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Settanta anni di relazioni italo-giapponesi: politica e diplomazia tra Roma e Tokyo dal 1945 a oggi
Una ricostruzione attendibile delle relazioni italo-giapponesi dal secondo Novecento ai giorni nostri non può che prendere avvio dalla constatazione di alcune evidenti analogie che hanno avvicinato i contesti politici, sociali ed economici dei due Paesi fin dai difficili anni del dopoguerra. Potenze dell’asse sconfitte e sottoposte ad occupazione, a partire dal 1945 Italia e Giappone sono state costrette a confrontarsi con un processo di redistribuzione del potere e del prestigio internazionale che le ha viste in principio declassate da soggetti decisionali a oggetti passivi del sistema internazionale. 

Settanta anni di relazioni italo-giapponesi: politica e diplomazia tra Roma e Tokyo dal 1945 a oggi - Geopolitica.info
Fino dal Congresso di Parigi del 1947, nel caso italiano, e fino all’entrata in vigore del trattato di pace di San Francisco in quello nipponico, Roma e Tokyo sono state accumunate dall’aspirazione alla ricostituzione di un rango internazionale che riconoscesse quantomeno la piena sovranità interna sui rispettivi territori nazionali. 
Tale processo si è esplicato per entrambi gli Stati sotto la guida, più o meno diretta, degli Stati Uniti. La mancanza di forti risentimenti sui trascorsi bellici, le dinamiche elettorali americane nonché il progressivo abbandono della prospettiva pacifista e neutralista da parte dei governi De Gasperi fanno della superpotenza statunitense il più credibile e ben disposto interlocutore italiano nello stretto consesso dei vincitori della guerra.

Pur senza deresponsabilizzare le scelte compiute sotto il regime fascista, Washington assunse una posizione più morbida rispetto a Londra e Mosca nell’elaborazione delle clausole del trattato di pace italiano e continuò in seguito a perorare la causa di Roma sponsorizzandone l’ingresso nel quadro difensivo dell’Alleanza Atlantica. Ancor più marcatamente nell’arcipelago nipponico gli Stati Uniti si dimostrarono i veri decisori delle sorti politiche degli avversari sconfitti. La guerra in Giappone si concluse con la forzata resa dell’apparato militare di fronte alle devastazioni del duplice attacco atomico sulle città di Hiroshima e Nagasaki, la storica abiura dell’imperatore Hirohito sulla natura divina della sua autorità e l’occupazione capillare del Paese. Negli anni dal 1945 al 1951, Tokyo è stata privata della sua autonomia tanto in politica estera quanto nella gestione degli affari interni.

Tuttavia, non diversamente dall’Italia, l’impero giapponese ha potuto contare sull’asset strategico di una posizione geografica interessante ai fini della politica americana del containment all’espansione globale del socialismo sovietico. Per ciò che attiene il Giappone tale condizione ha assunto una rilevanza ancor più evidente con lo scoppio del conflitto nella vicina penisola coreana nel giugno 1950. È in questo specifico frangente storico che la necessità di stabilizzare il fronte asiatico ha spinto l’amministrazione Eisenhower a velocizzare la conclusione dei termini di una pace che avrebbe trasformato Tokyo da destinatario di un informale mandato internazionale in un affidabile alleato del blocco occidentale.

Benché a fronte di alcune importanti limitazioni circa l’impiego di forze armate – peraltro già delineate nella costituzione imposta nel 1946 – il Giappone recuperò con il trattato sottoscritto l’8 settembre 1951 lo status di attore internazionale autonomo. L’atlantismo in un caso e la ritrovata sintonia con gli Stati Uniti nell’altro sono i vettori che nella prima metà degli anni Cinquanta hanno condotto Italia e Giappone all’ingresso nelle principali organizzazioni internazionali quali il Gatt, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il sistema di Bretton Woods. Superata in tal modo l’eredità della sconfitta militare, i due Paesi, nuovamente allineati sul medesimo schieramento internazionale, hanno ristabilito piene relazioni diplomatiche.

L’analogia politico-diplomatica del fondamentale rapporto con gli Stati Uniti, costante che si manterrà invariata nei decenni successivi, è seguita negli anni caldi nella guerra fredda dall’analogia economica di un boom industriale che investe in misure comparabili la popolazione e le casse statali sia nipponiche che italiane. Roma e Tokyo hanno conosciuto nei tardi anni Cinquanta e per tutti gli anni Sessanta una crescita esponenziale del prodotto interno lordo e del reddito pro-capite. Il ritorno della produzione ai livelli dell’anteguerra e il loro rapido superamento, così come l’aumento dei consumi interni, della domanda estera, nonché il consolidamento di un efficace interventismo dell’apparato statale sul sistema economico, hanno fatto degli ex alleati dell’Asse due protagonisti delle dinamiche economiche della seconda metà del XX secolo, contribuendo anche ad un rafforzamento dei rispettivi ruoli all’interno delle parallele dinamiche geopolitiche.

L’ascesa politica ed economica italo-giapponese si è manifestata nel 1975 con un successo diplomatico quale l’immediata inclusione – insieme a Usa, Francia, Gran Bretagna e Germania Ovest – all’interno del ristretto gruppo dei sei, primo embrione dei più importanti meccanismi di consultazione internazionale noti come G7 e G8, ma non meno importanti sono stati i riconoscimenti – solo apparentemente simbolici – dell’assegnazione dei giochi olimpici a Roma e a Tokyo, rispettivamente nel 1960 e nel 1964. Benché fiaccate da una duplice crisi del petrolio che ha messo a nudo la comune difficoltà di approvvigionamento energetico, entrambe le medie potenze hanno proseguito, dunque, un peculiare percorso di sviluppo socio-economico che, nel caso nipponico, ha raggiunto ben presto vette inimmaginabili fino a pochi anni prima. Un contributo sensibile a questo miracolo industriale è stato apportato dalla stabilità del sistema partitico nazionale, monopolizzato fin dal 1955 dal Partito Liberal-Democratico (Pld).

Forza politica moderata e conservatrice, il Pld è riuscito s connettere la storica efficienza della macchina burocratica giapponese con le energie imprenditoriali del Paese e l’inedita attitudine allo ricerca e al progresso tecnologico che ha contraddistinto università e istituti scientifici. Diversamente in Italia, pur a fronte di una non dissimile polarizzazione partitica, fattori economici e fattori politici quali l’accresciuto dissenso sociale o le difficoltà istituzionali causate dalla stagione del terrorismo, hanno decretato la fine della spinta propulsiva del boom industriale. I rapporti economici e politici tra i due Paesi si sono mantenuti sostanzialmente stabili per la restante parte dell’epoca bipolare. Proprio quando quest’ultima si è avvicina alla conclusione del 1989, il Giappone aveva ormai raggiunto un livello di benessere e sviluppo tale da lasciar ipotizzare, nel medio termine, un possibile sorpasso economico ai danni della potenza americana.

Tuttavia, mutuando nel contesto la valutazione riservata in quegli stessi anni dal ministro belga Eyskens alla costruzione istituzionale dell’Europa unita (an economic giant, a political dwarf, a military worm), Tokyo appariva ancora un gigante economico privo di qualsiasi peso politico e, soprattutto, militare. Nonostante le cospicue spese in armamenti difensivi, il Paese risulta vincolato all’impegno post-bellico che l’aveva visto rinunciare a qualsiasi forma di riorganizzazione delle forze armate, così come previsto dallo stesso art. 9 del dettato costituzionale. Privata di strumenti offensivi e di un’avanzata struttura gestionale militare, la Japan Self-Defense Force (Jsdf) si presentava ancora alla fine degli anni Ottanta come uno strumento di polizia interna avulso a qualsiasi esperienza sul campo internazionale e alle dotazioni tipiche degli altri eserciti del campo occidentale.

