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Italiani e taiwanesi a Roma per la 106ª festa nazionale della Repubblica di Cina (Taiwan)

All’Hotel Excelsior di Roma si è svolto il tradizionale evento annuale in occasione della 106ª festa nazionale della Repubblica di Cina (Taiwan) che rievoca la sua fondazione il 10 Ottobre 1911. Il Rappresentante di Taiwan in Italia, Amb. Javier Hou, ha accolto le centinaia di ospiti intervenuti tra i quali 44 Senatori e Deputati, di tutti gli schieramenti, del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, con il Presidente Sen. Lucio Malan, il Vice Presidente On. Guido Galperti e il Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati On. Fabrizio Cicchitto; diplomatici italiani e stranieri; esponenti di ministeri; docenti di università di numerose città italiane; dirigenti di enti economici e culturali; giornalisti della stampa e dei canali televisivi.

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Al discorso dell’Amb. Hou, che pubblichiamo, ha risposto il Sen. Malan rinnovando al popolo e al governo di Taiwan i sentimenti di amicizia e ammirazione per i valori di libertà, di democrazia e di rispetto dei diritti umani, civili e religiosi di cui sono un esempio in Asia, e il sostegno al pieno diritto di Taiwan di partecipare agli organismi multilaterali nell’interesse di tutta la comunità internazionale.

Presidente senatore Malan, Presidente onorevole Cicchitto, Vice Presidente onorevole Galperti, illustri Senatori e Deputati, Eccellenze, distinti ospiti, signore e signori, amici tutti: buona sera!

Mia moglie ed io, insieme ai colleghi e alle loro consorti dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia, desideriamo darvi di cuore il nostro benvenuto a questo evento per celebrare insieme la Festa Nazionale 2017 della Repubblica di Cina (Taiwan). Grazie per onorarci della vostra gradita presenza! Prima di tutto, a nome del Governo e dei 23 milioni di cittadini di Taiwan, vorrei esprimere la nostra sincera gratitudine per la vostra duratura amicizia e per il sostegno alla promozione delle relazioni tra i nostri due Paesi. In risposta all’invito del Senatore Malan e di altri autorevoli amici parlamentari, oltre un centinaio di Senatori e di Deputati di ogni schieramento politico sono membri del “Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan“.

Così come ci sono molte personalità di vari settori, della cultura e della economia, che dimostrano i forti e importanti legami tra i nostri due Paesi. Desidero quindi ringraziare i membri del “Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan” per il loro prezioso impegno e per i risultati raggiunti, tra i quali, in giugno, la Mozione approvata all’unanimità dal Senato in appoggio alla nostra partecipazione alle organizzazioni internazionali, in particolare alla Assemblea Mondiale della Sanità, dove quest’anno siamo stati esclusi dopo otto anni di proficua partecipazione. Tra le componenti più significative delle nostre relazioni bilaterali vi sono sempre state l’interscambio commerciale, gli investimenti, i rapporti culturali e accademici. Secondo l’ultimo “Global Competitiveness Report 2016-2017” pubblicato dal “World Economic Forum” (WEF), tra le 138 economie esaminate, Taiwan è classificata 14^ nel mondo, la quarta nell’Asia-Pacifico. Le più recenti analisi del mercato globale, diffuse quest’anno dalla “Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO) di cui il mio Paese fa parte dal 2002,  classificano Taiwan come il 18° Paese esportatore (l’Italia è al 9° posto) e il 18° importatore (l’Italia è all’11° posto) all’interno del commercio mondiale.  Le riserve in valuta estera di Taiwan –  e bisogna considerare la grandezza dell’Isola e la sua popolazione –  sono tra le maggiori, appena dopo quelle di paesi come la Repubblica Popolare Cinese, il Giappone, la Svizzera e l’Arabia Saudita.  Attualmente l’Italia è il quinto partner commerciale di Taiwan in Europa. La relativamente forte performance economica di Taiwan, combinata con le politiche di accelerazione delle liberalizzazioni e di integrazione regionale, sono complementari con l’agricoltura, la manifattura, le industrie italiane di alta tecnologia, e dovrebbero rappresentare un forte impulso per un rapporto più stretto e di più intensa cooperazione tra i nostri due Paesi. Accogliamo con favore i crescenti sforzi comuni per raggiungere gli obiettivi di crescita economica sostenibile, aumento dei redditi e del benessere per i nostri cittadini e per la riduzione della disoccupazione. A tale scopo, in particolare, il mio governo ha recentemente proposto il  “Nuovo Modello per lo Sviluppo Economico 5+2” che dà la priorità alla promozione di cinque fondamentali industrie innovative: 1) Biotecnologie e Farmaceutica. 2) Tecnologie Verdi. 3) Difesa Nazionale. 4) Macchinari Intelligenti. 5) Sviluppo di un’Asian Silicon Valley nella Contea settentrionale di Taoyuan.  A queste cinque industrie vanno aggiunte, in una fase successiva, i progetti riguardanti: 1) Agricoltura ad Alto Valore. 2) Economia Circolare. Spero quindi che, nel prossimo futuro, l’Italia vorrà sostenere e trovare una migliore collaborazione con noi in questi campi. Grazie all’abolizione della Doppia Tassazione negli scambi tra Italia e Taiwan, che ha avuto efficacia dal 1° gennaio 2016, si è verificato il previsto significativo sviluppo del commercio tra le due parti, il quale è cresciuto del 13,1% nei primi sette mesi del 2017 (sullo stesso periodo del 2016) e le attività commerciali e di investimenti tra Taiwan e l’Italia stanno andando avanti costantemente.

Il volume dell’interscambio commerciale tra Italia e Taiwan, nel 2016, ha raggiunto circa 4,1 miliardi di dollari USA. Molte società italiane sono presenti a Taiwan per promuovere i loro prodotti. Ci sono circa 60 aziende taiwanesi, di grandi e medie dimensioni, che operano agevolmente in Italia. In generale vi è un ulteriore ampio spazio per la crescita alla quale vogliamo dare sempre maggiore impulso anche attraverso l’annuale “Foro italo-taiwanese di Cooperazione Economica, Industriale e Finanziaria”. La 7^ sessione dei lavori – presente la delegazione parlamentare composta dagli On.li Galperti, Romele e Borghese – si è tenuta a Taipei l’11 settembre scorso ed ha raggiunto diversi, importanti risultati. Mi auguro che l’Italia, sulla base di tali successi, vorrà aiutarci nell’avvio dei negoziati per un  Accordo Bilaterale sugli Investimenti e per un Accordo quadro di Cooperazione Economica con l’Unione Europea. Al fine di rafforzare ed ampliare le nostre relazioni a tutti i livelli, dal mio arrivo in Italia lo scorso maggio, ho avuto il piacere di andare in visita a Torino, Maccagno in Provincia di Varese, e Firenze dove, oltre alle autorità istituzionali locali, ho incontrare le rispettive Camere di Commercio nonché gli esponenti della imprenditoria locale. Le discussioni con tutte queste personalità sono state stimolanti e utili. Inoltre cresce la collaborazione nei campi della istruzione, università, cultura, scienza e tecnologia, turismo e arti dello spettacolo, concretamente migliorando la comprensione e l’amicizia reciproche.  Nel’ambito degli scambi universitari, più di 10 studenti sono venuti a Maccagno per un programma di scambio nel settore degli studi archeologici, mentre più di 30 studenti della Università Bocconi di Milano sono andati a Taiwan. Il mio Governo, ogni anno, offre svariate borse di studio e borse di ricerca per gli studenti e per i professori interessati. Nel settore degli scambi culturali, un Coro giovanile taiwanese, il coro “Putzangalan” è venuto in Italia per partecipare ad una rassegna canora ed ha vinto la Medaglia d’oro, ed anche un cantante lirico Taiwanese ha vinto un ambito premio nel vostro Paese. Taiwan, come attore responsabile del villaggio globale, è da sempre votata ad essere un attivo fornitore  di “aiuti umanitari” per cooperare, attraverso una significativa partecipazione nelle organizzazioni multilaterali, alle attività di sostegno sociale, sanitario e formativo, nonché di soccorso nelle emergenze, intraprendendo azioni e progetti concreti per dare il proprio contributo alla vita della comunità internazionale e dei paesi in via di sviluppo in tutti i Continenti.

