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Cina, Coronavirus e Taiwan: illecito internazionale o affari interni?

Il recente caso Coronavirus, scoppiato nel dicembre 2019 a Wuhan, nella provincia cinese di Hubei, e diffusasi in seguito negli altri paesi, ha richiamato all’attenzione una questione non dimenticata, ma senz’altro caduta in secondo piano, ovvero l’assenza della Repubblica di Cina (Taiwan) all’OMS. Una questione su cui si è tanto dibattuto in passato e che aveva trovato un compromesso rivelatosi presto non duraturo. Col ritorno di una situazione d’emergenza concreta, ci troviamo ora in presenza di un atto che andrebbe interpretato come un grave illecito internazionale da parte di uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, o una legittima gestione degli affari interni allo Stato cinese?

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Nel 1946 l’allora Repubblica di Cina fu tra i primi Stati firmatari della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo la sua espulsione dalle Nazioni Unite avvenuta nel 1971 però, non ne fece più parte a causa del riconoscimento al suo posto della Repubblica Popolare Cinese (Cina). L’esperienza dell’epidemia di SARS, arrivata sull’isola nel 2003, aveva portato a riflettere sulle gravi conseguenze dell’esclusione dal sistema sanitario internazionale di uno Stato, seppur contestato. Dal 2009 al 2016 infatti, grazie a un accordo raggiunto con la Cina, Taiwan ha partecipato alle Assemblee dell’OMS in veste di membro osservatore. Ma a partire dal 2017, in occorrenza della 70° Assemblea, non fu più invitata dietro pressione di Pechino e al cambiamento della linea adottata fino a quel momento dal governo di Taipei riguardo la “One China Policy”. 

La Cina considera tuttora l’isola di Taiwan non come uno Stato indipendente, ma come una sua “provincia ribelle”, nonostante non ricada nei fatti sotto la sua sovranità. In quanto tale, sarebbe stato dovere del governo centrale cinese informare le autorità locali di Taiwan che, non avendo più il seggio dell’OMS, dipendevano ora dai cugini d’oltremare. Come sappiamo, ciò non avvenne in termini sufficientemente tempestivi per evitare i successivi contagi. Se da un lato il governo di Pechino dichiara che Taiwan è parte di un’unica Cina, dall’altra è perfettamente cosciente che nella realtà essa rappresenti uno Stato a parte a tutti gli effetti, con proprie alleanze anche avverse alla Cina Popolare, in primis gli Stati Uniti, a cui perciò non può assolutamente condividere informazioni sensibili. Questo spiega anche il ritardo e l’esitazione con cui è stato dato l’allarme dell’epidemia di COVID-19, per paura di una fuga di notizie per mano di Taipei, su cui Pechino ripone poca fiducia. Nonostante le continue rivendicazioni, la Cina non dispone di un potere diretto di censura dei media taiwanesi, rendendo difficile, se non impossibile, contenere la pubblicazione dei numeri reali dei suoi malati una volta resi noti. Non sarebbe azzardato pensare che la decisione della Cina di non avvertire Taiwan in tempo e di negare la sua presenza all’OMS, vada vista nell’ottica di un preciso disegno politico per spingere l’isola ad accettare l’idea di una prossima riunificazione con la madrepatria. Facendo leva sul sentimento di paura ed incertezza dei cittadini taiwanesi, suscitando quindi malcontento verso i loro rappresentanti, il governo cinese può esercitare una maggiore pressione diplomatica, mostrando i benefici dell’unione e della condivisione delle informazioni con Pechino, e i costi invece della loro reclamata libertà. 

Fortunatamente, disponendo di alleati membri dell’OMS, Taiwan è riuscita ad essere avvisata e a organizzarsi per combattere l’emergenza sanitaria, malgrado l’impedimento iniziale. Alla luce di quest’ultimi sviluppi, la Cina non ha potuto far altro che collaborare anch’essa al meglio delle sue possibilità, come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio. Sennonché, non hanno tardato ad arrivare le accuse di malamministrazione rivolte al gigante asiatico, e in risposta, l’intervento di Stati terzi è stato ritenuto dalle autorità cinesi come un’ingerenza negli affari interni del paese, verso cui però ha mostrato scarsa considerazione fino ad allora. La Cina continentale ha il fondato timore che la divulgazione delle condizioni della terraferma all’isola ribelle possa screditare il suo operato, ma allo stesso tempo, non permette a Taiwan di occuparsi autonomamente della faccenda in quanto ciò la allontanerebbe dalle sue mire d’influenza, minando inoltre la pretesa di sovranità esclusiva sul territorio. Sarebbe dunque banale rimarcare la difficile posizione in cui si trovano i dirigenti del Partito Comunista Cinese. In effetti, un’ammissione dell’incapacità di Pechino nel gestire la situazione potrebbe essere usato come la perfetta arma di propaganda politica da Taipei per sottolineare l’illegittimità del governo comunista e rafforzare la posizione della nazione insulare come la vera rappresentante della Cina. Se tale atteggiamento si rivelerà in seguito intenzionale e non il risultato di una mancanza accidentale, ci potremmo trovare di fronte a una possibile violazione del diritto universale alla salute per logiche di mero interesse politico. 

A discapito delle diverse critiche ricevute, il modello autoritario cinese è riuscito in poco tempo ad attrezzarsi per affrontare la pandemia, per mezzo di rigide misure restrittive e la notevole capacità di movimentare ingenti risorse nazionali, impensabili per altri sistemi politici vigenti. Non solo, avendo già acquisito dimestichezza con le procedure d’urgenza da attuare in questi casi, la Cina può permettersi di offrire supporto materiale medico e la preziosa conoscenza dei suoi esperti per aiutare i paesi in crisi che sono stati colti impreparati. Facendo ciò, la leadership cinese ha saputo volgere abilmente a suo favore una circostanza che appariva più che pessima, mostrando viceversa tutta la benevolenza della potenza asiatica che l’ha portata a guadagnare consenso intorno al mondo. Non sembrano esagerati allora i titoli delle testate giornalistiche, dove si annuncia che la Cina ha vinto il Coronavirus e che ora è il padrone del mondo. A differenza del rivale americano, la dirigenza di Pechino ha sempre negato formalmente di voler esportare negli altri paesi il sistema politico-economico cinese per rispetto della loro sovranità statale. Al contempo, la prassi degli ultimi anni, con l’emergere della nuova Cina, ci mostra uno spostamento dei valori a livello mondiale verso il tema della sicurezza collettiva, a perdita delle libertà individuali non più ritenute sufficienti come una volta. Una libertà che la repubblica insulare si ostina a difendere per ribattere il suo autogoverno. Tant’è vero che il modello taiwanese nella gestione del Coronavirus rifiuta la soluzione del lockdown, intrapreso persino da alcuni paesi europei, e evidenzia ancora una volta l’importanza del mantenimento dei diritti democratici anche in contesti di insicurezza globale. Dal suo lato, Taiwan non si è lasciata sfuggire l’occasione per manifestare il suo disappunto alla comunità internazionale e per rinnovare la sua volontà all’autodeterminazione, attaccato dalla stampa cinese come tentativo di sfruttare questa infelice situazione per tentare una separazione non consensuale da Pechino, il quale non permetterà mai che ciò avvenga. 

Comprensibilmente, un’eventuale risposta alla domanda iniziale non può essere squisitamente giuridica e priva di connotazioni politiche di parte. In conclusione, ci troviamo davanti a un’opportunità per riflettere su una nuova concezione più inclusiva dei diritti umani, che superi i limiti posti dall’ordinamento giuridico internazionale attuale. 

Covid-19 e il modello taiwanese

Le strategie del governo taiwanese per contrastare la diffusione del Coronavirus sono state al centro dell’attenzione mediatica nelle scorse settimane. Secondo le statistiche ufficiali, al 24 aprile Taiwan ha avuto un totale di 426 casi di COVID-19, circa 2 contagiati ogni 100.000 abitanti e 6 morti. Si tratta di numeri bassissimi in particolare considerando la prossimità con le Repubblica popolare cinese e i grandi flussi tra i due paesi.

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Secondo fonti taiwanesi già del 31 dicembre le autorità sanitarie di Taiwan avevano compreso la gravità della situazione a Wuhan. Diverse ricostruzioni fanno risalire ai giorni immediatamente successivi al Natale le prime comunicazioni riguardanti un virus respiratorio nella città di Wuhan.

