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Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019

Di seguito la traduzione dei tratti salienti dell’ultimo video di 18.22 minuti di Abu Bakr al-Baghdadi, dall’inglese verso l’italiano, pubblicato da Al Furqan media center il 29 aprile e tradotto dall’arabo da Halummu Media.

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019 - Geopolitica.info

Il jihad e l’elogio del martirio per la difesa dell’Islam

Dopo benedizioni iniziali: “La guerra per l’Islam e per la sua gente contro la Croce e il suo popolo sarà lunga. Sebbene la battaglia di Baghouz sia terminata, essa ha dimostrato la ferocia e la brutalità della nazione della Croce contro la Umma musulmana. Al contempo, ha dimostrato il coraggio, la tenacia e la fermezza della Umma musulmana. Tale fermezza ha scosso i cuori dei crociati e ha amplificato la loro lotta e il rancore contro la salda Umma musulmana.

Sia lodato Allah e voi fratelli, emiri e governatori locali che vi siete alternati in questa provincia fino a essere scelti da Allah, come noi vi consideriamo, anche se è lui il giudice ultimo. Il primo di questi è stato il fratello Abu ‘Abdul-Rahman al-‘Anqari at-Tamini, della Penisola di Moametto (PBUH). Poi il vostro fratello Abu Hajar ‘Abdul-Samad al-‘Iraqi at-Talibi, che ha preso su di sé l’incarico del comando; egli ha sacrificato la sua vita e la sua salute.

Poi gli è succeduto il vostro fratello Abul-Walid as-Sinawi, al quale è subentrato il vostro fratello ‘Abdul-Ghani al-‘Iraqi. L’ultimo è stato il vostro fratello Abu Mus’ab al-Hijazi che proviene dalla Penisola di Maometto (PBUH). La saldezza, il portamento e la determinazione di questi fratelli sono stati la ragione per cui i mujahidin e i combattenti sono rimasti saldi, a dispetto del ristretto stretto spazio della battaglia, dell’immensa entità del feroce assalto dei Crociati e del soffocante assedio. Grazie alla perseveranza di questi uomini, il popolo dell’Islam ha resistito in quel punto.

Non dobbiamo dimenticare di menzionare nemmeno i vostri fratelli, i combattenti dei media, su tutti Abu ‘Abdullah al-Ustrali, Khallad al-Qahtani, dalla Penisola di Maometto (PBUH), Abu Jihad ash-Shishani, Abu Anas Fabien al-Faransi e suo fratello Abu ‘Uthman, che Allah abbia misericordia di loro. Non dimentichiamo nemmeno il coraggio e il valore dei membri del Comitato della Sharia, su tutti Abu Raghad ad-Da’jani, della Penisola di Maometto (PBUH).

Una menzione va fatta anche per i vostri fratelli che hanno portato il più pesante fardello di questa battaglia: il personale militare, inclusi emiri e soldati, battaglioni e brigate, così come quanti hanno fatto del loro meglio per organizzare e prendersi cura delle loro necessità e dei bisogni durante la battaglia. Tra tutti, il vostro fratello Abu Yasir al-Baljiki e Abu Tariq al-‘Iraqi, tra i molti altri. Se non li ricordiamo, non subiranno alcuna perdita, perché Allah li conosce al meglio. Che egli possa avere misericordia di loro e accettare le loro azioni. Che egli possa ricompensarli con bontà per conto della Ummah islamica. Essi hanno affrontato i Crociati in questa battaglia, dimostrato la loro massima capacità e provato al mondo intero che i mujahidin prendono il sopravvento quando combattono contro gli infedeli. Essi hanno sostenuto la verità che rappresentano.

Noi preghiamo Allah perché i vostri fratelli mujahidin nello Stato Islamico, a partire dalle battaglie di Baiji, Mosul e Sirte fino a Baghouz non abbandonino la fede, perché non lascino quella terra agli infedeli, ma solo i loro corpi e parti di esso. Che Allah possa ricompensarli con bontà e accettare le loro azioni. Tutti loro sono stati la ragione della saldezza di questa Ummah in questo piccolo tratto di terra. Chiediamo ad Allah di accettare le loro morti come martirio, di guarire le loro ferite, di liberare i prigionieri e accettare le loro offerte. Col permesso di Allah, i fratelli non dimenticheranno i loro sacrifici, la loro offerta e il loro contributo. Essi saranno vendicati e non saranno mai dimenticati, finché i loro fratelli resteranno in vita.

La guerra totale e la battaglia di logoramento nel Levante, in Libia e in Africa

Questa battaglia avrà un seguito, col permesso di Allah. Che egli possa ricompensare i fratelli in tutta la provincia per la loro benedetta e unificata incursione 92 operazioni in 8 paesi, per vendicare i loro fratelli nel Levante. Il significato di queste operazioni sta nell’unità d’intenti mostrata dai mujahidin, così come nella loro saldezza, nella loro consapevolezza, nella percezione dei mezzi necessari per la battaglia e nella comprensione che essi hanno della realtà in cui vivono.

Ci congratuliamo con i vostri fratelli in Libia per la loro saldezza e la loro benedetta incursione per entrare nella città di Fuqaha [Libia], a dispetto del loro ritiro da essa, che Allah possa ricompensarli con pienezza. Hanno mostrato ai loro nemici che sono capaci di tenere le redini dell’iniziativa, sapendo che la battaglia oggi con i nemici è di logoramento.

Esortiamo tutti loro a combattere contro i nemici e a usare tutte le risorse a loro disposizione dal punto di vista umano, militare, economico e logistico. Tutto. La nostra battaglia oggi è di logoramento e di lotta contro i nemici. Essi devono sapere che il jihad continuerà fino al giorno della resurrezione, e che Allah ci ha ordinato di condurre il jihad e non di raggiungere la vittoria. Supplichiamo Allah di donare a noi e ai nostri fratelli saldezza, pertinenza, successo, e la giusta guida, per proteggerlo e per aiutarlo al meglio.

Ci congratuliamo poi per la fedeltà giurata dai vostri fratelli in Burkina Faso e in Mali, per la loro lealtà e per essersi uniti alla carovana del Califfato. Che Allah li protegga, e faccia lo stesso per il nostro fratello Abul-Walid as-Sahrawi. Li esortiamo a intensificare i loro attacchi contro i Crociati di Francia e i loro alleati e per vendicare i loro fratelli in Iraq e nel Levante. Devono sapere che le vite dei credenti sono pari nel valore. Il più umile di loro è incaricato della protezione di tutti. Devono essere uniti contro i loro nemici. Devono realizzare il principio secondo cui un musulmano insieme ad un altro musulmano compongono un unico corpo; quando una parte soffre, tutto il corpo reagisce con insonnia e febbre.

Abbiamo anche imparato che Allah ha guidato molti membri di partiti e organizzazioni nel Khurasan [Regione dell’Asia centrale] che hanno giurato fedeltà al Califfato e si sono uniti al convoglio dei mujahidin. Chiediamo ad Allah di donare a tutti noi la ferma determinazione, rettitudine e successo per osservare il giuramento; dare il supporto e aiutare i nostri fratelli.

Lotta contro i tiranni in Nord Africa

Credo che abbiate seguito le notizie di Netanyahu che ha preso le redini del governo di Israele e il principale evento della caduta dei tiranni in Algeria e Sudan. È comunque sventurato e triste che la gente non abbia capito, fino a questo momento, perché siano scesi in piazza e cosa vogliano. Nel momento in cui un tiranno viene sostituito, un altro, più criminale e più crudele verso i Musulmani, prende il sopravvento. Noi continueremo a dire e a ricordare loro che l’unico metodo efficace contro questi tiranni è portare avanti il jihad in nome di Allah. I tiranni possono essere contenuti solo attraverso il jihad, e con il jihad vengono fuori l’orgoglio e la dignità [dei popoli]. L’unico metodo efficace contro questi tiranni è la spada. Essi devono tornare all’altissimo ed eccelso Allah. Devono perseguire le vie della Sharia per ribaltare i sistemi politici e i tiranni affinché la religione sia interamente per Allah.

La guerra contro i Crociati

[INIZIO ADDENDUM AUDIO] Quanto ai vostri fratelli in Sri Lanka, essi hanno scaldato i petti dei monoteisti con le loro operazioni suicide che hanno sconvolto i Crociati nella celebrazione della loro Pasqua, per vendicare i fratelli a Baghouz. Il numero di vittime in mezzo ai Crociati ha raggiunto o superato le mille unità, tra morti e feriti. Con il permesso di Allah, è solo una parte della vendetta che attende i Crociati e i loro collaborazionisti. Sia lodato Allah se tra quelli uccisi c’erano Americani o Europei.

