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Il sostegno della comunità internazionale ai diritti di Taiwan

Le reazioni italiane all’esclusione taiwanese dall’Assemblea Mondiale della Sanità.

Il sostegno della comunità internazionale ai diritti di Taiwan - Geopolitica.info

L’Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), che si è conclusa il 31 maggio a Ginevra, è stata al centro dell’attenzione di parlamenti, di governi e della stampa internazionale per ragioni purtroppo lontane dagli obiettivi che si prefigge – che dovrebbe prefiggersi – l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’esclusione di Taiwan dall’AMS pretesa e ottenuta dal governo cinese – dopo 8 anni di partecipazione taiwanese da tutti apprezzata per l’apporto scientifico e per la efficace cooperazione – ha suscitato polemiche e proteste in tutto il mondo. Le dinamiche che hanno portato a questa sconcertante situazione sono state ampiamente descritte nei precedenti articoli apparsi su “Taiwan Spotlight” e vari media, nazionali e internazionali, hanno dedicato articoli di approfondimento e di critica alla vicenda. Essa è, in effetti, molto grave per il “bando”, dai connotati di razzismo e di odio politico, da parte cinese nei confronti del popolo taiwanese a motivo dei risultati delle libere elezioni del 2016 che hanno democraticamente portato al Governo dell’Isola, fino al 2020, la Presidente Tsai e il DPP. Ma la gravità dell’evento si estende alla clamorosa violazione delle norme statutarie dell’AMS/OMS che escludono categoricamente le questioni politiche, razziali, religiose ed economiche dalle sue modalità di condotta e dalle sue finalità. Durante i lavori dell’Assemblea decine di oratori, in rappresentanza di paesi di tutti i continenti – tra i quali i Ministri della Sanità di Stati Uniti, Germania, Giappone, Australia, Canada e di numerosi altri stati asiatici, latino-americani e africani, sono intervenuti manifestando il loro appoggio a Taiwan e ribadendo il dovere dell’AMS/OMS di non escludere nessun paese e nessun popolo, come stabilito da suo statuto. Mentre questo avveniva in sede di riunione plenaria, fuori dalla sala dell’Assemblea il Ministro della Salute taiwanese aveva incontri bilaterali con colleghi Ministri di 31 paesi e con i vertici direttivi di 28 organizzazioni che operano nel mondo nel campo sanitario.

Anche in Italia, al Senato e alla Camera dei Deputati, sono state numerose le voci di esponenti politici della maggioranza e della opposizione – PD, FI, AP, Lega, Conservatori&Riformisti, Fare, gruppo Misto – che, con interventi e interrogazioni ai Ministri degli Esteri On. Alfano e della Salute On. Lorenzin, hanno sottolineato la gravità dell’esclusione taiwanese e delle assurde motivazioni con le quali essa è stata imposta da Pechino, in contrasto con la natura inclusiva, e non discriminatoria, della AMS/OMS. I parlamentari italiani  – tra i trenta senatori e deputati intervenuti vi sono il Presidente della Commissione Esteri della Camera On. Cicchitto (AP), il Presidente del Gruppo di amicizia Italia-Taiwan Sen. Malan (FI) e i Vice Presidenti On. Galperti e On. Romanini (PD) e Sen. Divina (Lega),  il Presidente della Commissione Territorio e Ambiente del Senato Sen. Marinello (AP), il Capogruppo della Lega al Senato Sen. Centinaio –  hanno messo in evidenza la necessità e il dovere di una inclusione globale indispensabile al corretto perseguimento della prevenzione, profilassi e lotta a malattie, pandemie e virus che non conoscono confini territoriali né orientamento politico di regimi e governi come, invece, è stato grottescamente sancito, nei fatti, a Ginevra. Il Presidente Cicchitto, tra l’altro, ha ricordato al Ministro Alfano la Mozione, approvata alla unanimità dalla Camera dei Deputati nel maggio 2004 (e votata allora dallo stesso On. Alfano), che impegnava il Governo a sostenere Taiwan proprio nella sua partecipazione all’AMS/OMS.

Le negative conseguenze per tutta la comunità internazionale di questo boicottaggio, contrario ai doveri dell’AMS/OMS, sono state rappresentate al Ministro Alfano dal Presidente Marinello (AP) che, anche quale medico, ha evidenziato il valido contributo taiwanese ai programmi di cooperazione sanitaria in tanti paesi in via di sviluppo. A sua volta il Sen. Malan ha chiesto al Ministro degli Esteri di assumere una chiara posizione contro la sconcertante strumentalizzazione politica dell’AMS, per ripristinarne la apoliticità e a sostegno dei diritti naturali dei 23 milioni di cittadini taiwanesi. Proprio nella giornata di chiusura dei lavori dell’AMS altri 6 deputati, primo firmatario l’On. Prataviera (Fare) hanno presentato una interrogazione ai Ministri della Salute e degli Esteri che, tra l’altro, afferma: “La esclusione di Taiwan dall’AMS rappresenta un evento inaudito, grave e inaccettabile, anzitutto perché totalmente contrario a quanto contenuto nell’atto costitutivo dell’AMS e dell’OMS che da essa dipende, nel quale atto è categoricamente stabilita la sola finalità della prevenzione, della tutela e della cura della salute dell’umanità intera, escludendo qualunque discriminazione di carattere politico, razziale, religioso ed economico”. In una delle interrogazioni precedenti (23 maggio) l’On. Fucci, (C&R), anch’egli medico, ha sottolineato i doveri istituzionali dell’AMS/OMS nei confronti della tutela della salute del genere umano, rinnegati dalla discriminazione operata nei confronti dei 23 milioni di taiwanesi, mentre in quella presentata il 26 maggio da otto deputati, primo firmatario l’On. Pagano (Lega), si legge che “La gravità e l’assurdità dell’evento è, poi, a tutti evidente per il fatto che malattie, virus ed epidemie non conoscono né confini nazionali, territoriali, marittimi ed aerei, né il colore dei Governi e dei regimi politici come invece irrealisticamente pretende e impone il Governo cinese”.

Gli interventi a favore della partecipazione taiwanese – che hanno visto dalla stessa parte politici di tutte le appartenenze partitiche nonché accademici, medici, scienziati, giornalisti e analisti delle più diverse ispirazioni – hanno messo in risalto le inaccettabili motivazioni politiche dei cinesi e la necessità di arrivare a svincolare le decisioni delle organizzazioni, direttamente legate alla Nazioni Unite, da dinamiche che richiamano alla mente gli anni della guerra fredda e “logiche” completamente fuori dalla realtà del mondo globalizzato. Nella seduta del Senato del 18 maggio il Sen. Arrigoni (Lega), intervenendo in Aula per annunciare una Interrogazione firmata con altri 4 colleghi, ha parlato senza mezzi termini della tracotanza di Pechino: “Taiwan ha partecipato per otto anni all’Assemblea Mondiale della Sanità come osservatore, convivendo senza problemi con la presenza cinese, mentre oggi Pechino pretende la sua esclusione per ragioni politiche contro un Governo, quello di Taipei, che ricordo essere stato democraticamente eletto lo scorso anno. È una vergogna che l’Assemblea Mondiale della Sanità si presti a questo diktat cinese e tradisca la sua natura”. Argomenti già evidenziati dall’On. Galperti (PD) proprio in una intervista per Taiwan Spotlight https://www.geopolitica.info/taiwan-ams-intervista-allonorevole-guido-galperti/. L’esponente del Partito Democratico, premesso che l’ostracismo a Taiwan “rappresenta una vera e propria violazione delle ragioni costitutive dell’AMS”, ha evidenziato le conseguenze della esclusione taiwanese prospettando “gravi difficoltà nel coordinamento della prevenzione e dell’eventuale contrasto a malattie ed epidemie. Non dimentichiamo – ha affermato l’On. Galperti –  quanto accaduto all’inizio degli anni 2000 con la SARS. Allora l’apporto di Taiwan fu molto importante e desidero ricordare la figura eroica del medico italiano Dottor Carlo Urbani al cui ricordo proprio Taiwan ha destinato un fondo per la ricerca scientifica”.

Questi parlamentari, dimostrando sensibilità e lucidità, si sono mossi in maniera netta e coerente con i valori umani che sono patrimonio italiano al di sopra di ogni differenza politica e partitica. Adesso attendono le risposte dei Ministri Alfano e Lorenzin per capire se e cosa ha fatto, e cosa ha intenzione di fare in avvenire, il Governo italiano. Nel frattempo il boicottaggio cinese per l’AMS non è il solo atto di ritorsione da parte cinese contro Taiwan: Pechino ha infatti dichiarato che non parteciperà alle “Universiadi” (la “Fiaccola” sarà, nei prossimi giorni, consegnata dal Sindaco di Torino al Sindaco di Taipei) che si terranno a settembre a Taiwan. Una “modalità” che riporta le lancette della storia indietro di quaranta anni. A questi eventi si affianca la continua e crescente repressione di ogni tentativo, anche flebile, di esprimere in Cina idee e opinioni diverse sui diritti civili, sulle fedi religiose, su ogni materia e aspetto della vita che comporti una riflessione filosofica e spirituale. Tra i casi più recenti ed eclatanti vi è quello dell’attivista taiwanese Lee Ming-cheh (李明哲) che è stato arrestato con l’accusa di sovversione contro lo Stato.

Va ricordato che in Cina gli imputati giudicati colpevoli di “sovversione” possono essere incarcerati a lungo, spesso subiscono torture e poi vengono condannati al carcere a vita; molto raramente i processi si concludono con una assoluzione dell’imputato. Per la prima volta un cittadino taiwanese si trova in una prigione cinese accusato di “sovversione”, una ulteriore dimostrazione della insensata volontà di quel regime di inasprire lo scontro politico con la pacifica Taiwan.

Taiwan: un anno di governo di Tsai Ing-wen. La presidente tra l’ostracismo cinese e i problemi interni

Ad un anno dalla storica elezione nella quale Tsai Ing-wen (蔡英文) si aggiudicò, con una nettissima maggioranza, la presidenza di Taiwan, la luna di miele tra la leader del Democratic Progressive Party (DPP) e la popolazione taiwanese sembra essersi appannata. L’approvazione nei confronti della presidente è in calo da alcuni mesi e le proteste contro il governo sono frequenti, perlopiù legate al tema della riforma pensionistica e della tutela ambientale per le contee abitate dalla popolazione aborigena.

