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Il nuovo corso di Taiwan

Poco meno di due mesi fa ci si chiedeva quali novità avrebbe portato il nuovo corso politico di Taiwan, dopo che, a inizio 2016, i taiwanesi, con le elezioni presidenziali, avevano optato per una decisa svolta politica. Una svolta, quantomeno potenziale, se vista soprattutto in relazione al tema caldo par excellence della politica taiwanese: le relazioni con l’altra sponda dello stretto, ovvero la Repubblica Popolare Cinese.

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Ci si è chiesti, quindi, quali cambiamenti o nuove linee guida sarebbero nati a Taipei dopo che, per la prima volta, il partito progressista e indipendentista (Dpp) alla guida aveva conquistato sia la presidenza della Repubblica che lo Yuan legislativo, il parlamento di Taipei. È evidente che le risposte al dubbio iniziale avranno bisogno di tempo per essere completate e approfondite, ma dopo circa due mesi di mandato si possono cominciare a intravedere i contorni della politica estera della nuova Amministrazione taiwanese.


Per quanto riguarda i rapporti con la Cina comunista,
Tsai Ing-Wen, la nuova Presidente di Taiwan, non ha esitato a creare una cesura con la precedente amministrazione (quella guidata dal Kuomintang di Ma Ying-jeou) nelle relazioni tra Taipei e Pechino. Molto attiva in politica internazionale, del resto come il suo predecessore, la Presidente Tsai Ing-Wen, si è subito mostrata decisa sul fronte caldo delle relazioni con Pechino, apparendo più netta e meno accondiscendente nei confronti dell’altra Cina rispetto al suo predecessore. L’ultima vicenda che ha raffreddato i rapporti tra le due sponde dello stretto di Formosa è stata la polemica della Repubblica Popolare contro Taiwan a seguito del non riconoscimento esplicito della presidente Tsai del cosiddetto 1992 Consensus”, cioè l’accordo sul quale si è sviluppata negli ultimi anni la tregua diplomatica tra Taipei e Pechino. In base a quell’accordo le due parti avevano riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina”, lasciando tuttavia le porte aperte a diverse interpretazioni. Con questa formula, infatti, da una parte la Cina popolare non aveva lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non aveva legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino. Oggi, invece, potremmo trovarci di fronte alle avvisaglie di una svolta.


La scelta di Tsai
di non menzionare il Consensus nel suo discorso di insediamento non è da considerarsi una scelta puramente retorica. Pur riconoscendo pubblicamente l’importanza dei negoziati e del dialogo avviatosi tra le due sponde dello stretto nel 1992, Tsai ha marcato la sua distanza rispetto a politiche troppo aperturiste verso Pechino, evitando di negare esplicitamente l’accordo del ‘92, ma evitando anche di supportarlo esplicitamente. La Cina Popolare, dal canto suo, non solo non ha particolarmente gradito questa dimenticanza, ma non ha esitato a calcare la mano sul punto, aprendo di fatto una situazione di tensione tra le due Cine. Nonostante gli appelli al pragmatismo e alla ragionevolezza da parte di Taiwan, la Cina Popolare, il 20 maggio scorso, pare abbia interrotto le comunicazioni con Taipei, svoltesi principalmente attraverso le fondazioni China’s Association for Relations Across the Taiwan Straits e la Taiwan’s Straits Exchange Foundation. Anche la “hotline” tra le due capitali, instituita nel dicembre 2015 dall’ex presidente Ma, sarebbe stata sospesa.


È difficile prevedere quali saranno gli sviluppi. Da una parte Twai Ing-Wen sta investendo in una nuova politica estera molto dinamica, ma soprattutto poco tenera se si guarda a Pechino. E da Pechino pare non vi sia alcuna intenzione di perseguire una strategia più flessibile. D’altronde, la Repubblica Popolare, negli ultimi mesi, ha mostrato un
atteggiamento aggressivo e spregiudicato non solo nei confronti dei taiwanesi, ma nei confronti della comunità internazionale nel suo complesso, Un ulteriore elemento di complessità in una situazione, quella dello stretto di Taiwan, di stallo, i cui sviluppi rimangono ancora avvolti nell’incertezza.

Il nuovo corso di Taiwan: tra rapporti di buon vicinato e proiezione internazionale

Sono tempi duri per la democrazia: in Occidente la crisi dei sistemi democratici è divenuta una questione all’ordine del giorno, ed è diventata oggetto dello confronto/scontro politico e tema di dibattito accademico, di analisi e di studi. Insomma: sono tempi duri per la democrazia. Ma non a Taiwan.

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Poco più di una settimana fa, il 20 maggio scorso, nella Repubblica di Cina (Taiwan) si è insediato il suo nuovo Presidente, il quattordicesimo: Tsai Ing-Wen. Proveniente da una famiglia della media borghesia imprenditoriale taiwanese, laureata in giurisprudenza, dottorato in Diritto presso la “London School of Economics and Political Science”, esperta di politica economica internazionale, Tsai Ing-Wen è la prima donna a divenire presidente di Taiwan. Inoltre il nuovo Presidente è il primo candidato del Partito Democratico Progressista (Dpp) ad aver ottenuto la Presidenza della Repubblica e la maggioranza dei seggi nello Yuan legislativo (il parlamento taiwanese, nda). Un avvenimento interpretato da più parti, interne ed esterne all’isola di Formosa, come l’ennesimo passo in avanti della giovane democrazia taiwanese, ormai annoverabile tra i sistemi democratici dotati di stabilità e alternanza. Un’alternanza, quella tra il Dpp e il Kuomintang, che rappresenta il segno più evidente di un sistema fortemente bipolare, praticamente bipartitico, fondato soprattutto su una frattura politica tra i due partiti su una questione storicamente centrale per Taiwan: i rapporti con la Cina popolare.

Nel suo discorso di insediamento la Presidente Tsai Ing-Wen ha esposto quali saranno le principali direttrici della sua azione di governo: la prima, una riforma del sistema economico che punti maggiormente sull’innovazione tecnologica, sull’occupazione e una più equa distribuzione della ricchezza; la seconda, un rafforzamento della rete di protezione sociale dei cittadini, partendo dalla sicurezza fino ad arrivare alle pensioni; la terza, equità sociale e giustizia, anche in questo caso intesa su un ampio spettro di temi, quali ad esempio la questione delle comunità indigene dell’Isola di Formosa o la riforma del sistema giudiziario; la quarta, i rapporti con la Cina popolare; la quinta, un maggior impegno del governo sulle relazioni internazionali e le questioni sul tavolo a livello globale, dai rapporti bilaterali con altre democrazie (Stati Uniti, Giappone e i paesi dell’Unione Europea) fino a quelle inerenti il cambiamento climatico, come l’accordo COP21. Sebbene siano stati posti nella seconda metà del discorso, molti commentatori ritengono che saranno proprio gli ultimi due punti ad essere centrali per il futuro di Taiwan, sia sotto il profilo strettamente politico che sotto il profilo economico.

Dopo anni di forte spinta diplomatica per una normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Popolare portata avanti dal precedente Presidente, Ma Ying-jeou, Tsai Ing-Wen ha venato la sua campagna elettorale con un deciso indipendentismo. Tuttavia, nel suo discorso di insediamento, non ha mancato di sottolineare la necessità di maggiori sforzi per riavvicinare le parti, nonostante la Cina popolare, dopo le elezioni, abbia mostrato la propria insoddisfazione per la nuova linea politica del governo di Taipei. Anche perché la crescita economica di Taiwan è stata costruita soprattutto sulla base del legame sempre più stretto tra economia taiwanese ed economia della Cina comunista, creando così una situazione che ha reso l’economia di Taiwan dipendente da quella di Pechino.  
È in questa difficile situazione che dovrà destreggiarsi la nuova Presidente: da una parte, dovrà cercare di migliorare le relazioni con Pechino sia per questioni geopolitiche che economiche senza per questo cedere a prepotenze di sorta; dall’altra, dovrà cercare di rendere meno dipendente Taiwan dalla Repubblica popolare – soprattutto a livello economico – aumentando i propri sforzi nel campo di accordi commerciali con paesi dell’area partecipando ad accordi e tavoli internazionali su questioni di carattere globale e migliorando ulteriormente i rapporti bilaterali con altre democrazie. Un ambito su cui l’azione del Presidente Ma era stata già molto incisiva non solo verso i paesi alleati più vicini, ma anche verso altri paesi o regioni, come ad esempio l’Unione Europea. Ed è una strada che, come sottolineato dal nuovo Presidente, Taiwan continuerà a percorrere.


C’è da aspettarsi quindi che i rapporti tra Taiwan, la Cina e il resto del mondo, saranno le questioni centrali dell’azione del governo di Taipei, anche sul piano economico. Lo status di
Stato de facto, ma non riconosciuto dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale – essenzialmente per ragioni di buoni rapporti tra la stessa comunità internazionale e la Cina comunista – rimane ancora il principale ostacolo per il commercio e l’economia di Taiwan nel suo complesso. E sarà la principale sfida per Tsai Ing-Wen. Ci vorrà del tempo per valutare l’azione del nuovo esecutivo, tenendo conto anche degli equilibri e delle strategie degli altri attori dell’area, in particolare della Cina popolare. Tuttavia Taiwan ha mostrato negli ultimi anni di sapersi destreggiare con intelligenza e scaltrezza all’interno del contesto internazionale ed è su questa abilità diplomatica che il governo di Taipei dovrà puntare per garantire al paese ulteriore sviluppo e benessere.

