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Il golpe bianco dei Fratelli musulmani libici: una minaccia per il Medio Oriente e per l’Europa

L’ultima roccaforte dell’islam politico

Il golpe bianco dei Fratelli musulmani libici: una minaccia per il Medio Oriente e per l’Europa - Geopolitica.info Archivio Reuters

Distratte dal frastuono ucraino, la stampa e l’opinione pubblica italiana sembrano prestare poca attenzione agli eventi che si rincorrono ormai da giorni sulle rive meridionali del mar Mediterraneo. Il riferimento corre al giovane Stato libico post-gheddafiano, teatro nell’ultimo triennio di costanti scontri armati tra milizie rivali, assassinii e rapimenti illustri che hanno coinvolto figure di spicco dell’establishment governativo, nebulose extraordinary rendition condotte da potenze straniere, traffico di armi  e – ancor più recentemente – colpi di Stato.

Come tale può essere definito il voto di sfiducia espresso l’11 marzo contro il premier Ali Zeidan da un organo legislativo, il General National Congress, il cui mandato legale risulterebbe ormai scaduto da oltre un mese. La mozione, approvata col consenso di 124 dei 200 membri della camera, è stata perorata dai rappresentanti della città di Misurata con l’aperto sostegno della componente dell’assemblea facente capo al movimento dei Fratelli musulmani. Formalmente, un atto di delegittimazione motivato dalla accuse per le quali l’ex capo dell’esecutivo avrebbe tentato di corrompere con tangenti i gruppi armati che da tempo hanno posto in stato di fermo i terminal petroliferi dell’oriente libico. In termini politici, una ritorsione contro i tentativi di Zeidan di contenere il peso preponderante della Fratellanza musulmana negli equilibri sociali e religiosi del Paese.

Estromessi dall’Egitto dei nuovi colonnelli, mortificati da un regime siriano sopravvissuto grazie al sostegno russo, criticati a Gaza e – notizia di pochi giorni fa – messi in stato di clandestinità nella potente Arabia Saudita, i Fratelli musulmani in rotta nella maggior parte degli scenari geopolitici mediorientali preservano in Libia significative leve di potere. Fa riferimento alla Fratellanza Nuori Abusahmain, il presidente del General National Congress che in attesa della promulgazione di una definitiva carta costituzionale detiene la carica di capo dello Stato e, diretta conseguenza, i connessi poteri esecutivi sull’impiego dell’esercito. Non di meno, lo schieramento integralista può contare sull’eco carismatico del gran muftì Sheikh Sadik Al-Ghariani, somma autorità religiosa della Libia che non si esime dal prender apertamente e frequentemente parte al dibattito politico interno. Suo il recente proclama sulla legalità della proroga delle funzioni legislative auto-concessasi dal parlamento in febbraio, una dichiarazione accompagnata da un monito morale che interdirebbe i fedeli libici dal contestare i poteri del Congresso. Rispondono, infine, alla Fratellanza i governatori locali di Misurata in Tripolitania e di Derna in Cirenaica, così come – dato ancor più significativo – le rispettive milizie combattenti, tra le più attive e sfrontate nello scenario della Libia post-rivoluzionaria.

In un contesto macroregionale che vede persino il colosso della comunicazione Al Jazeera iniziare a riconoscere l’ormai evidente parabola fallimentare dell’islam politico, la Libia si configura come estrema roccaforte di un movimento che, privato dello slancio idealistico delle primavere arabe, potrebbe essere presto ricondotto nella generalizzata condizione di minoranza e ininfluenza del pre-2011. Una prospettiva che i Fratelli musulmani intendono sventare mantenendo e accrescendo il proprio ruolo negli equilibri sociali e religiosi dell’ex- Jamahiriya.

Le criticità del processo di state-building e l’ascesa del movimento sufista

Arginare la deriva confessionale nelle istituzioni e nella società civile ha rappresentato uno dei principali obiettivi promossi nell’ultimo anno dall’esecutivo guidato da Ali Zeidan, ma non l’unico. In un lento processo di state building il governo ha dovuto confrontarsi con problematiche ereditate dalla guerra civile e impreviste crisi politico-diplomatiche. Nella primavera dell’anno scorso la difficile epurazione dall’apparato burocratico dei funzionari e persino degli impiegati accusati di collusione con il regime del defunto Rais aveva richiesto uno sforzo organizzativo non minore di quello che aveva accompagnato la pianificazione della ricostruzione materiale e istituzionale dello Stato. Critici e spesso infruttuosi si erano rivelati i tentativi di mettere al sicuro le porose frontiere sahariane, zona franca per guerriglieri tuareg attivi nel fragile Mali, trafficanti d’armi e quelle cellule di Al Qaeda responsabili nel gennaio 2013 del sanguinoso assalto al centro petrolifero di In Amenas, nell’Algeria orientale. Il tutto senza far menzione delle – sfortunatamente – fallimentari politiche volte a risolvere i due più rilevanti ostacoli alla definitiva pacificazione dello Stato: il mancato inquadramento in un esercito regolare della costellazione di milizie armate sorte dalla rivoluzione del 2011 e la ricostruzione di un rapporto di cooperazione e fiducia tra le due anime storiche del Paese, la Tripolitania e la Cirenaica.

La Cirenaica stessa appare sotto molto profili la vera chiave di volta per la comprensione della complessità dello scenario libico. Ricca delle materie prime energetiche che hanno a lungo rappresentato la principale se non unica fonte di reddito delle casse statali, la regione di Benghazi ha paradossalmente sofferto nei lunghi decenni della dittatura di Muammar Gheddafi una cronica mancanza di risorse economiche dovuta al dirottamento delle rendite petrolifere su Tripoli e suoi clan fedeli alla Guida della Rivoluzione quali i Warfallah.  Una stortura che non ha trovato piena soluzione nemmeno a seguito dell’atteso regime change e che, scontatamente, ha inasprito il risentimento dell’oriente verso la Capitale e le ricostituite strutture istituzionali, finendo così per alimentare la retorica dei movimenti federalisti di natura pacifica e insurrezionale. Rispondono a quest’ultimo tipo le brigate della Petroleum Facilities Guard guidate da Ibrahim Jadhran, figura in grado di riassumere su se stesso il ruolo di intransigente guerrigliero disposto a occupare manu militari la totalità delle hub portuali cirenaici e quello di leader carismatico di una battaglia federalista che nel novembre scorso l’ha portato ad auto-proclamare la nascita del proprio governo locale, il Political Bureau of Cyrenaica.  Jadhran, a detta dell’accusa, sarebbe il destinatario delle tangenti che il premier Zeidan avrebbe voluto usare per sollecitare la riprese delle attività estrattive poste in stato di arresto.

È, tuttavia, nella componente più pacifica del movimento di protesta cirenaico e nei rapporti coltivati da quest’ultimo con il capo del governo che sembrerebbero emergere motivazioni le sostanziali e meno pretestuose che spiegherebbero le ragioni del recente golpe istituzionale. Nello specifico, le motivazioni andrebbero ricercate nei timori manifestati dalla Fratellanza musulmana in corrispondenza della progressiva legittimazione storico-politica concessa da Zeidan alle figure di spicco della famiglia Al Senussi. Oltre a promuovere rivendicazioni autonomistiche tramite il Cyrenaica Transitional Council, soggetto antitetico al Bureau di Jadhran, gli esponenti di rilievo del movimento Senussita risultano essere i diretti eredi di re Idris I, il sovrano che traghettò la Libia nel processo di decolonizzazione post-bellico, favorendo la creazione delle prime istituzioni rappresentative nelle storia del Paese. Deposto dal colpo di Stato militare di Gheddafi nel 1969, re Idris si era fatto alfiere di quell’interpretazione degli insegnamenti coranici che risponde al movimento sufita, una scuola filosofica che affonda le sue origini negli albori medievali della storia islamica. Trattasi di una dottrina dai caratteri mistici tradizionalmente diffusa in buona parte dei Paesi che costituiscono la ummah musulmana, diversificata nelle sue molte correnti nazionali, ma resa coesa da un comune approccio di tolleranza religiosa e diffidenza verso le interpretazioni delle sacre scritture che vorrebbero una piena identificazione tra teologia, diritto, clero e politica. Un impianto ideologico particolarmente presente nel Maghreb che proprio nella Libia ottomana, coloniale e poi monarchica aveva trovato maggior fioritura e, al contempo, un impianto ideologico ostensibilmente avverso a quello propagandato dalla Fratellanza musulmana, responsabile di diversi, recenti, attacchi ai centri di culto sufiti.

L’inedito asse con i sufi e la prospettiva di una loro riaffermazione capillare su scala nazionale hanno costituito con grande probabilità la veritiera causa della defenestrazione di Zeidan. Già oggetto il 5 settembre scorso di un sequestro da parte di miliziani integralisti che lo accusavano di diretto coinvolgimento nella extraordinary rendition americana di Al Liby, attuale numero due di Al Qaeda, l’ex premier ha risposto all’inatteso voto di sfiducia allontanandosi dal Paese con un volo privato, ma benché il parlamento abbia già provveduto a nominare il ministro della difesa Abdullah Al Thinni vertice provvisorio dell’esecutivo per le prossime due settimane, la tensione interna rimane altissima.