Il panorama descritto è destinato, tuttavia, a cambiare già nei primi anni del nuovo decennio che vedono la Jsdf per la prima volta impegnata in operazioni di peacekeeping Onu su diversi teatri geopolitici quali la Namibia, l’Iraq o la Cambogia. Sempre nel contesto Onu il Giappone, divenuto da tempo secondo contribuente finanziario dell’organizzazione, reclama la fino ad allora assente rilevanza decisionale propugnando una riforma del Consiglio di Sicurezza che garantisca al Paese lo status di membro permanente con diritto di veto. L’obiettivo appare in una prospettiva generale condiviso anche dall’Italia, soggetto attivo nel quadro del peacekeeping fin dai primi anni Sessanta e contribuente anch’esso ad una considerevole porzione del budget Onu.

Va sottolineato come le aspirazioni di Roma e Tokyo si siano sempre orientate verso progetti di riforma differenti e sostenuti da blocchi diplomatici sotto molti aspetti antitetici. La fine della contrapposizione bipolare costituisce sotto molti aspetti il coronamento di un decennio positivo anche per l’Italia dei governi del “pentapartito” che registrano successi tanto sotto il profilo della diplomazia multilaterale – si ricordi il ruolo svolto nel quadro della missione Unifil in Libano – quanto sul piano dello sviluppo interno, con il Pil nominale che, seppur al prezzo di un forte indebitamento pubblico, giunge e superare quello della Gran Bretagna. Al contempo però l’importante spartiacque storico segna l’inizio di un periodo di crisi per il Giappone e per la stessa Italia. Se in quest’ultimo caso le criticità di manifestarono sul fronte della stabilità politico-istituzionale, con il crollo del sistema partitico che aveva governato la Penisola fin dal dopoguerra, nel contesto giapponese la crisi investe in primo luogo l’apparato economico.

Il collasso della vasta bolla finanziaria creata dai bassi tassi d’interesse e dalla speculazione alimentata da imprese, banche e compagnie assicurative locali, conduce Tokyo in una spirale deflattiva i cui effetti si sono ripercossi sotto forma di stagnazioni nei successivi venti anni di storia giapponese. Si tratta di una condizione di stasi delle capacità rigenerative delle forze economiche, in seguito conosciuta anche dall’’Italia, dove il rallentamento della crescita del Pil si è tramutato in aperta ed irrisolta recessione dal 2008. Ne emerge un quadro contemporaneo che vede Italia e Giappone assestarsi nella struttura internazionale quale consolidate grandi potenze regionali costrette a confrontarsi con analoghe difficoltà nel superare i limiti di crescita dei rispettivi sistemi produttivi. 
  
L’Australia, il Pacifico e la scelta necessaria: Cina o USA
L’Australia si trova, oggi, in una condizione decisamente particolare. Il contesto geografico la vede occupare la quasi totalità dell’Oceania, incastonata tra due oceani, l’Indiano e il Pacifico, e tra due mondi, quello occidentale e quello asiatico. L’Australia si è inoltre ritagliata nei decenni una posizione invidiabile: terminato il secondo conflitto mondiale, infatti, è riuscita a stringere rapporti politici sempre più solidi con gli Stati Uniti e, al contempo, a intrecciare relazioni economiche sempre più importanti con il sud-est asiatico. 

L’Australia, il Pacifico e la scelta necessaria: Cina o USA - Geopolitica.info
Era dunque prevedibile che con la recente ascesa dei colossi asiatici, Cina e India in primis, l’Australia avesse un ruolo primario nella regione. In virtù dell’enorme ricchezza del suo sottosuolo, l’Australia si è legata a doppio filo, nel corso degli anni, allo sviluppo imponente e apparentemente incessante di questi Paesi, scegliendo la Cina come partner privilegiato. Negli ultimi 40 anni gli scambi commerciali tra questi due paesi sono passati da un valore complessivo di 100 milioni di dollari a più di 100 miliardi di dollari. Grazie al ruolo di principale fornitore di materie prime come ferro, carbone, petrolio e lana grezza per Cina, India e Indonesia, l’Australia è riuscita non solo a sfuggire alle tenaglie della crisi economica internazionale, unico paese occidentale riuscito nell’impresa, ma anche a continuare nella forte crescita economica che la caratterizza da più di un decennio.

Nel corso degli anni l’Australia è riuscita anche nel compito di preservare e cementare i rapporti politici con i partner storici, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Regno Unito, diventando nel tempo la roccaforte delle Nazioni Unite e degli USA nell’area che le compete geograficamente ed economicamente. Sono infatti molte le azioni australiane di pacificazione del cosiddetto arco di instabilità, una regione frammentata e composta da paesi in via di sviluppo che attraversa la parte settentrionale dell’Oceania. L’appoggio australiano alle politiche estere statunitensi si è inoltre mantenuto durevole anche lontano dalla propria area di influenza, come dimostrato dal costante sostegno alle azioni militari degli Stati Uniti, superiori per numero a quelle del Regno Unito.

Il supporto australiano al potente alleato d’oltre oceano, talvolta definito aprioristico e dogmatico, è valso all’Australia il titolo di “sceriffo della regione” per conto degli USA, affibbiato nel 2003 dall’allora presidente americano George W. Bush, in riferimento al governo dell’ex primo ministro australiano John Howard. Le tensioni sull’argomento sono state riaccese di recente a causa delle affermazioni di un ufficiale dell’esercito cinese, Song Xiaojun, il quale, durante un’intervista ad un giornale australiano, ha sottolineato come l’Australia sia arrivata al punto di dover scegliere quale sarà il suo “padrino” per i decenni a venire.

La difficoltà nel gestire la situazione è quindi cresciuta di pari passo con lo sviluppo economico della Cina recente, troppo importante perché gli USA ignorassero le implicazioni geopolitiche connesse.
L’Australia si trova dunque ad un bivio: da un lato la possibilità di dare una svolta ai rapporti con gli Stati Uniti, con uno sforzo per continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina e alla continua crescita economica che sta conoscendo grazie ad esso. Dall’altro lato, invece, la possibilità di completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia, unendo un progetto di avvicinamento politico che potrebbe portare, come già ipotizzato da entrambe le parti, alla costituzione di una grande area di paesi con trattati di libero scambio e rapporti politici privilegiati. Non sembra esistere una terza alternativa alle due sfere di influenza, anche se il primo ministro australiano, Julia Gillard, è intenzionato a trovarne una.

Nel libro bianco pubblicato a fine 2012, chiamato “L’Australia nel secolo asiatico”(Australia in the Asian Century), la Gillard ha rispolverato il concetto di austrocentrismo, ideale che vede, nel contesto geopolitico attuale, l’Australia indubbiamente e imprescindibilmente legata al continente asiatico, sia dal punto di vista economico sia da quello di futuri sviluppi di politiche regionali, ma al contempo saldamente ancorata ai princìpi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente, all’ONU e agli Stati Uniti. Una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici è, in sostanza, l’unica via per dare una speranza al giovane progetto di austrocentrismo che propone l’Australia, che dovrà far leva sulla convenienza della propria posizione geografica e sulle condizioni vantaggiose dei materiali grezzi che esporta.

Non bisogna dimenticare, poi, che altre nazioni dell’area raggiungeranno in pochi anni la massa critica per dettare regole proprie, come la vicina Indonesia.Se l’Australia sarà in grado di imporre l’austrocentrismo ai propri partner e alleati, o se dovrà cedere alle pressioni per aderire ad una sfera di influenza ben delineata, non è ancora facile da comprendere allo stadio attuale. Quello che però è certo, è che l’Australia è vicina al momento in cui dovrà decidere da che parte sta il suo futuro.
 

