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Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative

Oggi i taiwanesi saranno chiamati a eleggere il loro nuovo presidente della repubblica e i loro nuovi rappresentanti parlamentari. Come visto in un articolo precedente, la partita per le presidenziali sembra segnata in favore del presidente uscente, Tsai Ing-wen. Le elezioni per lo Yuan legislativo (il parlamento di Taiwan), invece, sembrano molto più incerte, sia per questioni istituzionali sia per le dinamiche di questa tornata. Ammesso che vinca, riuscirà Tsai a ripetere la “doppietta” del 2016, in cui il suo partito, il DPP, vinse la presidenza e la maggioranza parlamentare? Oppure dovrà affrontare i prossimi quattro anni con una maggioranza parlamentare avversa? Le regole, le istituzioni e gli scenari di queste elezioni, decisive per le sorti dell’isola Taiwan e per l’Asia Nord-Orientale.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative - Geopolitica.info

La partita per la presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) appare decisa. Come visto nel precedente articolo dedicato ai candidati in corsa, ai temi della campagna elettorale e ai sondaggi pre-elettorali, l’attuale presidente, Tsai Ing-wen, del partito democratico-progressista (DPP) sembra lanciata verso una vittoria schiacciante sul suo principale avversario, il candidato del Kuomintang (KMT), Han Kuo-yu.
Tuttavia, oggi i taiwanesi dovranno eleggere anche i loro rappresentati nello Yuan legislativo, il parlamento dell’isola, e qui la partita appare più aperta di quella per la più alta carica politica della repubblica.

Il sistema politico e la legge elettorale
Taiwan è una repubblica semi-presidenziale. Il potere esecutivo è suddiviso tra il presidente della repubblica e il premier, mentre il potere legislativo è in mano a un’unica assemblea, ossia lo Yuan legislativo. L’architettura costituzionale poi si articola in altri rami e organi, in parte differenti rispetto ai sistemi costituzionali occidentali. Concentrandoci su potere esecutivo e legislativo, il primo è fortemente sbilanciato sulla figura del presidente. Infatti tra i suoi poteri figurano quello di nomina del premier, che viene esercitato senza bisogno di un voto di fiducia del parlamento e quello di scioglimento dello Yuan legislativo, accompagnato dalla possibilità di indire nuove elezioni. Il presidente della repubblica poi, definisce la politica estera del paese ed è il comandante in capo delle forze armate. Il premier, in questa architettura, svolge per lo più una attività di raccordo tra l’indirizzo politico dato dal presidente della repubblica e l’attività amministrativa del governo. Il parlamento, dall’altra parte, ha, tra i vari suoi poteri, oltre a quello di promulgare le leggi, quello di sfiduciare il premier in carica e il potere di porre sotto processo di impeachment il presidente. È chiaro, quindi, come il presidente della repubblica rappresenti la figura centrale del sistema taiwanese, ma come l’attività dello stesso possa essere pesantemente influenzata dalle decisioni dell’assemblea legislativa.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, a partire dal 2004 l’elezione dei membri dello Yuan legislativo avviene tramite un sistema misto, maggioritario-proporzionale. Dei 113 seggi che compongono il parlamento taiwanese, 73 vengono definiti in base ad un sistema maggioritario plurality in collegi uninominali. Si tratta, quindi, di un sistema in cui gli elettori di ogni collegio eleggono un singolo rappresentante e ad essere eletto è il candidato che ha, molto semplicemente, più voti degli altri. A questi 73 vanno poi aggiunti 6 seggi, basati su due collegi plurinominali, riservati alle minoranze aborigine dell’isola. In questo caso, a essere eletti sono i primi tre arrivati in ciascuno dei due collegi. I rimanenti 34 seggi sono infine eletti sulla base di un sistema proporzionale a liste bloccate, basato su un unico collegio nazionale. In altre parole, i seggi vengono assegnati sulla base delle percentuali di voto ottenute dai partiti a livello nazionale, ma solo considerando i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%.

Gli elettori taiwanesi, quindi, dovranno votare con tre schede elettorali: una per il voto presidenziale; un’altra per il voto nei collegi maggioritari uninominali (o plurinominali, nel caso delle minoranze aborigene); una terza per il voto nel sistema proporzionale.

Incentivi e scenari
Un sistema elettorale così congegnato, in linea teorica, nella sua componente maggioritaria dovrebbe portare gli elettori a concentrare i propri voti sui candidati/partiti considerati in grado di vincere il seggio in palio, mentre in quella proporzionale proporzionale dovrebbe non penalizzare le forze minoritarie, garantendo maggiore rappresentanza. Tuttavia, l’effetto di bilanciamento di questa componente è fortemente limitato. A parte la questione della soglia di sbarramento, i seggi in palio nella componente proporzionale sono solo 34 e questo rende il sistema di per sé poco proporzionale (questo perché al diminuire dei seggi in palio aumenta la percentuale di voti minima necessaria per ottenere almeno un seggio). A questi fattori vanno aggiunti poi gli incentivi dati dal sistema maggioritario e dal voto presidenziale. Entrambi i voti, infatti, spingono l’elettore a concentrarsi su due campi, ossia quello “pan-verde” e quello “pan-blu”, corrispondenti a quelle dominate rispettivamente dal DPP e dal KMT.
Per cui, sarà difficile aspettarsi qualcosa di diverso da uno Yuan legislativo dominato, ancora una volta, da DPP, KMT, con pochi seggi sparsi su altri partiti minoritari.

Cosa aspettarsi dal voto legislativo
I sondaggi usciti fino ad oggi non offrono un quadro molto diverso da quello già visto per le elezioni presidenziali, anche se il margine di vantaggio della “coalizione” pan-verde, guidata dal DPP, appare in questo caso molto più contenuto rispetto a quanto visto per le elezioni presidenziali. Il primo grafico interattivo in alto mostra l’andamento dei sondaggi pre-elettorali riguardanti il voto delle elezioni legislative, considerando le “coalizioni”.
Tuttavia, dato che il 65% dei seggi si fonda su un voto collegio per collegio, la percentuale nazionale dei voti (cioè quella rilevata dai sondaggi) potrebbe rilevarsi altamente fuorviante. Specialmente in un paese in cui l’elettorato è sempre stato – per motivi storici legati all’evoluzione sociale, economica e politica del paese a partire dal 1949 – suddiviso geograficamente, con il KMT e partiti collegati più forti nelle contee settentrionali dell’isola, il DPP e partiti alleati dominanti nelle contee meridionali.