Proprio a dimostrazione di questo nostro impegno e sensibilità, lo scorso mese di luglio sono stato particolarmente lieto di partecipare alla commovente cerimonia durante la quale il mio Governo ha donato le attrezzature informatiche per il funzionamento degli uffici comunali di Amatrice, Arquata del Tronto ed Accumoli, ed i rispettivi Sindaci, che ho avuto l’onore di incontrare nelle loro cittadine e ai quali invio il nostro più cordiale e amichevole saluto, ci hanno chiesto di sviluppare la collaborazione per concorrere alla ricostruzione dei comuni e territori così dolorosamente e duramente colpiti dal terremoto del 2016. Oggi noi taiwanesi celebriamo anche la Festa della Luna: colgo quindi l’occasione per augurare anche a tutti voi, come si usa tra noi in questa data, che ogni vostro sogno si possa avverare!

Grazie, ancora una volta, a tutte le personalità e a tutti gli amici qui convenuti: con la vostra gradita presenza arricchite la nostra Festa Nazionale e rispettosamente vi auguro buona salute e buona fortuna!

Viva la Repubblica di Cina (Taiwan)!

Viva l’Italia!

La celebrazione in Vaticano delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Cina (Taiwan).
Pubblichiamo gli interventi dell’Ambasciatore di Taiwan presso la Santa Sede, Matthew Lee, e dell’Arcivescovo Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, all’Università Urbaniana di Roma, il 5 ottobre, in occasione del 75mo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Cina, e della 106^  festa nazionale taiwanese, alla presenza di 500 ospiti tra i quali Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Rettori e Docenti universitari, membri del Corpo Diplomatico, esponenti del Sovrano Ordine di Malta, Sacerdoti, Suore e Missionari di numerosi Ordini religiosi.

La celebrazione in Vaticano delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Cina (Taiwan). - Geopolitica.info

Dopo i discorsi dell’Amb. Lee e di Mons. Gallagher, a dieci Sacerdoti e Religiose, di varie nazionalità, sono stati consegnati attestati di encomio e di gratitudine per i decenni del loro servizio missionario a Taiwan. A termine del Concerto, di arie celebri sacre e di musiche tradizionali taiwanesi, il Cardinale Giovan Battista Re ha concluso la celebrazione formulando fervidi auguri per Taiwan e per il continuo sviluppo della collaborazione con la Santa Sede e la Chiesa Cattolica.

Ambasciatore della Repubblica di Cina (Taiwan) presso la Santa Sede, Matthew Lee:

Your Eminences, Your Excellencies, Distinguished Guests, Buongiorno!

It’s my great honour to welcome all of you to attend today’s ceremony. In celebration of our 106th National Day, I would like to highlight the advancements that we continue to achieve. Taiwan is the 18th largest trading and the 11th freest economy. In addition, Taiwan ranks 5th in the world in terms of private wealth per person, and enjoys about 3% of economic growth. Internationally, even though the United Nations has pledged that “no one will be left behind,” in reality, they continue to leave 23 millions people of Taiwan behind. Despite that, we keep honouring our international commitments, such as carrying out humanitarian projects and undertaking efforts to protect the environment. Regarding Cross-Strait relations, while it’s not perfect, we are probably doing better than you would imagine. We remain steadfast in the following principles for peaceful engagement with Mainland China: not change our pledge, not change our goodwill, never bow to pressure, and not revert to the old path of confrontation. Our purpose is not only to maintain regional stability and peace, but also to encourage Mainland China to earn a position as a respectable superpower. Today we are also celebrating 75 years of diplomatic relations between the Republic of China (Taiwan) and the Holy See. We deeply cherish our friendship with the Holy See and our ties have been marked by a close and ever-growing partnership, reflected in our humanitarian projects, cultural exchanges, education programs, interreligious dialogue, mutual visits, promoting Catholic international conferences, anti-money laundering initiatives, anti-human-trafficking commitments, a role as the “Bridge Church,” and our dedication to protecting the environment. I am confident that the long history of collaboration could become a solid bedrock encouraging continued close cooperation and enhanced diplomatic relations between these two small, but mighty countries. Not only is this in line with the core values both countries uphold, but it will also bring us closer to our vision for religious freedom and world peace. Peace is particularly important in today’s world. His Holiness Pope Francis has made clear that “Peace involves work, it is not about staying calm and doing nothing.” To honour these words, I hope today’s event will also do a part in promoting peace.

As the Bible tells us, “Be thankful in all circumstances,” and peace will come. As the ancient philosopher Confucius said, “When music and courtesy are better understood and appreciated, there will be peace.” To echo these sentiments, we will first practice gratitude today and show our deep appreciation for the Catholic missionaries’ contributions in Taiwan. Then we will together enjoy music performed by some extraordinary musicians. In conclusion, I would like to praise H.E. Archbishop Gallagher’s good words at the UN General Assembly calling for peace. Taiwan is exactly on the same line and direction for building peace and harmony among all people. Let’s do our part. Thank-you!

Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, Mons. Paul Richard Gallagher:

Mr Ambassador,

Distinguished Members of the Diplomatic Corps,

Ladies and Gentlemen,

It was with pleasure that I have accepted Ambassador Lee’s kind invitation to take part in the annual National Day of the Republic of China. This year’s celebration is special, because it coincides with the anniversary of the establishment in March 1942 of diplomatic relations, at the level of Legation and Apostolic Inter-Nunciature. On the following 25 February 1943 Mr Chéou-Kang Sié presented his Credential Letters as Minister of the Republic of China to the Holy See. Since then, certainly, many things have changed in the world and in the international community, but the spirit of friendship and cooperation between the Holy See and China has never waned. I am thinking, in particular, of the presence in Taiwan of so many priests and religious men and women, including many missionaries, who over many years with joy have faithfully proclaimed and witnessed to the Gospel, the true treasure of the Church. Some of these will fine persons shortly receive a public recognition. You will permit me to recall that this year also the Taiwanese Church celebrates fifty years of its own Episcopal Conference, known today as the Chinese Regional Bishops’ Conference, the Constitutive Session of which took place on 11 and 12 April 1967. In reality, as we know, the Catholic presence on the island of Formosa has much more ancient roots: we need only think of the first work of evangelization, which was formally undertaken in 1626.

Here I wish to thank the Bishops and the entire Taiwanese Catholic community for their faithful attachment to the Apostolic See and for the commendable work of evangelization and human promotion and development carried out in the course of the centuries. Today too, the Holy See continues to follow with particular attention the journey of the Church in Taiwan. Thus, from the initial evangelical thrust, there developed, with God’s help, a myriad of projects of cooperation between the civil sphere and the ecclesial one in the various areas of social and cultural life. In this regard, I wish to draw attention to the common initiatives for healthcare and medical research: a few days ago, the new hospital of the Fu Jen University in Taipei was inaugurated. I am no less pleased to note what has been achieved by this cooperation in the areas of education, scientific research and cultural promotion, as well as the different initiatives for humanitarian cooperation, often developed in crisis situations. Returning to 1942 brings to mind the immeasurable destruction caused by the Second World War and, more generally, the uselessness of war itself as an instrument for the resolution of international controversies. However, returning to that historical period can also help us to grasp the desire springing up from the hearts of so many people, in every part of the world, for peace and for a more just and fraternal future. As Pope Francis reminded us last Sunday, at his meeting with the university students of Bologna, it is still important today “to dissociate ourselves from the so-called ‘reasons for war”’, because, the Pope continued, “history teaches that war is always nothing other than a useless slaughter”. Mr Ambassador, in renewing to you and all the people of Taiwan our best wishes for this happy occasion, I can assure you that the Holy See will continue to be your committed partner within the family of peoples, supporting every initiative that contributes to dialogue, promotes a true culture of encounter and constructs bridges of brotherhood and peace for the good of all. Thank you.

Taiwan ricorda e onora l’eroico medico italiano Carlo Urbani.