La dinamica energetica e il coinvolgimento dell’Occidente

Non diversamente dal suo predecessore, Al Thinni non dispone degli strumenti politici e materiali per affrontare le problematiche già citate. Ciò si configura come una diretta conseguenza dell’evidente sbilanciamento dei poteri istituzionali in favore dell’organo legislativo, una misura preventiva volta a scongiurare il pericolo di governi forti e potenzialmente in grado di trasformarsi in nuove dittature. Posta in evidenza dai fallimenti registrati nell’ultimo biennio, la limitatezza delle effettive capacità esecutive del gabinetto Zeidan era apparsa ancor più evidente nel corso della recente crisi che aveva visto coinvolto un mercantile petrolifero battente bandiera nordcoreana e operante per conto di una compagnia del Golfo. La nave, accusata di aver caricato illegalmente petrolio di proprietà per il 41% del consorzio americano Marathon in, era riuscita lo scorso 8 marzo ad abbandonare uno degli scali portuali controllati dai ribelli nonostante il primo ministro avesse impartito alle forze aree nazionali espresso ordine di fermarla con ogni mezzo. Ridotto all’impotenza e costretto a richiedere il comunque non risolutorio intervento delle milizie di Misurata, Ali Zeidan aveva dovuto assistere come mero osservatore alle operazioni di ripiego dei Navy Seals americani che nella giornata successiva – su espresso ordine del presidente Obama – erano riusciti a prendere il controllo del naviglio, privo di bandiera nordcoreana (e dunque considerabile nave pirata) e ormai catturabile in quanto lontano dalla giurisdizione delle acque territoriali libico.

L’assenza di un potere esecutivo in grado di adottare provvedimenti risolutori costituisce il più evidente limite alle capacità delle forze laiche e moderate di affrontare le sfide del processo di state-building e quelle poste dall’attivismo dei Fratelli musulmani. Non sorprende, dunque, apprendere dell’ufficiale richiesta di aiuto che il governo provvisorio ha lanciato alle Nazioni Unite e per diretta conseguenza all’intera comunità internazionale il 20 marzo scorso. Pur senza specificare in che termini ciò debba concretizzarsi, appare evidente che tale appello si configuri come un invito a trasformare l’indiretto sostegno logistico finora prestato dalla missione Unsmil in un aperto intervento di peace enforcement che coadiuvi le forze militari nelle operazioni di controllo e repressione dei focolai di rivolta. L’appello, anche in virtù dei recenti avvenimenti nell’est europeo, potrebbe incontrare una positiva e rapida risposta. Se il quadro delle relazioni dell’Occidente con la Russia dovesse peggiorare al punto da sfociare in una drastica interruzione dei rapporti commerciali, l’Europa –  e con essa l’Italia – si troverebbe costretta ad affrontare un macroscopico razionamento degli approvvigionamento energetico capace di compromettere qualsivoglia speranza di oltrepassare definitivamente gli effetti della perdurante crisi economica e produttiva. Una prospettiva che accrescerebbe a dismisura il già rilevante ruolo della Libia e dell’Algeria quali fornitori privilegiati – e obbligati – del mercato europeo e, per diretta conseguenza, un incentivo a garantire con ogni mezzo la sicurezza di tali rifornimenti.

Conclusioni

 Le concrete possibilità di un coinvolgimento militare esterno, il vivo interesse dei Fratelli musulmani a preservare le proprie posizioni di comando e le trasversali manifestazioni di solidarietà raccolte dall’ex premier Ali Zeidan negli ambienti politici e paramilitari di Zintan, Sabrat, Zuara, nonché dalla stessa Tripoli, lasciano presagire una prossima resa dei conti tra la complessità degli attori coinvolti. Un confronto aperto e risolutorio che si muoverebbe su almeno tre dei diversi piani ideali nei quali si concentrano le tensioni del Paese. Il primo luogo il piano delle tensioni tribali: pur a fronte di una massiccia urbanizzazione, la presenza di clivage clanici nella società libica è stata rivitalizzata dal conflitto del 2011 al punto da cristallizzare alcune pericolose rivalità locali particolarmente evidenti nel contesto della Tripolitania. I contrasti tra Misurata e Zintan o quelli tra Zawya e Washfana nascondono un potenziale di esplosività che, se fatto detonare, potrebbe trascinare la Libia in una seconda guerra civile con esiti catastrofici per la popolazione civile e per le già provate infrastrutture nazionali. Non meno pericoloso appare il piano istituzionale, nel quale i sostenitori di una configurazione federale dell’architettura statale si oppongo a coloro che promuovono il mantenimento dell’attuale status quo centralista. L’incapacità di trovare una sintesi tra le due posizioni è all’origine dell’occupazione militare con cui i miliziani di Jadhran impediscono l’accesso dei governativi e dei loro partner commerciali occidentali ai porti della Cirenaica, una dinamica divenuta ormai insostenibile per entrambi. Infine, il fondamentale piano ideologico-religioso: minacciati dalla ricostituzione del movimento sufista, privati di buona parte dei propri sostenitori e finanziatori stranieri e posti in condizione di minoranza nella composizione del recentemente eletto comitato costituzionale dei Sessanta, i Fratelli Musulmani hanno reagito alla prospettiva di una possibile sconfitta nella prossima tornata elettorale legislativa di luglio con quello che può definirsi, probabilmente, un golpe bianco contro il governo Zeidan.

Un quadro complessivo che potrebbe presto dar luogo a un’escalation di violenza capace d’infiammare nuovamente la Libia e con essa l’intero quadrante mediterraneo. Con gravi conseguenze per le nazioni rivierasche dell’Europa Meridionale e buona pace dei propositi di normalizzazione geopolitica che circondavano il segretario di stato americano John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov nel meeting in tema di Libia tenutosi a Roma soltanto poche settimane fa.

La visita di Mohammed VI del Marocco a Obama

Nella competizione tradizionale, divenuta negli ultimi mesi ancor più tesa ed incalzante, tra Marocco ed Algeria per la posizione di paese leader dell’area MENA (Middle East, North Africa), la diplomazia marocchina sembra aver conquistato punti decisivi in suo favore. Nonostante la destabilizzazione subita dal governo di Rabat alcune settimane fa, con la destituzione del Ministro degli Interni e del Ministro degli Esteri da parte del Re, la visita ufficiale di Mohamed VI negli Stati Uniti è infatti stata coronata da un pieno successo.

La visita di Mohammed VI del Marocco a Obama - Geopolitica.info

L’incontro alla Casa Bianca tra il monarca marocchino e il Presidente Obama era stato preceduto, il 18 novembre, da una lettera ufficiale di 9 diplomatici americani che negli ultimi 32 anni avevano prestato servizio presso l’ambasciata USA in Marocco.

Nella missiva costoro avevano fortemente caldeggiato un rafforzamento della cooperazione e della tradizionale amicizia tra i due stati, con particolare riferimento anche alla situazione del Sahara Occidentale. A quanto pare il loro invito è stato fatto proprio da Washington. Nel comunicato congiunto del Presidente degli Stati Uniti e del Re del Marocco reso pubblico venerdì 22 novembre al termine del vertice, gli USA definiscono il piano marocchino, volto alla costruzione di un “Sahara Occidentale dotato di autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina”, una soluzione “seria realista e credibile”: in pratica, la base di lavoro sulla quale far convergere le parti in causa.

A questo vanno aggiunti una serie di accordi congiunti su questioni legate alle relazioni commerciali, culturali ed anche militari dei due paesi e, soprattutto, il riconoscimento del Marocco come partner privilegiato degli USA in quell’area geografica e l’auspicio di una stretta collaborazione tra i due paesi e l’Unione Europea finalizzata alla stabilizzazione del MENA (dopo la recente crisi del Mali) e dell’intero Nord Africa, al collasso dopo le varie Primavere Arabe.

In effetti il programma di riforme democratiche e costituzionali messo in atto da Mohammed VI nell’ultimo decennio viene proposto come un vero e proprio modello per condurre i paesi arabi sulla strada della democrazia. Complessivamente si è trattato di un colpo molto duro inferto alle ambizioni algerine. In particolare la diplomazia guidata da Ramtane Lamamra paga le vistose turbolenze provocate dai gruppi terroristici dislocati nei territori al confine tra Algeria e Mali in questi mesi che Algeri non ha saputo controllare, rendendo precarie le condizioni di sicurezza delle imprese occidentali operanti in zona, impegnate soprattutto nell’estrazione di petrolio e gas.

A poco è valso, dunque, il recente attivismo diplomatico algerino, anche a sostegno del Fronte Polisario che, proprio tra il 15 e il 17 novembre scorso, aveva organizzato, proprio a Roma, una conferenza internazionale a supporto delle rivendicazioni anti-marocchine dei polisariani. Lo smacco ha provocato reazioni anche sulla stampa algerina. Sull’edizione on-line di Le Matin (www.lematindz.net) è possibile, ad esempio, leggere una dura analisi a firma Yacine K., datata 26 novembre 2013, molto dura nei confronti di Bouteflika e della sua dispendiosa, ma inconcludente politica estera.

E’ plausibile che tutto questo porterà significativi e, forse, clamorosi, sviluppi negli assetti politici della regione. Per ora Re Mohammed e Barack Obama si sono dati appuntamento per il 2014, questa volta a Rabat, per approfondire il dialogo strategico tra i due paesi e rafforzarne ulteriormente le cooperazione.

Verso il secondo round negoziale: area di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea

Alla ricerca di una mutua soluzione per l’occupazione e il mercato del lavoro, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, già dalla fine del 2011 stanno lavorando alla creazione di un’Area di Libero Scambio.
Un primo round di negoziati si è svolto a Washington tra l’8 e il 12 luglio 2013 e il prossimo, dal 7 all’11 ottobre a Bruxelles, è in procinto di cominciare.

Verso il secondo round negoziale: area di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea - Geopolitica.info

La possibile istituzione di un’Area di Libero Scambio è un tema rilevante per entrambe le economie, le quali rappresentano insieme circa la metà della produzione economica globale e quasi un terzo dei flussi commerciali mondiali, dando così origine alla maggiore relazione economica nel mondo. 

Gli ostacoli più grandi al commercio tra Stati Uniti ed Europa e tra questi ultimi e il resto dei partner globali è dato dalla diversità di standard e regolamenti commerciali, dalla maggiore o minore protezione delle economie ottenuta attraverso tariffe doganali e non, standard ambientali e sanitari. Un fattore comune invece tra Unione Europea e Stati Uniti, è invece rappresentato dai seri problemi di disoccupazione e stagnazione economica, che potrebbero essere alleviati facendo leva sui benefici dell’istituzione di un’Area di Libero Scambio (Free Trade Area).