 

Stati Uniti: la fine del sistema unipolare?

Tra le poche certezze che la fine della crisi economica mondiale iniziata nel 2008 ci consegnerà vi è quella che gli Stati Uniti non saranno più indiscutibilmente nei prossimi anni la potenza egemone per antonomasia – o meglio l’unica superpotenza – nel panorama internazionale. Le guerre americane degli anni 2000, intese anche come un modo (assai rischioso) per riaffermare la solidità di un modello, non hanno fatto altro che acuire e mettere impietosamente a nudo le difficoltà degli USA. L’Overstretching strategico a cui si sono sottoposti gli americani è emerso in modo lampante.

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I piani per un riassetto complessivo manu militari del Greater Middle East mai come in questo momento appaiono poco praticabili. Le grandi speranze, quasi messianiche, riposte nell’attuale Amministrazione Obama sono una spia della grande confusione ed incertezza che oggi regna negli Stati Uniti ed in molte cancellerie occidentali, inizialmente assai più ottimistiche riguardo alle scelte americane.

La pretesa di molti ricchi Paesi industrializzati di continuare a mantenere un elevato tenore di vita senza però creare sufficiente ricchezza effettiva, è miseramente fallita. I Paesi emergenti stanno di fatto in questo momento traghettando il resto del mondo fuori dalla più profonda crisi del sistema capitalistico dagli anni ’30. Certamente oggi un conflitto redistributivo del potere – una “Guerra egemonica” – avrebbe dei costi incalcolabili per tutti, ma ciò non toglie che dovremo in futuro fare i conti con un mondo meno americano, meno europeo, meno occidentale. Lo dicono le cifre: stagnazione economica, calo demografico, invecchiamento della popolazione e una miriade di altri indicatori. La governance internazionale non può di conseguenza più essere affidata a istituzioni fondamentalmente americane ed occidentali nel modo di operare, di concepire i problemi e di proporre le relative soluzioni. Il momento unipolare forse sta veramente per finire.

Gli Stati Uniti restano ancora la potenza preponderante ma devono ormai fare i conti con la riduzione del loro ruolo internazionale e della capacità di influenzare le dinamiche internazionali. La tanto invocata “nuova Bretton Woods” non è altro che l’ammissione della fine delle organizzazioni economiche internazionali americane, quelle create alla fine della Seconda Guerra Mondiale – l’ultima vera transizione egemonica – con il declino europeo e del mondo coloniale. Oggi senza i grandi paesi emergenti ci troveremmo in una situazione ben peggiore di quella attuale. Il mondo in pochi lustri sarà più asiatico, più sudamericano o finanche più russo ma in ogni caso più multipolare di quanto non lo sia oggi. E questo certamente non è di per sé un elemento negativo. La pressione redistributiva delle risorse dal Nord al Sud del mondo porterà inevitabilmente ad un riequilibrio del potere internazionale. D’altra parte le stesse teorie realiste affermano che il sistema unipolare, nel caso degli USA una sorta di “impero su invito” come è stato correttamente descritto l’attuale assetto globale, è intrinsecamente instabile e destinato prima o poi ad essere eroso dalle altre potenze presenti nell’arena internazionale. Gli Stati Uniti si stanno poi per molti versi “europeizzando”: vale a dire stanno sperimentando e cercando di affrontare i problemi derivanti dalla sperequazione sociale, dall’elevata disoccupazione, dalle disuguaglianze economiche che contribuiscono a minare la capacità dello stato di creare i presupposti di stabilità e benessere. Il modello americano non sembra più garantire illimitate possibilità a tutti ma al contrario si rivela essere vulnerabile alla crisi economica, avendo anzi al proprio interno le radici e le ragioni della crisi stessa.

La recessione globale, come tutti i grandi fenomeni strutturali, porterà con sé cambiamenti sistemici i cui effetti potranno essere valutati solo tra alcuni anni. Non necessariamente i mutamenti internazionali andranno nella direzione di un aumento dell’instabilità globale ma anzi potrebbero davvero portare ad una nuova fase “costituente” del nuovo ordine mondiale, in cui gli attori principali potrebbero essere diversi ed in ogni caso assai più numerosi rispetto al passato. L’unipolarità del sistema dovrebbe essere vista dunque come una situazione transitoria, se non altro perché ciò si è sempre verificato nel corso della storia. Non abbiamo ad oggi elementi sufficienti per affermare che non accada anche questa volta.

 

Yemen: Tra intervento americano e soluzioni regionali cresce l'incertezza

Il fallito attentato del 25 dicembre del 2009, condotto dal giovane nigeriano Abdulmutallab sul Volo 253 Amsterdam-Detroit della Delta Airlines, ha riportato l’attenzione dei media e della comunità internazionale sullo Yemen, sospettato di essere il paese di addestramento dell’attentatore. Secondo alcuni, ciò potrebbe far diventare lo Yemen, insieme alla prospiciente Somalia, un nuovo fronte della lotta al terrorismo internazionale, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. L’instabilità politica e l’assenza di un governo forte, insieme alla frammentazione tribale e alla povertà, hanno reso il paese una comoda base per le attività di al-Qaeda, con alcune fonti d’intelligence statunitensi che parlano di circa 200 miliziani di legati alla rete operativi nel sud del paese.

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Nel gennaio dello scorso anno il leader del gruppo al-Qaeda in Yemen, Nasir al-Wahayshi, ha annunciato via internet la formazione di un nuovo gruppo, al-Qaeda per la Penisola Araba (AQAP), comprendente anche alcuni membri della formazione di al-Qaeda in Arabia Saudita, cacciata dal paese nel 2007.

In precedenza vi sono stati segni della preoccupazione americana nei confronti di forze jihadiste in Yemen; già con l’attentato alla USS Cole del 2000, e poi con la scoperta, dopo l’11 settembre, dello Yemen come antica dimora di Osama bin Laden, gli americani si mobilitarono affinché il governo di Sana’a aumentasse la sua capacità di controllare queste forze all’interno del paese. Nel 2005 gli Usa dichiararono che due fucili AK-47, usati nell’attacco al consolato americano a Jeddah, provenivano dall’esercito yemenita; Washington inoltre ha spesso denunciato la presenza di combattenti stranieri arrivati in Iraq dopo l’invasione del 2003 provenienti dallo Yemen. Nel 2008 vi furono poi vari attacchi contro l’ambasciata statunitense a Sana’a.
La situazione però diventa assai più complicata se la si osserva in relazione alle tensioni che si verificano ad un diversa scala di grandezza, vale a dire tra gli elementi interni allo Stato yemenita e le loro implicazioni regionali. In questo momento il governo di Sana’a è impegnato nello scontro con il movimento autonomista del sud, l’al-harakat al-ganubiyyat (Southern Movement), soprattutto da quando Tariq al-Fadhli, un ex leader jihadista già arruolato tra i Mujahideen in Afghanistan, ha rotto l’alleanza con il governo, iniziata nel 1994, quando il Presidente Ali Abdullah Saleh lo assoldò, insieme ad alcuni seguaci del movimento salafita, per contrastare le aspirazione del Partito Socialista dello Yemen. Il movimento del sud opera nella provincia di Aden ed è particolarmente forte nel governatorato di Hadhramaut, zona ricca di petrolio, e infatti, oltre alla rivendicazione di una parità di diritti di cittadinanza e di un governo più trasparente, vi è la richiesta, da parte del movimento, di una maggiore redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita del petrolio (almeno il 20 %).

