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Taiwan Soft Power: Scholarships and Fellowships

Academic exchanges represent effective tools for the soft power strategies of a Country. This is true for countries with an important role in the international community, but even more important for those with less political and international weight. This is why Taiwan represents an interesting case about how a country can shape is future through the means of soft power and, more specifically, through the means of international fellowships and scholarships.

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International fellowships contribute huge benefits to the sponsoring country. Scholars are an important source of talent, skill, and diverse perspectives, that can boost the visibility and echo other scholars over different issues, bridge academic networks focused on different fields, and promote – sometimes even lead – the direction of the public debate. This is why scholarships represent nowadays effective tools in promoting and enhancing a country’s soft power.

In this regard, Taiwan, to foster its image in the world – while challenged by the increasing pressure of the Chinese regime -, has set up some scholarships and fellowship to promote its academic exchanges. In 2004, the Executive Yuan announced the “Taiwan Scholarship and Huayu Enrichment Scholarship Program”, a joint project of the Ministry of Education, Ministry of Foreign Affairs and Ministry of Science and Technology, concerned with the areas of education, diplomacy, economics and academic innovation.

One of the goals of the Huayu Enrichment Scholarship are to bring to Taiwan foreign students who are interested in the Mandarin language, to promote Mandarin and traditional Chinese writing, and to increase foreign students’ understanding of the culture and historical development of Taiwan. Another one is the belief that cultivating young talents from abroad will establish a long-term cooperative relationship between Taiwan and other countries, promoting economic, commercial, educational and cultural exchanges, and improving Taiwan’s global competitiveness and international visibility.

Furthermore, Taiwan, in order to foster its image in the world under the huge pressure from China, established in 2010 the Ministry of Foreign Affairs (MOFA) Taiwan Fellowship, awarding foreign experts and scholars interested in researches related to Taiwan, cross-strait relations, Asia-Pacific region and Sinology in order to conduct advanced research at universities or academic institutions in Taiwan. Since 2010, there have been 934 scholars from 78 countries being accepted by this program. MOFA Taiwan Fellowship, echoing the APEC Scholarship Initiative, provides 12 Chinese Taipei APEC Fellowship openings per year exclusively for scholars and experts from developing APEC economies.

The importance of Taiwan case is based on the fact that, although promoting a country specific goals in the international system, soft power can be a tool able to produce positive externalities that affect the sponsoring country as well as the others involved in the process.

Moreover it has to be considered that the trend of globalization has affected higher education all around the world. International exchanges and cooperation are needed in all facets of higher education, including educational theory and pedagogy, resources, innovation and cultivation of talent. Allowing young students from all over the world to understand and have exchanges with other cultures is an important step in allowing young scholars to face multifaceted global reality. Exchanges among distinguished young people around the world will open up the eyes of young exchange students to new cultures. The countries which receive or admit these exchange students will also be stimulated and revitalized by them; their educational environments will become more diverse, holistic, and universal in their outlook. Therefore, the countries participating in exchange programs can often benefit from a win-win cooperative relationship.

L’Asia-Pacifico tra aggressività cinese e acquiescenza globale

Mentre l’attenzione del mondo era concentrata su Singapore per l’incontro tra il Presidente Trump e il dittatore nordcoreano Kim, un avvenimento, apparentemente minore, ribadiva l’impegno e la determinazione degli Stati Uniti a rimanere protagonisti e garanti dello status-quo nell’area Asia- Pacifico, e a non abdicare al proprio ruolo politico-economico-militare lasciando il passo alla egemonia cinese, con tutte le epocali conseguenze che ciò comporterebbe.

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L’evento in questione è stata la solenne inaugurazione a Taipei della nuova sede della rappresentanza USA a Taiwan, dal 1979 denominata “American Institute”. Un imponente e modernissimo edificio di oltre 14.000 mq nel quale lavoreranno 500 funzionari di tutte le istituzioni governative statunitensi.

E le parole pronunciate durante la cerimonia, alla presenza della Presidente Tsai, da parte USA con l’Assistant Secretary of State Marie Royce, il Rappresentante a Taiwan Kin Moy e i parlamentari giunti da Washington, hanno confermato gli impegni americani nei confronti della libera e democratica Taiwan, alla quale – nel tracciato bipartisan seguito da tutte le Amministrazioni succedutesi dal 1979 (quando Carter riconobbe la RPC) con il sostegno costante e unanime del Congresso – gli Stati Uniti garantiscono adeguate forniture militari per mantenere alta quella deterrenza indispensabile a scongiurare che le continue minacce cinesi passino dal campo della verbosità provocatoria alla scellerata aggressione, con le immaginabili tragiche conseguenze.

Il 2 giugno le stesse chiare conferme, allo stesso tempo in funzione di rassicurazione per tutti (e di mònito al regime sino-comunista), erano arrivate dal Segretario alla Difesa, Jim Mattis, nel suo discorso al Seminario sulla sicurezza strategica in Asia svoltosi a Singapore.

Queste affermazioni, reiterate con sempre maggiore frequenza da parte USA, sono evidentemente da mettere in relazione con la crescente aggressività cinese nel Pacifico, politica e militare, rivolta, con provocazioni di ogni tipo, non solo verso Taiwan – con l’effetto di far crescere, come mai prima, il sentimento anticinese nella popolazione taiwanese – ma anche verso le altre nazioni dell’area, tutte preoccupate e allarmate, dal Giappone ai piccoli stati insulari, questi ultimi oggetto di una colonizzazione attuata con prestiti finanziari che si sono sempre trasformati in cappi al collo, dai quali questi stati non sono più riusciti a liberarsi.

Accanto a queste comprensibili ipersensibilità dei paesi dell’Asia-Pacifico vi è, da parte occidentale ed europea, la percezione delle azioni internazionali cinesi come una sfida permanente di carattere economico. Sono di queste ore le notizie sui dazi imposti dagli Stati Uniti dopo mesi di polemiche sulle accuse di furti di proprietà intellettuale perpetrati contro aziende statunitensi presenti sul mercato cinese. Oppure, si pensi al cosiddetto “dumping”, ossia alla pressione esercitata dalle esportazioni cinesi basate, secondo i critici, su una produzione a basso costo in grado di danneggiare altre economie, come quelle europee.

L’aspetto che sembra mancare nel dibattito occidentale è la consapevolezza del fatto che la spregiudicatezza di Pechino – attuata con le modalità tipiche dei regimi comunisti – non si è mai fermata all’ambito economico, ma si è sviluppata seguendo varie direttrici, a mano a mano che il peso della Cina cresceva sulla scena mondiale. Infatti, tralasciando gli aspetti prettamente commerciali ed economici, si potrebbero citare vari settori o ambiti sui quali si sono concentrate le attività oltreconfine del regime di Pechino, tra le quali spiccano la cultura o l’università.

Si prenda ad esempio la vicenda esplosa nel 2017, quando centinaia di pubblicazioni della Università di Cambridge (testi dedicati ai drammatici eventi della storia cinese contemporanea, come le carestie degli anni ’50/‘60 in Cina e la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, che hanno causato decine di milioni di morti e tremende sofferenze umane, o i vari conflitti susseguitisi negli anni sui confini cinesi) furono rimosse dalla casa editrice gestita dall’Università inglese, in seguito a una perentoria pretesa del regime di Pechino. Fu un evento che si risolse, a seguito di veementi polemiche nel mondo accademico, con la retromarcia dell’Università di Cambridge, e la ri-pubblicazione degli articoli rimossi dal database della casa editrice; ciò nondimeno, fu un chiaro e inquietante segnale di quanto la Cina intendesse (e intenda) far pagare la sua crescente influenza internazionale.

