunto un atteggiamento meno competitivo nei confronti dell’Occidente. La condanna dell’invasione irachena del Kuwait nel 1990 e il sostegno alle trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea, segnarono l’inizio di una parziale ricostruzione della percezione internazionale del regime libico, che volgeva definitivamente la sua attenzione geopolitica verso l’Africa e optava per lo sviluppo di una remunerativa rete di relazioni commerciali con gli ex nemici occidentali. Il percorso proseguì con l’ammissione della responsabilità oggettiva nella strage di Lockerbie, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’annullamento delle sanzioni internazionali nel 2003, con la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, la rimozione del Paese dalla lista degli “Stati canaglia” e la sua collaborazione nella global war on terrorism nel 2004 e con la disapplicazione dell’ilsa nel 2006 (che rimase in vigore solo nei confronti dell’Iran).

A questo mutamento di rotta corrispose anche una fase di nuova distensione nei rapporti tra l’Italia e la Libia, il cui momento di svolta fu l’incontro tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi nel 2003. Secondo la nuova intesa raggiunta, l’indennizzo italiano alle autorità libiche sarebbe stato perfezionato con la costruzione di un’autostrada tra Tripoli a Bengasi. Questi termini furono confermati dal secondo governo Prodi e ribaditi anche in un incontro del novembre 2007 tra il ministro degli Affari esteri Massimo D’Alema, il suo omologo Abdelrahm Shalgam e il leader libico. L’intensificazione dei rapporti politici si sviluppò di pari passo a quella dei rapporti commerciali, che culminarono nell’assunzione da parte italiana di una posizione di forza difficilmente intaccabile nel settore del gas libico. L’Eni realizzò insieme alla lnoc, con una quota del 50%, il Western Libyan Gas Project, nel cui ambito sono stati costruiti il gasdotto sottomarino Greenstream, che dal febbraio 2004 unisce la costa italiana a quella libica, la stazione di compressione di Mellitah sulla costa libica e il terminale di ricevimento siciliano di Gela. Si è giunti così al “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi nel 2008 (ratificato da ambo le parti nel 2009), con cui l’Italia ha accolto definitivamente le rivendicazioni libiche sul risarcimento per “chiudere il capitolo del passato”. Pur mancando qualsiasi disposizione favorevole agli esuli dalla Libia e all’assolvimento dei crediti delle aziende italiane, a fronte di un esborso da parte dell’Italia di circa 3,5 miliardi di euro, il trattato di Bengasi ha generato un effetto virtuoso per la sicurezza dei confini nazionali e degli interessi economici del nostro sistema-Paese. Tra il 2009 e il 2011 gli sbarchi di immigrati clandestini provenienti dalla Libia sulle coste della Penisola sono diminuiti del 99% e alcune società – tra cui Eni, Unicredit, Ansaldo, Impregilo, Finmeccanica e Beretta – hanno ampliato significativamente il perimetro delle proprie attività in Libia.

Alla fine degli anni Duemila, dunque, la posizione internazionale della Libia sembrava dirigersi verso la piena “normalizzazione”. In tal prospettiva, l’interesse dell’Italia non si trovava nella rivoluzione dello status quo, per quanto questo non fosse ottimale, ma nella preservazione dell’ordine in Libia e nella regione del Mediterraneo. Quando fosse arrivata la fine dell’esperienza politica del colonnello, per ragioni anagrafiche o di opportunità, la soluzione migliore sembrava quella del passaggio dei poteri a Saif al Islam Gheddafi, considerato il volto moderato del regime e il più propenso a consolidare i rapporti con l’Italia e, in generale, con il mondo occidentale.

In questo stesso periodo, tuttavia, lo scenario internazionale è mutato nuovamente minando le basi della strategia italiana. Il peso politico della Libia è stato ridotto da una serie di eventi concomitanti: l’attenuamento del disordine in Iraq in seguito al surge del generale David Petraeus, il progressivo ritiro della forza multinazionale dal territorio iracheno, l’indebolimento della struttura di al Qaeda e l’attenuarsi della minaccia terrorista (convinzione confortata nel maggio 2011 dall’uccisione di Osama bin Laden). La Libia, quindi, ha improvvisamente perso la sua funzione di pedina indispensabile per la sicurezza dello scacchiere della regione mediterranea. Al contrario, a causa dell’instabilità endemica del Medio Oriente e del rally dei prezzi delle risorse energetiche, la sua importanza strategica in campo economico è aumentata ulteriormente, rafforzando la posizione dell’Italia e ponendo in questo teatro la Francia e la Gran Bretagna in una condizione di subalternità nei suoi confronti.

L’azzeramento della situazione politica in Libia e l’alterazione degli equilibri nel settore energetico, non sono stati in discussione fintanto che sono perdurate tre condizioni internazionali di carattere ostativo: a) il credito guadagnato dai governi italiani nei confronti dell’amministrazione Bush durante gli anni Duemila per l’appoggio alle campagne militari in Afghanistan e Iraq; b) il deep engagement degli Stati Uniti in tutte le aree di crisi del globo (realizzato sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush); c) l’assenza di presupposti che giustificassero l’ingerenza delle potenze esterne in Libia.

Questo scenario ha cominciato a incrinarsi a causa dell’effetto snowballing della primavera araba, che dopo essersi radicata in Tunisia ed Egitto ha contagiato anche la Libia. A differenza di quanto accaduto negli Stati confinanti, la “rivoluzione del 17 febbraio” non ha trovato nella crisi economica la sua variabile principale. Sebbene l’aumento della disoccupazione e la contemporanea diminuzione delle risorse da redistribuire abbiano contribuito alla delegittimazione del regime di Gheddafi, i loro effetti devono essere collocati in un contesto dove, complice la generale destabilizzazione del Nord Africa, hanno agito da detonatori per le linee di frattura da cui il Paese è storicamente attraversato. Quella politica tra lealisti e oppositori della Jamahiriya e quella geografica tra la Tripolitania e la Cirenaica.

Nel 2011 l’obsolescenza delle condizioni ostative alla rivoluzione dello status quo in Libia è stata causata da tre cause efficienti, che hanno permesso la trasformazione delle proteste di piazza in una guerra civile internazionalizzata: a) la volontà dell’amministrazione Obama di tracciare una linea di discontinuità con la politica estera della presidenza Bush, chiudendo definitivamente la missione in Iraq nel 2011 (nonché la rete di crediti/debiti ad essa collegata) e spostando l’attenzione dalla regione del Grande medio oriente al quadrante Asia-Pacifico (pivot to Asia); b) il nuovo approccio della Casa bianca alle crisi internazionali, che, fondandosi sulla convinzione del declino del potere e del prestigio americani, ha indotto gli Stati Uniti ad affidarsi all’azione dei loro alleati nelle regioni non considerate vitali per l’interesse nazionale (leading from behind); c) la risoluzione 1973 dell’Onu, con cui nel marzo 2011 è stata istituita una zona d’interdizione al volo per tutelare l’incolumità della popolazione civile libica, che ha rappresentato la cornice giuridica della successiva operazione della nato.

L’opzione militare è stata vigorosamente richiesta dalla Francia e dalla Gran Bretagna che si sono appellate al principio di “ingerenza umanitaria”, formulato nel 1999 per la missione in Kosovo, e a quello della responsibility to protect, adottato nel World Summit 2005 e confermato in un documento del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon nel 2009 (cui si è ispirata anche la risoluzione 1973). Come già avvenuto nella crisi di Suez del 1956, Parigi e Londra hanno deciso di agire congiuntamente per riaffermare la loro influenza nel cuore del mar Mediterraneo e hanno cercato di porsi alla testa della missione internazionale per dettarne i tempi e le finalità.