Oltretutto, in questo quadro potrebbe entrare in gioco il partito dell’attuale sindaco di Taipei, Ko Wen-Je, che con il suo Taiwan People’s Party (TPP), potrebbe fare affidamento su un voto concentrato in alcuni distretti elettorali, o puntare ad un exploit nella quota proporzionale. Questo potrebbe portare il partito di Ko a giocare un ruolo centrale, ma solo a condizione che Tsai si ritrovi con un parlamento ostile o una maggioranza di pochi voti.

Tensioni nello stretto di Taiwan

Lo stretto di Taiwan si sta confermando uno dei chokepoints più “caldi” del mondo a causa degli interessi contrapposti dei principali attori del Pacifico occidentale: la Repubblica Popolare Cinese, da una parte, e Taiwan, Stati Uniti e Giappone, dall’altra.

Tensioni nello stretto di Taiwan - Geopolitica.info

La storia del Novecento ci ha abituato ad aumenti della tensione in questo spazio di mare, conteso dalla fuga del governo nazionalista di Chiang-Kai-Shek in poi. L’obiettivo che “L’impero del Centro” cerca di conseguire dal 1949 è riportare l’isola di Formosa sotto la sovranità politica cinese. Per tre volte, Pechino ha effettuato esercitazioni e dispiegato azioni militari volte a indirizzare il consenso politico dell’isola, cercando di scoraggiare l’ascesa di partiti indipendentisti: due volte negli anni ’50 e l’ultima volta nel 1996, quando l’arrivo delle portaerei USS Nimitz e USS Independence e dei relativi gruppi da battaglia costrinse le meno temibili forze cinesi a un obbligatorio dietrofront.

La Repubblica Popolare Cinese, in seguito a tale debacle, comprese l’improcrastinabile necessità di sviluppare una forza aereo-navale-missilistica, capace di esercitare deterrenza e colmare parte del gap con la US Navy, al fine di dare consistenza alle pluridecennali rivendicazioni siniche. Pechino negli ultimi anni, grazie a colossali investimenti profusi nella riforma delle forze armate, è riuscita a conseguire un livello di forza militare invidiabile e un inedito know-how tecnologico in materia di costruzione cantieristica navale, che le ha consentito di varare la prima portaerei di fabbricazione nazionale: la Shandong (Type 001A).

L’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, avendo nominato lo scorso 17 novembre l’ex primo ministro William Lai come suo vice, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo gennaio, ha confermato la propria vocazione indipendentista. Tale azione è ritenuta inaccettabile da Pechino, che, infatti, ha fatto transitare il gruppo da battaglia della portaerei Type 001A STOBAR, nello stretto di Formosa per intimidire e pressare Taipei.

La Repubblica Popolare Cinese si sta mostrando determinatamente irremovibile nella propria volontà di rimettere le mani sull’”isola ribelle”, percepita come parte della grande cultura cinese, ossia della Tianxia (“il tutto sotto il cielo”, definizione che delimitava i territori abitati dai discendenti dell’Imperatore Giallo da quelli abitati dai barbari). Le motivazioni di questa fermezza sono, inoltre, tattiche e geopolitiche.

Dal punto di vista tattico, riconquistando l’isola, Pechino sposterebbe il proprio dispositivo di difesa quattrocento chilometri ad est, sottraendo una delle pedine principali su cui Giappone e Stati Uniti fanno affidamento per contenerla. Guadagnerebbe “una portaerei inaffondabile” nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico Occidentale/Mar Cinese Orientale, da cui potrebbe proiettare la propria potenza nei mari attigui.

Dal punto di vista geopolitico, invece, il presidente Xi Jinping sta cercando di rendere il proprio paese una Superpotenza ed ha, perciò, espresso ufficialmente la propria volontà di riportare pacificamente Taiwan sotto il dominio di Pechino entro il 2049. La Cina, infatti, non potrà essere considerata una Superpotenza militare leader del Pacifico Occidentale fino a quando non riuscirà a riportare Taipei, isola lontana 180km dalle sue coste, sotto il proprio controllo.

Il passaggio delle imbarcazioni militari cinesi nello stretto è stato monitorato dalle navi Taiwanesi e seguito da quelle Giapponesi. Tokyo è schierata al fianco di Washington, quest’ultima ha inviato, il 19 novembre, la nave da combattimento Gabrielle Giffords e, il giorno successivo, il cacciatorpediniere Wayne E. Meyer, sfidando le restrizioni imposte dai cinesi nel passaggio per le Isole Paracelso. Washington, così facendo, intende manifestare con forza la volontà di garantire la libertà di transito nelle aree contese, dimostrando capacità di proiezione e volontà di sostenere gli alleati, come ha riferito la portavoce della Settima Flotta della Marina Statunitense, la Comandante Reann Mommsen.

La strategia geopolitica di Washington si è storicamente fondata su una schiacciante superiorità militare e diplomatica nel Pacifico. Il comando americano per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) può contare su oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori e personale civile del Dipartimento della Difesa, distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone, Corea del Sud e nell’isola di Guam. La rete di alleanze diplomatico-strategiche si basa su una serie di trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Taiwan, Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Questi rapporti, storicamente solidi dalla fine della guerra di Corea in avanti, si stanno consolidando ulteriormente, corroborati dalla comune avversione nei confronti della nuova assertività cinese.

Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang ha espresso, in una conferenza stampa, la volontà cinese di pattugliare e seguire il passaggio di navi da guerra americane attraverso lo stretto di Taiwan e ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare il principio dell’unica Cina, promuovendo, in questo modo, la stabilità dei rapporti sino-taiwanesi. Secondo il Partito Comunista Cinese, Pechino detiene una sovranità indiscutibile sulle isole del Mar Cinese Meridionale (zona contesa dalle rivendicazioni contrapposte delle Filippine, della Malesia, del Vietnam, di Taiwan e della Cina), sull’isola di Taiwan e sullo Stretto omologo.

Già nei giorni precedenti alle azioni navali, il ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, e il segretario della difesa americano, Mark Esper, si sono accusati a vicenda, in seno all’incontro dei ministri della difesa asiatici di Bangkok del 18 novembre scorso, di ricorrere alle intimidazioni e alla coercizione per perseguire i propri obiettivi strategici.

L’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese è costringere Taiwan a tornare pacificamente sotto il controllo di Pechino. Per conseguirlo sta attuando una ventennale politica di “aggressione diplomatica”, tentando, così, di isolarla diplomaticamente per farla “cadere fra le proprie braccia”. Taiwan intratteneva, a settembre del 2019, relazioni formali con solo 17 Stati; negli ultimi tre mesi la Cina ha offerto l’accesso a fondi per lo sviluppo al Kiribati e alle Isole Salomone “scambiandoli” con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra loro e Taipei. Questi stati insulari hanno accettato, perciò gli Stati con cui Taiwan continua a tessere rapporti diplomatici sono attualmente 15.