Le nostre congratulazioni vanno ai mujahidin in Sri Lanka per il loro giuramento e per aver aderito al Califfato. Li esortiamo a tenere stretta la corda tenuta da Allah per serrare i ranghi, mantenere unito il messaggio ed essere una spina nel fianco dei Crociati. Preghiamo Allah per accettare i fratelli suicidi nel loro martirio e garantire il successo ai loro fratelli per completare la marcia benedetta che hanno avviato. Non vogliamo nemmeno dimenticare l’operazione benedetta dei vostri fratelli nella Penisola di Maometto (PBUH), ad az-Zulfi [città nella provincia di Ryad]. Chiediamo ad Allah che ne avvenga un’altra ed esortiamo i fratelli a vendicare i monoteisti nella penisola di Maometto (PBUH) e a lottare per continuare sulla strada del jihad contro il tiranno di as-Salul [Yemen], che Allah lo maledica [FINE ADDENDUM AUDIO].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mondo dell’Isis post-territoriale: terrorismo e obiettivi cristiani, non solo in Sri Lanka

Troppo presto si è data la notizia della fine dello Stato Islamico. I recenti fatti avvenuti in Sri Lanka, con i sei attacchi terroristici che hanno ucciso 359 persone, pongono alcune questioni di rilievo sull’esistenza dell’Isis, sul terrorismo islamico e sui destinatari degli attentati, sempre più cristiani (proprio oggi sono stati uccisi sei fedeli in una chiesa in Burkina Faso da un attacco jihadista).

Nel mondo dell’Isis post-territoriale: terrorismo e obiettivi cristiani, non solo in Sri Lanka - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

Il 21 aprile sono stati colpiti in tre chiese i cristiani nel giorno più importante del calendario liturgico e, con altri tre attacchi avvenuti negli hotel, è stato preso di mira il settore turistico. Secondo alcuni opinionisti, tra cui Guido Olimpio del Corriere della Sera, quest’ultimo obiettivo sarebbe servito principalmente ad attirare a sé le attenzioni dei media internazionali, dando un rilievo globale alla vicenda.

La responsabilità reclamata dall’Isis apparentemente cozza con la sua cessata presenza territoriale e in pochi lo hanno messo in rilievo. Il 23 marzo scorso erano crollate le strenue difese dell’Isis a Baghouz, in Siria, dove erano asserragliati gli ultimi combattenti appartenenti al Califfato. La sua presenza territoriale, che dal 2017 era stata progressivamente intaccata dall’aumento delle forze in campo da parte della coalizione occidentale e dalla Russia, col supporto delle milizie curde, è arrivata alla sua momentanea cessazione due mesi fa.

La rivendicazione degli attentati avvenuti in Sri Lanka attesta alcuni dati di fatto. Anzitutto, la presenza formale su un territorio è un dato non prioritario dell’Isis: il Califfato si propone, nella sua essenza politico-religiosa, come forma statuale geograficamente mobile, non vincolata a un unico e definito territorio. Fa riferimento alla Umma, la comunità islamica sparsa nel mondo, che non definisce la propria appartenenza su basi nazionali, territorialmente circoscritte.

La geografia è pertanto uno strumento di attestazione del proprio potere, non il presupposto per la propria esistenza. La matrice esistenziale dell’Isis è la religione e la condivisione della fede islamica, non un territorio cui appartenere. Ecco allora che la capacità di colpire in tutto il mondo risponde a questo principio di base. Lo Stato Islamico prescinde dalla sua geografia, combatte una guerra nel mondo sulla base della sua proiezione intrinsecamente globale.

La fine dell’esperienza governativa tra Siria, Iraq e Libia non corrisponde dunque alla morte dello Stato Islamico. Esso non è mai deceduto, ma continua a vivere e prosperare nelle menti, nei cuori e nelle azioni di chi perpetua il jihad, che si combatte con il cuore, con la lingua, con le mani e con la spada per la difesa della fede da minacce esterne, internamente (grande jihad) ed esternamente (piccolo jihad).

Se dunque il jihad si combatte per la difesa della fede, esso assumerà alcune caratteristiche che ritroviamo nella guerra globale dell’Isis, combattuta sia regolarmente sia per mezzo terroristico, che è oggi il mezzo attraverso il quale attestare la sua vitalità: 1) non ha limiti spaziali né temporali; 2) la minaccia alla fede può assumere diverse forme; 3) gli obiettivi degli attentati terroristici sono diversificati: cristiani, turisti, occidentali, musulmani non allineati, etc.

Sarebbe teoricamente inutile ribadire quanto rimarcato da molti attenti osservatori delle vicende relative all’Isis: uno degli obiettivi principali del terrorismo perpetrato dal Califfato nel suo periodo post-territoriale è la religione cristiana, spesso o in un assordante silenzio dei media occidentali o in una opacità e scarsa chiarezza dell’informazione e di parte della politica che non aiuta a combattere il terrorismo. Bernard-Henri Lévy, proprio in occasione dell’ultimo attacco in Sri Lanka, sulle pagine della Stampa ha parlato a questo proposito di “un odio planetario”, di “un’onda di morte contro i cristiani”, rimarcando la necessità di difenderli da quella che egli definisce una sistematica persecuzione.

Tra gli ultimi attentati terroristici attribuiti all’Isis vi è infatti quello di Strasburgo dell’11 dicembre scorso, nel Christkindelsmärik, con 5 morti e 11 feriti. Oltre che per ragioni di maggior presenza di potenziali vittime, anche in quell’occasione fu colpito un momento simbolico della cristianità, per di più in una città rappresentativamente importante per tutta l’Europa. Un mese prima, il 2 novembre, un bus con a bordo Cristiani copti diretti verso il Monastero di San Samuele il Confessore, nella provincia di Minya nel Sud dell’Egitto fu preso di mira, con 7 morti e 12 feriti. Per inciso, l’obiettivo non era nuovo: anche il 26 maggio del 2017 fu seguita la stessa modalità esecutiva contro pellegrini diretti nello stesso Monastero, con un bilancio di 28 morti.

Il caso più eclatante della dichiarata guerra dell’Isis al cristianesimo e ai suoi fedeli è quello dei 21 egiziani copti, decapitati nella spiaggia vicino a Tripoli in Libia nel gennaio del 2015 perché “people of the cross”. Il video fece il giro del mondo e le vittime furono poi inserite nel Sinassario, l’elenco che riunisce i santi e i martiri della Chiesa copta. Questa vicenda è ben raccontata dal dettagliato libro di Martin Mosenbech di cui abbiamo recentemente parlato, dando ulteriore rilievo al tema della lotta ai cristiani d’Oriente – di cui, oltretutto, si occupano efficacemente anche giornalisti italiani come Giulio Meotti del Foglio.

Gli altri obiettivi dell’Isis rispondono ad esigenze strategiche ben precise: il settore turistico serve, come nel caso del Bardo e della spiaggia di Sousse in Tunisia, a colpire un paese non schierato nelle posizioni pro-Isis in un suo settore economico vitale o, come nel più recente in Sri Lanka, a dare maggior enfasi agli atti terroristici. In altri casi, come in Turchia o in Egitto, si voleva dare il senso di una ritorsione per il mancato schieramento o per attirare potenziali sostenitori tra le proprie fila. In altri ancora, laddove ad essere colpiti sono stati altri musulmani, gli attentati vanno compresi alla luce delle lotte intestine alle singole realtà territoriali o del tentativo di far prevalere la logica totalizzante salafita nel secolare confronto tra sciiti e sunniti. E ancora: quegli stessi obiettivi hanno rappresentato gli effetti collaterali di attacchi contro occidentali o di guerre civili o di situazioni di particolare caos che all’interno di alcuni paesi si vive, come in Iraq è spesso avvenuto.

L’Isis ha obiettivi diversificati ma mantiene il suo carattere globale: il jihad perpetrato a difesa della fede va combattuto in ogni parte del mondo, perché le minacce percepite sono molteplici e non hanno limiti spaziali: è contro questa mentalità e avendo chiari gli obiettivi e la forma mentis politico-religiosa che ne conseguono, che va combattuta la guerra contro l’Isis, al di là della sua presenza territoriale.

 

 

India e Pakistan: Perché la situazione rimane facilmente infiammabile

Lo scorso 14 Febbraio 2019, un gruppo terroristico pakistano denominato Jarsh – e – Muhammad (JeM) si è reso protagonista di un attacco suicida nel distretto di Pulwama, nella regione del Kashmir, attualmente sotto l’amministrazione indiana, provocando la morte di 44 soldati delle forze armate di Nuova Delhi.