Se la missione in Libia non avesse determinato gli effetti disastrosi cui il mondo sta assistendo, verosimilmente la Francia e la Gran Bretagna avrebbero potuto riempire il vuoto politico generato nella regione dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di “nazione necessaria”. L’abbattimento del regime del rais e la transizione della Libia verso un’ipotetica condizione di democrazia avrebbero legittimato il nuovo ruolo di Francia e Gran Bretagna e, contemporaneamente, permesso loro di ridisegnare i rapporti di forza nel settore energetico del Paese. Nel 2011, inoltre, questi obiettivi di ordine internazionale si coniugavano con alcune necessità di politica interna. Per il presidente francese Nikolas Sarkozy un successo internazionale conseguito in nome della difesa dei diritti umani avrebbe costituito un’importante fonte di legittimazione in vista della corsa per l’Eliseo del 2012 (che poi lo vide sconfitto da François Hollande). Una vittoria avrebbe prodotto effetti simili anche per il primo ministro inglese David Cameron, il cui governo attraversava un crollo dei consensi a causa della crisi economica che stava colpendo il Paese. L’intervento militare contro un regime autoritario che – in passato – aveva attentato contro gli interessi della Gran Bretagna avrebbe potuto generare un positivo effetto rally ‘round the flag, come avvenuto con la guerra per le Falkland-Malvinas al governo di Margaret Thatcher nel 1982.

L’inefficacia della prima fase delle incursioni aeree e dei bombardamenti dalle unità navali sul territorio libico, che ha visto impegnati principalmente la Francia e la Gran Bretagna e in misura minore Stati Uniti, Canada e Belgio, ha imposto la riconsiderazione dell’intensità dell’impegno americano. Le operazioni sono state così unificate sotto il comando della nato, cui hanno aderito, tra gli altri, la Spagna, la Turchia e l’Italia.

Prima di aver preso questa scelta, divenuta obbligata a causa del precipitare della situazione, l’atteggiamento dell’Italia era stato orientato dalla prudenza, non in nome di una qualche forma di “simpatia” (nel senso letterale del termine) nei confronti del regime di Gheddafi, ma per quel nesso di “reciproca indispensabilità” che unisce da sempre il nostro Paese alla Libia. I rapporti di potere nella regione euro-mediterranea, la prossimità geografica, i legami storici e gli interessi economici che legano Roma e Tripoli hanno determinato nel periodo compreso tra il febbraio e l’aprile 2011 il tentennamento dell’Italia sulla crisi. Le sue posizioni, tuttavia, sono state scavalcate dall’azione di Parigi e Londra, il cui approccio spregiudicato alla questione è stato determinato dalla minore densità della loro interazione con la società libica. In questa fase, peraltro, ogni resistenza ufficiale di Roma all’intervento militare rischiava di fornire il destro ad una campagna di delegittimazione internazionale, fondata proprio sull’intensità delle sue rapporti con Tripoli.

All’indomani dello scoppio della rivolta in Cirenaica sono immediatamente emersi molti segnali che prefiguravano la materializzazione di questo rischio. I più importanti organi europei di stampa, infatti, hanno pubblicato una serie di articoli volti a sollevare scandalo intorno alle relazioni tra il governo italiano e quello libico. Gli esempi più eclatanti in questo senso sono stati Forget the elephants su “Le Monde Diplomatique” (11 marzo) e Italy’s shame in Libya su “The Economist” (25 febbraio). La sostanziale unità dimostrata sulla questione dai maggiori partiti italiani è riuscita a circoscrivere gli effetti di questa strategia, tanto che, una volta concordata la scelta dell’intervento, il dibattito in merito ha continuato ad essere animato solo da attori politici di modeste dimensioni che, per ragioni tattiche di sopravvivenza, cercano sistematicamente di polarizzare l’opinione pubblica. Un dato apprezzabile scaturito da questi eventi, dunque, è che – almeno per una volta – il mondo politico italiano non è stato afflitto da quella “sindrome di Carlo VIII” che tradizionalmente divide il Paese in due “fazioni”, di cui una preferisce sostenere la vittoria dell’avversario esterno pur di abbattere l’avversario interno.

Come in tutte le guerre civili, ma in particolare quelle dove intervengono forze esogene, nel 2011 anche il conflitto libico aveva contorni tanto indefiniti da rendere verosimili una serie di scenari futuri profondamente diversi, ad ognuno dei quali era connessa una serie di rischi per l’Italia.

Il primo era quello di una guerra civile prolungata (modello “Somalia”), che avrebbe causato la presenza davanti alle coste italiane di un failed State diviso in più entità autonome (quanto meno Tripolitania e Cirenaica) ugualmente incapaci di estendere la loro autorità sull’intero territorio nazionale. A questa prospettiva si sarebbero collegati alcuni pericoli ricorrenti ricorrenti quando si verifica una condizione simile: esodi apocalittici di profughi, emergenze sanitarie, proliferazione del terrorismo, aumento della circolazione illegale di armi e traffico di droga.

Il secondo scenario era quello del fallimento strisciante della Libia (modello “Libano”), determinato dalla presenza di alcune porzioni di territorio fuori controllo o non completamente sotto l’autorità del governo centrale, le cui derive anarchiche più estreme sarebbero state evitate solo con l’intervento di forze internazionali, i cui costi maggiori sarebbero spettati all’Italia.

Il terzo scenario prevedeva la vittoria delle forze lealiste (modello Algeria). A questo era collegata la possibilità che Gheddafi, o i suoi eredi politici, dopo aver represso la rivolta avrebbero messo in atto una serie di ritorsioni – dai contorni difficilmente prevedibili – contro il “tradimento” italiano. Il quarto scenario era la vittoria delle truppe fedeli al presidente del Consiglio Nazionale di Transizione Libico, Mustafa Abdul Jalil (modello Iraq). A questo scenario erano associate criticità diverse, ma non meno preoccupanti. Da un lato l’emergere di una classe politica legata alla Fratellanza musulmana o ad altri gruppi islamisti, che avrebbe contribuito alla diffusione del radicalismo islamico sulla sponda settentrionale del Mediterraneo. Dall’altro l’indebolimento della posizione dell’Italia in territorio libico, come conseguenza di una revisione degli accordi siglati dal precedente regime e della volontà di sanzionare gli Stati con cui questo aveva collaborato.

