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Il nuovo Califfo dello Stato Islamico non è stato catturato

La notizia riportata dalle principali testate giornalistiche italiane, secondo la quale il successore di Abu Bakr al-Baghdadi, defunto leader dell’ISIS, fosse stato catturato, è stata da poco smentita. Non solo la notizia non è corretta, ma l’intera questione sembra piuttosto confusa.

Il nuovo Califfo dello Stato Islamico non è stato catturato - Geopolitica.info Ph Alessia Piccinini. Monastero cristiano, Ninive, Iraq

La non notizia che fa notizia

L’intelligence irachena aveva inizialmente riferito di aver catturato il “possible successor” del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, notizia confermata poi anche da Al Arabiya e Sky News Arabia. In realtà la persona in custodia è Abdul Nasser Qardash, figura di spicco dell’organizzazione terroristica, conosciuta dall’intelligence americana, ma non il nuovo Califfo, proclamato e riconosciuto dall’ISIS nell’ottobre del 2019, ovvero Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. Di quest’ultimo non si conosce molto: non è mai stato diffuso alcun video e la sua proclamazione fu annunciata soltanto tramite un audio. Il Presidente Americano Trump, in seguito alla diffusione della nuova proclamazione, scrisse un tweet sostenendo che gli Stati Uniti sapevano “esattamente” chi fosse veramente il leader dell’ISIS, ma alla dichiarazione non sono poi seguiti ulteriori dettagli.

La biografia stessa del prigioniero riportata dalle principali testate giornalistiche, inoltre, bastava ad evidenziare come fosse altamente improbabile che Abdul Nasser Qardash fosse l’attuale Califfo: per prima cosa Qardash è di origini turkmene, il che complicherebbe la sua pretesa di appartenere alla stessa tribù del Profeta, dalla quale dipenderebbe la sua legittimazione alla posizione di Califfo. Inoltre, i due cognomi che il vero successore di al-Baghdadi, Abu Ibrahim, ha adottato, “al-Hashimi” e “al-Qurayshi”, hanno ciascuno un significato che rimanda alla sua legittimità alla successione di Maometto: il nome “al-Hashimi” suggerisce che sta sostenendo di essere un hashemita, un clan con discendenza diretta dal profeta. Aggiungendo poi “al-Qurayshi”, sta affermando di essere un membro della tribù Quraysh, il clan del profeta Maometto, requisito, come detto, per qualsiasi Califfo.

Alcune considerazioni

La confusione dietro queste notizie fa emergere alcune considerazioni:

  • I servizi segreti iracheni potrebbero aver sfruttato la notizia a favore del nuovo Governo, il cui Premier, eletto un mese fa, è Mustafa al-Kadhimi, ex capo dell’intelligence irachena. L’Iraq da diversi mesi infatti è al centro di una grave instabilità politica.
  • L’arresto di Abdul Nasser Qardash sarebbe avvenuto già lo scorso anno per mano delle Forze democratiche siriane, coalizione curdo-araba, le quali avrebbero soltanto consegnato il detenuto alle forze irachene. L’operazione, quindi, sarebbe stata enfatizzata ora principalmente per scopi propagandistici.
  • La confusione sulla figura a capo dell’organizzazione terroristica più famosa al mondo palesa l’impreparazione e la perdita di interesse dei media occidentali verso il terrorismo islamico in Medio Oriente, legato alla sconfitta territoriale dell’ISIS. In realtà la minaccia, seppur meno percepita, si struttura solo in diverse dimensioni e luoghi, come il web o in piccole cellule clandestine, ma non per questo deve risultare meno pericolosa.
  • L’enfasi sulla notizia non rispetta la reale portata del successo in termini di lotta al terrorismo jihadista. Per quanto si tenda spesso a pensare ad una natura verticistica del potere nelle organizzazioni terroristiche, in realtà i musulmani sunniti si rifanno ad una teoria di legittimazione del potere che va oltre le capacità organizzative del leader. Sicuramente colpire i leader al vertice frena temporaneamente la portata di azione di quella cellula, ma il tipo di lotta armata che persegue il terrorismo jihadista ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo che prescinde dal vertice. Diverse cellule sparse per il mondo, che in realtà poco o niente hanno a che fare con la base, o i cosiddetti lone wolfs, riescono a mettere in atto attentati in modo autonomo, anche se di quelli definiti “a bassa intensità”.
  • La conoscenza dei media occidentali del nuovo Califfo è scarsa, confusa e nettamente inferiore rispetto alla notorietà che si era conquistato Abu Bakr al-Baghdadi, grazie alle sue conquiste territoriali e alla spettacolarizzazione di atti atroci. Questo dato sottolinea come un certo tipo di narrativa contribuisca ad accrescere la notorietà dei gruppi terroristi stessi.

Il detenuto (di vecchia data) e il settarismo iracheno

Il terrorismo islamico rimane una delle sfide principali alla sicurezza europea e mondiale, nonostante la percezione sia nettamente cambiata in seguito alla morte di al-Baghdadi e alla caduta dell’ultima roccaforte territoriale dell’ISIS, la città di Baghouz.  Sicuramente la cattura di Qardash è un duro colpo per lo Stato Islamico, in quanto era considerato tra i più influenti ideologi rimasti nell’organizzazione, ma, come già detto, non ne esaurisce la portata di azione. Nato in Iraq, nella città di Tal Afar, Abdul Nasser Qardash era noto all’intelligence americana in quanto molto vicino all’ex Califfo, conosciuto nella prigione di Camp Bucca ed in seguito membro prima di al Qaeda in Iraq (AQI) e poi dello Stato Islamico.  Prima dell’intervento americano in Iraq, Abdul Nasser Qardash era un ufficiale dell’esercito iracheno sotto il regime di Saddam Hussein. Come molti altri soldati ex baathisti, ha messo a disposizione le sue competenze nelle mani di organizzazioni terroristiche volte alla liberazione del paese dall’esercito americano. Rispetto a questo c’è da fare un’ulteriore considerazione: in seguito alla caduta del regime iracheno nel 2003, gli americani appoggiarono e sostennero la comunità sciita nel paese.  Nel 2004 al-Zarqawi fonda al-Qaeda in Iraq, offrendo il suo impegno di fedeltà ad Osama Bin Laden, che poi sarebbe diventato lo Stato Islamico dell’Iraq. Quando l’organizzazione iniziò a crescere, sia in termini di fama sia territorialmente, molti sunniti nel paese videro di buon occhio la loro ascesa, poiché speravano che avrebbero riportato i sunniti al potere in Iraq. Questo settarismo è stato esasperato ed è cresciuto su due fronti paralleli e a volte convergenti: dal punto di vista ideologico lo stesso al-Zarqawi era fortemente ostile ai musulmani sciiti, e la sua organizzazione è cresciuta ideologicamente su questo odio verso la minoranza musulmana. Dall’altro lato le potenze regionali, quali Arabia Saudita e Iran, rispettivamente una monarchia sunnita e una Repubblica Islamica sciita, hanno approfittato del caos iracheno per estendere la loro influenza nella regione, finanziando milizie e quindi incentivando le divisioni interne irachene e non solo.  Quella che apparentemente viene descritta come una guerra settaria di religione – un mero scontro tra sciiti e sunniti – in realtà cela come la punta di un iceberg una ben più grande e profonda strategia geopolitica.

Al momento non è chiaro se l’errore riportato da gran parte dei media sia stato il frutto di una mala informazione da parte della stessa intelligence irachena, intenzionale o meno, o se derivi da una pur vaga somiglianza dei nomi – ipotesi, questa, piuttosto irrealistica. Quello che è chiaro è che al-Qardash era un personaggio fin troppo conosciuto dalle intelligence occidentali e irachene sin dai tempi del primo Califfo, e che quindi sarebbe stato un bersaglio troppo facile se fosse stato designato come nuovo Califfo.

AlessiaPiccinini
Geopolitica.info

Il Coronavirus come punizione contro l’Occidente. La prospettiva del terrorismo islamico

La più grande emergenza sanitaria dei nostri tempi ha modificato le priorità politiche e mobilitato l’attenzione dei media mondiali. Il fondamentalismo islamico, che fino a qualche tempo fa era al centro del dibattito politico e pubblico, è passato in secondo piano e le organizzazioni terroristiche volgono a proprio vantaggio questa crisi. In che modo il Covid-19 irrompe nella loro propaganda? Come cambiano le modalità di reclutamento durante il lockdown globale? Quali sono le prospettive future?

Il Coronavirus come punizione contro l’Occidente. La prospettiva del terrorismo islamico - Geopolitica.info

Il Coronavirus nella nuova narrazione jihadista

Oltre ad aver già provocato un numero allarmante di vittime, modificato la vita quotidiana di milioni di persone e rallentato l’attività economica globale, il Coronavirus ha anche distolto l’attenzione dalla minaccia del fondamentalismo islamico che ne approfitta per consolidare la propria ideologia e guadagnare consenso.