Taiwan: un anno di governo di Tsai Ing-wen. La presidente tra l’ostracismo cinese e i problemi interni - Geopolitica.info

I rapporti con Pechino sono congelati per volontà cinese a motivo della mancata accettazione del cosiddetto “Consenso del 1992” da parte della presidente e del governo del DPP. Insieme a questa interruzione di comunicazioni con l’esecutivo di Tsai Ing-wen la Cina ha avviato una politica di ostracismo a livello internazionale, culminata con il mancato invito di Taiwan all’Assemblea Mondiale della Sanità, in corso da lunedì 22 maggio a Ginevra. Una situazione, questa, che sta suscitando molte polemiche a livello internazionale per la stridente contraddizione con la natura apolitica della stessa AMS le cui esclusive finalità statutarie sono la tutela e la promozione della salute del genere umano senza alcun tipo di restrizione politica, razziale o religiosa. Vi è poi il fatto sconcertante di un paese che impone i suoi interessi politici di parte ad una istituzione internazionale imponendo la esclusione della delegazione taiwanese che partecipava, con lo status di osservatore, alla riunione annuale della Assemblea Mondiale della Sanità da ormai 8 anni. Sul piano economico bilaterale, c’è da registrare il calo del flusso di turisti cinesi a Taiwan, anche se questa flessione è estesa ad altri paesi dell’area, mentre le aziende taiwanesi continuano ad operare in Cina senza aver subito alcun tipo di restrizione a seguito del raffreddamento politico. Ma i timori degli imprenditori taiwanesi, legati ad una eventuale ulteriore peggioramento delle relazioni tra Taipei e Pechino, sono crescenti anche perché i vertiginosi tassi di crescita degli scorsi decenni, sia in Cina sia a Taiwan, non sembrano ripetibili.La presidente Tsai ha recentemente annunciato un ambizioso piano di sviluppo per rilanciare l’economia e fronteggiare il calo della domanda cinese di tecnologia legato al rallentamento del Continente. Le esportazioni di Taipei ammontano a più di due terzi della produzione del paese, dei quali il cinquanta per cento verso la Cina e Hong Kong. Più della metà delle esportazioni sono legate alla componentistica digitale, settore nel quale Taiwan sta scontando la concorrenza con altri paesi dell’area, Vietnam in testa.

Il governo – come Tsai ha ribadito la scorsa settimana intervenendo all’annuale dinner con 800 esponenti della attivissima Camera di Commercio Europea a Taipei – vuole ridurre la dipendenza del paese dalla produzione elettronica e sta investendo prioritariamente in settori quali la difesa, la robotica e le biotecnologie. Si tratta di aree che necessitano di massicci investimenti nella ricerca e che daranno importanti risultati nel medio e lungo termine. Fino ad oggi i maggiori successi sono arrivati dalla produzione mentre gli obiettivi più legati all’innovazione non hanno ancora dato i frutti sperati. Vi saranno poi interventi mirati alle criticità interne come i salari bassi, in particolare se confrontati con il mercato immobiliare di Taipei e delle principali città taiwanesi che registra tassi di crescita esponenziali, e l’occupazione giovanile che riflette i tassi di natalità tra i più bassi al mondo.

La stabilità dell’esecutivo di Tsai Ing-wen non è ovviamente a rischio per l’immediato futuro, infatti lo scetticismo nei confronti del DPP non ha finora portato vantaggi in termini di popolarità ai nazionalisti del Koumintang (KMT).Il più antico partito cinese – al governo di Taiwan dal 1949 al 2000 e, poi, dal 2008 al 2016 – è in profonda crisi dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno e, sino ad ora, non si è mostrato capace di interpretare le sfide del futuro. È evidente la sua difficoltà a trasformarsi in un partito moderno, abbandonando le eredità dello scorso secolo nel quale, comunque, ha promosso e guidato con successo la piena democratizzazione del Paese. Il KMT, secondo i sondaggi, è percepito dalla maggioranza dei taiwanesi come il partito più adeguato per risollevare le sorti dell’economia, oltre che come la parte politica capace di riaprire il dialogo con Pechino. Una dinamica che potrebbe essere decisiva in caso di un peggioramento della situazione economica. Ma le fasce sociali che hanno sostenuto il DPP alle elezioni del 2016, in particolare i giovani, pur avendo mostrato segnali di delusione rispetto alle mancate o parziali realizzazioni di alcune promesse elettorali, non sembrano disposte a scegliere un partito come il KMT per la sua disponibilità pro-Cina. La principale sfida di Wu Den-yih (吳敦義), già Vice Presidente della Repubblica dal 2012 al 2016, eletto presidente del KMT qualche giorno fa con la stragrande maggioranza dei voti degli iscritti, è proprio questa: riconquistare l’elettorato giovanile che, negli ultimi anni, ha dimostrato un basso gradimento nei confronti dei nazionalisti preferendo il DPP.

 

Taiwan, nonostante queste difficoltà, ha la forza di una vivace democrazia liberale e di una economia dinamica che rappresenta, tra l’altro, un nodo cruciale per la fornitura globale di tecnologia: aziende come la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company e la Foxconn sono tuttora le più grandi aziende mondiali rispettivamente nel settore dei semiconduttori e dei componenti elettronici. Il paese è una parte fondamentale della catena di fornitura mondiale di tecnologia e il PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto del 2016, è tre volte quello della Cina comunista. L’isola rappresenta anche un esempio per tutta la regione: le sue istituzioni democratiche hanno dimostrato la capacità di garantire un dibattito interno pienamente libero e pluralistico, e una piena rappresentatività per tutti i cittadini. Taiwan, infatti, risulta da anni al primo posto tra tutti i paesi asiatici sia nella classifica dedicata al rispetto dei diritti umani di Freedom House, sia in quella dedicata al grado di libertà accordato ai giornalisti realizzata da Reporter Senza Frontiere. Al di là di queste classifiche, la democrazia taiwanese ha raggiunto un livello di maturità unico nel continente asiatico e il governo cercherà di utilizzare l’evoluzione della società aperta di Taipei proprio per sviluppare un nuovo dialogo con le nazioni della regione.

Tsai Ing-wen vuole soprattutto diminuire la dipendenza economica dalla Cina e cercare una proiezione verso il Sud Est asiatico, sia per la delocalizzazione delle aziende sia per le esportazioni. La sua New Southbound Policy è un ambizioso piano mirato alla costruzione di una fitta rete di interconnessioni in tutti i campi civili e sociali con i paesi dell’Asia e del Pacifico che, rispetto agli analoghi piani dei suoi predecessori Lee Teng-hui e Chen Shui-bian, è incentrato sui rapporti culturali e personali prima che economici. Quindi valori democratici e rapporti people-to-people come vettori del soft power taiwanese, una grande sfida con cui Taipei vuole riposizionarsi nell’area.

La New Southbound Policy rappresenta dunque lo snodo cruciale del futuro dell’esecutivo di Tsai Ing-wen: un successo nella proiezione in Asia-Pacifico potrebbe garantire a Taiwan nuovo ruolo nel quadro geopolitico dell’area nella quale si giocheranno buona parte dei destini mondiali del XXI Secolo.

 

Taiwan e AMS: intervista all’Onorevole Guido Galperti

Intervista all’Onorevole Guido Galperti sul mancato invito di Taiwan all’Assemblea Mondiale della Sanità.

Taiwan e AMS: intervista all’Onorevole Guido Galperti - Geopolitica.info

L’On. Guido Galperti, Deputato del Partito Democratico, già più volte Consigliere regionale della Lombardia e Senatore nella scorsa Legislatura, Vice Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, è un attento conoscitore della realtà di Taiwan e, in generale, dell’Asia dove, dal Giappone alla Mongolia, si è recato in missioni parlamentari e di promozione del nostro Paese.

On. Galperti, come ha reagito alla notizia del mancato invito alla delegazione taiwanese per partecipare all’Assemblea Mondiale della Sanità che si terrà a Ginevra la prossima settimana?

Quanto sta accadendo tra l’Assemblea Mondiale della Sanità e Taiwan è molto grave perché contraddice i doveri, le responsabilità e le finalità che l’AMS si prefigge di promuovere e difendere. Il mancato invito alla riunione annuale, a cui Taiwan ha partecipato negli scorsi 8 anni in qualità di osservatore, che inizierà il 22 maggio, è un fatto sconcertante. Ad un libero e democratico paese di 23 milioni di pacifici cittadini viene negata la possibilità di partecipare all’Assemblea Mondiale della Sanità a causa di una pretesa del governo cinese legata esclusivamente a motivi di politica interna, ossia l’avversione di Pechino per il governo democraticamente eletto a Taiwan lo scorso anno.

Perché l’esclusione di Taiwan dalla AMS è così grave?

È evidente che tale esclusione rappresenta una vera e propria violazione delle ragioni costitutive dell’Assemblea Mondiale della Sanità che sovrintende all’Organizzazione Mondiale della Sanità: la tutela e la promozione della salute dell’umanità intera, e la lotta alle malattie e alle epidemie, il tutto perseguito e realizzato – così stabilisce l’atto costitutivo – senza distinzione alcuna di razza, credo politico, condizione economica e sociale. L’ostracismo nei confronti di Taiwan è una lacerante contraddizione di queste finalità ed un pessimo esempio di strumentalizzazione politica di un organismo preposto al doveroso obiettivo “super partes” della salute di ogni essere umano.

Quali conseguenze potrebbe avere l’esclusione di Taiwan dalla AMS per il coordinamento delle emergenze sanitarie globali?

Le malattie e le epidemie non conoscono frontiere e Taiwan, che si trova al centro dell’area Asia-Pacifico, per il suo rilievo economico, commerciale e culturale, è annualmente meta, sia per ragioni professionali sia per turismo, di milioni di persone. La sua esclusione dalla AMS creerebbe gravi e assurde difficoltà nel coordinamento della prevenzione e dell’eventuale contrasto a malattie ed epidemie. Non dimentichiamo quanto accaduto all’inizio degli anni 2000 con la SARS.