Carlo Urbani è un eroe del nostro tempo. Da anni in Asia, Presidente dal 1999 della sezione italiana di “Medici senza Frontiere”, all’inizio del 2000 era un medico dell’ospedale di Bangkok e un infettivologo tra i più esperti al mondo. Quando, nel febbraio 2003, comparve un caso sospetto ad Hanoi e i medici vietnamiti si rivolsero immediatamente a Urbani per avere delucidazioni su una polmonite che si era mostrata straordinariamente aggressiva, il medico italiano – marchigiano di Castelplanio (Ancona) –  si troverà a visitare Johnny Chen, cittadino statunitense proveniente da Hong Kong, ricoverato per i sintomi che, nei mesi a seguire, il mondo intero conoscerà come SARS “sindrome respiratoria acuta grave”.

Taiwan ricorda e onora l’eroico medico italiano Carlo Urbani. - Geopolitica.info

Poche settimane dopo Urbani riconosce su sé stesso le avvisaglie della SARS, fa partire per l’Italia la moglie e i loro tre figli e si ricovera in ospedale per combattere la sua personale battaglia contro il virus. Ma lo fa sempre con la chiara necessità di scoprire al più presto una cura per l’epidemia, che intanto si è diffusa in tutta la regione. Poco prima di morire raccomanda ai colleghi medici di prelevare il suo tessuto polmonare per studiarlo e utilizzarlo ai fini della ricerca.

L’intervento immediato di Carlo Urbani permise di salvare migliaia di vite e il metodo anti-pandemie da lui realizzato rappresenta ancora oggi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un valido protocollo internazionale per combattere questo genere di malattie che non conoscono, ovviamente, né frontiere nazionali né colori politici di stati e di governi. Il medico italiano morirà il 29 marzo 2003 e, alla vigilia della Pasqua, tutto il mondo vedrà la moglie e il figlio Tommaso sul cammino della Via Crucis, al Colosseo, portando la Croce accanto a San Giovanni Paolo II. La prima pandemia dell’era globale, che si è potuta diffondere anche grazie alla sempre maggiore interconnessione tra i paesi, è stata sconfitta dalle intuizioni scientifiche e dall’estremo sacrificio personale di Carlo Urbani, ai quali sono seguiti gli sforzi congiunti di varie nazioni con un continuo scambio di informazioni e di ricerche tra gli staff medici degli ospedali di tutti i paesi coinvolti.

In prima fila nella collaborazione e nel sostegno alla lotta alla SARS vi fu Taiwan e quanto accaduto allora, poi ripetutosi in altre diverse circostanze successive, dimostra la totale assurdità, insensatezza e irresponsabilità di chi, nella OMS e nella comunità internazionale, si ostina – per obbedire agli ordini della Cina comunista – ad escludere Taiwan dalla stessa OMS e da altre organizzazioni internazionali che dovrebbero, per precise finalità statutarie, essere al servizio del bene comune dell’umanità intera e non di faziosi interessi politici. Fin da subito dopo la sua tragica e prematura scomparsa, il Governo di Taiwan volle onorare il sacrificio e la memoria del Dottor Urbani sostenendo concretamente alcune iniziative medico-scientifiche. Per avviare quella collaborazione tra Taiwan e l'”Associazione Carlo Urbani” si tenne anche un evento alla Camera dei Deputati con la signora Giuliana Urbani, l’Ambasciatore taiwanese Lin Ki-tseng, il Ministro della Salute Prof. Girolamo Sirchia, il Presidente della Commissione Esteri On. Gustavo Selva, il Direttore Generale per l’Asia del Ministero degli Esteri Amb. Guido Martini e numerosi parlamentari del Gruppo di amicizia Italia-Taiwan. I taiwanesi non hanno mai dimenticato il coraggio, l’altruismo e la generosità di Carlo Urbani che, fedele al giuramento di Ippocrate, ha donato sé stesso per salvare la vita degli altri. In suo onore, a Taipei, è stato istituito il “Carlo Urbani Award” che, ogni anno, viene conferito con una solenne cerimonia. A quella svoltasi il 26 settembre il Vice Presidente Chen Chien-jen, nel ricordare l’eroismo eccezionale con il quale il medico italiano affrontò il virus SARS – da lui individuato per primo comprendendo la enorme pericolosità del contagio – ed elogiando la sua dedizione e il suo coraggio, ha detto che “Carlo Urbani è un esempio luminoso per tutti, un vero eroe che ha mostrato la via per un mondo migliore fatto di amore e di comprensione reciproca“.

Nel suo intervento il Vice Presidente Chen, che è di fede cattolica, ha anche sottolineato che, se le infezioni e le malattie non conoscono frontiere, anche l’amore è un potente strumento transnazionale. Taiwan sta usando sia l’amore sia le nuove tecnologie per combattere le malattie infettive, ad esempio collaborando con scienziati statunitensi per realizzare un vaccino contro la dengue. Si tratta di un obiettivo molto importante che potrebbe salvare migliaia di vite nel Sud Est asiatico ed è un obiettivo ispirato proprio dal grande esempio di Carlo Urbani che Taiwan intende ricordare e onorare con sempre viva gratitudine.

No one will be left behind, except Taiwan

Lo scorso 15 settembre il Ministro responsabile della Agenzia di stato taiwanese per la protezione ambientale, Lee Ying-yuan, ha presentato a New York, presso il loro Ufficio di Rappresentanza, la prima Voluntary National Review (VNR) di Taiwan, riguardante gli obiettivi che il paese si è impegnato a perseguire nel solco delle direttive poste dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata dall’ONU all’inizio del 2016.

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Si tratta di obiettivi che il governo di Taipei intende realizzare, nonostante non figuri ufficialmente tra i governi impegnati a perseguire l’Agenda 2030 a motivo dell’ingiusto e assurdo ostracismo imposto all’ONU dalla Cina, ostile verso l’attuale amministrazione taiwanese democraticamente eletta nel 2016. Un ostracismo che confligge frontalmente sia con la realtà geopolitica  –  mai, infatti, l’Isola di Taiwan è stata sotto il controllo del regime comunista al potere a Pechino dall’ottobre 1949 – sia con i diritti di un intero popolo di 23 milioni di persone che, pur eleggendo liberamente le proprie istituzioni rappresentative di governo centrale e locale, rispettando i trattati internazionali, perseguendo politiche di pace e di generosa cooperazione allo sviluppo, si vede razzisticamente emarginato per prepotenti e odiosi diktat.

Sono passati circa due anni da quando i governi dei 193 Paesi membri dell’ONU hanno dato vita all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, che include 17 obiettivi generali che i paesi firmatari si sono impegnati a perseguire entro, appunto, il 2030. All’interno di questo progetto, uno degli strumenti previsti per il raggiungimento di tali obiettivi consiste nelle cosiddette VNR (Voluntary National Review), ossia documenti prodotti volontariamente dagli stati membri dell’ONU, volti a presentare i progressi e le politiche su attività come la lotta alla povertà, la lotta alla fame, l’educazione, la protezione ambientale e le politiche per l’ambiente, a livello nazionale e subnazionale.

Ad oggi 113 dei 193 paesi hanno presentato le proprie VNR al HLPF (High-Level Political Forum), ossia il Forum politico che ha sostituito nel 2013 la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, offrendo informazioni sulle proprie condizioni e sulle politiche volte a perseguire gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Così anche Taiwan ha presentato la sua  Voluntary National Review e, nel corso dell’evento al quale hanno partecipato numerosi Rappresentanti permanenti presso le NU, personalità politiche e parlamentari degli Stati Uniti e riconosciuti esperti delle materie trattate nel documento, Il Ministro Lee Ying-yuan ha sottolineato come Taiwan abbia implementato con successo politiche volte a perseguire i 17 goal e i 169 obiettivi previsti dall’Agenda 2030, presentandosi alla pari con gli altri paesi sviluppati del pianeta in termini di politiche per lo sviluppo umano, l’alimentazione, la salute, la formazione culturale e la parità di genere. Inoltre è stato ricordato come Taiwan abbia stabilito partnership, a livello globale, in termini di sviluppo delle attività agricole, della sanità pubblica, della scolarizzazione, della tutela ambientale, delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione, anche sostenendo, con generosi e concreti programmi di aiuto, gli sforzi di altri paesi – in Asia-Pacifico, America Latina e Africa –  su queste attività.