Per comprendere la tempestiva azione di Taipei e l’immediata presa di coscienza della diffusione del COVID-19 in Cina, bisogna approfondire le relazioni sino taiwanesi. Relazioni che sono immancabilmente descritte dalla stampa occidentale come pessime. Tuttavia, se dal punto di visto politico i rapporti tra Taipei e Pechino sono ad oggi inesistenti e la pressione della Repubblica popolare cinese sulla proiezione internazionale di Taiwan è sempre più forte, le relazioni commerciali tra i due paesi sono molto intense. Più di un milione di cittadini taiwanesi, alcune stime parlano di due milioni, vivono e lavorano nella Repubblica popolare cinese. Sono flussi migratori iniziati nel 1987 quando Chiang Ching-kuo (蒋经国) e Lee Teng-hui (李登輝) decidono di autorizzare i viaggi da Taiwan alla Cina, per permettere ai veterani giunti nell’isola con il Kmt di visitare per l’ultima volta i propri familiari. Gli anziani reduci, ormai ottantenni, viaggiano spesso accompagnati dai figli quarantenni. Una volta superata la delusione per le condizioni socioeconomiche del paese, i taiwanesi comprendono immediatamente le grandi potenzialità dell’economia socialista di mercato promossa da Deng Xiaoping. Gli imprenditori taiwanesi sfruttano le possibilità di una mano d’opera a bassissimo costo, il forte legame culturale, linguistico e talvolta parentale e la vicinanza geografica. In pochi mesi migliaia di piccole e medie imprese taiwanesi iniziano a operare nella Repubblica Popolare cinese, esportando gli efficienti modelli di produzione delle PMI di Taiwan, generando anche un importante trasferimento tecnologico.

Nei successivi decenni centinaia di aziende taiwanesi iniziano a produrre nella Repubblica popolare cinese, generando un enorme flusso di merci ma anche di persone. I matrimoni misti, nella stragrande maggioranza uomini taiwanesi che sposano donne cinesi, sono frequenti e nonostante l’aumento del costo del lavoro in Cina, i tentativi di Taipei di incentivare il ritorno delle aziende nell’isola o di spostare la produzione negli altri paesi della regione -Southbound Policy e New Southbound Policy- la vicinanza culturale tra i due paesi resta un incredibile attrattore per gli imprenditori taiwanesi. Taipei mantiene molte barriere verso i flussi dalla Cina, nei momenti di distensione tra lo Stretto gli scambi di studenti e i flussi turistici sono stati notevoli ma la presenza di residenti cinesi nell’isola è praticamente inesistente, soprattutto per le restrizioni taiwanesi. Durante i trent’anni di intensi flussi verso la Cina, la comunità taiwanese ha sviluppato stretti rapporti personali, professionali e culturali, con l’altra sponda dello Stretto. Se Pechino mantiene alta l’attenzione sugli sviluppi politici, militari ma anche industriali e tecnologici nell’isola anche il governo taiwanese può contare su un canale privilegiato per l’osservazione delle vicende cinesi.

Per tutte queste ragioni Taiwan è un privilegiato punto di osservazione della Repubblica popolare cinese, una piattaforma culturalmente vicina ma decisamente lontana per ovvi motivi politici dal raggio di azione e di influenza di Pechino. Probabilmente nessun paese ha informazione così tempestive e complete sulle vicende cinesi, né il Giappone né la Corea del Sud e neanche gli Stati Uniti d’America. Quindi il fatto che l’allarme lanciato da Taiwan sulla diffusione di una infezione polmonare a Wuhan non sia stato ascoltato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) resta un importante interpretazione per la comprensione della serie di eventi che ha determinato la diffusione dell’epidemia. Le dinamiche tra l’OMS e Taiwan sono state ampiamente trattate dalla stampa nazionale e internazionale e si tratta di un tassello nella complessa e intricate rete di relazioni che regolano i rapporti tra Rpc, Taiwan e gli Stati Uniti.

Il governo taiwanese ha affermato che l’esclusione di Taiwan dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avuto delle importanti ricadute sulla diffusione del virus, secondo Taipei la presenza taiwanese all’interno dell’agenzia della Nazioni Unite avrebbe potuto garantire una immediata risposta alla pandemia. Si tratta di una legittima rivendicazione ma l’esclusione di Taiwan dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata proprio il principale motivo dietro la pronta reazione nell’isola. Nei mesi immediatamente successivi allo scoppio della SARS – nel 2003 –  è stata istituita a Taiwan una struttura designata per gestire le emergenze epidemiologiche, il National Health Command Center (Nhcc). E’ un centro operativo permanente, collegato con le strutture sanitarie del paese, che ha l’obiettivo di coordinare azioni di prevenzione e contenimento in caso di grandi epidemie. Soprattutto il centro è stato ideato per diventare una cabina di regia nazionale e gestire tutte le fasi dell’emergenza dalla comunicazione, alle strategie e le rispettive implementazioni sino al coordinamento con i diversi ministeri. Una struttura operativa per emergenze epidemiologiche ma soprattutto per gestire in maniera rapida i processi decisionali. In pratica il National Health Command Center gestisce una serie di strutture già esistenti tra cui il Central Epidemic Command Center (CECC), il Biological Pathogen Disaster Command Center, il Counter-Bioterrorism Command Center e il Central Medical Emergency Operations Center. Ognuna di queste strutture ha continuato ad operare in maniera autonoma e indipendente durante questi anni. E’ stata ideata una procedura di emergenza per garantire l’immediata operatività, il Nhcc dispone di fondi già stanziati che possono essere impiegati in maniera rapida nei confronti di una di queste strutture.

In questo articolo per una rivista scientifica gli autori spiegano in maniera dettagliata le azioni intraprese dalle istituzioni taiwanesi, dimostrando come la tempestività nella risposta durante le prime settimane sia stata decisiva.

Lo scarno comunicato ufficiale del governo taiwanese non fornisce ulteriori informazioni rispetto alla segnalazione alla OMS nelle ultime settimane di dicembre 2019. Tuttavia, la presenza di personale medico taiwanese nei voli da Wuhan a Taipei per monitorare la temperatura dei viaggiatori sin dal 31 dicembre 2019, primo giorno dell’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sembra suggerire che Taipei era a conoscenza dell’emergenza in corso. I passeggeri con sintomi febbrili e con deficit respiratori provenienti dalla Cina sono stati messi in quarantena casalinga sin dal primo gennaio 2020, ognuno dei pazienti era monitorato da un medico in remoto. Dal 5 gennaio 2020 tutti i cittadini taiwanesi che avevano viaggiato a Wuhan nelle precedenti due settimane sono stati contattati da personale medico e alcuni sono stati sottoposti a test per diversi virus. Alcuni dei pazienti non mostravano segni di miglioramento e furono sottoposti a ulteriori test. Già dal 9 gennaio le strutture sanitarie taiwanesi avevano individuato almeno 4 pazienti con una forma di coronavirus sconosciuta sino a quel momento. Quando il 20 gennaio il numero dei casi di sospette polmoniti in Cina aumentò, il Taiwan Centers for Disease Control (CDC) ha ufficialmente attivato il Central Epidemic Command Center (CECC), che da quel momento ha gestito tutte le fasi dell’emergenza.

L’analisi dei big data è stata fondamentale, sono stati confrontati gli ingressi nel paese sin dalle ultime settimane di dicembre e messi a confronto con il database del sistema sanitario nazionale. Ogni caso riconducibile a una sindrome respiratoria veniva immediatamente segnalato e monitorato, mentre tutti i cittadini che si erano recati a Wuhan e nell’Hubei sono stati testati. La scansione del codice Quick Response (QR), che combina lo storico dei viaggi del paziente e la cartella clinica, ha permesso una rapida identificazione dei casi sospetti. Si tratta una forzatura rispetto alle libertà personali, entrambi i database sono stati usati per fini molto diversi dalle ragioni per cui quei dati erano stati raccolti. Tuttavia, confrontando l’uso dei dati personali fatto dal governo della Corea del Sud o della Cina le intrusioni nella privacy dei singoli cittadini appaiono di minore entità.

Tutte queste decisioni sono state prese in anticipo rispetto alle indicazioni della OMS, Taiwan sa di non poter contare sul supporto dell’agenzia delle Nazioni Unite e ha dovuto costruire una struttura in grado di intervenire tempestivamente in caso di emergenza. Il Central Epidemic Command Center ha gestito anche la comunicazione, un team di psicologi ha ideato una strategia per sensibilizzare la popolazione. Le linee guida sono state univoche e basate su pochi concetti, semplici e comprensibili. La comunicazione è avvenuta sia attraverso i media tradizionali sia con i social ma spesso le istituzioni hanno inviato degli sms su tutte le utenze attive nel paese. Nel caso delle quarantene, o dei casi sospetti, i singoli pazienti venivano inizialmente chiamati al cellulare mentre le successive comunicazioni avvenivano attraverso la rete fissa per monitorare gli eventuali spostamenti. La maggior parte delle visite mediche è avvenuta in modalità telematica, per evitare il contagio degli operatori sanitari, mentre eventuali ricoveri e visite in ospedale sono state effettuate in strutture appositamente ideate per limitare la diffusione del virus. C’è stata una grande attenzione ai singoli casi, analogamente a quanto avvenuto in Giappone gli sforzi sono stati tutti volti a individuare i cluster e in particolare gli individui fortemente infettivi. Sin dall’inizio c’è stata la forte convinzione che alcune persone erano in grado di infettare in maniera esponenzialmente maggiore rispetto alla norma. Quindi la ricerca della catena di contagio era fondamentale per risalire alla possibile trasmissione del virus. Il governo taiwanese ha stabilito un prezzo massimo per le mascherine nelle settimane immediatamente successive alla diffusione del virus. Ogni possessore di una tessera sanitaria ha potuto acquistare a un prezzo calmierato – circa 60 centesimi di euro per tre mascherine – le necessarie protezioni. Le mascherine potevano essere ritirate in farmacia oppure poteva essere richiesta la spedizione a domicilio, senza costi aggiuntivi.