Asia-Pacific Maritime Security Initiative Act of 2016. Una proposta di legge USA per il sostegno agli alleati statunitensi nel Pacifico

Le esercitazioni navali compiute dalla Cina nella prima settimana di maggio mostrano la forte volontà di Pechino di mantenere alta tensione nell’area e gli sforzi per sostenere le rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, crocevia vitale per le rotte commerciali dei paesi dell’area, Taiwan, Giappone, Corea e Australia tra agli altri.

Asia-Pacific Maritime Security Initiative Act of 2016. Una proposta di legge USA per il sostegno agli alleati statunitensi nel Pacifico - Geopolitica.info

Già nel 2014 il presidente taiwanese Ma Ying-jeou, che terminerà il suo mandato il prossimo 20 maggio, aveva delineato le possibili soluzioni alla disputa riguardante le isole contese nell’arcipelago del Mar Cinese Meridionale nella International Conference on South China Sea Disputes and International Law, ricordando l’incontrovertibile appartenenza delle isole Nansha (Spratly), Shisha (Paracel), Chungsha (Macclesfield Bank) e Tungsha (Pratas) alla Repubblica di Cina. Un diritto non solo sancito dalla legislazione internazionale ma soprattutto legato a delle precise ragioni storiche e geografiche.

Il disegno di legge presentato a Washington è una risposta ai recenti avvenimenti nel Mar Cinese Meridionale, una proposta che mira a rafforzare gli equilibri nella regione attraverso la possibilità di un sostegno bellico agli alleati statunitensi, Taiwan e Filippine in primis. Ma è soprattutto il naturale prosieguo della proposta di pace lanciata dal presidente Ma Ying-jeou per cercare una soluzione ad una contesa che sta destabilizzando e minando la stabilità della regione da ormai troppo tempo.

Quattro senatori statunitensi, di cui tre membri del Senate Foreign Relations Committee (SFRC), hanno recentemente proposto un progetto di legge denominato “Asia-Pacific Maritime Security Initiative Act of 2016”. L’iniziativa ha l’obiettivo di implementare le capacità marittime di un paese o di una organizzazione regionale per rispondere alle continue minacce alla sicurezza nella regione dell’Asia Pacifico. Tra le varie azioni previste dal progetto di legge c’è l’autorizzazione per il trasferimento di strumenti per la difesa con il fine di aumentare la sicurezza marittima ed il controllo della situazione nell’area. Taiwan sarebbe inclusa all’interno dei paesi interessati secondo le disposizioni del disegno di legge. La legislazione statunitense recita che: “il presidente deve assicurare che il Governo degli Stati Uniti tratti ogni proposta di vendita di armamenti con Taiwan con gli stessi processi, procedure e tempistiche che adotta per le altre proposte di negoziazione di armamenti applicate per altri paesi, con l’inclusione della notificazione formale al Congresso con l’Arms Export Control Act”.

La motivazione del disegno di legge è incentrata sulle “provocazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale”.  Azioni che, con le parole del Senatore democratico del Maryland Ben Cardin, uno dei promotori dell’iniziativa: “minacciano non solo la stabilità regionale ma anche il tradizionale interesse statunitense per il libero flusso del commercio, della libertà di navigazione e della pacifica risoluzione delle dispute legate alle leggi internazionali”.

Secondo il Senatore Brian Schatz, un democratico delle Hawaii: “le continue azioni cinesi per una rinegoziazione unilaterale dei confini marittimi della regione esacerbano i rischi di equivoci e conflitti”.

Schatz sostiene che “la nostra legislazione bipartitica costituisce una importante implementazione per coordinare i nostri sforzi diplomatici e militari in maniera da continuare a lavorare con i nostri partner e alleati in tutto il Pacifico per rafforzare il nostro impegno per la stabilità e la pace della regione”.

Il disegno di legge autorizzerebbe anche finanziamenti e attività di addestramento nella regione dell’Asia Pacifico con l’obiettivo di garantire la sicurezza marittima e la capacità di costruire e mantenere il livello di approvvigionamento militare delle Filippine allo stesso livello degli altri alleati statunitensi.

Richiederebbe inoltre alla amministrazione statunitense di “riferire e riportare annualmente alle apposite commissioni del Congresso sulla conformità” di ogni clausola rilevante per un periodo di cinque anni dall’entrata in vigore della legge.

Gli altri due promotori del disegno di legge sono Cory Gardner, un repubblicano del Colorado, e Robert Menendez, un democratico del New Jersey. Cardin, Gardner e Menendez sono tutti membri della Commissione Esteri del Senato.

Nella protesta contro la militarizzazione delle “inedite rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale” – in un chiaro riferimento alla Cina – i senatori sono pienamente allineati con la politica estera del governo.

Il vice segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha recentemente comunicato alla Commissione Esteri del Senato che la marina statunitense navigherà regolarmente nelle isole artificiali costruite dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, come riportato da una nota della Associated Press.

I senatori repubblicani del Comitato hanno riportato che tale libertà delle operazioni di navigazione entro le 12 miglia nautiche dalle isole artificiali dovrebbe divenire la modalità operativa di routine.

Blinken ha concordato con la dichiarazione del senatore Marco Rubio che l’obiettivo della Cina è quello di controllare l’intero Mar Cinese Meridionale e ha sostenuto che Pechino sta deliberatamente allontanando gli stati confinanti e mettendo a rischio la pace e la stabilità della regione, una modalità che può essere arrestata solo attraverso un diverso approccio di Pechino.

 

Consiglio per gli Affari con la Cina Continentale della Repubblica di Cina: comunicato sull’incontro di Singapore

Il Presidente della Repubblica di Cina Ma Ying-jeou ha incontrato il leader della Cina continentale Xi Jinping il 7 novembre presso lo Shangri-La Hotel a Singapore, per la prima volta da quando le due sponde dello Stretto di Taiwan sono passate sotto amministrazioni separate 66 anni fa, nel 1949. Dopo la stretta di mano, i due leader si sono messi al lavoro, rivedendo l’andamento delle relazioni tra le due sponde dello Stretto e scambiandosi opinioni su come mantenere il loro sviluppo pacifico. Il presidente Ma ha proposto cinque punti per perpetuare il pacifico e prospero status quo, invitando entrambe le parti a prendere a cuore i valori e lo stile di vita amato dal popolo. La riunione è proseguita in maniera franca e cordiale.

Consiglio per gli Affari con la Cina Continentale della Repubblica di Cina: comunicato sull’incontro di Singapore - Geopolitica.info Lo storico incontro tra i capo di Stato della PRC e di Taiwan

I cinque punti per rafforzare il pacifico e prospero status quo del presidente Ma sono (1) il consolidamento del “1992 Consensus” e il mantenimento della pace, (2) la riduzione delle ostilità e la gestione pacifica delle controversie, (3) l’espansione degli scambi tra le due sponde e dei benefici reciproci, (4) l’istituzione di una linea di contatto speciale attraverso lo stretto per gestire le questioni importanti o urgenti e (5) la cooperazione congiunta per la prosperità nello stretto.

Durante l’incontro il presidente Ma ha sollevato altre questioni tra cui lo scambio di merci, l’apertura di uffici di rappresentanza, il transito a Taiwan dei viaggiatori della Cina Continentale, gli studenti della Cina Continentale desiderosi di studiare a Taiwan, la presenza  internazionale e la partecipazione all’integrazione economica regionale (ad esempio, TPP, RCEP e cooperazione economica bilaterale), la sicurezza militare. Il presidente Ma ha espresso la speranza che la Cina continentale voglia gestire tali questioni in modo pragmatico, e ha esortato entrambe le parti a lavorare in condizioni di reciproco rispetto con l’obiettivo di sostanziali progressi su questioni già in fase di negoziazione. Il leader della Cina continentale Xi ha risposto positivamente alle proposte del presidente Ma e ai punti da lui sollevati, e ha detto che avrebbe preso seriamente in considerazione come metterle in pratica.

Il presidente Ma ha sottolineato che le due parti si sono sviluppate per 66 anni sotto diversi sistemi e le relazioni tra loro sono passate dal confronto militare agli scambi cooperativi basati esclusivamente sui valori della pace. Ha quindi invitato la Cina a riconoscere che solo le relazioni tra le due sponde dello Stretto fondate sulla dignità, il rispetto, la sincerità e la buona volontà possono promuovere la fiducia e la comprensione reciproca, e quindi proseguire a lungo.

Il Consiglio per gli Affari con la Cina Continentale ha affermato che nella riunione le due parti hanno entrambe confermato i principali risultati ottenuti nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto negli ultimi sette anni. Hanno inoltre convenuto che il “1992 Consensus” dovrebbe essere rafforzato come base per le relazioni allo scopo di sostenere lo sviluppo pacifico dei legami e la pace nello Stretto di Taiwan, rafforzare il dialogo, espandere gli scambi, approfondire la cooperazione e realizzare benefici reciproci per il bene del popolo delle due sponde dello stretto.

