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L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

Taiwan’s soft power: “Taiwan Academy” in Sinology Promotion

Sinology has become a new strength of soft power to add luster to Taiwan’s appeal. Especially due to Taiwan preservation of traditional characters, while holding the most democratic, diversified culture and education system. During the last years a soaring number of foreigners desired to go to Taiwan for studying Chinese or do research related to Sinology. How does Taiwan attract foreigners to come to Taiwan, and how does Taiwan promote its sinology studies abroad even facing its diplomacy difficulties? In this article its propsed an analysis of the background, development and implication of “Taiwan Academy” project.

Taiwan’s soft power: “Taiwan Academy” in Sinology Promotion - Geopolitica.info

In order to promote Taiwan’s Chinese culture around the world, the Republic of China (Taiwan) government established the Taiwan Academy in three cities, L.A., Houston and New York, in October 2011. Taiwan Academy is to present and spread Taiwan’s achievements in Taiwan Studies and Sinological research under the result of democracy, freedom and economic development, Taiwan wishes to re-gain the role of main hub of Chinese cultural studies.

Taiwan Academy was established only in January 2008, when President MaYing-jeou was running for the Presidency of the Republic. During the campaign he declared that he would promote culture and introduce a culturally-centered global layout, emphasizing that culture would be a key strength of Taiwan, and claiming that only by bringing culture into the diplomacy Taiwan would be seen in the world. Ma believed that Taiwan experienced stable development of democracy, freedom and economy after 60 years, becoming a mature global Chinese culture center. Indeed, Taiwan has been able to preserve Confucian, Buddhist, and Zen literature, architecture, crafts, traditional folk customs, showing a unique capacity of maintaining this cultural heritage, especially if compared with other Chinese-speaking countries. From here, then, has born the necessity to set up a systematic cooperation with European and American countries, by exchanging and diffusing professional courses in philosophy, literature, and art, in order to not only expand the cultural market, but also foster Taiwan’s international image. Therefore, during Ma administration, the Taiwan Academy was established in the United States in October 2011 as an important medium for Taiwanese culture to interact with the international community and to make the international understanding of Taiwan’s comprehensive development achievements.

Compared with the Confucius Institute, which focuses on Chinese teaching and promotion, the Taiwan Academy is based on Taiwan’s traditional characters promoted as irreplaceable advantages. Furthermore, through Taiwan’s advanced information and digital technology, Taiwan Academy constructed an information integration platform that represents the multifaceted characteristics of Chinese culture.
The specific implementation for Taiwan Academy included:
– Set up Taiwan digital information integration platform to serve global network users;
– Promotion of traditional Chinese characters;
– Proactively promote Taiwan research and Sinology research;
– Set up Taiwan Academy scholarships;
– Introduce a diverse and exquisite Taiwanese culture to the world;
– Establish a Taiwan Academy foundation base and contact point.

Due to the late start, the number achieved by the Taiwan academy are still lagging behind those of the Confucius Institutes. However, in Chinese textbooks and teaching methods, Taiwan’s Chinese language education is very diverse and open, which is a lot easier to bridge with the international education. All these aspects become easy to recognize if contrasted to Confucius center methods, where students need to undergo the inflexible way of learning – most of time with a more explicit political content, rather than based on traditional Chinese culture.

The Taiwan Academy main purpose is to spread the achievements of Sinology in Taiwan over the last 60 years, and it cooperate with the Chiang Ching-kuo Foundation for International Scholarly Exchange, the National central Library Center for Chinese studies, and domestic universities. For this reason Taiwan Academy has shown to be more advanced than the Confucius Institute, especially on the Digital Collection and digital learning of national technology projects. This aspects have been crucial to promote Taiwan’s open society and advanced software development achievements, digital information technology and the integration between the most profound aspects pf Chinese culture with Taiwan’s professional and rich digital database, providing scholars and experts’ interest and needs with no bounds.