A distanza di quattro anni lo scenario che sembra si stia realizzando in Libia è quello del “modello Somalia”. Questo ha confermato come gli interventi umanitari “a basso costo”, che non prevedono la fase boots on the ground, per un fenomeno di eterogenesi dei fini producono conseguenze di gran lunga peggiori di quelle che vogliono evitare. È comunque possibile affermare che se sul territorio libico non fosse spirato il vento della primavera araba, un concetto inutilizzabile ex post a causa del quasi totale fallimento democratico di questa ondata rivoluzionaria, l’Italia non avrebbe dovuto fronteggiare quattro minacce che si sono concretizzate tra il 2011 e il 2015: a) il divampare di una guerra civile a poco più di 300 chilometri da Lampedusa; b) il radicarsi dell’estremismo islamico in un’area sensibile per la sicurezza del suo territorio e i suoi interessi economici; c) l’emergenza dell’immigrazione clandestina e il consolidamento delle reti criminali che la controllano; d) la possibilità di perdere una delle sue principali fonti di approvvigionamento energetico.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore

Il sette agosto di venti anni fa in Africa orientale, in una rovente mattina di agosto, saltano in aria due ambasciate statunitensi a Nairobi e a Dar es-Salaam. Il duplice attacco, che lascia complessivamente sul terreno 224 morti e quasi quattromila feriti, è opera dei terroristi di al-Qaeda e segna l’inizio alla crociata anti-americana propugnata da Osama bin Laden, che porterà ai drammatici eventi dell’11 settembre.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore - Geopolitica.info

Comincia così il nuovo libro di Marco Cochi dal titolo “Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa”, che racconta come si è evoluta la minaccia del terrorismo di matrice islamica nel continente africano, dove l’organizzazione terroristica ha instaurato nel tempo una potente e ramificata rete jihadista con salde e consolidate alleanze in Nord Africa, nel Corno e nella vasta regione del Sahel.

Il libro tratta anche dell’evoluzione del radicalismo islamico nel nord-est della Nigeria, dove negli ultimi nove anni l’insurrezione di un gruppo estremista chiamato Boko Haram (L’educazione occidentale è sacrilegio) ha provocato la morte di oltre ventimila persone e l’esodo di 2,7 milioni di nigeriani, costretti a sfollare nell’area del bacino del Lago Ciad.

La disamina dell’evoluzione della minaccia nell’area prosegue poi con la nuova insorgenza jihadista nella provincia di Cabo Delgado nel Nord del Mozambico, dove dal 2014 è attivo un gruppo locale di matrice jihadista conosciuto come Ansar al-Sunna. Una minaccia da prendere in seria considerazione, considerato che dallo scorso ottobre nella zona si sono registrati numerosi attacchi terroristici, costati la vita a un centinaio di persone.

Tra i vari temi trattati, c’è anche spazio per il calcio, che gli estremisti somali di al-Shabaab hanno bandito nei tre distretti di Mogadiscio e nelle zone della Somalia centro-meridionale sotto il loro controllo, dove nel corso dei mondiali in Sudafrica e Brasile hanno compiuto sanguinosi attacchi nei luoghi dove i tifosi inermi assistevano alle partite.

Il testo sottolinea infine la scarsa attenzione che i media occidentali dedicano al fenomeno, che in realtà ci riguarda molto da vicino perché gli attentati contro obiettivi occidentali in Africa negli ultimi cinque anni sono triplicati.

Senza contare, che gli indizi provenienti da recenti attacchi in Europa sono assai eloquenti: l’attentatore che il 22 maggio 2017 uccise 22 ragazzi alla Manchester Arena al termine del concerto di Ariana Grande era di origine libica, così come aveva origine tunisina l’autore del primo atto terroristico effettuato con un tir lanciato sulla folla, che provocò la morte di 85 persone sulla Promenade des Anglais di Nizza. Ma anche l’attacco che l’agosto dello scorso anno uccise 15 persone sulla Rambla di Barcellona fu operato da una cellula marocchina.

E nel finale del libro – dati e studi alla mano – emerge che non è solo con l’intervento militare che si può sconfiggere il terrorismo, ma con la ricerca di soluzioni atte a ridurre i diversi fattori primari, che spingono gli aspiranti jihadisti a entrare in rotta di collisione con la realtà che li circonda.

L’attacco di Toronto e il futuro del terrorismo

Domenica 22 luglio in Canada, a Toronto, un uomo ha aperto il fuoco sui passanti: 3 morti e 12 feriti il bilancio finale. La polizia canadese ha parlato di un uomo con disturbi mentali, l’Isis ha diramato il solito comunicato per rivendicare l’attacco.

L’attacco di Toronto e il futuro del terrorismo - Geopolitica.info Elaborazione AFP

Domenica 22, nella notte, nel quartiere greco di Toronto, un uomo ha sparato in una via con molti locali, affollati dato l’orario serale. L’autore dell’attacco ha sparato oltre 20 colpi sui passanti, ferendo molte persone e uccidendo una ragazza di 18 anni e una bambina di 10. Secondo le ultime testimonianze la polizia, dopo averlo rintracciato, ha ritrovato l’uomo morto: probabilmente si è suicidato con un colpo di pistola, la stessa usata per l’attacco.

L’uomo è stato identificato col nome di Faisan Hussain, 29enne proveniente da una famiglia di origine pakistana. La famiglia, una volta saputa la notizia, ha fatto sapere che il figlio aveva “gravi problemi di salute mentale, ha lottato con la psicosi e la depressione per tutta la sua vita. Gli interventi dei professionisti non hanno avuto successo. I farmaci e la terapia non erano in grado di curarlo. Mentre facevamo del nostro meglio per cercare aiuto per tutta la sua vita di lotta e dolore, non potevamo mai immaginare che questa sarebbe stata la sua fine.” Una tesi confermata anche dalla polizia canadese, che ha fatto sapere di aver indagato, nel 2010, il ragazzo a seguito di segnalazioni avvenute da funzionari del Victoria Park Collegiate Institute, frequentato da Hussain. L’indagine è partita in base al Mental Health Act, la legge sulla salute mentale che consente alla polizia di intervistare una persona e di valutare se rappresenta una minaccia immediata per se stessa o per la comunità.
Ultimamente Faisal Hussain stava attraversando un periodo estremamente complicato, così come la sua famiglia: aveva perso la sorella in un incidente d’auto, e suo fratello si trova in coma a seguito di un overdose da sostanze stupefacenti. Proprio il fratello rappresenta il link con il mondo della criminalità: nel 2015 è stato arrestato, insieme alla compagna, con denaro proveniente da attività illecite e diverse dosi di cocaina e crack. Sempre nello stesso anno Fahad Hussain è stato rilasciato su cauzione. La pistola usata da Faisal potrebbe provenire proprio da una vecchia rapina effettuata dal fratello, a Saskatoon, zona nella quale è stato arrestato.

L’Isis, tramite la rivista Amaq, ha rivendicato l’attacco utilizzando il solito comunicato: “la persona che ha compiuto l’attacco alla città di Toronto nel sud-est del Canada, domenica sera, è uno dei soldati dello Stato islamico e ha effettuato l’attacco in risposta alle richieste di colpire i cittadini dei paesi della coalizione”. Una tipologia di messaggio che lo Stato Islamico ha sempre usato per rivendicare gli attentati europei: si fa riferimento all’uomo in questione come un “soldato”, e si attribuisce il movente al colpire i “paesi della coalizione” coinvolti nella lotta al terrorismo. Al momento le fonti di polizia canadese non trovano riscontro di un collegamento tra Faisal Hussein e il gruppo terroristico: secondo le testimonianze dei vicini e degli amici il ragazzo in questione non sarebbe neanche un credente praticante, e non avrebbe mai dato segno di alcun processo di radicalizzazione. Tutti i conoscenti contattati si sono dichiarati sorpresi e sconcertati dall’episodio, e la polizia sta continuando ad indagare per cercare tra l’attività online se ci sia qualche collegamento con il mondo del fondamentalismo islamico.