La pandemia si inserisce nella propaganda islamista come “punizione di Dio” contro le ingiustizie e i soprusi perpetrati nei confronti dei musulmani e si trasforma in un richiamo all’Islam. Daesh e Al Qaeda seguono e commentano gli sviluppi legati alla diffusione del Covid-19 sin dal principio. Nel suo editoriale al-Naba, Daesh descrive il Covid-19 come “soldato di Dio” che vendica le persecuzioni del governo cinese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Al Qaeda invece nel comunicato “The Way Forward: a Word of Advise on the Coronavirus Pandemic” delinea un vero e proprio vademecum per il contenimento della diffusione del virus. Direttive sanitarie non diverse da quelle rilasciate dai nostri governi, invitano alla cura dell’igiene personale e a evitare spostamenti da e verso le zone particolarmente colpite. Nel numero 225 di al-Naba, anche lo Stato Islamico pubblica la sua guida anti-contagio che esorta a coprire la bocca quando si tossisce e si starnutisce e lavare frequentemente le mani. L’ISIS, che incita i seguaci a non avere pietà e ad organizzare attacchi contro un occidente ormai indebolito, invita a considerare la crisi come un’opportunità per riconoscere l’importanza della preghiera, mostrare timore di Dio (ad esempio indossando il niqab che garantisce una maggiore protezione rispetto ad una semplice mascherina) e riflettere sulla debolezza umana. Inoltre, citando gli ḥadīth del profeta, i jihadisti rassicurano i credenti: se per volontà divina dovessero essere contagiati, verranno ricordati come martiri.

Nuove modalità di reclutamento

Benché, come riportato dal Global Terrorism Index 2019, il terrorismo mieta meno vittime rispetto al passato, la piaga del jihād globale colpisce sempre più stati. Lo confermano gli attentati rivendicati dall’ISIS nell’isola di Java, nelle Maldive, in Mozambico, nelle Filippine e in Afghanistan, tutti nel solo mese di Ramadan. Il fenomeno terroristico sfrutta la componente tecnologica e ha nel web, più che nei luoghi di aggregazione, il principale canale di reclutamento e radicalizzazione. La dimensione potenzialmente mondiale del fenomeno è ben rappresentata dall’uso di diverse lingue oltre all’arabo e all’inglese e recentemente si riscontra un aumento dei contenuti in spagnolo, tedesco e indonesiano.

“La gente è chiusa in casa e trascorre molto più tempo online- afferma il coordinatore antiterrorismo dell’UE Gilles de Kerchove intervistato da Reuters– e questa diventa l’occasione perfetta per raggiungere coloro che trascorrono tutto il giorno davanti al computer”. Difatti, l’isolamento estremo e la crescente presenza sui social media accrescono la possibilità di esporsi a contenuti estremisti che potrebbero portare alla radicalizzazione. Nelle ultime settimane, Michael Krona, studioso dei media e della propaganda dello Stato Islamico, ha osservato un considerevole incremento dei canali dedicati alla pandemia. Ad oggi l’ISIS, una vera e propria macchina della propaganda, vanta centinaia di canali ufficiali e affiliati su molteplici piattaforme come Hoop, RocketChat e Riot, ma la favorita rimane Telegram. La propaganda islamista non risparmia nemmeno i più giovani per i quali sono state create versioni riadattate di famosi videogames come Call of Duty e Minecraft.

Prospettive future

Il terrorismo rappresenta una minaccia concreta sul piano globale e ha trovato nel Coronavirus un nuovo alleato. I combattenti fī sabīl Allāh “per il bene di Dio” hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento intensificando la loro presenza online. Il loro modus operandi è mutato sulla base dei divieti di assembramenti in vigore in tutta Europa che hanno ridotto i loro target e dell’aumento dei controlli che impediscono lo spostamento di merci e persone. Gli attentati avvenuti finora sono limitati e non eccessivamente letali e presumibilmente nei prossimi mesi si assisterà solo ad attacchi di questo tipo anche al di fuori della regione mediorientale.  Ma ciò non deve far credere che il jihadismo stia perdendo potere. In Iraq ad esempio, dove il Covid-19 rappresenta soltanto l’ennesimo fattore destabilizzante, l’incubo del ritorno dell’ISIS non sembra così irrealizzabile. Una cronica instabilità economica esacerbata dalla diminuzione del prezzo del petrolio, i cui proventi costituiscono il 90% del bilancio di stato, potrebbe ulteriormente mettere in ginocchio il paese.

Un altro allarme lanciato dagli esperti riguarda la radicalizzazione giovanile che potrebbe subire un incremento soprattutto durante la fase post-crisi. Quando la curva epidemica comincerà a segnare un numero non più preoccupante di contagi e di decessi, si dovranno fare i conti con le gravi ripercussioni sociali ed economiche che il virus porterà con sé. Il timore è che il terrorismo possa sfruttare il malcontento, il disorientamento e l’ansia giovanile.

Le organizzazioni terroristiche potrebbero anche approfittare del fatto che diverse potenze occidentali, in seguito alla pandemia, abbiano interrotto molte operazioni contro lo Stato Islamico e ritirato le truppe di stanza in Iraq e in Siria. Oltre a una risposta coordinata a livello internazionale sulla salute pubblica, i governi dovrebbero conservare, se non addirittura rafforzare, la cooperazione internazionale al fine di vigilare l’estesa rete di attività online ed evitare futuri attentati.       

Jessica Pulsone,
Geopolitica.info

Il terrorismo nel Sud-Est asiatico: il caso dell’Indonesia

Quando si esamina il fenomeno jihadista ci si focalizza anzitutto su determinati teatri, trascurando altri luoghi che meritano una particolare attenzione. Tra questi, rientra certamente il Sud-Est Asiatico. Infatti, nel quadro di un’analisi di più ampio respiro concernente il terrorismo internazionale, occorre assolutamente soffermarsi su tale area geografica, dove il peso dell’estremismo islamico è considerevole. 

Il terrorismo nel Sud-Est asiatico:   il caso dell’Indonesia - Geopolitica.info

Tra gli Stati del Sud-est Asiatico, l’Indonesia è quello che merita sicuramente un focus specifico a causa delle sue peculiarità. Innanzitutto, con circa 180 milioni di fedeli dichiarati su 250 milioni di abitanti, lo Stato indonesiano rappresenta il Paese musulmano più popoloso al mondo. Tuttavia, la sua costituzione si fonda sulla dottrina Pencasila, che garantisce il rispetto e la tolleranza delle cinque religioni professate nella nazione: Islam, Buddhismo, Induismo, Cristianesimo e Confucianesimo. Pertanto, la società indonesiana è piuttosto complessa e si configura come una sorta di laboratorio della convivenza tra diverse fedi. In tale contesto, contrassegnato da una continua dialettica tra le parti, non sono mancate chiaramente le tensioni che si sono amplificate negli ultimi anni a causa dell’ascesa di esponenti islamici radicali (e movimenti correlati) e della diffusione di cellule jihadiste locali. 

Lo sviluppo del fondamentalismo islamico in Indonesia è favorito, in primo luogo, dalla presenza di gruppi politici inclini a posizioni estremiste e in grado di plasmare il discorso pubblico indonesiano. Tra i vari raggruppamenti di organizzazioni islamiste, il più noto ed influente è il Movimento 212. Quest’ultimo si contrappone alla tolleranza religiosa garantita costituzionalmente e, sfruttando l’operato di scuole e moschee, mira a radicalizzare la componente musulmana del Paese. L’influenza e il peso del Movimento 212 si sono palesati concretamente nel 2016, quando il gruppo è riuscito a distorcere gli strumenti del sistema democratico indonesiano per provocare la caduta politica e il conseguente arresto (con l’accusa di blasfemia) del carismatico governatore di Jakarta, Ahok – un cristiano di etnia cinese. La rilevanza di questi gruppi si è manifestata altresì in occasione della campagna elettorale per le presidenziali del 2019, che ha visto contrapposti Prabowo Subianto Joko Widodo (presidente uscente). Infatti, il primo ha sistematicamente cercato il consenso delle formazioni più estremiste; ma anche il secondo (vincitore delle elezioni), malgrado la sua impostazione religiosa moderata, ha tentato di ottenere consensi negli ambienti più radicali. 