L’inconciliabilità e l’irrinunciabilità degli interessi contrapposti di Pechino da un lato, e di Taipei, Washington e Tokyo dall’altro, esacerba la tensione tra le due parti e tra le due maggiori economie del mondo. Tale circostanza rende lo stretto di Taiwan un dossier “spinoso” che nei prossimi anni dovrà essere gestito con cautela da tutte le parti in causa.

Taiwan 2020: the Presidential Race

Saturday January 11th will take place the presidential and legislative elections of Taiwan. The reelection of the current president, Tsai Ing-wen, seems to be the most probable scenario, according to the pre-electoral polls. Han Kuo-yu, KMT candidate and main Tsai’s competitor, could not only be defeated, but also suffer the worst defeat ever obtained by a KMT candidate. Which could be the aftermath of such heavy defeat for the party once led by Chiang Kai-shek? Which could be the consequences for the current president, considered as loser one year ago and today ready to obtain another 4-years term? This first article is dedicated to the analysis of the presidential pre-electoral polls and the perspectives that could open if the forecast will be confirmed. The following article will be dedicated to the scenarios for the legislative elections. Because although the race for the presidency appears already decided, the elections for the Legislative Yuan could lead to some surprises.

Taiwan 2020: the Presidential Race - Geopolitica.info

In less than a week the Taiwanese voters will vote for their new President and their new parliamentary representatives. These elections may mark in a decisive way not only the domestic politics of the island, but also the geopolitical balance of the East-Asia region. Understanding Taiwan electoral scenarios and their dynamics it will be possible to better understand the possible actions of other actors of the region, starting from the main neighbor of the island, the People’s Republic of China.

Three candidates and one seat
As it is known for those that are sufficiently familiar with Taiwanese politics, the main political cleavage of the Country, looking both at the voters and at the party system, is the one between the supporters of an enhanced cooperation (if not a formal unification) between Taiwan and China, and the supporters of a strategy that would weaken the relationship between the two countries (or lead to a formal declaration of independence of the island from China). Nevertheless, as for all the voters of plural and complex democratic polities, various factors shape the political orientation of Taiwanese people, thus the choice for a specific candidate or a specific party/coalition can change according to the context for specific elections or other issues. The evaluation of candidates’ profiles, especially for a presidential race, represents one of the variables.

The race for Taiwan presidency is run by three candidates: Tsai Ing-wen, of the Democratic Progressive Party (DPP), Han Kuo-yu of the Chinese nationalist party Kuomintang (KMT), and Soong Chu-yu of People’s First Party (PFP). First woman elected president of the island, first DPP president supported by a parliamentary majority, Tsai governed the island during the last four years with very low approval ratings – in fact, a characteristic of almost all the former Taiwanese democratic administrations. After the DPP defeat at 2018 local elections and after stepping down as chairman of her party, the political career of Tsai seemed doomed. However, as it is possible to see on the interactive graph below, the current president has been protagonist of a comeback that is projecting her toward a second term. The main competitor of the incumbent is the Kaohsiung mayor Han Kuo-yu.
Former KMT representative between 1993 and 2002, stepped into the spotlight taking over the second city of the island governed for 20 years by the DPP, Han has been considered one of the main factors that led the KMT to win the local elections of 2018 fall. In July 2019 he won with a wide margin the KMT primary elections, however since the beginning of the same year taiwanese pollsters recorded a constant decrease of Han’s popularity that suggest a disastrous defeat for him in the upcoming elections.
(James) Soong Chu-yu, the third candidate, is a renowned politician of the island. Former Secretary of Chiang Ching-kuo during his premiership, at his fourth presidential race, Soong represents the most pro-chinese and anti-independence candidate among the three. Polls agree in considering Soong out of the presidential race, thus his bid may be considered as both a strategy to support his party candidates in the legislative elections and an attempt to obtain the vote of those voters possibly lost by the KMT, influencing Han’s results.

The data
Looking at the polls data and trying to predict the elections results, Tsai should obtain 50% of the votes (in an interval between 55.7% and 45%), Han 18.6% (with a maximum of 23.4% and 14%), and Soong should obtain a percentage of votes around 7.6%. Although considering the possibility of last minute sudden changes, what seems impressive looking at the data are, first, the margin between Tsai and Han and, secondly, the trend and the precision of the estimates. 
About the first point, in the most competitive scenario, the KMT candidate would be at more than 20 percent points from the DPP candidate, while in the worst competitive scenario, the distance would be of 40%. A distance between the two candidates comparable only with the 1996 presidential elections results, when the KMT candidate, Lee Teng-hui, obtained 54% of the votes and the DPP candidate obtained 21.1% of the votes. However, this time the situation would be reversed. About the second point, that is the polls trend and the precision of the estimates, without dwelling into the details of the statistical analysis, the curves synthesise in an efficient way the data points (the polls results). However, isolating each graph on the interactive chart, it is possible to notice how Han’s regression curve follows an almost linear trend starting from March 2018 and how the areas around it (the margin of error) are less wide than those of Tsai.  The polls data available do not offer other variables to obtain better estimates and test other hypotheses, nevertheless it is possible to interpret these trends.

Tsai’s comeback
Starting from the current president, we must consider that Tsai during the last four years governed a country increasingly squeezed on the international stage by the RPC. In September the number of states that formally recognize Taiwan felt to 15, and during the last four years the Country has been kicked out from some international organizations (for instance, the UN World Health Assembly) in which Taiwan participated thanks to an agreement between the former Taiwanese administration and Beijing. Moreover, Tsai’s administration went through difficult periods also for some reforms, such as the pension system one, that as in many other countries, especially those with low fertility rates and an aged population like Taiwan, equals to play with fire. Moreover, the legalization of gay marriage, that represents a unique case in the East Asia region, brought to an unusual level of polarization of the public opinion, especially because this reform has been enacted by the DPP parliamentary majority after a referendum defeat. Thus, how it has been possible for Tsai to gain such consensus during the last year?
Starting from the latter point, we can imagine that the legalization of gay marriage that has led to a wide support by the international community and media, although not widely supported in the Taiwanese society, has re-mobilized part of the younger voters and, of course, the LGBT minority. However, given that we are talking about minoritarian groups, it is difficult to claim that this has been the driving force of her comeback. Therefore, the answer may lie in other concomitant factors, that gave Tsai a less stodgy profile, at least considering DPP voters.
First, despite the Chinese efforts to isolate the island, the international projection of the island remained almost untouched and Tsai has been able to maintain a constant support, although informal, by the US current administration. Moreover, during the previous four years, Taiwanese economy continued to grow, and foreign investments steadily increased during the last year. Factors among others that allowed Tsai to foster various economic reforms, such as the tax cut for lower incomes – on average, a bit more supportive of the DPP, according to some empirical analyses. However, although these factors may have played some role, many DPP voters may have decided to support back Tsai especially considering her main competitor. Especially if we consider the possibility that he may have confused KMT voters as well. 