L’occasione è stata importante per mettere in luce il paradosso di Taiwan: un Paese aperto, libero e democratico, dove sono rispettati e promossi i diritti civili, politici, sociali e religiosi, economicamente, tecnologicamente e socialmente avanzato, impegnato su svariati fronti a livello internazionale ma ignorato dalle Nazioni Unite per le note ragioni di discriminazione puramente politica. Le quali Nazioni Unite – di cui, va ricordato, il governo della Repubblica di Cina è stato membro fondatore dal 1945 al 1971 – potrebbero e dovrebbero includere, per essere aderenti e coerenti alle proprie finalità statutarie, questa realtà nelle discussioni su obiettivi di interesse globale e negli organismi multilaterali specifici che sono preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla prevenzione e repressione del terrorismo (Interpol), alla sicurezza aerea (ICAO).

Come ha ricordato il Ministro taiwanese degli Esteri, David Tawei Lee, in un articolo comparso su Taiwan Today lo scorso 5 settembre, e ripreso da molte testate in tutto il Mondo (in Italia, oltre a Geopolitica, anche dai quotidiani  “Il Messaggero” e  “Il Mattino“), le Nazioni Unite proclamano continuamente il loro impegno a favore dell’universalità dei propri principi fondativi e l’impegno a favore dei diritti umani: nel documento che ha dato vita all’Agenda 2030 l’universalità di questo progetto viene ribadita in ogni paragrafo e dichiarata esplicitamente dal quarto articolo dell’introduzione, che recita testualmente: “As we embark on this great collective journey, we pledge that no one will be left behind.Recognizing that the dignity of the human person is fundamental, we wish to see the Goals and targets met for all nations and peoples and for all segments of society.”

Parole inequivocabili che, tuttavia, suonano come una beffa se si guarda al trattamento riservato a Taiwan e ai suoi 23 milioni di cittadini, lasciati indietro o in disparte da una comunità internazionale ipocritamente sorda e prona agli ordini cinesi. Per cui la vicenda del VNR presentato a New York non è altro che l’ultimo capitolo di una storia costruita sulla ipocrisia, il cui principale artefice è il regime al potere in Cina. Un paese che non ha mai avuto de iure de facto il controllo di Taiwan e dei suoi abitanti, e che, con il suo peso politico ed economico, costringe l’ONU ad agire violando la sua stessa natura, ragion d’essere e finalità.

Suona dunque falsa la rivendicazione onusiana, ad ogni piè sospinto, del carattere universale dei propri progetti e programmi. Quanto bisognerà aspettare affinché qualcuno al Palazzo di Vetro cominci a fare i conti con queste intollerabili discriminazioni che rappresentano una vergognosa apartheid del XXI secolo?

Aperta a Taipei la XXIX Universiade: il più grande evento sportivo internazionale mai svoltosi a Taiwan

11400 partecipanti, di cui 7639 atleti (350 italiani), provenienti da 3000 università di 141 paesi, impegnati in 14 discipline obbligatorie (atletica, basket, scherma, calcio, ginnastica artistica, ginnastica ritmica, judo, nuoto, nuoto all’aperto), 7 opzionali (tiro con l’arco, badminton, baseball, golf, sport su rotelle, sollevamento pesi e wushu) più uno dimostrativo (biliardo). Sono questi alcuni dei numeri della Universiade 2017 di Taipei, l’Olimpiade universitaria ideata e organizzata dall’italiano Primo Nebiolo nel 1959, arrivata alla sua XXIX edizione.

Aperta a Taipei la XXIX Universiade: il più grande evento sportivo internazionale mai svoltosi a Taiwan - Geopolitica.info

Detentori di medaglie olimpiche, atleti rinomati e altri sportivi dalla comunità universitaria mondiale, si confronteranno per la prima volta nella capitale taiwanese, a partire da oggi fino alla fine di agosto. Gli atleti e gli spettatori vengono accolti con gadget in ogni angolo della città, spot pubblicitari nelle stazioni della metropolitana, tabelloni pubblicitari nelle stazioni ferroviarie, video di presentazione delle discipline e delle regole, tutte attività mirate a rendere questo evento sportivo un’esperienza condivisa e condivisibile. Inoltre, Taipei si è fatta trovare pronta per l’occasione anche grazie ad alcune trasformazioni urbane, come aree e complessi sportivi riammodernati, nuove infrastrutture e nuove aree verdi. Opere di costruzione e riqualificazione non solo realizzate per rendere la città all’altezza dell’evento, ma volte a offrire nuove infrastrutture alla cittadinanza e alle università della Capitale.

Un evento di grande importanza per il suo significato sportivo, per il suo impatto urbano e sociale, ma anche per il suo evidente significato politico, dato che la particolare condizione di Taiwan sul piano della comunità internazionale – condizione causata dal tetragono ostracismo cinese – e la questione centrale del suo panorama politico – ossia la contrapposizione tra indipendentismo e unionismo – si sono inevitabilmente riflesse anche su questa Olimpiade.

Bisogna ricordare, infatti, che a partire dagli anni ’70 Taiwan è rientrata a far parte del Comitato Olimpico Internazionale e ha partecipato alle varie Olimpiadi sotto il nome di “Chinese Taipei”, un titolo di compromesso adottato, anche in altre sedi internazionali, per convivere con le pretese del regime di Pechino.
Il titolo, tuttavia, negli ultimi anni, è stato oggetto di crescenti critiche perché ritenuto – specialmente dalle forze politiche indipendentiste – lesivo dell’identità nazionale taiwanese. Per questo motivo, negli ultimi mesi e giorni – pur mantenendo un atteggiamento responsabile verso gli sforzi della città per la perfetta organizzazione dell’evento – attivisti di varie organizzazioni politiche hanno dato vita a diverse iniziative, come ad esempio una raccolta di firme volta a promuovere l’utilizzo di “Taiwan” per le Olimpiadi di Tokyo nel 2020. Raccolta che sta avvendendo anche in Giappone dove le simpatie per Taiwan sono da sempre molto aperte a tutti i livelli della società nipponica (basti ricordare che il totale delle donazioni taiwanesi dopo il disastro di Fukushima fu il più alto al Mondo) e dove, in quel Parlamento, opera un forte gruppo di amicizia bipartisan con frequenti scambi di visite.

Tutto questo arriva in un momento politico e diplomatico delicato per la vibrante democrazia asiatica. Nell’ultimo anno e mezzo, infatti, Taiwan è stata vittima del crescente bullismo della Repubblica popolare cinese che, in odio al partito Democratico Progressista vincitore delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2016 – odio che è in realtà verso ogni forma di espressione democratica come vediamo giornalmente nella durissima repressione di ogni voce del dissenso sia sul Continente sia ad Hong Kong – ha sfruttato la propria influenza economica e politica per pretendere e ottenere la esclusione taiwanese da alcuni consessi internazionali – ICAO e AMS – nei quali Taiwan aveva partecipato in qualità di osservatore. Una pretesa che, da un lato, ha i caratteri del razzismo politico e dell’apartheid e, dall’altro, è totalmente insensata e assurda in quanto le tematiche proprie di tali consessi, la sicurezza aerea e la salute, non hanno ovviamente colore politico e non conoscono frontiere nazionali. E dobbiamo pure considerare il tradimento, da parte di tali Organismi multilaterali, delle loro stesse finalità statutarie che escludono categoricamente le questioni politiche, razziali, religiose ed economiche dall’influenzare le loro attività. Un comportamento, dunque, spregiudicato e sprezzante verso il popolo taiwanese che ha infervorato ulteriormente gli animi dell’opinione pubblica dell’Isola caricando inevitabilmente di significato politico l’evento sportivo.

Nonostante tutto questo la democrazia taiwanese, con la brillante vetrina della Universiade, afferma ancora una volta la sua apertura e la sua disponibilità nei confronti del mondo, la sua accettazione incondizionata dei valori universali di libertà, fratellanza e uguaglianza, reificati – sul piano sportivo – nelle Olimpiadi, cosí come, da sempre, essa li declina con la sua proficua e generosa cooperazione umanitaria, ospedaliera, sociale e formativa in tanti Paesi dell’America Latina, del Pacifico e dell’Africa.