Oltre al fondamentalismo islamico di stampo prettamente politico, la galassia estremista indonesiana è caratterizzata dalla presenza di varie fazioni terroristiche. Lo storico gruppo jihadista dell’Indonesia è Jemaah Islamiya (JI), emerso negli anni ’90 e legato al network di al-Qaeda. Per quanto concerne i principali bersagli dell’organizzazione, JI ha colpito simboli cristiani (chiese e preti) e luoghi di interesse occidentali, come rappresentanze diplomatiche o destinazioni turistiche. L’attentato più cruento perpetrato da tale gruppo è certamente quello dell’ottobre del 2002 a Bali, quando diverse esplosioni hanno provocato 202 vittime (in prevalenza turisti stranieri). Nel 2015, la cellula terroristica Jamaah Ansharut Daulah (JAD) ha raccolto il testimone di Jemaah Islamiya, smantellata nel corso degli anni grazie allo sforzo del Dipartimento 88 (le forze di élite antiterrorismo dell’Indonesia). JAD, fondata dal predicatore Aman Abdurrahman, è un’organizzazione jihadista composta da vari gruppi locali fedeli alla causa dello Stato Islamico. Quest’ultimo, a partire dal 2015, ha iniziato ad esercitare una certa influenza nel Sud-Est Asiatico e in particolare in Indonesia. L’intento dell’IS di rendere l’arcipelago una sua nuova frontiera operativa può essere facilitato principalmente da due fattori. Il primo è la minaccia rappresentata dai 700 foreign fighters indonesiani che hanno aderito alla causa del Califfato, andando a combattere nel teatro siro-iracheno. Tra questi, circa 200 sarebbero già rientrati in patria confluendo nelle fila di JAD. Inoltre, la definitiva sconfitta territoriale dello Stato islamico – con la caduta dell’ultima roccaforte a Baghuz nell’aprile 2019 – potrebbe incentivare ulteriormente il ritorno dei combattenti islamici in Indonesia. In questo potenziale scenario, i foreign fighters, data la loro esperienza sul campo,rappresenterebbero una base indubbiamente importante per reclutare nuovi esponenti ed espandere il messaggio fondamentalista nel Paese. Il secondo elemento che favorisce l’influenza di Daesh è la robusta presenza della militanza islamista in Indonesia. Pertanto l’IS, per consolidarsi nei territori indonesiani, può avvalersi dell’appoggio di organizzazioni autoctone islamiste di stampo politico, nonché armate. Lo Stato islamico ha rivendicato il suo primo attentato in Indonesia nel gennaio 2016, quando diverse esplosioni hanno colpito la città di Giakarta – provocando 8 vittime. Tale attacco è riconducibile al gruppo Jamaah Ansharut Daulah, responsabile di altre azioni terroristiche nel corso dello stesso anno. Nel maggio del 2018, gli attentati a Surabaya (seconda città più popolosa indonesiana) hanno determinato una brusca accelerazione degli eventi, volta a confermare la pericolosità di JAD e, di riflesso, dell’Isis. La città è stata infatti oggetto di due attacchi consumati a distanza di un giorno: il primo contro tre chiese da parte di una famiglia di sei persone (vera novità quella della matrice familiare); il secondo contro una stazione di polizia. Entrambi gli atti, di cui è quasi certo il coinvolgimento di JAD, sono stati rivendicati dallo Stato Islamico. Sebbene nel 2019 non si siano registrati avvenimenti clamorosi come quelli summenzionati, Jamaah Ansharut Daulah continua a rappresentare una minaccia concreta per la sicurezza nazionale indonesiana. 

Come già accennato, la minaccia jihadista non concerne solo il contesto indonesiano ma tocca il Sud-est Asiatico nel complesso. Difatti, la volontà dello Stato Islamico è quella di creare una Wilayat East Asia (Wilayat: Provincia) che comprenda diverse aree della macro-regione. Il messaggio del Califfato ha sortito effetti concreti nelle Filippine, specialmente nei territori del sud: qui, nel 2017, una coalizione di gruppi locali legati alla causa di Daesh (Bangsamoro Islamic Freedom Fighters, Abu Sayyaf, Ansar al-Khilafah, Maute group) è riuscita ad assumere il controllo della località di Marawi, situata nella regione meridionale di Mindanao. Dopo mesi di battaglie, le autorità di Manila hanno cacciato i terroristi dalla città e il Presidente Duterte ha dichiarato la vittoria sull’IS. Tuttavia, nei mesi successivi gli attacchi nel Paese non sono cessati, dimostrando che l’effettiva “vittoria” conclamata dalla massima autorità filippina è ancora lontana. Altresì in Malesia il pericolo del terrorismo non è trascurabile. Malgrado il territorio malesiano sia considerato anzitutto un hub per pianificare attentati nella regione, dal 2013 le autorità nazionali avrebbero sventato più di 20 attacchi nel Paese – che miravano a colpire anche la capitale Kuala Lumpur. 

Quindi, abbiamo visto come il Sud-Est Asiatico (con un focus sull’Indonesia) sia un fronte decisamente caldo nella galassia jihadista. Un fronte che merita certamente un’attenzione specifica anche alla luce degli ultimi sviluppi nel quadro del terrorismo internazionale. In particolare, sconfitto nella sua casa madre siro-irachena, l’Isis potrebbe attualmente mirare allo sviluppo e al consolidamento dei suoi gruppi affiliati stanziati in altri territori. In questa rimodulazione strategica dello Stato islamico, il Sud-Est Asiatico potrebbe rivestire un ruolo sicuramente rilevante

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione

Giorno 29 ottobre, durante la sessione di apertura del nuovo mandato del Parlamento, l’emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah ha chiesto la fine della disputa diplomatica regionale. Egli ha affermato che l’embargo all’emirato qatarino ha indebolito notevolmente l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che comprende Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Bahrein.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione - Geopolitica.info Reuters

“È indispensabile attirare l’attenzione sui disordini che irrompono nella nostra regione, il che pone gravi minacce e ripercussioni non solo sulla nostra stabilità e sicurezza, ma anche sulle nostre generazioni future”, ha detto l’emiro novantenne. “Non è più accettabile né tollerabile avere una disputa in corso tra i nostri stati del GCC. Ha indebolito le nostre capacità e minato i nostri guadagni”.

Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno imposto un blocco marittimo, terrestre e aereo sul Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’emirato qatarino, infatti, ha da un lato stabilito solidi legami economici con l’Iran sciita, nemico per eccellenza di Riyadh; dall’altro è intervenuto nelle dinamiche geopolitiche regionali supportando sia la fazione sciita e filoiraniana degli Houthi yemeniti sia i Fratelli Musulmani, organizzazione islamista politica dichiarata terroristica, tra gli altri, da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Siria. Nell’emirato qatarino sono poi passati leader di Hamas, come Khaled Meshal, e i Talebani, che proprio a Doha si sono posizionati con un ufficio di rappresentanza. Questi atteggiamenti di vicinanza alle formazioni dell’islam politico hanno favorito accuse, nei confronti del Qatar, di finanziamento del terrorismo internazionale di stampo islamista.

Da un punto di vista geopolitico, l’embargo ha spinto il Qatar a rafforzare l’alleanza con la Turchia e l’Iran, mentre l’Oman si è dichiarato neutrale e il Kuwait ha assunto la posizione di mediatore. In questa mediazione, i paesi del Golfo hanno proposto al Qatar un elenco di 13 condizioni tra cui la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, di sospendere i legami con le organizzazioni terroristiche, di chiudere la stazione mediatica Al-Jazeera, di non intrattenere rapporti di cooperazione militare con la Turchia, di vietare la cittadinanza in Qatar a persone provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti Emirati, dall’Egitto, dal Bahrein. Il Qatar ha risposto respingendo le 13 condizioni, esacerbando così la crisi con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha annunciato il piano SALWA. Con questo piano l’Arabia Saudita intende scavare un canale lungo il confine che il Qatar ha con la terraferma. Qui, i sauditi realizzerebbero un nuovo polo economico costituito da porti commerciali, una base militare, resort, spiagge private e un sito per lo smaltimento di scorie nucleari dalle future centrali elettriche che l’Arabia Saudita sta progettando di costruire. Tale canale si estenderebbe da Salwa a Khor al-Adeed, per una lunghezza di 60 chilometri sull’unico confine terrestre del Qatar; dovrebbe avere una profondità tra i 15 e i 20 metri e sarebbe largo 200 metri, per consentire a navi mercantili – fino a 33 metri di larghezza e 295 metri di lunghezza – di passare. L’aspetto geopolitico di questo piano è che il Qatar verrebbe trasformato in un’isola, in quanto privato del suo unico confine terrestre.

La dimensione economica ha senz’altro il suo peso. Basti pensare ai rapporti fra l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi e su come Riyadh abbia influito sulle loro scelte di politica regionale. Le implicazioni economiche e commerciali della rottura diplomatica con il Qatar sono un precedente in grado di rendere l’Arabia Saudita un attore ancora più dominante in questi rapporti di dipendenza.

Ma Doha non dipende economicamente da Riyadh e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’impatto dell’embargo sull’economia di Doha è stato temporaneo: nonostante il crollo delle importazioni la crescita del PIL del Qatar lo dimostra, dal momento che nel 2017 era del 2,1% ed è rimasta quasi invariata rispetto al 2,2% del 2016. Il Qatar, quindi, ha reagito bene al boicottaggio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti e continua a fare affari con vecchi e nuovi partner commerciali, dimostrando una notevole capacità di ripresa. Gli investimenti finanziari del Qatar all’estero continuano ad essere massicci: l’emirato continua a mantenere il suo posizionamento tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo (il primo è l’Arabia Saudita seguita dalla Russia); le risorse energetiche rappresentano il 56% delle entrate statali e il 92% delle esportazioni. La composizione del PIL e i livelli di crescita per settori economici sono petrolio e gas, servizi finanziari, costruzioni, industria manifatturiera, commercio e turismo.