Tuttavia, per avere il polso di quale sia la spregiudicatezza di Pechino nei rapporti internazionali non bisogna andare molto lontani dai confini cinesi. Si potrebbero citare le innumerevoli dispute nel Mar Cinese Meridionale, tra cui quella relativa alle isole Spratly dove nel 2015, a seguito di rivendicazioni avanzate da più parti per decenni, e svariate violazioni degli accordi tra i principali paesi coinvolti, il regime cinese decise di installare una base militare in uno degli atolli delle Spratly, dando inizio a esercitazioni e attività di varia “natura” che hanno, ovviamente, determinato proteste da parte di paesi vicini e lontani, tra i quali gli Stati Uniti, che temono il ripetersi su altre isole di queste occupazioni militari.

Anche in questo discorso, però, il miglior termometro dell’imperialismo della Repubblica popolare cinese consiste, ancora una volta, nell’isola di Taiwan. Al di là delle innumerevoli azioni discriminatorie perpetrate da Pechino nei confronti di Taipei sul piano internazionale negli ultimi due anni, sulle quali questa rubrica ha dato puntuale conto, sono molteplici e sempre più frequenti, nel 2018, le azioni ostili cinesi contro Taiwan colpevole di non avere alcuna intenzione di suicidarsi nella unificazione con il Continente, unificazione respinta dalla volontà democraticamente espressa del popolo taiwanese che ben comprensibilmente rifiuta lo scenario di passare dall’essere cittadini di una società dove tutte le libertà, personali e pubbliche, sono pienamente affermate e rispettate, a proprietà di un regime comunista.

Nel gennaio scorso, ad esempio, il governo cinese aveva bloccato l’accesso al sito web della società alberghiera americana Marriott International, colpevole di riferirsi a Taiwan come paese. Oltretutto, tra gennaio ed aprile, l’amministrazione dell’aviazione civile cinese aveva preteso che 36 compagnie aeree internazionali, tra cui l’Alitalia, cessassero di indicare singolarmente Taiwan, minacciando misure legali punitive e procedimenti amministrativi contro queste compagnie, nel caso in cui non avessero obbedito alle loro pretese.

Richieste che, a parte l’aspetto grottesco, sono al di fuori di qualsiasi quadro legale di riferimento, dato che nell’ordinamento statunitense (come nella stragrande maggioranza degli ordinamenti occidentali) Taiwan e Cina sono sempre state considerate entità sovrane distinte, regolate da diversi accordi, atti legislativi e sentenze. Per cui, le compagnie aeree minacciate da Pechino non solo avevano (e hanno) il pieno diritto di inserire tra le proprie destinazioni Taiwan (senza alcun riferimento alla RPC), ma le pressioni cinesi avevano come obiettivo anche quello di spingere le compagnie prese di mira a violare apertamente le leggi e gli ordinamenti dei propri paesi.

Mosse che non sono passate inosservate ai governi interessati, a partire dalla Casa Bianca, che ha descritto le azioni della Cina come “assurdità orwelliane“, sottolineando insieme ad altri governi, come quello australiano, che verrà opposta resistenza a queste inaudite pressioni cinesi, che le imprese private non dovrebbero prendere in considerazione.

Queste vicende, come altre, potrebbero essere flebili segnali di un’inversione di tendenza della comunità internazionale nei confronti di modalità tanto spregiudicate quanto inaccettabili della politica estera cinese. Per quanto il regime dell’eterno Xi Jinping stia tentando di proporsi come nuovo campione della globalizzazione, si fanno sempre più esplicite le pesanti contropartite che la Cina vorrebbe ottenere in cambio del suo crescente ruolo strategico. E in questa partita il nodo di Taiwan rimane centrale, sia per gli equilibri del quadrante Asia-Pacifico sia per le prospettive di espansione (economica, territoriale e culturale) della Cina comunista.

Tuttavia, quel che lascia interdetti è l’atteggiamento remissivo e ancillare di molti altri paesi che, di fronte alle qui descritte attività cinesi, in giro per il mondo e nella propria area di riferimento geo-strategico, non sono ancora riusciti a sviluppare forme valide di contrasto e di sostegno alle realtà più vessate e minacciate dal bullismo cinese, a partire da Taiwan.

Nessuno nega che un certo grado di pragmatismo e ipocrisia siano necessari nel gestire i rapporti internazionali, in particolare con un gigante come la Cina comunista. Ma tra il pragmatismo e il servilismo, tra il dialogo e l’acquiescenza, tra la diplomazia e il mutismo, esistono differenze sostanziali che la comunità internazionale, e l’Occidente in particolare, dovrebbero tenere bene a mente. Nella storia, piegarsi di fronte a dittatori e satrapi non è mai stato foriero di buone cose per paesi e popoli di ogni tempo e continente.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro”

La “diplomazia del dollaro”, denominazione utilizzata nel dopoguerra e negli anni della decolonizzazione dai critici degli Stati Uniti per indicare l’azione volta a portare nel campo occidentale i Paesi di nuova indipendenza, è viva e vegeta grazie al protagonismo spregiudicato della Cina comunista. Appena pochi giorni fa, il 1° maggio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Dominicana, Miguel Vargas Maldonado, e quello cinese, Wang Yi, hanno firmato un comunicato che sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Lo Stato caraibico ha così chiuso 77 anni di relazioni diplomatiche con Taiwan “convinto” dalla promessa cinese di 3,1 miliardi di dollari da investire in progetti infrastrutturali e in una nuova centrale termoelettrica.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro” - Geopolitica.info

La tattica cinese per conquistare nuovi Paesi è ormai vecchia e sperimentata: solo per restare negli anni più recenti, dal 2016 Pechino ha indotto quattro Paesi – Gambia e São Tomé e Principe in Africa; Panama e ora la Repubblica Dominicana in America Latina – a voltare le spalle a Taiwan. Come notato anche dall’Istituto per gli Affari Internazionali, con poche ma efficaci parole, la scelta dei Paesi che decidono di cambiare campo è evidente: “Inseguire le offerte economiche elargite da Pechino”. Il Governo di Santo Domingo potrà ora dormire sonni tranquilli in attesa dell’afflusso dei capitali cinesi per queste imponenti opere? Oggettivamente non c’è da esserne sicuri. Ciò che dovrebbe preoccupare la Repubblica Dominicana è che, in un passato anche recente, le promesse della Cina agli ex alleati diplomatici di Taiwan spesso non si sono trasformate in realtà rimanendo, purtroppo per loro, nel libro dei sogni.

Come è risaputo, infatti, la Cina non ha mai investito in Costa Rica la cifra di 1,4 miliardi di dollari promessi per costruire una raffineria e nuove autostrade. Peccato che siano trascorsi “appena” 11 anni da quando, nel 2007, la Costa Rica ruppe con Taiwan. Più recentemente, per stabilire nuove relazioni diplomatiche con São Tomé e Principe, Pechino ha detto che avrebbe inviato 140 milioni di dollari in aiuti, anche questi mai visti, e costruito importanti infrastrutture sulla base di un piano anch’esso rimasto sulla carta. Secondo il Ministero degli Esteri di Taipei “Le nazioni devono fare attenzione al pericolo di cadere nella trappola dei debiti nel momento in cui si impegnano con la Cina”. Commentando questi eventi, l’ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson, ha dichiarato che, nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, Pechino “Incoraggia la dipendenza facendo ricorso a contratti opachi, pratiche di prestito predatorie e accordi basati sulla corruzione che indeboliscono le nazioni e ne limitano la sovranità, negando loro la possibilità di una crescita a lungo termine e autosufficiente“.