L’Universiade di Taipei può, infine, essere anche interpretata come l’ennesimo appello di Taiwan a una sorda e rammollita comunità internazionale. Un appello volto a ribadire che, su un versante dello Stretto di Formosa, c’è una società libera, aperta, pluralistica, rispettosa e promotrice di tutti i diritti umani, civili, religiosi dei suoi 23 milioni di cittadini democraticamente protagonisti della loro vita e del loro avvenire.
Una società che, nonostante le ingiuste e assurde vicissitudini diplomatiche provocate dal suo ingombrante vicino, ha tutte le carte in regola per svolgere il suo ruolo, la sua responsabilità e i suoi doveri a livello internazionale.

Intervista all’Ingegnere Giuseppe Izzo, decano della comunità italiana a Taiwan

Vice Presidente della European Chamber of Commerce di Taiwan e Vice Presidente per la regione Asia Pacifico di ST Microelectronics, Giuseppe Izzo ha vissuto in prima persona l’evoluzione democratica della società taiwanese.

Intervista all’Ingegnere Giuseppe Izzo, decano della comunità italiana a Taiwan - Geopolitica.info

Ingegnere Izzo, alla luce della sua ultra ventennale esperienza a Taiwan, quali sono gli elementi che l’hanno particolarmente colpita della vita taiwanese, sia dal punto vista umano sia in campo professionale? 

Una delle caratteristiche principali della società taiwanese è l’apertura alle novità, elemento questo che si riscontra anche nella famiglia tipica. Quando si trasla questa propensione alle attività lavorative si può facilmente intuire il perché Taiwan è, da decenni, al traino dell’innovazione soprattutto nel settore Information Communication Technologies (ICT). Vedere all’opera il loro pragmatismo, permeato da una ottima capacità commerciale, consente di intuire anche la determinazione a perseguire aree di leadership globale soprattutto nel settore manufatturiero. Questo spiega, ad esempio, anche la recente, coraggiosa decisione di investimento in Wisconsin (USA) di 10 miliardi di dollari da parte della taiwanese Foxconn. Dal punto di vista umano, Taiwan è un paese molto accogliente, con un concetto di ospitalità tipico delle isole. Un paese dove gli stranieri si sentono, senza eccezioni, a proprio agio e dove possono facilmente trovare una via alla realizzazione dei propri desideri e progetti lavorativi. Inoltre, la gentilezza nelle relazioni interpersonali, la qualità dei servizi e l’estensione delle infrastrutture rendono Taiwan un paese eccellente per la qualità della vita e del lavoro.

Di cosa si è occupato in questi anni in Asia e a Taiwan? Quale è la sua carica in questo momento?

Appena laureato intrapresi la mia carriera in Italia, ma dopo un breve periodo di apprendistato mi trasferii nel 1988 a Seoul e, dopo tre anni, a Taipei; è qui che ho trascorso questi anni ad eccezione di un breve periodo ad Hong Kong e a Shanghai. Un lungo periodo nel quale mi sono occupato di Semiconduttori, lavorando sempre per la ST Microelectronics di cui oggi sono Amministratore Delegato per Taiwan e Vice Presidente per la regione Asia Pacifico. L’esperienza è andata via via sviluppandosi con i mercati che gradualmente sono emersi e che hanno segnato le grandi transizioni tecnologiche, Dai televisori a tubo catodico e monitor in bianco e nero, ai televisori che ora quasi si confondono con le pareti o i monitor che sono diventati display onnipresenti e che si comandano col tatto. Dai telefoni da tavolo ai cellulari e poi agli smartphone. Ed ora siamo in una nuova, lunga e misteriosa transizione verso la connessione ubiqua ad internet di tutti i prodotti e di tutti i servizi. L’automobile automatica sembra essere una nuova dimensione sia nel pubblico che nel privato e questa appare, al momento, una sfida che porterà alla modifica delle nostre abitudini di vita. Il mio impegno è stato ed è costantemente quello di fornire le nostre tecnologie ai nostri clienti che operano negli ampi settori dei mercati di consumo con i nomi, più o meno famosi, che sono nella nostra vita, o di trovarne dei nuovi che poi possano emergere nel panorama globale.

Lei è oggi Vice Presidente della European Chamber of Commerce di Taiwan, della quale è stato anche per due mandati Presidente. Quale è il ruolo della ECCT e che attività svolge qui a Taipei? 

Negli ultimi anni sono stato abbastanza attivo, nella comunità internazionale presente a Taipei, attraverso la ECCT, European Chamber of Commerce in Taiwan. E’ questa una organizzazione, molto dinamica, che raggruppa circa 850 membri. Lo scopo primario della Camera è quello di armonizzare l’aspetto normativo di Taiwan con quello della Unione Europea in modo da evitare intralci, o spese aggiuntive di qualifiche, alle corporate europee che fanno parte della Camera, con conseguenti vantaggi anche per tutte le altre. La promozione delle tecnologie delle varie aziende, quasi tutte leader globali nel loro settore, rappresenta una parte importante delle attività che si sviluppano attraverso numerosi eventi di varia natura che coinvolgono il Governo di Taiwan nelle cariche più alte: dal Presidente al Primo Ministro a quasi tutti i Ministri e a molti altri addetti ai lavori nelle istituzioni, compresi i Sindaci delle città principali. Le iniziative avvengo in sinergia molto positiva con gli uffici diplomatici di rappresentanza della Unione Europea e degli Stati membri (quasi tutti presenti a Taipei). Allo stato attuale uno dei temi maggiori è la gestione dell’energia che prevede la denuclearizzazione dell’Isola entro il 2025 e, dunque, una crescita importante delle rinnovabili. Ciò costituisce una opportunità notevole per le aziende europee, soprattutto nel settore eolico. La promozione dei rapporti di libero scambio rappresenta un altro importante aspetto del lavoro della ECCT guidata, con straordinarie capacità e dinamismo, dal Presidente Hakan Cervell e dal Segretario Generale Freddie Hoeglund. Tutto questo è all’intersezione delle negoziazioni tra l’Unione Europea e Taiwan.

Alla luce della sua esperienza quali possono essere le prospettive dei rapporti bilaterali tra Italia e Taiwan e in che maniera potrebbero essere intensificati la cooperazione economica e gli scambi commerciali tra i due paesi.

Le relazioni in tutti i campi tra Italia e Taiwan hanno registrato una forte accelerazione nei passati 10 anni grazie all’impegno del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan e, poi, alla costituzione, nel 2010, del Foro economico italo-taiwanese, co-presieduto dai rispettivi Direttori Generali dei Ministeri competenti per il commercio estero. Il Foro, ogni anno, prevede un incontro di consultazioni e di decisioni per lo sviluppo dell’interscambio bilaterale e per la soluzione appropriata dei problemi di carattere commerciale e normativo. Un “tavolo” di lavoro di grande importanza e utilità per il mondo della produzione e del lavoro italiano. La prossima sessione si terrà a Taipei l’11 settembre. Abbiamo visto come i rapporti economici e commerciali tra i due paesi sono andati intensificandosi  – attualmente il volume dell’interscambio è di circa 4 Miliardi di Dollari nel quadro dei 44 Miliardi complessivi con la U.E. –  in relazione agli esiti positivi di molti “dossier” – penso alla Legge sulla esenzione della doppia tassazione approvata nel 2015 e in vigore dal gennaio 2016 mentre attendiamo il varo delle “Working Holiday” per i giovani –  e al costruttivo lavoro portato avanti dal Foro in numerosi comparti produttivi protagonisti del nostro export. L’Italia si giova delle sue leadership in molti settori che vanno, come è noto, dall’agroalimentare al tessile, dalle macchine utensili al design e, di recente, anche al settore ICT. Queste aree sicuramente vedranno ulteriori sviluppi favorevoli anche grazie all’ottimo lavoro promozionale svolto a Taipei dagli uffici istituzionali italiani, Esteri e ICE. Io credo che un ulteriore impulso potrebbe venire dallo sviluppo di nuove intese tra piccole e medie imprese. La similitudine tra il tessuto industriale Italiano e quello taiwanese è, in questo caso, sorprendente e sono convinto che si potrebbe coniugare la creatività italiana con la capacita taiwanese di metterla in essere, per dar vita a modelli inediti di collaborazione in grado poi di sfociare in una crescente proiezione sui mercati europeo e asiatico.