Il Qatar, nello sforzo di evitare l’isolamento regionale, si è quindi ritrovato a dover rivedere le proprie politiche, al fine di attrarre paesi occidentali e asiatici. Per esempio, Doha ha avviato con Washington un progetto di cooperazione nel settore antiterrorismo nel luglio 2017, oltre ad aver provveduto ad attuare una più ferrea legislazione in materia di lotta al finanziamento del terrorismo internazionale; o, ancora, ha emanato la legge sul lavoro, a seguito delle critiche da parte della comunità internazionale in merito alla manodopera impegnata nella realizzazione della World Cup 2022.

Il Kuwait ha da sempre assunto una posizione di mediatore tra il Qatar e i paesi favorevoli al blocco. L’emiro kuwaitiano al-Sabah ha invitato le nazioni del Golfo a “elevarsi immediatamente al di sopra delle differenze, riparare recinzioni e ripristinare le relazioni amichevoli”. Come Ministro degli esteri dal 1963 al 2003 e come emiro dal 2006 a oggi, al-Sabah ha sempre agito mantenendo una certa distanza dai turbolenti vicini regionali, posizionando il Kuwait come mediatore in numerose crisi. Ciò è da sempre stato motivato dalla consapevolezza della vulnerabilità del Kuwait dinnanzi alle crisi regionali, vulnerabilità che lo ha condotto ad assumere il ruolo di donor in diverse situazioni di conflitto (a partire dal 2013 ha finanziato una serie di conferenze per il coordinamento dell’assistenza umanitaria in Siria, nel febbraio 2018 la conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq, etc.).

La resistenza da parte del Kuwait a unirsi al fronte saudita-emiratino nel blocco del Qatar non ha comunque messo a repentaglio la relazione con Riyadh, che rimane un partner irrinunciabile. Nonostante i rapporti tra Kuwait e Arabia Saudita non si siano modificati, sono diverse le questioni sospese tra i due stati, non ultima la riapertura della zona neutrale condivisa in cui sono presenti due giacimenti petroliferi, uno onshore e l’altro offshore, chiusi tra il 2014 e il 2015, eliminando circa 500.000 barili al giorno dal mercato globale del petrolio.

Kuwait e Oman, con sfumature diverse, temono che le tensioni in corso possano minare la stabilità geopolitica della regione danneggiando gli interessi di tutti i membri GCC. La crisi tra Qatar e Arabia Saudita rappresenta infatti una complicazione per la politica estera neutrale di Kuwait e Oman, che potrebbero subire ripercussioni dalla frattura qatarino-saudita. La ricchezza di questi paesi dipende quasi interamente dalle risorse energetiche, e le conseguenze geopolitiche possono stravolgere i già delicati equilibri dell’area. Nella regione passa infatti circa il 33.5% della produzione mondiale di petrolio e il 18% di quella di gas: i paesi che guardano all’area con un certo interesse sono diversi, in particolare Cina, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Russia e USA, considerati drivers della geo-economia energetica dell’area.

Il Kuwait è quindi il mediatore riconosciuto, mentre Musca pratica da sempre una mediazione più sottile e informale, motivo per cui l’Oman incute sospetto negli Emirati arabi Uniti e nell’Arabia Saudita.

A giocare sempre un ruolo sostanziale alla base di tutte queste tensioni, poi, vi è il conflitto interconfessionale tra Sunniti e Sciiti: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contrapposti all’Iran, hanno in atto uno scontro religioso e militare con un peso importante soprattutto nello Yemen.

La crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha evidenziato tutte le debolezze relative alla vera e propria incapacità di risoluzione delle controversie al proprio interno. Nonostante ripetuti appelli Kuwait e Oman, il GCC, di fatto, non ha avuto la possibilità di avviare negoziati credibili, soprattutto a causa dell’intransigenza da parte degli stati contrapposti. Senza dimenticare, poi, che la diffusione di narrazioni ostili relative agli stati dello schieramento opposto, attraverso strumenti di soft power come fake news e propaganda cyber, favorisce certamente l’incremento di sentimenti di nazionalismo a danno della creazione di un’identità condivisa tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

 

La morte di al-Baghdadi e l’al-Qaedizzazione dell’Isis

L’uccisione di al-Baghdadi da parte delle forze speciali Usa è un evento che impatta sulle future traiettorie del terrorismo internazionale. Proviamo ad analizzare su un piano organizzativo cosa comportano gli ultimi avvenimenti della lotta al terrorismo in Siria e in Iraq, e su un piano politico-militare le premesse che hanno portato all’operazione americana.

La morte di al-Baghdadi e l’al-Qaedizzazione dell’Isis - Geopolitica.info

Chi era al-Baghdadi

Partiamo con un breve profilo del leader del terrorismo internazionale che negli ultimi anni ha terrorizzato l’Occidente: nato a Samarra nel 1971, da una famiglia di estrazione sociale umile, si distingue per una grande predisposizione allo studio teologico, tale che viene convinto a trasferirsi a Baghdad (la città che gli fornirà l’appellativo), per studiare teologia islamica all’Università. Si distingue, in gioventù, anche per un’altra predisposizione, ben più effimera ed eretica se paragonata all’intransigenza legislativa imposta dai suoi colonnelli nei territori dello Stato Islamico: quella per il calcio. Al-Baghdadi, ai tempi ancora come  Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, si dilettava infatti in lunghe partite di pallone, come raccontano i suoi fedeli.

Durante l’invasione americana in Iraq del 2003, il futuro Califfo si unisce alla rivolta jihadista, e viene catturato dagli Stati Uniti nel 2004: trascorrerà diversi mesi a Camp Bucca, carcere gestito dagli Usa nei pressi di Umm Qasr. E’ proprio qui che stringerà i rapporti con i maggiori esponenti del jihadismo iracheno e del qaedismo, ed alla morte dei principali leader della galassia jihadista negli anni a seguire, si ritroverà la strada spianata per prender il potere e gettare le basi per la costituzione del futuro Stato Islamico.
La guerra civile siriana fornisce, ad al-Baghdadi, la possibilità di far evolvere il progetto che al-Zarqawi aveva iniziato con la creazione nel 2004 di Al-Qaeda fi Bilad al-Rafidayn, conosciuta come Al-Qaeda in Iraq ma letteralmente “Al-Qaeda nel paese tra i due fiumi” (premettendo quindi il rifiuto delle entità statuali presenti in Medio Oriente): 10 anni più tardi, il 29 giugno 2014, Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri annuncerà infatti la nascita dello Stato Islamico, autoproclamandosi come Califfo Abu Bakr al-Baghdadi., cancellando nei fatti la frontiera tra la Siria e l’Iraq e fornendo una territorialità all’idea originaria di al-Zarqawi.

Il discorso, pronunciato nella vecchia Moschea di al-Nuri a Mosul, avrà un impatto fortissimo a livello mediatico e propagandistico: viene ripresa dalle televisioni di tutto il mondo, e lancia nell’immaginario jihadista un nuovo modello di riferimento che per gli anni a seguire sfiderà l’egemonia islamista di Al-Qaeda nel mondo.

L’operazione militare e il piano politico

Alle ore 23, ora locale, del 26 ottobre, 8 elicotteri CH-47 Chinhook hanno bombardato per circa 2 ore il bunker di al-Baghdadi nei pressi di Barisha, vicino Idlib. In seguito, un commando della Delta Force è entrato nel compound: il Califfo ha tentato la fuga tramite un tunnel sotterraneo, però senza uscita, e oramai spacciato ha azionato una cintura esplosiva, uccidendo sé stesso, 2 mogli e 3 figli. Nell’operazione hanno perso la vita anche una decina di suoi uomini, mentre non risultano feriti tra il commando americano.

Su un piano politico, sono molte le ipotesi tratteggiate dai vari analisti internazionali che riguardano il retroterra che ha portato all’uccisione del leader dell’Isis. Trump, nel suo discorso in conferenza stampa, ha ringraziato la Russia, la Siria, la Turchia e i curdi: dall’uscita della notizia, diversi attori si sono accreditati a protagonisti della vicenda, rivendicando importanti informazioni fornite agli Stati Uniti sull’esatta posizione di al-Baghdadi.
Difficile valutare la veridicità degli elementi che filtrano sull’operazione: la base di partenza degli elicotteri Usa (ufficialmente partiti da Erbil quando a pochi km da Idlib si trovano diverse basi militari di un paese Nato come la Turchia), l’esatto svolgimento dell’operazione, gli alleati che più di tutti hanno aiutato gli Stati Uniti nell’identificazione del target.

Tre elementi che possiamo citare, e che forniscono degli spunti politici:

  • la provincia di Idlib era uno dei territori maggiormente accreditati per la protezione del Califfo, oramai privo di luoghi “amici” dal crollo dell’ultima enclave Isis a Baghouz. Secondo le ultime informazioni, che filtrano da ambienti curdi e dal Dipartimento di Stato Usa, sono stati proprio i curdi, tramite una rete di informatori, a fornire importanti indizi sulla posizione del Califfo, e che da maggio 2019 le maglie della rete intorno al leader dell’Isis si erano ristrette sempre più;
  • fa altresì pensare, sicuramente, la tempistica del ritiro statunitense e l’inizio dell’operazione turca in Siria: i curdi potrebbero essere stati usati come pedina di scambio dai turchi, che mantengono una notevole influenza sulla regione di Idlib?
  • la capacità militare statunitense in fase di disimpegno: Washington manda un fortissimo segnale agli attori locali e non solo. Il disimpegno non preclude la capacità Usa di proiettare potenza: mantengono la facoltà di lanciare missioni in profondità, con unità leggere, estremamente efficaci e poco dispendiose in termini di cosi e di vite umane.