The “Han factor”
Han Kuo-yu upset the classical rhetoric of the Kuomintang, as well as the classical profil of KMT presidential candidates – most of the time, members of Taiwanese high-society and highly educated folks. Presenting himself as the common people’s candidate and focusing on a populist propaganda, Han centered his political campaign on attacks against the former or current Taiwanese political elite – considered as not able to understand people’s needs – and promising more security and wealth to Taiwanese voters. This strategy seemed to be winning during the 2018. However, the fact that Han has constantly lost voters support as soon as his presidential bid has become more probable is a sign that maybe many commentators and political pundits have been too confident in consider Han a winning candidate and a threat for the current president. Some experts, for instance, claimed a central role of Han in determining the KMT victory in 2018 local elections. However, it is more reasonable to say that, probably, if any national logic influenced 2018 local ballots, that result may be considered more as a vote against Tsai rather than a vote in favor of a specific KMT candidate (especially if we consider that Han’s nomination was probable, but still a hypothesis at that time). In addition, we have to consider that making inferences about national political dynamics based on local election results are almost always doomed to failure, in Taiwan as elsewhere. Furthermore, we may also consider that the rhetoric of the common man against the political elites probably lost its potential when Han has been forced to propose some sort of concrete policy rather than banal metaphors. In sum, it is possible that these elections have been heavily influenced by the “Han factor”. A factor able to, on the one hand, re-mobilize DPP voters and, on the other hand, demobilize an important share of KMT supporters. 

The impact of Hong Kong
Last variable that may have played a major role in determining polls results, are the Hong Kong protests. The link between these events and the main political divide of the island is, at least conceptually, self-explanatory. And it is also considering, for instance, the fact that Han has been forced to publicly refuse the Chinese communist leaders proposal to foster the unification between Taiwan and RPC applying the “one country, two systems” framework that regulates, at least formally, the relationship between China and Hong Kong, as well as the one between China and Macau.

However, how the Kong Kong protests actually influenced Taiwan presidential race is open to debate and it remains quite difficult to analyze with the current data. According to the polls, the hypothesis of a direct and game changing effect of Hong Kong on the Taiwanese voters vote preferences appears plausible. The trend of the estimates, based on poll data, are quite stable across the entire period considered, and start months before the major events of Hong Kong. However, if we look at the vertical lines in the interactive graph, lines that have been graphed considering some of the major events of the Hongkongers protests, the data-points after the last vertical line on the right part of the chart (the extradiction-law date) are clearly more spread, “pulling” the regression lines toward the top or the bottom of the graph. In other terms: the growth of Tsai and the fall of Han are trends that start before the major events in Hong Kong, however it is plausible to consider that these trends have been reinforced by the “Hong Kong factor”.


The battle for the legislative majority

In conclusion, the race for Taiwan presidency seems to be already decided. Very likely, Tsai will be re-elected and very likely this will happen with a wide margin between her and her opponents, Han included. However, caution has to be always considered since we are dealing with just raw percentage of respondents over time, without other variables to refine the estimates presented.
Moreover, next Saturday, Taiwanese people will also elect their parliamentary representatives. In this case the race among the main parties (DPP and KMT) or, if you prefer, between the main coalitions (Pan-Green and Pan-Blue) seems less straightforward than the presidential one. The elections for the Legislative Yuan will be discussed in the next article dedicated to the polls about the upcoming elections, but in short, we may say that the biggest threat for a winning Tsai could be to find herself in the condition to govern with a Pan-Blue parliamentary majority for the next four years. According to the polls, the margin between DPP and KMT seems to be less sharp than the one seen for the presidential candidates. Moreover, the Taiwanese electoral system is a mixed one, whose most important mechanism (that is, the one that defines the major number of seats) is a plurality, based on single-winner constituencies, that is a system in which each seat is attributed according to the votes in each electoral district. An aspect that adds even more uncertainty about next Saturday’s results. 

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola

Sabato 11 gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative di Taiwan. Sondaggi alla mano, la riconferma dell’attuale Presidente Tsai Ing-wen del DPP appare lo scenario più probabile. Inoltre, il KMT potrebbe non solo essere sconfitto, ma ottenere il peggior risultato della sua storia elettorale. Quali potrebbero essere le conseguenze di una sconfitta di tale portata  per il partito che fu di Chiang Kai-shek? Quali le conseguenze per la Presidente, data per perdente un anno fa e oggi pronta ad un altro mandato di quattro anni? Questo primo articolo verrà dedicato all’analisi dei sondaggi presidenziali e le prospettive che si potrebbero aprire con la vittoria o la sconfitta dei principali competitor, Tsai Ing-wen e Han Kuo-yu. Il prossimo articolo, invece, si occuperà degli scenari che si potrebbero creare con i possibili risultati delle concomitanti elezioni parlamentari. Perché la partita per la Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) sembra segnata, ma le elezioni per lo Yuan Legislativo potrebbero riservare qualche sorpresa. Per una analisi dei sondaggi pre-elettorali per le elezioni legislative clicca qui.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola - Geopolitica.info

Le elezioni: tre candidati e una poltrona
Fra poco meno di una settimana i cittadini taiwanesi saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente e i loro prossimi rappresentanti parlamentari. In Italia si è parlato poco e male delle prossime elezioni taiwanesi (da non perdere sull’argomento l’articolo di Stefano Pelaggi). Tuttavia, queste consultazioni potrebbero segnare in maniera decisiva non solo le dinamiche politiche dell’isola, ma anche gli equilibri geopolitici della regione estremo-orientale. Capendo gli scenari elettorali di Taiwan e le sue dinamiche politiche si potranno quindi capire meglio anche le mosse degli altri attori sullo scacchiere asiatico, a partire dai “vicini di casa” dell’isola, ossia la Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Com’è noto a chi ha un minimo di dimestichezza con la storia politica taiwanese,  la principale contrapposizione politica del Paese, a livello di partiti ed elettori, è quella tra i fautori di una maggior cooperazione (se non una vera e propria unificazione politica) tra Taiwan e Cina popolare, e coloro che vorrebbero una maggiore distanza politica (se non una vera e propria indipendenza formale) tra il governo di Taipei e quello di Pechino, con tutte le possibili sfumature in mezzo – chiunque volesse approfondire velocemente può trovare un breve articolo cliccando su questo link. Ciò nonostante, come per qualsiasi elettore in un sistema democratico, svariati fattori contribuiscono a determinare gli orientamenti politici dei taiwanesi, e quindi la scelta per un candidato o una delle parti politiche in campo può variare a seconda del contesto o altre questioni. La valutazione dei candidati, specialmente per le elezioni presidenziali, rappresenta una di queste.