Quale è l’apporto che Taiwan potrebbe dare con la sua partecipazione alla AMS?

Il livello della sanità taiwanese è uno dei migliori della regione, e in molti settori Taiwan rappresenta l’eccellenza a livello mondiale. L’apporto di Taipei in occasione della citata epidemia SARS, nel 2003, fu molto importante e desidero qui rievocare la figura eroica del medico italiano Dottor Carlo Urbani al cui ricordo proprio Taiwan ha destinato un fondo per la ricerca scientifica. Inoltre, sono importanti ed encomiabili le innumerevoli attività taiwanesi di cooperazione umanitaria, sanitaria – nella profilassi e nelle cure – e per la formazione professionale,  in tanti paesi di ogni continente, ben documentate nel sito http://leavenoonebehind.com.tw/ che è stato realizzato per evidenziare l’importanza della partecipazione all’AMS. È veramente inaccettabile una discriminazione che escluderebbe, in una forma di neo-razzismo politico, un popolo di 23 milioni.

Cosa può fare l’Italia per sostenere la presenza taiwanese alla AMS?

Molti paesi, tra cui l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti, si sono ripetutamente espressi per il sostegno alla giusta e necessaria continuità della partecipazione di Taiwan all’AMS. Diversi esponenti politici  – il Presidente della Commissione Esteri della Camera, On. Cicchitto; il Presidente del Gruppo di amicizia, Sen. Malan; il Presidente della Commissione Territorio e Ambiente del Senato, Sen. Marinello;  con me 10 colleghi deputati del PD –  si sono mossi per manifestare ai Ministri Alfano e Lorenzin la netta contrarietà a questa esclusione, per chiedere che anche l’Italia unisca la sua voce a difesa del carattere apolitico della AMS e per sostenere la partecipazione di Taiwan. Se tutto ciò non avvenisse sarebbe non soltanto lo snaturamento dell’AMS/OMS, piegate a interessi politici di parte, prevalenti rispetto ai diritti naturali di 23 milioni di persone, ma un fatto molto preoccupante sia per la frattura nella cooperazione medica internazionale sia per lo stesso avvenire di questi organismi multilaterali.

L’ostracismo cinese nei confronti di Taiwan

Il mancato invito a Taipei per l’Assemblea Mondiale della Sanità in Svizzera e la necessità di una strategia globale per la gestione delle crisi sanitarie.

L’ostracismo cinese nei confronti di Taiwan - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni la violenta contestazione, ad opera della delegazione cinese, durante l’apertura dell’incontro del Kymberly Process a Perth ha suscitato grande sconcerto nell’opinione pubblica australiana e internazionale. Il Kymberly Process prende il nome dalla città sudafricana dove nel 2000 si riunirono i principali stati africani che operano nel settore dei diamanti, dall’incontro nacque un accordo per garantire un certificato etico delle pietre preziose. Una dinamica che è riuscita a contenere le problematiche legate al traffico di armi e al sovvenzionamento di guerre civili attraverso i proventi del settore diamantifero. Kymberly Process è una organizzazione internazionale che opera in maniera trasversale e globale per garantire il rispetto di norme che determinano un avanzamento della società civile e un benessere generale, un organismo che necessita di una interconnessione tra le varie nazioni in uno spirito di cooperazione. Taiwan ha partecipato a molti incontri del Kymberly Process, sin dal 2007, in qualità di membro osservatore. Durante il recente incontro indetto dagli organizzatori del Kymberly Process, a Perth in Australia, la delegazione cinese, spalleggiata da alcuni delegati di paesi africani (dove ormai la “presenza” cinese spadroneggia con caratteri di neocolonialismo) ha preteso l’allontanamento degli osservatori taiwanesi. La vicenda ha trovato molto rilievo, nei media australiani e internazionali, per comportamenti improntati ad una prepotenza contraria alle dovute forme che regolano questi eventi.  La delegazione cinese ha, infatti, ripetutamente interrotto il Chairman della conferenza, Robert Owen-Jones, proprio mentre stava introducendo il Ministro degli Esteri di Canberra, Julie Bishop, pretendendo l’allontanamento della delegazione taiwanese, regolarmente invitata. Per garantire la prosecuzione dei lavori dell’assemblea gli osservatori di Taiwan hanno lasciato la sede dove si teneva il Kymberly Process.


Situazioni analoghe sono già avvenute negli incontri delle varie organizzazioni internazionali, ma solitamente in paesi africani o asiatici, in luoghi dove l’influenza di Pechino è molto pressante. La vicenda australiana ha profondamente segnato sia la stampa australiana sia l’Esecutivo di Canberra. L’Australia è una democrazia matura e liberale che, pur di fronte ai massicci investimenti cinesi nel paese, non ha finora mai mostrato alcun segno di deferenza politica e culturale con Pechino. I commenti di diversi partecipanti presenti all’episodio sono stati tutti negativi, da “inappropriato” a “irrispettoso” e “disgustoso”. Parole importanti a cui hanno fatto seguito due note ufficiali di protesta dirette all’Ambasciatore cinese a Canberra.

La vicenda australiana si inserisce in una dinamica che da settimane sta interessando l’opinione pubblica internazionale. Taiwan sin dal 2009 partecipa, come membro osservatore, all’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) che è il principale organo decisionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO). Fino ad oggi il Governo di Taipei non ha ricevuto l’invito per partecipare alla WHA che si terrà a fine maggio 2017 in Svizzera, rompendo così una dinamica che andava avanti da ben otto anni. Il ruolo della delegazione taiwanese è sempre stato quello di osservatore, quindi senza diritto di voto, ma si tratta di un importante riconoscimento per le tante iniziative in ambito sanitario che Taipei ha portato avanti negli anni. Soprattutto è una occasione per sviluppare il coordinamento con gli altri paesi dell’area nel settore medico. L’emergenza della SARS mostrò l’importanza di politiche comuni e congiunte in caso di epidemie, la regione Asia-Pacifico è il luogo con la maggiore densità di popolazione al mondo e il livello di assistenza sanitaria dei vari paesi è fortemente difforme. L’epidemia del 2003 decretò un rinnovato approccio alle politiche di assistenza sanitaria, si registrarono più di 5000 casi in Cina con 340 morti, 205 casi in Vietnam con 205 morti, 205 casi a Singapore con 28 morti e 686 casi con 81 morti a Taiwan. La SARS mise in luce la necessità di una continua sinergia tra i vari paesi dell’area e la partecipazione di Taipei alla WHA avvenne anche in considerazione del lavoro fatto dai medici taiwanesi durante l’epidemia.

La decisione della WHO, chiaramente dietro diktat di Pechino che sta cercando di limitare la proiezione internazionale di Taiwan dopo l’elezione, lo scorso anno, del Governo democratico-progressista di Tsai Ing-wen, ha ribaltato completamente la situazione. La partecipazione di Taiwan alla WHA non è riconducibile a dinamiche di sovranità e non andrebbe piegata a fini esclusivamente politici di un paese: si tratta di una necessità ineluttabile e coerente con la natura della WHA che è quella di perseguire la salute del genere umano, pianificare e stabilire modalità di cooperazione nell’ambito dell’assistenza sanitaria alle persone e ai popoli, senza alcuna distinzione o deroga.

Le dichiarazioni della Presidente Tsai Ing-wen sono state chiare: “Taiwan non deve essere esclusa dall’incontro della WHA per nessun motivo. Le questioni sanitarie non si fermano ai confini e il ruolo di Taiwan è cruciale per la salute globale”. La campagna di Taipei per supportare le ragioni taiwanesi è incentrata sulle tante iniziative umanitarie realizzate con successo negli scorsi decenni in tutto il mondo. La sanità è una sfida globale, le epidemie e i virus non riconoscono i confini nazionali e un coordinamento sovranazionale in caso di emergenza sanitaria è assolutamente necessario. Il ruolo della cooperazione in ambito medico di Taiwan nell’Asia-Pacifico e nelle zone svantaggiate del mondo è ben noto. Michael Tsai, ex Ministro della Difesa di Taiwan, sostiene che non ci dovrebbero essere precondizioni per unirsi a un organismo internazionale non politico e lancia un appello pubblico: “Chiediamo all’opinione internazionale di aiutare Taiwan a partecipare alla sessione della WHA. Spero davvero che molte nazioni aiutino il popolo taiwanese a far sentire la propria voce”.

Gli Stati Uniti hanno ufficialmente supportato la presenza taiwanese alla WHA, nonostante la delicata situazione nell’area e il ruolo di mediazione che Pechino sembra stia svolgendo nella crisi nord coreana. La dichiarazione di Washington arriva in un momento di riavvicinamento tra Trump e Xi Jinping dopo l’incontro di Mar-a-Lago e la circostanza dimostra la neutralità dell’intera vicenda. Anche il Canada e l’Australia hanno pubblicamente espresso l’appoggio a Taipei negli scorsi giorni. Adesso è il turno dell’Europa di fornire un supporto concreto per garantire la partecipazione della delegazione taiwanese alla WHA e salvaguardare così la natura e il ruolo della stessa Assemblea e della WHO.

 

TAIWAN SPOTLIGHT: Libertà di espressione, l’esempio di Taiwan

Con questo articolo inauguriamo una rubrica settimanale dedicata a Taiwan. Si chiamerà Taiwan Spotlight e sarà ovviamente incentrata sulle vicende taiwanesi, senza dimenticare le relazioni e i rapporti con i paesi dell’Asia-Pacifico.Abbiamo deciso di dedicare una rubrica a Taiwan per molti motivi, anzitutto perché manca in Italia uno spazio di dibattito e discussione sul paese che – per storia, posizione geostrategica, rilievo economico – è uno degli snodi cruciali nella regione.Siamo infatti convinti che Taiwan costituisce un importante laboratorio sociale, politico, culturale e tecnologico per l’intero continente asiatico.Il futuro della ormai ventennale democrazia taiwanese rappresenta un punto di riferimento e un banco di prova per lo sviluppo dei processi di Rule of Law nell’area Asia-Pacifico. Taiwan è, inoltre, un osservatorio privilegiato e diretto sulla Cina, un punto di vista imprescindibile vista la progressiva deriva politica di Hong Kong. La rubrica sarà anche una piattaforma sul mondo cinese e la sua cultura.Intendiamo offrire al pubblico italiano un contributo per aiutare a comprendere Taiwan e la Strait Politics, i sentimenti e l’identità di una popolazione dinamica e democraticamente matura, i rapporti bilaterali sia tra Italia e Taiwan sia tra Unione Europea e Taiwan. Prediligeremo le analisi geopolitiche e di politica internazionale ma ospiteremo occasionalmente articoli su temi legati alla regione, improntati ad un approccio storico o sociologico.