L’unione di al-Fadhli col movimento del sud impensierisce non poco il Presidente Saleh, il quale è però, al tempo stesso, alle prese con un altro confronto, quello con il movimento zaydita capeggiato dall’imām Abdel Malik al-Houthi (dato per morto nel dicembre del 2009); anche questa formazione, per una sorta di nemesi storica, si è rivoltata nel 2004 contro il governo che lo aveva armato e finanziato dal 1994 per bilanciare la diffusione delle scuole wahhabite nel Paese; fu guidato dal 2004 dall’imām Hussein Badr Eddin al-Houthi, col nome di Shabab al-Muomineen (Gioventù Credente), ma questi venne ucciso dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto di Saada.
É qui che però si innesta una dinamica regionale che vede contrapposti, così come in altri contesti del Medio Oriente, Iran ed Arabia Saudita, laddove il primo è sospettato di sostenere il movimento di al-Houthi, che si dice inoltre si sarebbe spostato dottrinalmente dalla corrente zaydita verso quella duodecimana, prevalente in Iran; mentre il secondo, che sostiene il movimento wahhabita al-Tajammu al-Yamani li l-Islah (Raggruppamento Yemenita per le Riforme), teme che una eventuale autonomia della provincia di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, possa contagiare la componente sciita all’interno del paese, in special modo quella stanziata nella regione orientale, ricca di pozzi petroliferi. Obiettivo di Riyadh è quello di impedire sconfinamenti da parte dei miliziani zayditi, e per questo scopo finanzia e sostiene militarmente il governo yemenita, ed è anche intervenuto in maniera diretta nel novembre scorso, in seguito alla crisi in cui era precipitato il governo di Sana’a dopo l’operazione “Terra Bruciata” di agosto.

Delineato questo quadro conflittuale intrecciato e multi-livello, si possono effettuare alcune brevi considerazioni. Uno degli interrogativi posti in questi giorni è quello relativo ad un possibile intervento statunitense nel Paese mirante a sgominare la presenza qaedista. L’obiettivo di Washington è condiviso sia dai sauditi che dal governo yemenita; entrambi, specialmente la monarchia saudita, temono un rafforzamento della presenza di al-Qaeda sul loro territorio, ed è noto che questa assume come nemici proprio i governi arabi che si piegano alle richieste degli Stati Uniti. D’altra parte la presenza di al-Qaeda è osteggiata anche dagli altri movimenti religiosi, come quello di al-Fadhli, sia per una diversità di visione, sia forse proprio per l’eventualità di una internazionalizzazione del problema. Secondo questa considerazione, al-Qaeda avrebbe già i suoi nemici, e l’amministrazione Obama, che da poco ha preso l’importante decisione di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan, non potrà facilmente impegnarsi militarmente in un nuovo contesto; è pensabile che lasci fare al suo alleato strategico, l’Arabia Saudita, l’arsenale del Medio Oriente (le cui spese militari, ammontanti a 38,2 miliardi di dollari, la collocano al nono posto nel mondo – Sipri Yearbook 2009) e che chiami in causa il Qatar per impegnarlo, come fece nel caso degli scontri in estate, in una mediazione per una temporanea soluzione nel confronto tra governo e ribelli di al-Houthi.

Un eventuale intervento diretto americano non sarebbe ben accetto dallo Yemen, come ha fatto sapere alla CNN qualche settimana fa il ministro degli esteri Abu Bakr al Qirbi; l’obiettivo del governo è quello di ristabilire un equilibrio tra le componenti tribali/religiose del paese, e per far questo ha bisogno di nuove risorse economiche. In tal caso la Cina fornisce un rapporto meno impegnativo, ma più utile, in quanto rappresenta uno dei maggiori partner commerciali, con un interscambio che supera i 3 miliardi di dollari (con la Cina che assorbe il 37,3 % delle esportazioni yemenite). Pechino non ostacola di certo i tentativi americani di reprimere il terrorismo di matrice islamica, dato che anch’esso condivide l’obiettivo di contrastare il fondamentalismo religioso, ma va considerato anche che per ora il suo rimane un problema locale, e che il nemico principale dei terroristi resta, per il momento, il massimo rappresentante dei valori e del potere occidentale, cioè gli Stati Uniti. Ma è vero pure che il governo cinese sta sempre più guardando il Medio Oriente come area di approvvigionamento energetico, per cui lo Stretto di Bab al-Mandab, uno dei 10 più importanti chokepoints del mondo, rappresenta un elemento importante per la sua sicurezza energetica, e che attraverso la loro presenza gli Stati Uniti potrebbero effettuare una sorta di sea denial a svantaggio dei cinesi. Oltretutto il Golfo stesso fa parte, per i cinesi, della regione dell’Oceano Indiano, e la sua gestione rappresenta una questione relativa alla sua sicurezza strategica. Per alcuni l’interesse americano in Yemen può perciò essere letto come segno di una partita più geopolitica che relativa alla guerra al terrore, andando a militarizzare una zona strategica per i trasporti e per il controllo marittimo, e in cui inizia a prendere corpo una gestione dei capitali più autonoma, anche attraverso il progetto di una nuova moneta, il “Gulfo”, che potrà essere utilizzata per le transazioni dei paesi del Golfo.

Per ora il Presidente Obama ha dichiarato di non avere intenzione di inviare truppe in Yemen o in Somalia, e che preferisce affidare la soluzione del problema alla cooperazione con i partner locali; una decisione pro-intervento non sarebbe ben accolta dall’opinione pubblica americana, anche perché aggiungerebbe una nuova voce in passivo al bilancio federale.
Per ora il governo Usa si è buy viagra in las vegas limitato a sostenere economicamente Sana’a (si parla di aiuti per 70 miliardi di dollari) e l’alleato saudita (con l’offerta di un pacchetto militare da 20 miliardi di dollari in 5 anni), ma resta da vedere quanto le esigenze di geo-sicurezza peseranno rispetto ai costi, politici ed economici, di una azione diretta.

 

Afghanistan: la via della counterinsurgency

Le operazioni di pace in Afghanistan e in Iraq negli ultimi anni hanno evidenziato come il confine tra Crisis Response Operations (CRO) e situazioni di War Fighting, anche ad alta intensità, sia sempre più sfumato e indefinito. I governi occidentali si sono trovati improvvisamente a dover affrontare situazioni complesse, non solo dal punto di vista politico-militare, ma anche in termini di consenso interno: quelle che erano nate come operazioni multinazionali volte ad abbattere in breve tempo governi dispotici, più o meno direttamente collegati al terrorismo internazionale, si sono trasformate rapidamente in un pericoloso pantano.

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Global war on terror
I peacekeepers europei, sull’onda emotiva dell’11 Settembre 2001, nell’intento di seguire le forze USA nella Global War on Terror (GWOT) si sono trovati ad affrontare un conflitto del quale non conoscevano neppure l’esatta natura. Il massiccio ricorso all’arma terroristica da parte degli insorgenti, la costante presenza dei media, la rabbia dei popoli “liberati”, la dissoluzione degli apparati statali locali, la guerra civile crescente: tutto faceva pensare che il sogno di un mondo ispirato ai valori della democrazia fosse solo una utopica speranza. Il malcontento generale, la mancanza di risolutivi successi militari, le molte bugie dette hanno fatto crollare la fiducia del mondo nell’America ferita dal crollo delle Torri Gemelle. Da qui, il ricorso, ormai inevitabile, alla Counterinsurgency, (COIN), una modalità di impiego delle forze che si attua in un conflitto di tipo asimmetrico, quando la profonda disparità in termini di potenza di combattimento obbliga la parte più debole ad evitare uno scontro diretto con l’avversario sul campo di battaglia, al fine di preservare il più a lungo possibile la propria efficienza operativa. La parte più debole si identifica generalmente con l’Insorgenza (Insurgency) mentre quella contrapposta rappresenta la Contro-insorgenza (Counterinsurgency).