Grande attenzione è stata data a tutte le persone presenti sull’isola, molti stranieri non possiedono la tessera sanitaria ed è stato concesso l’uso di un documento di identificazione, la IRC card, per richiedere le mascherine. Si tratta di un importante elemento, le dinamiche di diffusione del Covid-19 a Singapore sono l’esempio della necessità di inclusione di tutte le fasce sociale nelle strategie di prevenzione. La città stata aveva registrato inizialmente un ottimo successo nella lotta al virus, analogamente a quanto avvenuto a Hong Kong e Macao, ma sin da inizio aprile i contagi sono aumentati a causa della sistematica esclusione delle fasce più deboli dallo screening sanitario. Le migliaia di domestici, colf, cameriere e commessi sono stati il veicolo di una nuova ondata di contagi. I ceti più poveri, talvolta residenti non regolari nella “città del leone”, non hanno potuto contare su una rete di assistenza e al ritorno sul posto di lavoro hanno generato un ritorno del Covid-19 a Singapore. L’attenzione taiwanese è stata alta verso tutti gli aspetti legati alla comunicazione, il team di esperti che parla alla nazione si presenta sempre con la mascherina, così come i ministri e tutti gli altri membri del governo. La presidente Tsai Ing-wen appare quasi sempre senza mascherina, ma mai in compagnia di altre persone. Si tratta di una strategia programmata, per incentivare l’uso delle mascherine protettive e allo stesso tempo generare un messaggio di speranza attraverso la massima carica dello stato, mantenendo ben chiare le regole del distanziamento sociale.

I taiwanesi, come le altre popolazioni della regione, hanno subito lo shock psicologico della SARS e di altre pandemie negli anni seguenti ed erano stati sensibilizzati ai pericoli di un nemico invisibile come il Covid-19. Molto è stato detto anche sull’approccio confuciano, che predilige una identificazione del singolo nel gruppo e una propensione al sacrificio della libertà personali rispetto alle necessità della società. Si tratta di un’attitudine comune nei paesi della regione, che ha sicuramento incoraggiato una risposta collettiva essenziale di fronte alla minaccia della pandemia.

La risposta taiwanese resta comunque notevole, in particolare per il rispetto dei fondamenti democratici del paese. Le ragioni sono molteplici ma va considerato come la componente democratica possa essere considerata un elemento costituente della stessa identità nazionale taiwanese. Il processo di formulazione dell’identità taiwanese è passato nei secoli attraverso numerose interpretazioni, spesso forzate. Da un’isola popolata da selvaggi indegna della considerazione del Celeste Impero a luogo dove restaurare lo splendore della dinastia Ming minacciata dagli invasori mancesi. Da provincia minore dell’Impero Qing a primo laboratorio di colonizzazione guidato da un paese asiatico con l’occupazione giapponese. Con il Kmt nel secondo dopoguerra un territorio conteso che espande i propri, immaginari, confini geografici oltre ogni limite mentre viene attivato un singolare processo di colonizzazione all’inverso. Il percorso, unico nella regione, di transizione pacifica che passa per una riconfigurazione delle dinamiche identitarie per superare i vincoli geostrategici. L’inedito percorso, tutt’ora in corso, dell’identità nazionale pluralistica taiwanese è strettamente collegato all’identificazione con un sistema di valori legati al sistema democratico e alla libertà civili, rispetto a una appartenenza etnica o nazionalistica. Si tratta di un tentativo di eludere la dicotomia con la Rpc, una dinamica che elude l’identificazione con la cultura cinese per evidenziare la virtù politica dello stato. Una lettura polisemica che rifiuta il concetto di nazione etnica e determina un confine insormontabile rispetto alla Repubblica popolare cinese. Un distinguo che non può essere culturale, etnico o storico ma esclusivamente politico ossia “che concerne la natura dello Stato”.  Il “nazionalismo civico” taiwanese, che ha determinato il pieno rispetto delle libertà personali durante la gestione di Taipei dell’epidemia Covid-19, è dovuto proprio alla necessità di mantenere e preservare quella soglia di alterità rispetto alla Cina.

Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma e Geopolitica.info

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative

Oggi i taiwanesi saranno chiamati a eleggere il loro nuovo presidente della repubblica e i loro nuovi rappresentanti parlamentari. Come visto in un articolo precedente, la partita per le presidenziali sembra segnata in favore del presidente uscente, Tsai Ing-wen. Le elezioni per lo Yuan legislativo (il parlamento di Taiwan), invece, sembrano molto più incerte, sia per questioni istituzionali sia per le dinamiche di questa tornata. Ammesso che vinca, riuscirà Tsai a ripetere la “doppietta” del 2016, in cui il suo partito, il DPP, vinse la presidenza e la maggioranza parlamentare? Oppure dovrà affrontare i prossimi quattro anni con una maggioranza parlamentare avversa? Le regole, le istituzioni e gli scenari di queste elezioni, decisive per le sorti dell’isola Taiwan e per l’Asia Nord-Orientale.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative - Geopolitica.info

La partita per la presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) appare decisa. Come visto nel precedente articolo dedicato ai candidati in corsa, ai temi della campagna elettorale e ai sondaggi pre-elettorali, l’attuale presidente, Tsai Ing-wen, del partito democratico-progressista (DPP) sembra lanciata verso una vittoria schiacciante sul suo principale avversario, il candidato del Kuomintang (KMT), Han Kuo-yu.
Tuttavia, oggi i taiwanesi dovranno eleggere anche i loro rappresentati nello Yuan legislativo, il parlamento dell’isola, e qui la partita appare più aperta di quella per la più alta carica politica della repubblica.

Il sistema politico e la legge elettorale
Taiwan è una repubblica semi-presidenziale. Il potere esecutivo è suddiviso tra il presidente della repubblica e il premier, mentre il potere legislativo è in mano a un’unica assemblea, ossia lo Yuan legislativo. L’architettura costituzionale poi si articola in altri rami e organi, in parte differenti rispetto ai sistemi costituzionali occidentali. Concentrandoci su potere esecutivo e legislativo, il primo è fortemente sbilanciato sulla figura del presidente. Infatti tra i suoi poteri figurano quello di nomina del premier, che viene esercitato senza bisogno di un voto di fiducia del parlamento e quello di scioglimento dello Yuan legislativo, accompagnato dalla possibilità di indire nuove elezioni. Il presidente della repubblica poi, definisce la politica estera del paese ed è il comandante in capo delle forze armate. Il premier, in questa architettura, svolge per lo più una attività di raccordo tra l’indirizzo politico dato dal presidente della repubblica e l’attività amministrativa del governo. Il parlamento, dall’altra parte, ha, tra i vari suoi poteri, oltre a quello di promulgare le leggi, quello di sfiduciare il premier in carica e il potere di porre sotto processo di impeachment il presidente. È chiaro, quindi, come il presidente della repubblica rappresenti la figura centrale del sistema taiwanese, ma come l’attività dello stesso possa essere pesantemente influenzata dalle decisioni dell’assemblea legislativa.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, a partire dal 2004 l’elezione dei membri dello Yuan legislativo avviene tramite un sistema misto, maggioritario-proporzionale. Dei 113 seggi che compongono il parlamento taiwanese, 73 vengono definiti in base ad un sistema maggioritario plurality in collegi uninominali. Si tratta, quindi, di un sistema in cui gli elettori di ogni collegio eleggono un singolo rappresentante e ad essere eletto è il candidato che ha, molto semplicemente, più voti degli altri. A questi 73 vanno poi aggiunti 6 seggi, basati su due collegi plurinominali, riservati alle minoranze aborigine dell’isola. In questo caso, a essere eletti sono i primi tre arrivati in ciascuno dei due collegi. I rimanenti 34 seggi sono infine eletti sulla base di un sistema proporzionale a liste bloccate, basato su un unico collegio nazionale. In altre parole, i seggi vengono assegnati sulla base delle percentuali di voto ottenute dai partiti a livello nazionale, ma solo considerando i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%.