Even the Taiwan Academy was established seven years later than the Confucius Institute, it has a post-development advantage given by learning from the mistakes and shortcomings of the Confucius Institute, and use the promotion of Sinology research and the digital resources to foster its networking. Taiwan Academy devote to strengthening the connection with academic center all over the world, and promoting international Sinology and Taiwan studies to be seen in the world.

Le minacce di Xi, la replica di Tsai e le opinioni dei taiwanesi sulla democrazia e il regime cinese

In un recente discorso ai “compatrioti taiwanesi” il presidente “a vita” cinese Xi Jinping ha ribadito la volontà del suo regime di arrivare, anche con l’uso della forza militare, all’unificazione con Taiwan, proponendo come carota il modello applicato ad Hong Kong. Un discorso al quale Tsai Ing-Wen, presidente taiwanese, ha replicato ribadendo l’esistenza di una Taiwan libera e democratica, respingendo al mittente la prospettiva di una unificazione secondo il modello proposto da Xi i cui esiti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa ne pensano i cittadini di Taiwan, del proprio regime democratico, della Cina comunista, e dell’ennesimo botta e risposta tra Pechino e Taipei?

Nel discorso dedicato al quarantesimo anniversario della fine del confronto militare tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina (Taiwan), il presidente della Cina comunista, Xi Jinping, ha rivolto un messaggio ai “compatrioti taiwanesi”, definendo la “riunificazione” come l’unico esito possibile dello status quo relativamente pacifico instauratosi tra le due sponde dello stretto di Formosa. Nel suo discorso, Xi ha dichiarato di voler perseguire i suoi obiettivi seguendo il modello “un paese, due sistemi” – ossia, il regime relativamente tollerante ma non democratico imposto all’ex colonia britannica di Hong Kong, la cui amministrazione è controllata ed eterodiretta da Pechino – e che la Cina non rinuncerà all’uso della forza nel caso in cui Taiwan dovesse spingere verso l’indipendenza formale. A stretto giro, la presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, ha replicato che la riapertura dei negoziati tra le due parti non potrà partire senza il riconoscimento dell’esistenza della democrazia taiwanese, e ha ribadito il suo rifiuto del “1992 consensus”, ossia l’accordo ufficioso tra il regime di Pechino e l’allora governo di Taipei guidato dal Kuomintang (KMT), in cui era stato coniato il principio dell’esistenza di una “unica Cina”. Non una novità, dato che il mandato della Tsai, iniziato nel 2016, era stato segnato proprio dal non riconoscimento di quell’accordo variamente inteso e interpretato da entrambe le sponde dello Stretto, a seconda delle proprie necessità politiche. Il capo di Stato taiwanese, nella sua risposta, ha poi affermato che la maggioranza dei cittadini dell’Isola è fermamente contraria al modello proposto da Pechino e che il regime cinese, piuttosto che cercare di influenzare con minacce e pressioni la vita democratica della società taiwanese, dovrebbe rispettare l’attaccamento ai valori liberali, fondati sul fondamentale principio del “Rule of Law“, dimostrato negli ultimi decenni dai cittadini di Taiwan. Ma qual è l’opinione dei taiwanesi? La democrazia rappresenta il loro regime politico preferito? Quali sono i loro punti di vista sul decennale confronto tra Taipei e Pechino e, più in generale, nei confronti della Cina popolare? Come si identificano i cittadini di Taiwan? Si sentono cinesi, taiwanesi o qualcosa a metà strada tra le due identità?

Il dibattito sulla democrazia taiwanese e sul reale sostegno popolare alle sue istituzioni da parte della popolazione dell’Isola, come altre discussioni relative all’identità nazionale, culturale ed etnica dei cittadini di Taiwan, rappresentano alcuni dei classici temi del confronto politico tra Taipei e Pechino, e interno ai due Paesi. Questi temi sono di conseguenza entrati nell’agenda di accademici, ricercatori e commentatori interessati al quadrante Asia-Pacifico, che negli ultimi decenni ne hanno analizzato le caratteristiche, cause e implicazioni per mezzo delle più diverse metodologie d’indagine, provocando dibattiti non meno intensi – concettualmente parlando – di quelli osservati in ambito politico.