Quale è il suo punto di vista sul ruolo economico e geostrategico di Taiwan nell’area Asia-Pacifico? I valori della democrazia taiwanese, dalla libertà di stampa al rispetto e alla promozione dei diritti umani, possono rappresentare un esempio per gli altri paesi dell’area? 

La mia esperienza a Taipei iniziò nel lontano 1991, quando Taiwan emerse come una delle “Quattro Tigri Asiatiche” al pari di Hong Kong, Singapore e Corea del Sud con le quali mantiene positivi rapporti di vicinato (nel caso di Singapore, di tradizionale stretta cooperazione) e un elevato indice di sana competitività. Nell’arco di questo quarto di secolo ho avuto modo di assistere alla coraggiosa transizione di Taiwan verso una democrazia autentica e vibrante, con una partecipazione popolare forse oggi senza uguali nelle democrazie più avanzate. È questa anche la prima vera democrazia nella cinquemillenaria storia cinese: una democrazia che si protegge e si promuove attraverso la piena libertà individuale articolata nella libertà di parola e di stampa che anima la vita civile, politica e sociale del paese, nella promozione e nella salvaguardia dei diritti umani, nel rispetto esemplare della libertà religiosa per tutte le fedi e confessioni. Una straordinaria realtà fondata, nella valorizzazione della sua antichissima storia e straordinaria cultura, sui grandi valori civili delle più moderne democrazia del mondo. Tutto questo, unito alla cruciale posizione geografica dell’Isola, fa di Taiwan un paese al crocevia degli sviluppi strategici, economici, commerciali ed energetici della Regione nonché un faro di pace, di libertà e di prosperità al centro dell’area Asia Pacifico.

 

 

Mozione pro-Taiwan: la mano tesa del Senato italiano

A 13 anni dalla approvazione della analoga Mozione che la Camera dei Deputati votò alla unanimità il  4  Maggio 2004, il 27 giugno scorso il Senato ha approvato, con il voto favorevole di tutti gli schieramenti politici tranne i 5 Stelle, la Mozione a favore di Taiwan che era stata presentata nel dicembre 2016, con primo firmatario il Sen. Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, e sottoscritta dai Senatori Francesco Maria Amoruso, Paolo Arrigoni, Raffaela Bellot, Massimo Caleo, Remigio Ceroni, Silvana Andreina Comaroli, Nunziante Consiglio, Sergio Divina, Emma Fattorini, Adele Gambaro, Giuseppe Francesco Marinello, Maria Paola Merloni, Emanuela Munerato, Giorgio Pagliari, Antonio Razzi; ai quali in Aula, durante la discussione, si sono uniti i Senatori Mauro Del Barba, Stefania Giannini, Albert Laniece, Claudio Micheloni, Gian Carlo Sangalli, Mario Tronti e Francesco Verducci.

Mozione pro-Taiwan: la mano tesa del Senato italiano - Geopolitica.info

Il dispositivo della Mozione impegna il Governo “a continuare a considerare attivamente, insieme ai partner UE, modalità compatibili con la One-China Policy”  – inderogabile riaffermazione divenuta ormai una recitazione “mantra” nonostante che il regime di Pechino, dal 1949 ad oggi, mai abbia esercitato una qualunque forma di sovranità e di giurisdizione territoriale, marittima e aerea sull’Isola di Taiwan, sulla sua popolazione, sulle sue acque e sul suo spazio aereo  –  “per consentire la partecipazione di Taiwan, come osservatore, nei contesti multilaterali in cui la sua presenza corrisponda all’interesse della popolazione taiwanese e della comunità internazionale”.
La Mozione è senz’altro positiva, nonostante questi equilibrismi semantici, anche per  il significativo e articolato testo introduttivo. Essa arriva dopo un periodo di crescenti difficoltà per Taiwan, vittima dell’aspro ostracismo cinese nei confronti del Presidente e del Parlamento taiwanesi liberamente eletti nel 2016, e di una comunità internazionale che, pur nella comprensibile considerazione di prioritari interessi economici, commerciali e finanziari, non trova l’anima e il coraggio morale per mettere un argine a queste insensate rappresaglie e perentori diktat per escludere un paese, Taiwan, che ha quasi 24 milioni di abitanti (la stessa popolazione, in Europa, della Romania) da organismi tecnici multilaterali creati per la tutela della salute delle persone e la lotta alle epidemie (WHA), la sicurezza aerea (ICAO), il contrasto alla criminalità internazionale (INTERPOL), l’impegno per la protezione del clima (UNFCCC). Tutti organismi che, come sancito nei loro atti costitutivi, devono  – o meglio, dovrebbero –  operare senza commettere alcuna discriminazione di carattere politico, razziale, religioso. Esattamente il contrario di quanto avviene, per ragioni politiche di parte, nei confronti di Taiwan.
Dunque il Senato italiano – come in Europa e nel mondo è già avvenuto nei mesi scorsi e continua ad avvenire da parte di numerosi Parlamenti di paesi democratici –  ha fatto sentire la sua libera voce.

Il dibattito in Aula si è sviluppato a partire dalle considerazioni del Senatore Malan (FI) che, presentando la Mozione e le sue fondate ragioni, ha ricordato come Taiwan  rappresenti la ventiduesima economia mondiale, il diciottesimo partner della Unione Europea in termini di interscambio commerciale, e il primo partner della Cina continentale in termini di investimenti. Il Sen. Malan, giudicando importante e doverosa la partecipazione taiwanese agli organismi internazionali, ha anche dato alla discussione una profondità storica rievocando il ruolo e il contributo decisivo della Repubblica di Cina nella sconfitta dell’Asse durante il secondo conflitto mondiale, prima che il suo Governo legittimo dovesse trasferirsi a Taiwan a seguito della vittoria comunista nella guerra civile.

Un paese, Taiwan, che oggi occupa una posizione strategica, in un “punto delicato dello scacchiere militare, oltre che della politica internazionale”, come ha ricordato il Senatore Sangalli (PD) il quale ha anche sottolineato con forza il valore della democrazia taiwanese fino alla elezione popolare del Presidente della Repubblica.
Un paese, secondo il Sen. Consiglio (Lega Nord), in cui “i diritti civili, sociali e sindacali, come pure quelli religiosi, sono assolutamente garantiti” e che per il Sen. Marinello (AP-NCD) ha dimostrato di essere “un baluardo di libertà e di democrazia” oltre al necessario rilievo, messo in evidenza dall’esponente del partito del Ministro degli Esteri, Alfano, degli intensi rapporti economici e culturali, in continuo sviluppo, con l’Italia e con gli altri membri della Unione Europea.

Nei diversi interventi è stato inoltre considerato il fatto, che è all’origine della presentazione della Mozione, della ormai sistematica pretesa cinese  – a seguito delle elezioni taiwanesi del 2016 e del loro risultato sgradito al politburo di Pechino –  di escludere Taiwan anche dai consessi multilaterali nei quali aveva partecipato, in qualità di osservatore, negli anni precedenti, con particolare riferimento all’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) e alla Assemblea Mondiale della Sanità (WHA).

Come affermato dal Senatore Arrigoni (Lega Nord), se l’ostracismo politico di Pechino è da giudicare grave, appare ancor più grave che organizzazioni della natura e dei doveri della WHA e dell’ICAO  “si siano prestate a questi giochi” visto che dovrebbero operare “al di fuori e al di sopra di ogni motivazione razziale, religiosa, politica ed economica”.
E che si tratti, da tutti i punti di vista, di straordinaria gravità è palese considerando la realtà delle cose, le motivazioni che determinano questa forma di neo-razzismo politico e le sue possibili conseguenze. Infatti, attraverso gli scali aeroportuali di Taiwan transitano, annualmente, circa 60 milioni di passeggeri. Escludere Taiwan dalla 39° Assemblea dell’ICAO (dopo aver partecipato a quella precedente, nel 2013), come anche escluderla dalla WHA (dopo aver partecipato alle 8 sessioni tenutesi dal 2009  al 2016), ha rappresentato – a parte l’inaccettabile ingiustizia – una totale assurdità foriera di possibili pericoli e di negative conseguenze per la sicurezza sanitaria globale, dato che, come ricordato sempre dal Senatore Arrigoni, “virus, malattie ed  epidemie non si fermano dinnanzi ai confini nazionali né ai regimi di qualunque colore politico”. E la tragica esperienza della SARS, nella prima metà del passato decennio, dovrebbe essere di insegnamento e di ammonimento.