Gli elettori taiwanesi, quindi, dovranno votare con tre schede elettorali: una per il voto presidenziale; un’altra per il voto nei collegi maggioritari uninominali (o plurinominali, nel caso delle minoranze aborigene); una terza per il voto nel sistema proporzionale.

Incentivi e scenari
Un sistema elettorale così congegnato, in linea teorica, nella sua componente maggioritaria dovrebbe portare gli elettori a concentrare i propri voti sui candidati/partiti considerati in grado di vincere il seggio in palio, mentre in quella proporzionale proporzionale dovrebbe non penalizzare le forze minoritarie, garantendo maggiore rappresentanza. Tuttavia, l’effetto di bilanciamento di questa componente è fortemente limitato. A parte la questione della soglia di sbarramento, i seggi in palio nella componente proporzionale sono solo 34 e questo rende il sistema di per sé poco proporzionale (questo perché al diminuire dei seggi in palio aumenta la percentuale di voti minima necessaria per ottenere almeno un seggio). A questi fattori vanno aggiunti poi gli incentivi dati dal sistema maggioritario e dal voto presidenziale. Entrambi i voti, infatti, spingono l’elettore a concentrarsi su due campi, ossia quello “pan-verde” e quello “pan-blu”, corrispondenti a quelle dominate rispettivamente dal DPP e dal KMT.
Per cui, sarà difficile aspettarsi qualcosa di diverso da uno Yuan legislativo dominato, ancora una volta, da DPP, KMT, con pochi seggi sparsi su altri partiti minoritari.

Cosa aspettarsi dal voto legislativo
I sondaggi usciti fino ad oggi non offrono un quadro molto diverso da quello già visto per le elezioni presidenziali, anche se il margine di vantaggio della “coalizione” pan-verde, guidata dal DPP, appare in questo caso molto più contenuto rispetto a quanto visto per le elezioni presidenziali. Il primo grafico interattivo in alto mostra l’andamento dei sondaggi pre-elettorali riguardanti il voto delle elezioni legislative, considerando le “coalizioni”.
Tuttavia, dato che il 65% dei seggi si fonda su un voto collegio per collegio, la percentuale nazionale dei voti (cioè quella rilevata dai sondaggi) potrebbe rilevarsi altamente fuorviante. Specialmente in un paese in cui l’elettorato è sempre stato – per motivi storici legati all’evoluzione sociale, economica e politica del paese a partire dal 1949 – suddiviso geograficamente, con il KMT e partiti collegati più forti nelle contee settentrionali dell’isola, il DPP e partiti alleati dominanti nelle contee meridionali.

Oltretutto, in questo quadro potrebbe entrare in gioco il partito dell’attuale sindaco di Taipei, Ko Wen-Je, che con il suo Taiwan People’s Party (TPP), potrebbe fare affidamento su un voto concentrato in alcuni distretti elettorali, o puntare ad un exploit nella quota proporzionale. Questo potrebbe portare il partito di Ko a giocare un ruolo centrale, ma solo a condizione che Tsai si ritrovi con un parlamento ostile o una maggioranza di pochi voti.

Tensioni nello stretto di Taiwan

Lo stretto di Taiwan si sta confermando uno dei chokepoints più “caldi” del mondo a causa degli interessi contrapposti dei principali attori del Pacifico occidentale: la Repubblica Popolare Cinese, da una parte, e Taiwan, Stati Uniti e Giappone, dall’altra.

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La storia del Novecento ci ha abituato ad aumenti della tensione in questo spazio di mare, conteso dalla fuga del governo nazionalista di Chiang-Kai-Shek in poi. L’obiettivo che “L’impero del Centro” cerca di conseguire dal 1949 è riportare l’isola di Formosa sotto la sovranità politica cinese. Per tre volte, Pechino ha effettuato esercitazioni e dispiegato azioni militari volte a indirizzare il consenso politico dell’isola, cercando di scoraggiare l’ascesa di partiti indipendentisti: due volte negli anni ’50 e l’ultima volta nel 1996, quando l’arrivo delle portaerei USS Nimitz e USS Independence e dei relativi gruppi da battaglia costrinse le meno temibili forze cinesi a un obbligatorio dietrofront.

La Repubblica Popolare Cinese, in seguito a tale debacle, comprese l’improcrastinabile necessità di sviluppare una forza aereo-navale-missilistica, capace di esercitare deterrenza e colmare parte del gap con la US Navy, al fine di dare consistenza alle pluridecennali rivendicazioni siniche. Pechino negli ultimi anni, grazie a colossali investimenti profusi nella riforma delle forze armate, è riuscita a conseguire un livello di forza militare invidiabile e un inedito know-how tecnologico in materia di costruzione cantieristica navale, che le ha consentito di varare la prima portaerei di fabbricazione nazionale: la Shandong (Type 001A).

L’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, avendo nominato lo scorso 17 novembre l’ex primo ministro William Lai come suo vice, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo gennaio, ha confermato la propria vocazione indipendentista. Tale azione è ritenuta inaccettabile da Pechino, che, infatti, ha fatto transitare il gruppo da battaglia della portaerei Type 001A STOBAR, nello stretto di Formosa per intimidire e pressare Taipei.

La Repubblica Popolare Cinese si sta mostrando determinatamente irremovibile nella propria volontà di rimettere le mani sull’”isola ribelle”, percepita come parte della grande cultura cinese, ossia della Tianxia (“il tutto sotto il cielo”, definizione che delimitava i territori abitati dai discendenti dell’Imperatore Giallo da quelli abitati dai barbari). Le motivazioni di questa fermezza sono, inoltre, tattiche e geopolitiche.

Dal punto di vista tattico, riconquistando l’isola, Pechino sposterebbe il proprio dispositivo di difesa quattrocento chilometri ad est, sottraendo una delle pedine principali su cui Giappone e Stati Uniti fanno affidamento per contenerla. Guadagnerebbe “una portaerei inaffondabile” nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico Occidentale/Mar Cinese Orientale, da cui potrebbe proiettare la propria potenza nei mari attigui.

Dal punto di vista geopolitico, invece, il presidente Xi Jinping sta cercando di rendere il proprio paese una Superpotenza ed ha, perciò, espresso ufficialmente la propria volontà di riportare pacificamente Taiwan sotto il dominio di Pechino entro il 2049. La Cina, infatti, non potrà essere considerata una Superpotenza militare leader del Pacifico Occidentale fino a quando non riuscirà a riportare Taipei, isola lontana 180km dalle sue coste, sotto il proprio controllo.

Il passaggio delle imbarcazioni militari cinesi nello stretto è stato monitorato dalle navi Taiwanesi e seguito da quelle Giapponesi. Tokyo è schierata al fianco di Washington, quest’ultima ha inviato, il 19 novembre, la nave da combattimento Gabrielle Giffords e, il giorno successivo, il cacciatorpediniere Wayne E. Meyer, sfidando le restrizioni imposte dai cinesi nel passaggio per le Isole Paracelso. Washington, così facendo, intende manifestare con forza la volontà di garantire la libertà di transito nelle aree contese, dimostrando capacità di proiezione e volontà di sostenere gli alleati, come ha riferito la portavoce della Settima Flotta della Marina Statunitense, la Comandante Reann Mommsen.

La strategia geopolitica di Washington si è storicamente fondata su una schiacciante superiorità militare e diplomatica nel Pacifico. Il comando americano per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) può contare su oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori e personale civile del Dipartimento della Difesa, distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone, Corea del Sud e nell’isola di Guam. La rete di alleanze diplomatico-strategiche si basa su una serie di trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Taiwan, Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Questi rapporti, storicamente solidi dalla fine della guerra di Corea in avanti, si stanno consolidando ulteriormente, corroborati dalla comune avversione nei confronti della nuova assertività cinese.

Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang ha espresso, in una conferenza stampa, la volontà cinese di pattugliare e seguire il passaggio di navi da guerra americane attraverso lo stretto di Taiwan e ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare il principio dell’unica Cina, promuovendo, in questo modo, la stabilità dei rapporti sino-taiwanesi. Secondo il Partito Comunista Cinese, Pechino detiene una sovranità indiscutibile sulle isole del Mar Cinese Meridionale (zona contesa dalle rivendicazioni contrapposte delle Filippine, della Malesia, del Vietnam, di Taiwan e della Cina), sull’isola di Taiwan e sullo Stretto omologo.

Già nei giorni precedenti alle azioni navali, il ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, e il segretario della difesa americano, Mark Esper, si sono accusati a vicenda, in seno all’incontro dei ministri della difesa asiatici di Bangkok del 18 novembre scorso, di ricorrere alle intimidazioni e alla coercizione per perseguire i propri obiettivi strategici.