Nel caso della Repubblica Dominicana, questi precedenti negativi dovrebbero inquietare pensando a come si è sviluppato, durante gli anni, il sostegno di Taiwan allo sviluppo di quel Paese sulla base di una cooperazione seria, fruttuosa e rispettosa della dignità dominicana, che ha contribuito  alla realizzazione di molti progetti di successo: l’enorme incremento della produzione di riso, che ha reso Santo Domingo un importante esportatore in tutto il mondo; la nascita del “distretto tecnologico” e del Cyber Park; il sostegno al turismo anche tramite l’expertise taiwanese per la prevenzione del crimine, un malanno endemico di molte realtà caraibiche; la costruzione di un moderno centro per la cura di bambini orfani e ammalati. Tutti progetti che hanno visto la partecipazione attiva di importanti settori della popolazione e che ora, con la cessazione delle relazioni con Taiwan, avranno un destino incerto e, probabilmente, infausto come insegnano i pessimi precedenti già avvenuti negli altri citati Paesi. Da Taipei guardano con amarezza a questi eventi e con preoccupazione all’uso prepotente – non solo nella progressione temporale ma anche nelle modalità senza scrupoli – della “diplomazia del dollaro” utilizzata dal regime di Pechino per irretire Nazioni che, nell’ottica imperiale cinese, non contano nulla, politicamente ed economicamente, se non per il fatto di essere ancora amiche di Taiwan e dunque destinatarie di una attenzione e di un desiderio frenetici destinati a svanire subito dopo l’effettuata conquista.

Da parte sua Taiwan, forte delle proprie ragioni, prosegue nella sua azione di sostegno a quei Paesi in via di sviluppo che, resistendo alle profferte di Pechino, decidono di proseguire sulla strada della cooperazione con Taipei. Un’azione che ha il proprio centro operativo nevralgico nel Fondo Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (ICDF), dedicato a promuovere il progresso sociale degli Stati partner, valorizzandone le risorse umane, incrementando il tessuto economico su base paritaria e offrendo immediata assistenza in caso di calamità naturali, aiuti effettivi per la ricostruzione post-calamità e assistenza, ove necessaria, nella gestione dei flussi migratori.

L’opera del Fondo si basa su prestiti e investimenti diretti e indiretti, cooperazione tecnica bilaterale e multilaterale, articolata in programmi di carattere umanitario, sociale ed economico nei campi della salute, dell’istruzione e formazione, delle nuove tecniche di coltivazioni agricole, di micro-impresa, della tutela ambientale, e delle più avanzate tecnologie informatiche. Ogni nuovo progetto del Fondo viene gestito con procedure rigorose e in collaborazione con partner locali, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno di essi. Il “catalogo” delle attività in corso da parte di Taiwan tramite l’ICDF è molto vasto. Per restare a quanto fatto nel solo ultimo mese citiamo lo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione in Nicaragua; l’avvio del progetto triennale per la cura e la prevenzione del diabete a Saint Vincent e Grenadine; la prosecuzione del programma pluriennale per il sostegno alle popolazioni del Nepal colpite dal terremoto del 2015; il restauro di parte del patrimonio urbanistico del Belize; il supporto monetario e tecnico per la costruzione di innovativi impianti fotovoltaici in aree remote del Myanmar.

Un capitolo fondamentale di queste attività riguarda la proficua cooperazione di Taiwan con gli organismi internazionali multilaterali – come la Banca Asiatica per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Interamericana per lo Sviluppo, il Sistema di Integrazione Centro-Americano  – e con le organizzazioni non governative. È recente, ad esempio, l’aggiornamento pubblicato dal Fondo del progetto finalizzato al “Miglioramento della gestione dei rifiuti solidi per le comunità ospitanti e per i rifugiati siriani nella città di Azraq (Giordania)”, portato avanti con “Action Against Hunger”. All’inizio dell’anno erano state già completate la stesura del memorandum con il Comune di Azraq e la cooperativa scelta per collaborare a questo progetto; lo studio di fattibilità per valutare la situazione attuale della gestione dei rifiuti solidi e il potenziale di un impianto di compostaggio; il coordinamento con i partner tecnici quali imprese locali, consulenti e organizzazioni senza scopo di lucro; la campagna di sensibilizzazione sul compostaggio per il personale governativo.

Quanto descritto induce a svolgere una riflessione conclusiva. La cooperazione allo sviluppo è legittimamente, per tutti gli Stati, un importante strumento di politica estera attraverso il quale rafforzare le relazioni bilaterali e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di Paesi e popoli che ancora soffrono condizioni di arretratezza sociale ed economica. In questo contesto spicca il ruolo positivo di Taiwan e, per contrasto, si evidenzia l’assurdità della politica cinese che, per odio al Governo democraticamente eletto dalla popolazione taiwanese nel 2016, ne impone l’emarginazione dai più rilevanti fori internazionali in spregio – come avviene nel caso dell’Assemblea Mondiale della Sanità – delle loro stesse norme fondative statutarie che, per quanto riguarda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, recitano solennemente: “Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale”.

Taiwan, la Cina e la diplomazia dell’arte: tra vecchi e nuovi equilibri

L’articolo analizza il ruolo dei musei e delle mostre d’arte nel processo di negoziazione politica ed identitaria che coinvolge Taiwan e la Cina. L’analisi si inserisce  nel più ampio contesto di revisione dell’ordine regionale in Asia-Pacifico avviato da Pechino e in cui Taiwan si trova a svolgere un ruolo importante proprio grazie al suo legame culturale con la Cina.

Taiwan, la Cina e la diplomazia dell’arte: tra vecchi e nuovi equilibri - Geopolitica.info

 

