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L’accordo sul nucleare iraniano e la crescente instabilità internazionale

A pochi giorni dallo scadere dei termini entro i quali le potenze del gruppo 5+1 e Teheran si sono prefissate di raggiungere un accordo sulla questione del nucleare iraniano, lo scenario internazionale appare permeato da nere nubi di tempesta all’orizzonte e connotato da preoccupanti ed importanti lacerazioni interne allo schieramento occidentale, tali da pregiudicare una serena ricomposizione della lunga vertenza atomica che per lunghi anni ha visto contrapposti da un lato Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo e dell’altro l’Iran degli Ayatollah, la Russia e la Cina.

L’accordo sul nucleare iraniano e la crescente instabilità internazionale - Geopolitica.info

In un tale contesto, nel quale esistono serie differenze di vedute tra la presidenza Obama ed i principali alleati europei e mediorientali, nonché tra la Casa Bianca e la sua opposizione interna e la maggioranza  repubblicana al Congresso, sulle modalità con le quali pervenire ad un “disgelo” con il regime iraniano, non appare arduo preconizzare che se vi sarà infine un riavvicinamento politico formale tra Washington e Teheran, questo rischi di concretizzarsi a scapito di consolidate alleanze che da decenni hanno costituito uno dei capisaldi con i quali gli Usa, l’Europa ed i Paesi arabi hanno impostato la propria politica estera mondiale.

Francia e Stati Uniti divisi sul Medioriente

La prima frattura che sembra giorno dopo giorno acuirsi sempre più è quella tra Europa e Stati Uniti. Le reazioni politiche seguite agli attentati terroristici compiuti in Francia da integralisti islamici nel gennaio 2015 hanno rappresentato un chiaro sintomo di questo crescente malessere esistente tra le capitali europee e Washington.

Il sanguinoso attacco jihadista rivolto contro la redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo” ha sconvolto le coscienze dell’opinione pubblica occidentale ed in particolare l’Europa ha percepito per la prima volta, dopo anni di relativa calma, l’urgenza di fare fronte comune contro il terrorismo, sovente sollevando paragoni con quanto accaduto negli Usa nel nefasto giorno dell’undici settembre 2001. Forse non a caso proprio l’undici gennaio 2015 si è tenuta a Parigi una colossale manifestazione di protesta contro il terrorismo internazionale jihadista a cui hanno partecipato più di due milioni di persone e decine di delegazioni nazionali di altissimo profilo istituzionale provenienti da tutto il mondo con lo scopo di esprimere la propria solidarietà e vicinanza alla Francia e al governo d’Oltralpe.

L’assenza di Obama e la mera presenza di personalità di basso rango politico espressa dagli Stati Uniti a fronte di un evento di dimensioni planetarie sono state rapidamente notate sia a livello mediatico che diplomatico e la spiegazione ufficiale tesa a giustificare l’assenza di Obama a causa di semplici ragioni di sicurezza non ha convinto né le cancellerie europee né gli osservatori internazionali più attenti. Dal 2011 la Francia, assieme al Regno Unito, ha tentato, pur con mezzi insufficienti e non senza drammatici scivoloni politici, di colmare in parte il vuoto lasciato dall’amministrazione Obama in Medioriente e nel Magreb, privilegiando una politica estera interventista, filo-araba (dato che, fra le altre cose, gli Arabi sono pronti a mettere mano al portafoglio per finanziare la stabilità dell’area) e fondamentalmente contraria alla strategia promossa dalla Casa Bianca volta a sposare qualunque forza locale che fosse risultata vincente nel corso dei marosi politici che hanno caratterizzato le “multiformi” primavere arabe nella regione, una tattica sostanzialmente finalizzata a garantire la prosecuzione del disimpegno americano nell’arco che va dal Nord Africa al Vicino Oriente.

Tale politica “a stelle e a strisce” di progressiva dismissione del ruolo di “poliziotto del mondo” non è piaciuta né ai maggiori Paesi europei, i quali, dopo decenni di pianificazione strategica imperniata sulla permanenza di un’egemonia americana, hanno temuto per la tenuta dei propri interessi economici e geopolitici nell’area, né ai Paesi del Golfo, i quali non solo hanno visto minacciata la sopravvivenza dei propri tradizionali sistemi di governo ma hanno anche constatato che il vicino e storico rivale iraniano stava approfittando della situazione di caos generalizzato per colmare i vuoti creati dai mutamenti internazionali in corso, ponendosi in diretta collisione geostrategica con gli Stati che rappresentano la componente sunnita del mondo islamico. In un tale contesto la defenestrazione del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto (sostenuto dagli Americani) e i differenti approcci espressi sulla crisi siriana e sui rapporti con il mondo iraniano ed i suoi alleati hanno via via allontanato i Paesi arabi e i loro alleati europei da Washington, iniziando a concretizzare politiche, pur limitate dai mezzi a loro disposizione, che in parte si discostavano da quelli che erano i piani americani per la regione.

L’invasione dell’Iraq da parte dell’ISIS e la crescente tentazione americana di “cedere” la responsabilità del Medioriente all’Iran indubbiamente da un lato ha esacerbato le tensioni esistenti tra Americani, Europei ed Arabi e dall’altro ha costituito uno stimolo per “l’entente euro-araba” a proseguire ulteriormente lungo strade alternative rispetto a quelle solcate da Washington, pur conservando, prudentemente (dato che la forza militare americana è ancora considerata indispensabile), un’apparente condivisione di intenti mediatica e partecipando, più che altro simbolicamente, alle iniziative americane nel Medioriente.