L’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese è costringere Taiwan a tornare pacificamente sotto il controllo di Pechino. Per conseguirlo sta attuando una ventennale politica di “aggressione diplomatica”, tentando, così, di isolarla diplomaticamente per farla “cadere fra le proprie braccia”. Taiwan intratteneva, a settembre del 2019, relazioni formali con solo 17 Stati; negli ultimi tre mesi la Cina ha offerto l’accesso a fondi per lo sviluppo al Kiribati e alle Isole Salomone “scambiandoli” con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra loro e Taipei. Questi stati insulari hanno accettato, perciò gli Stati con cui Taiwan continua a tessere rapporti diplomatici sono attualmente 15.

L’inconciliabilità e l’irrinunciabilità degli interessi contrapposti di Pechino da un lato, e di Taipei, Washington e Tokyo dall’altro, esacerba la tensione tra le due parti e tra le due maggiori economie del mondo. Tale circostanza rende lo stretto di Taiwan un dossier “spinoso” che nei prossimi anni dovrà essere gestito con cautela da tutte le parti in causa.

Taiwan 2020: the Presidential Race

Saturday January 11th will take place the presidential and legislative elections of Taiwan. The reelection of the current president, Tsai Ing-wen, seems to be the most probable scenario, according to the pre-electoral polls. Han Kuo-yu, KMT candidate and main Tsai’s competitor, could not only be defeated, but also suffer the worst defeat ever obtained by a KMT candidate. Which could be the aftermath of such heavy defeat for the party once led by Chiang Kai-shek? Which could be the consequences for the current president, considered as loser one year ago and today ready to obtain another 4-years term? This first article is dedicated to the analysis of the presidential pre-electoral polls and the perspectives that could open if the forecast will be confirmed. The following article will be dedicated to the scenarios for the legislative elections. Because although the race for the presidency appears already decided, the elections for the Legislative Yuan could lead to some surprises.

Taiwan 2020: the Presidential Race - Geopolitica.info

In less than a week the Taiwanese voters will vote for their new President and their new parliamentary representatives. These elections may mark in a decisive way not only the domestic politics of the island, but also the geopolitical balance of the East-Asia region. Understanding Taiwan electoral scenarios and their dynamics it will be possible to better understand the possible actions of other actors of the region, starting from the main neighbor of the island, the People’s Republic of China.

Three candidates and one seat
As it is known for those that are sufficiently familiar with Taiwanese politics, the main political cleavage of the Country, looking both at the voters and at the party system, is the one between the supporters of an enhanced cooperation (if not a formal unification) between Taiwan and China, and the supporters of a strategy that would weaken the relationship between the two countries (or lead to a formal declaration of independence of the island from China). Nevertheless, as for all the voters of plural and complex democratic polities, various factors shape the political orientation of Taiwanese people, thus the choice for a specific candidate or a specific party/coalition can change according to the context for specific elections or other issues. The evaluation of candidates’ profiles, especially for a presidential race, represents one of the variables.

The race for Taiwan presidency is run by three candidates: Tsai Ing-wen, of the Democratic Progressive Party (DPP), Han Kuo-yu of the Chinese nationalist party Kuomintang (KMT), and Soong Chu-yu of People’s First Party (PFP). First woman elected president of the island, first DPP president supported by a parliamentary majority, Tsai governed the island during the last four years with very low approval ratings – in fact, a characteristic of almost all the former Taiwanese democratic administrations. After the DPP defeat at 2018 local elections and after stepping down as chairman of her party, the political career of Tsai seemed doomed. However, as it is possible to see on the interactive graph below, the current president has been protagonist of a comeback that is projecting her toward a second term. The main competitor of the incumbent is the Kaohsiung mayor Han Kuo-yu.
Former KMT representative between 1993 and 2002, stepped into the spotlight taking over the second city of the island governed for 20 years by the DPP, Han has been considered one of the main factors that led the KMT to win the local elections of 2018 fall. In July 2019 he won with a wide margin the KMT primary elections, however since the beginning of the same year taiwanese pollsters recorded a constant decrease of Han’s popularity that suggest a disastrous defeat for him in the upcoming elections.
(James) Soong Chu-yu, the third candidate, is a renowned politician of the island. Former Secretary of Chiang Ching-kuo during his premiership, at his fourth presidential race, Soong represents the most pro-chinese and anti-independence candidate among the three. Polls agree in considering Soong out of the presidential race, thus his bid may be considered as both a strategy to support his party candidates in the legislative elections and an attempt to obtain the vote of those voters possibly lost by the KMT, influencing Han’s results.

The data
Looking at the polls data and trying to predict the elections results, Tsai should obtain 50% of the votes (in an interval between 55.7% and 45%), Han 18.6% (with a maximum of 23.4% and 14%), and Soong should obtain a percentage of votes around 7.6%. Although considering the possibility of last minute sudden changes, what seems impressive looking at the data are, first, the margin between Tsai and Han and, secondly, the trend and the precision of the estimates. 
About the first point, in the most competitive scenario, the KMT candidate would be at more than 20 percent points from the DPP candidate, while in the worst competitive scenario, the distance would be of 40%. A distance between the two candidates comparable only with the 1996 presidential elections results, when the KMT candidate, Lee Teng-hui, obtained 54% of the votes and the DPP candidate obtained 21.1% of the votes. However, this time the situation would be reversed. About the second point, that is the polls trend and the precision of the estimates, without dwelling into the details of the statistical analysis, the curves synthesise in an efficient way the data points (the polls results). However, isolating each graph on the interactive chart, it is possible to notice how Han’s regression curve follows an almost linear trend starting from March 2018 and how the areas around it (the margin of error) are less wide than those of Tsai.  The polls data available do not offer other variables to obtain better estimates and test other hypotheses, nevertheless it is possible to interpret these trends.

Tsai’s comeback
Starting from the current president, we must consider that Tsai during the last four years governed a country increasingly squeezed on the international stage by the RPC. In September the number of states that formally recognize Taiwan felt to 15, and during the last four years the Country has been kicked out from some international organizations (for instance, the UN World Health Assembly) in which Taiwan participated thanks to an agreement between the former Taiwanese administration and Beijing. Moreover, Tsai’s administration went through difficult periods also for some reforms, such as the pension system one, that as in many other countries, especially those with low fertility rates and an aged population like Taiwan, equals to play with fire. Moreover, the legalization of gay marriage, that represents a unique case in the East Asia region, brought to an unusual level of polarization of the public opinion, especially because this reform has been enacted by the DPP parliamentary majority after a referendum defeat. Thus, how it has been possible for Tsai to gain such consensus during the last year?
Starting from the latter point, we can imagine that the legalization of gay marriage that has led to a wide support by the international community and media, although not widely supported in the Taiwanese society, has re-mobilized part of the younger voters and, of course, the LGBT minority. However, given that we are talking about minoritarian groups, it is difficult to claim that this has been the driving force of her comeback. Therefore, the answer may lie in other concomitant factors, that gave Tsai a less stodgy profile, at least considering DPP voters.
First, despite the Chinese efforts to isolate the island, the international projection of the island remained almost untouched and Tsai has been able to maintain a constant support, although informal, by the US current administration. Moreover, during the previous four years, Taiwanese economy continued to grow, and foreign investments steadily increased during the last year. Factors among others that allowed Tsai to foster various economic reforms, such as the tax cut for lower incomes – on average, a bit more supportive of the DPP, according to some empirical analyses. However, although these factors may have played some role, many DPP voters may have decided to support back Tsai especially considering her main competitor. Especially if we consider the possibility that he may have confused KMT voters as well. 

The “Han factor”
Han Kuo-yu upset the classical rhetoric of the Kuomintang, as well as the classical profil of KMT presidential candidates – most of the time, members of Taiwanese high-society and highly educated folks. Presenting himself as the common people’s candidate and focusing on a populist propaganda, Han centered his political campaign on attacks against the former or current Taiwanese political elite – considered as not able to understand people’s needs – and promising more security and wealth to Taiwanese voters. This strategy seemed to be winning during the 2018. However, the fact that Han has constantly lost voters support as soon as his presidential bid has become more probable is a sign that maybe many commentators and political pundits have been too confident in consider Han a winning candidate and a threat for the current president. Some experts, for instance, claimed a central role of Han in determining the KMT victory in 2018 local elections. However, it is more reasonable to say that, probably, if any national logic influenced 2018 local ballots, that result may be considered more as a vote against Tsai rather than a vote in favor of a specific KMT candidate (especially if we consider that Han’s nomination was probable, but still a hypothesis at that time). In addition, we have to consider that making inferences about national political dynamics based on local election results are almost always doomed to failure, in Taiwan as elsewhere. Furthermore, we may also consider that the rhetoric of the common man against the political elites probably lost its potential when Han has been forced to propose some sort of concrete policy rather than banal metaphors. In sum, it is possible that these elections have been heavily influenced by the “Han factor”. A factor able to, on the one hand, re-mobilize DPP voters and, on the other hand, demobilize an important share of KMT supporters. 