Alcuni dati sugli scambi tra Unione Europea e Stati Uniti possono aiutarci a capire la rilevanza di questo possibile accordo: gli scambi bilaterali totali nel 2011 ammontano a €455 miliardi, con un saldo positivo europeo di €72 miliardi. L’UE spende circa €192 miliardi l’anno in importazioni di prodotti americani (questa cifra rappresenta l’11% delle importazioni totali europee) e per lei, gli Stati Uniti sono il più grande mercato di esportazione, dato che circa il 17% delle esportazioni totali europee sono dirette lì. 
Non sono solo i flussi commerciali ad essere importanti per valutare la potenzialità di un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, considerata la mole degli investimenti diretti in entrambe le direzioni: nel 2011 infatti, gli USA hanno investito circa €150 miliardi in Europa e le aziende europee qualcosa come € 123 miliardi negli Stati Uniti.

L’iniziativa di un accordo transatlantico è basata sulle raccomandazioni del Gruppo di Lavoro di Alto Livello sulla Crescita e il Lavoro, istituito tra Unione Europea e Stati Uniti dal 2011. Dalle delibere di questo gruppo, la DG per il Commercio della Commissione Europea ha quindi commissionato al Centro di Ricerca sulla Politica Economica di Londra uno studio circa i vantaggi e punti deboli di una Partnership Transatlantica sul Commercio e Investimenti, pubblicato poi lo scorso 12 marzo 2013.

Il documento ha evidenziato come una liberalizzazione degli scambi tra Europa e Stati Uniti avrebbe effetti benefici non solo sulle due parti ma anche per l’economia globale. Sono stati individuati benefici in termini monetari, commerciali e anche occupazionali, mentre relativamente al resto del mondo, i benefici si otterrebbero dall’applicazione di regolamenti commerciali basati su standard comuni.

In termini monetari, l’istituzione di una Area di Libero Scambio farebbe guadagnare all’Unione Europea €119 miliardi e €95miliardi agli Stati Uniti; per quanto riguarda invece la quota di esportazioni europee totali, lo studio sostiene che esse aumenterebbero del 6% e del 8% quelle americane. Dal punto di vista occupazionale, sempre secondo lo studio, entrambe le parti trarrebbero benefici dall’aumento degli scambi, con riguardo sia ai profili altamente qualificati sia a quelli con minore specializzazione. Si aprirebbero, cioè, maggiori opportunità lavorative in entrambi i mercati.

Ma non è solo un ragionamento di numeri quello su cui si basa lo studio. L’area di libero scambio ottenuta tramite un’adozione di standard comuni tra due entità così imponenti provocherebbe effetti di convergenza a livello globale.
Infatti, il fatto stesso che si riescano a stabilire standard comuni e diminuiscano le divergenze tra regolamenti, tutt’ora molto differenti, spingerebbe gli altri partner globali a modificare le loro regolamentazioni verso i nuovi standard transatlantici per accedere ai vantaggi del rafforzamento degli scambi con questi grandi mercati.

Tutte queste considerazioni sono supportate da numerosi e autorevoli studi, riguardanti sia gli effetti benefici di una Free Trade Area che sulla mole degli scambi commerciali tra le due economie, ma i negoziati si preannunciano tutt’altro che facili. I fautori dell’accordo sono focalizzati maggiormente sugli effetti benefici sull’occupazione e sui flussi commerciali, mentre i critici sottolineano le ripercussioni negative che un abbassamento degli standard sanitari, ambientali e di produzione causerebbe al mercato europeo.

Come è noto, tra Unione Europea e Stati Uniti vi sono enormi differenze per quanto riguarda gli standard produttivi, ad esempio quelli sanitari e ambientali e differenze per quanto riguarda gli stessi prodotti commercializzati. Ultimo ma non meno importante, gli Stati Uniti devono prima uscire dalla spirale del mancato rifinanziamento dei negoziati per effetto dello shutdown.

 

 

 
Le molte lezioni della crisi in Siria
Per qualche settimana, nei mesi di agosto e settembre, lo scenario di una missione internazionale contro il governo di Damasco è sembrata prossima a diventare realtà: ipotesi, quest’ultima, ormai vanificata alla luce dei negoziati intercorsi tra Stati Uniti e Russia.

Le molte lezioni della crisi in Siria - Geopolitica.info
Le ragioni a favore dell’operazione (sembrerebbe di carattere esclusivamente punitivo), riprendendo una prassi ormai in via di consolidamento, si sarebbero fondate su quel principio emergente del diritto internazionale, la responsibility to protect, che aveva ispirato la risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che aveva costituito la cornice legale dell’operazione Odissey Dawn in Libia. Questo principio tende a trasformare la sovranità da diritto – all’intangibilità esterna della sfera domestica – in dovere per le autorità statali, attribuendo alla comunità internazionale, nel caso in cui i primi disattendano le loro responsabilità verso i cittadini, il compito di porre fine con qualsiasi mezzo a quattro “reati internazionali”: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Sebbene a Washington nessuno ami il regime di Assad, non si è verificata un’omogeneità di vedute sulla possibile apertura di un nuovo fronte in Medio oriente, per ragioni di ordine sia economico che strategico. L’opzione boots on the ground, che nonostante gli errori commessi in Iraq e Afghanistan garantirebbe un controllo minimo sul ripristino della statualità in Siria, non è auspicabile in un momento di recessione come quello attuale e, verosimilmente, provocherebbe una perdita di popolarità del presidente in carica, non limitato alla sola opinione pubblica americana.

Altrettanto problematica appare la soluzione dell’attacco aereo che, senza abbattere il regime di Assad, potrebbe indebolirlo al punto da creare una situazione di equilibrio tra le tre parti in lotta (i lealisti, i ribelli “filo-occidentali” e i ribelli islamisti). Questa soluzione rischia di trasformare in realtà uno dei peggiori incubi dell’America, nonché di Israele: un periodo più o meno lungo di anarchia collegato al protrarsi di una guerra civile e alla divisione de facto dello Stato siriano. Si tratta di una prospettiva che contribuirebbe a rendere ancora più instabile il vicino Iraq, la cui democrazia risulta ancora estremamente debole, profilando la possibilità del sorgere di un campo di battaglia unico nella regione centrale del Medio oriente. Questa potrebbe risucchierebbe in una spirale di violenza anche i pochi risultati conseguiti dalla missione Iraqi freedom e aumentare i pericoli che minacciano Israele. Così il premio Nobel per la pace Barack Obama si è trovato nella scomoda posizione di dover porre una soglia di accesso suppletiva al ricorso alla forza da parte delle sue forze armate, individuata nel ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Assad.

Il verificarsi di questa condizione è stata interpretata dal partito dei “falchi” come la possibilità di abbattere l’ennesimo regime dispotico in Medio oriente, proseguendo in quell’opera di esportazione della democrazia che sotto forme diverse, a partire dalla presidenza di Franklin Delano Roosvelt (con le eccezioni di quella Nixon e Bush sr.), ha caratterizzato tutte le amministrazioni americane. Per il partito delle “colombe”, al contrario, è suonata come un campanello di allarme per il mantenimento della stabilità in un’area considerata nevralgica per gli equilibri mondiali. L’Amministrazione Obama non vuole rischiare né di affrontare un doppio teatro di guerra sia per evitare un potenziale overstretching negli impegni, né di affrontare gli eventuali danni d’immagine ad un presidente che ha fondato la sua legittimità anche su un approccio diverso da quello tenuto dai suoi predecessori alle crisi internazionali. 

L’impasse provocata dalla combinazione tra l’estrema difficoltà nel distinguere tra uno Stato che sta effettuando un’operazione di polizia interna e uno Stato che sta ponendo in essere una delle quattro fattispecie di reato internazionale (difficoltà che in altre occasioni è stata comunque superata) e dalla riluttanza dell’amministrazione Obama nell’optare per la soluzione militare, sembrava essere stata sbloccata, oltre che dalla crescente attenzione suscitata dai mass media sulla crisi siriana e dallo stile provocatorio della “diplomazia” di Damasco, soprattutto dal presunto ricorso alle armi chimiche da parte dell’esercito regolare.

La proposta russa di mettere sotto controllo l’arsenale in possesso del regime di Assad e l’annuncio di quest’ultimo di voler aderire al trattato mondiale contro le armi chimiche, tuttavia, hanno toccato il nervo scoperto della politica internazionale delle potenze occidentali a partire dagli anni Novanta: la creazione di un quadro giuridico fondato sulla difesa dei diritti umani in grado di legittimare le operazioni militari contro uno Stato sovrano. La duplice iniziativa di Mosca e Damasco, la cui sincronia è evidentemente frutto di un coordinamento, mettendo al centro delle argomentazioni contrarie allo strike aereo la volontà di giungere ad una soluzione pacifica della crisi e di far tornare le armi non convenzionali siriane sotto il controllo della comunità internazionale, sembra aver prodotto gli effetti auspicati.

A differenza di occasioni passate quando la Russia si era distinta per una politica tanto muscolare quanto inefficace, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico e i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Cosa ci insegna, dunque, questa prima (e ci auguriamo ultima) fase della crisi siriana? Anzitutto che dietro la politica di difesa dei “diritti umani” si celano molte insidie, anche per la superpotenza. I tentennamenti rispetto alla durezza delle operazioni che il regime siriano conduce ormai da due anni contro le roccaforti dei ribelli (o, quanto meno, dall’immagine che ci arriva attraverso i media che coprono la crisi) rischiano di metterne a nudo la natura strumentale di politica di potenza e l’utilizzo che ne era stato fatto in passato per legittimare di fronte ai tax payers americani e all’opinione pubblica mondiale il perseguimento – legittimo – di Washington del proprio interesse nazionale, celato dietro un concetto tanto astratto, quanto manipolabile. In secondo luogo ci offre un’immagine degli Stati Uniti come di una superpotenza riluttante ad assumere il ruolo di prestatore d’ordine di ultima istanza in ogni angolo del globo, rinunciando di fatto al ruolo di “gendarme del mondo”.