Nel corso della riunione formale il Presidente Ma ha detto a Xi Jinping che il consenso raggiunto tra le due parti nel mese di novembre 1992 è sul fatto che le due sponde dello Stretto di Taiwan insistono su “una sola Cina”, ma differiscono da che cosa significa, e ognuno poteva esprimere la sua interpretazione verbalmente. Questo è il Consenso del 1992 di “Una Cina, rispettive interpretazioni”, una posizione raggiunta in accordo con la Costituzione della Repubblica di Cina, dimostrando pienamente la sovranità nazionale e la dignità della Repubblica di Cina. Inoltre ha affermato in modo inequivocabile che la sicurezza e la dignità sono temi importanti per il popolo di Taiwan, e ha chiesto alla Cina continentale di comprenderlo chiaramente.

Il Consiglio per gli Affari con la Cina Continentale ha sottolineato che la pace e la prosperità raggiunte nel corso degli ultimi sette anni sono la prova che le due parti hanno convertito le loro spade in aratri, diventando modelli di stabilità nell’Asia orientale. L’incontro a Singapore tra il presidente Ma e il leader della Cina continentale Xi costituisce un precedente per incontri regolari tra i leader delle due sponde. Come inizio di una ulteriore istituzionalizzazione delle relazioni, getterà le basi per regolare l’interazione nello stretto, portando ad approfondire la fiducia reciproca.

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Videoconferenza Taiwan – UE in diretta a Roma Tre

Il 29 settembre anche a Roma, come in tutte le Capitali dell’Unione Europea, la Rappresentanza taiwanese in Italia ha organizzato il collegamento diretto con la videoconferenza tra il Presidente della Repubblica di Cina (Taiwan), Ma Ying-jeou, e un folto gruppo di membri del Parlamento Europeo, coordinati dagli On.li Viviane Reding, Jerzy Buzek e Werner Langen, che gli hanno rivolto numerose domande. All’evento, svoltosi presso la sala conferenze dell’Università “Roma Tre” hanno preso parte parlamentari, docenti universitari, diplomatici, giornalisti e studenti.

Videoconferenza Taiwan – UE in diretta a Roma Tre - Geopolitica.info

“Credo sia veramente una rara opportunità incontrare così tanti onorevoli membri del Parlamento Europeo, di modo che si possa discutere realmente di problemi di interesse comune” ha sottolineato il Presidente Ma, nell’incipit del suo discorso. Le relazioni tra Taiwan e l’Unione Europea sono migliorate notevolmente negli ultimi anni.

Un miglioramento che ha portato a quasi una ottantina di accordi stipulati tra il governo di Taipei e le istituzioni europee o i singoli stati membri dell’Unione. Come per altre questioni, come ad esempio l’accordo tra Taiwan e Giappone sulle aree di pesca e altri negoziati fondati sul principio di condivisione delle risorse più che su quello del confronto tra Stati confinanti, il Presidente taiwanese ha sottolineato come sia primario dar vita a trattative bilaterali tra Taiwan ed Europa riguardanti investimenti economici. “Spero sinceramente” ha proseguito il Presidente Ma “che sulla base della attuale cooperazione in ambito culturale, economico e scientifico, si possa espandere la cooperazione e incrementare eccezionale la nostra partnership eccezionale”.

I membri del Parlamento europeo hanno accolto le proposte del governo di Taipei per una maggior cooperazione e un maggior coordinamento per affrontare questioni come la protezione dell’ambiente e la ricerca scientifica.

Al termine della videoconferenza, gli organizzatori e gli ospiti presenti a “Roma Tre” hanno dato vita a un dibattito sul discorso del Presidente Ma e su altre questioni collegate, inclusi i rapporti tra Taiwan e l’Italia. L’analisi del dibattito tra il Presidente Ma e i parlamentari europei, nonché il punto sulle relazioni tra l’Italia e Taiwan, è stato fatto dai Senatori Lucio Malan e Sergio Divina, Presidente e Vice Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan; dai Professori Rosa Lombardi e Stefano Pelaggi; dall’Amb. Camillo Zuccoli e dall’analista Ing. Giorgio Prinzi.

Taiwan, la Cina e la geopolitica dell’Asia: intervista a Giulio Terzi

Geopolitica.info ha avuto il piacere di incontrare l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Direttore Generale degli Affari Politici e Vice Segretario Generale del Ministero degli Esteri; Ambasciatore in Israele, alle Nazioni Unite e negli Stati Uniti d’America e Ministro degli Esteri dal 2011 al 2013, per un’intervista sulle dinamiche geopolitiche che coinvolgono Taiwan, la Cina e l’intero Estremo Oriente in uno dei momenti di maggiore incertezza vissuti dal continente asiatico dalla fine della Guerra fredda.

Taiwan, la Cina e la geopolitica dell’Asia: intervista a Giulio Terzi - Geopolitica.info

Nella sua visita a Taiwan, la scorsa primavera, lei ha incontrato il Presidente Ma Ying-jeou, il Ministro degli Esteri David Lin e altri membri del Governo taiwanese discutendo di molti argomenti, tra cui la promozione dei rapporti tra Taipei e Roma. Per la sua esperienza diplomatica a Washington, e per la sua conoscenza della politica estera americana, vorrei iniziare l’intervista dalla osservazione che, per gli Stati Uniti, Taiwan riveste, dalla fine della II Guerra mondiale, una importanza geostrategica cruciale. Negli ultimi mesi i segnali di questa importanza si sono moltiplicati: mi riferisco alla nomina di Kin Moy, già Deputy Assistent del Segretario di Stato per l’Asia Pacifico, quale nuovo Rappresentante degli Stati Uniti a Taipei, il diplomatico americano di più alto rango inviato a Taiwan dal 1979; alle recenti dichiarazioni del Segretario di Stato John Kerry alle Commissioni Esteri del Congresso; all’arrivo a Taipei, in giugno, dell’Assistent Segretario di Stato per gli Affari Economici, Charles Riwkin, il quale dopo gli incontri, anche con il Presidente Ma, ha confermato l’avvio di nuovi colloqui nell’ambito del TIFA bilaterale (Trade and Investment Framework Agreement in vigore dal 1994) e il sostegno alla partecipazione di Taiwan nel progetto di Trans Pacific Partnership che coinvolgerà 15 paesi. Infine le visite di Ma, in luglio, ad Harvard e a Los Angeles sulla via dei suoi viaggi in tre paesi del Centro America. Alla luce dei colloqui che lei ha avuto a Taipei, qual’è la sua interpretazione di questi sviluppi?

Le relazioni tra Italia e Taiwan sono sempre state eccellenti. Esse stanno registrando un ulteriore rafforzamento: grazie alle numerose iniziative promosse dai rispettivi Governi in ambito economico, culturale, scientifico, ai contatti tra le autorità parlamentari, e le nostre società civili, intensificatisi in misura considerevole negli  ultimi anni. Recarmi a Taipei è stata anzitutto per me, e per l’On. Adolfo Urso con il quale ho avuto il grande piacere di condividere questa esperienza, l’occasione di stare tra amici guidati da molti comuni valori culturali, umani e politici. L’incontro con il Presidente Ma Ying-jeou è stato di straordinario interesse. Il Presidente ha tracciato un quadro estremamente lusinghiero delle prospettive di collaborazione italo taiwanese. Profondo conoscitore del nostro Paese per esservi stato più volte, mi è parso particolarmente attento a cogliere, nella storia quasi millenaria di rapporti tra Italia e Cina, le dinamiche più innovative della scienza, dell’arte, dello stile di vita italiani. Con lui, così come con il Ministro degli Esteri David Lin, altri esponenti del Parlamento e del Governo, e personalità del mondo accademico, ho avuto conferma di una visione politica imperniata sulla promozione dello Stato di Diritto, sull’affermazione dell’universalità dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Pur con tutte le incognite che si sono presentate nel corso dell’ultimo anno sotto il profilo della sicurezza regionale, mi sembra di poter constatare che una stabilità basata sul rispetto del diritto internazionale e sul riconoscimento di sistemi politici diversi, nell’ambito di una sovranità nazionale condivisa, rappresentino il principale pilastro della politica estera americana ed europea in Asia, nel rapporto con la Cina, Taiwan ed i Paesi rivieraschi del Mar della Cina. Durante la mia permanenza a Taipei ho tratto la conferma del valore che la RoC vi attribuisce. Le vicende di politica interna sulle due sponde dello Stretto amplificano, ancor più in mesi caratterizzati dalle prossime scadenze elettorali a Taiwan, e da assestamenti non certo marginali a Pechino, l’impatto delle enunciazioni su principi, in particolare quello riguardante “un Paese, due sistemi”, la cui reiterazione viene vista di per se’ come fatto politico. Comprensibile è quindi la grande attenzione, in  questa delicata fase, a iniziative che rafforzino gli scambi e i contatti, rendendo irreversibile e permanente l’interesse delle due parti al dialogo anche sulle questioni più sensibili.