L’attivismo della Cina come attore di primo piano sullo scacchiere internazionale sta rapidamente ridisegnando lo scenario geopolitico in Asia orientale e nel Pacifico. Nel contempo si assiste al recupero della cultura tradizionale e del pensiero (neo)confuciano come nuova ideologia di cui la Repubblica Popolare Cinese, guidata Xi Jinping, intende dotarsi per riaffermare la propria leadership regionale. Le ragioni di questa scelta sono connesse alla necessità di guadagnare il consenso dei paesi vicini intorno al progetto cinese di un ordine regionale non più dominato dagli Stati Uniti. L’incalzante sviluppo economico e tecnologico di molti paesi dell’area Asia-Pacifico coincide, infatti, con il declino dell’egemonia globale americana e la crisi dei valori e ordinamenti su cui questa si fonda. La Cina cerca quindi di sfruttare il potenziale della situazione al fine di ricostituire il tradizionale ordine asiatico sinocentrico, fondato sul rispetto dei valori confuciani e sulla riconosciuta superiorità della cultura Cinese. La diplomazia culturale acquisisce perciò un peso determinante nei rapporti tra Cina e i suoi vicini, in quanto Pechino intende fare leva sulla forza unificatrice della cultura per ricondurre alleati ed avversari sotto la sua egemonia ideologica.
La strategia cinese è volta, anzitutto, a favorire la riunificazione con Taiwan: la “provincia ribelle” che, dal 1949 è la sede della Repubblica di Cina (RDC), rappresenta – con le sue vivaci democrazia e società civile – una sfida al progetto di ricostituzione di una “Grande Cina” comprensiva dei territori di Hong Kong, Macao e Taiwan. La diade Cina-Taiwan è la conseguenza diretta della guerra civile cinese, a seguito della quale il governo nazionalista guidato da Chiang Kai-shek si era ritirato sull’isola di Taiwan, proclamando l’illegittimità del regime comunista di Mao. Dalla fondazione della Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nel 1945, la RDC era uno di cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come rappresentate legittimo del popolo cinese. Tuttavia, all’inizio degli anni 70, una combinazione di fattori geopolitici – non ultimo il disgelo nelle relazioni tra Washington e Pechino – portarono alla sostituzione della RDC con la Cina Popolare come membro ONU. Attualmente, rapporti tra la Cina e Taiwan sono regolati dalla One China Policy, sottoscritta dagli Stati Uniti, che riconosce l’esistenza di una sola Cina inclusiva di Taiwan senza però specificare quale ne sia il governo. Lo scopo della One China Policy è quello di permettere la pacifica coesistenza delle “due Cine” in funzione di una possibile riunificazione. Ma a dispetto delle crescenti pressioni diplomatiche ed economiche di Pechino, Taiwan continua a difendere la sua indipendenza e preservare la sua identità. La RDC ha da tempo adottato un sistema di governo democratico e questo, unito al dinamismo economico e culturale di Taiwan, rende i taiwanesi sempre meno inclini a riconoscersi nella retorica unionista della Cina Popolare. Ciò nonostante, la società taiwanese conserva ancora molti tratti fondamentali della cultura sinica: la lingua ufficiale di Taiwan è il mandarino, la popolazione è in gran maggioranza di discendenza cinese, e i musei e templi dell’isola hanno preservato intatti i tesori artistici e religiosi della Cina Imperiale (salvati dalla distruzione che li avrebbe travolti durante la cosiddetta “rivoluzione culturale” maoista).

E proprio i musei e le grandi mostre d’arte sono lo strumento attraverso cui la Cina cerca di legittimare le sue pretese di unificazione, rimarcando il comune retaggio storico e culturale che unisce gli abitanti di Taiwan a quelli della Cina continentale. Tra il 2008 e il 2016, il processo di distensione politica promosso dal governo dal Partito Nazionalista Cinese (Kuomintang) a Taiwan ha favorito l’intensificarsi degli scambi culturali tra le due parti. La ritrovata armonia a livello politico è stata celebrata con una serie di mostre d’arte che hanno coinvolto i principali musei Taiwanesi, tra cui il Taipei Fine Arts Museum (TFAM) e il Taipei National Palace Museum (NPM). Quest’ultimo ospita una della più importanti collezioni di arte cinese al mondo, composta dai tesori che adornavano i padiglioni della Città Proibita di Pechino. Il NPM è diventato quindi il focus principale di una strategia volta a riavvicinare Cina e Taiwan facendo leva sull’orgoglio di appartenenza ad una civiltà millenaria. La risposta il NPM è stata un’intelligente politica di appeasement che punta a valorizzare il ruolo di Taiwan come alter ego democratico della Cina, capace di coniugare i valori confuciani con le esigenze di una società giovane e aperta al mondo.

Gli eventi realizzati in collaborazione con i partners cinesi sono quindi diventati l’occasione per inserire il NPM nel circuito di promozione internazionale creato da Pechino ma, al tempo stesso, “mettere in mostra” le diversità e alterità di Taiwan rispetto alla Cina Popolare. Contrariamente all’opinione più diffusa, la funzione politica delle grandi mostre d’arte non si esaurisce negli aspetti celebratori, ma risiede nella possibilità che esse offrono di riscrivere la storia e l’identità di un popolo attraverso il linguaggio visivo e simbolico dell’allestimento museale. Una volta inserite in un contesto taiwanese, le opere d’arte prestate dai musei cinesi assumono quindi un significato molto diverso da quello che gli viene attribuito dal governo e pubblico cinesi. Laddove la narrativa ufficiale di Pechino enfatizza i caratteri di unicità e continuità dell’arte sinica, la strategia espositiva del NPM ne esalta la vitalità e la capacità di sintetizzare tradizioni ed estetiche diverse.

La stessa logica anima i programmi didattici e di marketing culturale sviluppati dal NPM, che puntano sui linguaggi più innovativi per promuovere una versione aggiornata e ibridata della cultura tradizionale cinese, in sintonia con lo spirito taiwanese. Questo approccio comunicativo, scevro dai forti toni ideologici che caratterizzano la narrativa della sponda opposta, si è rivelato funzionale all’identificazione di Taiwan come una società colta, benevola, e raffinata in contrasto con quella della Cina continentale, ancora pervasa di autoritarismo maoista. Il ruolo simbolico e politico di Taiwan come “l’altra Cina” viene ribadito con forza ancora maggiore nel contesto delle esposizioni di arte contemporanea ospitate dal TFAM. La presenza di artisti cinesi di fama internazionale come Fang Lijun (2009), Cai Guo-Qiang (2010), Ai Weiwei (2012) e Xu Bing (2014) è servita, infatti, a rinforzare le credenziali democratiche di Taiwan. Sebbene questi artisti siano acclamati in patria la loro attività si svolge principalmente all’estero in modo da evitare le fitte maglie della censura governativa.

Come affermato dallo stesso Ai Weiwei, la retorica unionista del governo cinese che dipinge Taiwan come parte integrante ed inalienabile della Cina ha contribuito non poco a legittimare l’esistenza di Taiwan come spazio libero in cui le idee e le potenzialità inespresse  insite nella cultura sinica possono trovare espressione. La strategia di engagement culturale con la Cina adottata dai musei taiwanesi  si è quindi rivelata  efficace nel promuovere Taiwan come modello di democrazia liberale e pluralista (ma) con radici nella tradizione confuciana, la cui legittimità si fonda  sulle stesse basi ideali su cui Pechino cerca di creare il consenso alla sua ascesa. La dirigenza cinese è infatti consapevole che, senza l’adesione dei partners regionali ad un sistema di valori comuni, l’egemonia di Pechino nell’Asia-Pacifico non può affermarsi in modo duraturo. Per questo cerca di rinvigorire gli ideali (neo)confuciani come fondamento etico di un nuovo ordine regionale sinocentrico. In tale contesto, la RDC è emersa come un interlocutore chiave per Pechino, e le grandi mostre d’arte hanno avuto un ruolo decisivo nel rafforzare il ruolo di Taiwan come laboratorio culturale e politico per la formazione di una nuova identità regionale, facilitando di conseguenza il persistere dello status quo tra le due sponde dello Stretto di Taiwan.

Dal 2016, la vittoria elettorale, presidenziale e parlamentare, del Democratic Progressive Party (DPP), tradizionalmente foriero di istanze indipendentiste, ha determinato una brusca svolta nella dialettica tra la RDC e la Cina Popolare. In ambito culturale, la nuova dirigenza taiwanese sta mettendo in atto una serie di misure volte a ridefinire l’identità di Taiwan in termini nativisti, valorizzando quindi le culture locali e i legami con le nazioni insulari del Pacifico e del Sud-est asiatico. Significativa in questo senso è l’apertura della Southern Branch del NPM a Taibao, che ospita collezioni provenienti da tutta l’Asia ed include una sala di preghiera per i visitatori musulmani. Queste scelte rispecchiano la volontà della maggioranza dei taiwanesi, per i quali la Cina non costituisce più il principale punto di riferimento identitario. Tuttavia, dal punto di vista geopolitico, si presentano cariche di incognite.