Nonostante il sistema internazionale versi ancora in una condizione “unipolare”, la rinuncia americana a ricorrere alla forza laddove una “piccola” potenza ne sfidi apertamente l’autorità, potrebbe incentivare a porre in essere comportamenti simili, innescando un meccanismo che nel prossimo futuro potrebbe riportare il sistema internazionale ad un equilibrio multipolare. L’evoluzione della crisi, inoltre, dimostra che le altre potenze con un ruolo di primo piano nella regione (Francia, Arabia Saudita e Qatar) sono in grado di destabilizzare un regime ostile, ma non di ricorrere alla forza per abbatterlo e ripristinare l’ordine, rimanendo così legate alle scelte di Washington.

Una nota a parte merita la Turchia, la quale nei confronti della crisi siriana ha sempre mostrato un atteggiamento fortemente interventista, promuovendo anche azioni di carattere militare seppure limitate. Infine è possibile notare come la Russia stia tentando di uscire dal “cortile di casa” costituito dall’ex spazio sovietico in cui era rimasta circoscritta negli anni Novanta e Duemila, per difendere concretamente i propri interessi in una area geopolitica più ampia, il cui primo risultato di grande rilievo potrebbe essere la difesa del suo accesso al Mar Mediterraneo nel porto siriano di Tartus. È lecito attendersi, dunque, che il ribaltamento del paradigma abituale della politica estera di Mosca costituisca un primo segnale di riequilibrio dell’assetto internazionale consolidatosi negli ultimi vent’anni.
Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente?
Nel dicembre 2010 è scoppiata in Tunisia la rivolta contro il regime di Ben Ali che ha sancito l’inizio delle cosiddette “rivoluzioni arabe”. La fiamma della protesta si è propagata velocemente lungo i Paesi del Maghreb e del Medioriente mettendo in discussione il potere di consolidate autocrazie che hanno retto per decenni i destini di quella vasta area del mondo. Per quanto l’argomento necessiti indubbiamente di un’analisi più approfondita, in questa sede possiamo limitarci a rilevare che le cause del malcontento che ha portato centinaia di migliaia di persone a riempire le piazze delle maggiori città del Vicino oriente e della costa mediterranea dell’Africa sono da ascriversi principalmente ad un progressivo aumento del prezzo dei generi alimentari che ha messo via via in ginocchio le già magre finanze di una popolazione che spesso vive presso la soglia della povertà e che è stata storicamente educata dai regimi politici locali a covare un forte risentimento anti-occidentale ed anti-israeliano al fine di nascondere le inefficienze, le mancanze e la corruzione che caratterizzano da sempre i governi impersonati dal “ra’is” mediorientale di turno.

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente? - Geopolitica.info
Approfittando del diffuso malcontento politico ed economico e delle situazioni sociali più degradate, il fondamentalismo islamico di natura politica, organizzato da esponenti delle classi medio-alte della società, ha acquistato progressivi consensi fra la popolazione e ha per anni pazientemente preparato la sua ascesa al potere attendendo il momento più propizio per mettere in atto i suoi piani di occupazione sistematica di tutte le posizioni chiave dello Stato. Da questo punto di vista è esemplare il caso dell’Egitto che nel gennaio 2011 è stato coinvolto nella rivolta che è dilagata con estrema celerità in Medioriente e che ha visto l’ascesa al potere del partito dei Fratelli Musulmani il quale, messe da parte le deboli forze democratiche e liberali presenti nel Paese che pure avevano partecipato inizialmente alle manifestazioni anti-Mubarak, ha assunto rapidamente il controllo della piazza e con essa del Paese. A questo punto, messo in discussione lo status quo dell’Egitto, alleato storico degli Usa, la mossa successiva che tutti si attendevano verteva su un forte intervento politico degli Stati Uniti al fine di garantire la continuità della politica estera del governo de Il Cairo a fronte dell’importante posizione strategica del Paese e dei conseguenti cospicui finanziamenti che Washington elargisce da decenni a favore delle forze armate e dell’economia del Paese del Nilo.

Oltre a ciò ci si attendeva che gli Americani iniziassero a mettere in atto tutta una serie di contromosse politiche volte a far sì che la propria supremazia nell’area, su cui si erano innestati gli interessi degli alleati degli Usa, non venisse messa in discussione da cambiamenti di regime che non andassero nella direzione più o meno desiderata. Abbiamo assistito al contrario ad una politica di “inazione totale” promossa dall’amministrazione Obama che, mano a mano che la situazione in Medioriente e nel Maghreb seguitava a precipitare, è rimasta ad osservare passiva quanto stava accadendo e a “benedire gratuitamente”, come accaduto in Egitto, qualunque regime tentasse di sorgere dalle ceneri dei precedenti governi rovesciati dalle proteste di piazza. L’assenza americana sullo scenario mediorientale da un lato ha messo in pericolo gli interessi europei nell’area e dall’altro ha lasciato attoniti i Paesi del Golfo che, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno sempre contato sulla presenza politica e militare statunitense al fine di garantire la stabilità nella regione. In particolare la casa reale dei Saud ha iniziato a temere per la propria sopravvivenza politica quando il germe della rivolta è sbarcato sulla penisola arabica ed in particolare nel Bahrein. Nel piccolo regno del Golfo persico regna la dinastia degli Al-Khalifa di fede sunnita mentre la popolazione appartiene in maggioranza alla fede sciita.

La rivolta in Bahrein ha conosciuto subito l’infiltrazione di elementi filoiraniani e, di conseguenza, delle ambizioni regionali di Teheran, la quale ha tentato fin dai primi momenti di sfruttare la confusione in atto per estendere la propria influenza nella regione. Gli scontri di piazza in atto in Bahrein hanno immediatamente preoccupato Riyad che ha organizzato nel marzo 2011, su richiesta del re del Bahrein ed in collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti ed altri paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, un intervento militare nel piccolo regno mediorientale scosso dalle richieste di riforme di una maggioranza che mal sopporta il governo della casa reale sunnita al potere. La vicina monarchia del Qatar non è rimasta a guardare gli eventi dall’esterno e, animata da un’intraprendente e spregiudicata politica estera promossa dall’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (a cui è succeduto il figlio nel giugno scorso), ha pensato bene di cavalcare l’onda delle rivolte laddove fossero presenti forti movimenti islamici, da sempre sostenuti politicamente e finanziariamente dall’emirato stesso: in primo luogo Egitto, Libia e Siria oltreché Tunisia. Nel febbraio 2011 sono scoppiate le prime rivolte in Libia che hanno visto la feroce repressione di Gheddafi, azioni che hanno suscitato l’indignazione della comunità internazionale.

In questo contesto si è affacciata la Francia che vanta forti interessi in Africa occidentale e che sta conducendo nell’area un serrato confronto politico-economico con le ambizioni internazionali della Cina. Il petrolio della Libia ed il suo ruolo geopolitico non hanno richiamato l’attenzione esclusivamente di Parigi ma anche di Londra, la quale ha compreso presto quanto fosse meglio “cavalcare la tigre” dei cambiamenti in atto in Medioriente appoggiando la richiesta francese di intervento militare contro il regime di Gheddafi piuttosto che stare a guardare i Francesi intavolare relazioni privilegiate con il mondo arabo, importante partner finanziario della City. Se Francia e Regno Unito hanno assunto subito l’iniziativa politica in Libia (anche in funzione anti-turca, anti-russa nonché anti-cinese), Washington, permeata dall’immobilismo obamiano, inizialmente non si è fatta coinvolgere dagli entusiasmi anglo-francesi per una possibile avventura libica, salvo poi partecipare alla campagna aerea contro Gheddafi grazie ai buoni uffici dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e al più che probabile interessamento delle compagnie petrolifere americane. Sul fronte opposto al regime di Tripoli si sono aggiunti anche alcuni Paesi del Golfo, tra i quali il Qatar che da allora in poi ha assunto ufficialmente un ruolo chiave nei focolai di crisi più importanti del mondo islamico. Se da un lato Francia, Regno Unito e Paesi del Golfo sono diventati attori attivi in seno ai mutamenti storici in corso nel Vicino Oriente, dall’altro la politica estera obamiana ha mostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto al ruolo politico-militare che gli Stati Uniti hanno saputo storicamente plasmare nei decenni successivi alla crisi di Suez del 1956.

Il declinare dell’influenza americana si è reso evidente non solo nella promozione del “non intervento” nelle crisi in atto ma anche nella gestione del travaglio egiziano con l’avallo del governo dei Fratelli Musulmani da parte della Casa Bianca, avallo al contrario negato dal premier britannico Cameron che nel corso di una sua visita a Il Cairo dopo la caduta di Mubarak ha incontrato tutti gli esponenti dell’opposizione al regime eccetto quelli dei Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista gli Americani non solo hanno frettolosamente ed improvvidamente scaricato Mubarak lasciandolo al suo destino, in mano ad un esercito disorientato dagli eventi e politicamente abbandonato dai suoi alleati storici, ma hanno addirittura disconosciuto la loro politica estera precedente appoggiando con grande leggerezza un governo di stampo teocratico e di matrice anti-occidentale, quale quello dei Fratelli Musulmani, causando le ire di Israele e di alcuni Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, traditi due volte dagli Americani, una prima volta di fronte alla loro inazione sul campo, una seconda volta di fronte all’appoggio offerto ai loro nemici storici o contingenti. Al contrario il Qatar, sostenitore dei Fratelli Musulmani, ha inizialmente tratto beneficio politico dal nuovo corso egiziano, trovandosi in contrasto con Riyad sul governo de Il Cairo ma in alleanza con l’Arabia Saudita in Libia e Siria.