Il futuro dell’Isis: “al-Qaedizzazione” dell’organizzazione?

Partiamo da due assunti: che l’uccisione di al-Baghdadi sia un elemento marginale per il futuro dell’organizzazione è falso. Che questa abbia definitivamente sconfitto il “brand” Isis, anche.
Ora proviamo a muoverci all’interno di questi due assunti:

  • sicuramente l’uccisione della testa di un’organizzazione è un fattore importante, che comporta ripercussioni per il futuro e la struttura dell’organizzazione stessa. Soprattutto in vista del problema della successione: la scelta di un nuovo leader deve essere presa al più presto, e il nuovo leader entrerà in conflitto gioco forza con le varie rivalità territoriali. Va anche preso in considerazione il senso di disorientamento dei suoi seguaci: sono giunte diverse testimonianze del dolore e dell’incredulità all’interno dei campi di prigionia dei miliziani dell’Isis e dei loro familiari, tra la Siria e l’Iraq, alla notizia della morta di al-Baghdadi.
    Senso di disorientamento e di panico che si accompagna anche tra i luogotenenti del Califfo, che unito alle enormi perdite economiche subite negli ultimi anni dall’Isis, rischia di rendere complicato il problema della successione, e di frazionare in piccoli clan le varie divisioni interne all’organizzazione.
    Nel merito, una delle figure più accreditata per la successione è quella di Abdullah Qardash, ex militare dell’esercito di Saddam, si affilia ad al-Qaeda dopo l’invasione americana dell’Iraq e anche lui viene recluso nella prigione di Camp Bucca, dove conosce al-Baghdadi;
  • l’Isis non morirà, ma sicuramente si assisterà ad una mutazione: la perdita di territorialità, unita alla scomparsa dello storico leader, causerà un inevitabile calo dell’appeal mediatico nella galassia jihadista internazionale.
    La grande differenza con al-Qaeda era rappresentata proprio dalla capacità dello Stato Islamico di aver definito un territorio, dei confini e delle istituzioni, fornendo concretezza al progetto di costituzione di una casa dell’Islam dove rivivere i fasti del periodo dei primi 4 Califfi, i “califfi rāshidūn”, i “retti”.
    Un progetto, quello di al-Baghdadi, che aveva senza dubbio fornito speranza e illusione per i jihadisti, non solo della regione, tanto da aver assistito a numeri di migrazioni di combattenti da tutto il mondo che hanno ricordato la prima grande chiamata internazionale al jihad, quella in Afghanistan contro l’Unione Sovietica.
    Si potrebbe quindi assistere a una sorta di “al-Qaedizzazione” dell’organizzazione Isis: una struttura maggiormente fluida, svincolata dal concetto di territorialità proprio dell’esperienza del precedente “Califfato”, formata da divisioni autonome e composte da un numero basso di adepti.
    L’ex Stato Islamico può inoltre mutare anche dal punto di vista delle alleanze: la fine delle dispute territoriali, in Siria e in Iraq, potrebbe significare la fine della rivalità con la stessa al-Qaeda e le altre varie sigle presenti nella galassia jihadista. Uno scenario possibile sia su scala regionale, date le evidenti difficoltà che il fronte salafita sta affrontando in Medio Oriente, sia su scala globale.

 

La minaccia per l’Europa

La perdita della testa del serpente non significa di conseguenza una maggiore tranquillità per la sicurezza del continente europeo: può significare uno stop, momentaneo, agli attentati di larga portata, sul modello del Bataclan, in favore di attacchi a bassa intensità, con armi bianche o con veicoli.
Un ulteriore pericolo per l’Unione Europea è sicuramente quello dei foreign fighters con cittadinanza europea: disillusi dopo aver assistito alla sconfitta dello Stato per il quale hanno combattuto, cambiando vita e rispondendo alla chiamata internazionale della jihad, rappresentano un rischio non solo dal punto di vista securitario, ma anche giuridico, data la difficoltà che i diversi ordinamenti degli Stati membri hanno nel contrastare con efficacia tale fenomeno.
L’ampio numero dei foreign fighters, al momento privi di una catena di comando in grado di organizzare attacchi, unito a quello dei radicalizzati già presenti in territorio europeo, aumenta il rischio di azioni dei cosiddetti “lupi solitari”, cioè individui posti all’estremo dell’organizzazione jihadista che decidono autonomamente di attaccare obiettivi civili, magari per vendicare la morte del loro ex leader.
Su questo, è importante sottolineare la simbologia della morte di al-Baghdadi, che si è fatto saltare in aria con una cintura esplosiva durante il blitz americano: fatto, questo, che lo rende a tutti gli effetti un “martire” per i sostenitori dell’Isis.
L’attacco suicida (amaliyyat intihariyya), come ultimo tentativo in un combattimento, come teorizzato da Abdallah Azzam, fondatore palestinese di al-Qaida, è stato celebrato tra i canali web dai sostenitori dell’Isis che hanno immediatamente fornito l’appellativo di “martire” (shahid) al defunto Califfo. Considerata la grande propensione all’emulazione di una modalità operativa a cui si è assistito negli ultimi anni all’interno della galassia jihadista internazionale, la portata simbolica della morte di al-Baghdadi non può essere sicuramente sottovalutata.
Come non deve essere sottovalutato l’annuncio del successore del Califfo: l’identikit del nuovo leader dell’Isis sarà utile per tracciare un profilo, ideologico e operativo, e per provare a delineare il nuovo aspetto che assumerà l’organizzazione.

Unione Europea e lotta al terrorismo: le nuove linee guida

Il terrorismo è stato un fenomeno molto diffuso in Europa a partire dagli anni ‘90, con attacchi violenti che hanno dilaniato vari paesi del Vecchio Continente, tra cui principalmente la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, il Belgio e la Spagna, mietendo centinaia di vittime. Le minacce alla sicurezza dei popoli europei sono ancora presenti, e l’Unione Europea si sta muovendo da tempo per cercare di adottare misure in grado di arginare un fenomeno che sembra non conoscere fine. 

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La relazione della commissione speciale sul terrorismo

La lotta al terrorismo è una delle principali priorità dell’Unione e una questione in cima alle preoccupazioni dei cittadini europei. Al fine di migliorare la risposta dell’U
E al terrorismo, il Parlamento europeo ha istituito una commissione speciale sul terrorismo (TERR) il 6 luglio 2017, per affrontare le questioni pratiche e legislative connesse a questa lotta.Il 13 novembre 2018 la commissione TERR ha concluso i lavori adottando una relazione contenente le sue raccomandazioniAnche se la sicurezza nazionale è di esclusiva responsabilità degli Stati membri, si ricorda la necessità di un’assistenza reciprocaLa relazione raccomanda di andare oltre le attuali iniziative europee contro la radicalizzazione e di creare un centro di eccellenza dell’UE per prevenire la radicalizzazione e migliorare la cooperazione. Essa sottolinea i limiti dell’attuale quadro giuridico in materia di contenuti radicali online e invita la Commissione europea a presentare una proposta legislativa per obbligare i fornitori di servizi online a rimuovere i contenuti terroristici nel tempo di un’ora.La lotta contro il terrorismo concerne anche i flussi finanziari, compreso il finanziamento della radicalizzazione. La relazione chiede così l’istituzione di un sistema dell’UE di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTS) in grado di seguire le operazioni di sospetti terroristi nell’eurozona, oltre al già esistente programma UE-USA di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP).Il documento sottolinea l’uso di esplosivi negli attacchi terroristici nell’UE, accogliendo con favore la proposta di regolamento sui precursori di esplosivi, e chiedendo l’eliminazione delle lacune nella legislazione europea e nazionale in materia di armi da fuoco.

La relazione del Consiglio dell’Unione Europea

Nello scorso mese di maggio, il Consiglio ha presentato un
 progetto di conclusioni sulla prevenzione e la lotta alla radicalizzazione nelle carceri e sulla gestione degli autori di reati di terrorismo ed estremismo violento dopo la scarcerazione. Confermando quanto precedentemente sostenuto dalla commissione TERR, il Consiglio sottolinea quanto la lotta contro il terrorismo rappresenti una priorità assoluta dell’UE. Il Consiglio evidenziacome uno dei rischi principali per i cittadini europei derivi da individui che si sono radicalizzati nel corso della loro permanenza in carcereIl Consiglio invita gli Stati membri asviluppare interventi specializzati per affrontare gli autori di reati di terrorismo ed estremismo violento e gli autori di reati ritenuti a rischio di radicalizzazione nel corso della loro permanenza in carcere, incluse possibilità di scambi di informazioni che coinvolgano varie agenzie, con particolare riguardo alla riabilitazione, al reinserimento e alla gestione del rischio dopo la scarcerazione. Il Consiglio invita poi i paesi membri a valutare l’adesione alla rete europea delle accademie di formazione penitenziaria (EPTA)Il Consiglio sollecita inoltre la Commissione Europea a sostenere le attività degli Stati membri (anche attraverso gli strumenti finanziari disponibili, come il Fondo Sicurezza interna – Polizia e il programma Giustizia) tese a sviluppare programmi di formazione per i professionisti e gli operatori rilevantiprogrammi di disimpegno e riabilitazione per gli autori di reati di terrorismo ed estremismo violento durante la detenzione e la riabilitazione, nonché strumenti di reinserimento sociale per il periodo successivo alla scarcerazione. La Commissione è poi invitata ad agevolare lo scambio di informazioni e la condivisione di buone pratiche apprese attraverso le varie iniziative attuate in questo settore, coinvolgendo le reti degli Stati membri e degli operatori nei vari ambiti di attività pertinenti, come EuroPris, la Confederazione europea della probation (CEP) e la RAN. Infine, la Commissione è sollecitata a continuare a supportare l’operato dei paesi terzi e dei partner, in particolare le regioni limitrofe, come i Balcani occidentali, la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e il Sahel, per prevenire la radicalizzazione nelle carceri e istituire programmi di riabilitazione e reinserimento dopo la scarcerazione.