All’interno di questa discussione, non raramente sviluppata sul confine tra accademia e arena politica, è possibile inserire un recente articolo pubblicato sul portale di Channel AsiaNews della professoressa Yew Chiew Ping, dell’Università delle scienze sociali di Singapore, in cui la docente singaporiana ha sostenuto che il recente discorso di Xi – come anche le altre azioni e pressioni diplomatiche e politiche intraprese dalla Cina negli ultimi due anni, ossia a partire dall’elezione dell’amministrazione Tsai – potrebbe aver provocato reazioni del tutto opposte a quelle sperate dalla nomenclatura comunista di Pechino. Consultando i dati di diversi sondaggi condotti a Taiwan negli ultimi decenni – principalmente, a partire dalla transizione democratica completata con le elezioni presidenziali del 1996 – la professoressa Yew, ha infatti mostrato come i cittadini di Taiwan si riconoscano sempre di più nell’attuale dinamico sistema democratico, si sentano sempre più taiwanesi – piuttosto che cinesi – e abbiano sviluppato un’opinione sempre più scettica e refrattaria nei confronti della Cina. Le rilevazioni più recenti, del 2018, mostrano infatti come il 55,8% degli intervistati si ritenga “taiwanese” (piuttosto che “cinese”, 3,5%, o “sia taiwanese sia cinese”, 37,2%); il 76,4% pensi che la democrazia (anche se segnata da problemi di lieve entità) sia la miglior forma di governo possibile, e che il 68,1% di essi ricorrerebbe alle armi nel caso in cui Pechino attaccasse l’Isola.

Seppur non disponendo di informazioni così aggiornate, i dati consultati da Geopolitica.info sembrano confermare il “trend” proposto dalla professoressa Yew, ma con alcune sfumature rispetto ai dati presentati dall’accademica singaporiana. I sondaggi presi in esame – ossia, la banca dati dell’Asian Barometer Survey (ABS), prodotta dal Center for East Asia Democratic Studies dell’Università Nazionale di Taiwan (NTU) – affrontano due delle tematiche menzionate precedentemente, offrendo la possibilità di guardare il supporto per la democrazia tra il 2001 e il 2014, e le valutazioni dei taiwanesi sulla Cina tra il 2010 e il 2014.

Osservando i primi tre grafici, è possibile notare che durante i 15 anni presi in esame la maggioranza assoluta e/o relativa degli intervistati ha sempre espresso un’opinione positiva sul funzionamento e l’efficacia del proprio regime democratico e lo ha sempre preferito a uno di natura autoritaria. Bisogna però notare come le risposte in favore della democrazia, sia intesa come sistema di governo ideale che riferite al funzionamento del sistema taiwanese, abbiano avuto un andamento non lineare.

Il primo grafico (Fig. 1) mostra come vi sia stato un leggero peggioramento delle opinioni degli intervistati nei confronti del funzionamento della democrazia taiwanese nel 2014 rispetto al 2010, seppure con percentuali di risposta positiva al di sopra della media delle quattro rilevazioni prese nel loro complesso.
Nel secondo grafico (Fig. 2), l’andamento delle opinioni dei taiwanesi a proposito delle preferenze per un sistema democratico (sempre e comunque) o autoritario (in alcune circostanze) ha seguito un andamento simile al precedente, con una lieve flessione dei “democratici”, e un aumento degli “indecisi” e degli “autoritari”.
Infine, anche il terzo grafico (Fig. 3), riguardante una domanda sull’efficacia della democrazia nel risolvere i problemi del Paese, sembra seguire lo stesso trend crescente fino al 2010 e decrescente nel 2014.