Il ruolo geopolitico giocato dalla Francia in Africa occidentale ha indubbiamente accresciuto il prestigio internazionale di Parigi a livello globale, parimenti rafforzando il ruolo francese sullo scacchiere mediorientale, incrementando la fiducia che le monarchie del Golfo nutrono nei confronti della Francia e contestualmente generando una crescente contrapposizione tra Washington e Parigi su come debba essere condotta la politica estera in Medioriente. In particolare ciò che sta mettendo da tempo in crisi la geopolitica di Washington nelle aree più calde del Vicino Oriente è il fatto che i Paesi arabi stiano utilizzando tutta la propria potenza finanziaria per “emancipare” dagli aiuti economici e militari statunitensi, ovviamente da sempre condizionati dai desiderata della Casa Bianca, Paesi chiave quali l’Egitto, trovando nella Francia un valido fornitore alternativo di materiali bellici.

E’ probabilmente in tale contesto che va letta l’assenza del presidente Obama alla manifestazione parigina, dato che la Francia sta letteralmente mettendo i bastoni fra le ruote al governo americano, ponendo Riyad ed alleati nelle condizioni di condurre su numerosi fronti una propria politica estera autonoma all’interno di quella che i Paesi arabi ritengono essere la propria sfera di influenza.

Europa e Stati Uniti divisi sull’Ucraina

Gli ultimi fatti legati alla crisi ucraina hanno parimenti messo in luce le crescenti differenze createsi tra Europa e Stati Uniti. La ripresa delle ostilità nel gennaio 2015 fra i ribelli filorussi dell’Ucraina orientale, supportati con uomini, capitali e mezzi di ogni genere e sorta da Mosca, ed il governo di Kiev ha nuovamente messo in luce la debolezza militare dell’Ucraina nei confronti del vicino “orso” russo, conducendo, come già accaduto nell’agosto-settembre 2014, il Paese sull’orlo della capitolazione.

In tale frangente gli Stati Uniti non hanno mancato di fare la voce grossa, minacciando di inviare armi e munizioni al governo di Kiev se Mosca non avesse fermato il conflitto. Al contrario la reazione dell’Europa è stata alquanto differente. L’Europa agli inizi della crisi probabilmente avrebbe abbandonato l’Ucraina al proprio destino se non ci fossero state alle sue spalle le ingenti pressioni americane volte a sostenere la rivoluzione del movimento “Euromaidan”. La Germania, Paese guida dell’Unione Europea, avrebbe forse accettato la proposta russa, veicolata tramite la Polonia, di spartizione dell’Ucraina.

La politica delle sanzioni contro la Russia in effetti è emersa come il risultato di un’azione di mediazione tra un’Europa dipendente dal gas e dall’economia russa e gli Usa che necessitano di conservare, pur tra mille contraddizioni interne (giacché non è certamente il presidente Obama che detta la linea “interventista” sullo scenario europeo, quanto piuttosto gruppi di interesse Usa di carattere economico e militare), un importante ruolo geopolitico nell’area, ben sapendo però che da un lato l’Europa costituisce l’attore che possiede le vere leve economiche necessarie al fine di mettere in ginocchio la Russia e che dall’altro lo “spazio europeo” non è più rappresentabile come l’inerme distesa di macerie figlia della devastazione della seconda guerra mondiale.

Non a caso, nel momento in cui gli Usa minacciavano di buttare ulteriore benzina sul fuoco di un conflitto le cui conseguenze sarebbero state pagate in gran parte dall’Europa stessa, oltreché dal popolo ucraino, la Germania e la Francia, con il malcelato consenso  del Regno Unito, il quale da un lato fa la voce grossa e manda consiglieri militari in Ucraina e dall’altro gioca a fare l’equilibrista tra le due sponde dell’Atlantico, si sono opposte a tale politica, sforzandosi in tutti i modi di raggiungere un accordo con Putin, il quale, nonostante le sanzioni, il crollo del prezzo del petrolio, la crisi del rublo e la recessione economica, continua a fare il bello ed il cattivo tempo sullo scacchiere europeo.

E’ certamente indubbio che nel momento in cui, nei fatti, l’Occidente abbia espresso “ab ovo” un sostegno formale euro-americano all’Ucraina, ciò debba prevedere l’invio di aiuti militari a Kiev ed appare altresì singolare che il governo di Washington, nonostante il parlamento americano si fosse espresso già favorevolmente in tal senso ed abbia ribadito tale concetto nuovamente solo pochi giorni fa, abbia annunciato l’intenzione di fornire equipaggiamenti bellici e consiglieri militari all’Ucraina solo nelle ultime settimane.

Tuttavia, a quanto pare, la classe dirigente del Vecchio Continente non ha ritenuto essere nell’interesse europeo foraggiare un conflitto senza fine con la Russia ed è indicativo il fatto che mentre il presidente Hollande e la cancelliera Angela Merkel cercavano a Minsk un nuovo accordo per il cessate il fuoco, segretamente numerosi Paesi europei intavolavano trattative con il governo di Kiev al fine di inviare all’Ucraina materiale bellico, ufficializzando tali contratti di fornitura solo dopo che la situazione si fosse in qualche modo stabilizzata.

Al momento non si può ancora dire se il nuovo accordo di Minsk reggerà o meno, tuttavia ciò che appare evidente è il diverso approccio europeo ed americano sull’intera questione ucraina e come tale approccio converga maggiormente più sulla linea prudenziale espressa dagli europei che sulla linea promossa dai “falchi” americani la quale, al di là della retorica sulla libertà e la democrazia, non sempre è connotata da interessi particolarmente edificanti, disinteressati ed attenti alle esigenze degli alleati europei, a cominciare dalla questione energetica.