Sin dai primi passi dell’Amministrazione Obama è stato evidente lo sforzo di Washington per fare sempre più evolvere il rapporto con Pechino dalla dimensione economico-finanziaria a quello della sicurezza regionale e globale. Credo sinceramente che la strategia, tanto discussa, del “pivot to Asia” nascesse non tanto dalla preoccupazione di “bilanciare” militarmente la rapidissima crescita delle potenzialità cinesi soprattutto nella “interdizione” di “sea lanes” vitali per l’Occidente; quanto dall’intenzione, del Presidente Obama e del Segretario di Stato Clinton, di coinvolgere Pechino in un partenariato di natura globale: sia dal punto di vista geopolitico – ad esempio per la Corea del Nord, l’Iran o le rivendicazioni contrapposte nel Mar della Cina – sia sotto il profilo delle potenziali  crisi derivanti dalla sicurezza cibernetica, dalla proiezione cinese in regioni ritenute vitali per gli interessi statunitensi, o dalle diversità esistenti circa le questioni climatiche. In questa linea si era sviluppato a Washington, sin dal 2010, anche su incoraggiamento britannico e italiano, uno stretto raccordo tra gli Ambasciatori di alcuni Paesi europei e il Dipartimento di Stato, con l’obiettivo di esercitare un’azione diplomatica coerente, sin dove possibile, tra Washington e Bruxelles: affinché una collaborazione concreta con Pechino diventasse più di una mera realtà episodica, come la pur utile, ma limitata, collaborazione nella lotta alla pirateria nell’Oceano Indiano. Al centro di questi sforzi si poneva, per i colleghi americani, come per noi Ambasciatori europei a Washington, la tutela di Taiwan quale componente essenziale per la pace e la stabilità regionale e globale. Non potrei quindi essere più d’accordo con quanto Lei dice, circa il significato dell’intensa serie di contatti, dichiarazioni, iniziative che dimostrano la grande vitalità delle relazioni tra Washington e Taipei. Sono convinto che la disponibilità americana a far partecipare Taiwan alla Trans Pacific Partnership -TPP – porrà un’altra pietra miliare non soltanto allo sviluppo dell’interscambio, alla crescita dei flussi di investimento, alla integrazione dei mercati, alla definizione di regole comuni e affidabili nella tutela della proprietà intellettuale e quindi al progresso scientifico e tecnologico dell’intera regione asiatica. Non dobbiamo sottovalutare il cambio di mentalità che questi grandi accordi regionali, quando sono coerenti con la promozione dei diritti umani, con la tutela del lavoro, con le libertà fondamentali, possono e devono produrre nelle società e nell’ambiente politico dove essi troveranno applicazione. In questo senso Taiwan appare sin d’ora posizionata molto favorevolmente, rispetto anche ad altri paesi del TPP, per trarre dall’Accordo il massimo beneficio.

Vorrei aggiungere come da almeno un anno stia prendendo corpo il riconoscimento, in sede multilaterale, di un ruolo più pronunciato di Taiwan in alcune situazioni anche “esterne” alla regione asiatica, che influiscono tuttavia sulla sicurezza globale. Mi riferisco alla lotta al Daesh’, o Stato Islamico, e alle altre forme di Jihadismo, siano esse di matrice sunnita o sciita. Si tratta di una responsabilità ormai chiaramente avvertita dai Paesi dell’Asia che tengono ad affermare i diritti e la dignità, della persona umana, attraverso la tolleranza e il riconoscimento universale della libertà religiosa. Il 3 dicembre scorso, a Bruxelles, la conferenza dei Paesi che sono impegnati a combattere lo Stato Islamico ha espresso un importante messaggio in questo senso. Per questo motivo la partecipazione di Taiwan, insieme a Giappone, Corea del Sud e Singapore, è stata così significativa. Non lo vedo come un fatto episodico. Il Presidente Ma ha affermato più volte che Taipei è un modello di consolidamento della democrazia, della tolleranza e del dialogo, in linea d’altra parte con la protezione assicurata dalla sua Costituzione alla diversità culturale e ai diritti umani.

Se le politiche rivolte alla loro salvaguardia trovano la cartina di tornasole nella sensibilità che ogni Governo manifesta verso i diritti umani, gli orientamenti che riguardano le esecuzioni capitali rappresentano indubbiamente un segnale di grande rilievo. Mi sembra degna di nota la sezione che il Rapporto 2015 di “Nessuno tocchi Caino” sulla pena di morte riserva a Taiwan. Se ne trae la netta impressione di uno sforzo ben più avanzato di quello che si manifesta in quasi tutti gli altri Paesi asiatici, e in particolare nella Repubblica Popolare di Cina. L’8 ottobre 2014 il Ministro della Giustizia Luo Ying-shay, si legge nel Rapporto, ha espresso il suo sostegno all’abolizione della pena di morte, nonostante “questo diverga dal parere della maggioranza. Tuttavia in quanto buddista mi auguro che alla fine la pena di morte sia abrogata a Taiwan“. Mentre il 30 maggio 2015 il Presidente Ma ha detto che il Governo non era in grado di abolire la pena di morte ‘al momento’ ma avrebbe continuato a lavorare in tal senso.

La situazione tra Taiwan e Cina è cambiata negli ultimi 8 anni: Taiwan è il primo investitore in Cina; vi sono 900 voli settimanali che collegano l’Isola a molte città del Continente con un flusso annuale di milioni di persone. Ma Pechino ancora si oppone alla sua partecipazione nelle sedi multilaterali della famiglia ONU, nonostante che, dal 2009, sia Osservatore alla WHA e, da molti anni, partecipi pienamente ad altri organismi internazionali quali la WTO, l’APEC, la BERS, l’ADB e il SICA. Allo stesso tempo la Cina ogni anno aumenta considerevolmente il proprio budget militare e moltiplica atteggiamenti muscolari e azioni unilaterali su isole contese da più paesi e in spazi marittimi e aerei internazionali. Sono posizioni che inquietano e irritano tante nazioni asiatiche – dall’India al Giappone, dal Vietnam alle Filippine – includendo ovviamente Taiwan e gli Stati Uniti sempre più proiettati nel Pacifico. Il Presidente taiwanese ha proposto, in maggio, una iniziativa di pace, fondata sul dialogo, per una condivisione delle risorse, richiamando l’esempio dell’Accordo sulla pesca, del 2013, tra Taiwan e Giappone che ha chiuso una disputa durata mezzo secolo. Lei è stato a lungo alle Nazioni Unite, prima come Vice dell’Ambasciatore Francesco Paolo Fulci (quando riusciste ad impedire il progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe declassato l’Italia) e poi come Rappresentante Permanente: come valuta queste evoluzioni pendolari cinesi tra incoraggianti aperture e persistenti chiusure per continuare ad escludere, dagli organismi dove si affrontano i problemi globali, un Paese di quasi 24 milioni di cittadini che, con un interscambio nel 2014 di 590 miliardi di dollari, rientra tra le prime 20 economie del Pianeta? Ci può dare la sua lettura di questi eventi e degli scenari che potrebbero determinare sia a livello economico che strategico?

Il quadro complessivo nel Mar della Cina ha registrato, nel corso dell’ultimo anno, vicende di diverso segno. Da un lato il ritiro di una piattaforma petrolifera, ad inizio estate 2014, dalla zona rivendicata anche dal Vietnam è stato visto come uno sviluppo incoraggiante. Nei mesi successivi sono tuttavia proseguiti, a ritmi sempre più accelerati, i lavori per realizzare negli isolotti contesi edifici di probabile impiego militare, piste per atterraggio e decollo di aerei, fari marittimi. A poco sono serviti i numerosi auspici all’attuazione del “codice di condotta” che i Paesi Asean e Cina avevano previsto sin dal 2002, con portata obbligatoria, e le linee guida adottate nel 2011. È vero tuttavia che vi è stato un certo miglioramento nella seconda metà dell’anno, nonostante la prosecuzione delle attività di Pechino, e le contestazioni su sorvoli nelle zone che la Cina ha posto sotto propria responsabilità e controllo. Un accordo in quattro punti con Tokio sui pattugliamenti navali attorno alle Senkaku/Diaoyutai ha ridotto considerevolmente i rischi rendendo più prevedibili le rispettive manovre navali. I Mari della Cina meridionale e orientale apparivano relativamente “calmi” quando lo scorso novembre Xi, Abe e Obama si incontravano all’Asian Pacific Cooperation Summit.

Una serie di sviluppi successivi andavano nella stessa direzione: l’accordo commerciale tra Seoul e Pechino; i progressi tra Washington e Pechino nella collaborazione per i cambiamenti climatici, in vista della Conferenza di Parigi di fine anno; le facilitazioni nella concessione dei visti; la riuscita del negoziato nucleare con l’Iran nel quale la posizione cinese è parsa in sintonia con quella occidentale; l’influenza esercitata sulla Corea del Nord nel trovare una via d’uscita alla tensione montante con Seoul in questi ultimi mesi. Non trascurabile è stata inoltre la riattivazione del Dialogo Strategico sulla Sicurezza tra Pechino e Washington, sospeso nel maggio 2011. In tale ambito sarebbero stati fatti alcuni primi passi concreti in materia di cybersecurity e di armamento nucleare nordcoreano.

La strategia perseguita da Taiwan negli ultimi otto anni ha colto ogni occasione nel far leva sul consolidamento dei rapporti economici con Pechino e con tutti gli altri Paesi dell’area, per ottenere miglioramenti sotto il profilo della stabilità e sicurezza. Un chiaro esempio è stato, da ultimo, l’iniziativa di pace fondata sul dialogo lanciata dal Presidente Ma lo scorso maggio: un progetto concreto, di misure di fiducia, di condivisione delle risorse, di messa a frutto di precedenti esperienze positive ottenute ad esempio con l’Accordo di pesca tra Taiwan e Giappone del 2013 e con gli Accordi economici con Singapore e Nuova Zelanda.