Segnatamente, il governo del DPP gode dell’appoggio dell’amministrazione americana, che ha in Taipei una chiave di volta per la sua strategia di contenimento della Cina nel Pacifico. Nondimeno, la Cina rimane il primo partner commerciale di Taiwan, e sta usando la sua influenza economica, come già spesso è avvenuto, per convincere un numero crescente di alleati della RDC a cambiare campo, mentre diversi stati del Sud-est asiatico e del Pacifico sembrano timorosi di inimicarsi Pechino intensificando le relazioni con Taipei. In queste circostanze, gli scambi culturali e museali tornano ad essere per Taiwan il vettore più sicuro per mantenere i rapporti con la Cina, evitando uno scontro ideologico-identitario dalle conseguenze imprevedibili. Resta da vedere se la nuova dirigenza taiwanese sarà in grado di sviluppare una strategia di engagement culturale equilibrata ed efficace, che rilanci il ruolo di Taiwan come mediatore tra una Cina che sta ancora cercando di ritrovare la sua identità e i paesi dell’Asia-Pacifico che hanno ormai assimilato valori democratici e che, come Taiwan, intendono partecipare alla costruzione del nuovo ordine regionale da protagonisti, non da comprimari o subalterni delle grandi potenze.

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare - Geopolitica.info

In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

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Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico.

Il 15 novembre scorso è stata presentata al Senato una Mozione – firmata dai Senatori Giuseppe Francesco Marinello, Fabiola Anitori, Franco Conte, Mario Dalla Tor, Roberto Formigoni, Marcello Gualdani, Pippo Pagano e Salvatore Torrisi – che impegna il Governo a sostenere la partecipazione pragmatica e costruttiva di Taiwan alla Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC) e alle riunioni della Conferenza tra le Parti (COP) la cui ultima si è svolta a Bonn dal 6 al 17 novembre. Il primo firmatario della Mozione è il Senatore Giuseppe Francesco Marinello, Presidente della 13ª Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Lo abbiamo intervistato sul contenuto e le motivazioni della Mozione volta a sostenere gli sforzi di Taiwan su questi temi cruciali per l’intero Pianeta.

Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico. - Geopolitica.info


Presidente Marinello, quali sono le ragioni della Mozione da lei promossa?

Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico rappresentano due fenomeni che affliggono tutta l’umanità, nessuno escluso. Sulla base di tali incontrovertibili constatazioni l’ONU, negli ultimi 23 anni, ha sviluppato una strategia, volta al miglioramento della cooperazione internazionale per affrontare queste tematiche, formulata nella Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC). L’idea di fondo è strategica ed è finalizzata ad includere il più ampio numero di Paesi per combattere fenomeni di carattere globale. Un’impostazione ribadita dagli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) del 2015, che recitano esplicitamente che nessun Paese sarebbe stato messo da parte. Tuttavia, se si guarda alla situazione di Taiwan, è evidente che stiamo lasciando indietro qualcuno e ciò avviene, purtroppo, per motivi del tutto estranei – dunque inaccettabili – alla natura dei citati accordi e delle conclamate e conseguenti azioni operative.

In che senso le Nazioni Unite stanno “lasciando indietro” Taiwan? Perché dovrebbe essere inclusa nei consessi che ha citato?

La questione generale è nota ed è da sempre dibattuta: la Risoluzione delle Nazioni Unite del 1971, che assegnò a Pechino il seggio appartenuto dal 1945 alla Repubblica di Cina, Paese fondatore delle stesse N.U., non ha risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e dei suoi 23 milioni di abitanti. Ciò premesso, a partire dal 1995 – anno della prima riunione della COP-, Taiwan ha potuto partecipare alle relative attività come “organizzazione non governativa” o come osservatore. Questo significa che, nonostante Taiwan sia un paese sovrano, retto da trasparenti istituzioni democratiche e rappresentative – quel “Rule of Law” proprio degli Stati di diritto, radicalmente diverso dal “Rule by Law” dei regimi totalitari – e nonostante che sia oggi la 22ª maggiore economia del mondo, la sua posizione è costretta ai margini per le “ragioni” politiche che conosciamo. Già solo tenendo in considerazione questi elementi è facile capire come questo ostracismo sia irragionevole, ingiusto e fuori dalla realtà. Ma la situazione appare ancor più paradossale se si guarda ad altri dati, legati alle questioni ambientali.


A quali dati si riferisce?

Mi riferisco al fatto che Taiwan è il 21° maggior emissore mondiale di Ossido di Carbonio. Si tratta, poi, di un Paese densamente popolato che affronta regolarmente fenomeni climatici estremi – si pensi ai tifoni e ai terremoti. Per cui, se si vuole discutere di questioni climatiche, credo che siano a tutti evidenti e doverose le ragioni per includere Taiwan nelle discussioni. Inoltre, come se non bastasse, bisogna tenere in conto gli sforzi che i Governi di Taipei hanno messo in campo negli ultimi anni, se non decenni, rispettando scrupolosamente le direttive e le strategie stabilite dalle Nazioni Unite. Pur non essendo tenuta a rispettare gli accordi sulle questioni ambientali, da ultimo quello di Parigi, Taiwan si è impegnata a ridurre le emissioni dei gas serra al 50% dei livelli attuali, entro il 2030. Un processo che passerà anche attraverso lo smantellamento delle proprie centrali nucleari e l’aumento dell’energia, proveniente da fonti rinnovabili, al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2050. Uno sforzo enorme, se si considera che Taiwan soddisfa il 98% del suo fabbisogno energetico per mezzo delle importazioni. A questo si aggiunga il fatto che, lo scorso settembre, il Governo di Taipei ha presentato la sua SDG (anche questa non richiesta dall’ONU), con la quale sono stati riassunti gli innumerevoli progetti volti a raggiungere gli obiettivi citati, e anche i numerosi programmi di cooperazione internazionale per promuovere lo sviluppo sostenibile di alcune economie emergenti in Asia, Africa e America Latina.
In poche parole: nonostante Taiwan venga esclusa dalla comunità internazionale, per imposizioni politiche completamente estranee alle tematiche ambientali, si sta affermando come uno dei Paesi più virtuosi, in Asia-Pacifico, proprio sul terreno delle profonde riforme e innovazioni necessarie per la salvaguardia climatica. È palese che si tratta di una situazione a dir poco assurda.

A questo punto, perché escludere Taiwan? E perché ritiene che questa esclusione sia ingiustificata?