Conclusioni

Nonostante il terrorismo vada oram
ai considerato come un grande problema comune alla totalità dei popoli europei, a livello dell’UE esistono ancora forti lacune in merito alla prevenzione di questo fenomeno. Le conclusioni della commissione TERR e del Consiglio dell’Unione Europea rappresentano certamente dei passi in avanti, ma l’imperativo di qui ai prossimi anni dovrà rivolgersi a una cooperazione e a uno scambio di informazioni sempre più massiccio tra gli Stati membri dell’UE, e tra di essi e i paesi terzi. Risolvere la piaga del terrorismo a livello nazionale pare impresa ardua, dunque, soltanto attraverso una forte azione concertata sarà possibile debellare una delle maggiori criticità del nostro continente degli ultimi decenni.  

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab

Quando sentiamo parlare di terrorismo islamico, il primo nome che ci viene in mente è quello dell’ISIS, attivo soprattutto in Siria ed Iraq, o quello di Al Qaeda, noto per gli attentanti dell’11 settembre 2001. Secondo l’analisi del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses Terrorism, l’84% degli attentati terroristici di matrice islamista sono avvenuti tra Medio-Oriente,Asia ed Africa e queste zone rappresentano anche il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo.

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab - Geopolitica.info

L’Africa da sola conta circa il 25% degli attacchi terroristici avvenuti nel mondo ed è dunque, dopo l’Asia, il continente più colpito dal terrorismo. Stando quindi ai dati sopra riportati non si può parlare di terrorismo islamico senza analizzare i suoi effetti sul continente africano. In Africa sono presenti innumerevoli gruppi terroristici islamici affiliati ad ISIS o ad Al Qaeda e altri movimenti di matrice islamica. Tra i più importanti troviamo Al-Shabaab, cellula di Al Qaeda operante tra Somalia, Kenya e Uganda, e Boko Haram operante tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad ed affiliato all’ISIS.

Negli ultimi anni Al-Shabaab ha superato Boko Haram in termini di attacchi e vittime, diventando il gruppo terroristico più pericoloso dell’Africa totalizzando nel 2018, 1593 attacchi rispetto ai 500 portati a termine da Boko Haram, senza contare che i 4557 decessi (contro i 3329 di Boko Haram) relativi agli attentati compiuti da Al-Shabaab corrispondono a quasi il 44% del totale delle vittime causate nel 2018 dal terrorismo di matrice islamica in Africa.

Al-Shabaab: origine ed evoluzione

Al-Shabaab (in arabo “gioventù”) nasce nel 2006 come movimento giovanile estremista, all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, una rete di gruppi islamici che nel 2006 si schiera contro il Governo federale di transizione somalo. Dopo la sconfitta e la dissoluzione dell’Unione, avvenute nel dicembre 2006, Al-Shabaab riesce ad emanciparsi e ad emergere come gruppo autonomo schierandosi anch’esso contro il Governo federale di transizione, anche grazie all’arrivo di ex-veterani della precedente guerra civile somala, oltre che agli ex-militanti dell’Unione delle Corti Islamiche. Nel corso del tempo, la cellula terroristica ha esteso la sua influenza su diversi territori, imponendo alle popolazioni locali una versione ristretta della sharia–la legge coranica. Per quanto concerne l’aspetto ideologico, Al-Shabaab si è sempre contraddistinto per la sua duplice anima: una più radicale, influenzata dalla dottrina wahabita tipica dei Paesi del Golfo e un’altra più ‘autoctona’ e nazionalista, che mira alla costituzione di un Emirato nel Corno d’Africa.

A partire dal 2011 Al-Shabaab si è reso responsabile di vari attentati nel nord del Kenya. Il rischio di altre azioni armate da parte del gruppo terroristico somalo ha spinto il Kenya ad appoggiare la Somalia e l’operazione Linda Nchi (traduzione somala di “proteggere il paese”) per cercare di contenere il movimento. L’operazione ha ridotto considerevolmente il numero dei guerriglieri di Al-Shabaab, che sono passati da più di 15 mila a circa 6 mila.

L’affiliazione con Al-Qaeda, ufficializzata nel 2012, porta al gruppo somalo nuova forza e potere dopo un breve periodo di crisi causato dalla perdita del controllo di una parte del territorio ed alle numerose defezioni dei miliziani. Il connubio con il gruppo capeggiato da Al-Zawahiri ha modificato profondamente l’aspetto del movimento, con un arrivo importante di combattenti, in particolare da Afganistan e Arabia Saudita, e proprio questi ultimi hanno introdotto nella strategia degli attacchi la tecnica degli attentati suicidi, precedentemente rifiutata da Al-Shabaab.

Il teatro operativo

La Somalia rappresenta il principale teatro operativo del gruppo terroristico. Negli ultimi anni i jihadisti hanno perpetrato un grande numero di attacchi contro una serie di obiettivi specifici a Mogadiscio, tra cui alberghi che ospitano stranieri, posti di blocco militari ed aree adiacenti ai palazzi governativi. L’azione terroristica più rilevante e cruenta è quella condotta, tramite un autobomba, davanti ad un hotel vicino al Ministero degli esteri a Mogadiscio (14 ottobre 2017). L’attentato ha provocato la morte di oltre 320 persone, considerato il più grave atto terroristico nella storia della Somalia e definito “l’11 settembre somalo”.

Dopo l’affiliazione con Al-Qaeda, Al-Shabaab ha esteso il proprio raggio d’azione, iniziando ad attaccare anche il Kenya. Nel settembre del 2013, i fondamentalisti somali hanno rivendicato l’attacco armato al centro commerciale Westgate di Nairobi, che ha provocato la morte di oltre 60 persone. Un anno e mezzo dopo, nell’aprile del 2015, un commando di terroristi di Al-Shabaab ha fatto irruzione all’interno della North Eastern Garissa University uccidendo 150 persone. L’ostilità degli estremisti somali verso il Kenya è da ricercare nel contributo che quest’ultimo fornisce, in termini di truppe, alla missione dell’Unione Africana Amisom. Al-Shabaab ha rivendicato attentati anche in Uganda, Etiopia e Gibuti.

Il Dipartimento di Stato americano nell’ultimo Country Rreport on Terrorism evidenzia come la milizia islamista mantenga un certo controllo in alcune zone rurali della Somalia, nonché una presenza destabilizzante in alcune aree urbane, dove è ancora in grado di operare in relativa sicurezza. Negli ultimi annil’ISIS è diventato competitor locale di Al-Shabaab contentendone l’egemonia per il corno d’Africa. Nel 2015 Abdul Qadir Mumin, uno dei leader del gruppo somalo, ha giurato fedeltà al Califfato di Al-Baghdadi, provocando una scissione interna al movimento. Dopo l’affiliazione a Daesh, Mumim si è rifugiato nella zona del Galgala dove sono state allestite le prime basi operative della branca somala dell’ISIS.

La nuova cellula jihadista, nonostante le dimensioni ridotte, è riuscita ad incorporare al suo interno alcuni clan locali. In più, fanno parte del network terroristico di Mumimanche ex miliziani di Al-Shabaab e combattenti dell’ISIS provenienti dalla Siria, Iraq e Libia. I rapporti tra i due gruppi fondamentalisti sono chiaramente conflittuali, la leadership di Al-Shabaab ha annunciato una ferrea presa di posizione contro Mumim e i suoi seguaci, minacciando di morte chi sceglie di unirsi all’organizzazione rivale. A sua volta, il Califfato ha promesso ritorsioni e rappresaglie in risposta alle intimidazioni degli avversari.

L’amministrazione Trump

Un altro fronte di scontro importante del gruppo terroristico somalo è quello contro gli Stati Uniti. Da quanto Donald Trump è diventato presidente gli attacchi aerei degli Stati Uniti sono aumentati sensibilmente. Secondo i dati del Dipartimento di Difesa americano gli attacchi aerei compiuti dagli Stati Uniti in Somalia lo scorso anno sono stati 47 e hanno ucciso 326 persone. L’intensità dei bombardamenti nei primi mesi del 2019 suggerisce un aumento ulteriore degli attacchi nell’anno incorso rispetto al precedente. Inoltre è aumentato anche il numero delle persone uccise, che il governo americano continua a classificare solamente come miliziani di Al-Shabaab, non riconoscendol’esistenza di morti civili.