La doccia fredda sull’economia cinese, che i mercati di tutto il mondo hanno dovuto affrontare negli ultimi due mesi, pone interrogativi che sembrano riguardare più direttamente Taiwan di ogni altro Paese vicino o lontano. Impossibile dire con ragionevole certezza se la flessione del ritmo di crescita, l’espansione dell’indebitamento complessivo, la bolla immobiliare e le altre collegate siano fenomeni essenzialmente congiunturali e come tali superabili attraverso una “correzione” che riporti il sistema economico cinese più vicino ai “fondamentali” dell’economia reale, in linea con una domanda al consumo più sostenuta, con un riequilibrio degli investimenti, ed una ben maggiore trasparenza nei diversi livelli della gestione del Paese. O se invece ci troviamo difronte ad una svolta di natura prettamente strutturale e politica, sintomo di una crisi “di tenuta” di un sistema che, per quasi trent’anni, ha imperniato la legittimazione politica della propria leadership sulla “crescita infinita”, sulla integrazione tra autoritarismo e mercato, tra statalismo e globalizzazione finanziaria. Le contraddizioni che hanno, almeno in parte, causato l’estrema volatilità dei mercati finanziari, gli interventi ripetuti sui cambi, l’approccio palesemente dirigista sulle principali borse, giocato in una direzione rivelatasi subito controproducente per gli investitori azionari e pesantissima per la miriade di risparmiatori che costituiscono la nuova classe media cinese, la censura e la disinformazione con le quali il Governo ha cercato di sostenere le borse, peggiorando le cose, sarebbero stati qualcosa di ben diverso da meri incidenti di percorso dettati da improvvisazione e incompetenza.

I più recenti eventi finanziari in Cina, e la continua revisione al ribasso del suo tasso di crescita, hanno avuto forti ripercussioni su scala mondiale e ne potrebbero avere anche nella evoluzione dei rapporti tra Cina e Taiwan. Per quanto riguarda le relazioni dell’Unione Europea con Taiwan – che, nel 2014, hanno raggiunto un interscambio di 40 miliardi di Euro – sono sempre state condizionate dalla necessità prioritaria di Bruxelles di coltivare le relazioni con la Cina per gli imponenti interessi economici in gioco. Nel Parlamento Europeo deputati di tutti i gruppi politici chiedono che siano avviati colloqui per un Bilateral Investment Agreement – BIA – tra UE e Taiwan, nella convinzione della sua utilità per entrambe le parti. L’eventuale raggiungimento di un tale Accordo interesserebbe anche all’Italia dove, il 15 Aprile scorso, la Camera dei Deputati, dopo il voto favorevole del Senato, ha definitivamente approvato la Legge sulla esenzione della Doppia Tassazione tra Italia e Taiwan, poi firmata dal Presidente Mattarella (Legge n.62/2015). E’ stato lei, da Ministro degli Esteri, insieme al suo collega Grilli allora Ministro dell’Economia e Finanze, a presentare per primo alle Camere, nel 2012, questo Disegno di Legge, sul quale si è registrata una convergenza parlamentare tra Centrosinistra e Centrodestra, con la sola eccezione dei 5 Stelle. La sua entrata in vigore favorirà la crescita dell’interscambio tra i due Paesi che ci vede attualmente, nell’UE, solo al quinto posto. Ne hanno discusso alla 5^ riunione annuale del Foro economico bilaterale, presieduto dai Direttori Generali del MiSE italiano e del Commercio Estero taiwanese, svoltasi a Taipei lo scorso giugno e alla quale è intervenuta anche una delegazione parlamentare. Le opportunità a Taiwan per i nostri operatori economici sono molte, incluse quelle inerenti ad una base sicura e affidabile per joint-ventures in Cina; la Doppia Tassazione li aiuterà ma dal mondo delle imprese emerge l’esigenza di una maggiore spinta, di un valore aggiunto da parte del sistema Italia: lei cosa ne pensa della posizione italiana e di quella europea?

Cosa significa tutto questo per Taiwan? Quali nuovi rischi, e quali nuove opportunità ne derivano? Difficile dubitare che la flessione dell’investimento complessivo in quello che è di gran lunga il principale mercato di Taipei non comporti delle conseguenze sensibili. In questo senso una differenziazione ancor più accentuata dell’interscambio con gli altri partners non solo asiatici, ma anche e soprattutto americani ed europei, è ineludibile. La RoC si trova però rispetto ad altri Paesi, come il Brasile o la Russia, che negli ultimi anni hanno puntato tutte le loro carte sulla sterzata verso la Cina dei loro sforzi esportativi, cercando alternative rispetto ai paesi occidentali, in una condizione certamente meno sfavorevole: per tipologia delle sue produzioni, ad alta e media tecnologia, ma non dominate dalle materie prime come avviene per Brasilia e per Mosca. In secondo luogo, quanto sta avvenendo in Cina potrebbe aprire spazi ad un’evoluzione degli equilibri politici interni. Se, come ritengono alcuni, Pechino “non ha più i mezzi di sostenere la crescita”, come intitolava Le Monde nei giorni scorsi, potrebbe farne le spese la crociata di Xi Jinping contro i “gruppi di interesse” accusati di deformare le regole del mercato e contro i funzionari corrotti del PCC, che gli ha procurato molti nemici. Il Presidente cinese sta facendo replicare agli attacchi sul web, immediatamente soppressi, con estrema durezza e ha avuto l’occasione di presentarsi al paese nel suo ruolo forte di leader incontestato, ad esempio, con la parata militare del 3 settembre. Resta il fatto che la sensazione di una politica economica cinese che sta perdendo smalto, e che si dimostra la meno efficace degli ultimi venticinque anni, si è diffusa proprio nel momento un cui sono in flessione le altre principali economie mondiali, eccezion fatta per quella americana che ha ripreso una vitalità sino ad ora ritenuta improbabile da molti. La decisione della Banca Centrale Cinese di svalutare lo yuan è parsa, come è stato scritto, un colpo di spada nell’acqua, dato che subito dopo la prima flessione la Banca Centrale è dovuta intervenire per sostenere la sua moneta. La rapida crescita dei salari e la contrazione dei prezzi industriali hanno comportato il forte aumento dei costi unitari e la netta compressione nella redditività del capitale. Conseguenza: si è determinata un’uscita netta di capitali di circa un trilione di dollari in soli diciotto mesi, e di 90 miliardi di $ solo in luglio. Mentre l’indebitamento complessivo, servito negli anni a sostenere la crescita, si colloca ormai al 280% del Pil. Vi sono naturalmente analisti che sottolineano invece la fondamentale solidità dei dati macroeconomici, considerando la “correzione” del mercato azionario un aspetto congiunturale e, tutto sommato, benefico per la stabilità del sistema.

Poiché ci troviamo in un contesto tanto dinamico, ritengo che l’Italia, dopo aver approvato la legge sulla esenzione della Doppia Tassazione con Taiwan con una vastissima maggioranza dei partiti sia del centro destra che del centro sinistra, abbia un preciso interesse a promuovere a Bruxelles ogni possibile iniziativa affinché sia sollecitamente concluso l’Accordo Bilaterale sugli Investimenti tra l’Unione Europea e Taiwan. Guardando alle potenzialità dell’interscambio e della partnership economica e scientifica italo taiwanese, si resta colpiti dal numero e dalla qualità dei progetti in corso, come è emerso dal quinto Foro bilaterale, da lei ricordato, che ha avuto luogo con grande successo in giugno a Taipei. E si sta preparando per il prossimo ottobre in Italia un incontro con l’impulso e la direzione dell’On. Adolfo Urso, che per otto anni ha guidato il Ministero italiano del Commercio con l’Estero, al quale interverranno anche il Presidente e il Vice Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, Sen. Lucio Malan e On. Guido Galperti.

Taiwan è all’avanguardia nel campo della Information Technology. Cosa possiamo imparare da un paese, di modeste dimensioni, che ha saputo costruire sulla innovazione tecnologica la sua prosperità economica e sociale, coniugandola – primo caso in 5000 anni di storia cinese – con i più avanzati standard di vita democratica, di rispetto e di continua promozione dei diritti umani, civili e politici? Infine, quali impressioni – come italiano e come diplomatico da una vita di casa in tutto il Mondo – lei ha avuto dal suo viaggio a Taipei? Qual’è la percezione che i taiwanesi hanno dell’Italia? Le sue previsioni per l’avvenire dei rapporti bilaterali?    