India e Pakistan: Perché la situazione rimane facilmente infiammabile - Geopolitica.info

I Fatti

Tale gruppo terroristico ha come obiettivo principale l’annessione  del Kashmir allo stato pakistano e già in passato aveva sferrato numerosi attacchi in territorio indiano, come l’assalto suicida al parlamento di Nuova Delhi nel 2001 o il raid nella base aerea di Pathankot nel 2016. Il governo indiano ha accusato  il governo pakistano di essere coinvolto nella vicenda e, come risposta immediata, il presidente indiano Narendra Modi ha annunciato la costruzione di una diga sul fiume Ravi in un territorio conteso tra i due paesi, le cui acque confluiscono direttamente nel territorio pakistano, ordinando nel contempo un attacco aereo in territorio pakistano allo scopo di colpire i campi di addestramento del suddetto gruppo terroristico a Balakot.

Durante il raid aereo indiano, le forze pakistane hanno abbattuto un MIG-21 e catturato il suo pilota. Il nuovo primo ministro Pakistano Amir Khan, fra lo stupore generale, davanti ad una nutrita schiera di telecamere e media internazionali, ha ordinato di rilasciare pubblicamente il pilota dell’aereo, mettendo in atto un’azione distensiva. Dunque, la situazione che sembrava potesse degenerare in un nuovo conflitto su larga scala sembra essersi per il momento placata.

A tale clima distensivo  ha contribuito, la diplomazia internazionale, guidata dalle Nazioni Unite, che si è lanciata in numerosi appelli per evitare una possibile pericolosa escalation militare. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha in questi giorni rinnovato l’invito a facilitare le trattative di pace tra i due paesi. Tuttavia, il 27 Marzo, Modi, in un messaggio alla nazione, ha annunciato la riuscita del test missilistico con cui è stato abbattuto – in tre minuti – un satellite attivo nell’orbita terrestre bassa.

In questo articolo sostengo che le complesse motivazioni politiche interne dei due paesi, nonché la situazione geopolitica e strategico-militare di quell’area contribuiscano a mantenere alta la possibilità di un conflitto militare nel breve e medio periodo.

“Stringersi Intorno alla Bandiera”

La questione dello status territoriale del Kashmir è al centro di una disputa territoriale tra Nuova Delhi e Islamabad sin dalla suddivisione dell’ex colonia britannica. Per avere il controllo di questa regione, India e Pakistan hanno combattuto ufficialmente tre guerre (1947, 1965, 1971) e si sono susseguite, durante gli anni ottanta e novanta, continue schermaglie lungo il confine. Bill Clinton ex presidente degli Stati Uniti definiva il Kashmir addirittura  come “il posto più pericoloso del mondo”. La disputa territoriale per il controllo della regione del Kashmir, a maggioranza musulmana, rimane quindi un punto cruciale per comprendere le difficili relazioni tra India e Pakistan e la politica interna ed estera dei due principali paesi dell’Asia Meridionale.

Le attuali tensioni sono altresì da collegare ad alcuni fattori politici interni. Nei mesi di aprile e maggio, gli elettori indiani sono chiamati a rinnovare il Parlamento dopo cinque anni di governo presieduto da Narendra Modi, il quale si è peraltro candidato per un secondo mandato. L’elezione di Modi era stata favorita da una politica  nazionalista, con la promessa di  importanti riforme dell’amministrazione pubblica e di forte  contrasto alla disoccupazione. Ma  i risultati non sono stati quelli sperati al punto che  il maggiore partito di opposizione, l’Indian National Congress, guidato da Rahul Gandhi, negli ultimi mesi si è reso protagonista di una inattesa rimonta nei sondaggi,  ottenendo significativi successi in competizioni  elettorali di primaria importanza.

Alcuni studiosi e commentatori hanno fatto notare che il Presidente uscente Modi,  per rilanciare la sua candidatura durante la prossima campagna elettorale, potrebbe essere tentato di usare l’attuale  crisi con il tradizionale nemico pakistano tramite il “Rally ‘Round the Flag Effect” (stringersi attorno alla bandiera) in modo da ricompattare il proprio popolo contro una minaccia esterna e, di conseguenza, mitigare i problemi politici interni. Si sostiene infatti che generalmente i gruppi sociali tendono a divenire più coesi quando sono messi di fronte ad una minaccia proveniente dall’esterno.

A tal proposito, alcuni studiosi hanno fatto notare che la politica internazionale aggressiva di Putin potrebbe avere come scopo quello di nascondere i grandi problemi economici interni che caratterizzano lo stato russo. Se si pensa alla crescita nell’indice di popolarità di G.W. Bush dopo l’esecuzione di Saddam Hussein o il picco di consensi per Barack Obama dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, possiamo facilmente comprendere come la leadership indiana abbia un forte incentivo a continuare, almeno dal punto di vista retorico, la sua battaglia contro il regime Pakistano. Allo stesso modo, il governo Pakistano presieduto dall’ex campione di cricket Imran Khan ha bisogno di rendere più coesa la propria maggioranza interna,  in special modo l’ala più conservatrice delle influenti forze armate e di sicurezza pakistane.

Tali fattori di politica interna comune ai due paesi non favoriscono dunque il raggiungimento di accordi diplomatici di lunga durata.

La dimensione geopolitica internazionale

E’ opportuno fare qualche breve considerazione sull’impatto che la dimensione geopolitica ha sulla contrapposizione tra India e Pakistan. In particolare, paesi come la Russia e la Francia hanno da sempre appoggiato l’india, soprattutto per quanto riguarda la vendita di prodotti e tecnologie  militari.

La Francia ha chiesto inoltre esplicitamente di inserire Masood Azhar (fondatore e leader di JeM) nella “black list” delle sanzioni antiterrorismo dell’Onu. Anche gli Stati Uniti di Donald Trump, nelle ultime vicende che hanno caratterizzato lo scontro Indo-Pakistano, hanno appoggiato l’India e condannato il Pakistan. Washington ha infatti mostrato un grande interesse a sviluppare una partnership strategica con Nuova Delhi, come testimoniato dai recenti accordi sull’assistenza nucleare e tecnologica e la vendita di sofisticati sistemi di armamento e missilistici al governo indiano.

Tuttavia, la posizione statunitense, al momento, è particolarmente delicata. Infatti, nonostante il riavvicinamento strategico con l’India, il Pakistan rimane un partner essenziale per gli Stati Uniti al fine di risolvere la complicata questione afghana. Ritirare le truppe da Kabul e coinvolgere i talebani nel processo di stabilizzazione del paese afghano, come previsto dai piani statunitensi sarà possibile soltanto mediante un’efficace collaborazione da parte di Islamabad. Bisogna anche sottolineare che la crisi Indo-Pakistana si inserisce in una più complessa competizione egemonica a livello internazionale tra Stati Uniti e Cina. Infatti, l’amministrazione statunitense sta cercando un’alleanza di lungo termine con l’India, per poter stabilire una presenza costante nell’Oceano pacifico, in chiara ottica anti-cinese.

Nel frattempo, la Cina, a sua volta, sostiene fermamente il Pakistan nella disputa per il controllo del Kashmir, definendolo come “alleato di ferro”. Pechino fornisce tecnologia, investimenti e supporto diplomatico a Islamabad e ha ripetutamente bloccato alle Nazioni Unite l’inserimento del JeM nella lista dei gruppi terroristici internazionali. Per la Cina il Pakistan è un partner indispensabile anche dal punto di vista commerciale, considerato che tale paese rappresenta un punto strategico attraverso cui si snoda il “China-Pakistan Economic Corridor”, che permette alle navi cinesi di accedere al mercato africano, attraverso il porto di Gwadar.

La dimensione strategico-militare

Dopo avere accennato alle politiche interne e ai rapporti internazionali, bisogna sottolineare che delicati fattori di tipo strategico-militare rendono la situazione Indo-Pakistana facilmente infiammabile in qualsiasi momento.

Da un punto di vista esclusivamente militare, l’India ha un maggior numero di forze armate convenzionali rispetto al Pakistan, però entrambi i paesi hanno arsenali nucleari più o meno comparabili. Attualmente, secondo un recente rapporto dell’International Peace Research Institute (SIPRI) di Soccolma, il Pakistan possiede 140-150 testate nucleari, mentre l’India ne dispone di 130-140. Nonostante la parità strategica nucleare tra India e Pakistan potrebbe far pensare ad una maggiore stabilità a livello regionale, le diverse posizioni strategiche dei due paesi contribuiscono, invece a rendere i rapporti tra i due paesi sempre più complicati.