I tre candidati alla Presidenza di Taiwan sono stati presentati in vari articoli di questa rubrica, ma per chiarezza e comprendere meglio i dati di sondaggio presentati più in basso, possiamo dedicare alcune righe ai loro profili. Da una parte abbiamo il Presidente uscente, Tsai Ing-wen, del partito democratico progressista (DPP), mentre dall’altra abbiamo il sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, del partito nazionalista cinese (KMT), e infine James Soong, del People’s First Party (PFP).
Primo presidente donna e primo presidente del DPP con una maggioranza parlamentare a proprio sostegno, Tsai ha governato negli ultimi quattro anni con indici di gradimento piuttosto bassi – un andamento, va sottolineato, che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni taiwanesi. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del 2018 e le dimissioni da segretario del DPP, la carriera politica di Tsai sembrava segnata. Tuttavia, come è possibile vedere nel grafico interattivo qui in basso, l’attuale Presidente è stata protagonista nell’ultimo anno di una rimonta nei sondaggi tale da proiettarla con un certo margine di sicurezza verso un secondo mandato.
Il principale competitor del Presidente uscente, è invece un volto (relativamente) nuovo del KMT, ossia il sindaco di Kaohsiung, Han Kuo-yu. Ex parlamentare tra il 1993 e il 2002, Han è arrivato alle luci della ribalta strappando la seconda città più importante dell’isola al DPP,  ed è stato considerato uno dei leader che hanno consentito al KMT la vittoria elettorale alle amministrative del 2018. Nel luglio scorso, poi, ha sbaragliato gli altri potenziali candidati del Kuomintang nelle primarie per la corsa alle presidenziali, ma ciò nonostante i sondaggi sono piuttosto unanimi nel considerarlo destinato ad una rovinosa sconfitta alle prossime elezioni.
Soong Chu-yu, il terzo candidato, è invece un volto noto della politica taiwanese. Segretario del premier Chiang Ching-kuo (figlio di Chiang Kai-shek, divenuto poi presidente della repubblica), Soong è un ex leader del KMT, alla quarta candidatura alla presidenza – e una vittoria sfiorata nel 2000. Rappresenta la candidatura più esplicitamente pro-cinese e anti-indipendentista tra quelle in campo, ma rimane un politico relativamente moderato. Non avendo alcuna chance di vittoria, l’arrivo di Soong sulla scena a compagna elettorale già inoltrata potrebbe essere visto sia come una semplice corsa a sostegno dei candidati del suo partito alle concomitanti elezioni legislative, che come il tentativo di recuperare parte dei voti persi da Han e decretarne così la definitiva uscita di scena, aprendo nuovi scenari per le prossime elezioni presidenziali del 2024.

I dati
Passando ai dati, e stimando l’intervallo nel quale potrebbero cadere le percentuali dei tre candidati sulla base dei sondaggi a disposizione, i voti di Tsai dovrebbero attestarsi al 50% (oscillando tra il 55.7% e il 45%), mentre quelli di Han al 18.6% (oscillando tra il 23.2% e il 14%) e infine quelli di Soong intorno al 7.6% dei voti. Fatti salvi possibili stravolgimenti delle ultime ore, quello che impressiona guardando i dati è, primo, il distacco tra Tsai e Han e, secondo, l’andamento e la precisione delle stime di voto.
Per quanto riguarda il primo punto, nello scenario più competitivo il candidato del KMT si troverebbe a poco più di 20 punti percentuali dal candidato del DPP, mentre nello scenario meno competitivo la distanza sarebbe di 40 punti. Un distacco comparabile solo a quello dalle elezioni del 1996, quando il candidato del KMT, Lee Teng-hui, prese il 54% contro il 21.1% dello sfidante del DPP,  Peng ming-min. Ma a parti invertite.
Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’andamento dei sondaggi e la precisione delle stime, senza andare troppo nei dettagli dell’analisi statistica, le curve del grafico sintetizzano in maniera piuttosto efficace i punti legati ai primi due candidati (ossia, i risultati dei sondaggi). Tuttavia, isolando sul grafico interattivo i dati relativi ai singoli candidati, è possibile notare come la curva di regressione di Han segua un andamento pressoché lineare a partire da marzo 2019 e come le bande colorate intorno ad essa (ossia, il margine di errore della stima) siano meno spesse di quelle di Tsai o Soong.

La rimonta di Tsai
I sondaggi a disposizione non offrono altre variabili per tentare di spiegare questi risultati con ipotesi più precise, ma è comunque possibile abbozzare alcune interpretazioni. 
Tsai ha guidato negli ultimi quattro anni un paese sempre più boicottato dalla Cina comunista – come sottolineato in svariati articoli pubblicati su Taiwan Spotlight o in altre rubriche del nostro sito. Questo ha portato all’esclusione di Taiwan da vari consessi internazionali ai quali aveva partecipato durante la precedente amministrazione, e ha determinato la perdita di alcuni dei già esigui alleati diplomatici dell’isola. Inoltre, è probabile nel passato recente alcune riforme portate dall’amministrazione Tsai avessero alienato parte dei suoi elettori. Si pensi alla riforma delle pensioni, che solitamente equivale a toccare i cavi dell’alta tensione politicamente parlando (specialmente in paesi con un’età media piuttosto elevata come Taiwan), o alla legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali che ha portato a una forte polarizzazione dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo la sua approvazione nonostante una sconfitta referendaria. Come ha fatto, quindi, Tsai a ri-mobilitare il suo elettorato?
Per partire dall’ultimo punto, si può intanto immaginare che la legalizzazione dei matrimoni gay sia stata comunque una riforma dall’alto valore simbolico. Taiwan, grazie ad essa, è divenuto l’unico paese estremo-orientale a riconoscere ad oggi i diritti delle coppie LGBT, e questo ha portato un forte appoggio da parte dell’opinione pubblica internazionale, riverberatosi anche nel dibattito pubblico taiwanese. È probabile, poi, che questo abbia garantito e garantisca a Tsai l’appoggio di buona parte dell’elettorato più giovane del paese e della minoranza gay del paese, ma, visti i numeri della rimonta, è comunque difficile sostenere che questa riforma abbia mobilitato un numero così elevato di elettori del DPP. Forse la risposta, allora, va cercata in vari fattori concomitanti, che hanno reso la figura di Tsai progressivamente meno sgradita ai propri elettori. Intanto, nonostante l’ostracismo cinese, la proiezione internazionale de facto dell’isola è rimasta intatta e Tsai ha potuto godere di un continuo appoggio politico (implicito) e militare (molto più esplicito) da parte degli Stati Uniti di Trump. Inoltre, il candidato del DPP ha difeso l’economica del paese che, seppur con risultati relativamente tiepidi, ha comunque continuato a crescere, sia guardando a variabili come il PIL o ad altre come l’arrivo di investimenti economici dall’estero. Tutti fattori che hanno consentito a Tsai la possibilità di portare avanti svariate riforme economiche, come il  taglio delle tasse per i ceti meno abbienti. In altre parole, è possibile che alcuni elettori DPP abbiano semplicemente rivalutato l’operato di Tsai. Ma è ancora più probabile che il grosso dei voti sia ritornato da tutti quegli elettori che, confrontandosi con l’ipotesi di ritrovarsi come presidente il candidato del KMT, Han kuo-yu, hanno deciso di appoggiare nuovamente il presidente in carica. 