Non c’è stato, quindi, alcun cambio di strategia deciso dall’amministrazione Trump: la missione americana continua a fornire sicurezza al governo somalo, aiutandolo a sviluppare un esercito e un’intelligence stabili per fronteggiare la minaccia terroristica. Oggi in Somalia ci sono circa 500 soldati statunitensi, per lo più forze speciali con funzioni di addestramento dell’esercito e delle truppe anti terrorismo locali.

Come dimostra una recente analisi dell’Africa Center for Strategic Studies gli attacchi operati daparte di Al-Shabaab sono in calo rispetto all’anno precedente ma sono controbilanciati dall’aumento dell’insorgenza nel Sahel. Nonostante ciò, Al-Shabaab continua ad essere il gruppo più attivo in Africa, le vittime del movimento somalo corrispondono al 42% del totale relativo all’insorgenza ditutti i gruppi militanti islamici attivi in Africa.

L’Heritage Institute for Policiy Studies di Mogadiscio ha pubblicato un report sulla situazione politico-militare in Somalia dal quale si evince che nonostante abbia circa 22 mila effettivi, l’AMISOM da sola non ha più la forza per sconfiggere i ribelli islamici. Detto ciò e considerati gli studi più recenti almeno nel medio termine Al-Shabaab continuerà a costituire una seria minaccia per la Somalia, per l’AMISOM e per la sicurezza di altri paesi quali Kenya e Uganda.

In conclusione, il terrorismo islamico in Africa è un terrorismo violento ed in espansione, che seppur in alcune zone conti meno vittime, può rappresentare un problema anche per l’Europa. In Libia, ad esempio, il jihadismo è un problema ancora non risolto, Al-Qaeda sta estendendo le sue ramificazioni nel Magreb e il Sahel sta diventando sempre di più il centro propulsore del terrorismo di matrice jihadista e di certo le rotte dei migranti aiutano il trasferimento di jihadisti e potenziali jihadisti nelcuore del nostro continente.

La tomba di Dio – geopolitica della persecuzione cristiana nel vicino oriente

Giulio Meotti, La tomba di Dio. La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente, Siena, Cantagalli, 2019 – pp. 323, €20

La tomba di Dio – geopolitica della persecuzione cristiana nel vicino oriente - Geopolitica.info Fonte: agensir.it

 

Qual è la reale entità della persecuzione dei cristiani nel mondo e nello specifico in quello vicino orientale? Quale la mappa dei luoghi maggiormente colpiti? Quali le minoranze cristiane che subiscono giornalmente attacchi omicidi tanto da arrivare a parlare di un genocidio in atto? Per quale ragione vengono perseguitati? Davvero la religione è la motivazione principale di tale persecuzione? Qual è la mappa della morte dei Cristiani d’Oriente e, ancor di più, perché viene così pervicacemente ignorata da molti dei media italiani e internazionali?

I numeri del fenomeno sono impressionanti. Si tratta di quella che lo stesso autore, Giulio Meotti, definisce a più riprese una come  pulizia etnico-religiosa. Il suo libro “La tomba di Dio”, da poco uscito per Cantagalli (Siena, 2019), tenta di rispondere coraggiosamente alle domande poste sopra: è un resoconto drammatico della condizione delle popolazioni cristiane nel Vicino oriente negli ultimi anni. Si potrebbe dire di più: è un tragico resoconto, trattandosi di una situazione “irrimediabile”, come l’ha definita la storica Françoise Briquel-Chatonnet, un genocidio che da anni si sta consumando in un certo oblio mediatico.

Meotti – giornalista del Foglio impegnato quotidianamente nella denuncia della persecuzione contro i cristiani – riporta numeri e dati fattuali, dando viva voce alle difficoltà di cristiani e prelati attraverso interviste  e racconti, indagando il problema a fondo e cogliendone le numerose sfaccettature, non trascurando le questioni geopolitiche che ne hanno determinato l’imponente entità. Si tratta di un fenomeno che nel libro viene affrontato nel limitato territorio vicino e medio orientale, ma che ha anche a che fare con altre parti del mondo, come i recenti fatti in Sri Lanka e Burkina Faso ben ci testimoniano. Bernard Henry Levy, proprio a proposito della strage di Pasqua a Colombo, ha parlato di un “un odio planetario” e di “un’onda di morte contro i cristiani” che ormai non ha più confini.

I numeri, in effetti, sono assai più eloquenti dei commenti di illustri studiosi: se solo fino a mezzo secolo fa si contava nel mondo orientale il 15-20% della popolazione cristiana, ora si è scesi al  3-4%. Soltanto in Egitto più di 200.000 cristiani hanno lasciato il paese natale dal 2011; in Algeria si è passati da un milione di cattolici del 1962 ai 30mila di oggi: una quasi totale estinzione che ha fatto seguito alle politiche contro i cristiani. Per essi esisteva solo una possibilità tra la “valigia” e la “bara”, come si ricorda nel libro. È lo stesso processo che avviene oggi in Siria e in Iraq, i contesti maggiormente indagati dall’autore, dove si è assistito negli ultimi anni alla decimazione rispettivamente del 50% e dell’80% dei cristiani, dovuta a fuga o uccisione.

La proclamazione dello Stato Islamico nel luglio del 2014 è stato il momento cruciale di questa ondata anticristiana: si pensi che nella sola Siria, da quando il Califfato è stato proclamato, sono state distrutte o saccheggiate 400 chiese. I cristiani avevano solo tre opzioni sotto il potere della bandiera nera dell’IS: pagare le tasse religiose, convertirsi o morire. Nel 2011 vi erano 1,4 milioni cristiani siriani, oggi ve ne sono 450.000.

L’entità è impressionante e i racconti gettano uno sguardo tragico su tale realtà, che non può lasciare indifferenti. Secondo l’autore, tra l’Oriente e l’Africa 200 milioni di cristiani “sono, nel lungo termine, minacciati di morte. Cristiani messi sulla croce, bruciati vivi, decapitati, murati vivi, convertiti a forza, stuprati…”.

Le testimonianze riportate da Meotti sono innumerevoli e spaventose, come quelle dei sacerdoti che raccontano dei jihadisti che invadono i villaggi, li saccheggiano, li bruciano e devastano fino alla loro estinzione o come le decapitazioni di intere famiglie cristiane. O ancora delle scuole colpite uccidendo i bambini siriani o del cadavere di un cristiano del cimitero della Chiesa di San Giorgio a Karamlesh, a est di Mosul, dissotterrato appositamente per essere decapitato.

Alcuni potrebbero obiettare che le vittime degli attacchi jihadisti non sono solo cristiani: questa lettura non considera però che gli atti di terrorismo si inseriscono anche in contesti bellici – come quello iracheno e afgano degli ultimi quindici anni – in cui si è utilizzato il metodo terroristico per attaccare le forze occidentali, colpendo dunque anche parte della popolazione civile. Altri ancora potrebbero annoverare altri interessi sottesi al terrorismo, asserendo che le questioni più rilevanti siano di natura energetica per l’appropriazione delle risorse naturali o di ingerenze straniere che rendono le diatribe religiose un utile pretesto alla conduzione di guerre. Ma la geopolitica è lo studio delle relazioni spaziali di potere, coinvolge dunque una pluralità di fattori che tengono insieme un quadro complesso e sfaccettato in cui il motore determinante – sebbene non certo l’unico, è evidente – è talvolta quella religioso.

La secolarizzata società occidentale forse ha derubricato troppo frettolosamente gli aspetti religiosi come secondari rispetto ai meri interessi economici, non avendo la capacità di assumere altre chiavi di lettura oltre alla propria. Questa difficoltà di interpretazione fenomenologica complessiva ne ha reso impacciato anche l’approccio risolutivo. Le diversità religiose, nelle complesse dinamiche geopolitiche, dimostrano spesso il contrario.

Lo abbiamo ricordato a proposito dell’ultimo libro di Mosebach sui 21 cristiani copti uccisi dall’Isis, che rivendicava con un video spettacolare quell’uccisione avvenuta contro i membri della “nazione della Croce”, in quanto tali. Basterebbe poi ascoltare attentamente il video-messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi, tradotto in italiano per Geopolitica.info, in cui il Califfo fa esplicito riferimento alla lotta contro i cristiani e contro i crociati fin dall’incipit: “la guerra per l’Islam e per la sua gente contro la Croce e il suo popolo sarà lunga. Sebbene la battaglia di Baghouz sia terminata, essa ha dimostrato la ferocia e la brutalità della nazione della Croce contro la Umma musulmana. Al contempo, ha dimostrato il coraggio, la tenacia e la fermezza della Umma musulmana. Tale fermezza ha scosso i cuori dei crociati e ha amplificato la loro lotta e il rancore contro la salda Umma musulmana”. Un richiamo all’unità musulmana sotto il concetto di Umma, oltre a un chiaro incitamento alla guerra anticristiana, che ricorre nel suo video e nelle ultime azioni terroristiche rivendicate dallo Stato Islamico.