Infatti, mentre l’India proclama una politica di “non first use”, in quanto si è impegnata a non colpire per prima con armi nucleari  dichiarando che il proprio  programma nucleare ha soltanto scopi di deterrenza verso possibili minacce esterne.  Il Pakistan, invece, non ha mai ufficialmente chiarito la sua dottrina nucleare e, di conseguenza, non ha mai esplicitamente dichiarato di voler utilizzare l’opzione nucleare solo in seguito ad un attacco da parte di un paese ostile.

A tal proposito, il primo ministro pakistano Imran Khan ha minacciato di colpire l’India con azioni “aggressive”, alludendo a tutto il peso del suo arsenale nucleare. In un discorso a Chachro, vicino al confine con l’India, Khan ha dichiarato testualmente: “Se qualcuno, che sia l’India o qualsiasi superpotenza, vuole schiavizzare la nazione pakistana, voglio chiarire che la mia nazione e io combatteremo fino all’ultimo respiro per salvare la nostra indipendenza”. Queste parole non sono state di certo gradite dalla leadership di Nuova Delhi.

Un altro dilemma strategico indiano è legato alla risposta militare in caso di attacco convenzionale (effettuato senza l’uso di armi nucleari) da parte pakistana. L’India, infatti, per via della sua maggiore capacità militare, potrebbe essere tentata a sua volta di rispondere con un attacco convenzionale. Ma questo potrebbe portare il Pakistan ad usare tutto il suo potenziale nucleare contro la minaccia indiana.

Come sottolineato in un recente articolo accademico da parte di Christopher Clary e Vipin Narang, rispettivamente professore di Scienze Politiche all’University of Albany e Professore al MIT di Boston, l’India sta esplorando le possibilità di colpire in anticipo l’arsenale nucleare pakistano, in modo da guadagnare un vantaggio strategico-militare decisivo. Come affermano i due autori, se l’India potesse convincere il Pakistan che la sua capacità di sferrare un attacco disarmante fosse credibile, ciò potrebbe annullare le minacce nucleari pakistane, permettendo attacchi punitivi convenzionali che potrebbero ripristinare la deterrenza indiana contro attacchi convenzionali pakistani.

Allo stesso modo, però, una politica più aggressiva indiana in ambito nucleare, attraverso l’acquisizione di nuove armi tattiche e missilistiche , potrebbe indurre il Pakistan a sfruttare il suo vantaggio strategico il prima possibile, in modo da impedire che la situazione si possa ribaltare nel breve e medio periodo. Entrambi gli scenari sono certamente pericolosi per la sicurezza dell’area in quanto incentivano la corsa dei due paesi al rafforzamento del loro arsenale nucleare.

Conclusioni

Come evidenziato in questo breve articolo, tanti fattori politici interni ed internazionali potrebbero causare una grave escalation militare tra India e Pakistan. Si annoverano fra i più importanti la necessità di una consolidazione interna della leadership dei due primi ministri e gli effetti che la crisi tra India e Pakistan potrebbe avere sullo scacchiere internazionale, soprattutto per quanto riguarda la competizione egemonica tra Cina e Stati Uniti.

Inoltre, come specificato in questo articolo, anche la dimensione strategico-militare gioca un ruolo cruciale per comprendere la crisi, specialmente se si prende in considerazione il dilemma strategico che l’India si trova ad affrontare nel rispondere ad attacchi convenzionali pakistani (o supportati segretamente dal governo pakistano) nel territorio indiano. A questo proposito, l’India potrebbe avere l’incentivo a sviluppare nuovi armi nucleari e attaccare preventivamente l’arsenale nucleare di Islamabad. Infine, una possibile crisi nucleare potrebbe essere scatenata anche al di là dei calcoli strategici delle due leadership.

 

 

A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics

Observations from the reading of The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs (by Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019, 272 pages)

A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics - Geopolitica.info Globalist.it

The Libyan beach West of Sirte is the scenery. The Mediterranean Sea is in the background, it is possible to hear the sound of waves and a tragic event is about to happen: a slaughter perpetrated in the name of the Islamic State against «the nation of the cross». What leads the murderers’ hands is the utopian ideal of reorganizing a global Caliphate, without national borders and able to draw up on the imperialist basis that determines its action, following principles not instructed by a geographical order but imposed by matters first and foremost related to religious membership and capable of establishing themselves in political terms.

There are forty-two protagonists of the scene: twenty-one executioners – jihadists with their faces covered and wearing black tunics – and likewise are the prisoners, Egyptian Copts, forced to wear an orange coverall in order to emphasize the overturning of roles of Guantanamo and U.S. prisons in the global war on terror.

The episode not only concerns Islamic terrorism and the political and communicative strategy of ISIS, it is also part of another religious field: the Christian one, since the twenty-one prisoners were included in the Synaxarion and considered martyrs of the Egyptian Coptic church. The book The 21: A Journey Into the Land of Coptic Martyrs also debates this perspective, starting from the life of each of the twenty-one and defining a profile of the new saints of Coptic Church.

In the video reporting the wicked homicide – edited and broadcast by ISIS through its media centers – nothing is left to chance. The title speaks for itself: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” and everything follows a meticulous communicative logic that appeals to strongly metaphorical aspects, capable of hitting the observer’s eye both politically and individually. As much of the multimedia production of the Caliphate and its media centers, the video obtained enormous media resonance, first of all addressing potential adherents of the Caliphate and simultaneously its opponents. This is demonstrated by the use of language: the excellent English of the jihadists’ spokesperson and subtitles both in English and Arabic.

The shooting starts: the torturers’ procession escorts the prisoners to the center of the scene, where the tormenters stop and their leader will pass the death sentence, approaching menacingly directly towards the lens; the gaze passes through the bandage that covers his face and the knife he is holding in hand is pointed right against the lens, to disrupt any video camera intermediation between killer and observer, even going beyond any cinematographic logic and in order to represent a threat.

The video is well-finished from a technical point of view, various video cameras are used, and at the end it offers a view that geographically wants to draw attention well beyond the filmed beach, taking the observer’s imagination towards the European context – and the Italian one in particular – and closing with the Mediterranean itself turning blood red. In the spokesperson’s words and in the scene shown there is the verdict of death for the prisoners and Rome is directly threatened, in a war not so much against the Western world as such, but against the Christian world in particular. This is the meaning of the video and its deepest metaphorical message.

What comes next is the cutting of prisoners’ throats, forced to kneel and filmed through a video camera coming closer while they whisper their last prayers. Starting from this scene, the book illustrates the awareness they had in facing death because of their religious affiliation (to demonstrate it, if needed, in the video there is a writing that describes them as “the followers of the hostile Coptic Church”), and it also focuses on the personal story of the Egyptian martyrs. It does it by combining the more truly subjective aspects placing them in a really particular context, the Egyptian one, where the Christian Copts constitute a clear minority. The author, Martin Mosebach, intrigued by the event, therefore decided to get to know it closely, gathering the lively testimonies of relatives and those who knew the twenty-one martyrs.

As a matter of fact the book is a sort of tale, mainly divided into chapters that tell the stories of the protagonists starting from the interviews collected during the journey in the Egyptian village of El-Aour, from which came most of the martyrs, who were migrant workers heading to Libya. The author highlights that, while meeting the martyrs’ families, a word of contempt for the murderers can never be inferred, but much more: a strong sense of belonging and even more a sense of pride of having a saint among family members.

It is worth reporting the story of one of them, since it reveals a heroism hardly conceivable by us, part of another field, and the comment of which here would risk to diminish its scope or, at most, to appear really unnecessary: that is what happened to Matthew Ayariga from Ghana, also a migrant worker and not a member of the Coptic church, who consciously decided to face the martyrdom, wanting to stay close to his companions and witnessing with blood the acquired faith in Jesus, as reported by the author. For this reason, considered the act of heroic testimony with which his earthly experience ended, he has been included in the Synaxarion too.

The effort made in the book is really praiseworthy, most of all to do justice to each one of the protagonists, emphasizing the normality of their lives and even more well contextualizing the entire event in the Egyptian world, where the expression of faith is not a secondary element but rather a decisive, distinctive existential factor, able to create a very strong personal and collective identity. In the Western world, the same martyrdom generally appears to be scarcely understandable, yet it turns out to be an essential element also to better understand the more strictly geopolitical dynamics.