Il fattore Han
Han è un personaggio che plausibilmente è riuscito a lasciare interdetti anche gli stessi elettori del KMT. Han infatti ha stravolto la retorica politica del partito, ma anche il profilo tipico dei candidati del KMT – il più delle persone abbienti, dell’alta società taiwanese, altamente istruite. Presentandosi come il candidato del popolo e concentrandosi su una retorica che potremmo definire populista o qualunquista, Han ha impostato la sua campagna elettorale sull’attacco alle élite politiche del paese (comprese quelle del suo stesso partito), considerate non in grado di capire i bisogni delle persone comuni, e sulla promessa di una maggior ricchezza e sicurezza per i taiwanesi. Questa strategia è sembrata vincente per buona parte del 2018. Tuttavia, il fatto che Han abbia perso inesorabilmente terreno non appena la sua candidatura alla presidenza è diventata qualcosa di più di una semplice ipotesi, rende plausibile l’ipotesi che forse alcuni commentatori si erano sbilanciati troppo nel ritenere Han una minaccia per Tsai o comunque un leader in grado di trascinare tutto il KMT e il suo elettorato. Alcuni commentatori hanno, per esempio, sostenuto che la vittoria del KMT alle amministrative 2018 fosse stata in buona parte merito di Han. Tuttavia, si trattava probabilmente di una visione piuttosto parziale, poiché attribuire a delle dinamiche locali un valore nazionale è un salto logico che piace molto  a commentatori e opinionisti, ma che spesso si rivela erroneo o, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione eccessiva. È poi probabile che la retorica dell’uomo qualunque contro le élite abbia esaurito il suo potenziale quando Han è stato messo di fronte alla necessità di formulare delle proposte che andassero oltre a delle banali metafore.
In sintesi, è possibile che queste elezioni siano state segnate dal “fattore Han”. Un fattore in grado, da una parte, di ri-mobilitare gli elettori del DPP e, dall’altro, di smobilitare una parte consistente degli elettori del Kuomintang. 

L’impatto delle vicende di Hong Kong
Un’ultima variabile da considerare sono le vicende di Hong Kong degli ultimi mesi. Il collegamento tra queste e la principale contrapposizione politica del paese è, a livello concettuale, evidente. Tanto è evidente che, per esempio, sempre Han, durante la campagna elettorale, ha dovuto chiarire pubblicamente la sua posizione sulla questione, sottolineando come la formula “
one country, two systems”, che caratterizza ufficialmente il rapporto tra Hong Kong e Pechino e che Pechino ritiene possa essere applicata anche alla prospettiva di una riunificazione tra Taiwan e Cina popolare, non fosse una strada accettabile – posizione, va sottolineato, condivisa anche da Soong e, chiaramente, da Tsai.
Ciò nonostante, quanto queste vicende abbiano influenzato le scelte di voto dei taiwanesi rimane una questione aperta che senza dati più raffinati rimane piuttosto difficile da analizzare. Facendo affidamento solo ai dati di sondaggio, l’ipotesi che le vicende di Hong Kong abbiano influenzato le preferenze di voto degli intervistati appare plausibile, ma come effetto di rinforzo di dinamiche pre-esistenti. L’andamento delle stime è rimasto piuttosto costante lungo tutto il periodo considerato; se nel grafico si tirasse una linea per ogni candidato, di modo da sintetizzare al meglio i risultati dei sondaggi disponibili, queste linee sarebbero in grado di sintetizzare in maniera efficace i punti sul grafico. Tuttavia, nel grafico interattivo sono state inserite delle rette verticali tratteggiate, che corrispondono ad alcuni degli eventi più importanti delle vicende hongkongesi e, come si può vedere, le curve si trovano ad una altezza decisamente maggiore rispetto ai dati antecedenti.
In sintesi: è possibile ipotizzare che se queste elezioni hanno subito l’effetto delle vicende di Hong Kong, questo sia stato più un elemento di rinforzo di dinamiche già visibili (ossia la crescita di Tsai e la decrescita di Han) che non un elemento in grado di capovolgere i fronti. Per avere stime piu’ precise del possibile effetto delle vicende hongkongesi, a parte altre variabili, ci sarebbe stato bisogno di piu’ dati durante gli eventi di Hong Kong, non solo prima e dopo, ma purtroppo i dati a disposizione sono quel che sono.

L’incognita delle elezioni legislative
In conclusione, la partita per la presidenza di Taiwan appare segnata. È molto verosimile che il presidente uscente venga riconfermato ed appare altrettanto verosimile che questo avvenga con un margine piuttosto importante sugli altri candidati.
Ciò detto, sabato prossimo i taiwanesi saranno chiamati a votare non solo per la presidenza della repubblica, ma anche per i propri rappresentanti parlamentari. Qui la partita potrebbe essere più aperta. I sondaggi pre-elettorali dedicati al voto legislativo verranno affrontati in un secondo articolo, ma in estrema sintesi, il rischio maggiore per Tsai ing-wen potrebbe essere quello di ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare a proprio sostegno. Il distacco tra DPP e KMT a livello nazionale appare meno incolmabile di quello per il voto presidenziale e questo potrebbe avere già di per sé delle conseguenze sui risultati del voto legislativo. Inoltre, il sistema elettorale taiwanese è un sistema misto, la cui componente più importante (in altre parole, il meccanismo che assegna più seggi) consiste in un sistema maggioritario “secco” (plurality) basato su collegi uninominali, ossia un sistema nel quale ogni seggio viene attribuito al candidato che ha ottenuto più voti nel proprio collegio elettorale. Un fattore che aggiunge ulteriore incertezza alle già difficili previsioni per il voto parlamentare di sabato prossimo.