Una COIN non aspira a conquiste territoriali, alla sottomissione di genti con la forza delle armi, al controllo di fonti d’energia, ma a guadagnare il supporto della popolazione locale e a creare le condizioni per la governabilità e la pace sociale in uno stato che ha visto sviluppare al proprio interno una Insorgenza. Che, a sua volta, è quasi sempre un fenomeno interno ad uno Stato, finalizzato a sovvertire l’ordine sociale precostituito per affermare una nuova entità statale, una differente visione politico-ideale. Sono evidenti, pertanto, gli elementi di guerra civile insiti nell’Insorgenza.
In particolare, nella dottrina militare anglosassone, l’Insorgenza – in cui sono evidenti gli elementi di una guerra civile – è definita come l’insieme di azioni di un gruppo minoritario che hanno l’intento di forzare le scelte politiche usando terrorismo, sovversione e propaganda. Il tutto, finalizzato a persuadere o a intimorire la maggioranza della popolazione per farle accettare un cambiamento che può rappresentare la conquista del potere attraverso una rivoluzione, il distacco di un’area geografica per stabilire un’entità autonoma e separata su basi etnico/religiose, o l’ottenimento di concessioni politiche non raggiungibili senza il ricorso alla violenza. Ai giorni d’oggi, il concetto di Insorgenza è anche ben più ampio di quello di movimento di resistenza, intesa come lotta armata condotta da parte di elementi indigeni che cercano di espellere dalla propria terra un esercito straniero occupante. Per sovvertire un determinato ordine politico, il modo più appropriato non è tanto quello di perseguire obiettivi militari classici, come la sconfitta dell’avversario sul campo di battaglia, bensì quello di screditarne le istituzioni creando una situazione permanente di insicurezza, tramite tattiche non convenzionali quali il terrorismo e la guerriglia.

Insorgenza e terrorismo
Non tutte le Insorgenze impiegano il terrorismo, non tutti i terroristi sono necessariamente insorgenti: lo si capisce già dai primi studi sul Counterinsurgency, apparsi alla fine del XIX Secolo a seguito dell’esperienza bellica inglese contro i boeri (1899-1902) e di quella americana nelle Filippine (1899-1902). Al termine di questi conflitti, illustri studiosi militari diedero vita a pubblicazioni che traevano spunto proprio dalle lezioni apprese durante queste campagne militari, combattute in modo non convenzionale. In particolare, vennero scritti tre testi che rappresentano, ad oggi, gli antesignani della moderna dottrina COIN: “Small Wars” di C.E.Callwell, “Imperial Policig” di Charles Gwynn e lo “US Marine Corps’ Small Wars Manual”. La letteratura militare sulla lotta alle Insorgenze ebbe, tuttavia, il suo culmine durante il periodo della decolonizzazione, tanto che le opere del Colonnello David Galla “Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice” (1964), di Sir Robert Thompson “Defeating Communist Insurgency” (1966) e del Generale Sir Frank Kitson “Low Intensity Operations” (1971) misero le basi per i successivi approcci ai conflitti insurrezionali. Tutti e tre, pur provenendo da scuole di pensiero diverse, individuarono gli stessi caratteri peculiari di questa modalità di impiego delle forze: l’importanza non tanto dell’eliminazione del nemico quanto della possibilità di espellere gli insorgenti da una determinata area, evitandone il rientro attraverso l’installazione di guarnigioni con il compito di proteggere la popolazione locale. È il principio della Clear and Hold, cioè del “ripulire” una zona dalla presenza insorgente per poi “mantenerne il controllo” permettendo all’autorità statale riconosciuta di esercitare la propria sovranità in un ambiente sicuro, fondamentale per permettere al Governo di riconquistare la fiducia e l’appoggio dei cittadini e isolare gli insorti. Per riuscirci serve un apparato d’intelligence radicato sul territorio, che sia in grado di fornire informazioni aggiornate ai vertici militari.

Galula, Thompson e Kiton, pur riconoscendo nella componente militare uno degli strumenti principali nella lotta alle Insorgenze, non ritennero però che il solo uso di tale componente fosse risolutivo in questa tipologia di conflitto, ma solo funzionale al supporto dell’autorità civile. Individuarono nella capacità governativa, in particolare nella individuazione di misure politiche, economiche e sociali a favore della popolazione, la via di uscita a un conflitto di tipo insurrezionale, per via del carattere asimmetrico del conflitto stesso, dove la vittoria o la sconfitta non erano determinate sul piano tattico, ma su quello politico. Questo fu un concetto che si può definire rivoluzionario nell’ambito della storia del pensiero militare del tempo: per la prima volta non si parlò più di come sconfiggere il nemico con la supremazia di una determinata arma, ma della possibilità di conquistare il consenso della popolazione con il contributo congiunto della componente militare e civile della società stessa.

Da questi presupposti si è sviluppato il Counterinsurgency contemporaneo che trova nel FM 3-24 / MCW 3-33.5 “Counterinsurgency” (2006) il fondamento normativo. Questo testo, pubblicato dal US Headquarters Department of the Army è il risultato delle lezioni apprese nel teatro iracheno a seguito di un ampio dibattito sorto negli Stati Uniti dopo l’invasione del 2003. I vertici militari americani volevano trovare una via d’uscita a un conflitto che si stava rapidamente trasformando da convenzionale a non convenzionale: ci vollero quattro anni e la paura di un nuovo Vietnam per convincere l’amministrazione Bush a rivedere, nel 2007, la propria strategia.
Il COIN contemporaneo, e l’Afghanistan ne è un ulteriore esempio, differisce però dai modelli passati poiché deve affrontare una Insurgency che si prefigge obiettivi non più di tipo localistico, ma planetari, come dimostrato dall’attività di al Qaeda. Inoltre, pur mantenendo le tre metodologie classiche, terrorismo, sovversione e propaganda, vi è in aggiunta la capacità di utilizzare ampiamente i moderni strumenti di comunicazione di massa, per le rivendicazioni via internet degli attentati, o per le riprese delle esecuzioni di apostati e infedeli. A ciò bisogna aggiungere la capacità degli insurgents di ricorrere agli attacchi suicidi che, seppure di scarsa valenza militare, hanno un grande impatto mediatico e psicologico.

Gli effetti di questi vecchi e nuovi mediti di lotta, sapientemente enfatizzati grazie ai sistemi globali di comunicazione, generano incertezza fra le forze contro-insorgenti e paura e sfiducia nella popolazione locale, che spesso generano in un consenso forzato verso gli insorgenti, e in un sfiducia crescente nelle istituzioni governative.

Insorgenza e Contro-insorgenza hanno lo stesso obiettivo: ottenere il consenso della popolazione, conquistarne gli Hearts and Minds. Secondo fonti americane, ad oggi, solo il 20% degli insorgenti in Afghanistan è ideologicamente talebana: tra gli altri, molti sono semplicemente scontenti di quanto Karzai, UNAMA, Enduring Freedom e ISAF hanno fatto fino ad adesso. Dal 2004 al 2007 la strategia militare USA ha fatto notevoli progressi, imparando e mettendo in pratica gli insegnamenti del passato, ma la Coalizione non ha ancora conseguito risultati significativi. La situazione in Afghanistan è sempre più critica e le elezioni di agosto, che hanno visto una probabile riconferma di Karzai, non saranno in grado di mutare l’andamento del conflitto, almeno a breve termine.
Significativa, anche se non ancora risolutiva, è la strategia Counterinsurgency Clear-Hold-Build ideata nel 2007 in ambito NATO sulla base delle Lessons Learned irachene individuate dal Generale Petraeus. Ora il fulcro degli sforzi è concentrato sulla protezione degli afgani e non sulla caccia e l’eliminazione degli appartenenti ad al Qaeda: primo passo, individuare (fase di Shaping) una zona caratterizzata dalla forte presenza di insorgenti. Secondo, inviare le unità militari per ripulire l’area dalla presenza nemica (Clear), per mantenerne poi le posizioni e proteggerne la popolazione locale dagli attacchi terroristici (Hold). Tutto ciò, congiuntamente alle Afghan National Security Forces. Infine, bisogna attuare la fase di ricostruzione (Build) con il supporto dei Provincial Reconstruction Team (PRT), della Civil Military Cooperation (CIMIC) e delle varie Organizzazioni Internazionali (IO), Governative (GO) e Non Governative (NGO) per permettere al governo afgano di riconquistare i “cuori e le menti” della popolazione locale. Solo dopo aver realizzato queste fasi e aver coinvolto tutti gli attori principali, nazionali e non, nella ricostruzione di un Afghanistan sovrano e indipendente si potrà affrontare l’ultimo grande ostacolo alla normalizzazione di quella terra, la guerra al traffico di droga.