Unlimited – and useless – efforts were made to demonstrate the lack of truthfulness of the video, even trying to question the actual killing of the twenty-one. On the Internet one can find attempts to prove that there is no correspondence between the footprints left on the beach and the martyrs’ feet, that the killings took place elsewhere, that the red of the blood of which the sea is tinged at the end of the video is not true or that the victims’ calm is unrealistic, since they do not rebel against their executioners. Some have supposed that the prisoners were drugged, others hypothesized that the repetition of the scene had induced them not to understand if their time had really come.

Even if it was a main factor in their lives, hardly anyone has instead connected their calm in facing death – martyrdom – with a religious logic: as hagiography reports, martyrdom – to be killed in the name of a faith – is historically lived as a moment of sanctification of one’s existence, as the – unparalleled, if you want – possibility to make one’s life virtuous in an otherworldly and Christian sense. It is therefore only in the light of this indestructible faith that one can fully explain the extreme calm with which they listen to the death sentence – the spokesperson’s words leave no doubt about it – and prepare to die.

Also in this case, there seems to be a kind of underlying short-sightedness on the part of Western media channels, that the book contributes to break down. In the martyrdom of the twenty-one, it makes little sense not to take into account the factor of religious membership and want to demonstrate the fabrication of the killings, moreover considering the level of brutality to which the Caliphate itself has accustomed us, on European soil and in other geographical contexts even using its own media channels: many other heads have been cut off, other prisoners have been executed by burning, and others were killed with firearms and so on.

Having watched the video in its full version, there is no doubt about the violence perpetrated against the twenty-one, entirely and forthright shown. Unfortunately, in this as in other cases, there are no middle ways: killings really happened, based on very clear political-religious categories and on a contrast to the Western world and, as in the point at issue, to the Christian one in particular. It is a persecution that in some parts of the world is perpetrated in a practically systematic way and little, too little, described by national and international media.

Therefore, Mosebach’s work gives us a vivid portrait of an experience and an event that the Western world struggles to fully understand. Anyway, it is possible to understand it just in the light of the journey undertaken by the author, in a place where religious belonging shapes people from their birth, where being a minority means facing a daily struggle, even at the cost of extreme sacrifice, as is well proved by the twenty-one protagonists of the video. This good book has the strong point of taking into account those aspects of religious affiliation that would deserve to be better considered in an all-inclusive analysis of geopolitical issues: as a matter of fact, it would help to better understand the reasons that drove the twenty-one terrorists to kill and the other twenty-one to face, as they actually did, that kind of death, refusing to convert to Islam and to join the Caliphate.

Alessandro Ricci
(Traduzione di Stefano Contini)

 

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro. Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche

Considerazioni a partire dalla lettura di The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs di Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro.  Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche - Geopolitica.info Globalist.it

Lo scenario è quello della spiaggia libica a Ovest di Sirte. Il Mediterraneo è alle spalle, si sente il rumore delle onde sullo sfondo e si sta per consumare un tragico evento, un eccidio perpetrato in nome dello Stato Islamico contro «la nazione della croce». A muovere la mano degli assassini è l’ideale utopico della ristrutturazione di un Califfato globale, che non abbia alcun confine nazionale e che possa attestarsi sulla base imperialistica che ne determina l’azione, secondo principi non dettati da un ordine geografico ma da questioni anzitutto relative all’appartenenza religiosa e che possano affermarsi in termini politici.

I protagonisti della scena sono quarantadue: ventuno esecutori, jihadisti col volto coperto e vestiti di tuniche nere, e altrettanti prigionieri, di confessione copta-egiziana, a cui è stata fatta indossare una tuta arancione, volendo con ciò sottolineare il ribaltamento delle posizioni di Guantanamo e delle prigioni statunitensi nella guerra globale al terrore. L’episodio non ha solo a che fare con il terrorismo islamico e la strategia politica e comunicativa dell’ISIS. Rientra anche in un altro campo religioso: quello cristiano, essendo stati iscritti i ventuno prigionieri nel Sinassario, considerati martiri della chiesa copta egiziana. Il libro The 21. A Journey Into the Land of Coptic Martyrs tratta anche di questo aspetto, a partire dalla vita di ognuno dei ventuno e tracciando un profilo dei nuovi santi della Chiesa copta.

Nel video che ritrae l’efferato omicidio, prodotto e diffuso dall’ISIS attraverso i suoi centri mediatici, nulla è lasciato al caso. Il titolo parla già da sé: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” e tutto risponde a una precisa logica di comunicazione che fa leva su aspetti fortemente metaforici, capaci di colpire l’occhio dell’osservatore sia dal punto di vista politico sia individuale. È un video che ha avuto un’enorme risonanza mediatica, rivolto anzitutto agli eventuali sostenitori del Califfato e al contempo ai suoi oppositori, come buona parte della produzione multimediale del Califfato e dei suoi centri mediatici. A dimostrarlo è l’uso della lingua: un ottimo inglese parlato dal portavoce dei jihadisti e le scritte riportate in duplice versione, inglese e arabo.

Il video si apre con il corteo degli aguzzini che scortano i prigionieri fino al centro della scena, dove si fermano e dove il capo pronuncerà la sua dichiarazione di morte, rivolgendosi minaccioso direttamente verso l’obiettivo, con lo sguardo che passa attraverso la fasciatura che ne copre il volto e con il coltello in mano, che viene rivolto proprio contro l’obiettivo, a voler squarciare ogni intermediazione della camera tra assassino e osservatore, andando anche oltre ogni logica cinematografica e volendo rappresentare una minaccia diretta.

Il video è curatissimo dal punto di vista tecnico, ci sono diverse camere utilizzate e si offre alla fine un panorama che geograficamente vuole rivolgere l’attenzione ben oltre la spiaggia ripresa, spingendo l’immaginazione dell’osservatore verso il contesto europeo e italiano in particolare, chiudendosi con il rosso del sangue che tinge le acque dello stesso Mediterraneo. Nelle parole del portavoce e nelle scene mostrate c’è il verdetto di morte contro i prigionieri e la minaccia diretta a Roma, in una guerra non tanto contro il mondo occidentale in quanto tale, ma contro il mondo cristiano più in particolare. È questo il senso del video e il suo messaggio metaforico più profondo. Segue lo sgozzamento dei prigionieri, fatti inginocchiare e ripresi avvicinando la camera mentre pronunciano le loro ultime preghiere. A partire da questa scena, insieme alla consapevolezza che essi hanno avuto nell’affrontare la morte per via della loro appartenenza religiosa (ad attestarlo, se ve ne fosse stato bisogno, c’è una scritta che compare nel video indicandoli come “the followers of the hostile coptic Church”), il libro si sofferma sulla vicenda personale dei martiri egiziani. Lo fa coniugando gli aspetti più propriamente soggettivi inquadrandoli in un contesto del tutto particolare, qual è quello egiziano, in cui i cristiano-copti sono una netta minoranza. L’autore, Martin Mosebach, incuriosito dalla vicenda, ha perciò deciso di conoscerlo da vicino, raccogliendo le vive testimonianze dei parenti e di chi ha conosciuto i ventuno martiri.

Il libro infatti è una sorta di racconto, suddiviso principalmente in capitoli che narrano le storie dei protagonisti proprio a partire dalle interviste raccolte durante il viaggio nel paese egiziano di El-Aour, dal quale provenivano la maggior parte dei martiri, lavoratori migranti verso la Libia. L’autore sottolinea come, incontrando le loro famiglie, non si evinca mai una parola di disprezzo verso gli assassini, ma molto di più: un forte senso di appartenenza e, ancor di più, di orgoglio per avere un santo tra i propri congiunti.

La storia di uno di loro vale la pena di essere riportata, poiché rimanda a un eroismo poco concepibile da noi e che però rientra in un altro alveo e il cui commento in questa sede rischierebbe di sminuirne la portata o, al più, di risultare davvero superfluo: è la vicenda di Matthew Ayariga, proveniente dal Ghana, anch’egli migrante lavoratore e non appartenente alla chiesa copta, che decise coscientemente di affrontare il martirio, volendo rimanere accanto ai suoi compagni e testimoniando col sangue l’acquisita fede in Gesù, come sottolinea l’autore del libro. Per questa ragione, per l’atto di testimonianza eroica con il quale è terminata la sua esperienza terrena, è stato anch’egli ricompreso nel Sinassario. È assai lodevole lo sforzo fatto nel libro, soprattutto per rendere giustizia a ognuno dei protagonisti, evidenziandone la normalità delle esistenze e, ancor di più, riuscendo bene a contestualizzare tutta la vicenda nel mondo egiziano, in cui l’espressione della fede non è un elemento secondario ma un fattore esistenziale dirimente, distintivo, capace di creare una fortissima identità personale e collettiva.