L’esclusione di Taiwan, come ho già ricordato, rimanda all’esclusione del Paese dalle Nazioni Unite e dalle sue Agenzie specializzate. Si tratta, lo ripeto, del prodotto di pressioni politiche piegandosi alle quali l’ONU è entrato, e rimane, in contraddizione proprio con i principi fondanti che essa stessa promuove, che sono alla base della sua costituzione e motivo della sua esistenza.
Si pensi a quanto accaduto, quest’anno, all’Assemblea Mondiale della Sanità dove, dopo 8 anni di proficua partecipazione, Taiwan non ha potuto partecipare per il diktat di Pechino esplicitamente motivato dal diverso e sgradito colore del nuovo Governo taiwanese. Ovvero, una plateale motivazione politica di parte quando proprio lo Statuto dell’AMS/OMS esclude, tassativamente, le discriminazioni politiche essendo la salute un bene primario da tutelare al di sopra di ogni differenza di nazionalità, religione, idea politica e condizione economica. Le malattie, i virus, le epidemie non conoscono né frontiere né ideologie, ma all’AMS/OMS la pensano diversamente…fino al punto, un mese fa, di nominare (poi rimangiandosi la nomina a seguito di furibonde proteste) “Ambasciatore di buona volontà” il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe, inquisito dalla Corte Penale Internazionale, ora in crisi terminale dopo 37 anni di regime che ha letteralmente distrutto il suo Paese.
Messi da parte questi aspetti grotteschi, dobbiamo prendere atto di una situazione molto complessa, che inevitabilmente rimanda ad ambiguità dettate dalla necessità di trovare un equilibrio tra realpolitik e principi. Secondo noi promotori della Mozione – che si inserisce nel quadro della più generale Mozione pro-Taiwan già approvata dal Senato il 27 giugno scorso e alla quale Geopolitica.info ha dato risalto – per quanto concerne le tematiche ambientali le ambiguità vanno tolte dal tavolo, perché tutte le parti in campo avrebbero molto da guadagnare. Bisogna trovare la formula più adatta; siamo convinti che sia giusto, utile e importante lavorare per una soluzione che porti Taiwan al tavolo delle trattative. I primi a riceverne effetti positivi saranno certamente i taiwanesi ma, con loro, anche l’intera comunità internazionale. Perché, lo ribadisco, le questioni ambientali riguardano tutti, nessuno escluso, e continuare a marginalizzare la 22ª economia del mondo, che sta mettendo in campo politiche rigorose e futuristiche, non credo proprio che sia ragionevole.

La conferenza APEC in Vietnam e il ruolo internazionale di Taiwan

Il recente meeting dei leader dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) che si è tenuto a Đà Nẵng in Vietnam è stato un importante momento di scambio per i paesi della regione, in particolare vista la concomitanza con la visita del presidente statunitense Donald Trump. L’organismo della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica è nato nel 1989 allo scopo di favorire la cooperazione economica, il libero scambio e gli investimenti nell’area dell’Asia Pacifico. La formula, adottata alla fondazione, delle “Economie” e non degli “Stati”  – analoga a quella del WTO e diversa da quella delle Nazioni Unite –  ha fin da allora consentito la partecipazione taiwanese su un piano di “pari dignità” sia pure con la formula dell’ “Inviato speciale” che guida la delegazione di Taipei in rappresentanza del Presidente di Taiwan.

La conferenza APEC in Vietnam e il ruolo internazionale di Taiwan - Geopolitica.info

 

Tra gli esiti positivi della riunione vi è stata una iniziativa congiunta delle delegazioni taiwanese, statunitense (con il Sottosegretario agli affari politici Thomas Shannon) e australiana: le tre parti intendono istituire un meeting dell’APEC “Women and the Economy”. Questo annuncio, oltre a evidenziare gli sforzi di Taiwan nel potenziare la partecipazione femminile, vuole tentare di sensibilizzare i paesi dell’area nei confronti di “una crescita economica inclusiva” come l’ha enunciata la Presidente Tsai Ing-wen. Al di là dei significativi risultati del meeting, la partecipazione taiwanese presenta degli interessanti elementi. Alla guida della delegazione di Taiwan al forum dell’APEC è stato scelto, anche quest’anno, James Soong (宋楚瑜), sperimentato politico, già collaboratore di Chiang Kai-shek e leader del People First Party, un piccolo partito nato da una scissione del Kuomintang e considerato da Pechino come un interlocutore accettabile all’interno del panorama politico taiwanese. Un gesto che può essere considerato come una rinnovata apertura e un segnale di dialogo di Taipei nei confronti di Pechino. C’ è infatti grande attesa a Taiwan per una possibile ripresa dei colloqui diretti tra i due paesi e, a questo proposito,  i riferimenti, nel discorso tenuto dal presidente Xi Jinping al congresso del Pcc, nei confronti delle relazioni sino-taiwanesi, sono stati giudicati in maniera positiva a Taipei.

Al di là dell’inevitabile retorica, giustificata dalla cornice del Congresso del Partito, i contenuti diretti a Taiwan hanno mostrato una possibilità di dialogo tra le due parti. Xi ha parlato della questione taiwanese senza scendere nei dettagli, rimarcato la necessità dell’accettazione del “Consenso del 1992”, raggiunto quell’anno nell’incontro svoltosi a Singapore, e ha affermato che la Cina dovrebbe “prendere l’iniziativa di condividere le opportunità di sviluppo con i compatrioti di Taiwan”. Così come ha accennato alla creazione di un trattamento particolare per i cittadini e le aziende taiwanesi, all’interno di un processo di riunificazione. Ossia il paradigma “un paese, due sistemi” già attuato nell’ex possedimento britannico di Hong Kong. Una dinamica che assai difficilmente potrà convincere i cittadini taiwanesi anche perché le continue proteste della popolazione di Hong Kong sono al centro dell’attenzione mediatica a Taiwan e tutti hanno potuto seguire il mancato sviluppo democratico nell’ex Colonia.

La Cina infatti aveva sottoscritto, nell’accordo con il Governo di Londra, l’impegno di modificare, dopo 20 anni ovvero proprio nel 2017,  il sistema elettorale di Hong Kong. Tale impegno è stato ignorato e anche le recenti elezioni si sono tenute secondo la consueta procedura, ossia con l’80% dei candidati al governo della Città selezionati dal Partito comunista cinese e quindi eletti. La rivoluzione degli ombrelli, iniziata nel 2014 proprio a seguito della decisione di Pechino di non rispettare la promessa di riforme democratiche, non si è affatto esaurita. Alle iniziali imponenti manifestazioni di protesta sono adesso seguiti e moltiplicati i segnali di disobbedienza civile, soprattutto da parte delle giovani generazioni, che stanno destando numerose preoccupazioni a Pechino. Come già evidenziato in altri articoli di questa rubrica, la negativa esperienza di Hong Kong costituisce un precedente che scoraggia qualsiasi fiducia taiwanese nei confronti di una soluzione sulla linea del paradigma “un paese, due sistemi”. Anche la promessa di un miglioramento dell’economia taiwanese, che si verificherebbe a seguito di una annessione a Pechino, appare propagandistisca e inattendibile: i tassi di crescita dell’economia cinese sono lontani dalle cifre di qualche anno fa e l’intero sistema sta affrontando sfide inedite per la “Terra di mezzo”, dalla concorrenza dei paesi vicini al basso tasso di natalità che comporta una flessione della manodopera disponibile.