La stessa politica estera americana ha conosciuto un nuovo tracollo di credibilità nel momento in cui l’esercito egiziano, un tempo “confortato” nelle proprie azioni dagli Stati Uniti, si è sentito sufficientemente forte per fare da sponda all’opposizione “laica e liberale” scesa prepotentemente in piazza contro Morsi (questa volta stranamente organizzatissima rispetto alla prima fase della rivolta egiziana quando fu letteralmente scaraventata giù dal palco dai Fratelli Musulmani) e per defenestrare definitivamente il governo dei Fratelli Musulmani, sostenuto politicamente dalla Casa Bianca, riabilitando infine la figura del deposto presidente Mubarak. Tutto ciò ha potuto avere luogo nel momento in cui alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno messo a disposizione de Il Cairo, oltreché il proprio appoggio politico, 12 miliardi di dollari come primo viatico per ristabilire l’ordine nel Paese, una cifra di denaro tale da far impallidire l’aiuto economico americano ancora elargito a favore dell’Egitto in cambio dell’accettazione di un nuovo status quo sostenuto da Obama che prevedesse il totale disimpegno della Casa Bianca tutto a vantaggio dei piani della fratellanza musulmana. E’ in quest’ottica che probabilmente va letta la sostanziale estromissione politica (e il suo conseguente “auto-allontanamento”) del mal sopportato El Baradei, “uomo per tutte le stagioni” ma ultimamente vicino a Washington e pertanto mal visto dal nuovo uomo forte d’Egitto, il generale Al-Sisi.

La caduta del regime dei Fratelli Musulmani ha ridimensionato le mire qatariote nel Medioriente mentre ha adombrato la supremazia saudita nell’area. Dopo che in Libia gli Americani avevano tentato, in maniera fallimentare, di mettere il “loro uomo” alla guida del governo del Paese, gli stessi hanno provato a mettere in atto la stessa tattica in Siria. In entrambe le situazioni la pragmatica politica della CIA non era supportata altrettanto fattivamente dalla Casa Bianca e, in mancanza di aiuti materiali e morali da parte di Washington, il candidato americano è stato defenestrato a favore di candidati vicini a chi offriva “contenuti concreti” alle rivoluzioni in corso. In Siria l’azione politica europea ha visto coinvolta in prima linea la Francia, quale ex potenza coloniale mandataria a cui l’opposizione siriana ha chiesto apertamente aiuto, ed il Regno Unito, quale interprete delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo, nelle vesti di partner economici di Londra e di “ex colonizzati” di Sua Maestà. Questa volta tuttavia il Qatar e l’Arabia Saudita si sono trovati, come in Libia, dalla stessa parte nel ruolo di principali finanziatori e sostenitori dei gruppi di opposizione, il Qatar maggiormente rivolto ai gruppi islamisti con risvolti per la verità piuttosto ambigui, l’Arabia Saudita interessata alla leadership sul campo prontamente assunta a suon di petroldollari ai danni del politicamente effimero candidato americano.

La Siria, per quanto di maggioranza sunnita, tuttavia ha presentato fin da subito difficoltà politico-militari non di poco conto dato che il regime della minoranza alawita (di matrice “sciita”) di Assad non è politicamente isolato come quello libico o concatenato con l’Occidente come quello egiziano. Assad può godere della protezione della Russia, la quale beneficia dell’utilizzo di una base navale a Tartus fin dai tempi della Guerra Fredda, e dell’Iran (a sua volta legato a Russia e Cina), che necessita dell’appoggio siriano per minacciare i Paesi del Golfo, Israele e porre sotto scacco il Libano e Tel Aviv tramite Hezbollah. Israele, disorientato dalla posizione americana, in questo contesto ha indubbiamente dovuto rivedere le sue priorità nella regione, condannare la caduta del regime di Mubarak e plaudere al ritorno dell’esercito al potere, condividere assieme alla Turchia l’aiuto all’opposizione siriana contro Assad ma sostenere Al-Sisi dalle critiche dell’islamico Erdogan, supportare l’Arabia Saudita, pur temendone l’accresciuta potenza, nell’azione in Siria ed in Egitto ma contrastare i piani qatarioti in Egitto a favore dei Fratelli Musulmani e, di conseguenza, di Hamas.

Oggi l’Arabia Saudita, assieme ai Paesi del Golfo compreso un Qatar che sembra aver intrapreso una strada caratterizzata da più miti consigli rispetto il mondo dell’integralismo islamico, nei fatti rappresenta il più importante attore politico della regione, un perno sul quale gli interessi di singoli stati europei (non dell’Unione Europea in quanto tale, la quale continua a dimostrare la propria ininfluenza politica) hanno posto il loro lubrificante per favorire la stabilizzazione dell’area. Allo stesso modo la politica del presidente Obama, il quale vive fin dalla sua prima elezione alla Casa Bianca quale separato in casa con il Pentagono e con i “falchi” americani, è piuttosto estranea alla tradizionale visione strategica statunitense nella regione. Obama, rinchiusosi a riccio sui problemi della politica interna (con modesto successo per la verità), ha dimostrato di possedere scarso interesse per le crisi internazionali e forse, in cuor suo, simpatizza per quelle rivendicazioni, giuste o sbagliate che siano, che mostrano “corrispondenza di amorosi sensi” con la storia del proprio vissuto personale e familiare. Se da un lato Obama è forse l’interprete di quelle che sono le aspettative e le priorità delle classi sociali medio-basse che fanno sentire una crescente pressione in seno al corpo elettorale americano, dall’altro, così facendo, il ruolo geopolitico degli Stati Uniti nel mondo si avvia verso un inevitabile ridimensionamento.

Se in campo occidentale diminuisce il ruolo degli Usa aumenta quello anglo-francese ed in particolare Parigi sta conducendo con successo, in cooperazione con le forze armate di alcune ex-colonie, un intervento militare in Mali contro le milizie islamiche inizialmente sostenute dal Qatar, accrescendo il proprio prestigio politico-militare in seno a quello che la Francia considera il “proprio giardino di casa” e mettendo in secondo piano una Cina che, per quanto colosso economico, è ancora un attore politico immaturo frenato da una classe dirigente non ancora preparata a compiere il “grande balzo in avanti” nel mondo. E’ altresì difficile valutare se l’obamismo imperante sia una tendenza destinata a durare o meno nel lungo periodo, tuttavia le difficoltà del bilancio federale degli Stati Uniti lasciano presagire che l’obamismo tragga in parte anche ragione da problematiche legate a più comprensibili difficoltà finanziarie e a conseguenti tagli nel comparto della Difesa.
Siria: le ragioni del non intervento
A due anni dall’intervento aereo nel teatro libico le forze armate statunitensi si apprestano a un nuovo impegno bellico. Con apprensione media nazionali ed esteri forniscono in queste ore giudizi e previsioni sul probabile intervento militare senza riuscire a delineare un quadro esaustivo dei suoi partecipanti – attivi e passivi – né, dato ancora più significativo, dei suoi obiettivi tattici e strategici.

Siria: le ragioni del non intervento - Geopolitica.info
I fatti. Al culmine di un’escalation di violenza iniziata ormai 30 mesi fa, il regime di Bashar al-Assad sembra essersi reso responsabile il 21 agosto scorso dell’uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Crude immagini veicolate dalla rete hanno di fatti immediatamente confermato le notizie giunte in quei giorni ai mezzi d’informazione arabi e occidentali: almeno 1000 sarebbero morti a causa delle esalazioni in un sobborgo meridionale di Damasco. Si tratta di un’aperta violazione delle maggiori convenzioni in tema di jus in bello prodotte nel corso degli ultimi due secoli, catalogabile nella triste categoria dei cosiddetti crimini atroci, nonché, a parere del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario, suscettibile di aspre contromisure da parte di terzi contro i perpetratori della stessa. Non di meno, l’attacco ha idealmente oltrepassato la linea di sopportazione tracciata dal Presidente Obama di fronte al protrarsi della sanguinosa guerra civile, un punto di non ritorno cui, nelle parole del leader americano, avrebbe fatto seguito una risposta adeguata.

Tale risposta si è finora concretizzata nel dispiegamento di diverse unità navali nelle acque del Mediterraneo orientale e nella minaccia di una ritorsione militare da condurre in concerto con la Francia e altri alleati secondari. Benché Washington si prepari ad agire senza uno specifico mandato d’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, negato dal veto incrociato di Russia e Cina, le operazioni sono state subordinate all’accertamento delle responsabilità del regime siriano da parte degli osservatori Onu presenti in loco. Si è così entrati in un periodo di stasi in cui la complessità degli attori coinvolti si alterna in altisonanti quanto vaghe dichiarazioni di intenti, appelli per la pace, minacce,  provocazioni. Al contempo la procrastinazione dello scontro ha dato modo a commentatori e analisti di soppesare l’utilità umanitaria e la convenienza strategica di un simile atto di guerra. Geopolitica.info aderisce alle valutazioni di chi, nei riguardi di entrambe le prospettive, disconosce l’esistenza di adeguati presupposti per l’aleggiato intervento militare sottolineando le pericolose conseguenze che ne deriverebbero su un piano locale, regionale e sistemico.

Appare in primo luogo controversa la prospettata connessione tra il sanzionamento di una grave violazione dello jus in bello – l’uso di armi chimiche contro la popolazione inerme –  attraverso la rappresaglia armata e le motivazioni umanitarie con cui quest’ultima è giustificata dai governi americano e francese. Se è di fatti indubbio che il probabile impiego di missili tomahawk e altri dispositivi bellici causerà ingenti danni collaterali ai civili vicini agli obiettivi sensibili selezionati, non meno evidenti sembrano le pesanti ricadute in termini di perdite umane che si produrrebbero quale che fosse il risultato dell’attacco. Lungi dall’impedirla, La reiterazione dell’illecito sarebbe piuttosto incentivata da un attacco che avesse esclusivamente finalità punitive, formula apertamente impiegata sia dall’Amministrazione Usa, sia dal Presidente francese Hollande. Al pari un meno probabile intervento volto a estromettere con la forza il regime di Assad, se coronato da successo, rischierebbe di precipitare lo Stato mediorientale in un’aperta condizione di anarchia in cui  fazioni della resistenza ideologicamente diverse o avverse si affronterebbero per il controllo dei gangli politico-economici siriani, proseguendo la guerra civile e arrecando nuove sofferenze alla già provata popolazione.