In Afghanistan il Counter-Narcotics è un settore dove gli inglesi hanno assunto da anni un ruolo guida, senza però produrre risultati significativi, a causa dello stretto legame tra i proventi dell’oppio e la sopravvivenza di molte famiglie locali. Ben il 12% della popolazione dipende dal commercio di oppio, la cui produzione copre il 90% della eroina prodotta a livello mondiale. É evidente, pertanto, come sia incompatibile portare avanti un programma di Counter-Narcotics con uno di tipo Counterinsurgency: fino a quando non saranno realizzate valide alternative economiche e sarà ridotta la corruzione, tentare di sradicare la coltivazione dell’oppio non farà altro che creare altri scontenti, altra povertà ed altri insorgenti.

Il caso afgano
Il conflitto in Afghanistan appare ben più complicato di quello iracheno. La forza multinazionale non stia affrontando una Insorgenza paragonabile a quello che ha visto capitolare l’Armata Rossa, ma né il governo afgano, né le truppe NATO hanno ad oggi la capacità di controllare il territorio. Troppo scarse sono ancora le forze sul campo, e inesistente è la politica che ne coordini l’impiego, situazione dovuta in particolare al nanismo politico di molti Stati, soprattutto europei, e al mancato coinvolgimento americano di Russia e Iran nella risoluzione del conflitto, aggravato peraltro da una serie di tensioni solo parzialmente attenuate dall’amministrazione Obama.

Coinvolgere la Russia e l’Iran nella risoluzione del conflitto afgano vorrebbe sicuramente dire alleggerire le pressioni esterne esistenti nel paese centro-asiatico. Con un Pakistan sempre più insicuro e caratterizzato dalla guerra civile, il territorio russo potrebbe essere una valida alternativa per il flusso di aiuti militari e umanitari per le forze della Coalizione e per le Organizzazioni Internazionali operanti in Afghanistan, e potrebbe inoltre evitare l’esodo forzato di migliaia di cittadini afgani espulsi quotidianamente dall’Iran. Come dichiarato da UNHCR, infatti, attraverso i passi di Islam Qala e Zaranj ogni giorno migliaia di afgani che vivono e lavorano in Iran vengono rimpatriati con ogni forma di pretesto, arrecando un grave danno alla precaria economia afgana, che si basa molto sulle rimesse di oltre un milione di cittadini emigrati in Iran.
Gli Stati europei hanno inviato i propri contingenti perseguendo politiche autonome e non coordinate, investendo per la ricostruzione e lo sviluppo capitali esigui, e completamente svincolati da logiche a lungo termine. Non coinvolgere i propri soldati in operazioni cinetiche, cioè offensive, tese a sradicare gli insorgenti, dilata enormemente i tempi di risoluzione del conflitto, portando all’impiego delle forze anglo-americane anche nelle Aree di Responsabilità (AOR) degli altri contingenti. Si accavallano così le competenze, si creano tensioni all’interno dei contingenti NATO, si investe nelle province afgane in maniera difforme, si creano malumori e scontenti nei confronti dei PRT e non si sradicano né la criminalità locale, né i focolai d’insorgenza. Conseguenza inevitabile, il crollo d’immagine del governo Karzai, e la facile presa degli insorgenti sullo scontento popolare.

In Afghanistan, dopo otto anni di instabilità, sembra che non resti altro che far giocare gli “adulti”: Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, ma anche Iran, Cina e India. L’Europa è incapace di sviluppare una politica estera comune e sembra disinteressata allo sviluppo di una propria forza militare. Il sogno eurasiatico è ancora molto lontano e la forza economico-politico-militare a stelle e strisce sopravanza nettamente quella europea. L’unica soluzione all’Insorgenza afgana resta la sconfitta del radicalismo religioso di matrice islamica. Dopo essere apparso vittorioso, con la complicità dell’Occidente, su molti fronti (Somalia, Iran, Bosnia, Kosovo e Cecenia, oltre allo stesso Afghanistan), la sua capacità offensiva sembra sul punto di sgretolarsi, sia pure con un processo ancora lungo, che coinvolgerà anche il mondo islamico moderato, la Russia, la Cina, l’India e l’Iran.

Per sconfiggere lo Jihadismo, però, bisogna vincere in Afghanistan con una vera strategia di Counterinsurgency. Bisogna cioè distruggere i santuari dell’estremismo islamico in Pakistan, coinvolgendo nei governi di entrambi gli stati l’ala moderata del fondamentalismo islamico e riducendo il nocciolo duro al silenzio. Si deve combattere la corruzione della classe politica afgana, investire in infrastrutture atte a rilanciare un’economia distrutta da decenni di guerre e di furti, rilanciare cioè quelli che la stessa missione ISAF ha fissato come pilastri della propria azione politico-militare: Security, Reconstruction and Development, Governance.
La storia ancora una volta ci mostra degli End States a questo tipo di conflittualità. Proprio gli strateghi anglo-americani hanno individuato nell’esperienza americana nelle Filippine (1899-1902) e in quella inglese in Malesia (1948-1960) dei validi esempi per uscire dal pantano afgano. Esempi da comprendere fino in fondo, che insegnano come quelli che oggi costituiscono i nemici, ovvero gli insorgenti, vadano coinvolti nella futura soluzione del conflitto.

Afghanistan: la guerra perduta

Centomila uomini. A tanto ammonta oggi la forza di intervento internazionale ISAF (inclusi i contractors) che opera in Afghanistan, sotto il cappello delle Nazioni Unite, dal 2001. Di primo acchito sembrerebbe una cifra militare ragionevole al fine di governare la transizione democratica nel martoriato Stato dell’Asia Centrale. Eppure, a ben guardare si tratta di un numero di soldati ben inferiore rispetto alle necessità operative dettate dalla missione.

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L’Afghanistan è un Paese grande più del doppio dell’Italia, ma con circa metà della popolazione. Prevalentemente montagnoso, vi sono sette principali minoranze etniche, ognuna delle quali molto diversa dall’altra per usi e costumi. Si tratta di uno Stato creato a tavolino da russi ed inglesi per delimitare i loro imperi nella fascia contigua. Una sorta di Stato cuscinetto, ma che come entità statale non è mai stato violato da forze straniere. Ne sanno qualcosa i sovietici, i quali pensavano che un esercito di 110.000 uomini potesse domare i comunisti deviati di Kabul: hanno invece assaggiato il pantano afghano per un decennio, battendo in ritirata nel febbraio del 1989.