Nonostante le indagini in corso, questa tipologia di attacco ci offre diversi spunti per analizzare il fenomeno del terrorismo e le sue possibili evoluzioni.
Per prima cosa, la disgregazione territoriale dello Stato Islamico nei territori della Siria e dell’Iraq, e il conseguente disfacimento delle principali cellule organizzative del Califfato, porta un naturale ridimensionamento del terrorismo europeo e uno slittamento verso fenomeni riconducibili a un singolo attore. Questo comporta un bisogno di evoluzione nelle metodologie di analisi del terrorismo, che sino ad oggi si sono prevalentemente concentrate sulle dinamiche di gruppo. Caratteristiche come il seguire un’autorità (basate sulle ricerche di Milgram e Kelman), i processi di radicalizzazione dovuti a un reclutatore, l’acquisizione di uno status importante all’interno di una specifica comunità e in generale tutte le dinamiche riconducibili all’azione di un gruppo su un singolo, sono difficilmente applicabili agli ultimi casi di terrorismo in territorio europeo e americano.
Il processo di involvement, prima tappa di un percorso che porta una persona ad effettuare azioni terroristiche, è più rapido e meno definibile rispetto al passato. In ormai molti casi non si riscontra quel principio di gradualità (che suddivide il fenomeno di radicalizzazione in diversi passaggi) che si ricercava nei profili radicalizzati, e se la determinazione della sequenza cognitiva associata al comportamento di un potenziale terrorista risultava già complessa e difficile da ordinare, ora assume i connotati di percorso quasi impossibile da mappare. Il terrorismo, o le azioni che si rifanno ad eventi che nel recente passato sono stati condotti nelle città occidentali da individui radicalizzati, rischia di diventare un alibi per individui che nulla hanno a che fare con il fondamentalismo islamico ma che cercano un motivo di vendetta nei confronti della società.

Anche il ciclo stesso dell’azione terroristica in territorio americano o europeo (è bene rimarcarlo), cioè la selezione del bersaglio, l’attività di ricerca e di messa a punto della strategia, e infine l’attuazione dell’attacco, è sempre meno chiaro ed analizzabile secondo gli schemi utilizzati dalle ricerche dell’ultimo decennio. Il tutto risulta casuale, dovuto al susseguirsi degli eventi che segnano la vita del potenziale terrorista e al contesto nel quale si muove. Come riportato dal giornalista e studioso del terrorismo contemporaneo Guido Olimpio, il nuovo terrore, condotto da immigrati di seconda generazione o da individui che si radicalizzano sul web all’interno delle città occidentali, può essere sovrapponibile, nelle modalità operative, alle azioni di un mass shooter: se non ci fosse stata la rivendicazione dell’Isis l’attacco di Toronto si sarebbe potuto inserire a pieno tra la casistica degli sparatori seriali. La storia personale di Faisan Hussain presenta alcune caratteristiche tipiche che si riscontrano in individui che decidono di commettere un’azione violenta nei confronti della comunità: una di queste, la più significativa, è l’evento disturbante da ritrovare nella perdita della sorella, che si unisce alla difficile situazione familiare causata dall’incarcerazione del fratello e dalla successiva malattia.

L’evoluzione del terrorismo già aveva presentato la miniaturizzazione delle cellule jihadiste: gruppi con sempre meno persone, difficili da individuare e in grado di progettare attacchi semplici, poco letali ma con target dal forte valore simbolico. Negli ultimi anni il fenomeno si è esasperato con le azioni solitarie di uomini che hanno subito una rapida radicalizzazione, ed hanno effettuato attentati con armi bianche o con veicoli. In futuro, anche a causa del pericolo dell’emulazione, si potrà assistere sempre più frequentemente ad attacchi come quello visto a Toronto: le tecniche utilizzate dai jihadisti “di casa nostra” possono essere uno spunto per chi, per cause totalmente diverse dal fondamentalismo islamico, decide di arrivare a compiere un’azione violenta.
Azioni che risulteranno meno letali rispetto a quelle coordinate che siamo abituati a vedere negli scenari mediorientali, e che abbiamo conosciuto in Occidente dal settembre 2001, ma che saranno meno intercettabili e che obbligano a una riflessione sulle attuali metodologie di analisi del fenomeno terrorismo.

Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio

Una lunga intervista a Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo e di Medio Oriente, per tanti anni corrispondente in Israele e negli Stati Uniti, dove ha condotto diverse inchieste sul ruolo dei narcos messicani e sul traffico di migranti e di droga. Ha pubblicato diversi libri sul terrorismo jihadista, ed è da poco in libreria con il suo nuovo lavoro “Terrorismi. Atlante mondiale del terrore”, edito da La Nave di Teseo.

Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio - Geopolitica.info

Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico e la caduta dei principali centri operativi del Califfato, sono destinati a scomparite i grandi attentati in Europa?

Sono sincero, è davvero complicata la realtà dello Stato Islamico. Possiamo dire due cose: c’è un difficoltà maggiore dal punto di vista operativo per organizzare attacchi eclatanti come quello del Bataclan. Al tempo stesso, quell’attacco è stato condotto da persone che avevano rapporti tra loro. Quindi potrebbe anche essere che lo Stato Islamico riesca a mettere in contatto alcune persone, magari in una città del Belgio o del Francia, che già avevano dei rapporti precedenti, e che potrebbero arrivare a compiere azioni di quel tipo. In linea generale credo però che vedremo più azioni con coltelli o veicoli, perché più semplici da organizzare.

Arrivando a questi attentati meno sofisticati, lei nel suo libro, citando l’istituto francese CAT (Centre d’analyse du Terrorisme), scrive che nel 2017 la maggioranza di attentati è stata condotta con esplosivi rudimentali, armi bianche o veicoli. Crede che la propaganda jihadista troverà sempre uomini e donne pronti a condurre questa tipologia di attacchi sul suolo europeo?

Sì, assolutamente, anche se propaganda è diminuita rispetto a un paio di anni fa.
Visto il profilo degli autori degli attacchi non serve molto, basta un appello. E’ anche vero, come detto, che questi appelli diminuiti. Teniamo conto che nel mese di Ramadan, dove si è sempre registrato un picco di attacchi, questi non sono stati numerosi. Il problema vero è che lo Stato Islamico si adatta facilmente, e sfrutta le opportunità usando i mezzi che ha al momento. Io credo che continuerà sulla strada degli attacchi più soft. Non solo, altre persone che non hanno a che vedere con lo Stato Islamico imiteranno queste tecniche. In qualche modo la propaganda fatta negli anni resta e si diffonde, e la gente non sa più ritenere se un attacco sia stato condotto dallo Stato Islamico o da una persone instabile. Tutto va a finire sotto un unico grande contenitore confuso.

A proposito dei profili degli attentatori: ultimamente le analisi sul terrorismo si concentrano sempre meno sul fattore religioso e sempre più sugli identikit di chi conduce l’attacco. Per quale motivo?

I motivi sono figli del tempo. Cominciamo a dire che i militanti dello Stato Islamico sono indottrinati in maniera molto approssimativa. Delle volte non c’è neanche un indottrinamento: vanno su internet, leggono un discorso o vedono un video di 30 secondi. Il secondo aspetto è che la tattica dello Stati Islamico è quella dell’ “agire comunque”. Non importa se sei preparato: agisci con un coltello, con un macchina o con una pietra, l’importante è compiere qualcosa sul territorio. Un terzo aspetto riguarda il profilo psicologico degli attentatori: sempre più abbiamo a che fare con elementi che sono ex detenuti o persone instabili. Con questo non voglio assolutamente dare delle giustificazioni o annullare la valenza politica degli attacchi, ma non c’è dubbio che l’aspetto personale del terrorista, e quindi non quello politico, incide in maniera prevalente. Il messaggio politico aiuta in questo cammino di violenza. Ecco perché noi vediamo degli atti, come quello di Liegi, in cui è difficile se l’uomo ha agito perché odiava la polizia come criminale comune o ha agito perché si riconosceva nello Stato Islamico. Io credo che queste due strade siano parallele, e che oramai sia difficile distinguere il motivo personale da quello politico.