L’impressione più forte che ho avuto a Taipei è stata quella di constatare in tutti gli incontri, e in particolar modo alla conferenza svoltasi all’Accademia Diplomatica su “Sicurezza globale e Stato di Diritto”, un’eccezionale sintonia tra la sensibilità europea, in particolare italiana, e quella taiwanese sulle grandi questioni dei diritti umani e della legalità internazionale. Non vi e’ “tema caldo” nell’affermazione delle libertà fondamentali, nella parità di genere, nella lotta alla corruzione, nella “accountability” della classe politica nei confronti dei cittadini-elettori, che non sia avvertito a Taiwan con intensità e urgenza molto simile a quelle che avvertiamo noi. Esistono quindi tutte le premesse perché, sia pure con gli inevitabili condizionamenti che un necessario realismo impone nel rapporto tra Taipei e Pechino, la collaborazione tra europei e taiwanesi venga intensificata in ogni possibile modo anche sul terreno dei diritti umani, dell’assistenza umanitaria alle popolazioni colpite da catastrofi naturali o da guerre, della cooperazione allo sviluppo. Per questa strada mi sembra naturale mirare sempre più al completo coinvolgimento taiwanese in tutte le agenzie, programmi e organismi del sistema delle Nazioni Unite.  Stiamo vivendo una stagione di crisi profonde nella comunità internazionale, alle quali si accompagnano però tendenze di grande rilevanza per il futuro. Tra queste, vorrei sottolineare l’evoluzione del diritto internazionale per quanto riguarda l’universalità dei diritti umani contrapposta ad una loro asserita condizionabilità regionale; la legalità interna agli Stati secondo i principi dello Stato di Diritto, anch’esso divenuto ormai universale in una moltitudine di decisioni e documenti delle Nazioni Unite; la legalità internazionale attraverso la codificazione di norme che regolano la sicurezza, stabiliscono misure di fiducia, indicano le modalità di risoluzione pacifica delle controversie. Forse la creazione di una vera e propria “architettura di sicurezza asiatica” è un obiettivo lontano. La convergenza di valori e di interessi che molte nazioni del Pacifico, tra le quali Taiwan, hanno con i Paesi Occidentali la rendono, io credo, un traguardo realizzabile, oltre che necessario.

Taiwan: intervista al Senatore Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan

Geopolitica.info ha incontrato il Senatore Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, per discutere dello stato dell’arte e dello sviluppo delle relazioni tra Roma e Taipei, anche alla luce delle nuova regolamentazione fiscale tra i due Paesi recentemente approvata dal Parlamento italiano.

Taiwan: intervista al Senatore Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan - Geopolitica.info

Come nasce il suo interesse per Taiwan e da quanto tempo si occupa dei rapporti con l’Italia?

Ho aderito al Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan subito dopo la mia prima elezione al Senato, nel 1994.

Allora, come oggi, le motivazioni sono essenzialmente due. Anzitutto un sentimento di solidarietà verso un Paese e un Popolo che, dal 1949, tra enormi difficoltà aggravate dal cinismo della politica internazionale, ha costruito una autentica democrazia, la prima in 5000 anni di storia cinese. Essa è autentica perché è fondata sulla libertà e sulla continua promozione dei diritti umani, sociali e politici di tutti i suoi cittadini. Per questo merita solidarietà e amicizia.

Nell’impegno per lo  sviluppo dei rapporti con un Paese di quasi 24 milioni di abitanti, che rappresenta la 18ᵃ economia del pianeta, vi è poi la convinzione di corrispondere all’interesse del nostro mondo del lavoro e delle imprese. Si tratta di una economia all’avanguardia e, in tanti comparti, complementare alla nostra: penso alle eccellenze del Made in Italy, che hanno a Taiwan un mercato attraente per l’alto PIL pro-capite (45 mila USD nel 2014), e a settori specifici come la ricerca scientifica e le più moderne nano e bio-tecnologie applicate alla farmaceutica, all’informatica, all’ingegneria e ad altri rami industriali cruciali per il progresso umano.

Inoltre, la posizione geo-strategica di Taiwan, le sue intense connessioni con le altre economie dell’Asia-Pacifico (Taiwan è il 1° investitore in Cina e in altri Paesi dell’Area) e la sicurezza di un affidabile contesto giuridico, civile e amministrativo, ne fanno una “piattaforma” ideale  per operare in Estremo Oriente.

Lo scorso 9 aprile, insieme ad altri 21 Senatori, si è fatto portavoce con una Interrogazione rivolta ai Ministri Gentiloni e Guidi della necessità di dare maggiore consistenza ai rapporti economici tra l’Italia e Taiwan. La definitiva approvazione parlamentare del Disegno di legge per la regolamentazione della disciplina fiscale tra Roma e Taipei soddisfa questa esigenza o si tratta di un dossier ancora migliorabile?

L’Interrogazione che lei cita è stata firmata da colleghi Senatori della maggioranza e dell’opposizione. Queste iniziative parlamentari – ricordo, tra le più recenti, anche una Interrogazione di 10 Deputati del PD, primo firmatario l’On. Guido Galperti – si inseriscono nella continuità di una lunga azione finalizzata a sollecitare i nostri Governi ad una maggiore sensibilità, e a concreti seguiti, nei confronti dei rapporti economici, commerciali e culturali con Taiwan.

Le vicende di 35 anni – cioè da quando opera in Parlamento il Gruppo di amicizia – dimostrano la necessità di questi stimoli. Ci vollero 10 anni per ottenere l’apertura, nel 1989, di un ufficio ICE a Taipei; e altri 5 anni, nel 1994, per un ufficio di diretta emanazione del Ministero degli Esteri. Tempi “biblici” mentre gli altri Paesi europei e occidentali, al momento del riconoscimento diplomatico del Governo di Pechino, avevano adattato subito, pragmaticamente, i loro uffici di rappresentanza a Taipei. E la stessa rapidità ha contraddistinto, dopo la caduta dei vari regimi comunisti, l’operato dei nuovi governi di Mosca, Varsavia, Budapest, Praga, Bratislava e Riga.

Anche dopo “pause di riflessione” così inutilmente lunghe e dispersive, la presenza italiana a Taipei si è rivelata insufficiente sia dal punto di vista della consistenza organica dell’ufficio di rappresentanza sia da quello della carenza di iniziative a sostegno dell’interscambio e per la promozione delle opportunità di investimento in Italia.

Sono passati oltre vent’anni ma i confronti con gli uffici a Taipei dei Paesi europei analoghi al nostro, e anche più piccoli, sono evidenti a nostro sfavore. Da queste debolezze deriva la nostra modesta posizione nella scala dell’import-export tra Taiwan e i Paesi dell’UE: nel totale, lo scorso anno, di 40 miliardi di Euro noi siamo al 5° posto – dopo Germania, Regno Unito, Olanda e Francia – con circa 2,7 miliardi di Euro.

Nell’ultimo quinquennio vi sono stati, finalmente, dei miglioramenti anche se ancora insufficienti: un passo avanti importante è stata la costituzione – ottenuta, nel 2010, dopo anni di sollecitazioni parlamentari – del Foro italo-taiwanese di cooperazione economica, industriale e finanziaria, copresieduto dai rispettivi Direttori Generali responsabili del Commercio Estero.

Questo “tavolo” permanente tra le due parti è essenziale per affrontare i problemi, risolvere i contenziosi e dare luogo ad appropriate iniziative per far progredire i rapporti bilaterali. La prossima sessione del Foro, la 5ᵃ dal 2011, si terrà a Taipei il 24 giugno. Ecco il senso dell’impegno che condivido con 120 Senatori e Deputati di tutti i partiti, nella consapevolezza che l’incremento delle relazioni economiche, commerciali e culturali con Taiwan è utile e positivo per il nostro Paese.

La esenzione della doppia tassazione è un esempio significativo. Il testo del DdL – approvato dal Senato il 25 novembre 2014 e dalla Camera dei Deputati il 15 aprile 2015, quindi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 maggio scorso – era pronto da 7 anni ma tra elezioni, cambi di Governo e anche curiose “dimenticanze” (il Governo Letta l’ha tenuto nel cassetto un anno e, dopo quotidiani inviti, finalmente l’ha ripresentato al Parlamento proprio alla vigilia delle sue dimissioni) siamo arrivati al 2015.

Questa Legge sarà di sicuro aiuto ai nostri imprenditori nella loro competizione, finora svantaggiata, con i colleghi degli altri 13 Paesi europei che l’avevano già approvata da anni registrando, successivamente, un forte incremento nell’interscambio commerciale e nella crescita degli investimenti taiwanesi.

Taiwan vanta una delle economie più floride del Continente asiatico, con tassi di crescita, innovazione e competitività ben lontani dai risultati registrati in Italia e non solo nell’ultimo decennio. Quale valore aggiunto può trarre il nostro sistema-paese da una più stretta cooperazione con questa realtà?

Stiamo parlando di un Paese che, nel 2014, ha avuto un import-export totale di 587,965 miliardi di USD, dei quali ben 130 con la sola Cina, ed è il 21° partner commerciale dell’Unione Europea. Ecco perché sono convinto della esistenza di grandi spazi per una maggiore presenza italiana a Taiwan che vada oltre i nostri prodotti – ricercati e famosi per la loro altissima qualità – nell’agroalimentare, nella moda, nel design industriale e domestico, e in tanti altri settori.

Credo anche alle prospettive di uno sviluppo nella cooperazione culturale, scientifica e tecnologica. In questo campo sono già 30 gli Accordi in vigore tra Università italiane e taiwanesi che includono lo scambio di studenti e di docenti; un successo per l’entusiasmo suscitato, nei giovani italiani, da una esperienza di studio e di vita stimolante, gradevole e utile per la loro formazione umana e professionale. Ancora una volta la cultura si dimostra un valore aggiunto straordinario e, a Taiwan, essa si unisce alle favorevoli condizioni infrastrutturali e logistiche che la società e l’economia locali presentano a chi intenda operare nell’Asia-Pacifico.