The impact of Hong Kong
Last variable that may have played a major role in determining polls results, are the Hong Kong protests. The link between these events and the main political divide of the island is, at least conceptually, self-explanatory. And it is also considering, for instance, the fact that Han has been forced to publicly refuse the Chinese communist leaders proposal to foster the unification between Taiwan and RPC applying the “one country, two systems” framework that regulates, at least formally, the relationship between China and Hong Kong, as well as the one between China and Macau.

However, how the Kong Kong protests actually influenced Taiwan presidential race is open to debate and it remains quite difficult to analyze with the current data. According to the polls, the hypothesis of a direct and game changing effect of Hong Kong on the Taiwanese voters vote preferences appears plausible. The trend of the estimates, based on poll data, are quite stable across the entire period considered, and start months before the major events of Hong Kong. However, if we look at the vertical lines in the interactive graph, lines that have been graphed considering some of the major events of the Hongkongers protests, the data-points after the last vertical line on the right part of the chart (the extradiction-law date) are clearly more spread, “pulling” the regression lines toward the top or the bottom of the graph. In other terms: the growth of Tsai and the fall of Han are trends that start before the major events in Hong Kong, however it is plausible to consider that these trends have been reinforced by the “Hong Kong factor”.


The battle for the legislative majority

In conclusion, the race for Taiwan presidency seems to be already decided. Very likely, Tsai will be re-elected and very likely this will happen with a wide margin between her and her opponents, Han included. However, caution has to be always considered since we are dealing with just raw percentage of respondents over time, without other variables to refine the estimates presented.
Moreover, next Saturday, Taiwanese people will also elect their parliamentary representatives. In this case the race among the main parties (DPP and KMT) or, if you prefer, between the main coalitions (Pan-Green and Pan-Blue) seems less straightforward than the presidential one. The elections for the Legislative Yuan will be discussed in the next article dedicated to the polls about the upcoming elections, but in short, we may say that the biggest threat for a winning Tsai could be to find herself in the condition to govern with a Pan-Blue parliamentary majority for the next four years. According to the polls, the margin between DPP and KMT seems to be less sharp than the one seen for the presidential candidates. Moreover, the Taiwanese electoral system is a mixed one, whose most important mechanism (that is, the one that defines the major number of seats) is a plurality, based on single-winner constituencies, that is a system in which each seat is attributed according to the votes in each electoral district. An aspect that adds even more uncertainty about next Saturday’s results. 

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola

Sabato 11 gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative di Taiwan. Sondaggi alla mano, la riconferma dell’attuale Presidente Tsai Ing-wen del DPP appare lo scenario più probabile. Inoltre, il KMT potrebbe non solo essere sconfitto, ma ottenere il peggior risultato della sua storia elettorale. Quali potrebbero essere le conseguenze di una sconfitta di tale portata  per il partito che fu di Chiang Kai-shek? Quali le conseguenze per la Presidente, data per perdente un anno fa e oggi pronta ad un altro mandato di quattro anni? Questo primo articolo verrà dedicato all’analisi dei sondaggi presidenziali e le prospettive che si potrebbero aprire con la vittoria o la sconfitta dei principali competitor, Tsai Ing-wen e Han Kuo-yu. Il prossimo articolo, invece, si occuperà degli scenari che si potrebbero creare con i possibili risultati delle concomitanti elezioni parlamentari. Perché la partita per la Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) sembra segnata, ma le elezioni per lo Yuan Legislativo potrebbero riservare qualche sorpresa. Per una analisi dei sondaggi pre-elettorali per le elezioni legislative clicca qui.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola - Geopolitica.info

Le elezioni: tre candidati e una poltrona
Fra poco meno di una settimana i cittadini taiwanesi saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente e i loro prossimi rappresentanti parlamentari. In Italia si è parlato poco e male delle prossime elezioni taiwanesi (da non perdere sull’argomento l’articolo di Stefano Pelaggi). Tuttavia, queste consultazioni potrebbero segnare in maniera decisiva non solo le dinamiche politiche dell’isola, ma anche gli equilibri geopolitici della regione estremo-orientale. Capendo gli scenari elettorali di Taiwan e le sue dinamiche politiche si potranno quindi capire meglio anche le mosse degli altri attori sullo scacchiere asiatico, a partire dai “vicini di casa” dell’isola, ossia la Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Com’è noto a chi ha un minimo di dimestichezza con la storia politica taiwanese,  la principale contrapposizione politica del Paese, a livello di partiti ed elettori, è quella tra i fautori di una maggior cooperazione (se non una vera e propria unificazione politica) tra Taiwan e Cina popolare, e coloro che vorrebbero una maggiore distanza politica (se non una vera e propria indipendenza formale) tra il governo di Taipei e quello di Pechino, con tutte le possibili sfumature in mezzo – chiunque volesse approfondire velocemente può trovare un breve articolo cliccando su questo link. Ciò nonostante, come per qualsiasi elettore in un sistema democratico, svariati fattori contribuiscono a determinare gli orientamenti politici dei taiwanesi, e quindi la scelta per un candidato o una delle parti politiche in campo può variare a seconda del contesto o altre questioni. La valutazione dei candidati, specialmente per le elezioni presidenziali, rappresenta una di queste.

I tre candidati alla Presidenza di Taiwan sono stati presentati in vari articoli di questa rubrica, ma per chiarezza e comprendere meglio i dati di sondaggio presentati più in basso, possiamo dedicare alcune righe ai loro profili. Da una parte abbiamo il Presidente uscente, Tsai Ing-wen, del partito democratico progressista (DPP), mentre dall’altra abbiamo il sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, del partito nazionalista cinese (KMT), e infine James Soong, del People’s First Party (PFP).
Primo presidente donna e primo presidente del DPP con una maggioranza parlamentare a proprio sostegno, Tsai ha governato negli ultimi quattro anni con indici di gradimento piuttosto bassi – un andamento, va sottolineato, che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni taiwanesi. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del 2018 e le dimissioni da segretario del DPP, la carriera politica di Tsai sembrava segnata. Tuttavia, come è possibile vedere nel grafico interattivo qui in basso, l’attuale Presidente è stata protagonista nell’ultimo anno di una rimonta nei sondaggi tale da proiettarla con un certo margine di sicurezza verso un secondo mandato.
Il principale competitor del Presidente uscente, è invece un volto (relativamente) nuovo del KMT, ossia il sindaco di Kaohsiung, Han Kuo-yu. Ex parlamentare tra il 1993 e il 2002, Han è arrivato alle luci della ribalta strappando la seconda città più importante dell’isola al DPP,  ed è stato considerato uno dei leader che hanno consentito al KMT la vittoria elettorale alle amministrative del 2018. Nel luglio scorso, poi, ha sbaragliato gli altri potenziali candidati del Kuomintang nelle primarie per la corsa alle presidenziali, ma ciò nonostante i sondaggi sono piuttosto unanimi nel considerarlo destinato ad una rovinosa sconfitta alle prossime elezioni.
Soong Chu-yu, il terzo candidato, è invece un volto noto della politica taiwanese. Segretario del premier Chiang Ching-kuo (figlio di Chiang Kai-shek, divenuto poi presidente della repubblica), Soong è un ex leader del KMT, alla quarta candidatura alla presidenza – e una vittoria sfiorata nel 2000. Rappresenta la candidatura più esplicitamente pro-cinese e anti-indipendentista tra quelle in campo, ma rimane un politico relativamente moderato. Non avendo alcuna chance di vittoria, l’arrivo di Soong sulla scena a compagna elettorale già inoltrata potrebbe essere visto sia come una semplice corsa a sostegno dei candidati del suo partito alle concomitanti elezioni legislative, che come il tentativo di recuperare parte dei voti persi da Han e decretarne così la definitiva uscita di scena, aprendo nuovi scenari per le prossime elezioni presidenziali del 2024.

I dati
Passando ai dati, e stimando l’intervallo nel quale potrebbero cadere le percentuali dei tre candidati sulla base dei sondaggi a disposizione, i voti di Tsai dovrebbero attestarsi al 50% (oscillando tra il 55.7% e il 45%), mentre quelli di Han al 18.6% (oscillando tra il 23.2% e il 14%) e infine quelli di Soong intorno al 7.6% dei voti. Fatti salvi possibili stravolgimenti delle ultime ore, quello che impressiona guardando i dati è, primo, il distacco tra Tsai e Han e, secondo, l’andamento e la precisione delle stime di voto.
Per quanto riguarda il primo punto, nello scenario più competitivo il candidato del KMT si troverebbe a poco più di 20 punti percentuali dal candidato del DPP, mentre nello scenario meno competitivo la distanza sarebbe di 40 punti. Un distacco comparabile solo a quello dalle elezioni del 1996, quando il candidato del KMT, Lee Teng-hui, prese il 54% contro il 21.1% dello sfidante del DPP,  Peng ming-min. Ma a parti invertite.
Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’andamento dei sondaggi e la precisione delle stime, senza andare troppo nei dettagli dell’analisi statistica, le curve del grafico sintetizzano in maniera piuttosto efficace i punti legati ai primi due candidati (ossia, i risultati dei sondaggi). Tuttavia, isolando sul grafico interattivo i dati relativi ai singoli candidati, è possibile notare come la curva di regressione di Han segua un andamento pressoché lineare a partire da marzo 2019 e come le bande colorate intorno ad essa (ossia, il margine di errore della stima) siano meno spesse di quelle di Tsai o Soong.