Se l’Europa, da un lato, si è mostrata inizialmente cinica, debole e titubante, arrivando quasi ad abbandonare vergognosamente al proprio destino ed al “manganello insanguinato” dei pretoriani di Putin a Kiev gli Ucraini scesi in piazza ricolmi di fiducia e di speranza con la bandiera dell’Europa in mano, dall’altro la stessa Europa ha saputo costituire una propria linea politica che, per quanto tesa alla prudenza e all’accomodamento con la Russia di Putin, è riuscita a mettere dei paletti di fronte ad una strategia americana la quale, per quanto gli Usa stessi abbiano effettivamente ed involontariamente salvato “l’onorabilità europea” all’inizio della crisi (basti pensare a quale sarebbe potuto essere lo sdegno e la reazione politica di Paesi connotati da una lunga storia di oppressione moscovita, quali la Polonia, la Lituania, l’Estonia e la Lettonia, di fronte ad un possibile voltafaccia europeo sull’Ucraina dopo che essi stessi avevano sempre visto nell’adesione alla UE una sorta di baluardo di difesa contro un possibile ritorno della Russia nelle vesti di potenza dominante), appare più che altro orientata a conservare in qualche modo un’egemonia che però non possiede più quella statura politica e quell’alone permeato di universale lungimiranza programmatica da poter essere coralmente accettata quale elemento qualificante da parte di tutti gli alleati europei di vecchia data.

Stati Uniti verso un’alleanza con l’Iran?

Altrettanto indicativa rispetto il dissenso politico e strategico che sta maturando tra le più importanti potenze europee e gli Stati Uniti è la situazione sul campo di battaglia tra Siria ed Iraq. Contrariamente a quanto dichiarato negli ultimi mesi da parte americana ed irachena, i successi della coalizione internazionale “anti-ISIS” non sono stati particolarmente eclatanti. Alla fine di gennaio lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che i bombardamenti aerei compiuti in massima parte da velivoli americani avevano permesso la riconquista di appena l’un percento del territorio occupato dall’ISIS in Iraq nel corso della loro sorprendente campagna estiva intrapresa meno di un anno fa.

La stessa caduta della città di Kobane, per mesi punto nevralgico ideale e mediatico della lotta contro il cosiddetto “Stato Islamico”, più che essere stata causata dalla rotta incontrollabile delle milizie dell’ISIS, si è concretizzata attraverso una sorta di ritirata strategica dei miliziani di Al-Baghdadi i quali, invece di continuare a morire a centinaia sotto le bombe della Coalizione per conservare il controllo di un obiettivo di scarso valore strategico, hanno apparentemente preferito disperdere le forze sul territorio e preservare uomini e mezzi per concentrarsi verso obiettivi più cogenti, come la paventata controffensiva irachena prossima ventura.

Nel frattempo le forze curde hanno continuato a guadagnare terreno, tuttavia l’ISIS appare ancora in grado di sostenere la pressione proveniente sia dai curdi iracheni che da quelli siriani senza subire eccessive perdite territoriali, nonostante lo “Stato Islamico” stia accusando una certa diminuzione del numero di reclute in viaggio verso il sedicente “Califfato”, fatto certamente dovuto anche ad un più attento controllo del confine posto tra Siria e Turchia da parte delle autorità di Ankara, da lungo tempo pressate in tal senso dalla Comunità internazionale.

A sua volta la Turchia pare abbia raggiunto un accordo con gli Usa sull’addestramento sul proprio territorio dei ribelli siriani moderati in funzione anti-ISIS (iniziativa a cui parteciperà anche personale britannico), tuttavia la Turchia ha parimenti fatto ben capire a Washington che i ribelli siriani posti sotto la propria tutela saranno comunque autorizzati da Ankara a combattere non solo le soldataglie di Al-Baghdadi ma anche le truppe del regime di Assad.

Ciononostante la recente controffensiva promossa dal governo iracheno finalizzata sia alla riconquista di Tikrit che all’apertura di una testa di ponte verso Mosul ha in realtà messo ben in chiaro quali siano le forze di terra in campo che realisticamente appaiono in grado di minacciare la sopravvivenza del mostro politico plasmato da Al-Baghdadi, ovvero le milizie sciite filo-iraniane supportate, organizzate e, di fatto,  guidate da Teheran attraverso l’impiego di propri militari inviati sul terreno e di ufficiali di lunga esperienza nello scenario mediorientale quali il famoso generale Suleimani, tristemente noto alle forze americane per il suo ruolo attivo nel corso dell’insorgenza irachena al tempo dell’occupazione anglo-americana del Paese.

In tal senso suscita certamente stupore il fatto che gli Americani in questi mesi abbiano lasciato crescere a dismisura la presenza militare iraniana in Iraq, di fatto arrivando a far concretizzare ciò che da lungo tempo i Paesi del Golfo temevano, ovvero che gli Stati Uniti, più che riassumere il proprio ruolo storico in  Medioriente dopo la rotta dell’esercito iracheno, stessero semplicemente gestendo un “interim” per poi cedere la “palla mediorientale” al controllo di Teheran. Nel caso iracheno, nonostante i moniti del generale Petraeus, recentemente ribaditi sulla stampa, relativi alla possibile settarizzazione del conflitto iracheno a tutto vantaggio della componente sciita, gli Usa nei fatti hanno lasciato campo libero all’Iran il quale ha riorganizzato le milizie sciite nel ruolo di forza militare nazionale irachena ai danni dell’esercito regolare il quale ancora non appare in grado di reggere il confronto con le forze dell’ISIS e dei loro alleati  tribali sunniti.