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Nel 2017 è il primo paese asiatico nella classifica del rispetto dei diritti umani di Freedom House ed in quella della libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere.

 

Nella classifica della World Press Freedom, che quantifica il grado di libertà accordato da ogni paese ai giornalisti, realizzata da Reporter Senza Frontiere (RSF), nel 2017 Taiwan è il primo paese asiatico, al quarantacinquesimo posto, seguita al sessantatreesimo posto dalla Corea del Sud. Anche nel report pubblicato lo scorso anno Taiwan risultò al primo posto tra i paesi asiatici, classificandosi al cinquantunesimo posto.

Reporter Senza Frontiere ha recentemente annunciato l’apertura a Taipei del suo primo ufficio in Asia. Durante la conferenza stampa il segretario generale, Christophe Deloire, ha dichiarato che la scelta di Taiwan è stata sostanzialmente dovuta all’impossibilità di aprire una filiale operativa ad Hong Kong. Le ragioni sono legate alle prevedibili “interferenze” della Repubblica popolare cinese nelle attività della ONG francese come, d’altra parte, avviene nei confronti di tutte le associazioni non governative che cercano di operare in Cina. Intervistato alla radio un responsabile di RSF ha dichiarato che Taiwan è l’unica possibile scelta in Asia per le loro esigenze di poter lavorare in piena libertà e sicurezza, non solo in riferimento alle restrizioni e ai controlli esercitati da Pechino ma anche per quanto riguarda la situazione della stampa in Giappone e Corea del Sud. Infatti, la pressione esercitata sui media giapponesi a seguito del disastro nucleare di Fukushima, secondo molti analisti, ha dimostrato la capacità delle fonti governative nipponiche di esercitare una censura preventiva. Una dinamica che ha stupito molti osservatori internazionali e che non è stata limitata ai mesi immediatamente successivi alla catastrofe ma è durata negli anni successivi. Per quanto riguarda la situazione coreana, con particolare riferimento all’influenza dei grandi gruppi industriali – i famosi Chaebol – nella vita pubblica, essa ha evidenziato delle anomalie nella trasparenza dell’informazione.

Anche nella lista pubblicata, giorni orsono, da Freedom House – l’organismo che stila la classifica dedicata al rispetto dei diritti umani nei vari paesi – Taiwan ha registrato un ottimo score con 91 punti su 100, precedendo non solo tutti gli altri paesi asiatici ma anche gli Stati Uniti e la Francia.

La libertà di stampa è, dunque, un punto centrale nella vita politica, sociale e culturale taiwanese. Durante il primo anno di governo della presidente Tsai Ing-Wen (蔡英文) sono state molteplici le iniziative lanciate per promuovere e sviluppare ulteriormente il modello democratico di Taiwan. Ad esempio, il 7 aprile, è stata celebrata a Taipei la prima giornata nazionale della libertà di espressione: una commemorazione, istituita nel 2016, per ricordare il sacrificio dell’attivista per la democrazia Cheng Nan-jung (鄭南榕)che si immolò, nel 1989, in una protesta finalizzata proprio all’ottenimento della piena libertà di espressione.  La stessa libertà che, invano, lo stesso anno, chiedevano inutilmente, e con tragico epilogo, sulla piazza Tien-An-Men di Pechino migliaia di giovani.

Un altro evento dedicato a questi temi è stato il Forum organizzato a Taipei, dal 16 al 18 aprile, dalla World League for Freedom and Democracy (WLFD), nel quale i relatori – esponenti politici, parlamentari, accademici provenienti da 50 paesi di tutti i continenti- hanno sottolineato l’importanza cruciale della libertà d’espressione a Taiwan, conquistata nel corso del complesso e delicato impegno di costruzione della democrazia nel paese. Bruce Knotts, in qualità di Chair dell’Executive Committee del DPI/NGO alle Nazioni Unite, ha espresso la sua preoccupazione per le perduranti derive autocratiche nella regione Asia-Pacifico, lodando il modello taiwanese realizzato preservando un clima di pacifico dialogo e confronto tra tutte le parti politiche. Il presidente della WLFD, Yao Eng-chi (饒穎奇), a sua volta, ha ricordato le tappe del processo democratico taiwanese, fondato sulla Rule of Law. La sua piena realizzazione, ha detto Yao, rappresenta anche un esempio significativo per le altre nazioni asiatiche, sia quelle che cercano di migliorare la qualità democratica della loro vita politica sia quelle ancora costrette a subire regimi repressivi, autoritari e monopartitici.

I riconoscimenti internazionali e le lusinghiere graduatorie sono un importante e meritato risultato per Taiwan ma resta la grave contraddizione di un paese di quasi 24 milioni di cittadini, tanto avanzato politicamente, civilmente ed economicamente, che deve ancora fronteggiare una assurda esclusione dai fori internazionali multilaterali.

Il mancato invito – fino ad oggi – all’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) che si terrà a fine maggio in Svizzera, dopo 8 anni (dal 2009) di consecutiva partecipazione, è l’ennesimo esempio del rinnovato ostracismo imposto dal governo cinese che, evidentemente, vede nel successo democratico di Taiwan l’evoluzione di una società etnicamente cinese che è riuscita a coniugare positivamente lo sviluppo economico con la piena affermazione dei diritti umani, civili, politici e sociali. La perdurante esclusione di Taiwan dai principali organismi di rappresentanza internazionale, in particolare quelli legati a temi universali e condivisi quali salute, clima (UNFCCC) e la sicurezza aerea (ICAO), alimenta una forte discrepanza tra le finalità di tali organismi e la realtà, insieme ad un senso profondo di iniquità per queste strumentalizzazioni che sono, al tempo stesso, anacronistiche e ingiuste.

 

 

Lo scacchiere asiatico

Nel panorama anarchico delle relazioni internazionali, i primi mesi del 2017 hanno rappresentato un periodo di decisivi cambiamenti geopolitici dall’esito piuttosto incerto e a tratti preoccupante. Non c’è settore che non sia stato investito da trasformazioni e crisi, e in questa cornice l’Estremo Oriente rappresenta uno degli scenari più interessanti e dinamici del globo. Usa, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Taiwan sono le pedine principali di uno scacchiere frenetico, in cui tensioni internazionali e crisi interne, frizioni militari e guerre commerciali avranno ripercussioni sugli equilibri delle relazioni internazionali in molte altre regioni.

Lo scacchiere asiatico - Geopolitica.info

Di nuovo in Corea
La penisola coreana rappresenta, ancora una volta, il punto più caldo del quadrante Asia-Pacifico. Il 6 marzo, poco dopo l’inizio dell’annuale esercitazione congiunta tra forze armate statunitensi e forze armate coreane denominata Foal Eagle, la Corea del Nord ha simulato per la prima volta un attacco missilistico multiplo, di media gittata, diretto verso il Giappone e le basi statunitensi sul territorio giapponese, con tre missili caduti a circa 300 km dalla costa nipponica. A questa simulazione, in concomitanza con la visita del Segretario di Stato Usa Tillerson a Pechino, ha fatto seguito a stretto giro il test di un nuovo reattore missilistico che, secondo quanto riportato dalla stampa, potrebbe garantire al Pyongyang la capacità di lanciare satelliti oppure missili in grado di raggiungere il suolo statunitense. Questi due test sono stati solo l’ennesima dimostrazione di forza di un regime che negli ultimi sei anni, a seguito della salita al potere di Kim Jong Un, ha condotto decine di test missilistici e tre test nucleari, implementando le proprie capacità belliche.

Questa situazione ha chiaramente prodotto il solito teatrino di botta e risposta diplomatici, ma ha anche provocato un deterioramento delle relazioni nell’intero quadrante, con mosse che non si sono limitate a semplici scaramucce o accuse a mezzo stampa. Gli Usa hanno infatti accelerato lo schieramento, in Corea del Sud, del sistema di difesa missilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che verrà testato per la prima volta ad Aprile. Questa mossa repentina ha così generato una reazione da parte di Pechino e Mosca, con il regime cinese pronto ad azionare delle sanzioni nei confronti della Corea del Sud, che tuttavia al momento si sono manifestate in maniera piuttosto blanda.

Ciò nondimeno, le dinamiche geopolitiche della penisola coreana, come il dispiegamento del THAAD, sono in parte dettate anche dalle situazioni domestiche dei paesi dell’area, con particolare riferimento al governo di Seoul. Infatti la repubblica sudcoreana si trova oggi ad affrontare un delicato passaggio politico, dopo che l’ormai ex presidente, Park Geun-hye, è stata costretta a dimettersi a causa di una lunga e travagliata procedura di impeachment, nata a seguito di un processo per corruzione che ha già coinvolto svariati uomini del suo entourage e svariati manager delle maggiori aziende sudcoreane, tra cui la Samsung (un processo che, tra l’altro, potrebbe coinvolgere la stessa Park). A questo va aggiunto che in concomitanza con le elezioni presidenziali, indette per il 9 maggio prossimo, il Paese asiatico potrebbe affrontare anche un referendum costituzionale volto a limitare i poteri del presidente sudcoreano. È quindi lecito sospettare che gli Stati Uniti abbiano accelerato il dispiegamento del THAAD anche sulla base di questa crisi politica, che potrebbe portare al governo, fra due mesi, forze politiche meno inclini al forte impegno militare degli Usa in Corea del Sud.