Alla luce del crescente interscambio commerciale e dei 21 Accordi bilaterali sottoscritti tra Taiwan e la Cina continentale, la politica della esclusione di Taiwan dagli organismi internazionali appare sempre più un retaggio del secolo scorso, lontano dalla realtà dei nostri giorni. Cosa ipotizza per il futuro più o meno prossimo?

È vero, si tratta di una situazione ormai anacronistica. A seguito della svolta impressa nel 2008 dal Presidente Ma Ying-jeou,  tra Taiwan e Cina vi sono oggi quasi 1000 voli settimanali; milioni di turisti e uomini d’affari viaggiano tra le due sponde; incontri continui si svolgono ad ogni livello, gli ultimi due in maggio tra il Presidente cinese Xi Jin-ping e il nuovo Presidente del Kuomintang (il partito di Governo a Taiwan) Eric Chu, seguito da quello tra i Ministri responsabili, nei rispettivi esecutivi, delle relazioni bilaterali.

Ciononostante persistono molte rigidità del regime di Pechino e ci vorrà tanta pazienza per ulteriori progressi. Secondo l’analisi del giornalista Lucio Caracciolo, serviranno da 10 a 20 anni per vedere dei cambiamenti reali nella struttura politica autoritaria cinese. Nel frattempo la Cina aumenta continuamente, purtroppo, il suo budget militare e si esprime con atteggiamenti sempre più “muscolari” che irritano e allarmano non solo Taiwan ma tutti i paesi asiatici, dall’India al Giappone, dal Vietnam alla Corea del Sud.

Per la sicurezza e la stabilità dell’Area resta fondamentale la coerente responsabilità degli Stati Uniti a fianco di Taiwan. Lo ha ribadito, il 28 aprile scorso, il Segretario di Stato USA John Kerry alla Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti, confermando la garanzia del Governo americano per assicurare a Taiwan un adeguato livello di difesa e di deterrenza, come stabilito dal Taiwan Relations Act  approvato dal Congresso nel 1979.

Lo stesso Kerry ha espresso l’apprezzamento di Washington per la proposta di pace, di coesistenza e di collaborazione nel Mar cinese meridionale avanzata dal Presidente Ma, citando come esempio l’Accordo sulla pesca tra Taiwan e il Giappone, firmato nel 2013, che ha messo fine a 40 anni di dispute tra i due Paesi. E la nomina, il mese scorso, a Rappresentante degli Stati Uniti a Taipei di Kin W. Moy, dal 2011 al 2014 numero due per l’Est-Asia e il Pacifico al Dipartimento di Stato, dimostra l’importanza che Taiwan ha per la politica americana.

Per quanto riguarda la partecipazione agli organismi internazionali, ricordo che Taiwan fa parte del WTO, dell’APEC, dell’ADB, della BERS, è Osservatore all’AMS e invitata permanente all’ICAO. Naturalmente avrebbe diritto, e ogni requisito, per entrare in tutte le sedi multilaterali dove apporterebbe idee originali e contributi generosi come vediamo, ad esempio, nella sua efficace cooperazione umanitaria, ospedaliera, sociale, agricola e formativa in diversi paesi dell’Africa, dell’America Latina  e del Pacifico.

Una maggiore presenza taiwanese in tali organizzazioni corrisponderebbe all’interesse generale dei popoli e delle nazioni. Auspichiamo che sia possibile raggiungerla, gradualmente, partendo dalla realtà dei fatti e superando quello che lei, nella sua domanda, esattamente definisce “un retaggio del secolo scorso”.

Anche su questo terreno, e per questi obiettivi, continueremo ad operare nel nostro Parlamento, in sintonia e collaborazione con l’analogo lavoro condotto da tanti colleghi, di ogni parte politica, nei Parlamenti degli altri Paesi dell’U.E. e nel Parlamento Europeo.

Quando l’economia supera la diplomazia: approvato il DdL per l’esenzione della doppia tassazione tra Italia e Taiwan

Dopo l’approvazione del Senato lo scorso 25 novembre, il Disegno di Legge – presentato al Parlamento la prima volta dagli allora Ministri degli Esteri Terzi e dell’Economia e Finanze Grilli e poi ripresentato dai loro successori – per la regolamentazione della disciplina fiscale relativa agli scambi commerciali tra Italia e Taiwan, ha incassato mercoledì 15 aprile l’approvazione definitiva della Camera dei Deputati. Con una larghissima maggioranza bipartisan (e la sola opposizione dei 5 Stelle)  il Parlamento ha così posto fine a un inefficiente sistema di doppia tassazione che rischiava di continuare a rallentare i rapporti con un partner economico fortemente interessato ai mercati italiani ed europei.

Quando l’economia supera la diplomazia: approvato il DdL per l’esenzione della doppia tassazione tra Italia e Taiwan - Geopolitica.info

L’economia di Taiwan, tra le prime 20 al  mondo,  si colloca nelle statistiche del World Economic Forum al secondo gradino in Asia per indice di competitività e al settimo posto, su scala internazionale, per innovazione. Un patrimonio di know-how e di capitali finanziari che la “tigre asiatica” ha consolidato in tre decenni di forte crescita  – 8% di incremento medio annuo del Pil – e reinvestito sistematicamente al di fuori del propri confini: solo in Europa il volume d’affari delle attività taiwanesi ha registrato, nell’ultimo quinquennio, una crescita del 169%, ma spiccano altrettanto gli investimenti in tutti i Paesi dell’area Asia-Pacifico.

Di ciò ha beneficiato parzialmente anche l’Italia, ad oggi ancora quinto partner economico-commerciale dell’Isola  –  dopo Germania, Olanda, Regno Unito e Francia –  grazie a un interscambio che, nel 2014, è stato misurato in circa 2,7 miliardi di euro (con un incremento del 9% rispetto al 2013). Un risultato che, tuttavia, potrebbe essere migliorato tanto sotto il mero profilo quantitativo (basti a tal proposito ricordare che, nel medesimo periodo d’analisi, l’interscambio complessivo con l’Unione Europea ha raggiunto la cifra record di 40 miliardi) quanto sotto quello qualitativo, favorendo un allargamento della cooperazione a nuovi settori di mercato e creando migliori condizioni di attrattività per gli investimenti taiwanesi.

Simili considerazioni spiegano l’attenzione e la sensibilità delle forze politiche di  maggioranza e di opposizione   – quattro progetti di legge e numerose interrogazioni parlamentari in materia presentate, nella sola 17esima Legislatura, da parlamentari PD, FI, Lega, NCD-UDC e FdI –  da cui è scaturito il risultato ottenuto a Montecitorio la scorsa settimana.

L’approvazione di una cornice fiscale comune tra le due economie, tramite lo strumento della legislazione interna, ha inoltre dimostrato la relativa ininfluenza della anomalia costituita dal mancato riconoscimento diplomatico tra i due Paesi, spigolosa eredità del passato che le istituzioni di Taiwan hanno saputo superare  tramite un costruttivo dialogo economico e culturale, nonché grazie a simili, pragmatiche, soluzioni. In altri termini si è proceduto tramite legge ordinaria all’adozione di norme che avrebbero altrimenti trovato il loro alveo nei consueti trattati internazionali.

Tale dinamica  – anche alla luce dei crescenti rapporti tra Taipei e Pechino (124 miliardi di dollari di scambi commerciali nell’anno appena concluso), della massa imponente di investimenti taiwanesi sul Continente (Taiwan è il primo investitore esterno in Cina), degli 828 voli diretti alla settimana che collegano l’Isola alle principali città cinesi e dei ventuno accordi bilaterali già sottoscritti –  dimostra la efficacia delle realistiche modalità adottate, modalità che hanno respiro strategico e rendono sempre più anacronistico  lo schema politico-diplomatico ereditato dalle vicende storiche della seconda metà del secolo scorso.

Il prossimo passo, in grado di dare una forte spinta ai rapporti economici tra l’UE e Taiwan, si profila essere una intesa in materia di promozione e di protezione degli investimenti reciproci, analoga a quelle che Taiwan ha già in vigore con trentuno altri Paesi (tra i quali Cina, India, Giappone, Indonesia, Thailandia, Arabia Saudita, Argentina).

Taipei guarda all’America Latina

I rapporti della Repubblica di  Cina (Taiwan) con l’America Latina hanno conosciuto degli importanti sviluppi negli ultimi anni. La regione, in particolare l’America Centrale e i Caraibi, è stata per decenni il terreno della contesa tra Taiwan e Cina per il riconoscimento delle rispettive rappresentanze diplomatiche.

Taipei guarda all’America Latina - Geopolitica.info

Mentre il governo di Taipei ha coltivato i legami con l’America Latina, sin dal secondo dopoguerra, attraverso generosi progetti di cooperazione allo sviluppo, l’ascesa internazionale della Cina, il suo crescente peso economico e la carta finanziaria giocata con molta spregiudicatezza, hanno trasformato la collaborazione diplomatica con Pechino in opportunità spesso imperdibili.

La lotta per le ambasciate ha avuto il suo culmine con la decisione, nel 2005 di Grenada e nel 2007 del Costa Rica, di lasciare Taiwan e passare con la Cina, mentre nel 2007 Santa Lucia ha fatto il contrario ed è tornata con Taiwan dopo una pausa decennale.