Ciò si è reso vieppiù evidente nel corso della recente battaglia per Tikrit, durante la quale la stragrande maggioranza delle truppe presenti era costituita da forze irregolari sciite guidate direttamente da ufficiali iraniani, fra i quali lo stesso Suleimani. Il fatto che gli Americani abbiano permesso all’Iran di occupare una così vasta fetta dello scenario militare iracheno ha portato via via i Paesi arabi a ritenere che gli Stati Uniti non solo sarebbero ormai pronti a firmare un’intesa sul nucleare iraniano con il regime degli Ayatollah ma addirittura a consegnare la gestione sul terreno della crisi mediorientale agli uomini di Teheran, materializzando così uno degli incubi più spaventosi che sta scuotendo da anni il sonno delle monarchie del Golfo (sono in tal senso indicativi i recenti “mal di pancia” degli Emirati Arabi Uniti che avevano temporaneamente sospeso i raid contro l’ISIS dopo la tragica uccisione del pilota giordano catturato dai miliziani di Al-Baghdadi).

Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Yemen

Il rapido susseguirsi degli eventi in Yemen sembrerebbe confermare tali timori. La recente espulsione dalla capitale Sana’a del legittimo governo yemenita filo-saudita e filo-occidentale per opera delle milizie ribelli degli Houthi di fede sciita ed eterodirette dall’Iran potrebbe apparire agli occhi dei più sospettosi come una mossa iraniana volontariamente assecondata da  Washington, da anni impegnata con forze speciali nel Paese nella lotta contro Al-Qaeda, tesa a mettere in difficoltà l’Arabia Saudita nel proprio “giardino di casa” (non si può in tal senso dimenticare l’incognita rappresentata dalla vicina minoranza sciita presente in seno al Regno dei Saud e l’eventuale effetto domino che potrebbe essere innescato su di essa se lo sciismo filo-iraniano prendesse politicamente piede nel vicino Yemen) e a condurre all’interno della sfera di influenza iraniana uno dei Paesi chiave per il controllo del Medioriente.

Indubbiamente lo Yemen ora è diventato un  nuovo importante campo di battaglia in seno allo scontro tra Sauditi ed Iran per il controllo del mondo arabo e proprio nelle ultime ore si sta affiancando alla “proxy war” in corso  un intervento militare vero e proprio a guida saudita direttamente supportato dalle monarchie del Golfo ed alleati e lanciato dopo la pressante richiesta di assistenza militare espressa da parte del governo yemenita deposto.

E’ altresì indicativo che gli Stati Uniti, pur supportando a parole l’azione di forza saudita (la quale rappresenta un evidente monito nei confronti di Teheran e delle sue ambizioni regionali, in particolare nell’ottica di un possibile “sdoganamento” dell’Iran quale legittimo e riconosciuto attore regionale da parte degli Usa), nei fatti si stiano limitando a fornire un diplomatico “supporto logistico e di intelligence” ed è parimenti interessante notare che la crisi yemenita generata dalle milizie filo-iraniane stia facendo risalire i prezzi del petrolio, una vera e propria manna dal cielo per Putin.

Francia, Regno Unito, Paesi Arabi e la questione siriana

La situazione, con il legittimo presidente dello Yemen messo pericolosamente alle strette, certamente non preoccupa solo i Paesi arabi ma anche i Paesi europei che possiedono interessi nell’area come il Regno Unito, il quale gioca un ruolo di primo piano nell’opera di stabilizzazione politica del Paese assieme ai Sauditi.  Se inoltre consideriamo la situazione in Siria, le divergenze tra Francia e Regno Unito da un lato e Stati Uniti dall’altro appaiono quanto mai evidenti.

E’ stato recentemente pubblicato un articolo a firma del ministro degli esteri francese Fabius e del ministro degli esteri britannico Hammond nel quale è stata messa nero su bianco la posizione dei due Paesi sulla Siria. In buona sostanza sia Parigi che Londra sostengono, come ripetono sovente i Paesi Arabi e la Turchia, che Assad, reo di aver distrutto il suo Paese ed ucciso il suo popolo solo per conservare la poltrona, non abbia alcun futuro politico in Siria e che, per quanto un dialogo con gli uomini del regime sia necessario per evitare la dissoluzione dello stato siriano come tragicamente accaduto in Iraq nel 2003,  Damasco necessiti di un governo di unità nazionale che veda tutte le componenti moderate in lotta contro Assad sedute  attorno ad un unico tavolo.

Oltre a ciò l’Unione Europea, sempre su iniziativa anglo-francese, ha posto sanzioni contro alcuni soggetti vicini al regime siriano che non solo organizzano il commercio di petrolio tra l’ISIS ed il governo di Assad ma addirittura agevolano la gestione congiunta di alcuni impianti per lo sfruttamento degli idrocarburi fra gli uomini di Al-Baghdadi e quelli del regime, fatto che ha indotto lo stesso ministro degli esteri britannico Hammond a dichiarare che il conflitto in corso tra il regime di Damasco e l’ISIS sia una semplice “farsa”, in tal senso confermando indirettamente che l’ISIS stesso, più che essere un mostro politico foraggiato dall’integralismo sunnita, sia stato alimentato ad arte da Assad con il tacito consenso dei suoi alleati russi ed iraniani col mero fine di apparire agli occhi del mondo come l’unica possibile alternativa politica  da supportare di fronte ai barbarici gruppi integralisti in realtà da lui stesso finanziati attraverso l’acquisto dei prodotti petroliferi posti sotto il controllo degli jihadisti.