La rimonta di Tsai
I sondaggi a disposizione non offrono altre variabili per tentare di spiegare questi risultati con ipotesi più precise, ma è comunque possibile abbozzare alcune interpretazioni. 
Tsai ha guidato negli ultimi quattro anni un paese sempre più boicottato dalla Cina comunista – come sottolineato in svariati articoli pubblicati su Taiwan Spotlight o in altre rubriche del nostro sito. Questo ha portato all’esclusione di Taiwan da vari consessi internazionali ai quali aveva partecipato durante la precedente amministrazione, e ha determinato la perdita di alcuni dei già esigui alleati diplomatici dell’isola. Inoltre, è probabile nel passato recente alcune riforme portate dall’amministrazione Tsai avessero alienato parte dei suoi elettori. Si pensi alla riforma delle pensioni, che solitamente equivale a toccare i cavi dell’alta tensione politicamente parlando (specialmente in paesi con un’età media piuttosto elevata come Taiwan), o alla legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali che ha portato a una forte polarizzazione dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo la sua approvazione nonostante una sconfitta referendaria. Come ha fatto, quindi, Tsai a ri-mobilitare il suo elettorato?
Per partire dall’ultimo punto, si può intanto immaginare che la legalizzazione dei matrimoni gay sia stata comunque una riforma dall’alto valore simbolico. Taiwan, grazie ad essa, è divenuto l’unico paese estremo-orientale a riconoscere ad oggi i diritti delle coppie LGBT, e questo ha portato un forte appoggio da parte dell’opinione pubblica internazionale, riverberatosi anche nel dibattito pubblico taiwanese. È probabile, poi, che questo abbia garantito e garantisca a Tsai l’appoggio di buona parte dell’elettorato più giovane del paese e della minoranza gay del paese, ma, visti i numeri della rimonta, è comunque difficile sostenere che questa riforma abbia mobilitato un numero così elevato di elettori del DPP. Forse la risposta, allora, va cercata in vari fattori concomitanti, che hanno reso la figura di Tsai progressivamente meno sgradita ai propri elettori. Intanto, nonostante l’ostracismo cinese, la proiezione internazionale de facto dell’isola è rimasta intatta e Tsai ha potuto godere di un continuo appoggio politico (implicito) e militare (molto più esplicito) da parte degli Stati Uniti di Trump. Inoltre, il candidato del DPP ha difeso l’economica del paese che, seppur con risultati relativamente tiepidi, ha comunque continuato a crescere, sia guardando a variabili come il PIL o ad altre come l’arrivo di investimenti economici dall’estero. Tutti fattori che hanno consentito a Tsai la possibilità di portare avanti svariate riforme economiche, come il  taglio delle tasse per i ceti meno abbienti. In altre parole, è possibile che alcuni elettori DPP abbiano semplicemente rivalutato l’operato di Tsai. Ma è ancora più probabile che il grosso dei voti sia ritornato da tutti quegli elettori che, confrontandosi con l’ipotesi di ritrovarsi come presidente il candidato del KMT, Han kuo-yu, hanno deciso di appoggiare nuovamente il presidente in carica. 

Il fattore Han
Han è un personaggio che plausibilmente è riuscito a lasciare interdetti anche gli stessi elettori del KMT. Han infatti ha stravolto la retorica politica del partito, ma anche il profilo tipico dei candidati del KMT – il più delle persone abbienti, dell’alta società taiwanese, altamente istruite. Presentandosi come il candidato del popolo e concentrandosi su una retorica che potremmo definire populista o qualunquista, Han ha impostato la sua campagna elettorale sull’attacco alle élite politiche del paese (comprese quelle del suo stesso partito), considerate non in grado di capire i bisogni delle persone comuni, e sulla promessa di una maggior ricchezza e sicurezza per i taiwanesi. Questa strategia è sembrata vincente per buona parte del 2018. Tuttavia, il fatto che Han abbia perso inesorabilmente terreno non appena la sua candidatura alla presidenza è diventata qualcosa di più di una semplice ipotesi, rende plausibile l’ipotesi che forse alcuni commentatori si erano sbilanciati troppo nel ritenere Han una minaccia per Tsai o comunque un leader in grado di trascinare tutto il KMT e il suo elettorato. Alcuni commentatori hanno, per esempio, sostenuto che la vittoria del KMT alle amministrative 2018 fosse stata in buona parte merito di Han. Tuttavia, si trattava probabilmente di una visione piuttosto parziale, poiché attribuire a delle dinamiche locali un valore nazionale è un salto logico che piace molto  a commentatori e opinionisti, ma che spesso si rivela erroneo o, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione eccessiva. È poi probabile che la retorica dell’uomo qualunque contro le élite abbia esaurito il suo potenziale quando Han è stato messo di fronte alla necessità di formulare delle proposte che andassero oltre a delle banali metafore.
In sintesi, è possibile che queste elezioni siano state segnate dal “fattore Han”. Un fattore in grado, da una parte, di ri-mobilitare gli elettori del DPP e, dall’altro, di smobilitare una parte consistente degli elettori del Kuomintang. 

L’impatto delle vicende di Hong Kong
Un’ultima variabile da considerare sono le vicende di Hong Kong degli ultimi mesi. Il collegamento tra queste e la principale contrapposizione politica del paese è, a livello concettuale, evidente. Tanto è evidente che, per esempio, sempre Han, durante la campagna elettorale, ha dovuto chiarire pubblicamente la sua posizione sulla questione, sottolineando come la formula “
one country, two systems”, che caratterizza ufficialmente il rapporto tra Hong Kong e Pechino e che Pechino ritiene possa essere applicata anche alla prospettiva di una riunificazione tra Taiwan e Cina popolare, non fosse una strada accettabile – posizione, va sottolineato, condivisa anche da Soong e, chiaramente, da Tsai.
Ciò nonostante, quanto queste vicende abbiano influenzato le scelte di voto dei taiwanesi rimane una questione aperta che senza dati più raffinati rimane piuttosto difficile da analizzare. Facendo affidamento solo ai dati di sondaggio, l’ipotesi che le vicende di Hong Kong abbiano influenzato le preferenze di voto degli intervistati appare plausibile, ma come effetto di rinforzo di dinamiche pre-esistenti. L’andamento delle stime è rimasto piuttosto costante lungo tutto il periodo considerato; se nel grafico si tirasse una linea per ogni candidato, di modo da sintetizzare al meglio i risultati dei sondaggi disponibili, queste linee sarebbero in grado di sintetizzare in maniera efficace i punti sul grafico. Tuttavia, nel grafico interattivo sono state inserite delle rette verticali tratteggiate, che corrispondono ad alcuni degli eventi più importanti delle vicende hongkongesi e, come si può vedere, le curve si trovano ad una altezza decisamente maggiore rispetto ai dati antecedenti.
In sintesi: è possibile ipotizzare che se queste elezioni hanno subito l’effetto delle vicende di Hong Kong, questo sia stato più un elemento di rinforzo di dinamiche già visibili (ossia la crescita di Tsai e la decrescita di Han) che non un elemento in grado di capovolgere i fronti. Per avere stime piu’ precise del possibile effetto delle vicende hongkongesi, a parte altre variabili, ci sarebbe stato bisogno di piu’ dati durante gli eventi di Hong Kong, non solo prima e dopo, ma purtroppo i dati a disposizione sono quel che sono.

L’incognita delle elezioni legislative
In conclusione, la partita per la presidenza di Taiwan appare segnata. È molto verosimile che il presidente uscente venga riconfermato ed appare altrettanto verosimile che questo avvenga con un margine piuttosto importante sugli altri candidati.
Ciò detto, sabato prossimo i taiwanesi saranno chiamati a votare non solo per la presidenza della repubblica, ma anche per i propri rappresentanti parlamentari. Qui la partita potrebbe essere più aperta. I sondaggi pre-elettorali dedicati al voto legislativo verranno affrontati in un secondo articolo, ma in estrema sintesi, il rischio maggiore per Tsai ing-wen potrebbe essere quello di ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare a proprio sostegno. Il distacco tra DPP e KMT a livello nazionale appare meno incolmabile di quello per il voto presidenziale e questo potrebbe avere già di per sé delle conseguenze sui risultati del voto legislativo. Inoltre, il sistema elettorale taiwanese è un sistema misto, la cui componente più importante (in altre parole, il meccanismo che assegna più seggi) consiste in un sistema maggioritario “secco” (plurality) basato su collegi uninominali, ossia un sistema nel quale ogni seggio viene attribuito al candidato che ha ottenuto più voti nel proprio collegio elettorale. Un fattore che aggiunge ulteriore incertezza alle già difficili previsioni per il voto parlamentare di sabato prossimo.