E’ per questo che nel suo libro fa un paragone tra i “mass shooters” americani e i terroristi?

Esattamente. Non tutti gli esperti accademici riconoscono questo collegamento. Io nel libro faccio questo raffronto citando carte giudiziarie, raccontando le storie e gli identikit dei profili e portando dei dati. Mi rendo contro che alcuni accademici non considerano questo fenomeno come terrorismo perché manca una motivazione politica.
Ma se noi andiamo a confrontare il profilo di un mass shooters americano e di un attentatore dello Stato Islamico ci accorgiamo che è perfettamente sovrapponibile. Instabilità, odio, rivolta contro qualcosa, una forma di ribellismo in cui si inseriscono aspetti personali. C’è un parallelo anche nel loro avvicinamento all’attacco: questo avviene per fasi, e spesso è un fatto contingente che li spinge ad agire. Per un mass shooters è la ragazza che lo lascia, un brutto voto, una sospensione. Lo stesso vale per il potenziale terrorista: un decreto di espulsione, il mancato rinnovo del passaporto. Se uno mette insieme questi aspetti si può delineare un profilo parallelo.

Un’altra sovrapposizione che lei fa è quella tra i terroristi e i narcos centroamericani sul tema della violenza: come mai ha deciso di evidenziare questo aspetto?

Per l’elemento politico che si rileva nelle azioni di alcuni narcos colombiani o messicani: la volontà di controllare il territorio e  di imporre il loro “contro-stato”. L’obiettivo è quello di evidenziare la loro forza. Il secondo aspetto è il carattere militare di alcune formazioni: abbattono elicotteri, organizzano imboscate contro l’esercito, dimostrando di avere un braccio militare armato e molto preparato. Poi c’è l’aspetto della propaganda: esattamente come lo Stato Islamico, alcuni cartelli fanno propaganda sul web. Video di torture, decapitazioni. Il tutto per intimorire, per trasmettere un’immagine di violenza e di potenza che ricorda molto la strategia qaedista: uccidere per annientare il nemico.

Con un terrorismo che si sovrappone sempre più alla dimensione della criminalità, quali sono le cose da fare per sviluppare una strategia di contrasto alla radicalizzazione?

E’ un tema molto complesso. Bisognerebbe trovare un messaggio più forte di quello dello Stato Islamico. Paradossalmente la scarsa preparazione dei militanti di base potrebbe aiutare: non hanno studi alle spalle o una preparazione approfondita. Hanno una “verniciata” di islamismo. Però al tempo stesso è difficile trovare un messaggio che sia così immediato e universale, abbracciato da giovani in tutte le parti del mondo, con il quale contrastare la radicalizzazione sul piano ideologico. E’ un percorso che richiede molto tempo, perché fortemente legato alla società: la nostra è una società che in generale tende alla violenza e all’aggressività. Purtroppo i social non aiutano in questo, c’è la tendenza a voler sopraffare sull’altro. Bisognerà insistere su questa strada, io non credo molto alle scelte che cadono dall’alto.
C’è da fare tanto sulle carceri, questo sì: sono diventati veri e propri luoghi di addestramento e reclutamento, dove persone deboli dal punto di vista psicologico possono essere facilmente cooptate e indirizzate verso una strada  di violenza.

Come mai l’Italia al momento non è stata vittima di attacchi terroristici?

Sono diversi i motivi che hanno permesso all’Italia di non venire colpita. Il primo riguarda essenzialmente la sfera sociale: noi non abbiamo ancora le seconde generazioni di immigrati musulmani, al contrario di Belgio e Francia. Soprattutto non abbiamo quartieri-ghetto tipo Molenbeek a Bruxelles o le banlieu francesi, con una enorme concentrazioni di musulmani e che presentano problematiche di alienazione e di identità ai giovani che nascono in queste aree. Sono quartieri che causano difficoltà di riconoscimento che portano la singola persona, come si è visto negli anni ’90 nelle banlieu, a domandarsi: “sono francese o maghrebino?”.
Inoltre in Italia non ci sono i numeri di militanti dello Stato Islamico che si riscontrano in negli altri paesi d’Europa. Secondo la polizia sono partiti, per arruolarsi con il Califfato, circa 120 militanti dall’Italia, e solo una minima parte di questi è cittadina italiana. Da Trinidad e Tobago sono partiti 125-130 militanti: un paragone, forzato, che però fornisce un’immagine chiara dei numeri di cui parliamo.
Un altro aspetto è quello della propaganda: quella in italiano è partita dopo rispetto a quella inglese o francese. Inoltre non ci sono italiani che hanno fatto carriera all’interno dello Stato Islamico, mentre inglesi e francesi hanno ricoperto ruoli di rilievo per la propaganda sul web. C’è inoltre un problema di lingua: un militante francese può diffondere il messaggio in Belgio, in Francia, in Nord Africa, un italiano si rivolge ad un’area territorialmente ristretta. Questo è un aspetto che non va sottovalutato.
Sicuramente le inchieste hanno funzionato: iniziate negli anni ’90, hanno indotto alcune comunità musulmane che in quegli anni simpatizzavano per gli ambienti radicali a moderarsi. 
Tutti questi motivi chiaramente valgono per minacce e realtà più organizzate: non spiegano i pericoli legati al singolo individuo radicalizzato. Su questo io non ho una risposta precisa, continuo a pensare che ci sia un problema legato alla nostra percezione. In Italia c’è una percezione del rischio terrorismo molto più alta della realtà: interessante è stata una ricerca pubblicata dall’Ispi, che ha chiesto a diverse persone quante vittime avesse fatto l’Isis ed evidenziando come le risposte riportassero dei numeri molto superiori alla realtà. L’immedesimazione porta le persone ad avere una percezione del pericolo molto alta.
Al tempo stesso, come mai nessun militante o potenziale tale decide di fare in Italia un’azione simile a quelle viste negli altri paesi europei? C’è sicuramente una percezione diversa dell’Italia. Non escluderei, però, che un domani, in caso di aumento delle tensioni, soprattutto in questa fase dove i toni sono molto alti, qualcuno potrebbe passare all’azione. Per questo io dico sempre che i governi, di qualsiasi colore siano, sul tema del terrorismo debbano sempre tenere un profilo basso pensando alla sicurezza del cittadino, senza fare annunci o proclami. Non si deve usare il terrorismo come elemento di battaglia politica.
Per finire c’è un fattore logistico: io credo che ci sia un giro di trafficanti di uomini e di droga che considera l’Italia troppo importante geograficamente. Mi spiego, rifiuto la teoria che vede nella mafia un argine al terrorismo, che è evidentemente una bufala perché non spiegherebbe l’assenza di attacchi in tutte le parti d’Italia. Credo invece che una certa forma di criminalità organizzata nordafricana sia molto attenta, in quanto un attentato metterebbe in crisi gli affari. Siamo sempre in un contesto molto fluido, perché questi discorsi potevano essere fatti anche per Moleenbek o per altre zone che invece sono state basi organizzative di attentati. Quello che dico sempre, e che tengo a far emergere, è che questo è un tipo di terrorismo occasionale, non scientifico, fortemente legato al singolo. Il singolo può agire per motivi che sfuggono al controllo della polizia, da qui la difficoltà nell’intercettarlo e nel prevenirlo.