Come già accaduto in Libia, un’applicazione pratica della dottrina nota come Responsability to Protect vincolata da precisi obiettivi e impegni di ricostruzione istituzionale e materiale post-bellica non fornirebbe alcuna garanzia di pacificazione interna. Spostando poi la valutazione su un’ottica realista orientata alla soddisfazione dell’interesse nazionale dei soggetti intervenienti i possibili benefici dell’attacco risultano ancor meno evidente. Non soltanto la guerra comprometterebbe irrimediabilmente il capitale di credibilità e soft power accumulato dall’amministrazione Obama a partire dall’ormai lontano ‘discorso dell’università del Cairo’ del 2009, ma causerebbe altresì un terremoto geostrategico affatto funzionale a qualsivoglia strategia statunitense nella regione.

La debolezza delle opposizioni laiche attive nel Esercito Libero Siriano risulta oggi tale da impedirne un’affermazione certa nello scenario della Siria post-Assad. Piuttosto appare ipotizzabile un marcato rafforzamento di quei gruppi sovversivi di matrice fondamentalista – Janhat al-Nusra e il Movimento per lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – sostenuti da una rilevante rete sotterranea di aiuti economici e logistici operativa negli emirati del Qatar e del Kuwait. Anche in virtù di una strategia difensivista che mira a lasciare l’onere dello scontro con le truppe lealiste ad altre formazioni combattenti, i suddetti gruppi sono riusciti a stabilire un controllo relativamente stabile in diverse aree settentrionali del Paese, focalizzando le proprie attenzioni sulla propaganda e l’assistenza alla popolazione civile. Nell’ipotesi più catastrofica il trionfo del fondamentalismo sunnita si tradurrebbe nella creazione di uno Stato islamista ideologicamente avverso all’Occidente e ben poco incline a sforzi di pacificazione con le altre, numerose, realtà etnico-religiose presenti sul territorio. In tal caso l’esodo fatto registrare dalla popolazione curda verso il nord dell’Iraq nel mese di agosto costituirebbe nient’altro che il preludio di un futuro appiattimento dell’eterogenea ricchezza umana e culturale della Siria. Nella meno peggiori delle ipotesi Damasco sprofonderebbe in una lunga e sanguinosa crisi di transizione dagli incerti risultati politici: ancor più che in Libia, il lungo conflitto intestino ha sradicato infrastrutture, mortificato allo sfinimento il mercato e le attività produttive e, dato ancor più significativo – inondato il Paese di armi convenzionali che alimenteranno a lungo gli arsenali delle molteplici milizie combattenti.

È tuttavia nella dimensione regionale e globale che l’intervento militare avrebbe le sue più deleterie ripercussioni. Un attacco o un futuribile collasso del regime siriano per cause esogene cementificherebbe il fronte dell’opposizione intransigente al dialogo con l’Occidente rappresentato dall’Iran e dall’Hetzbollah libanese. Lo specchio delle conseguenze possibili spazia dalle contromisure che Teheran adotterebbe per debilitare gli avversari americani ed europei – chiusura dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz e crescita esponenziale delle quotazioni del greggio – alla reazione armata contro il principale alleato di questi ultimi in Medio Oriente, Israele. Un bombardamento su larga scala delle province settentrionali dello Stato ebraico decreterebbe una conseguente reazione armata che, tenuto conto delle contingenze del momento, potrebbe degenerare in uno scontro aperto tra Tel Aviv e il mondo arabo-musulmano.

Al di la di ciò l’attacco non sembra rispondere neanche all’esigenza di ricompattare le profonde linee di frattura che dividono oggi il mondo arabo-musulmano e che sono fonte dell’instabilità sistemica in cui versa l’intero Medio Oriente. Al contrario potrebbero acuirsi gli scontri tra sunniti e sciiti, tra laici e confessionali, ma anche tra oppositori ai regimi dittatoriali e sostenitori di un approccio accomodante e pacifico verso le degenerazioni autoritarie dei governanti. Tantomeno risolverebbe rivalità interne quali lo scontro per l’egemonia che nel campo sunnita vede Qatar e Arabia Saudita confrontarsi sul terreno della politica egiziana per mezzo dei rispettivi sostegni ai Fratelli Musulmani e all’apparato militare al potere.

Non ultimo, un intervento nella guerra civile siriana verrebbe avvertito come un profondo smacco diplomatico dalla Cina, contraria a ogni forma di ingerenza bellica negli affari interni di Stati sovrani, e della Russia, con l’Iran il principale alleato del Presidente Assad: il riverbero negativo sugli altri dossier strategici che coinvolgono le due potenze e gli Stati Uniti sarebbe inevitabile. La complessità delle ragioni esposte sembra quindi suggerire l’inconsistenza, politica tanto quanto umanitaria, del paventato attacco. D’altro canto un completo disimpegno dalla vicenda verrebbe letto come un serio declassamento dell’hard power americano, ormai incapace tanto di ottenere obbedienza da Stati più deboli con la sola minaccia dell’uso della propria forza d’urto, quanto di porre in essere i dispositivi coercitivi con cui si era promesso di rispondere alle provocazioni siriane.

Appaiono piuttosto condivisibili le considerazioni che spingono ad esplorare strade alternative con cui contenere le violenze in corso e assicurare una concreta pacificazione dello scenario nazionale e regionale. Si pensi a riguardo alla possibilità, annunciata ma finora poco attuata, di sostenere apertamente la componente della resistenza meno propensa ad assecondare suggestioni fondamentaliste. Se è vero che reparti di ribelli sono al momento addestrati con mezzi americani, britannici, francesi e sauditi nel nord del regno giordano, la dimensione di questi programmi – 1000 guerriglieri addestrati finora ad opinione di Micheal Weiss su Foreign Affairs – appare al momento troppo limitata se si tiene conto del corrispettivo, poderoso, sforzo messo in atto dagli istruttori di Hezbollah a favore della forze lealiste. Aumentata la propria forza d’urto, l’Esercito Libero Siriano potrebbe così sferrare un’offensiva decisiva verso le infrastrutture aeroportuali ancora controllate dal regime, ovvero l’unica via d’accesso ai rifornimenti bellici che giornalmente giungono dall’Iran e dalla Russia.

Ne risulterebbe un indebolimento della posizione di Assad tale da incentivare gli esponenti moderati dell’establishment siriano a un dialogo che avrebbe quale premessa l’estradizione o la traduzione in giudizio del dittatore alawita, nonché l’apertura di una trattativa finalizzata a spronare una transizione consensuale e monitorata dalla comunità internazionale. Ottenuta la fine delle ostilità, Stati occidentali e potenze economiche dell’area dovrebbero poi impegnarsi in un compito altrettanto vitale: favorire una normalizzazione interna finanziando in maniera omogenea e indiscriminata la ricostruzione effettiva del Paese, principale e forse unica veritiera garanzia di pace per la Siria che verrà.
La Fed si oppone alla richiesta tedesca di rimpatriare il suo oro
Nelle ultime settimane i mercati finanziari sono stati attraversati da turbolenze e nervosismi. Prima che la crisi siriana, con il suo aggravarsi, cominciasse a far salire la tensione generale, ad inquietare gli operatori sono state soprattutto le indiscrezioni relative ad un possibile cambiamento della politica monetaria della Federal Reserve.
Se finora la banca centrale statunitense ha inondato di liquidità il mercato per sostenere l’economia reale ed acquistare debito pubblico made in USA, sono in molti a ritenere che i quantitative easing di Bernanke abbiano fatto il loro tempo.

La Fed si oppone alla richiesta tedesca di rimpatriare il suo oro - Geopolitica.info

La ragione ufficiale viene individuata nella possibilità che nei prossimi mesi l’inflazione negli Stati Uniti possa superare il 2%, imponendo alla Fed un aumento del costo del denaro. Alla maggior parte di commentatori ed analisti è sfuggito però un lancio agostano dell’agenzia d’informazione russa RT che ha diffuso un’interessante notizia. Pare che la Bundesbank abbia chiesto il rimpatrio dell’oro tedesco attualmente depositato nelle casseforti della Fed, ricevendo da Washington un netto rifiuto, almeno fino al 2020.

Non solo. I funzionari americani avrebbero anche negato ai tedeschi la possibilità di ispezionare i depositi dove sono custodite le riserve auree. “La Germania, che lì ha collocato circa la metà delle proprie riserve, ha ottime ragioni per inquietarsi”, aggiunge la nota di RT. “In generale le istituzioni finanziarie USA sono note per l’abitudine di vendere ciò che non possiedono davvero”.

I russi citano come esempio ciò che è accaduto nel 2012, quando la Goldman Sachs ha cominciato a vendere certificati oro, assicurandone la copertura con l’oro custodito nei suoi forzieri. In realtà, come si è scoperto successivamente, nei forzieri della banca d’affari americana quell’oro non c’era e i suoi operatori lavoravano con un sistema di riserve frazionale, contando sul fatto che i depositari non avrebbero mai chiesto il recupero del loro oro.

La richiesta della Bundesbank è senz’altro collegata all’annuncio, dato nel gennaio di quest’anno, di voler rimpatriare 674 tonnellate delle proprie riserve ufficiali attualmente all’estero. In questo momento la Germania custodisce sul suo territorio nazionale il 31% delle sue riserve auree e vuole elevare questa quantità al 50% entro il 2020. Complessivamente Berlino detiene la seconda più grande riserva d’oro del mondo: ben 3396 tonnellate.A farsi portavoce dell’irritazione germanica è il presidente dell’Associazione Tedesca dei Metalli Preziosi, Peter Boheringer.