Difficile dire se queste oscillazioni siano state determinate dal clima politico del 2014 – estremamente polarizzato e segnato, ad esempio, dalla sconfitta alle elezioni amministrative del KMT e le conseguenti dimissioni dell’allora presidente in carica, Ma Ying-jeou, da segretario del partito nazionalista -, o sia il segno di un aumento, peraltro contenuto, della sfiducia dei taiwanesi nei confronti del loro assetto istituzionale, o sia il frutto di altri fattori. Il quadro presentato dai dati a disposizione sembra però suggerire un leggero raffreddamento delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della democrazia – idealmente e concretamente parlando – nel 2014.


A queste variazioni, va poi aggiunto un dato apparentemente incoerente rispetto agli altri: ossia una maggioranza degli intervistati (una media del 76,24% lungo le quattro rilevazioni) che ritengono più importante lo sviluppo economico rispetto alla possibilità di avere un regime democratico (Fig. 4). La domanda, più precisamente, recita (traduzione nostra, nda): “Se si trovasse a scegliere tra democrazia e sviluppo economico, cosa riterrebbe più importante?”. Com’è facile notare, si tratta di una questione molto astratta, che implica una scelta tra due concetti che non si escludono a vicenda, e che potrebbe essere stata inserita nel questionario per “catturare” le preferenze dei taiwanesi nei confronti di una situazione più concreta: ossia, la possibilità che essi rinuncino ai propri diritti politici in cambio di un maggior sviluppo economico che potrebbe essere offerto dalla ipotetica unificazione con la Cina popolare. Tuttavia, non è detto che gli intervistati abbiano interpretato la domanda secondo le (possibili) intenzioni dei ricercatori dell’ABS. Come già sottolineato, la questione appare posta in maniera astratta ed è possibile, quindi, che molti intervistati non abbiano realmente colto la concretezza che la domanda sottintende o, meglio, potrebbe sottintendere.

D’altronde, passando al tema delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della Cina, va ricordato che la maggioranza dei taiwanesi intervistati da altre organizzazioni – come è possibile evincere dall’articolo della professoressa Yew – si sia esplicitamente espressa per un mantenimento dello status quo tra i due Paesi, ossia un mantenimento dell’indipendenza di fatto di Taiwan rispetto alla Cina comunista che, va ricordato, dalla sua nascita nel 1949 mai ha esercitato alcuna giurisdizione sul territorio, sullo spazio aereo e marittimo, e sulla popolazione di Taiwan.
Inoltre, come mostrano gli ultimi due grafici, le opinioni dei taiwanesi sul ruolo di Pechino come attore regionale (Fig. 5) e nei confronti di Taiwan (Fig. 6) non dimostrano una gran “simpatia” dei taiwanesi verso la Cina, anche se, nel secondo caso, le opinioni negative e positive sono rimaste complessivamente stabili tra il 2010 e il 2014, con posizioni meno radicali nella seconda rilevazione rispetto alla prima.

È chiaro che semplici percentuali di risposta ad un sondaggio non possano offrire indicazioni univoche rispetto a tematiche al centro del dibattito politico e accademico. Tuttavia, quel che traspare da questi dati è che esista una stabile larga maggioranza del popolo taiwanese fondamentalmente democratica. L’unico dato che potrebbe lasciare spazio ad una interpretazione diversa è rappresentato dalla domanda relativa alla preferenza tra sistema democratico e sviluppo economico (Fig. 4). Tuttavia, come già sottolineato, appare arduo interpretare quel dato come il segno di una maggioranza dei taiwanesi disposta a rinunciare al proprio assetto libero e pluralista, sia guardando alla natura della domanda sia considerando i risultati delle altre domande poste agli intervistati. Appare inoltre assai difficile e improbabile che questo dato segnali una qualche forma di accettazione del processo di unificazione con la Cina comunista.