 

Approfondimento: La frattura politica che divide Taiwan

Questo articolo consiste in una breve appendice all’articolo dedicato alle elezioni presidenziali di Taiwan del 2020.
Per tornare all’articolo principale clicca qui.

L’identità nazionale taiwanese rappresenta la più importante questione politica dell’isola e può essere considerata sia causa che conseguenza degli orientamenti dei taiwanesi sul rapporto tra il proprio Paese e la Cina Popolare. Definirsi “cinesi” o “taiwanesi”, con tutte le sfumature possibili in mezzo (ad esempio il definirsi sia “cinese” che “taiwanese”), oggi determina in larga parte l’orientamento politico e le scelte di voto degli elettori di Taiwan. A questo fattore si aggiungono poi le divisioni legate alle etnie di Taiwan che, per decenni, hanno rappresentato delle linee di demarcazione politica piuttosto importanti. Va detto che oggi, dopo decenni di sviluppo economico, convivenza, condivisione culturale e linguistica, e dopo il processo di democratizzazione dell’isola, la questione etnica ha progressivamente perso la sua centralità nel definire le preferenze politiche e/o partitiche dei taiwanesi. Tuttavia, essa oggi ancora esercita una qualche influenza sulle scelte di voto dei taiwanesi, sebbene considerazioni di carattere politico (a partire, appunto, da identita’ nazionale e rapporto con la Cina popolare) abbiano assunto un ruolo più decisivo (Achen e Wang 2017, Hsieh 2004).

Gli orientamenti identitari, quindi, si trovano alla base di quella che è la principale contrapposizione (o “frattura”, per usare un termine politologico) politica del Paese, ossia l’asse indipendenzaunificazione. Come in Occidente la contrapposizione destra-sinistra ha definito e continua a definire in larga parte i sistemi politici occidentali, a Taiwan le posizioni politiche dei partiti e degli elettori si definiscono su un asse che vede ad un estremo la prospettiva di una vera e propria unificazione politica tra Taiwan e la Cina popolare, e all’altro estremo la rinuncia di Taiwan al suo nome ufficiale (Repubblica di Cina) accompagnata dalla richiesta di essere riconosciuti formalmente dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente.
Differentemente dai sistemi di partito occidentali, in particolare quelli europei, il sistema taiwanese si fonda su quest’unica frattura. Altre contrapposizioni – come quelle tra centro e periferia, tra centri urbani e aree rurali, tra capitale e lavoro, tra Stato e organizzazioni religiose, ossia quelle che hanno fondato i sistemi politici europei – non sembrano aver alcun tipo di influenza sul sistema politico taiwanese (McAllister 2007). 

Passando al sistema dei partiti, storicamente il Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek, ha rappresentato la posizione “unionista”, mentre il Minjintang (meglio conosciuto come Democratic Progressive Party , DPP) ha rappresentato quella indipendentista. Tuttavia, già durante le prime libere elezioni presidenziali di Taiwan, quelle del 1996, entrambi i partiti avevano assunto profili meno radicali, lasciando ad altre formazioni minori il ruolo di araldi dell’unificazione con o dell’indipendenza da Pechino.
Questo veloce allineamento dei partiti su posizioni meno estreme fa il paio con gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese, caratterizzata da una polarizzazione piuttosto limitata (McAllister 2016). La maggioranza dei taiwanesi vede, per pragmatismo o convinzione, il mantenimento dello status quo tra Cina e Taiwan come la miglior opzione politica (Rigger 2006), e buona parte di questa maggioranza difficilmente andrebbe verso posizioni che implichino scelte radicali. In poche parole, oggi i taiwanesi si dividono sul grado di cooperazione tra le due sponde dello stretto, ma condividono l’idea di mantenere cooperazione e collaborazione, quantomeno a livello economico e culturale, tra il proprio Paese e la Cina popolare.

Il fatto che il sistema politico taiwanese sia incentrato su questa frattura, e il fatto che (a livello individuale) variabili come l’etnia e soprattutto l’identità nazionale abbiano un peso decisivo nell’orientare i taiwanesi su questa contrapposizione, chiaramente, non implica che altri fattori non siano in gioco, o che di volta in volta non possano esserci temi e questioni in grado di determinare gli equilibri tra i partiti o gli orientamenti politici dei taiwanesi.

In altre parole, come in tutte le democrazie, i fattori che determinano le scelte di voto dei taiwanesi posso essere molteplici. Tuttavia, il fatto che la politica taiwanese sia così intimamente e palesemente legata a fattori etnici, identitari e politici legati ad una singola grande questione, rappresenta un aspetto estremamente interessante per chiunque sia interessato non solo a Taiwan ma allo studio del comportamento politico nelle democrazie contemporanee, asiatiche e non.

 

Riferimenti bibliografici

Achen, C., & Wang, T. (Eds.). (2017). The Taiwan Voter. Ann Arbor: University of Michigan Press. 

Hsieh, J. (2004). National identity and Taiwan’s Mainland China policy. Journal of Contemporary China, 13. 479-490. 

McAllister, I. (2007). Social Structure and Party Support in the East Asian Democracies. Journal of East Asian Studies, 7(2), 225-249. 

McAllister, I. (2016). Democratic consolidation in Taiwan in comparative perspective. Asian Journal of Comparative Politics, 1(1), 44–61. 

Rigger, S. (2006). Taiwan’s Rising Rationalism: Generations, Politics and “Taiwanese Nationalism”, Washington: East West Center.

Dalla guerra commerciale Cina-Usa emerge la forza di Taiwan

Il primo “fronte” su cui gli effetti della guerra commerciale tra Cina e Usa – ancora in corso al netto delle recenti e comunque significative aperture tra i due giganti della scena mondiale – sono di grande incidenza è quello del sud-est asiatico e dell’estremo oriente.Un punto di osservazione emblematico è costituito da Taiwan, una delle economie più avanzate del mondo e protagonista fondamentale anche a livello politico del confronto ormai globale tra Cina e Usa.

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Nel primo semestre dell’anno che sta per concludersi, per gli effetti di breve periodo della guerra commerciale, l’isola ha visto crescere le esportazioni verso gli Usa del 17,4 per cento su base annua. I settori più interessati sono quelli di punta per Taiwan: elettronica, componentistica e assemblaggio di apparecchiature, macchinari industriali. Buona la performance dei prodotti agricoli e della pesca. In vista di dati più strutturati sulla seconda parte dell’anno, questo trend viene confermato da un recente rapporto della Conferenza Onu sul commercio e sullo sviluppo.

In questo contesto Taiwan cerca, con il supporto di un piano di incentivi in corso, di far rientrare linee di produzione in precedenza trasferitesi in Cina. Dall’inizio dell’anno – riportano fonti diverse – circa 150 imprese sono state incluse nel programma gestito dal Ministero degli affari economici in cambio dell’impegno a investire a Taiwan l’equivalente di 16 miliardi di dollari creando nuovi posti di lavoro. Taiwan è anche tra i possibili destinatari di investimenti dall’estero, incentivati dai pericoli esistenti per i prodotti fatti in Cina da esportare negli Usa. I Paesi dell’area a basso costo del lavoro (Vietnam, Indonesia, Filippine su tutti) sono favoriti per essere scelti come nuove sedi produttive. Vi è però la reale possibilità che alcune produzioni di maggiore qualità vengano spostate a Taiwan, che è forte di know-how, personale ad alta specializzazione e strutture all’avanguardia a livello mondiale soprattutto nel settore ITC.

È interessante notare che Taiwan, troppe volte vista come “in balia” delle scelte fatte a Pechino e Washington, ha dalla sua un punto di forza di massima rilevanza. Come recentemente commentato da autorevoli osservatori su Forbes, circa il 60% delle 10 milioni di persone che le aziende di Taiwan impiegano in Cina lavorano nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Non dovrebbe quindi sorprendere che un’altra interessante fonte – un rapporto di Citybank dello scorso luglio – evidenzi il fatto che il governo cinese, a fronte dei pericoli derivanti dalla fuoriuscita di aziende taiwanesi dal proprio territorio, ha offerto loro una serie di incentivi con lo scopo di che aiutare le esportazioni, l’occupazione e l’economia.

Una dimostrazione ulteriore, questa che emerge dalle autorevoli fonti richiamate, della forza dell’economia Taiwanese e quindi anche della capacità di Taiwan di essere in grado di giocare un ruolo significativo, non solo economico ma anche politico, nelle attuali e complesse vicende internazionali.