Il sinologo americano Richard C. Bush ha concluso il suo recente articolo per “Brookings” dedicato al nuovo corso delle relazioni sino-taiwanesi con una domanda retorica: “I leader cinesi avranno compreso che, dato il sistema democratico di Taiwan, non hanno altra scelta che riporre le loro speranze nel popolo taiwanese e avranno capito che è più probabile che i loro obiettivi di lungo termine vengano raggiunti non facendo minacce ma dando a Taiwan importanti ragioni per credere che ci sia una base per un rapporto positivo con la Cina?”. Difficile rispondere a questa domanda, ma gli analisti cinesi hanno una piena comprensione della realtà di Taiwan. La Cina ha sempre apertamente dichiarato che lo sguardo della sua politica estera era molto più ampio di quello dei paesi occidentali, e che gli obiettivi di Pechino erano centrati al medio e lungo termine. In questo caso la prospettiva di un riavvicinamento tra la Cina e Taiwan diventa sempre più complessa con il passare degli anni, l’identità nazionale taiwanese si è profondamente radicata, sia per ragioni generazionali sia per la piena coscienza democratica che caratterizza la popolazioni taiwanese, e la distanza tra i due paesi è sempre maggiore. Una eventuale apertura cinese potrà passare per una decrescita dell’isolamento taiwanese in ambito internazionale. Non si tratterà di atti espliciti ma di sfumature che andranno lette all’interno del complesso quadro della peculiare diplomazia di Pechino. Gli analisti attendono dei segnali più espliciti per comprendere la reale natura delle intenzioni cinesi e del futuro delle Cross Strait Relation, e questi potrebbero avvenire, in sede internazionale, su quei terreni – la salute, l’ambiente, la sicurezza aerea – sui quali l’ostracismo nei confronti di Taiwan, imposto da Pechino, è insensato e sta suscitando crescenti reazioni. In questa chiave può anche essere letto il flop dell’ammonimento cinese al Primo ministro giapponese Shinzo Abe di non sostenere una formale riunione bilaterale con il Rappresentante taiwanese Soong a margine del meeting APEC. Abe l’ha ignorato e, dopo l’incontro, il Ministero degli Esteri di Tokyo ha anche emesso un comunicato. Nelle prossime settimane si potrà forse capire quali effetti dispiegheranno, per un disgelo nelle Cross Strait Relation, sia le dichiarazioni di Xi al Congresso comunista sia gli esiti della conferenza dell’APEC.

Il futuro delle Cross-Strait relation all’indomani del Congresso del Partito comunista cinese

Nelle tre ore e mezza del suo discorso inaugurale al diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese (PCC) Xi Jinping ha affrontato molti temi, dalla necessità di ridurre la grande disparità sociale che si sta formando nel paese alla programmazione di ambiziosi modelli di modernizzazione da realizzare nei prossimi venti anni sino all’enunciazione della “nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il pensiero di Xi è stato inserito nella Costituzione del PCC, un onore che era stato tributato finora solo a Mao Zedong e a Deng Xiaoping. Ma il contributo di Deng fu inserito solo dopo la sua morte, quindi il recente congresso di Pechino ha di fatto elevato il rango di Xi a quello di Mao.

Il futuro delle Cross-Strait relation all’indomani del Congresso del Partito comunista cinese - Geopolitica.info

Durante il suo discorso il presidente cinese si è riferito in più occasioni al futuro delle relazioni con Taiwan, il silenzio assordante tra Taipei e Pechino e le numerose ritorsioni cinesi nei confronti della democrazia taiwanese, in particolare le estromissioni dai principali eventi delle organizzazioni internazionali, avevano lasciato presagire un ulteriore raffreddamento dei rapporti tra i due paesi. Tutti gli analisti erano concordi sulla necessità di attendere il congresso per avere una chiara idea dell’atteggiamento cinese nei confronti di Taiwan, la volontà di Xi Jinping era quella di arrivare al cruciale appuntamento politico senza nessun tipo di polemica nei confronti del delicato futuro delle relazioni sino-taiwanesi.

Xi Jinping si è riferito alla questione taiwanese dopo aver parlato di Hong Kong e di Macao, lo ha fatto sottolineando l’accettazione del consenso del 1992 come prerequisito fondamentale per le relazioni tra i due paesi. Xi Jinping non ha mai nominato esplicitamente la Presidente Tsai Ing-wen ma il riferimento alla leader taiwanese è sembrato abbastanza chiaro. Xi ha ribadito la volontà di garantire l’integrità nazionale cinese e di essere pronto a rispondere con la forza ad un eventuale tentativo di indipendenza taiwanese. L’opposizione di Pechino all’indipendenza di Taiwan è uno strumento di propaganda che la Cina ha frequentemente usato negli scorsi decenni. La sovranità taiwanese è dimostrata dalla rete di relazioni internazionali che il Paese mantiene, dai numerosi uffici di rappresentanza presenti nella capitale che funzionano da ambasciate e consolati, dalla validità del passaporto della Repubblica di Cina in tutti i paesi del mondo, dai meccanismi democratici della partecipazione popolare e dalla presenza di tutti i requisiti del diritto internazionale come il controllo del territorio, la piena giurisdizione, la presenza di forze armate e da tanti altri aspetti che abbiamo analizzato più volte negli articoli di questa rubrica. I riferimenti di Xi vanno letti nell’ottica della propaganda del Partito comunista cinese e nella inevitabile cornice del congresso, numerosi analisti hanno interpretato il discorso del leader cinese come una possibile apertura nei confronti di Taiwan.

Xi Jinping ha esplicitamente menzionato la possibilità di un dialogo con Tsai Ing-wen, a patto dell’accettazione del “Consenso del 1992”. Una dinamica che non era affatto scontata e potrebbe portare ad un nuovo approccio cinese nei confronti di Taipei. Xi ha anche elencato i vari benefici che la popolazione taiwanese potrebbe conseguire da una unificazione con la Repubblica Popolare cinese. Anche qui si tratta di un inevitabile azione di propaganda in occasione del Congresso, gli analisti cinesi hanno compreso in maniera chiara la forte volontà del popolo taiwanese. I gruppi politici che supportano a Taiwan una eventuale riunificazione con la Cina sono assolutamente minoritari, probabilmente sovvenzionati direttamente da Pechino e non nutrono nessun tipo di seguito nel paese. Anche tra gli esponenti del Kuomintang i sostenitori di un possibile processo di riunificazione sono praticamente scomparsi e tutti i sondaggi interni dimostrano chiaramente come la volontà di tutti i taiwanesi di mantenere la propria sovranità sia una caratteristica condivisa tra cittadini di variegati orientamenti politici e distinta appartenenza anagrafica.

Fino a qualche anno fa il miraggio di un miglioramento delle condizioni economiche ha costituito la principale spinta per i gruppi che hanno promosso delle istanze pro unificazione a Taiwan, ma la deriva di Hong Kong ha seriamente compromesso questa interpretazione. Una deriva che non è esclusivamente limitata alle libertà civili, una dinamica facilmente prevedibile, ma si estende anche allo sviluppo economico dell’ex colonia britannica. L’economia di Hong Kong sta infatti vivendo un momento complesso, il grande afflusso di capitali cinesi ha determinato un aumento del costo della vita sostanziale mentre le opportunità di crescita sono ostacolate dalla concorrenza cinese. Le precedenti generazioni avevano scelto di accettare le forti limitazioni di partecipazione alla vita politica per mantenere la competitività economica e il diffuso benessere sociale. Negli ultimi anni sempre più giovani lasciano l’ex possedimento britannico, gravati sia da una speculazione immobiliare alimentata da capitali cinesi sia dall’inedito fenomeno della corruzione dei funzionari. Le vicende di Hong Kong sono seguite molto attentamente a Taiwan e costituiscono un monito nei confronti di qualsiasi politica pro Cina. Pechino è ben cosciente dell’impossibilità di conquistare i cuori e le menti dei taiwanesi, d’altra parte la retorica del PCC non consente un arretramento di fronte alle rivendicazioni cinesi nei confronti di Taiwan. Il gelo sino-taiwanese durante il primo anno di governo della Presidente Tsai Ing-wen è stato, secondo molti analisti, causato proprio dalla preparazione al congresso del Partito comunista e alla necessità di Xi di non mostrare alcun segno di cedimento nei confronti di Taiwan. Nelle prossime settimane sarà possibile comprendere il futuro delle Cross-Strait relation e il possibile punto di partenza potrà essere proprio una interpretazione condivisa del gioco di parole che si cela dietro al “Consenso del 1992”.