In tutto questo, come già accennato, la settimana scorsa si è svolto il primo tour diplomatico di Rex Tillerson, capo della diplomazia statunitense dell’era Trump. Il tour, che ha avuto come prime tappe Seoul e Tokyo, si è concluso domenica a Pechino, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato le più alte cariche della Repubblica Popolare, compreso chiaramente il presidente Xi Jinping. Tillerson ha caratterizzato il suo tour premendo specialmente sulla questione nordcoreana, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ormai esaurito la pazienza nei confronti di Pyongyang e come, dopo l’evidente fallimento delle strategie utilizzate finora, tutte le opzioni siano oramai sul tavolo. A queste dichiarazioni sono seguite le richieste, supportate, via Twitter dal presidente Usa Donald Trump, di un maggior impegno da parte del governo cinese, principale alleato della Corea del Nord, a dissuadere il governo nordcoreano nel continuare i suoi progetti missilistici e nucleari.

Le altre caselle: Taiwan e Mar Cinese Meridionale
Dal canto suo, la Cina popolare, concluso da poco il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo, ha ribadito di avere tutto l’interesse affinché le relazioni con gli Usa rimangano stabili e proficue. Nulla di nuovo per un Paese che ad ogni occasione pubblica ha ribadito questa linea, ma che nei fatti ha avuto un atteggiamento ambiguo, mostrando quasi sempre una certa disinvoltura nell’utilizzo della leva economica e militare verso paesi alleati degli Stati Uniti, anche in settori diversi dalla storica linea di confronto-scontro sulla penisola coreana. Pechino e Washington infatti continuano a confrontarsi anche in altri settori, come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e anche in questo caso si parla di aree in cui il confronto tra le due potenze si protrae da anni se non decenni. Tuttavia lo switch della presidenza Trump dalla precedente strategia, molto incentrata sul soft-power, ad una fondata maggiormente sull’hard-power potrebbe portare ad evoluzioni inaspettate.

Taiwan, da quando si è insediata l’amministrazione di Tsai Ing-wen, è oggetto di una certa pressione politica da parte della Cina popolare. I rapporti tra l’isola e il continente sono di fatto congelati da mesi, ossia dall’elezione dell’attuale amministrazione. Il governo di Taipei, seppur intenzionato a inserire le negoziazioni con il regime cinese all’interno di un meccanismo istituzionalizzato, si è caratterizzato sin dal suo insediamento per una politica meno conciliatoria verso la Cina comunista rispetto alla precedente amministrazione taiwanese. Dall’altra parte dello stretto, il governo di Pechino ha continuato a mantenere una posizione apparentemente accondiscendente rispetto alla politica di Taiwan, pur tuttavia ribadendo la totale opposizione a qualsiasi opzione indipendentista dell’isola sulla base del principio della “unica Cina”, condiviso anche dall’amministrazione Trump – nonostante una certa ambiguità iniziale della nuova presidenza Usa. Ciò nonostante, la situazione appare meno fredda e lineare rispetto a quanto ostentato dalle dichiarazioni ufficiali. Da un lato, le notizie di nuove installazioni o di manovre militari delle forze armate di Pechino sullo stretto sono oramai all’ordine del giorno. Dall’altro lato, è probabile che Taiwan potrà giovare in parte della nuova politica muscolare di Washington e del relativo aumento delle spese militari statunitensi: è di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuovi rifornimenti militari per l’isola da parte dell’amministrazione Trump.

Accanto a queste manovre e provocazioni tra Cina, Stati Uniti e alleati sullo stretto di Formosa, si aggiunge poi la delicata situazione del Mar Cinese Meridionale . Infatti, è noto da mesi che il governo di Pechino ha dato inizio alla costruzione di basi e installazioni sulle isole Paracel – rivendicate sia da Taiwan che dal Vietnam – e sulle isole Spratly – rivendicate dalle Filippine -, generando una serie di reazioni diplomatiche e operative da parte del governo di Manila, storico alleato statunitense orientato verso un rafforzamento delle proprie strutture di difesa.
A questo quadro già di per sé complicato bisogna aggiungere poi un altro elemento, ossia l’ingresso in campo del Giappone. Impegnato in prima linea nella complicata crisi coreana, Tokyo appare infatti determinata a giocare un ruolo nella crisi del Mar Cinese Meridionale, dove invierà la propria nave da battaglia Izumo per tre mesi, prima che questa partecipi a delle esercitazioni congiunte con la marina statunitense nell’Oceano Indiano. Questa mossa del governo nipponico, insieme ad altre iniziative, si inscrive all’interno delle logiche di confronto tra gli attori dell’area, ma è anche riconducibile dell’attuale corso della politica giapponese. Shinzo Abe, l’attuale primo ministro nipponico, è da anni sostenitore di un referendum che superi definitivamente il principio del “pacifismo assoluto”, così come previsto dall’articolo 9 della Costituzione giapponese. Questo consentirebbe al Giappone di partecipare o avviare con più disinvoltura azioni di sicurezza e militari, sia sul piano internazionale che quello regionale. Avendo ottenuto una modifica dello statuto del Partito Liberal Democratico che gli consentirà di rimanere leader del partito per altri tre anni, Abe si ripresenterà alle prossime elezioni alla testa dei liberaldemocratici, con la chiara possibilità di vincere le elezioni e quindi continuare la sua azione di governo. E nel caso vincesse, è molto probabile che il superamento del pacifismo assoluto diventi un punto cruciale del suo nuovo mandato. Tuttavia, è lecito sospettare che anche nel caso in cui il PLD non vincesse le prossime elezioni nazionali nel 2018, il tema del superamento dell’articolo 9 rimarrà sul tavolo della politica nipponica. Ed è altrettanto lecito sospettare che tutto questo avrà delle ripercussioni su tutto il quadrante Asia-Pacifico.

Le prossime mosse
Tirando le somme, lo scacchiere asiatico sembra destinata a complicarsi ulteriormente.
I problemi interni dei vari paesi coinvolti, sommati alle strategie regionali dei vari attori, suggeriscono un futuro fatto di crescenti tensioni. La crisi della penisola coreana vede il regime nordcoreano intenzionato a non retrocedere di un passo dalla strategia aggressiva a cui ci ha abituato in questi anni. Bisognerà vedere se e in quale misura la Cina di Xi Jinping riuscirà a placare l’atteggiamento belligerante di Kim Jong Un: tuttavia, per quanto frustrata dall’alleato, la Cina comunista continua a considerare il regime nordcoreano un elemento strategico della propria politica di difesa e pressione, malgrado gli eccessi di Pyongyang. Sull’altro lato della barricata, al di sotto della zona demilitarizzata, la Corea del Sud affronterà nei prossimi due mesi un travagliato periodo elettorale, che potrebbe portare al potere forze forse maggiormente aperte a qualche forma di dialogo con il regime di Pyongyang e sicuramente meno inclini all’impegno militare statunitense sul suolo sudcoreano. Un’eventualità che potrebbe creare qualche grana all’alleato statunitense, che pare ormai indirizzato ad affrontare le controversie dell’intero settore a muso duro, come dimostrano le vicende del sistema THAAD e le routinarie esercitazioni militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello sudcoreano.

L’unico alleato sul quale gli Stati Uniti, ad oggi, pare possano fare affidamento ad occhi chiusi è il Giappone di Shinzo Abe: per quanto ancora frenato dalle costrizioni della carta del 1949, solo parzialmente superate dalla dottrina costituzionale nipponica, il governo di Tokyo sembra fermamente intenzionato a ottenere un ruolo sempre più attivo e centrale nelle dinamiche politiche e strategiche della penisola coreana e dell’intero quadrante. Tuttavia, bisognerà attendere più di un anno prima che queste aspirazioni possano effettivamente di divenire una realtà libera dalle limitazioni appena accennate.
Nel frattempo, anche le tensioni sullo stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale continueranno a mantenersi piuttosto elevate. Sia nel primo caso che nel secondo, tutte le pedine appaiono intenzionate a implementare le proprie risorse militari, senza contare altri attori sulla scena, come ad esempio il governo di Tokyo e il già citato caso della nave da battaglia diretta nelle zone calde dell’area.
È chiaro, in ogni caso, come tutte queste dinamiche, con accenti diversi, siano definitivamente legate alle scelte strategiche degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese. La visita del Segretario di Stato statunitense sommata all’atteggiamento del governo di Pechino, sembrano aver scongiurato, per ora, un’accelerazione della più volte annunciata guerra commerciale tra le due potenze.Tuttavia, come già sottolineato, entrambi gli attori in campo non sembrano voler rinunciare a un atteggiamento muscolare, abbastanza esplicito sia guardando alla crisi coreana, che alle vicende di Taiwan che a quelle delle isole Spratly, Paracel e delle altre zone di tensione nel Mar Cinese Meridionale.

Per cui, la partita a scacchi asiatica si prolungherà per molti mesi e sarà centrale soprattutto capire: se e in quale forma Washington e Pechino riusciranno a trovare dei campi sui quali poter collaborare; se e in quale forma si evolverà il confronto tra i due Paesi, nei casi in cui non sarà possibile trovare un accordo. Ad oggi, fatte salve le dichiarazioni ufficiali, le due potenze sembrano intenzionate a sfruttare al massimo delle strategie fondate sull’hard-power, ma allo stesso tempo entrambi gli attori sembrano intenzionati a scongiurare soluzioni in grado di generare veri e propri conflitti nei settori già citati.
Difficile affermare chi tra i due principali competitor riuscirà ad aumentare la propria influenza. La Cina comunista ha dalla sua parte una strategia consolidata, ossia la capacità di combinare toni diplomatici (in alcuni casi più o meno aggressivi) con azioni spregiudicate. Inoltre la Cina avrà dalla sua la possibilità di espandere la sua influenza (e quindi il suo potenziale di ricatto) economico e commerciale sull’intero quadrante dopo la rinuncia della nuova amministrazione americana al Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, le condizioni interne del paese, le irrisolte questioni di natura economica e finanziaria (come il rallentamento della crescita economica, la sovrapproduzione di materie prime o la preoccupante bolla immobiliare) potrebbero porre un freno alle azioni di Pechino.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potranno giovarsi ancora per un breve-medio periodo dello “effetto sorpresa” generato dalla elezione di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia bisognerà vedere se e come questo effetto sorpresa verrà sfruttato. La strategia statunitense ha già subito alcuni cambi di rotta piuttosto significativi (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, prima cauto e poi decisamente aggressivo) e il rischio è che questo possa minare la rotta che gli Usa sembrano aver imboccato in questi mesi. Senza contare la travagliata situazione politica che Donald Trump e la sua amministrazione saranno costretti ad affrontare a Washington, nei prossimi mesi.