Parole e tragici fatti che dimostrano, se ancora ve ne fosse la necessità, che nel mondo si combatte e si uccide anche in nome della religione e contro i cristiani. Il richiamo nel libro è implicitamente costante: non una voce sommessa, ma un grido d’allarme disperato verso un Occidente più impegnato nella tutela delle “rane” e dei “panda”, come sardonicamente e tragicamente ricordano le vittime della persecuzione.

Il libro – che sarebbe stato forse maggiormente completo con mappe e grafici – rappresenta il grido di chi, studiando e riportando giornalmente quanto avviene nel mondo, si accorge che si sta consumando un genocidio contro le comunità cristiane, paragonabili a quelli che oggi l’Occidente ricorda. E tenta con ciò di scuotere le coscienze dei lettori e dei politici occidentali, per cambiare un destino che sembra ormai tracciato: la scomparsa di quelle comunità e, con loro, dell’enorme portato culturale che ha plasmato quei contesti nel corso dei secoli.

 

Analisi della militanza in Asia Meridionale alla luce dei fatti di Pulwama: Il Jaish-e-Mohammed e la figura di Masood Azhar

L’escalation di tensione tra India e il Pakistan a seguito dell’attacco suicida avvenuto lo scorso 14 febbraio a Pulwama, a sud di Srinagar, capitale del Kashmir indiano (Jammu & Kashmir), verso un convoglio dell’esercito indiano che ha causato circa 50 vittime tra i militari, ha spinto l’India a pretendere dal Pakistan un giro di vite sui gruppi militanti ivi basati e impegnati in attività terroristiche transfrontaliere.

Analisi della militanza in Asia Meridionale alla luce dei fatti di Pulwama:  Il Jaish-e-Mohammed e la figura di Masood Azhar - Geopolitica.info

La successiva pressione diplomatica e militare esercitata da New Delhi su Islamabad ha sortito, in un tentativo di appeasement da parte di quest’ultima, l’arresto di 44 membri del Jaish-e-Mohammed (JeM, letteralmente “l’esercito di Maometto”). Questo è infatti il nome del gruppo terroristico esecutore dell’attacco a Pulwama. La leadership del gruppo, raccolta attorno alla figura del leader Masood Azhar, ha dichiarato come risposta di non essere minimamente intimorita dalle pressioni indiane. Alla base di questa dichiarazione vi è infatti la prolungata passività verso le attività del JeM sia dal Pakistan che dalla comunità internazionale. Negli ultimi 10 anni, l’India ha tentato per ben quattro volte di convincere l’Onu a dichiarare Azhar un terrorista, uno sforzo venuto costantemente meno grazie al veto dalla Cina su richiesta del Pakistan.

Chi è Masood Azhar

Quella di Azhar è una figura profondamente collegata ad alcuni segmenti dell’intelligence delle forze armate pakistane (ISI, Inter-Services Intelligence), con le quali condivide non solo obiettivi tattici, ma un sistema di valori comune alla base dei quali vi è la necessità di dotare il mondo islamico di un centro forte che agisca a protezione dei musulmani.Figlio di un insegnante di scuola elementare, Masood Azhar fu ispirato e istruito al jihad dal fratello maggiore Ibrahim negli anni della guerra russo-afghana. Fu lui a condurre nel 1988 Masood in Afghanistan.  A differenza del fratello maggiore però, Masood non prese mai parte attiva ai combattimenti. Riuscì tuttavia a fornire il suo contributo al jihad grazie alla sua personalità carismatica e fortemente ideologizzata. Gli anni dell’esperienza afghana si rivelarono molto proficui per la sua formazione in qualità di vera e propria macchina da propaganda. Ancor prima del suo viaggio in India, dove venne poi arrestato nel 1994, Azhar visitò diversi paesi, tra i quali il Regno Unito, impegnandosi in attività di proselitismo verso il jihad.

Nel 1994, mentre si trovava a Srinagar sotto falsa identità, venne riconosciuto e arrestato dalla polizia indiana, e ivi detenuto per cinque anni. Durante gli anni della detenzione iniziò la stesura di molteplici testi sul jihad, funzionari alla sua attività propagandistica. Attualmente ha all’attivo oltre due dozzine di testi, tra i quali il più importante è certamente Fatah-ul-Jawad, nel quale il jihad viene presentato in chiave coranica in contrapposizione alla modernità di stampo Occidentale. In questo Azhar asserisce che gli individui non abbiano bisogno dell’approvazione di un capo di stato per impegnarsi nel jihad. Questo è un interessante parallelismo con quanto dichiarato da altre personalità ispiratrici del jihad, ad esempio Abdullah Azzam, mentore di Bin Laden.

Al suo ritorno dall’India nel dicembre 1999, Azhar venne ricevuto come un eroe sia da parte di gruppi jihadisti che dell’ISI. Pochi mesi dopo, nel marzo 2000, annunciò la fondazione del JeM.


Il finanziamento del JeM

La maggiore fonte di finanziamento provenne inizialmente non solo da al-Qaeda, ma anche dalla figura stessa di Osama bin Laden. I finanziamenti passarono attraverso diversi trust legati ad al-Qaeda registrati come società caritatevoli, i principali dei quali furono Al-Akhter e Al-Rashid, che operavano su base transnazionale. Nello specifico questi trust erano coinvolti nel fornire assistenza medica, logistica e finanziaria alle organizzazioni militanti islamiche che combattevano in Afghanistan, Pakistan, Cecenia e nel Kashmir indiano. Questo legame con al-Qaeda aiutò il neonato JeM ad acquistare strutture quali madrase e campi d’addestramento da un’altra organizzazione jihadista affine al JeM, la Harkat-ul-Mujahideen (HuM, letteralmente “movimento dei mujaheddin”), alla quale appartenevano i fratelli di Masood. I legami tra al-Qaeda e JeM si rivelarono essere molto profondi, anche per lo stretto rapporto personale che Masood Azhar e diversi esponenti di al-Qaeda, ad esempio Ahmad Omar Sa‘id Shaykh e Rashid Rauf.

I rapporti tra JeM e Islamabad

Masood Azhar progettò il JeM nel 2000 per perseguire esclusivamente l’obiettivo del jihad finché il mondo intero non si convertirà all’Islam. In questo punto il JeM si differenziò notevolmente da altri gruppi jihadisti sunniti, ad esempio l’HuM, coinvolti anche nella violenza settaria contro gli sciiti e gli ahmadiyya. Azhar e il suo gruppo non furono mai coinvolti nel takfir (accusa di apostasia da parte di un musulmano verso un altro musulmano, pena per la quale è prevista la morte).

Un’altra differenza tra il JeM e altri gruppi jihadisti sunniti è l’indottrinamento ideologico. Il JeM promuove attivamente lo sviluppo tra i suoi membri di una più profonda comprensione del jihad, motivo per cui la formazione iniziale dei combattenti si concentra sull’aspetto ideologico prima ancora di quello militare. Oltre a ciò Azhar non si è mai posto in confronto diretto con lo stato pakistano. Semmai, come si è visto, vi è stata una collaborazione tra le parti, soprattutto tra l’esercito e Azhar.

Infatti a partire dal suo impegno nella guerra russo-afghana, e continuando anche dopo il ritiro delle truppe sovietiche, l’esercito pakistano si è servito sempre più di vari gruppi militanti per il raggiungimento dei suoi obiettivi fino a sviluppare una vera e propria dipendenza. Il collegamento tra gli alti comandi dell’ISI e i militanti assunse perfino una dimensione grottesca quando, dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, alcune figure dell’ISI erano divise tra aiutare gli Stati Uniti e salvare i talebani. Non sorprende perciò che Osama bin Laden si sia rifugiato nella città pakistana di Abbottabad.

Il centro del potere del JeM si trova nella città di Bahawalpur, nel Punjab pakistano.L’influenza del JeM su questa città si è così incontestata che per le forze dell’ordine risulta di fatto impossibile intraprendere azioni contro il gruppo militante che agisce in totale impunità.

Prima del 2019, l’unica volta che la polizia pakistana agì contro il JeM fu nel 2001, quando arrestò 29 militanti accusati del dirottamento di un autobus e violenza privata. Diversi membri del JeM risposero assediando la locale stazione di polizia e ottenendo il rilascio degli arrestati.

Nell’ultimo ventennio, grazie alla protezione da parte degli alti gradi dell’ISI, alla relativa debolezza interna dei governi democratici, fu impossibile per questi ultimi contenere l’attività del JeM. La figura di Masood Azhar e i potenti legami di cui dispone rendono virtualmente impossibile intraprendere contro di lui un’azione decisiva. Inoltre, con il ritrovato interesse statunitense per il vecchio alleato pakistano contestuale al graduale disimpegno di Washington dal teatro afghano e alla crescente presenza cinese nella regione, potrebbe ricrearsi un clima di serenità nel quale agire indisturbati per i diversi gruppi jihadisti. In questa delicata fase gli Stati Uniti hanno troppo bisogno del Pakistan per costringere quest’ultimo a misure drastiche nei confronti dei jihadisti.