Per vincere la guerra contro i talebani serve soprattutto l’hard power: servono più soldati ma non solo. È inoltre indispensabile che l’intero contingente internazionale adotti regole di ingaggio uniformi nei confronti della minaccia talebana. Così la pensa il comandante della missione internazionale, il Generale statunitense McCrystal, il quale chiede un sostanziale incremento delle truppe, almeno 10 mila unità aggiuntive. Così la pensa anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nonostante gli ultimi sondaggi rivelino una crescente dissaffezione degli americani per la guerra in atto. E i leader europei cosa pensano? Stante l’attuale situazione, con il prepotente ritorno dei talebani, non è più possibile né tergiversare né pensare di adottare una strategia che faccia leva prevalentemente sul fragile governo afghano. Se combattere il terrorismo è davvero una priorità per le cancellerie d’Europa diventa allora imperativo seguire la linea tracciata da Obama, potenziando numericamente la forza di intervento. A costo di attuare misure impopolari. Obama si assumerà questo rischio, perché si pone un obiettivo di lungo periodo: eliminare dall’Afghanistan i santuari dei terroristi. Il Presidente americano è disposto a veder ritornare in patria altri feretri a stelle e strisce. Lo sono altrettanto le sue controparti europee? Vero, vi sono posizioni discordanti sulla nuova strategia da adottarsi: gli “sforzi maggiori” di cui parla McCrystal non sono condivisi, per ragioni diverse, da Hillary Clinton, Joe Biden e Robert Gates. Tuttavia, la nuova strategia, preveda essa un maggior dialogo con i talebani moderati, così come invocato dal Ministro degli Esteri inglese, oppure un lavoro incentrato sull’intelligence come auspica Gates, non può prescindere da un rafforzamento dell’apparato militare. In caso contrario, risulterebbe molto più saggio abbandonare il territorio afghano ed abortire una missione che sembra già persa.

Ma per gli europei non c’è in gioco solo la vittoria contro i fondamentalisti religiosi. Un rischio altrettanto significativo viene dalla perdita (ulteriore) di fiducia degli americani nei confronti del vecchio continente. L’Amministrazione Obama è stata accolta in Europa come una presidenza proiettata al multilateralismo, quasi una benedizione dopo il marcato unilateralismo del doppio mandato di George W. Bush. Ora, è bene ricordare che uno dei motivi della poca considerazione stanutense verso gli alleati europei si chiama Guerra dei Balcani: dov’era l’Unione Europea durante lo scoppio delle atrocità in Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Herzegovina? Dov’era l’Europa durante il massacro di Srebrenica? Secondo gli americani, il conflitto nell’ex Jugoslavia si è rivelato una chiara dimostrazione di fallibilità del progetto europeo. Clinton dapprima e Bush in seguito avevano entrambi maturato un senso di sfiducia verso gli europei, ritenuti non in grado di risolvere da soli un conflitto che lacerava il ventre dell’Europa. Da questa prospettiva, l’unilateralismo esasperato di Bush, benché sbagliato, assume una giustificazione logica. E’questa un’immagine dell’Europa ancora molto viva a Washington, cui i decisori politici europei farebbero bene a prestare molta attenzione. Sarebbe il caso di sfatarla, mostrando di credere nella missione afghana per il bene comune della Comunità internazionale, senza aver paura di sfidare l’opinione pubblica per una buona causa. Sulla guerra in Afghanistan il Presidente Obama aspetta gli alleati europei al varco, per una questione che potrebbe portare alla ridefinizione dei rapporti transatlantici. A tutto detrimento degli interessi di Bruxelles.

Stati Uniti: Dall'unipolarismo all'apolarità

A partire dalla caduta del muro di Berlino si è sviluppato il dibattito relativo alla struttura del sistema internazionale emerso dalle ceneri del confronto bipolare. Nonostante siano passati venti anni una conclusione definitiva non è stata raggiunta a causa della contingenza che caratterizza i rapporti, la posizione e real viagra without prescription la natura delle unità politiche contemporanee.

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Nonché per le prospettive contrastanti sorte sulla definizione storica del contesto attuale. Se a livello politico l’Europa sta affrontando ancora una fase di “post Guerra fredda”, per gli Stati Uniti questa è già stata superata con gli attacchi dell’11 settembre, altro spartiacque storico, in seguito al quale sarebbe preferibile parlare di un periodo di “post-post Guerra fredda”.

Sulla scorta dell’euforia generata dalla sconfitta del colosso sovietico, nel decennio successivo al 1989 pochi dubbi sono stati sollevati in merito alle trasformazioni in corso, mentre le numerose teorie elaborate hanno preso spunto dalla certezza dell’ineluttabilità del processo di globalizzazione che avrebbe diffuso il modello politico, economico e culturale dell’Occidente. Nel 1990 Charles Krauthammer ha proclamato l’avvento del “momento unipolare”: il nuovo sistema, che vedeva gli Stati Uniti occupare la posizione di vertice nella piramide del potere mondiale, sarebbe stato caratterizzato da due qualità tali da renderlo unico nella storia. Anzitutto è apparso privo di quel germe di auto-distruzione, la tendenza al bilanciamento, che connoterebbe ogni situazione egemonica. In secondo luogo la sua natura è sembrata incredibilmente più vicina al polo dell’ordine che a quello dell’anarchia, tradizionalmente associato alla politica internazionale. La fase che ha preso inizio con la sconfitta del blocco sovietico, quindi, è stata avvolta dalla percezione neo-positivista che avendo vinto la “terza guerra mondiale” senza doverla combattere, gli Stati Uniti avrebbero potuto guidare il mondo verso un futuro di pace e di benessere.

Questa prospettiva è stata rafforzata dall’apparente esaurimento del soft power del comunismo e dei nazionalismi classici come alternative realistiche alla democrazia rappresentativa e al libero mercato. Il modello occidentale si sarebbe trovato privo non solo di un antagonista diretto, ma, almeno in apparenza, anche di qualsiasi fonte di contestazione. L’immediato avvio di una contraddittoria transizione verso i nostri paradigmi da parte degli Stati sorti dalle ceneri della galassia sovietica e le profonde riforme economiche avviate nella Repubblica Popolare Cinese sono state ritenute le prove più clamorose dell’inesorabilità di questa linea di sviluppo. Non solo. Tutti i potenziali sfidanti hanno preso atto dell’impossibilità di colmare il divario militare e tecnologico con la superpotenza, al punto che questa è dovuta ricorrere alla forza in una serie molto limitata di casi, essendosi creata un’aurea di invincibilità intorno al suo hard power. L’immagine di un “egemone riluttante” o di un “impero su invito” è stata generata proprio dalla propensione degli Stati Uniti a difendere le posizioni raggiunte attraverso la tessitura di una fitta rete di interdipendenze economiche e di interconnessioni diplomatiche piuttosto che con il ricorso alle armi. 
Da queste basi ha preso le mosse la riflessione di Francis Fukuyama secondo cui la dialettica hegeliana, fondata sui concetti di tesi, antitesi e sintesi, era divenuta uno strumento desueto per interpretare una realtà dai contorni quanto mai indefiniti. Venendo a mancare l’antitesi, che costituiva il limite e la negazione da cui sarebbe sorto un nuovo rapporto nell’originalità della sintesi, la tesi si sarebbe sovrapposta completamente alla realtà: questa svolta venne interpretata come la fine della storia o come una fase totalmente originale della storia. Il futuro non sarebbe più stato testimone dei titanici scontri di ideologie, trasformandosi in un tempo dedicato alla risoluzione delle grandi questioni economiche e tecniche. Questa idea, sebbene espressa con altre formule, era già affiorata a più riprese in passato, tanto che Arnold Toynbee aveva parlato del “miraggio dell’immortalità” da cui ogni civiltà al suo apogeo finisce per essere persuasa, convincendosi di costituire il grado più alto e definitivo della società umana.

Le tensioni legate alle disfunzioni della globalizzazione e gli attacchi dell’11 settembre hanno fatto sì che la vittoria dell’Occidente nel confronto con il socialismo reale perdesse quel carattere trionfale che aveva assunto nelle suggestioni immediatamente coeve a quegli eventi che nel giro di pochi mesi stravolsero la carta politica mondiale.