La politica estera americana in Transnistria e Taiwan secondo Wikileaks

Gli stati de facto sono generalmente considerati “entità illegali, esistenti in condizioni che vanno al di là del normale corso delle relazioni internazionali, estranei alle importanti dinamiche che coinvolgono invece i cosiddetti stati sovrani”. Questa condizione di paria che li caratterizza e ci permette di definirli, non può però essere considerata sinonimo di isolamento politico ed economico: gli stati de facto sono esclusi dai normali canali delle ufficiali relazioni bilaterali, non sempre siedono alle tavole rotonde delle organizzazioni inter- governamentali che contano, ma non sono “buchi neri”.

La politica estera americana in Transnistria e Taiwan secondo Wikileaks - Geopolitica.info

Che cosa questa apparente contraddizione voglia significare è presto spiegato: il “National Security Strategy of the United States of America”, definisce “engagement”, la partecipazione attiva degli Stati Uniti alle  relazioni con paesi che vanno oltre i propri confini nazionali. L’”engagement” è considerata una determinante imprescindibile della politica estera degli USA, in quanto permette di stipulare con un determinato paese terzo delle “relazioni strumentali” in grado di influenzare i cambiamenti politici, sociali ed economici che coinvolgono il paese in questione.

La strategia dell’”engagement” rappresenta quindi il lato B della politica del “non riconoscimento”, e anche se secondo alcuni osservatori essa potrebbe essere definita illegale, l’evidenza dimostra che gli stati de facto non sono ignorati dalla comunità internazionale.

La ricerca a cui questo articolo si riferisce è stata in particolare dedicata alle relazioni tra gli Stati Uniti e lo stato di Taiwan (Repubblica di Cina) e quello della Transnistria (Repubblica Moldava di Pridniestrov). Essa è basata sulla classificazione dei messaggi (cables) Wikileaks destinati dalla diplomazia statunitense a questi due “stati ostili”. Da un punto di vista numerico la differenza nei messaggi analizzati è rilevante: nel caso della Transnistria infatti, il sito “cables.mrkva.eu”, a cui abbiamo fatto riferimento, ha restituito circa 96 messaggi (dal 2003 al 2010), nel caso di Taiwan invece il numero totale di messaggi risultati è stato pari a 2020 (dal 1989 al 2010). La ricerca in questione è stata condotta nel 2014. La scelta di fare riferimento a questo sito di ricerca, piuttosto che a quello ufficiale (www. cablegatesearch.net), è legata alla volontà di non includere nella ricerca i cables di secondaria importanza.

I messaggi ottenuti sono stati classificati in una tabella excel secondo diverse variabili:
– la specifica città in cui è localizzata l’ambasciata americana da cui ha origine il messaggio
– la classificazione dello stato di riferimento (patron state: il principale sostenitore dello stato de facto, parent state: lo stato da cui lo stato de facto in questione vuole separarsi, uno stato vicino o regionale)
– il livello di engagement degli Stati Uniti (diretto: nel caso di incontri diretti tra rappresentanti degli Stati Uniti e quelli del paese de facto, indiretto: nel caso di incontri tra i rappresentanti degli Stati Uniti e quelli di altri paesi, per discutere dello stato de facto in questione, nessun contatto)
– l’identificazione dei rappresentanti degli Stati Uniti coinvolti (Segretario di Stato, Ufficiali del Dipartimento di Stato, Ambasciatori)
– l’identificazione dei rappresentanti dello stato de facto coinvolti (presidente, primo ministro, società civile)
– Parent state/Patron State (i rappresentanti dello stato dal quale lo stato de facto vuole separarsi, o quelli dello stato che invece lo sostiene, sono contattati o coinvolti? Sono contattate o coinvolte altre organizzazioni politiche o statali?)
– Iniziatore (Chi dà inizio al contatto con lo stato de facto?)
– Argomento di discussione (Gestione del conflitto, economia, sicurezza, politica estera o interna, riconoscimento)
–  Definizione specifica dell’oggetto del messaggio
– Definizione dell’atteggiamento degli Stati Uniti (neutrale, ostile, di supporto o poco chiaro)

L’analisi portata avanti ha dimostrato che sono gli eventi politici internazionali a determinare il livello di “engagement” degli Stati Uniti. Questo vale sia contro la convinzione comune che la politica portata avanti dal “parent state” o dal “patron state”, possa avere una qualsiasi forma di influenza rispetto al grado di coinvolgimento (engagement) di un terzo paese, sia rispetto all’ipotesi che il maggior “engagement” degli Stati Uniti con gli stati de facto debba essere ricondotto all’avvento dell’amministrazione Obama.

Nel caso specifico della Transnistria, come dimostra un cable del 26-11-2007 dell’ambasciata di Chisinau in cui è manifestata disponibilità di aiuto da parte degli USA nella gestione della crisi di siccità che sta affliggendo la popolazione della Transnistria, è impossibile non considerare gli eventi che in quello stesso periodo si stavano verificando nel sud del Caucaso. Al riguardo, è possibile trovare una conferma nelle stesse parole dell’Ambasciatore M. Kirby, secondo il quale una simile offerta, che poteva essere considerata “inusuale” e “senza precedenti”, rappresentava però un’importante opportunità per costruire il supporto necessario all’impegno statunitense in Transnistria. Di rilievo al riguardo devono comunque essere considerati anche i messaggi del 25 ottobre 2007 e del 9 aprile 2008 relativi alla gestione del conflitto, in cui emerge una strategia di supporto da parte del “parent state” (Moldavia) al coinvolgimento degli USA in Transnistria.

L’analisi dei cables wikileaks portata avanti permette di affermare che il caso della Transinistria contraddice la convinzione secondo la quale il coinvolgimento nelle dinamiche proprie di uno stato de facto deve essere ricondotto alla promozione del processo di democratizzazione o alla volontà di influenzare il processo politico interno al paese, favorendo l’equilibrio tra le forze politiche moderate e quelle più estremiste. Al riguardo di fondamentale importanza risultano essere i messaggi del 22-10-2007, 22-05-2008 e 16-06-2008, relativi alla presidenza Smirnov e alle proteste contro il suo regime. Così come emerge dai messaggi del 22 ottobre 2007 e da quelli del 22 maggio e 16 giugno 2008, il caso della Transnistria sembra confermare piuttosto l’ipotesi secondo la quale la strategia dell’”engagement senza il riconoscimento” risulta essere perfettamente coniugabile con una strategia di lungo periodo che predilige la neutralità e promuove l’equilibrio tra l’isolamento e la dipendenza dal “patron state”. Il messaggio a cui precedentemente si è fatto riferimento, relativo alla disponibilità ad aiutare la società civile a fronteggiare la crisi di siccità, e un altro messaggio del 26 novembre 2007 relativo alla disponibilità alla cooperazione bilaterale circa lo sviluppo di un’associazione di agricoltori locali, dimostrano tuttavia che così come nel caso delle relazioni governative, anche le relazioni con la società civile hanno visto un largo supporto da parte della Moldavia (parent state), e che nel caso specifico dell’engagement americano in Transnistria il riferimento alla società civile è stato più importante rispetto a quello verso i rappresentanti governativi (così come chiaramente indicato nel NSS).

Ancora una volta, è necessario sottolineare che l’importanza del cable del 24 giugno 2008, direttamente collegato a quello di risposta del  26 novembre 2007 relativo all’emergenza idrica, in cui gli Stati Uniti esprimendo sostegno all’integrità territoriale della Moldavia, sostengono la partecipazione della Transnistria al “Millenium Challenge Corporation” come parte del “Moldova Compact Program”, è legata al fatto che la posizione degli Stati Uniti sulla crisi di siccità, rappresenta la chiave di analisi della politica del paese in Transnistria. La convinzione espressa dalle stesse parole dell’ambasciatore M. Kirby: “The Transnistrians made a high-level policy decision to engage with the US Government…and Chisinau officials are becoming more flexible in their dealings with Tiraspol”, permette di sintetizzare perfettamente la politica di “non riconoscimento” portata avanti dagli Stati Uniti in Transnistria, nonostante, come emerso precedentemente, non si può affermare che essa si riferisca ad una strategia ad hoc. Non è possibile infatti parlare nel caso della Transinistria di una specifica e definita politica di “engagement senza riconoscimento” da parte degli Stati Uniti.

Come già detto precedentemente, il caso di Taiwan presenta rispetto a quello della Transnistria delle notevoli differenze. Innanzitutto è necessario sottolineare che, nel caso di Taiwan la ricerca dati su cui questo articolo è basata non è stata oggetto di analisi e sistematizzazione, così come è accaduto con la Transinistria. I risultati della classificazione dei cables relativi alle relazioni degli Stati Uniti con Taiwan, possono quindi considerarsi soltanto correlati ad ipotesi di ricerca basati su deduzioni che in gran parte risultano essere statistiche.

Considerare le dinamiche che permettono di definire la storia di Taiwan come stato de facto impone di considerare lo stretto di Taiwan secondo la  logica del contenzioso Stati Uniti – Cina. I messaggi analizzati confermano quindi che la strategia principale portata avanti dagli Stati Uniti non è stata mirata, a differenza di quanto emerso nel caso della Transinistria, al contenimento della Cina, quanto piuttosto alla stabilizzazione delle relazioni nello Stretto.

Di particolare importanza devono essere considerati i messaggi relativi al periodo 2007-2008 (tra gli altri: 29 gennaio 2007, 16 agosto 2007, 26 settembre 2007, 14 gennaio 2008) che riflettono la volontà di Chen Shui-bian, allora presidente, di accelerare il percorso di separazione dalla Cina, proponendo un referendum sulla partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite come Stato indipendente. E quelli successivi, della seconda metà del 2008, relativi alla cooperazione Stati Uniti – Cina, al fine di evitare l’indipendenza di Taiwan. Questa specifica politica cinese deve essere ricondotta alla consapevolezza che un’azione di forza avrebbe avuto l’effetto parallelo di rafforzare la posizione del presidente Chen Shui-bian. L’”engagement” dell’ amministrazione Bush  deve essere invece ricondotta all’analisi del “Taiwan Relations Act”, con il quale il paese si impegnava a difendere l’indipendenza di Taiwan. La debolezza dell’impegno americano, circoscritto al verificarsi di determinate condizioni, si accompagnò però alla dichiarazione dell’inutilità del referendum da parte del Segretario di Stato Americano, contribuendo ad erodere il sostegno popolare interno al referendum.