 

Approfondimento: La frattura politica che divide Taiwan

Questo articolo consiste in una breve appendice all’articolo dedicato alle elezioni presidenziali di Taiwan del 2020.
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L’identità nazionale taiwanese rappresenta la più importante questione politica dell’isola e può essere considerata sia causa che conseguenza degli orientamenti dei taiwanesi sul rapporto tra il proprio Paese e la Cina Popolare. Definirsi “cinesi” o “taiwanesi”, con tutte le sfumature possibili in mezzo (ad esempio il definirsi sia “cinese” che “taiwanese”), oggi determina in larga parte l’orientamento politico e le scelte di voto degli elettori di Taiwan. A questo fattore si aggiungono poi le divisioni legate alle etnie di Taiwan che, per decenni, hanno rappresentato delle linee di demarcazione politica piuttosto importanti. Va detto che oggi, dopo decenni di sviluppo economico, convivenza, condivisione culturale e linguistica, e dopo il processo di democratizzazione dell’isola, la questione etnica ha progressivamente perso la sua centralità nel definire le preferenze politiche e/o partitiche dei taiwanesi. Tuttavia, essa oggi ancora esercita una qualche influenza sulle scelte di voto dei taiwanesi, sebbene considerazioni di carattere politico (a partire, appunto, da identita’ nazionale e rapporto con la Cina popolare) abbiano assunto un ruolo più decisivo (Achen e Wang 2017, Hsieh 2004).

Gli orientamenti identitari, quindi, si trovano alla base di quella che è la principale contrapposizione (o “frattura”, per usare un termine politologico) politica del Paese, ossia l’asse indipendenzaunificazione. Come in Occidente la contrapposizione destra-sinistra ha definito e continua a definire in larga parte i sistemi politici occidentali, a Taiwan le posizioni politiche dei partiti e degli elettori si definiscono su un asse che vede ad un estremo la prospettiva di una vera e propria unificazione politica tra Taiwan e la Cina popolare, e all’altro estremo la rinuncia di Taiwan al suo nome ufficiale (Repubblica di Cina) accompagnata dalla richiesta di essere riconosciuti formalmente dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente.
Differentemente dai sistemi di partito occidentali, in particolare quelli europei, il sistema taiwanese si fonda su quest’unica frattura. Altre contrapposizioni – come quelle tra centro e periferia, tra centri urbani e aree rurali, tra capitale e lavoro, tra Stato e organizzazioni religiose, ossia quelle che hanno fondato i sistemi politici europei – non sembrano aver alcun tipo di influenza sul sistema politico taiwanese (McAllister 2007). 

Passando al sistema dei partiti, storicamente il Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek, ha rappresentato la posizione “unionista”, mentre il Minjintang (meglio conosciuto come Democratic Progressive Party , DPP) ha rappresentato quella indipendentista. Tuttavia, già durante le prime libere elezioni presidenziali di Taiwan, quelle del 1996, entrambi i partiti avevano assunto profili meno radicali, lasciando ad altre formazioni minori il ruolo di araldi dell’unificazione con o dell’indipendenza da Pechino.
Questo veloce allineamento dei partiti su posizioni meno estreme fa il paio con gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese, caratterizzata da una polarizzazione piuttosto limitata (McAllister 2016). La maggioranza dei taiwanesi vede, per pragmatismo o convinzione, il mantenimento dello status quo tra Cina e Taiwan come la miglior opzione politica (Rigger 2006), e buona parte di questa maggioranza difficilmente andrebbe verso posizioni che implichino scelte radicali. In poche parole, oggi i taiwanesi si dividono sul grado di cooperazione tra le due sponde dello stretto, ma condividono l’idea di mantenere cooperazione e collaborazione, quantomeno a livello economico e culturale, tra il proprio Paese e la Cina popolare.

Il fatto che il sistema politico taiwanese sia incentrato su questa frattura, e il fatto che (a livello individuale) variabili come l’etnia e soprattutto l’identità nazionale abbiano un peso decisivo nell’orientare i taiwanesi su questa contrapposizione, chiaramente, non implica che altri fattori non siano in gioco, o che di volta in volta non possano esserci temi e questioni in grado di determinare gli equilibri tra i partiti o gli orientamenti politici dei taiwanesi.

In altre parole, come in tutte le democrazie, i fattori che determinano le scelte di voto dei taiwanesi posso essere molteplici. Tuttavia, il fatto che la politica taiwanese sia così intimamente e palesemente legata a fattori etnici, identitari e politici legati ad una singola grande questione, rappresenta un aspetto estremamente interessante per chiunque sia interessato non solo a Taiwan ma allo studio del comportamento politico nelle democrazie contemporanee, asiatiche e non.

 

Riferimenti bibliografici

Achen, C., & Wang, T. (Eds.). (2017). The Taiwan Voter. Ann Arbor: University of Michigan Press. 

Hsieh, J. (2004). National identity and Taiwan’s Mainland China policy. Journal of Contemporary China, 13. 479-490. 

McAllister, I. (2007). Social Structure and Party Support in the East Asian Democracies. Journal of East Asian Studies, 7(2), 225-249. 

McAllister, I. (2016). Democratic consolidation in Taiwan in comparative perspective. Asian Journal of Comparative Politics, 1(1), 44–61. 

Rigger, S. (2006). Taiwan’s Rising Rationalism: Generations, Politics and “Taiwanese Nationalism”, Washington: East West Center.

Dalla guerra commerciale Cina-Usa emerge la forza di Taiwan

Il primo “fronte” su cui gli effetti della guerra commerciale tra Cina e Usa – ancora in corso al netto delle recenti e comunque significative aperture tra i due giganti della scena mondiale – sono di grande incidenza è quello del sud-est asiatico e dell’estremo oriente.Un punto di osservazione emblematico è costituito da Taiwan, una delle economie più avanzate del mondo e protagonista fondamentale anche a livello politico del confronto ormai globale tra Cina e Usa.