Le teorie di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà” hanno rappresentato il primo tentativo organico di contestare l’idea del concretizzarsi di una fase “astorica” e l’ottimismo relativo all’unilinearità del processo di globalizzazione. Dopo la fine delle ideologie sarebbe l’appartenenza culturale, al cui interno svolgerebbe un ruolo chiave l’identità religiosa, a dettare le evoluzioni delle nuove alleanze geopolitiche. In questa prospettiva, pur rimanendo evidente la distribuzione asimmetrica del potere, il mondo si avvierebbe verso una situazione di sostanziale multipolarismo. Gli Stati Uniti resterebbero una “superpotenza solitaria”, contraddistinta da un primato in tutte le dimensioni del potere (diplomatico, economico, militare, tecnologico e culturale) e dalla capacità di promuovere le proprie posizioni globalmente. Ad un secondo livello, si attesterebbero alcune potenze regionali, dotate di un predominio ristretto solo ad alcuni quadranti e, dunque, prive degli strumenti necessari per mettere in atto una strategia di respiro mondiale (il direttorio franco-tedesco dell’Ue, Russia, Cina, India, Iran, Brasile). Ad un terzo livello, inoltre, si muoverebbero le potenze regionali secondarie, con interessi antagonistici a quelli delle altre potenze regionali (Gran Bretagna, Ucraina, Giappone, Pakistan, Arabia Saudita, Argentina).

La riflessione sul possibile tramonto dell’egemonia statunitense è stata affrontata anche da John Ikenberry che nel 2002 ha selezionato una serie di variabili la cui combinazione avrebbe portato ad un riequilibrio nel sistema. Tra le quattro individuate due erano di ordine politico, la rottura con la tradizione del multilateralismo e la diffusione del terrorismo globale, e altrettante di ordine socio-economico, l’irrompere di una profonda crisi finanziaria e la crescente indisponibilità dell’elettorato americano ad approvare l’investimento di denaro pubblico nelle istituzioni internazionali. Negli anni che hanno seguito il biennio di transizione 1999-2001, che con la “guerra umanitaria” in Kosovo e la “guerra al terrorismo” in Afghanistan costituisce un momento di rottura del ritmo rispetto all’andamento positivo del decennio precedente, tali condizioni sembrano essersi verificate, almeno parzialmente, tutte.
Potrebbe, quindi, aver spiegato i suoi effetti quello che Ken Organski ha definito il “fattore fenice”, ossia l’esaurimento di quel periodo di circa 15-20 anni, da considerarsi fisiologico in seguito ad ogni “guerra costituente”, durante i quali la potenza vincitrice del conflitto riuscirebbe ad ottimizzare i frutti della sua vittoria. A dispetto di queste considerazioni non risulta comunque possibile individuare quei rapporti e i soggetti la cui presenza è imprescindibile per dare una definizione chiara del sistema internazionale. Al contrario, ci troviamo dinanzi ad una serie di segnali che sembrano indicarci una situazione al momento intellegibile. Per quanto riguarda lo status giuridico in cui versano diversi Paesi esiste un’incredibile discrasia tra i soggetti coinvolti all’interno degli stessi eventi. Se gli Stati Uniti e numerosi paesi del Vicino Oriente e dell’Asia centrale si percepiscono in guerra, nessuno in Europa mette in discussione l’idea che il continente si trovi in uno stato di pace nonostante le numerose missioni militari in corso. Le conseguenze pratiche sono notevoli: gli atti che agli occhi dei primi sembrano legittimi in relazione al tempo di guerra, appaiono ai secondi come crimini penalmente perseguibili. Non risulta possibile, inoltre, isolare la vicenda performativa per il sistema internazionale, sul modello del confronto tra blocco occidentale e blocco sovietico che aveva caratterizzato il bipolarismo. Se alcuni non esitano a trovarla nel fronte Af-Pak, altri attribuiscono centralità al conflitto israelo-palestinese ed altri ancora al confronto tra Washington e Pechino o tra la Casa Bianca e il Cremlino.
Il sistema internazionale bipolare è stato connotato da un ordine ferreo in quanto dava la possibilità di nutrire aspettative. Una condizione che viene meno se non sono esattamente individuabili gli attori legittimati, o quanto meno effettivamente in grado, ad agire nel sistema internazionale. Attualmente non è possibile di indicare i soggetti principali: se tra il 1945 e il 1989 era inequivocabile che i protagonisti fossero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, oggi risultano contrastanti le indicazioni relative ai soggetti dominanti del sistema, tanto che la teoria parla contemporaneamente di unipolarismo, bipolarismo e multipolarismo, mentre la prassi politica è testimone dell’alternanza di una serie di G-Forum a numero variabile. All’incertezza sui soggetti, si somma quella sulle alleanze. Queste durante la Guerra fredda si sono profilate come blocchi monolitici dai quali i membri non erano liberi di uscire, mentre le alleanze odierne hanno recuperato la loro tradizionale natura, ossia essere delle fluide “coalizioni dei volenterosi” la cui unione è dettata dalla missione. Ma occorre sottolineare non solo come sia difficile stilare previsioni sui protagonisti e le alleanze nel medio termine, ma come allo stesso modo sia difficile prevedere anche nel corto raggio le evoluzioni di alcuni attori minori: fare progetti su contesti in cui si muovono attori come il Kosovo, la Palestina, il Pakistan o l’Afghanistan è equivalente a scommettere su una partita di cui non si conosce l’identità dei giocatori in campo.

Infine il sistema internazionale contemporaneo sta definitivamente perdendo uno dei cardini acquisiti con la modernità, l’esclusività dello ius ad bellum degli Stati, che risultano sfidati sia dall’alto, dalle organizzazioni globali e regionali, che dal basso, dai partiti armati, dalle organizzazioni non-governative e dalle compagnie multinazionali. La guerra dopo aver perso con i conflitti mondiali e le lotte anticoloniali i limiti legati alla santuarizzazione di determinati soggetti, luoghi e tempi, sta registrando anche il dissolvimento della condivisione dello spazio comune, dell’uguaglianza della posta in gioco, della simmetria nelle dotazioni tecnologiche e del grado di mobilitazione delle popolazioni, nonché il suo carattere non discriminante. Per tale ragione è stata definita da Alessandro Colombo “guerra ineguale”.

Se il dibattito successivo all’11 settembre ha visto incrementare il gruppo dei sostenitori di un orizzonte multipolare, è stato fatto notare che proprio in relazione agli aspetti qui brevemente delineati le difformità tra il multipolarismo classico ed il sistema attuale risultano oggettivamente consistenti. Il primo, sorto con la Pace di Westfalia e terminato con la Seconda guerra mondiale, è stato fondato sull’esclusività degli Stati e la presenza di un numero esiguo di potenze alla costante ricerca di un equilibrio. Viceversa, oggi assistiamo alla presenza di un numero maggiore di centri di potere, tra cui alcuni costituiti da soggetti non-statali, con aspirazioni globali. Richard Haass, sulla base di queste considerazioni, ha sostenuto l’ipotesi di un’evoluzione verso un sistema “non-polare” (o “apolare”). Questa originale condizione implica l’effettività di numero di potenze concorrenti superiore rispetto al passato e la carenza di istituzioni e relazioni stabili i cui effetti risultino anche solo sommariamente prevedibili. Verrebbe meno, quindi, l’idea stessa di “scacchiere internazionale”, che ha implicato la certezza del numero e della natura dei “pezzi pesanti”, dei “pezzi leggeri” e dei “pedoni”, nonché la necessità di tempo per riflettere sulle opzioni strategiche al cospetto di un’arena le cui tendenze centrifughe impongono l’esigenza di scelte incessanti e, di conseguenza, di un tatticismo troppo spesso di corto respiro.