L’importanza dell’influenza cinese nelle relazioni internazionali di Taiwan emerge inoltre analizzando i cables del periodo 2005-2006, relativi in particolare alle relazioni economiche con il Vaticano, il Nicaragua, El Salvador, Haiti, ed altri. La politica cinese ha in questo periodo fortemente contribuito all’indebolimento di queste relazioni, attraverso la leva economica. L’analisi wikileaks conferma comunque la svolta rappresentata dall’avvento al potere del Partito Nazionalista Taiwanese nel 2008, la cui politica era basata sul miglioramento delle relazioni economiche con la Cina. Da notare che già durante la campagna presidenziale, il candidato nazionalista  Ma Ying-jeou, aveva auspicato un miglioramento della politica dei “tre links”. L’analisi dei messaggi degli anni 2008 e 2009 conferma il miglioramento delle relazioni tra la Cina e Taiwan: in particolare è importante sottolineare l’invito da parte della Cina al vice presidente V. Siew al “Boao Forum for Asia” (07-04-2008/11-04-2008) e la disponibilità da parte della Cina ad accettare la partecipazione di Taiwan alla “World Health Organization” in qualità di osservatore (tra gli altri 07/25-11-2008, 01/24-12-2008).

La modernizzazione dell’esercito taiwanese, considerata all’interno del paese necessaria rispetto alla possibilità di invasione da parte della Cina, ha continuato comunque a rappresentare, al di là di questa distensione nelle relazioni, la principale strategia di “engagement” degli USA nel paese. I messaggi wikileaks degli anni 2008 – 2009 (tra gli altri 3/11/29-09-2008, 01/06-10-2008, 20-02-2009, 17-03-2009) dimostrano però la contrarietà cinese, che considerava la vendita di armi a Taipei come una violazione della dichiarata sovranità della Cina sul paese.

L’analisi dei cables wikileaks dimostra quindi che sono queste strategie della sicurezza a definire le relazioni degli Stati Uniti con Taiwan e di conseguenza quelle con la Cina. Taiwan, in quanto stato de facto ha rappresentato la bilancia geopolitica nelle relazioni sino-americane, e secondo alcuni studiosi, l’indipendenza de facto di Taiwan continuerà ad essere sostenuta dagli Usa fino a quando la Cina continuerà a rappresentare per il paese un temibile rivale geopolitico.

Questa analisi, che in parte può dirsi ancora embrionale e che merita sicuramente approfondimenti comparati (in particolare nel caso di Taiwan), conferma però che gli stati de facto non sono “buchi neri” illegali nell’establishment della politica e delle relazioni internazionali. Piuttosto, la comunità internazionale è coinvolta nelle relazioni con essi, per vari motivi e con diversi livelli di intensità ed “engagement” (così come perfettamente dimostrano i due casi considerati): essi permettono oggi di definire in certi casi gli equilibri stessi della comunità internazionale, confermando che “gli stati de facto  rappresentano unità fondamentali molto più nella definizione delle dinamiche proprie della sovranità esterna di un paese che in quelle relative alla sua sovranità interna” (3).

  1. Berg, E., Pegg, S., Scrutinizing a Policy of “Engagement Without Recognition”: US Requests for Diplomatic Actions With De Facto States, Foreign Policy Analysis 0, pp. 1-20, 2016
  2. Huang, C. Y., Lee, J. T-H., Entangled Web: The Wikileaks and US-China Rivalries over Taiwan, International Journal of China Studies Vol. 4, N°. 3, pp. 285-300, 2013
  3. S., Berg, E., Lost and Found: The WikiLeaks of De Facto State–Great Power Relations, International Studies Perspectives, pp. 1–20, 2014
  4. Toomla, R., Conditions for informal engagement of states with limited recognition in international relations: an fsQCA analysis, paperroom.ipsa.org, 2014
  5. mrkva.eu
  6. cablegatesearch.net
  7. Lo studio è stato condotto durante il periodo marzo – giugno 2014, nell’ambito del progetto di ricerca del prof. E. Berg dell’Università di Tartu, sulla classificazione di cableswikileaks sul coinvolgimento politico degli USA negli stati de fact, in particolare in Transnistria e a Taiwan.
Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana.

Il 2 dicembre 2016 il neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto una telefonata di congratulazioni dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen. L’evento ha determinato la prima vera scossa della presidenza di Trump in politica estera e ha creato un inevitabile scompiglio tra gli analisti e i giornalisti.

Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana. - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni il neoeletto presidente ha implicitamente messo in dubbio la necessità statunitense di rispettare il “Principio dell’Unica Cina” (One China Policy), in mancanza di una serie di accordi bilaterali legati al commercio. Il “Principio dell’Unica Cina” risale al 1979, quando gli Stati Uniti ruppero formalmente i legami diplomatici con Taiwan, riconoscendo l’esistenza di un solo legittimo governo cinese.

La One China Policy è il frutto di una lunga trattativa diplomatica avviata sin dall’inizio degli anni settanta, a seguito della rottura tra Pechino e Mosca. Il “Joint Communiqué degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Popolare Cinese” del 1972, stilato durante la storica visita presidenziale di Nixon in Cina, contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la politica nei confronti di Taiwan per i decenni successivi. Il documento venne redatto, con le parole dell’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger che guidò la delegazione statunitense, usando una “calcolata ambiguità”. Nel documento, conosciuto anche come “Shanghai Communiqué”, Pechino sottolinea come la questione taiwanese fosse cruciale nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi mentre Washington riconobbe sia l’esistenza di una unica Cina sia l’appartenenza di Taiwan alla “entità unica cinese”.

Gli Stati Uniti non specificarono mai quale dei due governi fosse legittimo, anche se il riconoscimento ufficiale di Pechino nel 1978 e la chiusura dell’ambasciata a Taipei nell’anno successivo determinarono l’avvio del Principio dell’Unica Cina come minimo comun denominatore dei rapporti sino statunitensi. La dichiarazione statunitense dell’esistenza di “una sola Cina” senza una precisa indicazione lasciò i leader di Pechino e di Tapei liberi di interpretare la volontà statunitense a proprio favore. Ma l’appoggio di Washington a Taiwan non fu legato esclusivamente a una interpretazione semantica, con il “Taiwan Relations Act” del 1979 gli Stati Uniti avviano un rapporto sostanziale con Taipei che prevede costanti rifornimenti di armamenti bellici. Nel “Taiwan Relations Act” viene indicato esplicitamente come qualsiasi sforzo cinese in direzione di una annessione forzata di Taiwan equivalga ad una gravissima minaccia alla sicurezza stessa degli Stati Uniti. La questione del “Principio dell’Unica Cina” è quindi tutt’altro che univoca, si tratta di un complesso quadro diplomatico e strategico che ha subito alterazioni e modificazione da più parti. La Cina nei decenni seguenti è divenuta una formidabile potenza economica e si è definitivamente affermata come il principale competitor degli Stati Uniti. Taiwan non è più governata da un regime guidato da un partito unico ma si è trasformata nella più dinamica democrazia asiatica e ha raggiunto importanti traguardi in campo economico e tecnologico. Soprattutto la recente elezione di Tsai Ing-wen, prima donna cinese capo di stato, ha mostrato un inedito percorso per il futuro di Taiwan.

Le giovani generazioni taiwanesi non voteranno mai più partiti che considerano una possibile annessione con la Repubblica Popolare Cinese, tanto che il percorso democratico avviato a Taipei nello scorso decennio sembra ad oggi inarrestabile. I recenti conflitti tra Pechino e Hong Kong, culminati nel mancato rispetto cinese dell’accordo con Londra del 1984 che prevedeva dal 2017 libere elezioni per l’Assemblea legislativa della città, hanno definitivamente convinto la stragrande maggioranza della popolazione taiwanese dell’impossibilità di una annessione con Pechino. Questi eventi hanno mostrato come un avvicinamento di Taiwan a Pechino non porterebbe alcun tipo di vantaggio a livello economico, vista la straordinaria vivacità dell’economia di Taipei. Gli abitanti dell’isola si sentono sempre più taiwanesi e per la prima volta nella storia il legame ideale che li legava alla cultura cinese è fortemente indebolito. L’evoluzione della questione di Taiwan è cruciale per il futuro degli equilibri geopolitici dell’Asia-Pacifico, soprattutto per garantire la sicurezza delle rotte commerciali e di rifornimento energetico di Corea-Giappone. Salvatore Babones in un recente articolo su Foreign Affairs ha evidenziato come Taipei dovrebbe abbandonare la velleità, anche solamente retorica, nei confronti di una rivendicazione sulla legittima sovranità sulla Cina Popolare. Un retaggio del passato della politica del Kuomintang che, oltre ad essere evidentemente anacronistico, non trova nessun tipo di riscontro nell’opinione pubblica taiwanese. La denominazione ufficiale di Taiwan è tuttora quella di Republic of China (ROC), un eventuale cambio garantirebbe, secondo Babones, una dichiarazione di identità pur non entrando direttamente sul complesso status legale del paese. Dall’altra parte la questione di Taiwan rappresenta per Pechino l’ultimo obiettivo per conquistare “il sogno di un grande ringiovanimento della nazione cinese” più volte citato dal presidente Xi Jinping.

Sulla relazione tra gli Stati Uniti e la Cina si stanno concentrando le osservazioni e le interpretazioni dei principali analisti. L’evoluzione della competizione tra le due principali potenze economiche mondiali è soggetta a numerose variabili che sarebbe riduttivo analizzare in maniera sintetica.