Nel mondo occidentale la stessa vicenda del martirio appare generalmente scarsamente comprensibile, eppure risulta essere un elemento essenziale anche per comprendere meglio le dinamiche più strettamente geopolitiche. Si sono in effetti protratti infiniti – e vani – sforzi per dimostrare la poca veridicità del video, cercando di mettere in discussione la reale uccisione dei ventuno. In rete si trovano tentativi di dimostrare come non vi sia corrispondenza tra le impronte lasciate sulla spiaggia e i piedi dei martiri, che le uccisioni siano avvenute altrove, che non sia vero il rosso del sangue di cui si tinge il mare alla fine del video o che la placidità delle vittime sia irrealistica, non ribellandosi ai loro aguzzini. Alcuni hanno ipotizzato che siano stati drogati, altri che la ripetizione della scena li abbia indotti a non comprendere se fosse giunto realmente il loro momento.

Nessuno o quasi, invece, ha riportato la loro calma nell’affrontare la morte – il martirio – a una logica religiosa, che pure è stato un fattore primario nelle loro esistenze: come l’agiografia ci riporta, il martirio, l’uccisione avvenuta in nome di una fede, è vissuto storicamente come un momento di santificazione della propria esistenza, come la possibilità – se si vuole unica – per rendere virtuosa la propria vita in senso ultraterreno e cristiana.

È dunque solo alla luce di quest’incrollabile fede che si può spiegare fino in fondo la calma estrema con la quale essi ascoltano la sentenza di morte – le parole del portavoce non lasciano dubbi in merito – e si preparano a morire. Anche in questo caso, sembra esservi una sorta di miopia di fondo da parte degli organi di comunicazione occidentali che il libro contribuisce a smontare: non considerare il fattore di appartenenza religiosa nel martirio dei ventuno e voler dimostrare la falsità delle uccisioni ha poco senso, considerando oltretutto il livello di brutalità al quale ci ha abituati lo stesso Califfato, sul suolo europeo e in altri contesti geografici anche attraverso i suoi organi di comunicazione: moltissime altre teste sono state sgozzate, altri prigionieri sono stati arsi vivi, altri ancora uccisi con armi da fuoco e non solo.

Avendo visto il video nella sua versione integrale, non ci sono dubbi sulla violenza perpetrata ai danni dei ventuno, mostrata integralmente e senza mezzi termini. Purtroppo, in questo come in altri casi, non vi sono vie di mezzo: le uccisioni sono avvenute realmente, sulla base di categorie politico-religiose ben precise, di una contrapposizione al mondo occidentale e, come nel caso in questione, cristiano più in particolare. Una persecuzione che in alcune parti del mondo viene perpetrata in maniera pressoché sistematica e di cui poco, troppo poco, si parla nei media nazionali e internazionali.

Il lavoro di Mosebach ci restituisce pertanto un ritratto vivido di un’esperienza e una vicenda che il mondo occidentale fatica a comprendere fino in fondo, ma che è possibile capire solo alla luce del viaggio intrapreso dall’autore, in un luogo dove l’appartenenza religiosa forma le persone fin dalla nascita, dove essere minoranza significa affrontare una lotta quotidiana, anche al costo del sacrificio estremo, come ben dimostrano i ventuno protagonisti del video. Il bel libro ha dunque il pregio di considerare quegli aspetti di afferenza religiosa che meriterebbero di essere maggiormente considerati in un’analisi onnicomprensiva delle questioni geopolitiche: aiuterebbe infatti a comprendere meglio le ragioni che hanno indotto i ventuno terroristi a uccidere e gli altri ventuno ad affrontare, come hanno fatto, quella morte, rifiutandosi di convertirsi all’Islam e aderire al Califfato.

Interessi e geopolitica nel Sāḥel

Gli eventi verificatisi negli ultimi anni nell’area del Sāḥel hanno avuto un vasto impatto geopolitico su scala regionale e internazionale, a causa della diffusa presenza di fenomeni di instabilità quali povertà, terrorismo, criminalità e all’intervento per interessi economici di numerosi attori internazionali.

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Povertà e instabilità

Il Sāḥel è un’area dell’Africa sub-sahariana che comprende diversi Stati africani, tra i principali, per il loro interesse geopolitico, il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Nigeria, e il Ciad. Tutti gli Stati dell’area saheliana si contraddistinguono per alcuni elementi comuni, quali povertà, carestie frequenti, insicurezza, disuguaglianza economica e sociale e scontri armati. Nell’area circa 20 milioni di persone sono in una situazione di insicurezza alimentare, di cui circa il 70% abita in Niger, Nigeria, Mali e Ciad. Ogni anno, nell’area, circa mezzo milione di bambini sotto i 5 anni muore a causa della malnutrizione. In Niger e nella Nigeria settentrionale si concentrano circa il 65% dei bambini malnutriti del Sāḥel. La crisi umanitaria è aggravata dalle frequenti epidemie che colpiscono la popolazione come colera, meningite e febbre gialla. Nella crisi del Sāḥel gioca un ruolo fondamentale la povertà, la diseguaglianza economica, emblematico il caso nigeriano, la marginalizzazione delle minoranze etniche, la diffusa disoccupazione e la dilagante corruzione delle classi politiche, che spingono numeri sempre crescenti di persone a cercare legittimità sociale in attività illegali e violente. A peggiorare la situazione si è aggiunto l’esaurimento delle risorse idriche a causa del processo di sfruttamento dell’uranio da parte di aziende e multinazionali; gli effetti dei cambiamenti climatici, che ha condotto all’aumento del processo di desertificazione dovuto dal riscaldamento globale; il costante aumento di gruppi del terrorismo islamista, favorita dall’assenza dei governi centrali nella gestione degli affari comunitari, sociali ed economici e visti dalle comunità locali come efficace soluzione alla corruzione delle gestioni statali.

L’espansione del terrorismo islamista

Il malcontento popolare abbinato alle vulnerabilità economiche e sociali delle classi meno abbienti, sono il pilastro del reclutamento delle organizzazioni jihadiste. I principali gruppi terroristi dell’area si sono gradualmente inseriti nel complesso scenario saheliano, presentandosi come alternativa plausibile e legittima ai governi centrali. La loro costante crescita è strettamente correlata alla loro capacità di attuare un sistema di welfare alternativo a quello dei diversi governi, tramite l’istruzione, la distribuzione di beni di prima necessità e le opportunità lavorative. Nell’ultimo quinquennio, le organizzazioni jihadiste hanno poi accresciuto la propria legittimità politica, configurandosi come interlocutori privilegiati delle diverse etnie discriminate, grazie al supporto economico fornito ai clan tribali. I gruppi del terrorismo islamista si fortificano sfruttando rivalità locali, etniche, sociali ed economiche, proponendosi come unica possibilità di riscatto. La porosità delle frontiere ha consentito ai diversi gruppi jihadisti di controllare vaste aree territoriali tra i confini dei diversi Stati e controllare senza difficoltà numerose attività criminali quali traffici di esseri umani, di droga, armi e contrabbando di sigarette, farmaci e petrolio. Tra i principali gruppi terroristi islamisti attivi nel Sāḥel vi sono: Boko Haram, affiliato allo Stato Islamico (IS) e che agisce tra Nigeria, Ciad e Niger, il “Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani” (GSIM) guidato da Ayad Ag Ghali, risultato di una fusione tra al-Qā’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) e i gruppi terroristi Anṣār al-Dīn, al-Mourabitoun e il Fronte di Liberazione del Macina, lo “Stato Islamico del Gran Sahara” (ISGS) e il “Movimento per l’Unità e la Jihad nell’Africa Occidentale” (MUJAO). Nel tentativo di contrastare l’instabilità della fascia saheliana, diversi attori nazionali e internazionali si sono impegnati in iniziative volte a migliorare il controllo del territorio e neutralizzare i network terroristi. La Francia ha dispiegato, con l’operazione “Barkhane”, 4000 uomini tra Mauritania e Ciad. L’ONU, invece, è in Mali dal 2013 con circa 13 mila caschi blu nell’ambito dell’operazione di peacekeeping MINUSMA. Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso hanno lanciato da febbraio 2014, le G5 special force, una forza militare congiunta di 5 mila soldati, sostenuti da tre progetti dell’UE e da operazioni USA. Quest’ultimi impiegano per le missioni di controterrorismo anche aerei spia, droni e contractor. Tutte le operazioni e i progetti elencati sono oggetto di continue critiche, a causa della frequente inefficienza delle loro azioni operative, poco reattive rispetto alle minacce dei movimenti jihadisti, maggiormente preparati, mobili, esperti e padroni del territorio.