Parimenti non convincono in alcun modo né Londra né Parigi e né i ribelli siriani moderati i colloqui di pace organizzati dalla Russia a Mosca nel gennaio 2015, palesemente orientati ad imbastire un supporto politico a favore di Assad. Tanto meno trovano reale condivisione da parte di Regno Unito, Francia e ribelli “anti-Assad” gli sforzi dell’inviato dell’Onu Staffan De Mistura, il quale, fondamentalmente, si sarebbe fatto semplicemente circuire dal regime siriano attraverso finte profferte di pace formulate da parte di Damasco.

Gli Usa ed il dialogo con il regime di Damasco

E’ in tal senso balzata subito agli occhi dei più attenti osservatori la contrapposta dichiarazione di Kerry (già non eccessivamente freddo nei confronti dei colloqui di Mosca) di alcuni giorni fa incentrata sul fatto che gli Usa intendano trattare direttamente con Assad, alludendo nei fatti ad una sua permanenza in carica. Da questo punto di vista tali asserzioni, per quanto successivamente ridimensionate da fonti del governo americano, lasciano in effetti presagire che i rapporti tra Washington, l’Iran ed alleati siano andati ben oltre a quanto si è lasciato semplicemente trasparire tra le righe nei comunicati stampa o nelle velate allusioni provenienti dai palazzi di Washington, subito prontamente smentite o corrette a beneficio delle orecchie degli alleati arabi.
E’ in tal senso emblematica la notizia dell’annunciata collaborazione militare (anch’essa in precedenza negata) tra le forze aeree americane e la coalizione a guida iraniana impegnata nell’assedio di Tikrit contro l’ISIS che certamente offre una eccellente cartina di tornasole su quali siano state in realtà le mosse dell’amministrazione americana nei confronti dell’Iran negli ultimi mesi. Ovviamente tale coacervo di ambiguità non lascia perplesso solo il Golfo Persico ed i suoi alleati europei ma sta mettendo da lungo tempo in agitazione il governo israeliano capitanato da “Bibi” Netanyahu.

Israele “contro” Obama

E’ noto che Israele rappresenti forse il maggior oppositore, assieme ai Sauditi, nei confronti di un qualunque accordo sul nucleare iraniano e questo perché gli Israeliani temono che gli Iraniani stiano fondamentalmente ingannando l’Occidente sugli scopi del loro programma atomico il quale sarebbe finalizzato alla realizzazione delle prima bomba atomica nelle mani degli Ayatollah pronta ad essere utilizzata quale “spada di Damocle” da porsi sopra la testa di Israele.

Da questo punto di vista Israele ha potuto beneficiare dell’ormai vasta opposizione interna al presidente Obama rappresentata in primo luogo dal Partito Repubblicano che ha recentemente riottenuto la maggioranza al  Congresso e che non perde alcuna occasione per mettere i bastoni fra le ruote della Casa Bianca, in particolare nel momento in cui la lobby ebraica residente negli Stati Uniti da anni preme sulla politica americana affinché si diffidi il più possibile delle presunte buone intenzioni di Teheran.

Le tensioni e le divisioni interne alla classe politica americana sono così intense e deflagranti che per la prima volta nella storia degli Usa il Congresso degli Stati Uniti ha invitato ufficialmente  un primo ministro estero, ovvero lo stesso Netanyahu in piena campagna elettorale (il quale non ha certamente perso tempo per non farsi sfuggire questa ghiotta ed irripetibile occasione), sostanzialmente per affermare che la politica del presidente Obama sull’Iran fosse totalmente errata e che richiedesse un radicale cambio di rotta, pena una “guerra totale” dei Repubblicani ed “alleati” contro la Casa Bianca.

Tale situazione ha messo chiaramente in luce quale stato di confusione “l’obamismo” abbia creato nell’agone politico degli Stati Uniti e di quanto poco rispetto il presidente goda presso i suoi avversari politici (basti ricordare la lettera dei senatori repubblicani indirizzata all’Iran nel tentativo di scavalcare e delegittimare la Casa Bianca).

Come se ciò non fosse bastato la vittoria elettorale di Netanyahu (contrariamente alle indicazioni dei sondaggi) alle elezioni politiche, le accuse da parte di certi ambienti israeliani nei confronti degli Stati Uniti di aver cercato di manipolare l’opinione pubblica di Israele contro lo stesso Netanyahu e le controaccuse americane nei confronti dei servizi segreti israeliani di aver sottratto informazioni di intelligence Usa al fine di influenzare gli orientamenti politici dei legislatori americani sul tema del nucleare iraniano con lo scopo di condurli verso posizioni filo-israeliane certamente rappresentano uno dei momenti più bui delle relazioni israelo-americane e ciò  a causa di una Casa Bianca che sta effettivamente sovvertendo a tutto campo decenni di tradizione politica “a stelle e a strisce” nel Medioriente e nel mondo.

Sunniti contro Sunniti: il caso libico

Le divisioni politiche non riguardano solo l’establishment americano o i rapporti tra Paesi europei, gli Stati Uniti ed Israele ma anche lo stesso mondo sunnita. La chiave di volta di questo pluriennale scontro interno ai due maggiori contendenti del Golfo, l’Arabia Saudita ed il Qatar, è a tutt’oggi collocata in Libia.