Le organizzazioni jihadiste nel Sahel

I gruppi jihadisti, in forte difficoltà in Medio Oriente, negli ultimi quindici anni hanno concentrato i loro sforzi nel consolidare ed espandere la loro sfera di azione nel Niger, Ciad, Somalia e più generalmente in tutta la fascia del Sahel.

Le organizzazioni jihadiste nel Sahel - Geopolitica.info

Con la costituzione dell’AQMI (al Qaeda dans le Magreb Islamique) il 24 gennaio 2007 si assiste alla collaborazione tra al Qaeda di Osama Bin Laden, Ayman al Zawahiri e il GSPC ( Groupe Salafiste pour la Predication et le Combat), originatosi da una scissione della GIA (Groupe Islamiste Armé). La presenza nell’Africa Sub Sahariana di numerose milizie armate e di diffusi traffici illeciti, ha permesso ai gruppi terroristici di acquisire un forte potere economico nella regione e sommando questi fattori alla instabilità politica, sociale, economica e di varie crisi umanitarie, si è assistito a un massiccio reclutamento volontario di giovani, i quali non avendo alcuna prospettiva per il futuro, provano nei confronti delle organizzazioni terroristiche una forte attrazione. Tra queste Harak al Shabaab al Mujahidin (gruppo jihadista somalo) che dal 2016 controlla la regione di Garad, alcune aree rurali e la città di Elbur, e BokoHaram nata nel 2002 per mano di Borno Mohamed Yusef (attivo principalmente nel nord-est della Nigeria), ma è con il suo successore Abubakar Shekau che il gruppo è diventato più violento. Generalmente gli attacchi si concentrano verso le forze di sicurezza governative e civili, con il progetto di imporre la sharia nella proprie aree di influenza.

La presenza militare

Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld avviò nel 2006 il processo di costituzione dell’AFRICOM, che divenne operativo sotto l’amministrazione Obama  solo dopo il consenso e il coinvolgimento nelle operazioni dell’Unione Africana. Le attività dell’Africa Command riguardano l’assistenza e il supporto militare alle forze di sicurezza, la cooperazione internazionale in materia di counter-terrorism e l’assistenza umanitaria. Le principali operazioni militari sono concentrate nel Sahel, Nord Africa ed Africa Orientale/Occidentale, aree con una forte concentrazione di organizzazioni jihadiste (al Shabaab, AQMI, BokoHaram). A seguito dell’uccisione di quattro berretti verdi statunitensi il numero delle S.O.F. è stato portato a circa 1.300 unità. L’AFRICOM con H.Q. a Djibouti comprende anche la base aerea di Chabelly Airport, dove sono dislocati i velivoli a pilotaggio remoto U.S.A., come piattaforme per attività di monitoraggio e per eventuali attacchi mirati. L’Italia è presente con un contingente di circa un centinaio di unità nella Base Militare Italiana di Supporto (BMIS) per fornire supporto logistico, operativo e umanitario. Una ulteriore minaccia è rappresentata dagli attacchi pirata nell’Oceano Indiano, affrontata mediante numerose operazioni internazionali di contrasto al fenomeno. Il maggior sostenitore del G5 Sahel risulta essere la Francia, che dal 2013 dispone di 4,000 truppe posizionate nel nord del Mali. Pertanto l’intento del Presidente Macron sarebbe quello di far trasferire parte dei finanziamenti che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu destina alle 10,000 truppe di peacekeeping della missione MINUSMA , alle forze multinazionali che operano in Sahel. Si prevede che Parigi destini 1.2 miliardi di euro al fondo per lo sviluppo della regione per i prossimi 5 anni.

Crisi umanitaria

L’aumento dei conflitti violenti consumati nell’Africa Sub Sahariana, assieme alle crisi alimentari, ai fattori locali specifici e alle epidemie di epatite E, meningite, HIV e colera provocano il protrarsi di una serie di scontri e di emergenze complesse che nonostante i vari aiuti umanitari non trovano ancora una soluzione. Inoltre in Nigeria i militanti di BokoHaram e in Somalia quelli di al Shabaab, impongono alla popolazione il divieto di accedere agli aiuti umanitari e ciò avviene anche nelle diverse aree del Sahel. Secondo un rapporto risalente al 2017 delle Nazioni Unite, nell’area Sub Sahariana circa 26 milioni di persone soffrono di carestia, le condizioni alimentari e la malnutrizione tendono a peggiorare e di conseguenza anche la crisi sanitaria. Tuttavia bisogna tenere in considerazione che tali dati non rappresentano la totalità della popolazione saheliana. In occasione di una conferenza di circa 50 paesi donatori tra cui gli Stati Uniti, il Giappone e la Norvegia, Federica Mogherini (Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza) ha annunciato che l’Unione raddoppierà i fondi destinati alle operazioni multinazionali militari nell’Africa occidentale e nel Sahel per sostenere il corpo di antiterrorismo G5 Sahel nel contrasto alle offensive islamiste e nella gestione dei flussi migratori. Nel giugno 2017 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità la formazione del G5 Sahel e il 30 ottobre scorso, gli Stati uniti hanno promesso di fornire 60 milioni di dollari al nuovo corpo, che si sono aggiunti a 58 milioni di dollari donati inizialmente dall’Unione Europea. Così, durante la conferenza sono stati raccolti complessivamente 500 milioni a supporto del G5 Sahel.

Per concludere, la presenza militare a livello internazionale rimane una certezza nel lungo periodo.  Gli interventi su cui la comunità internazionale deve concentrarsi sono vari e complessi, dal controllo delle migrazioni al supporto logistico/operativo nei differenti rami della sicurezza come quella sanitaria, alimentare, politica, di controllo del territorio e dello sviluppo economico rurale. Tutti questi fattori sono strettamente correlati e l’attuazione di politiche di sostegno non ben pianificate  potrebbe portare alla degenerazione di una situazione già estremamente critica.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto - Geopolitica.info

La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa

Nuove alleanze tra i jihadisti nel Sahel

Con la capitolazione dello Stato Islamico nei territori siriano-iracheni, sono in molti a credere che il Califfato possa decidere di puntare su altre zone geografiche. Una di quelle maggiormente vulnerabili è quella del Sahel, negli ultimi anni territorio controllato da varie milizie di estrazione jihadista, che trovano appoggio nei gruppi criminali e nelle mafie locali. Negli ultimi giorni alcune nuove alleanze all’interno dei gruppi jihadisti creano diversi campanelli di allarme, anche alla luce della prossima missione italiana in Niger.

Nuove alleanze tra i jihadisti nel Sahel - Geopolitica.info

Il Sahel è una fascia di territorio africana compresa tra le zone meridionali del deserto del Sahara e l’inizio della steppa e della savana sudanese. Da est ad ovest coinvolge diversi stati: Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l’Eritrea.
E’ un territorio vasto ma scarsamente popolato, date le difficoltà geografiche e climatiche che hanno impedito lo sviluppo urbano. Terra di nomadi e di tribù, da sempre il Sahel è una zona anarchica, con grandi vuoti di potere, colmati negli ultimi anni da mafie locali e milizie jihadiste.