È chiaro che di fronte ad un eventuale tracollo dell’economia taiwanese si possa intravedere un calo delle opinioni favorevoli al regime politico democratico e l’apertura di un periodo di sua regressione. Ma ad oggi un fenomeno del genere appare lontano e, soprattutto, è ancor più difficile pensare che i taiwanesi, sperando di salvare la propria economia, si consegnino nelle braccia di Pechino. Anche perché – nonostante Xi jinping abbia espresso la volontà di rispettare i costumi, il sistema sociale ed economico dell’Isola – i taiwanesi conoscono benissimo quanto valgano le promesse comuniste e hanno sempre presente la vicenda di Hong Kong e il significato autentico del modello “un paese, due sistemi”: una formula che ha portato l’ex colonia britannica a ottenere un livello di tolleranza superiore rispetto alla dura realtà imperante nel resto del territorio cinese, ma che ha consentito al regime comunista di controllare con i suoi noti sistemi le vicende della città, in barba a tutte le promesse di liberalizzazione politica fatte dalla Cina alla comunità internazionale, prima dell’annessione.

La posizione di Taiwan sulle dichiarazioni di Xi Jinping

Durante un incontro con la stampa italiana il Rappresentante di Taiwan in Italia, l’Ambasciatore Andrea Lee, ha ribadito la posizione di Taipei rispetto al discorso di Xi Jinping sulle Cross Strait relation. Il presidente cinese Xi Jinping il 2 gennaio 2019 ha tenuto un discorso incentrato sulla cosiddetta questione taiwanese, in occasione del 40° anniversario del “messaggio ai compatrioti di Taiwan”. Un messaggio, quello del 1979, che costituì una svolta nei rapporti sino taiwanesi in quanto per la prima volta il Partito Comunista cinese si rivolse direttamente ai cittadini di Taiwan sostenendo la necessità, secondo le logiche e gli interessi del regime di Pechino, di una unificazione fondata sulla loro tesi di un comune destino tra le due sponde dello Stretto.

La posizione di Taiwan sulle dichiarazioni di Xi Jinping - Geopolitica.info

I toni usati nel 1979 dal Comitato permanente dell’ufficio politico del Partito Comunista cinese, all’epoca presieduto da Deng Xiaoping, furono apparentemente legati a uno spirito di riconciliazione mentre il discorso di Xi Jinping è stato di impronta opposta. Il leader cinese ha menzionato apertamente l’urgenza di risolvere una questione che, nell’interpretazione comunista, si è protratta ormai per troppo tempo. Per la prima volta è stata menzionata le necessità di non “rimandare alla prossima generazione” il processo di una unificazione che è stata presentata da Xi come un processo ineluttabile che potrebbe includere anche “l’uso della forza militare”, facendo ricorso a “tutti i mezzi necessari contro le attività separatiste di Taiwan e le forze esterne che interferiscono nel processo di riunificazione” Il discorso di Xi ha generato reazioni preoccupate ovunque nel mondo. La maggior parte dei contenuti erano già stati espressi da Pechino in precedenza ma l’intensità dei toni minacciosi e, soprattutto, la menzione della soluzione “one country, two system” per gestire l’isola di Formosa, dopo l’eventuale unificazione/occupazione, hanno destato importanti segnali di allarme sia a Taiwan sia nei governi e paesi dell’area Asia-Pacifico e, ovviamente, negli Stati Uniti.