Sulla base di queste ragionevoli riflessioni la Mozione è stata infine approvata con il voto di tutte le forze politiche, eccetto, come già ricordato, il Movimento 5 Stelle che ha optato per l’astensione (che, al Senato, equivale al voto contrario), mostrando per l’ennesima volta una innata e lunare stravaganza oltre ad una inossidabile e sterile vena polemica fine a se stessa. Ma, ed è un punto non secondario, dimostrando anche, purtroppo,  una indifferenza per le sorti di un paese amico, libero e democratico, di grande rilievo economico internazionale non fosse altro per la sua imponente produzione di componentistica elettronica che “alimenta” tutto il mondo, sempre solidale e costruttivo con paesi e popoli in via di sviluppo, situato in una posizione geostrategica, quella dell’area Asia-Pacifico, cruciale per l’avvenire e il destino dell’umanità.

Santa Sede-Cina. Il dialogo continua, ma la Nunziatura rimane a Taipei. E non smobilita.

La Santa Sede, il supremo organo di governo della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, costituito dal Sommo Pontefice e dagli organismi che lo coadiuvano nell’esercizio delle sue responsabilità, esercita la sua sovranità sullo Stato della Città del Vaticano, ed è dotata di personalità internazionale. In quanto tale, intrattiene relazioni diplomatiche con altri membri della comunità internazionale, per la precisione 183 stati. Segnatamente, la Santa Sede è tra i venti alleati diplomatici della Repubblica di Cina (RdC) – come si chiama ufficialmente Taiwan – l’unico in Europa. Le relazioni diplomatiche fra le due parti furono stabilite nel 1942 e, ad oggi, si distinguono per cordialità e il comune impegno nella promozione e difesa dei diritti umani, essendo Taiwan l’unica democrazia della sinosfera.

Santa Sede-Cina. Il dialogo continua, ma la Nunziatura rimane a Taipei. E non smobilita. - Geopolitica.info

A dispetto di ciò, recenti sviluppi nei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese (RPC) – la grande potenza comunista che considera Taiwan una “provincia ribelle” da persuadere, con la carota o il bastone, ad agglutinarsi con essa – sono stati interpretati da numerosi osservatori come un segno che in Vaticano sarebbe maturata la convinzione che Pechino “varrebbe bene una messa”, e che Taiwan sarebbe perciò sacrificabile in tempi rapidi.

Tale analisi è, in realtà, il frutto di presupposti errati, conoscenza superficiale o imperfetta delle dinamiche sino-vaticane, e financo ricerca di visibilità mediatica. Quello delle relazioni tra la Sede Apostolica e la leadership comunista cinese è infatti uno dei nodi più complessi e inestricabili della politica e diplomazia internazionali. Quindi, ogni avventurismo analitico nel merito sarebbe non solo improvvido, ma soprattutto fuorviante.

Che sia la Santa Sede che la Cina abbiano validi motivi per cercare la normalizzazione delle loro relazioni è noto. Nondimeno, tale storico obbiettivo è stato chiaramente fuori portata fino al 2014, anno in cui Papa Francesco ha inaugurato, con un certo successo, una politica di attenzione e dialogo a tutto tondo verso Pechino al fine di instradare i difficili rapporti con il gigante asiatico sulla via della riconciliazione, anche diplomatica. Come rilevato da un ex-ambasciatore taiwanese in Vaticano, i rapporti tra la Santa Sede e la Cina “non sono mai stati migliori di adesso.” Di conseguenza, a Taipei si guarda con occhio vigile, attenzione e ansia crescente alla dialettica tra la Santa Sede e l’altra costa dello Stretto di Taiwan, paventando e prefigurando la perdita di un alleato chiave, all’indomani della traumatica defezione di Panama.

Gli sviluppi nei rapporti della Santa Sede con la Cina sono seguiti attentamente anche dai cattolici in tutto il mondo, con reazioni che vanno dall’ottimismo allo sgomento. Se da un lato il ping-pong negoziale tra il Vaticano e Pechino continua a giocarsi sulla questione della nomina dei vescovi, dall’altro non si può del tutto escludere che il dialogo possa condurre a una eclatante svolta diplomatica. La ricollocazione della Nunziatura apostolica da Taipei al continente è quindi una possibilità concreta ed imminente? Si deve inoltre supporre che, per Taiwan, la perdita dell’amico vaticano sia ineluttabile?

La risposta, in entrambi in casi, è negativa. Le relazioni tra uno stato e la Santa Sede sono infatti molto diverse da quelle che normalmente si hanno con altri membri del consesso internazionale, spesso condotte all’insegna della realpolitik, plasmate da imperativi geostrategici, o influenzate da interessi commerciali. Il Palazzo Apostolico non è interessato a ricevere assistenza allo sviluppo o firmare accordi di libero scambio, ma ha come sue priorità internazionali la libertà religiosa –  che è ben diversa dalla mera libertà di culto – per la Chiesa Cattolica e la tutela dei diritti umani. Questa speciale vocazione diplomatica vaticana ha un ruolo chiave nella resilienza dei rapporti tra Taiwan e il soglio petrino.

Pechino intima, come precondizione per la normalizzazione delle relazioni, che la Santa Sede si conformi alla One-China policy – un aut-aut diplomatico fondato sull’assioma dell’esistenza di una sola Cina, comprendente anche Taiwan, il cui governo è da considerarsi esclusivamente quello della RPC – cessando i rapporti diplomatici con Taipei. In Vaticano però, vi è forte riluttanza ad abbandonare Taiwan, democrazia che garantisce piena libertà religiosa, per la Cina, dove la Chiesa Cattolica è sottoposta a un invasivo giurisdizionalismo statale e subisce, a tutt’oggi, umiliazioni e persecuzioni.  

Invero, porre fine alle relazioni diplomatiche con Taiwan senza aver alcuna garanzia o certezza riguardo alla libertà di religione e vita ecclesiale dei cattolici in Cina metterebbe la Santa Sede in una situazione non solo di dilemma morale e dottrinale, ma anche di estrema vulnerabilità negoziale. Nello specifico, al Vaticano verrebbe a mancare la possibilità di agitare la carta delle sue relazioni formali con Taiwan per chiedere concessioni sul fronte della libertà dei cattolici cinesi. In aggiunta, nell’intervallo tra la dismissione delle relazioni con la RdC e lo scambio di ambasciatori con Pechino, la Santa Sede, che considera la sua Nunziatura a Taipei come sua attuale rappresentanza in Sinis – cioè in terra di Cina – si troverebbe senza alcuna legazione su suolo cinese (Cina e Taiwan). Chiaramente, Oltretevere non si può e vuole dare viabilità a un tale scenario. Anche perché i negoziati con la Cina, pur dopo l’addio diplomatico a Taiwan, potrebbero protrarsi per anni senza costrutto.

La diplomazia vaticana storicamente si caratterizza per sapienti prudenza e pazienza. I diplomatici pontifici hanno, con ogni probabilità, ponderato la possibilità che Pechino stia mostrando flessibilità allo scopo di indurre la Santa Sede a terminare, dopo tre quarti di secolo e per un metaforico piatto di lenticchie, le relazioni diplomatiche con la RdC. Se questo accadesse, il Vaticano si troverebbe senza assi da giocare al tavolo delle trattative. A quel punto, gli astuti interlocutori cinesi potrebbero tranquillamente scingersi di ogni parvenza di elasticità, mettere la vincita in saccoccia e ricordare alla controparte il brocardo del caveat emptor, “si stia in guardia quando si compra!” Tale eventualità, però, anche se non del tutto impossibile, è decisamente remota.