La mossa di Trump è stata analizzata dalla stampa statunitense, anche dai media che più hanno avversato il neoeletto presidente, in maniera oggettiva. Rappresentando un chiaro segnale verso Pechino e una nuova strategia dell’amministrazione statunitense nei confronti del gigante asiatico. Una mossa che mostra una netta decisione di intervenire nell’area. Così come fatto da Obama a inizio primo mandato con il “Pivot to Asia”, anche se con modalità e obiettivi differenti, anche Trump vuole reset delle relazioni con la Cina (così come con la Russia). Ma i risultati della politica statunitense nel Pacifico sono abbastanza deludenti, la spinta della Trans-Pacific Partnership (TPP) sembra essersi esaurita e gli alleati nell’area sono sempre più scettici sul ruolo di Washington. La telefonata di Trump è stata interpretata come un nuovo capitolo nel rapporto tra Washington e Pechino, una inedita svolta nell’inevitabile conflitto tra la superpotenza globale e il suo principale competitor. I media cinesi hanno inizialmente dato poco risalto alla notizia del colloquio telefonico, sostanzialmente minimizzando e riducendo l’episodio ad una supposta incapacità del neopresidente americano di gestire i delicati rapporti tra Pechino e Washington. Ossia Trump è stato presentato dall’opinione pubblica cinese come un incompetente, privo della necessaria comprensione delle dinamiche delle relazioni internazionali. Le interpretazioni dei media cinesi sono notoriamente espressione del pensiero del Partito Comunista Cinese, in particolare per quei casi che riguardano Taiwan. Mentre i media mondiali hanno registrato il cambio di direzione di Washington, i giornali italiani hanno sposato la versione di un presidente incapace di gestire la politica estera, se non addirittura all’oscuro delle basi su cui poggiano le relazioni sino statunitensi. La lettura è chiaramente frutto del paradigma della polarizzazione della politica, sia interna che estera, che ormai pervade qualsiasi analisi nei media italiani. In particolare la politica internazionale viene spesso trattata dai media italiani sulla base di considerazioni incentrate sulla figura dei singoli leader e sulla loro personalità. I principali quotidiani italiani si sono espressi sulla inviolabilità della “One China Policy”, arrivando addirittura a riferirsi a Taiwan come “provincia ribelle” senza usare le virgolette. Dimenticando gli immensi progressi degli ultimi decenni di Taipei, dalle prime elezioni presidenziali del 1996 ai successi economici nel settore tecnologico, ma soprattutto omettendo la straordinaria capacità di Taiwan di trasformarsi in una democrazia matura in appena pochi decenni.

Il ruolo di Taiwan tra Vaticano e Cina

La visita alla Santa Sede del Vice Presidente di Taiwan, Chen Chien-Jen, e la centralità di Taiwan nei delicati negoziati sulle libertà religiose in Cina.

Il ruolo di Taiwan tra Vaticano e Cina - Geopolitica.info

Da tre decenni ormai si gioca una estenuante partita a scacchi tra il Vaticano e Pechino, un confronto e uno scambio in cui si alternano aperture e bruschi dinieghi, ottimistiche aspettative e “docce gelate” (la incessante repressione di Vescovi, Sacerdoti e credenti “fedeli” al Papa e le nuove norme, ancor più restrittive delle precedenti, varate dalla Conferenza statale sulle religioni tenutasi, dopo 15 anni, lo scorso aprile a Pechino), nonché sgarbi diplomatici (ad esempio l’aver ignorato il telegramma di saluto inviato dal Papa al Presidente Xi – una formalità che avviene con tutti i Capi di Stato dei paesi sorvolati dall’aereo del Pontefice – durante un suo viaggio in Asia.

Il mondo intero guarda con attenzione al delicato rapporto tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese e Papa Francesco, come i suoi predecessori, non ha mai nascosto il desiderio della Chiesa Cattolica di aprire nuovi canali comunicativi con la Cina per dare spazio e respiro ai 10 milioni di cattolici cinesi.

Gli Stati Uniti stanno monitorando i colloqui tra Pechino e il Vaticano molto attentamente. Il nucleo centrale della politica estera di Obama, il Pivot to Asia, potrebbe essere influenzato dalla costruzione di inediti rapporti tra Cina e Santa Sede. Ma è soprattutto a Taipei che tali colloqui vengono seguiti con particolare sensibilità per gli ipotizzati sbocchi all’orizzonte, peraltro ancora vago e incerto.

La stabilità delle relazioni tra Taiwan e il Vaticano non sembra essere in discussione e la visita, da domani, del Vice Presidente Chen Chien-jen, in occasione della cerimonia per la Canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, ne è l’ultima conferma. Il Presidente Tsai Ing-wen, insediata in Maggio alla guida di Taiwan, ha tra l’altro più volte invocato la necessità del dialogo per ricercare un consenso sino-taiwanese sui molti temi che interessano e coinvolgono le “due sponde dello Stretto di Taiwan”, inclusa la delicata questione dei rapporti tra Cina e Vaticano.

Su questa linea, l’evidente peculiarità delle relazioni internazionali della Santa Sede è stata sottolineata, alla vigilia della partenza per Roma del Vice Presidente Chen, dal Vice Ministro degli Esteri di Taipei, Wu Chih-chung: “Il Vaticano non è uno Stato come gli altri e non pone i propri interessi nazionali sopra ogni cosa. Anzi, lavora incessantemente per la libertà religiosa e la promozione della fede cristiana”.
La stessa scelta della nomina a Vice Presidente di Chen Chien-jen è emblematica dell’importanza che il Presidente Tsai attribuisce alle relazioni tra Taiwan e la Santa Sede. Chen, infatti, è un cattolico praticante in un paese dove il cattolicesimo è seguito appena dal due per cento della popolazione ma, soprattutto, è ben conosciuto in Vaticano. Egli ha ricevuto nel 2010 l’Ordine di San Gregorio Magno e, nel 2013, l’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme ed è un esponente molto attivo e stimato della comunità cattolica taiwanese che, pur piccola, conta una decina di Vescovi ed è molto attiva nel campo educativo e sanitario. La sua capacità di dialogare con la Santa Sede sembra essere uno dei punti di forza della nuova politica estera taiwanese. Amico e collaboratore di lunga data di Tsai Ing-wen non ha mai fatto politica attiva in senso partitico, pur avendo già ricoperto ruoli importanti in precedenti Governi, e infatti non è mai stato iscritto al Democratic Progressive Party (DPP) vincitore delle ultime elezioni presidenziali e parlamentari. Tutti questi fattori, unitamente anche alla rilevante cooperazione di Taipei con molti paesi cattolici dell’America Latina – cooperazione che coinvolge spesso le strutture di solidarietá sociale e sanitaria promosse dalle Chiese locali, che Tsai e Chen hanno visitato nei viaggi delle scorse settimane a Panama, Paraguay e Repubblica Dominicana- hanno certamente contribuito alla sua scelta nel ticket che poi ha vinto le elezioni.

Il confronto tra il Vaticano e Pechino si presenta, dunque, assai complesso come testimoniano i decenni di inconcludenti negoziati, dall’epoca del Cardinale Casaroli ad oggi. Va ricordato che la Santa Sede ha sempre dichiarato di non voler stabilire relazioni diplomatiche con paesi che non consentono la libertà di espressione religiosa e questo, insieme alle modalità di consacrazione dei Vescovi (la Cina proibisce per legge le nomine di “funzionari” cinesi emanate da autorità straniere), è il punto centrale della difficile trattativa.

Anche in altri paesi la questione della nomina dei Vescovi ha sollevato notevoli problemi ma non sono mancati i casi in cui la controversia è stata pragmaticamente superata (come avviene da anni in Vietnam pur nella assenza di rapporti diplomatici con la Santa Sede) attraverso colloqui che portano a una scelta di Vescovi condivisa da entrambe le parti.

La situazione in Cina, invece, è molto più complicata: ci sono ancora Vescovi e numerosi religiosi, fedeli al Papa e alla Chiesa di Roma, agli arresti in carcere, ai domiciliari o addirittura spariti, e una lunga sequela di Vescovi “ordinati” dall’Associazione patriottica – organismo sottoposto al ferreo controllo della Agenzia statale per gli affari religiosi – in assenza del mandato della Sede Apostolica. Questi Vescovi “patriottici”, tra l’altro, non godono del rispetto e della stima della popolazione cattolica.

Nella sua bimillenaria storia la diplomazia vaticana è riuscita a superare ostacoli di ogni genere, nei più diversi scenari geopolitici, attraverso lunghe concertazioni e trattative. Il punto più delicato della attuale contesa tra la Santa Sede e Pechino, oltre le pur rilevanti ma superabili questioni formalistiche e diplomatiche, risiede nella libertà di espressione del clero e dei fedeli cattolici.

Con la loro mentalità marxista-leninista, e con il sempre vivo e preoccupante ricordo delle conseguenze del “combinato-disposto” Papa Giovanni Paolo II-Gorbaciov che, insieme a Reagan, portò alla fine del comunismo sovietico e dei suoi satelliti, nonchè con la memoria della tragedia di Tien An Men, la nomenclatura cinese considera la libertà religiosa – tra le molte altre libertà tuttora strettamente proibite – un vero e proprio pericolo per la stabilità politica del regime.

Inoltre, un eventuale accordo tra le due parti dovrà anche occuparsi della “Chiesa di regime” che Pechino ha costruito negli anni. Già Papa Benedetto XVI aveva definito la struttura ecclesiastica parallela, organizzata dal governo cinese, come “inconciliabile con la dottrina cattolica”. Essa però, ramificata in tutto il paese, rappresenta un centro di potere che, nonostante la sua consistenza marginale nell’immenso “oceano” cinese, si oppone alle ipotizzate aperture nel timore di perdere, come sarà inevitabile, ruolo, potere e privilegi.

Un segnale interessante e inedito, infine, che conferma la centralità di Taiwan nel triangolo religioso-politico tra Pechino e la Santa Sede, è confermata dall’assenza di proteste cinesi in occasione della visita del Vice Presidente taiwanese. In passato ogni evento analogo tra Taipei e Vaticano era stato accompagnato dalle rimostranze di Pechino

È forse anche questo un segno che le relazioni del Vaticano con Taiwan non appaiono come un problema, anzi vi è la possibilità che i negoziati tra Cina e il Vaticano possano rivelarsi, con le parole del Vice Ministro degli Esteri Wu Chih-chung, una “win-win situation” sia per Taipei sia per Pechino.