Secondo quanto riportato sul blog del giornalista indipendente francese Michel Collon, fondatore del collettivo “Investig’Action”, per Boheringer il comportamento degli americani è un pessimo segnale. “Gli USA e la Fed finanziano attualmente tra il 60 e l’80% del debito federale. L’acquisto libero dei buoni del tesoro da parte loro è una pessima notizia per il debito americano. Questo fatto mette in evidenza che le cose non vanno bene circa la qualità del dollaro come moneta di riserva mondiale.

La Cina e l’India”, aggiunge Boheringer, “vogliono probabilmente consumare complessivamente quest’anno 2300 tonnellate d’oro. Stiamo parlando quasi del 100% della produzione mondiale”. Un tempo la Federal Reserve era considerata l’istituzione finanziaria più sicura presso cui collocare le proprie riserve auree, cosa che per molti anni diversi paesi hanno fatto.

Oggi non è più così e questo può costituire un ulteriore fattore di destabilizzazione per l’economia mondiale. Se è vero che l’oro posseduto crea e quantifica la necessaria “fiducia” attraverso cui operano le banche centrali, l’incrinarsi di quella accordata alla Fed potrebbe essere molto pericoloso vista la quantità di dollari in circolazione. 
Destino multi-nodale?
La domanda che ci si è posti sul destino unipolare delle relazioni internazionali ci costringe ad un’attenta analisi del sistema, degli attori che calcano tale scena e delle relazioni che intercorrono tra loro. Dalla facile ed evidente dicotomia sussistente nella seconda metà del XX secolo sembra si sia passati ad una situazione di altrettanto elementare e palese unipolarismo. 

Destino multi-nodale? - Geopolitica.info
Forse, però, questa visione già a distanza di pochi anni sembra essersi rivelata ottimistica, o quantomeno semplicistica, non tenendo conto di alcuni fattori strutturali e dei cambiamenti di medio e lungo periodo che si sarebbero manifestati di lì a poco. Ad oggi infatti la fazione degli unipolaristi sembra essersi ridotta, annoverando tra le sue fila soprattutto coloro che considerano la forza militare come cartina di tornasole dell’effettiva potenza di un paese, indicando a giusto merito gli Stati Uniti come tutori dell’ordine mondiale dall’alto della loro supremazia tecnologica e militare, in specie convenzionale, e portatori del know how strategico che ha visto una breve e positiva risoluzione dei maggiori conflitti simmetrici in cui sono stati coinvolti nel recente passato. Ciò non è altrettanto vero se si tengono in considerazione i conflitti di natura asimmetrica, che spesso si sono rivelati pantani strategici, diplomatici e d’immagine per gli USA, da cui sono usciti con fatica, e sempre con gli “stivali” sporchi di fango. Ad oggi una visione univoca sul metodo interpretativo del sistema internazionale non sembra sussistere. Uno degli approcci più dinamici ed interessanti è però quello della network analysis, utilizzata per comprendere le connessioni del sistema internazionale. Per capire bene questo metodo, è bene osservare il percorso che ci ha portato dal mondo bipolare, al multipolarismo contemporaneo, o quantomeno ad una varietà di approcci interpretativi.

Al termine della seconda guerra mondiale ci si rese lentamente conto che l’alleanza di guerra in funzione anti tedesca tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si sarebbe potuta trasformare in un’intesa di pace. I rapporti tra le due maggiori potenze vincitrici diventarono subito tesi, attestandosi su una “coesistenza competitiva” che vide contrapposte per mezzo secolo due potenze, ma ancor di più due weltanschauung, due sistemi politici, ideologici ed economici differenti ed incompatibili. Nel giro di un decennio, dalla metà degli anni ’50 in poi, tale conflitto si radicalizzò e si espanse, assumendo dimensioni planetarie. Talmente evidente la sproporzione tra queste due realtà ed il resto del mondo, che le due superpotenze, appunto, monopolizzarono lo scenario internazionale, obbligando di fatto gli altri attori a prendere una posizione a favore di una delle due fazioni. Nonostante la creazione dello schieramento dei “non-allineati”, spesso definizione più nominale che sostanziale, si definì un effettivo bipolarismo, simmetrico ed inclusivo, tenuto sempre vivo dalla competitività economica, militare, tecnologica ed ideologica. Il sistema bipolare, lungi dall’essere in uno statico equilibrio, era il risultato di continui disequilibri e altrettanto continue rincorse finalizzate a bilanciare nuovamente la situazione.

Necessaria e prevedibile conclusione si sarebbe avuta con l’implosione di uno dei due attori, incapace di sostenere l’ennesimo gradino dell’escalation competitiva, o con l’esplosione del conflitto, probabilmente nucleare. Fortunatamente la storia scelse la via più incruenta per affermare le proprie ragioni: l’Unione Sovietica si dissolse, collassando su sé stessa, lasciando il podio libero per un solo vincitore. Da questo momento si possono trovare le prime definizioni di “sistema unipolare”, quando con gli anni ’90 si apre una stagione di entusiasmo economico per tutto l’occidente, sospinto dagli Stati Uniti, unica vera super potenza mondiale. Dall’alto della supremazia tecnologica civile e soprattutto militare, gli USA potevano ergersi a tutori della sicurezza mondiale, ad esportatori di libertà e democrazia, slogan vincenti nella loro guerra fredda dell’informazione. Il modello occidentale/capitalista funziona, attrae, vince sui mercati e sui campi di battaglia.

Ne è la prova evidente il successo del saggio di Francis Fukuyama, la “Fine della storia” del 1992, nella cui visione unidirezionale e progressista della storia, il capitalismo e la democrazia liberale si pongono come acme dello sviluppo umano. L’ottimismo unipolare si riflette anche nelle strategie di politica estera degli Stati Uniti, che riescono finalmente ad acquistare lo status, tanto agognato dai tempi del colonialismo in poi, di “City upon a hill”, a cui tutti rivolgono lo sguardo, e che può osservare tutti dall’alto della propria collina. Le strategie si rivolgono al futuro, forti della sicurezza che non ci potranno essere peer competitors nel breve periodo. I cambiamenti degli anni ’90, e le sfide che ne conseguono, ed ancor di più nel nuovo millennio, fanno vacillare la sicura visione unipolare, tant’è che lo stesso Fukuyama scrive un nuovo saggio, nel 1999, dal titolo emblematico “La grande distruzione”, in cui analizza la crisi del modello occidentale, in specie dal punto di vista del relativismo morale e della disgregazione dell’ordine sociale. Ad oggi questa crisi è ancor più evidente, dal momento che sta venendo meno anche uno dei fattori più importanti della supremazia occidentale, ossia l’economia. I vuoti politici, economici e strategici lasciati dagli Stati Uniti e dall’Occidente, vengono via via riempiti da nuovi attori, i mattoni su cui si costruirà il futuro del mondo, i cosiddetti “BRICS”, sospinti da una continua e sostenuta crescita economica e demografica. Ulteriori elementi di difficoltà nell’analisi sono inseriti da quello che alcuni hanno definito come il declino dello Stato.

Lo Stato nazionale, nella sua espressione moderna, sta perdendo sempre più potere e legittimità, in favore di organizzazioni sovrastatali, spesso a carattere economico e non politico, o addirittura in favore di attori privati con finalità disparate. Emblematico è il fatto che gli Stati abbiano perso legittimità e potere effettivo nell’uso della violenza, ambito in cui hanno sempre detenuto un vero e proprio monopolio, in favore di enti privati o di organizzazioni sovrastatali o parastatali. Alla luce di queste modificazioni strutturali, si è ancora alla ricerca di un modello interpretativo universalmente valido del sistema internazionale. Vi è chi a tutt’oggi vede il mondo come unipolare, basando coerentemente le proprie affermazioni sulla superiorità culturale e degli armamenti convenzionali degli Stati Uniti e sul loro investimento nella Difesa. Altra corrente di pensiero definisce un contesto multipolare, tenendo conto dell’emergere di nuovi attori statali, rilevanti dal punto di vista culturale, economico e militare.

Vi è ancora chi prevede un nuovo bipolarismo, presupponendo una nuova divisione diadica con i soli due poli attrattivi ora rappresentati da USA e Cina, unico peer competitor nel breve periodo. In ultimo c’è chi risolve la questione parlando di un’impossibilità sostanziale di definire un qualsiasi tipo di interpretazione unitaria di un contesto internazionale anarchico e caotico. L’approccio di network, coerentemente con i cambiamenti strutturali del sistema internazionale, si presenta con un metodo dinamico e che tenga conto delle differenze quantitative e qualitative tra gli attori. A mio avviso un modello basato sulla polarità dovrebbe essere ripensato: la polarità infatti presuppone un rapporto di complementarità e di reciproca dipendenza di due elementi diametralmente contrapposti. Questa lettura era coerente con il sistema internazionale che ha contraddistinto la seconda metà del XX secolo, in cui sussisteva un’interazione primaria tra i due poli, quello statunitense e quello sovietico, che esercitavano sull’altro una forza pari e contraria. Ad oggi gli attori del sistema sembrano mancare dell’attrazione “magnetica” ideologica e culturale che possa polarizzare il mondo e la stessa natura binaria della polarità sembra non essere coerente sia con un approccio unipolare che con uno multipolare. Infine nell’interpretazione contemporanea la caratteristica di polarità viene attribuita solamente agli Stati: il modello multipolare, per quanto sia coerente con la molteplicità degli attori, è fondamentalmente un modello multistatale. Lo Stato però sta perdendo il suo ruolo centrale, e molti attori di natura diversa stanno influenzando il sistema delle relazioni internazionali.