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, e le restrizioni delle legge statunitensi in materia di riciclaggio di denaro, il Sahel è diventato il corridoio preferito dai cartelli del narcotraffico centro americano per smerciare la droga nel continente europeo. Mafie e gruppi criminali, forti della grande conoscenza del territorio, inaccessibile ai più, si sono enormemente arricchiti, e hanno massimizzato il proprio controllo sulla regione. In questo clima di anarchia legislativa e di povertà, il Sahel si è trasformato in una fucina di gruppi jihadisti, che con il narcotraffico e la manovalanza delle varie mafie locali, ha trovato terreno fertile per aumentare la propria legittimità sulla scacchiere jihadista internazionale. Al traffico della droga, nel primo decennio del nuovo secolo, si è sovrapposto il lucroso business dei rapimenti, che ha aumentato in maniera esponenziale gli introiti dei gruppi jihadisti, accrescendone contemporaneamente popolarità e potenzialità.

Negli ultimi anni, in prossimità dell’inizio dei tumulti passati alla storia come Primavere Arabe, fino ad oggi, i cartelli formati da mafie locali e milizie jihadiste hanno investito in un nuovo business, più redditizio del narcotraffico e dei rapimenti: il traffico dei migranti. Forti di sentieri e nascondigli già battuti in anni di esperienza nel traffico di droga e nei rapimenti, i network criminali che operano nella tratta di migranti ha da subito contato su un grande vantaggio strategico nei confronti degli eserciti e delle polizie locali. Questo nuovo mercato criminale, però, che ha portato negli ultimi anni centinaia di migliaia di migranti in territorio europeo, ha provocato una grande pressione politica sugli stati africani che dovrebbero controllare i territori in questione. Questo ha comportato, nel 2014, alla nascita del G5, un’alleanza militare tra 5 paesi (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) che mira a combattere le varie milizie jihadiste e a contrastarne i diversi business. Nello stesso anno la Francia ha lanciato l’operazione antiterrorismo Barkhane, dispiegando oltre 3000 uomini nel Sahel.

Il riassetto politico, locale con il G5, e internazionale con le nuove attenzioni mediatiche sull’area e con la missione francese, ha provocato una riorganizzazione tra le alleanze jihadiste. Nel marzo del 2017, importanti sigle e uomini che hanno segnato profondamente le attività criminali e terroristiche nel Sahel si sono unite per formare una nuova organizzazione, in grado di contrastare le forze locali ed internazionali per difendere i propri interessi economici.
Al-Mourabitoun, cellula jihadista guidata da Mokhtar Belmokhtar, chiamato “Mr Marlboro” per il suo passato da trafficante di sigarette, e Ansar Eddine, milizia guidata da Iyad Ag Ghaly, si sono unite per formare il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (“Supporto all’Islam e ai Musulmani”). Per dare un’idea dello spessore criminale e jihadista della nuova formazione, basti pensare che Mokhtar Belmokhtar fu combattente di alto grado tra i jihadisti in Afghanistan contro l’Unione Sovietica, con il Gruppo Islamico Algerino (GIA) negli anni ’90, comandante negli anni 2000 del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimenti, con il quale firmò diversi rapimenti di occidentali nel Sahara e si unì ad Al Qaeda formando la branca nordafricana AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), dalla quale si separò nel 2013. Ebbe un ruolo di grande rilevanza anche nelle rivolte dell’Azawad nel nord del Mali, durante le quali strinse i rapporti con Iyad Ag Ghaly.
Quest’ultimo ha un passato marxista: ha combattuto contro Israele in Libano negli anni ’80, per poi combattere contro il governo maliano negli anni ’90. Data la grande capacità trasformista e diplomatica, ha assunto posizioni salafite, ed ha lavorato persino come console del Mali a Jedda, in Arabia Saudita, da dove è stato espulso nel 2010 per i suoi legami con Al Qaeda.

Per la storia dei due leader, il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, con a capo Ghaly, è visto come uno dei maggiori pericoli per la stabilità del Sahel: nello scorso anno il movimento si è affiliato ad Al Qaeda, ed ha di conseguenza stretti contatti con la diramazione maghrebina di quest’ultima. La novità importante degli ultimi giorni, che interessa il nostro paese alla luce della nuova missione italiana in Niger, è la probabile alleanza tra Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Al Qaeda e la costola dello Stato Islamico nel Sahel, conosciuta come Stato islamico nel grande Sahara, guidata da Sahrawi. Un’alleanza impensabile sino a qualche tempo fa, che si starebbe sviluppando in questi giorni, con i leader delle varie formazioni che dallo scorso dicembre avrebbero effettuato diversi incontri. La cooperazione tra i vari gruppi criminali rafforzerebbe il network jihadista nella zona dei tre confini, che interessa il Mali, il Burkina Faso e il Niger, e che aumenterebbe le capacità offensive anche nei confronti dei contingenti occidentali.

La missione italiana in Niger risulta, al momento, no-combat, quindi di supporto e di addestramento per gli eserciti locali. I nuovi movimenti nella galassia jihadista sembrano evidenziare una riorganizzazione non solo locale del terrorismo, ma un nuovo orientamento globale che mira a spostare le mire islamiste nella regione del Sahel, dopo le sconfitte in Siria e in Iraq. La regione africana coinvolge da più vicino l’Italia: un aumento del potere jihadista influirebbe direttamente sul nostro paese, con il tema dell’immigrazione e conseguentemente della sicurezza che risulta sempre più importante per i nostri interessi. Il futuro governo, espressione delle prossime elezioni, deve per forza di cose concentrare la sua attenzione nel profondo sud del Sahara, dove le mafie locali e le formazioni jihadiste si intrecciano e si sovrappongono, regione per troppo tempo sottovalutata dalla politica locale e internazionale.

Zero The Story of Terrorism – Recensione (da Gnosis n. 3/2017)

Robert Payne (1911-1983), in questo libro, pubblicato più di sessant’anni fa ma sempre attuale per comprendere le cause “metapolitiche” del fenomeno terroristico, ha costruito un vero e proprio incubo che definisce “Mostro Nečaev” (è questo il titolo del primo capitolo del libro), il leitmotif attraverso il quale egli spiega la natura e gli scopi del moderno terrorismo e la sua connessione con il nichilismo (che Payne denomina “zero”).