Lo scenario libico, dopo il collasso del governo rivoluzionario nell’estate 2014 a seguito della sconfitta elettorale delle forze islamiste e del rifiuto dell’esito emerso dalle urne da parte di queste ultime, è connotato dalla presenza di due governi e due parlamenti, uno a Tobruk, sostenuto da Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in testa, Egitto (attualmente impegnato in un’ operazione militare nel Paese e sponsor convinto del generale Haftar) ed Occidente, l’altro a Tripoli, sostenuto dal Qatar e da quella Turchia che inizialmente era stata tenuta in disparte nel corso dell’attacco occidentale del 2011 che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Pare che lo stesso Sudan abbia inviato armi alle milizie islamiche operanti a Tripoli ed è noto quanto il Sudan sia vicino alla Cina.

In mezzo a tale caos costituito da una miriade di milizie direttamente connesse alla dimensione tribale della regione, sono recentemente emersi gruppi locali di ex-gheddafiani, ex combattenti jihadisti ritornati in patria, supportati da altri gruppi jihadisti di varia provenienza, alcuni dei quali in qualche modo in connessione con il “Califfato” tramite elusivi “inviati speciali” di Al-Baghdadi, i quali hanno autonomamente dichiarato la propria adesione al ISIS, di fatto sfruttando un “marchio di successo”, quello del sedicente “Califfato”, con il quale non hanno, allo stato attuale, una reale connessione diretta ma che tuttavia ritengono vantaggioso utilizzare quale “brand” per attrarre finanziamenti e nuove reclute da tutto il mondo musulmano.

Da questo punto di vista appare evidente che lo stesso gruppo terrorista di Boko Haram abbia annunciato la propria affiliazione all’ISIS in Nigeria per le medesime ragioni così come hanno fatto i terroristi che hanno attaccato il museo del Bardo a Tunisi. Nel medesimo contesto la Russia di Putin, alla perenne ricerca di nuovi alleati (in ultimo pare in atto un “abboccamento” con l’assai poco desiderabile regime della Corea del Nord), sta tentando in qualche modo di sfruttare la confusione esistente in Medioriente e nel Magreb per allargare la propria sfera di influenza, in particolare in Egitto e presso il governo di Tobruk, quest’ultimo assai deluso dallo scarso aiuto militare che starebbe ricevendo da parte europea.

Occorre ricordare che la stessa Russia, come accaduto alla Turchia, venne politicamente e militarmente tenuta fuori dalla Libia nel corso dell’attacco a guida anglo-francese del 2011. In particolare l’Egitto di Al-Sisi starebbe mal sopportando la dipendenza finanziaria che lo lega ai Paesi del Golfo e la recente accoglienza trionfale accordata al presidente Putin in visita ufficiale nel Paese del Nilo vuole forse sottolineare un tale clima di malessere.

D’altra parte, tuttavia, il cordone della borsa egiziano è stabilmente in mano agli Arabi e di conseguenza le più lucrose commesse militari a favore del Cairo sono andate non ai Russi ma agli ormai onnipresenti Francesi. E’ interessante notare che l’Italia, Paese fino a pochissime settimane fa fondamentalmente assente sullo scenario internazionale, nonostante quattro anni di totale instabilità lungo vasti tratti dell’arco del Mediterraneo, a fronte della minaccia rappresentata dall’ISIS in Libia pare essersi ridestata, arrivando addirittura ad ipotizzare un intervento militare, caldeggiato dalla Francia che da lungo tempo sta chiedendo all’Italia un maggior impegno nell’area, essendo i Francesi già dislocati attorno ai confini esterni della Libia al fine di bloccare eventuali infiltrazioni terroristiche verso gli altri Paesi della “Françafrique”.

La questione libica richiede indubbiamente grande prudenza nel senso che se da un lato i sostenitori arabi del legittimo governo libico e l’Egitto vorrebbero giungere ad una resa dei conti finale con gli islamisti che controllano Tripoli (si legga, fra tutti, i “Fratelli Musulmani”), finanziati ed armati da Qatar e Turchia, dall’altro l’Occidente, a ragione, sostiene che si debba trovare un accordo con queste fazioni dato che, al di là delle etichette politico-religiose, le “fazioni islamiche” spesso non rappresentano altro che meri gruppi tribali libici che dovranno un domani contribuire alla ricostruzione del Paese. In tal senso il campo occidentale confida che l’attuale mediazione a guida Onu possa ricomporre una situazione che tuttavia potrebbe altresì richiedere una missione militare stabilizzatrice, erroneamente non prevista da Francia e Regno Unito dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, in un contesto nel quale le istituzioni statali sono in buona misura scomparse.

E’ opportuno un accordo con l’Iran in questo momento?

La cornice internazionale attorno alla quale viene in questi giorni dipinto l’accordo di massima sul nucleare iraniano che dovrebbe condurre verso una normalizzazione dei rapporti con Teheran non appare pertanto delle più rosee. La Russia, pur attanagliata dalla crisi economica, continua a mostrare i muscoli e ha sistematicamente minacciato di violare lo spazio aereo-navale di numerosi Paesi europei sia al fine di tastare il livello di reazione delle rispettive forze armate “nemiche” che per tenere alta la tensione in seno a quella che non appare altro che una classica guerra di nervi.

A riprova di ciò è notizia recente la minaccia di Mosca di trasformare la Danimarca in un bersaglio nucleare in caso di conflitto tra Russia ed Occidente. Inoltre le repubbliche baltiche appaiono particolarmente sotto pressione ed il timore che quanto accaduto in Ucraina orientale possa riproporsi all’interno del proprio territorio nazionale ha indotto la Lituania a reintrodurre la coscrizione obbligatoria.