L’approccio suggerito dalla network analysis è invece quello di un modello “multi-nodale”, definendo l’insieme di relazioni tra i vari “nodi” di una rete, connessi in modo variabile. Gli attori risultano infatti legati tra loro, più che da norme condivise e strutturalmente definite, da un complesso di relazioni sociali e da un calcolo di opportunità. Il concetto di network suggerisce infatti un’idea di complessità sociale che include da una parte relazioni formali ed istituzionalizzate, dall’altra meno visibili relazioni informali. Questo approccio permette di comprendere i cambiamenti di un contesto fluido ed ambiguo come quello in cui ci troviamo, considerando la rilevanza delle connessioni tra tutti gli attori, che siano Stati, o realtà sovrastatali, parastatali, organizzazioni transnazionali, o enti privati. Uno dei massimi teorizzatori del concetto di network è Manuel Castells, che lo definisce come “un insieme di nodi interconnessi”. I network, afferma, hanno intrinseca flessibilità e adattabilità, due elementi cruciali per la sopravvivenza e la prosperità in un ambiente di rapido cambiamento. Ancora più specificamente, quindi, l’approccio di network ci permette di avere un paradigma interpretativo del complesso sistema internazionale che sia generale, ossia riferibile a tutte le realtà analizzabili, dinamico, multilivello e logicamente coerente con se stesso. Questo metodo ci permette quindi di analizzare le relazioni che intercorrono tra i classici attori legittimi, ossia gli Stati, ma anche tra i nuovi interpreti che si stanno presentando sulla scena internazionale e che acquistano sempre più rilevanza ed indipendenza. Il terreno perso dagli Stati sul campo della legittimità e della potenza di fatto, ha lasciato loro spazi aperti disponibili.

Sono emersi gli attori che hanno saputo adattarsi meglio al contesto mutevole, come le reti terroristiche, le organizzazioni non governative o intergovernative, le private security firms, le multinazionali economiche o i cosiddetti “complessi politici emergenti” teorizzati da Duffiled. La forza di questi interpreti risiede nella loro capacità di adattamento, nel superare il vincolante legame con il territorio, nella duttilità organizzativa che spesso risulta in altrettante organizzazioni reticolari, non piramidali, ma capillari. Gli Stati hanno rivelato grandi difficoltà a relazionarsi con questi attori; quando tali relazioni sono diventate conflittuali si è palesata l’inefficacia del conflitto convenzionale, della forza del diritto internazionale e del soft power. Ma sempre più spesso, coerentemente con i cambiamenti avvenuti, sembrano adattarsi ad un contesto multinodale, ripensando il loro rapporto strategico con il territorio ed icollegamenti che li connettono con gli altri nodi/attori del sistema. Esemplare è l’analisi del mutamento delle alleanze strategiche: coerentemente con l’idea di coalition of the willing che ha preso sempre più il posto delle alleanze strutturate all’interno di consessi ben definiti a livello sovranazionale, è ormai la missione che determina la coalizione, e non viceversa.

Se gli Stati si dimostreranno – e si stanno dimostrando – duttili, necessariamente il loro orientamento strategico sarà verso le reti e lo spazio ageografico. Ciò presuppone la volontà di recuperare la loro primazia e di adattarsi al mutamento, cercando di bloccare il processo di aumento della porosità dei loro confini economici, del diritto, del potere, del monopolio della violenza legittima. Un approccio di network permetterebbe così di esaminare in modo dinamico le relazioni tra i variegati attori del attuale sistema internazionale multilivello, senza rimanere disarmato di fronte alla sua complessità e alla sua velocità di cambiamento. È un modello che ha le potenzialità per affrontare le sfide che si presentano e per mettere insieme gli elementi di cambiamento, riferendosi sia ai fattori strutturali del sistema internazionale che al comportamento dei suoi attori.

 

L’export control reform e le sue implicazioni geopolitiche
La riforma della regolamentazione statunitense sul controllo delle esportazioni di materiale strategico affonda le sue radici nel luglio 2011, ed ottiene i suoi primi risultati l’8 marzo 2013, con la firma dell’Ordine Esecutivo 13637 da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

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Senza scendere troppo nei dettagli tecnici della riforma e della regolamentazione in oggetto, lo scopo dell’emendamento è quello di abbassare la soglia di controllo rispetto a determinati prodotti sui quali gli Stati Uniti vantano uno storico vantaggio competitivo di innovazione tecnologica a livello internazionale, e che quindi permettono di esportare solo se accompagnati da una specifica licenza. Questo sistema di controlli prevede due categorie di riferimento: l’USML (U.S. Munition List), custode di quella tipologia di prodotti che possono essere definiti materiale d’armamento vero e proprio, e la CCL (Commerce Control List), detentrice dei prodotti a duplice uso (c.d. dual-use).

La prima, sotto la direzione del DDTC (Directorate of Defense Trade Controls), è governata dalle regole del c.d. ITAR (International Traffic in Arms Regulations); mentre la seconda, gestita invece dal BIS (Bureau of Industry and Security), si affida ai dettami imposti dall’EAR (Export Administration Regulations). L’Ordine Esecutivo dell’8 marzo prevede, come conseguenza principale, lo spostamento di alcune categorie di prodotti dalla USML alla CCL. Considerato il livello delle restrizioni all’esportazione previsto dai due regolamenti, tale cambiamento porterà a ridurre notevolmente la quantità di prodotti sottoposti a licenza. Ogni prodotto soggetto alla normativa ITAR, infatti, ha bisogno di una licenza per essere esportato. I prodotti regolati dall’EAR, invece, al ricorrere di determinate condizioni (soglia de minimis, uso finale, utilizzatore finale, etc…), possono essere esportati senza alcuna licenza.

La riforma è foriera di molteplici riflessioni in ambito geopolitico, economico e strategico. Soprattutto, è il risultato di un attento bilanciamento, tra pro e contro, che un abbassamento del livello dei controlli può generare sul primato tecnologico statunitense. Il rischio che la facilità di esportare tecnologia sensibile possa farla arrivare nelle mani “sbagliate”, o possa comunque comportare trasferimento di know how verso Paesi che non dovrebbero accedervi, è ben chiaro nella mente del Legislatore. Ne sono la conferma diverse misure pensate proprio ad identificare e controllare le categorie di prodotti interessati. Oltre ad appartenere ad una nuova categoria detta “serie 600” all’interno della CCL, essi non potranno giovare di tutta una serie di facilitazioni concesse in genere dalla regolamentazione EAR.

La diminuzione delle voci sottoposte al controllo ITAR, inoltre, libererà risorse utili per aumentare i controlli previsti sui prodotti classificati nell’USML, concentrando così le energie sui beni più specificatamente considerati militari. Ad una lettura prospettica più attenta, dunque, le conclusioni ci rivelano, ancora una volta, quanto sia sofisticata la macchina strategica del Pentagono. Non solo in questo modo, invece di abbassarsi, si alzano i livelli di controllo sulla tecnologia militare statunitense, ma si perseguono altri due obbiettivi indispensabili in un’era post-americana: un volano per la risalita economica che miri allo sviluppo della filiera industriale di medie dimensioni, a scapito della tradizionale grande industria pesante; e il recupero, o la tenuta, di soft-power attraverso il rafforzamento delle alleanze storiche e di quelle più recenti.

Partiamo dagli aspetti economici. La diminuzione, o addirittura l’eliminazione, dei costi burocratici per la richiesta di licenze su materiali utilizzati specialmente da imprese di medie dimensioni, libererà una certa quantità di capitali che le stesse potranno utilizzare per nuovi investimenti o nuove assunzioni.

Alcune spie del suddetto orientamento microeconomico si possono intravedere nelle pieghe che sta prendendo l’industria aeronautica e della difesa. Il crollo di American Airlines, impegnata nella fase finale del processo di fusione con la cugina US Airways, dimostra quanto siano ridotti gli spazi per i colossi del settore. Mentre alla partenza dell’ Assemby Line A320 di Airbus, il CEO di EADS Tom Enders, afferma che le fasi di assemblaggio avranno un sostanziale impatto positivo nella vita di migliaia di persone, in quanto la maggior parte delle subforniture saranno affidate a piccole e medie imprese industriali.

Le società non statunitensi del settore, inoltre, saranno incentivate ad acquistare prodotti a stelle strisce perché, non solo i costi ed i tempi per l’approvvigionamento US-origin si abbasseranno, ma soprattutto si abbasserà esponenzialmente il numero delle licenze e delle limitazioni alle riesportazioni. Decisamente inferiori, infatti, sono le restrizioni alle quali deve sottostare un componente EAR-controlled, rispetto ad uno ITAR-controlled, in fase di assemblaggio in un prodotto estero rivenduto ad un’azienda o Paese terzo.

Esplicitamente dichiarato, infine, l’obiettivo strategico. I principali interessati, infatti, non saranno solamente i Paesi alleati NATO, attraverso i quali gli USA cercano storicamente di espandere le proprie propaggini e mantenere sempre elevato il livello d’influenza, ma le principali realtà leader nelle altre organizzazioni o sub-organizzazioni regionali.La condivisione di sistemi per la difesa ad alto valore tecnologico è stata da sempre la carta giocata per mantenere o costruire i legami strategici sullo scacchiere internazionale. A tale scopo, i prodotti destinati agli alleati più fidati, beneficiano di una maggiore libertà di circolazione e d’interscambio tra le compagini.

La sfida più grande, attualmente, sembra essere quella per il mantenimento degli avamposti per controllare “the rise of the rest”, la crescita degli Altri. Paradigma geopolitico al quale, almeno per quanto riguarda la zona del Pacifico, la Casa Bianca sta cercando di arginare attraverso la strategia del “pivot to Asia”. Il riferimento agli “other multiple-regime-member countries”, nella proposta di riforma, non lascia spazio a troppe interpretazioni. Considerando il peso che gli Stati Uniti cercano di ritagliarsi all’interno dell’ASEAN per rafforzare le alleanze che gli permettono di tenere d’occhio il potenziale sviluppo militare cinese, i diretti interessati non possono che essere le Potenze cardine del Far-East.