Quel periodo rappresenta il momento più acuto della crisi delle ambasciate, una vera e propria contesa sotterranea che ha coinvolto Taipei e Pechino alla ricerca di alleati, in particolare nell’area del Pacifico e dell’America Latina, dove Pechino ha utilizzato tutta la sua immensa forza di attrazione. Nel 2008 – all’avvio di una nuova era dei rapporti tra Taipei e Pechino che ha portato alle firme di un Accordo quadro economico e di ben 20 Accordi bilaterali specifici – la contesa tra Cina e Taiwan per i riconoscimenti diplomatici si è informalmente interrotta, consentendo una nuova e più equilibrata visione delle relazioni tra la Repubblica di Cina (Taiwan) e l’America Latina.

Ben sei delle ventidue nazioni che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con Taipei  (Belize, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Panama) si trovano nella regione dell’America centrale e cinque (Repubblica Dominicana, Haiti, Santa Lucia, Saint Vincente and Grenadines e Saint Kitts and Nevis) si trovano nei Caraibi:  la presenza taiwanese in tutti questi paesi  è sempre stata improntata ad una grande concretezza nei progetti di carattere industriale, agricolo, sanitario, sociale e formativo.

Nella serie di  visite ufficiali, da parte taiwanese spiccano quelle, altamente rappresentative, del Presidente Ma Ying-jeou che, nel corso dei suoi finora sette anni di mandato, ha visitato tutti questi paesi dando impulso ad una rinnovata sinergia incentrata su concreti interventi di sostegno allo sviluppo, di stimolo all’interscambio commerciale e su trasferimenti di know-how tecnologico essenziale per il loro ammodernamento.

Le fruttuose relazioni che le nazioni del Centro America e dei Caraibi intrattengono con Taiwan non impediscono più lo sviluppo dei loro rapporti economici con Pechino a dimostrazione del nuovo approccio cinese nei confronti del riconoscimento diplomatico di Taiwan, diametralmente opposto rispetto allo scorso decennio quando l’esistenza di ambasciate taiwanesi comportava l‘assenza di ogni vincolo, anche commerciale, con Pechino.

Queste nuove modalità hanno permesso un più vasto impegno taiwanese nella regione – svincolato da esigenze che, per tutelare i rapporti diplomatici dall’attrazione cinese, condizionavano i progetti di assistenza – incentrato su una idea di cooperazione efficace e mirata alla crescita economica e sociale di quelle popolazioni. L’esempio del recente progetto – coordinato con le organizzazioni sanitarie internazionali – diretto a fornire la prevenzione necessaria per tutti gli operatori sanitari coinvolti nell’epidemia di Ebola nella regione rappresenta il paradigma del nuovo corso dell’impegno taiwanese in America Centrale e nei Caraibi.

Tra Taipei e Pechino. Prospettive e sinergie nei rapporti commerciali

La posizione internazionale di Taiwan è stata definita nel tempo in base ai rapporti con Pechino e alle conseguenze di una situazione spesso tesa che coinvolge i generali equilibri del Pacifico. La controversia riguardante lo status politico di Taiwan è imperniata sulla questione se l’isola, con i piccoli arcipelaghi delle Penghu, Kinmen e Matsu debbano rimanere effettivamente indipendenti come territorio della Repubblica di Cina – in una posizione non definita rispetto alla Repubblica Popolare Cinese – essere effettivamente unita alla RPC, oppure dichiarare formalmente l’indipendenza, rompendo il legame con la Cina continentale e diventando semplicemente la Repubblica di Taiwan. Una controversia incentrata dunque sulla legittimità della sua stessa esistenza come stato sovrano e sul conseguente riconoscimento da parte della comunità internazionale.

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Taiwan e le isole minori formano in effetti la giurisdizione della Repubblica di Cina, che ha ottenuto il controllo di questi territori nel 1945. Qui il governo nazionalista si è ritirato dopo la sconfitta nella guerra civile e l’abbandono del continente nel dicembre 1949, potendo contare sul sostegno degli Stati Uniti. Il governo della Repubblica di Cina in passato ha sostenuto con fermezza la propria legittimità in qualità di unico rappresentante della Cina, una posizione che ha iniziato a essere parzialmente rivista negli ultimi anni del secolo scorso. Con il progressivo riavvicinamento tra RPC e Stati Uniti nel corso degli anni Settanta, la RDC ha perso il suo seggio alle Nazioni Unite – dove rappresentava la “totalità” della Cina – e la maggior parte degli stati hanno spostato il proprio riconoscimento diplomatico su Pechino, riconosciuta come sola rappresentante legittima di tutta la Cina.

Attualmente Taiwan mantiene relazioni diplomatiche ufficiali con 22 Stati riconosciuti alle Nazioni Unite, tra i quali c’è la Santa Sede (che all’ONU è Osservatore), benché relazioni de facto siano mantenute con quasi tutti gli altri paesi soprattutto grazie agli Uffici di Rappresentanza di Taipei.

Nonostante ripetuti momenti di crisi negli ultimi sessant’anni, i rapporti tra Taiwan e Repubblica Popolare Cinese, soprattutto sul piano commerciale assumono un valore crescente mentre le relazioni attraverso lo Stretto di Formosa sono portate avanti facendo ricorso ad agenzie specializzate, come ad esempio il Consiglio per gli Affari Continentali della Repubblica di Cina (Mainland Affairs Council – MAC).

Proprio i rapporti economici tra i due lati dello stretto rappresentano una delle principali prospettive sia sul piano economico sia su quello politico per l’intera regione.

Il Consiglio per gli Affari Continentali, presieduto da un apposito ministro, è un’agenzia amministrativa dipendente direttamente dal Governo ed è responsabile per la pianificazione, lo sviluppo e l’attuazione delle politiche tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese. Come sua controparte, la RPC dispone dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan, responsabile per la fissazione e l’attuazione delle linee guida e delle politiche relative a Taiwan.

Il Consiglio per gli Affari Continentali inoltre sovvenziona e amministra indirettamente la Fondazione per gli Scambi nello Stretto (Straits Exchange Foundation – SEF), che è l’intermediario ufficiale con la Cina continentale. Organizzato in dipartimenti: Pianificazione delle Politiche, Affari Culturali ed Educativi, Affari Economici, Affari Legali, Affari di Hong Kong e Macao, Informazione e Collegamento; un Segretariato e alcuni uffici amministrativi.

A partire dal 2008 il presidente Ma Ying-jeou ha promosso una politica di riavvicinamento con la RPC che ha portato alla firma di una serie di accordi commerciali e all’apertura di collegamenti arerei e navali diretti tra le due sponde dello Stretto di Formosa, con centinaia di voli settimanali, riattivando anche il servizio postale e ponendo fine a un embargo reciproco durato sessanta anni. Le relazioni sono dunque migliorate sensibilmente da quando Ma Ying-jeou è diventato presidente e ha avviato una politica di dialogo che si è concretizzata attraverso la firma di numerosi accordi di cooperazione, tutti a livello non politico.

In particolare un accordo del 29 giugno 2010, conosciuto come ECFA (Economic Cooperation Framework Agreement), che riguarda in particolare il settore dei servizi – circa il 70 % del PIL di Taiwan – ha creato un’area di commercio preferenziale tra l’isola e il continente, che offre a Taipei benefici sul mercato cinese. Negli ultimi anni la RPC ha costantemente ampliato la sua industria dei servizi, avviando un processo di cui a Taipei spera di poter beneficiare grazie alla riduzione dei limiti di proprietà e alla rapida approvazione dei necessari passaggi amministrativi, avvantaggiandosi soprattutto nei confronti della competizione giapponese e coreana.

Un altro tema di rilievo riguarda l’apertura di uffici di rappresentanza sia a Taipei sia sul continente anche al fine di fornire assistenza e controllare il flusso di persone in movimento tra le due sponde dello stretto.

Nell’agosto 2012 è stata inoltre siglata una serie di accordi bilaterali intesi a migliorare ulteriormente gli investimenti reciproci, facilitando i controlli doganali e garantendo incolumità e rispetto delle proprietà degli investitori. Si tratta, in effetti, di una precisa copertura legale per le compagnie taiwanesi che investono sul continente garantendo in primo luogo agli investitori un’effettiva protezione in casi di difficoltà nei rapporti con le autorità e il divieto di espropriazione.

Gli accordi firmati a partire dal 2010 hanno dunque portato a un significativo miglioramento dei rapporti commerciali, con un incremento negli scambi, così come nella circolazione di turisti e negli investimenti. In totale sono al momento 21 gli accordi economici sottoscritti tra le due parti e non stupisce dunque che oggi Pechino sia il primo partner commerciale di Taipei, con oltre ottantamila compagnie taiwanesi che operano sul continente e con investimenti che superano i 100 miliardi di dollari.

Rispetto alle tante problematiche che rimangono ancora aperte nei rapporti tra i due paesi – a partire dal futuro istituzionale dell’isola e dalla sicurezza complessiva dell’area del Pacifico – l’intenso incremento dei rapporti commerciali tra le due parti dello stretto rappresenta uno dei principali elementi d’interesse per l’analisi della futura politica taiwanese anche e soprattutto rispetto a cosa potrà e vorrà fare Pechino in quest’area per lei fondamentale.