Taiwan e la lotta al cambiamento climatico

Pubblichiamo integralmente un articolo del Ministro dell’Amministrazione per la Protezione Ambientale (EPA) della Repubblica di Cina (Taiwan) Lee Ying-yuan dal titolo “Proteggere il nostro pianeta attraverso un’azione climatica su più fronti”. Nel testo sono elencati i numerosi successi taiwanesi nella protezione ambientale e viene sottolineata l’importanza di una azione congiunta tra i vari paesi per raggiungere l’obiettivo di proteggere il nostro pianeta.

Taiwan e la lotta al cambiamento climatico - Geopolitica.info

 

Proteggere il nostro pianeta attraverso un’azione climatica su più fronti

Lee Ying-yuan – Ministro dell’Amministrazione per la Protezione Ambientale (EPA)
Repubblica di Cina (Taiwan)

Il cambiamento climatico è un fatto scientifico e i suoi effetti sono già distintamente percepiti in tutto il mondo, minacciando la salute umana, i luoghi che abitiamo e la sostenibilità dei nostri sistemi socioeconomici. Tutto questo include anche Taiwan, che solo quest’anno ha sperimentato numerosi eventi atmosferici estremi. A inizio giugno, nel distretto Sanzhi di New Taipei City (Taiwan settentrionale), sono stati registrati 615mm di forti piogge in solo nove ore, mentre nelle regioni montuose intorno a Kaohsiung, nel sud di Taiwan, sono stati registrati 1,446mm in totale. Verso fine luglio, due tifoni (Nesat e Haitang) hanno colpito l’Isola in rapida successione, un evento che capita raramente e che ha fatto registrare il record di 690mm di pioggia nella regione costiera meridionale della cittadina di Jiadong, in Pingtung, in un periodo di tre giorni. Queste piogge, ad alta intensità e lunga durata, hanno infranto i record e causato seri danni alle proprietà. Ancora, in agosto, il nord di Taiwan ha sofferto un’ondata di calore con temperature costanti sopra i 37°, superando tutti i record dei precedenti cento anni. Studi scientifici internazionali hanno anche confermato che le temperature medie globali del 2016 sono state le più calde mai registrate.

Il Ministro Lee Ying-yuan in una recente conferenza

Questi esempi offrono la prova irrefutabile che il cambiamento climatico è vero ed è già in corso, con conseguenze urgenti. Ad ogni modo non dobbiamo pensare che tutto sia perduto. Al contrario dobbiamo riconoscere che il benessere del pianeta è inestricabilmente connesso alla sopravvivenza dell’umanità, e dobbiamo cogliere l’opportunità di trasformare il modo in cui viviamo attraverso azioni concrete. Taiwan, una nazione-isola, è pesantemente esposta ai peggiori effetti dei cambiamenti climatici. In risposta alla chiamata globale per un’azione sul clima, abbiamo introdotto il “Greenhouse Gas Reduction and Management Act”, e formulato le “Linee Guida Nazionali per l’Azione sul Cambiamento Climatico” per controllare e ridurre le emissioni di gas serra. Contemporaneamente, il successivo “Greenhouse Gas Reduction Action Plan” tocca sei aree – energia, manifattura, trasporti, proprietà residenziali e commerciali, agricoltura e ambiente – con oltre 200 iniziative politiche, molte delle quali interministeriali. Le Linee Guida, al fine di assicurare una gestione efficace, sono riviste su base quinquennale. Al fine di realizzare la capacità di generare energia pulita in Taiwan e migliorare la qualità dell’aria, il governo si è dato un obiettivo ambizioso: una produzione energetica complessiva composta al 20% di rinnovabili, al 50% di gas naturali e una diminuzione al 30% del carbone entro il 2025. Allo stesso modo, è stato emendato l’Electricity Act per incentivare lo sviluppo di energie verdi, sono state adottate le “Linee Guida per lo Sviluppo Energetico” e, attraverso la partecipazione pubblica, è stato redatto il Libro Bianco sulla Trasformazione Energetica per accelerare la transizione. Esso fornisce anche incentivi inerenti al finanziamento, all’investimento di capitale, alle sovvenzioni e alla formazione del personale, per aiutare il business e l’industria nello sviluppo di tecnologie verdi.

Il Presidente Tsai con il Cardinale Peter Turkson, Prefetto del Dicastero della Santa Sede per lo Sviluppo Umano Integrale.

In breve, Taiwan sta facendo tutto il possibile per combattere i cambiamenti climatici in linea con gli Accordi di Parigi, e mira a ridurre le emissioni carboniche al 50% del livello del 2005 entro il 2050. Nell’incessante ricerca dello sviluppo economico, le società di tutto il mondo hanno fatto uso eccessivo dei combustibili fossili e hanno sperperato le risorse naturali della Terra. Stiamo pagando un prezzo molto caro, oggi, non solo con il cambiamento climatico ma anche con serie distruzioni ambientali e inquinamento. Gli sforzi di Taiwan, nel corso degli anni, per promuovere il riciclaggio e la riduzione degli sprechi, hanno attirato l’attenzione del mondo. Nel maggio 2016, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo intitolato “Taiwan: The World’s Geniuses of Garbage Disposal”. Parla di come Taiwan, un tempo soprannominata l’Isola della spazzatura, è da allora divenuta simbolo del riciclaggio, posizionandosi tra i primi tre Paesi al mondo per le sue iniziative volte a promuovere l’economia circolare. Queste includono la creazione di un meccanismo industriale virtuoso, l’impostazione di zone speciali per l’economia circolare, e l’esplorazione di opportunità di business per rendere necessaria la trasformazione industriale. Si spera che, dal 2022, Taiwan diventi un hub dell’economia circolare in Asia, con una sana economia rigenerante che possa continuare a crescere riducendo lo spreco e aiutando a illuminare la via verso un mondo sostenibile. I leader di tutto il mondo, incluso il Papa, stanno chiedendo sempre più di fare tutto il possibile affinché si combattano le minacce portate dal cambiamento climatico. Il leader di Taiwan, la Presidente Tsai Ing-wen, ha promesso che il proprio Paese sarà una forza positiva incessante nella ricerca delle soluzioni così disperatamente necessarie per preservare il nostro pianeta per le future generazioni. Attraverso accordi bilaterali e cooperazioni multilaterali, Taiwan ha adempiuto per lungo tempo al suo ruolo di membro responsabile della comunità internazionale. Noi non vogliamo nulla più che lavorare con gli altri Paesi, e fare tutto quello che può essere fatto per contrastare il cambiamento climatico. Noi condivideremo felicemente la nostra esperienza e conoscenza in tema di protezione ambientale, in particolare con quei Paesi che necessitano di vero aiuto. Taiwan vuole essere un collaboratore per le politiche energetiche verdi, le industrie verdi e gli impieghi verdi che dobbiamo creare per proteggere il nostro pianeta.