Dalla guerra commerciale Cina-Usa emerge la forza di Taiwan - Geopolitica.info

Nel primo semestre dell’anno che sta per concludersi, per gli effetti di breve periodo della guerra commerciale, l’isola ha visto crescere le esportazioni verso gli Usa del 17,4 per cento su base annua. I settori più interessati sono quelli di punta per Taiwan: elettronica, componentistica e assemblaggio di apparecchiature, macchinari industriali. Buona la performance dei prodotti agricoli e della pesca. In vista di dati più strutturati sulla seconda parte dell’anno, questo trend viene confermato da un recente rapporto della Conferenza Onu sul commercio e sullo sviluppo.

In questo contesto Taiwan cerca, con il supporto di un piano di incentivi in corso, di far rientrare linee di produzione in precedenza trasferitesi in Cina. Dall’inizio dell’anno – riportano fonti diverse – circa 150 imprese sono state incluse nel programma gestito dal Ministero degli affari economici in cambio dell’impegno a investire a Taiwan l’equivalente di 16 miliardi di dollari creando nuovi posti di lavoro. Taiwan è anche tra i possibili destinatari di investimenti dall’estero, incentivati dai pericoli esistenti per i prodotti fatti in Cina da esportare negli Usa. I Paesi dell’area a basso costo del lavoro (Vietnam, Indonesia, Filippine su tutti) sono favoriti per essere scelti come nuove sedi produttive. Vi è però la reale possibilità che alcune produzioni di maggiore qualità vengano spostate a Taiwan, che è forte di know-how, personale ad alta specializzazione e strutture all’avanguardia a livello mondiale soprattutto nel settore ITC.

È interessante notare che Taiwan, troppe volte vista come “in balia” delle scelte fatte a Pechino e Washington, ha dalla sua un punto di forza di massima rilevanza. Come recentemente commentato da autorevoli osservatori su Forbes, circa il 60% delle 10 milioni di persone che le aziende di Taiwan impiegano in Cina lavorano nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Non dovrebbe quindi sorprendere che un’altra interessante fonte – un rapporto di Citybank dello scorso luglio – evidenzi il fatto che il governo cinese, a fronte dei pericoli derivanti dalla fuoriuscita di aziende taiwanesi dal proprio territorio, ha offerto loro una serie di incentivi con lo scopo di che aiutare le esportazioni, l’occupazione e l’economia.

Una dimostrazione ulteriore, questa che emerge dalle autorevoli fonti richiamate, della forza dell’economia Taiwanese e quindi anche della capacità di Taiwan di essere in grado di giocare un ruolo significativo, non solo economico ma anche politico, nelle attuali e complesse vicende internazionali.

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

Taiwan’s soft power: “Taiwan Academy” in Sinology Promotion

Sinology has become a new strength of soft power to add luster to Taiwan’s appeal. Especially due to Taiwan preservation of traditional characters, while holding the most democratic, diversified culture and education system. During the last years a soaring number of foreigners desired to go to Taiwan for studying Chinese or do research related to Sinology. How does Taiwan attract foreigners to come to Taiwan, and how does Taiwan promote its sinology studies abroad even facing its diplomacy difficulties? In this article its propsed an analysis of the background, development and implication of “Taiwan Academy” project.

Taiwan’s soft power: “Taiwan Academy” in Sinology Promotion - Geopolitica.info

In order to promote Taiwan’s Chinese culture around the world, the Republic of China (Taiwan) government established the Taiwan Academy in three cities, L.A., Houston and New York, in October 2011. Taiwan Academy is to present and spread Taiwan’s achievements in Taiwan Studies and Sinological research under the result of democracy, freedom and economic development, Taiwan wishes to re-gain the role of main hub of Chinese cultural studies.

Taiwan Academy was established only in January 2008, when President MaYing-jeou was running for the Presidency of the Republic. During the campaign he declared that he would promote culture and introduce a culturally-centered global layout, emphasizing that culture would be a key strength of Taiwan, and claiming that only by bringing culture into the diplomacy Taiwan would be seen in the world. Ma believed that Taiwan experienced stable development of democracy, freedom and economy after 60 years, becoming a mature global Chinese culture center. Indeed, Taiwan has been able to preserve Confucian, Buddhist, and Zen literature, architecture, crafts, traditional folk customs, showing a unique capacity of maintaining this cultural heritage, especially if compared with other Chinese-speaking countries. From here, then, has born the necessity to set up a systematic cooperation with European and American countries, by exchanging and diffusing professional courses in philosophy, literature, and art, in order to not only expand the cultural market, but also foster Taiwan’s international image. Therefore, during Ma administration, the Taiwan Academy was established in the United States in October 2011 as an important medium for Taiwanese culture to interact with the international community and to make the international understanding of Taiwan’s comprehensive development achievements.

Compared with the Confucius Institute, which focuses on Chinese teaching and promotion, the Taiwan Academy is based on Taiwan’s traditional characters promoted as irreplaceable advantages. Furthermore, through Taiwan’s advanced information and digital technology, Taiwan Academy constructed an information integration platform that represents the multifaceted characteristics of Chinese culture.
The specific implementation for Taiwan Academy included:
– Set up Taiwan digital information integration platform to serve global network users;
– Promotion of traditional Chinese characters;
– Proactively promote Taiwan research and Sinology research;
– Set up Taiwan Academy scholarships;
– Introduce a diverse and exquisite Taiwanese culture to the world;
– Establish a Taiwan Academy foundation base and contact point.

Due to the late start, the number achieved by the Taiwan academy are still lagging behind those of the Confucius Institutes. However, in Chinese textbooks and teaching methods, Taiwan’s Chinese language education is very diverse and open, which is a lot easier to bridge with the international education. All these aspects become easy to recognize if contrasted to Confucius center methods, where students need to undergo the inflexible way of learning – most of time with a more explicit political content, rather than based on traditional Chinese culture.

The Taiwan Academy main purpose is to spread the achievements of Sinology in Taiwan over the last 60 years, and it cooperate with the Chiang Ching-kuo Foundation for International Scholarly Exchange, the National central Library Center for Chinese studies, and domestic universities. For this reason Taiwan Academy has shown to be more advanced than the Confucius Institute, especially on the Digital Collection and digital learning of national technology projects. This aspects have been crucial to promote Taiwan’s open society and advanced software development achievements, digital information technology and the integration between the most profound aspects pf Chinese culture with Taiwan’s professional and rich digital database, providing scholars and experts’ interest and needs with no bounds.

Even the Taiwan Academy was established seven years later than the Confucius Institute, it has a post-development advantage given by learning from the mistakes and shortcomings of the Confucius Institute, and use the promotion of Sinology research and the digital resources to foster its networking. Taiwan Academy devote to strengthening the connection with academic center all over the world, and promoting international Sinology and Taiwan studies to be seen in the world.