Gli interessi geopolitici ed economici

Il Sāḥel, nell’ultimi anni, ha assunto una nuova centralità geopolitica che ha posto le condizioni per un ampio coinvolgimento di attori internazionali. La centralità geopolitica e geoeconomica del Sāḥel ha spinto numerosi Stati a interessarsi ai problemi politici dell’area, Mali e Niger in primis, e a quello dilagante del terrorismo islamista. Il Jihādismo, in forte espansione nella regione, appare però come un potenziale pretesto per permettere a numerosi attori esterni di affermare la propria influenza e guadagnare egemonia sul territorio. L’area saheliana, difatti, è ricca di uranio, petrolio, bauxite, oro, rame, zinco, carbone, legname e salgemma, ed è divenuta di crescente interesse per attori internazionali che hanno sviluppato un contesto di forte competizione globale per l’accesso alle risorse e ai mercati dell’Africa saheliana. Molte società francesi sono presenti nell’area, in particolare nel settore dell’estrazione dell’uranio. La Francia è largamente dipendente dall’energia nucleare e la sua industria nucleare dipende principalmente dall’uranio nel Sāḥel. Tra le tante aziende multinazionali francesi, le più importanti sono l’azienda statale Areva, che esporta dal Niger circa un terzo dell’uranio utilizzato nelle sue centrali, Total, Bolloré, Alstom, e l’Oréal. Anche per gli USA, il Sahel è un’area strategica, poiché una parte importante del greggio raffinato statunitense proviene dalle raffinerie africane. Francia e Stati Uniti dispongono già di diverse basi logistiche e militari per la lotta al terrorismo. Gli USA hanno schierato circa 5000 soldati permanenti in Africa e hanno costruito una nuova piattaforma per droni nella città di Agadez. D’importanza geostrategica ed economica e di notevole impatto geopolitico, per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime indispensabili e abbondanti, è la scelta di altri attori internazionali emergenti nello scenario geopolitico ed economico subsahariano e saheliano, come Qatar, Arabia Saudita, Israele, India, Sudafrica, Giappone e Germania, che hanno eroso negli ultimi anni l’influenza esclusiva francese. La Cina, occupa senz’altro una posizione primaria e di rilievo nell’area, basata sulla realizzazione di partnership, accordi commerciali e d’investimento con gli Stati saheliani, oltre che attraverso l’invio di unità militari di protezione del personale civile. Il coinvolgimento di Pechino nelle iniziative di peacekeeping nel Sāḥel va inserito nell’ambito della protezione dei propri interessi economici, commerciali e dei propri investimenti. Tra i progetti principali vi è la raffineria d’idrocarburi di Zinder, in Niger, finanziata dalla China National Petroleum, l’esplorazione tramite l’Azelik Mining Company a Imourarem, in Niger, di miniere di uranio, e importanti investimenti nelle infrastrutture, tra cui la costruzione del secondo ponte sul fiume Niger.

I nuovi squilibri visti dalla Lega araba

La sfortunata concatenazione di eventi che ha condotto, con un effetto domino apparentemente fuori controllo, dallo scoppio dei movimenti per la democrazia nei paesi arabi a cavallo fra la seconda metà del 2010 e la prima del 2011 agli effetti catastrofici degli ultimi 5 anni dimostra, per l’ennesima volta, decisive spaccature nelle relazioni fra i paesi protagonisti. I frutti avvelenati delle “Primavere arabe” nel medio termine sono ormai conclamati e riconosciuti dalla comunità internazionale, pertanto le prospettive a lungo termine non sono fra le più rosee.

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Fra gli esiti più inquietanti della sfortunata stagione di rivolte vi sono stati la catastrofe della Libia (organismo statale ormai imploso), la guerra in Siria ed il mostro del sedicente “Stato islamico” (ancora lontano dall’essere debellato del tutto in special modo nell’Iraq del nord), la devastante guerra civile dello Yemen e il ridimensionamento dell’influenza saudita col suo conseguente vuoto di potere.

A partire dal 2014 si sono aggiunti, agli effetti dell’instabilità politica, i concorrenti riflessi del crollo delle quotazioni del petrolio greggio che sono precipitate, dai massimi degli anni precedenti, a circa due terzi (dai 140$ al barile a meno di 100$). Gli effetti sugli stati arabi, molti dei quali tradizionalmente legati ad economie di rendita dalla vendita del greggio, sono stati notevoli. L’impatto è stato tale che alcuni analisti occidentali ritengono che i gruppi dominanti di molti stati arabi possano e debbano voltarsi verso una riconsiderazione del “contratto sociale” chiedendo alle popolazioni una maggiore partecipazione politica che vada a braccetto con una più attiva collaborazione alle voci produttive dell’economia. In Arabia Saudita ad esempio il dato crudo della crescita del PIL è stato fortemente ridimensionato nel 2016 quando si è ottenuta una crescita dell’1,7%. L’Arabia insomma si trova a fronteggiare un ridimensionamento del suo potere economico che si ripercuoterà sul tenore di vita, leva che la casa regnante ha da sempre utilizzato come contropartita alla limitazione della partecipazione politica dei suoi sudditi. Riad potrebbe quindi essere costretta, nel giro di pochi anni, ad accettare una più completa e attiva partecipazione politica dei suoi sudditi.

Il mondo arabo sembra quindi essere entrato, a partire dal 2011, in una spirale di incertezza, cambiamento e disordine lungi dall’essere risolta ed ancora immune agli interventi esterni. Di questa instabilità il sedicente Stato islamico e la guerra civile in Siria sono solo le punte più lampanti.

Fra le varie organizzazioni regionali che insistono nell’area interessata dall’instabilità figlia delle rivoluzioni del 2011 si erge la Lega araba quantomeno per longevità (questa è infatti stata fondata nel 1945) e peso specifico dei componenti. Gli stati della Lega tuttavia non sembrano aver mai intrapreso consistenti tentativi comuni, diretti e condivisi di soluzione della crisi, anzi, hanno continuato a perseguire le proprie politiche estere indipendenti e talvolta discordanti.

Nel meeting  della Lega araba del 2015, avvenuto a seguito della svalutazione del petrolio (che ebbe ricadute consistenti sull’economia dell’Arabia) e della fase peggiore, per il governo filo-arabo yemenita, della guerra civile, Riad riuscì ad imporre la propria esigenza di ritrovare una posizione egemonica (quantomeno nel campo della sicurezza). Gli eventi del 2014 nello Yemen, con la conquista di gran parte della capitale San’a da parte dei ribelli sciiti filo-iraniani, furono un duro risveglio per Riad, che si trovò impantanata in una situazione di emergenza creatasi a partire dalle rivolte del 2011. I sauditi compresero di poter ignorare la situazione o averne una contezza completa, ma trattarla solo parzialmente non avrebbe fatto che aggravare l’erosione della loro egemonia nell’area, ormai quasi completamente compromessa. La contromisura decisa nel vertice, ovvero la creazione di uno strumento antiterroristico islamico con sede a Riad e pronto a combattere la piaga della violenza estremista secondo le direttive della Lega, vide la luce in Arabia Saudita nel dicembre del 2015 sotto forma di un patto strategico militare denominato Coalizione militare islamica contro il terrorismo. La Coalizione, essenzialmente pensata per combattere il sedicente Stato islamico si è evoluta a strumento di lotta contro ogni forma di terrorismo ed estremismo per i paesi aderenti (41 stati a maggioranza islamica).

Nel 2016, anno in cui il vertice della Lega venne tenuto in Mauritania, la lotta all’ISIS era ancora argomento d’urgenza, assieme alla necessità di rinunciare all’ingerenza extra-regionale e di riappropriarsi del contrasto agli estremisti. L’allora Primo ministro egiziano fu uno dei primi fra i rappresentanti convenuti a cercare un’unione sul comune approccio alla lotta allo Stato islamico ma scarsi furono i risultati della sua istanza se la Coalizione che ha affrontato ed affronta il problema dal punto di vista militare è stata sinora solo quella a guida statunitense, con coordinamento diretto o semplicemente tattico (come nel caso della Russia) di altri stati estranei all’area. Al contempo la Coalizione militare islamica non è invece stata impiegata in qualsivoglia teatro rimanendo, di fatto, un comando costruito sulla carta e non ancora testato.