Se da un lato la Russia ancora spadroneggia sullo scenario internazionale pur nella consapevolezza di essere per il momento costretta a trattare con la Germania, dall’altro un altro alleato di Mosca, l’Iran, sta guadagnando terreno in Medioriente, minacciando di sovvertire l’ordine geopolitico dell’area a vantaggio di una nuova egemonia iraniana nella regione. Secondo alcuni critici “ottimisti”, l’Iran starebbe fondamentalmente facendo il passo più lungo della gamba, non possedendo né le risorse né i mezzi per giocare a lungo un ruolo di primo piano in seno alle vaste e complesse crisi che attanagliano il Vicino Oriente.

L’Iraq e la Siria, nonché lo Yemen, potrebbero trasformarsi a lungo andare in una sorta di “Vietnam iraniano”, alimentando conflitti settari senza fine tra la componente sciita spalleggiata da Teheran e quella sunnita. Ciononostante la paura e la preoccupazione dei Paesi arabi è alta, soprattutto per il fatto che se l’Iran dovesse trovare un accordo con gli Stati Uniti, allora i Paesi del Golfo potrebbero vedersi costretti ad affrettare la propria corsa per dotarsi di armi nucleari.

Se da un lato il Regno Unito gioca a fare il “pontiere” evitando però di farsi coinvolgere il più possibile dalle “strane” manovre dell’amministrazione Obama (non senza ricevere continue critiche ed accuse di disimpegno da parte di Washington a partire dai tagli al settore della difesa fino allo scarso impiego di uomini e mezzi nelle operazioni attive contro l’ISIS), dall’altro la Francia, a cui piace fare la parte del “giocatore libero”, sta mostrando molta riluttanza nei confronti di un accordo con l’Iran che sta scontentando un po’ tutti (in particolare i propri “clienti” arabi), soprattutto nell’ottica di quella che rischia di appalesarsi come una rivoluzione copernicana dei rapporti internazionali mediorientali.

La recente intenzione espressa dal governo canadese, più vicino agli umori americani di quanto lo sia l’Europa, di estendere i raid aerei contro l’ISIS in Siria, per quanto giustificati sul piano legale dal fatto che il Canada non riconosca Assad quale presidente legittimo, potrebbe rappresentare un ulteriore segnale relativo all’imminenza di un accordo diplomatico tra Stati Uniti ed Iran.

Ovviamente se di accordo si tratterà, più o meno tutti gli attori europei coinvolti nella trattativa, non avendo i mezzi politico-militari per opporsi a tale decisione, faranno buon viso a cattivo gioco, nel senso che se da un lato è probabile che plauderanno all’accordo per garantirsi una fetta del mercato iraniano, dall’altro presumibilmente continueranno a sostenere i propri alleati arabi in ciò che rischia di trasformarsi in una guerra vera e propria tra Sciiti e Sunniti lungo tutto lo spazio mediorientale, una vasta porzione di mondo nella quale l’Iran, ormai sguinzagliato e liberato dalla propria catena, oltreché “benedetto” ed “incoronato” dalla politica americana, si sentirà legittimato a fare il bello ed il cattivo tempo in un territorio che comprende, tanto per iniziare, Iraq, Siria, Libano e Yemen nel quale l’ISIS e i suoi affiliati in realtà appaiono sempre più essere un’utile pedina da impiegarsi quale arma di ricatto (si vedano a tal proposito i mostruosi crimini commessi contro i prigionieri e le antichità mesopotamiche da parte dei miliziani di Al-Baghdadi) nei confronti di un Occidente che precipitò nell’abisso della prima guerra mondiale attraverso dinamiche non troppo dissimili da quelle determinate dalle continue crisi internazionali che si stanno sempre più frequentemente e pericolosamente presentando al nostro orizzonte.

Russia e Usa, solo una questione geopolitica? 3/3

Come accennato nei precedenti saggi non possiamo sapere se Putin e la Russia, in cui non mancano certo le contraddizioni, saranno fino in fondo all’altezza del compito che si pro­pongono, né se lo sarà la Chiesa Ortodossa o come si evolverà quella cattolica anche nei suoi rapporti con la prima. Tuttavia, da quanto det­to finora mi sembra emerga con chiarezza che la rinnovata rivalità fra Usa e Russia sia molto di più che una questione meramente geopolitica, ponendosi invece come confronto fra due oppo­ste concezioni del mondo, perciò strategica­mente incompatibili quando l’una voglia preva­lere sull’altra.

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Gli scenari del confronto

In questo confronto ora è lo Sta­to Russo, quasi invertendo le parti rispetto a quanto scriveva Schmitt, che necessita di una Chiesa forte, un partner da cui trarre ispirazio­ne anche per alcune scelte politiche (oltre che legittimazione dei propri fondamenti giuridici basati sul diritto naturale e non su quello positi­vo, con ciò autoponendosi un limite invalicabi­le).

In quanto fra opposti modelli di civilizzazione, il confronto si giuoca necessariamente su più scenari intrecciati: geopolitico (accerchiamento di Stati amici), economico (controllo delle fon­ti e dei flussi energetici), militare (interventi ar­mati diretti o per interposta persona), utilizzan­do tutti quei movimenti, spes­so in feroce lotta fra loro, che si propongono di ribaltare gli equilibri in medio oriente. Fra questi anche (sic!) l’Islam fondamentalista e terrorista. Lo scopo è quello di destabilizzare l’area e creare una rete di Stati sotto la diretta influenza statu­nitense o, come nel caso dei fondamentalisti islamici, creare una situazione tale per cui si renda indispensabile l’intervento armato così detto umanitario.