Zero The Story of Terrorism – Recensione (da Gnosis n. 3/2017) - Geopolitica.info

Sergej Nečaev (1847-1882) era il rivoluzionario russo che, ispirato alle idee di Michail Bakunin, quasi certamente, elaborò il Catechismo del Rivoluzionario (1869), un breve testo anonimo che influenzò direttamente non soltanto Lenin, Stalin e Trotsky, ma anche Hitler e che, insieme al romanzo Che fare? di Černyševskij, è stato annoverato tra il “patrimonio stabile della rivoluzione russa” ed è, perciò, una delle scaturigini del leninismo, come afferma Besançon (v. A. Besançon, Le origini intellettuali del leninismo, Sansoni, Firenze, 1978). I precetti dello scisma leninista, infatti, erano già contenuti nella catechesi nichilista che si fondava su due capisaldi: il rivoluzionario di professione (“Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro, un unico pensiero, un’unica passione: la rivoluzione” – p. 7) e l’organizzazione (nečaevščina) che, “sognata” da Nečaev, si materializzerà nel partito bolscevico, così come descritto da Lenin in Che fare?, plasmando, successivamente, il Comintern e il Cominform dell’era sovietica. Per Nečaev l’obiettivo del rivoluzionario era la “distruzione terribile, totale, generale e spietata” (p. 13) delle istituzioni statali esistenti per favorire il ritorno ad un originario barbarico primitivismo; una vera e propria “scienza della distruzione” (p. 8) da cui egli derivò il piacere intellettuale della violenza, in senso ponerologico, così come, in Francia, era stato reclamato da Blanc, Blanqui, Proudhon e, più tardi, da Sorel. Egli si era fatto “il monaco crudele di una rivoluzione disperata” (cit. in A. Camus, L’homme révolté) perché, come stigmatizzò Bakunin, si era “incapricciato del sistema di Loyola e di Machiavelli, dei quali il primo si proponeva di ridurre in schiavitù l’umanità intera, mentre il secondo cercava di creare uno Stato potente” che conduce inevitabilmente alla “schiavitù del popolo” (v. lettera del 2 giugno 1870 di Michail Bakunin a Sergej Nečaev, cit. in M. Confino, Il catechismo del rivoluzionario, Adelphi, Milano, 2014, p. 173). Nel secondo capitolo Payne analizza la “natura della mente nichilista” descrivendola come il prodotto finale di un lungo sviluppo storico che s’inizia con la figura dell’eroe romantico, tormentato dinnanzi all’incedere della società industriale dove “l’immaginazione non ha posto e tutto è calcolato con leggi matematiche” (p. 44); nel Giaurro di Lord Byron, nel Demone di Lermontov e nel Dandy di Baudelaire si esalta la celebrazione della volontà umana e l’eterna autodeterminazione della libertà, quali che ne siano le conseguenze, alla stessa stregua di quanto perseguito attraverso il nichilismo anarchico di Nečaev. La fisionomia del terrorista-nichilista, per Payne, è quella che Dostoevskij illustra ne I Demoni, non solo in rapporto al tema della violenza, ma soprattutto rispetto al tema della finzione. In particolare, nel capitolo “una notte tormentata” (parte terza, cap. 6) Dostoevskij descrive la natura della “mente nichilista”, che porterà poi, nel XX secolo, alla logica dei campi di concentramento: Kirillov uccide lo studente Shatov esattamente nella stessa circostanza in cui Nečaev uccise lo studente Ivanov, e Piotr Verchovenskij suggerisce i metodi con i quali si realizzerà la “rivoluzione della distruzione”, gli stessi metodi utilizzati da Nečaev. La frase che Dostoevskij fa pronunciare a Šigalëv mostra, più di ogni altra, il dilemma del nichilismo: “la mia conclusione è in diretta contraddizione con l’idea iniziale, dalla quale sono partito. Partendo da una libertà illimitata, finisco con un illimitato dispotismo” (p. 52).

La figura del nichilista si presenta ancora con il gesuita Leo Naphta, uno dei personaggi del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann, per il quale occorre “incutere il terrore nel mondo per salvare il mondo” (p. 54), e con Chang Hsien-chung (1606-1647) che, alla fine della dinastia Ming, conquistò la ricca provincia del Sichuan massacrando centinaia di migliaia di persone. Nel capitolo dedicato a “Hitler e Nečaev” Payne ha enfatizzato troppo il raffronto ed è stato fortemente influenzato dal libro di Hermann Rauschning The Voice of Destruction (tradotto in italiano con il titolo Hitler mi ha detto, che lo storico Wolfgang Haenel ha dimostrato essere un centone di frasi riunite da libri e discorsi diversi), autore, peraltro, di Die Revolution des Nihilismus che Payne, però, non prende in considerazione. Hitler dimostra che la volontà umana può essere annichilita attraverso il terrore, che l’uomo può essere ridotto ad una cosa insignificante attraverso gli strumenti del terrore spirituale e gli strumenti del terrore fisico: il giuramento di lealtà fu uno dei suoi principali strumenti di terrore. Hitler manipolava la paura delle folle ed il suo scopo era la totale disintegrazione dell’individuo, lo stesso scopo che informava i campi di concentramento dove l’uomo subiva un processo di espiazione sacrificale. Il terrore – continua Payne – può essere reso travolgente e irrefrenabile ma è destinato a fallire quando produce apatia (p. 139). Il libro si chiude con un opportuno richiamo al grande filosofo russo Vladimir Soloviev che profetizzò l’avvento del “Mostro Nečaev” nella figura dell’Anticristo: entrambi nascondono completamente la propria rabbia nichilistica, non sembrando affatto ciò che essi realmente sono. E l’accostamento alla figura dell’Anticristo, in quest’ottica, non può che rafforzare la derivazione, proposta da Payne, del nome Nečaev dal russo nyet, che significa “no”: perciò, egli è “colui che nega”.

 

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Paul B. Henze (1924-2011), assistente di Zbigniew Brzezinski presso il National Security Council sotto il Presidente Carter ed esperto di terrorismo internazionale, in un paper del 18.05.1982, reso accessibile on line il 17.01.2017 (v. CIA CREST Archive), dal titolo “International Terrorism – The Russian Background and the Soviet Linkage”, così sottolineava l’importanza della figura di Sergej Nečaev: “Bakunin, Kropotkin, Nechaev, the People’s Will, the Social Revolutionaries, […], are all part of a line of development which culminated in Lenin, ‘the High Priest of Terror’. […] ‘The centrality of Lenin to modern terror is now beyond dispute…Lenin believed capitalism to be violence; the revolutionary use of violence was not more than a wholly proper counterviolence’ [cit. in Albert Parry, Terrorism: From Robespierre to Arafat, Vanguard Press, New York, 1976, p. 131]. It is the same argument used by the Baader-Meinhof gang and the Italian Red Brigades. Most of the philosophy of these and other modern terrorist groups can be found in Nechaev’s Catechism of a Revolutionary [sottolineato nell’originale]. Is it merely accidental?”. Inoltre, sussiste più di un’analogia, a ben guardare, tra i rivoluzionari russi di fine ‘800, “questi uomini selvaggi e brutali fino alla crudeltà” che “hanno una natura fresca, forte, incontaminata e inesausta, e di conseguenza suscettibile di essere influenzata da una propaganda viva, se con una propaganda veramente viva e non dottrinale si osa avvicinarli e vi si riesce” (v. lettera del 2 giugno 1870 di Michail Bakunin a Sergej Nečaev, cit. in M. Confino, op. cit., p. 155), e quella che è stata definita, con Olivier Roy, la “generazione ISIS”, poiché un elemento sostanziale li accomuna: il nichilismo. Non è, tuttavia, l’Islam che si sta radicalizzando, ma è il nichilismo che si sta islamizzando: il nostro nemico non è l’Islam, è il nichilismo (v. Olivier Roy, Le Djihad et la mort, Éditions du Seuil, Paris, 2016; trad. it., Feltrinelli, Milano, 2017). Il terrorismo è l’apice del nichilismo: il vuoto assoluto di chi uccide e distrugge senza nulla creare; esso è l’emblema della nostra epoca e della vacuità che la contraddistingue strutturalmente. Ecco il nostro mondo: hic Rhodus, hic salta.

Fonte: Pubblicata in versione ridotta su Gnosis n. 3/2017