Nonostante le suggestioni mantiche e certezze da fumisteria propalate da bucanieri dell’analisi politica o raffazzonati vaticanisti della venticinquesima ora, che puntualmente annunciano l’abbandono di Taiwan come prossimo venturo, all’orizzonte non si profila alcuna svolta. Taiwan può infatti contare sulle proverbiali perspicacia e intelligenza della diplomazia vaticana. Come ricordava un grande Segretario di Stato di Sua Santità, il compianto Cardinale Agostino Casaroli: “La pazienza della Cina è millenaria. Ma la pazienza della Santa Sede è eterna”. Recenti affermazioni dell’attuale Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, dovrebbero essere di ulteriore rassicurazione per Taipei. Al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio, Parolin ha sottolineato che la normalizzazione delle relazioni tra la Santa Sede e Pechino non è impresa “facile”, ma richiede “molta pazienza e perseveranza”. Il porporato ha contestualmente ribadito che “l’obiettivo più importante della Santa Sede” è “trovare una vita normale per la Chiesa cattolica” in Cina. Il dialogo con Pechino dunque continua, ma intanto la Nunziatura rimane a Taiwan. E non smobilita.

 

Ecco perché non ci sarà la ‘grande fuga’ diplomatica da Taiwan

Il 13 giugno scorso Panama ha riconosciuto formalmente il governo della Repubblica Popolare Cinese immediatamente dopo aver posto fine ai rapporti diplomatici con la Repubblica di Cina, vale a dire Taiwan. La fulminea defezione di Panama, che per Taipei era un alleato diplomatico di lungo corso, ha spinto analisti, diplomatici e media internazionali a congetturare su quale sarà il prossimo, tra i 20 paesi che hanno relazioni formali con Taiwan, a cambiare casacca passando alla Cina.

Ecco perché non ci sarà la ‘grande fuga’ diplomatica da Taiwan - Geopolitica.info

Alcuni osservatori hanno preconizzato come imminente uno scenario di abbandono a catena. Secondo le loro previsioni, dopo la giravolta diplomatica di Panama  – preparata in segreto mentre con Taipei, ancora nel marzo scorso, Panama aveva rinnovato tutti i progetti di cooperazione incassando i relativi contributi – molti degli stati che riconoscono Taiwan (per la maggior parte piccoli paesi in via di sviluppo) sarebbero ormai convinti della ineluttabilità di lasciare l’Isola per abbracciare il gigante comunista, e si starebbero quindi preparando a trasferire le loro ambasciate da Taipei a Pechino.

In realtà, per una serie di ragioni, è improbabile che un tale scenario di effetto domino e  ‘grande fuga’, seppure non impossibile, si verifichi. In primis perché quello di Panama è un caso a sé stante. Infatti, il Canale di Panama funziona da moltiplicatore geopolitico per lo stato centramericano, conferendo ad esso importanza e centralità internazionali. Per questo motivo è presumibile che la Cina continuerà a prestare speciale attenzione ai rapporti con il paese istmico anche dopo che l’eco delle celebrazioni per lo stabilimento delle relazioni si sarà spenta.

Al contrario di Panama, gli altri stati che riconoscono Taiwan non hanno la ventura di avere nel loro territorio un nodo strategico del commercio mondiale quale è il Canale. Nondimeno, a Taipei vengono trattati da interlocutori di primo livello e ‘aristocrazia diplomatica’. Per quelle nazioni, Taiwan è una fonte primaria di assistenza allo sviluppo – con progetti sociali, sanitari, agricoli e di formazione che sono valutati tra i più efficaci al mondo –  e un partner attento e generoso che in futuro, con ogni probabilità, intensificherà gli sforzi per mantenerle al suo fianco. Per di più, il numero di alleati diplomatici di Taiwan è inversamente proporzionale alla quota di risorse allocata singolarmente.

Il volume degli investimenti cinesi a Panama ha continuato a crescere nell’ultimo quinquennio e il traffico di navi cinesi nel Canale è ormai il secondo per frequenza. Panama aveva quindi un incentivo a trasferire il riconoscimento diplomatico alla Cina, e in effetti sembra stesse tentando il grande salto dal 2010 nonostante, nel frattempo, continuasse a riaffermare la sua vicinanza a Taiwan e ad incassarne i benefici nel campo della cooperazione. Per contrappunto, la situazione di molti stati che riconoscono Taiwan è marcatamente differente da quella di Panama. Le loro peculiarità o marginalità geopolitiche ed economiche li portano ad essere poco sensibili al canto della sirena cinese e, al contrario,  soddisfatti  della partnership con Taiwan.

In aggiunta, la prospettiva di trovarsi in una condizione di interlocutori di terz’ordine, e di insignificanti peones diplomatici, all’indomani del passaggio alla Cina è un forte elemento di dissuasione ad attraversare il “Rubicone” tra Taiwan e il Continente. Infine, molti leader politici di quei paesi sono consapevoli che passare alla Cina esporrebbe la loro nazione a rischi concreti ed eventualità destabilizzanti quali colonialismo economico, predazione di risorse naturali, e immigrazione cinese ingestibile, essendo la pervasività cinese ormai evidente in molte parti dell’Africa e del Pacifico. Probabilmente, a questo si riferiva il Presidente della Camera dei Deputati di Palau Noah Idechong  quando, nel 2010, spiegava con chiarezza di metafora il motivo per cui il suo paese stesse con il pesce piccolo (Taiwan) invece di seguire il pesce grande (la Cina):  “Perché il pesce grande potrebbe affondare la barca di Palau.

Non va inoltre dimenticato che l’equazione diplomatica include anche il fattore cinese. Se da un lato i leader comunisti cinesi nutrono la certezza di poter facilmente sedurre gli alleati di Taiwan con promesse e prospettive di prestiti allettanti, infrastrutture e accordi commerciali, dall’altro essi potrebbero non volere un esodo massivo e in tempi brevi di ambasciatori attraverso gli Stretti di Taiwan. L’obiettivo primario di Pechino è quello di esercitare pressione politica sulle autorità di Taipei e punire la Presidente taiwanese Tsai ing-wen per la sua riluttanza ad accettare il “Consenso del 1992”, un’assioma politico per cui esisterebbe una sola Cina  – della quale farebbero parte la Cina Continentale e Taiwan – da declinare istituzionalmente secondo la preferenza di ciascuna parte. A tal fine, a un salasso di stati in un’unica soluzione sarebbe preferibile una lenta emorragia di alleati: uno alla volta, lasciando gli altri sul tavolo come pedine di scambio. In altre parole, una lenta ‘morte per 20 tagli’ e asfissia diplomatica. A meno che Tsai non segua l’esempio del suo predecessore Ma Ying-jeou e si conformi al “Consenso del 1992”.

In effetti, sembra che ci siano metodo e ritmo nella strategia punitiva cinese. Dopo la defezione di Panama è possibile identificare un modello secondo il quale, alla vigilia dei viaggi di stato di Tsai verso alleati in una determinata regione del globo, Pechino strappa a Taiwan un paese amico in un altro quadrante geografico. Accadde nel dicembre 2016, quando São Tomé e Principe decise improvvisamente di rompere con Taiwan (della cui assistenza allo sviluppo aveva largamente beneficiato) e schierarsi con la Cina a meno di un mese dal secondo viaggio di Tsai in America Latina e dalla celebre telefonata tra Tsai e il Presidente statunitense Trump. E’ accaduto di nuovo nel giugno di quest’anno, con l’adiós di Panama a poche settimane dalla visita di Tsai agli alleati nel Pacifico Meridionale.

Alla luce di questi elementi  – e anche di negative esperienze come quella recente, per rimanere in America Centrale, del Costa Rica che ha visto fortemente diminuire le sue già modeste esportazioni verso la Cina e, in primavera, ha addirittura destituito il suo Ambasciatore a Pechino, o quella dell’africano Malawi il cui ex Presidente si è detto pentito e deluso del “passaggio” alla Cina – si può dunque concludere che, contrariamente all’opinione di esperti come l’ex-Ambasciatore messicano a Pechino, Jorge Guajardo, è improbabile che sia imminente una “cascata”  di stati da Taiwan verso le sponde della Cina.