Il Rappresentante di Taiwan in Italia, Amb. Andrea Lee, ha incontrato a Roma la stampa italiana per ribadire la posizione del Governo di Taipei rispetto al messaggio di Xi Jinping, con l’esortazione a tutti i Paesi a mantenere relazioni attive con Taiwan per promuovere una soluzione pacifica delle questioni sino taiwanesi. Lee ha ribadito che “Taiwan desidera cooperare strettamente con tutte le nazioni che condividono valori universali come la libertà, la democrazia e lo stato di diritto, in modo da meglio assicurare la pace, la stabilità e la prosperità della regione Asia-Pacifico”. Una esigenza necessaria sia per la difesa della dinamica democrazia taiwanese sia per il mantenimento dell’equilibrio geopolitico della regione. Rispetto alla soluzione “one country, two system” espressa da Xi Jinping il Rappresentante taiwanese in Italia ha esplicitamente dichiarato che si tratta di una soluzione impensabile. Andrea Lee ha ironicamente paragonato la proposta cinese a quella di una persona che propone ad un proprietario terriero di diventare affittuario del suo stesso appezzamento. L’Ambasciatore ha sottolineato come nel discorso tenuto ormai quaranta anni fa, la dirigenza del Partito Comunista cinese offrì a Taiwan la possibilità di mantenere le forze armate e la propria rappresentatività politica.

La risposta della Presidente Tsai Ing-wen al discorso tenuto da Xi Jinping il 2 gennaio 2019

La proposta di Xi Jinping ha invece il sapore della provocazione, specialmente alla luce dell’applicazione comunista del “one country, two system” a Hong Kong, dove Pechino non ha rispettato quanto stabilito negli accordi del 1984 con il Regno Unito relativi alla introduzione, nel 2017, di elezioni pluraliste e democratiche per l’Assemblea legislativa. È a tutti evidente che Taiwan rappresenta un fondamentale baluardo democratico nella regione, una imprescindibile difesa strategica degli interessi occidentali nell’Indo Pacifico ma anche una vibrante economia. Durante l’incontro è stato sottolineato, tra l’altro, il valore significativo dell’interscambio commerciale taiwanese con i 28 paesi membri dell’Unione Europea che si attesta sui 53 miliardi di dollari statunitensi di interscambio commerciale. All’interno di questo quadro l’Italia si colloca al 5° posto con 4,6 miliardi di dollari.

Va ricordato infine un fatto di grande importanza: l’appartenenza storica e politica di Taiwan alla Cina, data per scontata da Pechino, è stata ampiamente smentita da numerosi studiosi. A differenza di altri territori contesi, come il Tibet, lo Xinjiang o la Mongolia interna, l’isola di Formosa non è mai stata parte integrante dell’impero cinese. Gli amministratori imperiali cinesi trattarono l’attuale territorio taiwanese come una vera e propria provincia coloniale. A tutti i cinesi era proibito di stringere relazioni con donne locali, l’emigrazione dalla Cina all’isola di Formosa era severamente proibita e non fu mai conseguito il controllo totale del territorio. Le impervie catene montuose dell’interno furono saldamente in mano alla popolazione aborigine sino all’arrivo dei giapponesi nel 1895. Mentre la narrazione, sostenuta da Pechino, di un ineluttabile processo di unificazione tra due entità profondamente divise dalle vicende politiche e storiche, e dall’attuale radicale differenza tra la libera democrazia taiwanese e il regime comunista cinese, non trova nessun riscontro nelle analisi degli storici e degli esperti.

Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Per la prima volta da quando viene redatta la National Security Strategy il documento presentato dall’Amministrazione Trump nel 2017 cita esplicitamente Taiwan. Si tratta di un elemento innovativo che conferma la forte attenzione che la presidenza Trump ha, sin dall’inizio del suo mandato, esplicitamente riservato all’alleato taiwanese e al ruolo strategico di Taiwan per la politica statunitense nella regione Indo-Pacifico. Washington ha sempre sostenuto Taipei, anche nei momenti in cui le relazioni sino americane erano riconducibili a un livello di conflittualità relativamente basso. La nuova politica assertiva di Xi Jinping e l’aperta competizione con la Cina enunciata dal presidente Trump disegnano un inedito ruolo per Taiwan.   – > LEGGI IL PAPER

Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico - Geopolitica.info
L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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