Durante il summit del 2017 l’argomento più ingombrante sul palcoscenico è stato, insieme alla questione della guerra in Siria, la questione palestinese (per la quale si auspicava la ripresa dei dialoghi basandosi sul progetto della creazione dei due stati con zone confinarie antecedenti a quelle della guerra del 1967). Riguardo alle operazioni militari per la liberazione dei territori siriani e iracheni dai guerriglieri dello Stato islamico, a seguito dell’importante offensiva intrapresa dalla Coalizione occidentale nell’ottobre del 2016 per la liberazione dell’area di Mosul, si prendeva atto della consolidata presenza militare occidentale nell’area e si richiamava l’attenzione sugli aspetti umanitari della crisi.

In occasione del vertice del 2018, infine, le attenzioni sono state monopolizzate ancora dagli sviluppi della questione palestinese e dalla condanna dell’azione iraniana nella guerra civile in Yemen, ma senza azioni sostanziali.

Non sembra in definitiva che la Lega in sé abbia fronteggiato l’emergenza con iniziative consistenti ma pare invece che le politiche estere e di sicurezza degli stati membri differiscano oggi l’una dall’altra, come ormai prassi consolidata almeno a partire dagli anni Ottanta. Un esempio lampante di questo stato dei fatti è l’accordo raggiunto negli ultimissimi giorni dell’anno scorso per i bombardamenti aerei iracheni sulle postazioni dei guerriglieri del sedicente “Stato islamico” in territorio siriano senza preventiva autorizzazione di Damasco. L’intesa, raggiunta con gli auspici delle forze della Coalizione per ottenere una copertura di fuoco aereo al ritiro delle truppe USA dalla Siria testimonia un diverso approccio alla problematica dell’ISIS rispetto, ad esempio, all’Egitto (che preferirebbe ancora coordinare le azioni con una coalizione araba).

La Lega in sostanza rimane essenzialmente immobile perché da una parte l’Arabia Saudita ne vorrebbe influenzare pesantemente le scelte, dall’altra gli altri partecipanti preferiscono evitare coinvolgimenti con la politica estera sempre più spinta dei sauditi a partire dal 2011 ed ancor più dal 2014, come nel caso dell’intervento nella guerra civile in Yemen. Emblematico è il caso dell’Assemblea Nazionale del Pakistan che ha denegato la richiesta araba di intervento a fianco alle forze di Riad in Yemen nel 2015, pur caldeggiata dalla dirigenza delle forze armate di Islamabad.

Quanto avvenuto nella Lega araba a partire dal 2011 sino ai giorni nostri non è stato chiaramente degradato in secondo piano dal principale detrattore della politica estera araba nell’area: il governo di Teheran, che in più occasioni, come nel novembre del 2018 ha rimarcato l’inefficienza dell’organizzazione davanti al sedicente Stato islamico e la necessità di un diverso approccio basato sull’inclusione delle istanze sciite.

Di fronte alla stringente necessità di una nuova organizzazione sociale e ad una importante ristrutturazione economica per molti stati arabi, oltre che di una politica di sicurezza condivisa, sembra difficile trovare un equilibrio più stabile che non passi anche attraverso la parziale ricomposizione delle endemiche divergenze fra paesi musulmani. Una vera soluzione pare quindi lungi a venire.

La cyber-war di Teheran

«Le sanzioni stanno arrivando. Il 5 novembre». Così il Presidente Donald Trump dava l’annuncio via Twitter del ritorno delle sanzioni contro il regime di Teheran. Dopo più di tre anni e mezzo dall’accordo sul nucleare del luglio 2015, gli Stati Uniti decidevano di punire duramente l’economia iraniana.

La cyber-war di Teheran - Geopolitica.info

Come più volte ricordato dall’Amministrazione Trump, ed in particolare dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, l’Iran è il principale sponsor del terrorismo a livello mondiale. Del resto, gruppi terroristici sponsorizzati dall’Iran come Hezbollah e Hamas, rappresentano una minaccia non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i paesi occidentali.

Un’escalation che sarà destinata a salire nel 2019: con il regime iraniano impegnato ad intensificare gli sforzi per contrastare le mosse di Washington. Sforzi che sicuramente sfrutteranno tutto il potenziale asimmetrico di Teheran.

Questo potenziale consiste ad esempio in milizie armate impegnate nella regione, come le milizie sciite irachene, le Popular Mobilization Forces (PMF) o Hashd Al-Shaabi: sostenute ed addestrate dagli Al-Quds, braccio internazionale dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran, con a capo il Generale Qassem Suleimani. Tra l’altro è importante considerare che nel novembre 2016 il parlamento iracheno ha legalmente riconosciuto le PMF come parte delle Forze Armate dell’Iraq, sebbene continuino a rappresentare formalmente una formazione militare indipendente.

Gli iraniani da sempre inviano membri più o meno noti, appartenenti al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza o ad Hezbollah, per condurre operazioni di sorveglianza di obiettivi all’estero. Teheran ad oggi è in grado di effettuare attacchi terroristici di rappresaglia su una serie di obiettivi vulnerabili, se solo Washington o qualsiasi altro paese occidentale osasse attaccarlo militarmente.

Tuttavia sarebbe riduttivo considerare la minaccia del regime di Teheran esclusivamente sotto questo profilo. Occorre conoscere e tenere a mente la strategia iraniana per la gestione dei conflitti nel cyberspazio. Proprio come appare al momento improbabile che l’Iran sfidi gli Stati Uniti in uno scontro militare su larga scala, sembra improbabile che l’Iran intraprenda una guerra diretta nel cyberspazio. Gli Stati Uniti sono semplicemente troppo forti in entrambi i campi.

Secondo molto osservatori, la preparazione di attacchi informatici da parte di Teheran ricorda il modo in cui gli iraniani esaminano obiettivi, al fine di tenere a portata di mano le informazioni per attacchi terroristici off the shelf, da sferrare contro obiettivi ritenuti scomodi dal regime. Dan Coats, il Direttore dell’Intelligence Nazionale Usa, recentemente ha osservato come l’Iran si stia preparando per prendere di mira le reti elettriche, gli impianti idrici e le aziende sanitarie e tecnologiche di Stati Uniti, Europa e di altri attori statuali in Medio Oriente.

Proprio qualche settimana fa, Saipem (la società italiana operante nel settore petrolifero e specializzata nella costruzione di oleodotti e gasdotti) ha annunciato di essere stata colpita da un attacco informatico che utilizzava una variante del malware Shamoon (sviluppato dall’Iran). Il più grande cliente di Saipem è la compagnia petrolifera nazionale saudita di idrocarburi Saudi Aramco: probabilmente il motivo per cui l’azienda italiana è stata presa di mira.

Inoltre, Certfa, la società di sicurezza informatica con sede a Londra (specializzata nel monitoraggio dell’attività iraniana nel cyberspazio) ha pubblicato lo scorso 13 dicembre un rapporto che documenta gli sforzi di un gruppo iraniano (chiamato Charming Kitten), per lanciare un attacco di phishing contro le maggiori infrastrutture finanziare degli Stati Uniti.

Gruppi come Charming Kitten stanno prendendo di mira tali obiettivi a causa delle sanzioni statunitensi e della recente espulsione dell’Iran da SWIFT, l’organizzazione con sede a Bruxelles che facilita le transazioni finanziarie globali. È quindi probabile che nel prossimo futuro gli attacchi informatici iraniani di livello “inferiore” (diretti nei confronti di singoli soggetti, aziende ed organizzazioni private) aumentino.

L’Iran sta applicando quindi la stessa strategia anche nel cyberspazio. Queste azioni sono utili per pianificare attacchi off-the-shelf, e se (forse, più appropriatamente, quando) vengono rilevati, servono anche a dimostrare che gli iraniani possono condurre attacchi informatici contro sistemi cruciali in qualsiasi momento, soprattutto quando i suoi interessi risultino in pericolo.

Così come il regime iraniano usa spesso milizie armate per svolgere il lavoro sporco, allo stesso modo crea, addestra, supporta ed incoraggia gruppi di hacker solo indirettamente riconducibili al regime. Tale sostegno si riflette ad esempio nelle campagne di Hamas ed Hezbollah contro i militari israeliani. L’utilizzo di proxy consente agli iraniani di esercitare pressioni sui rivali regionali e globali, mascherandone il coinvolgimento.

L’Iran ha migliorato rapidamente nell’ultimo anno le sue capacità in ambito cyber e con tutta probabilità miglioreranno ancora nel corso del 2019. Sarà importante non sottovalutare queste capacità.

Articolo originariamente pubblicato da “Global Committe for the Rule of Law Marco Pannella”

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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