Non meno importante sul piano strategico, è però lo scenario della guerra culturale. Gli Stati Uniti se ne sono resi ben conto e agiscono di conseguenza, col triplice scopo di

  1. Delegittimare agli occhi del mondo il gruppo dirigente russo e Putin in prima persona, accu­sati in pratica di tutto: dalla non democraticità del regime (nonostante il ripetuto sostegno po­polare a Putin, ben maggiore di quello ricevuto da Obama se teniamo conto di quanti cittadini Usa vanno a votare nelle elezioni presidenziali) e dall’interferenza negli affari interni di altri paesi, come l’Ukraina nella quale tuttavia gli Usa non hanno esitato ad appoggiare gruppi neona­zisti, alla repressione delle etnie presenti sul suolo della Russia, dimentichi della loro storia e della loro politica rispetto ai nativi americani. Non poteva mancare, naturalmente, l’accusa di non rispetto dei diritti umani e civili, questione posta con tanta più forza quanto più viene per­cepita come la più facilmente comprensibile per l’opinione pubblica interna dei paesi occidenta­li.
  2. Rafforzare, appunto, la convinzione nei pro­pri cittadini di trovarsi di fronte ad un nuovo potenziale Impero del male, e quindi di essere dalla parte del bene e del vero, ovvero della sto­ria e del progresso civile, così che passino in se­condo piano i comportamenti reali e concreti dell’amministrazione USA e si crei un fronte interno in cui liberal e neocon marcino uniti.
  3. Destabilizzare la Russia per quanto possibile, facendo leva sull’opposizione interna in quel paese, finanziandola, incenti­vandola e ampliandone l’importanza.

L’uso politico della letteratura e dell’arte per veicolare l’ideologia su cui si regge il potere è cosa nota da sempre e non sorprende. Ma il caso degli Stati Uniti presenta un aspetto unico e particolare in quanto specchio non mediato della logica del capitale, e merita una breve di­gressione. È ormai noto, quantunque scono­sciuto al grande pubblico ed anche all’il­lusione narcisista degli artisti ribelli e anticonformisti, che il modernismo e l’astrattismo, os­sia la nega­zione programmatica del bello e di ogni deter­minazione formale del­l’opera d’ar­te, sono stati imposti dalla CIA in funzione antisovietica. Slegata da ogni vincolo formale ed estetico e perciò definita libera, la pop-art occidentale (definiamo così per comodità tutta l’arte non fi­gurativa affermatasi nel secondo dopoguerra), si contrapponeva a quel­la del realismo socialista che, come sempre è stato, attraverso l’immagine intendeva veicolare emozionalmente un conte­nuto positivo, per quanto discutibile fosse. Non è quì in discussione la reale e concreta consi­stenza artistica del realismo socialista, bensì il fatto che si riferiva pur sempre a principi for­mali ed estetici. Negarli, ha significato discono­scere ogni radice culturale, quindi anche tutta l’arte del passato. Ma non solo, perché quella pretesa libertà da ogni vincolo che l’avanguar­dia artistica, ovviamente sedicente di sinistra, vanta come il massimo dell’anticonformismo e della contrapposizione all’arte borghese, finisce concretamente per sottoporre il valore dell’opera d’arte all’unico criterio del mercato. È il suo valore di scambio che le conferisce, di­ciamo così, bellezza e importanza e non vice­versa. Lasciamo pure perdere il fatto che il va­lore di mercato di un qualcosa che nega radical­mente l’estetica e quindi la fruibilità (il suo va­lore d’uso immateriale), è totalmente manipo­labile dalla critica secondo cospicui interessi. Le cosa importante da sottolineare è invece il nichilismo radicale dell’arte moderna e il suo essere immediatamente una merce. La pop art nega tutti i noiosi vincoli a cui era ancorata quella precedente nonché quelli imposti dalle preferenze del committente, ma non può nega­re il vincolo del mercato. Riappare allora, con chiarezza, il nichilismo della forma merce come scopo e destino del capitale. Così che le avan­guardie ribelli e antiborghesi diventano le punte di diamante della sua penetrazione (sotto i graziosi auspici della CIA) in un mondo, quello dell’arte e della cultura, che intrinseca­mente gli sarebbe estraneo.

Tornando al nostro argomento specifico, esem­plare è stata la vicenda dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Sochi 2014, alla quale i leaders occidentali, con la sola eccezione di Enrico Letta, si sono rifiutati di partecipare per solidarietà agli omosessuali russi contro le leggi definite antigay, quelle, come ho ricorda­to sopra, che avrebbero impedito di impartire a ragazzi quattordicenni una lezione di fellatio omosessuale.

In quell’occasione la federazione tedesca ha escogitato la mossa propagandistica di indubbio impatto mediatico, di far vestire i propri atleti coi colori arcobaleno, mentre su tutti i media occidentali è stato dato grande risalto alla que­stione. Così come grande risalto negativo hanno avuto le dichiarazioni della campionessa mon­diale di salto con l’asta, Yelena Isinbayeva, col­pevole di aver detto «Io sono a favore delle re­gole sui gay, noi russi siamo normali, i ragazzi con le donne e le ragazze con gli uomini», e naturalmente costretta dalla pressione mediati­ca ad una semiritrattazione.

In questo contesto di guerra culturale, un ruolo importante in quanto fenomeno altamente me­diatico, è stato assegnato alle Femen e alle Pussy Riot, due gruppi punk femministi, ucrai­no l’uno e russo l’altro, che conducono azioni nonviolente contro Putin, contro la religione e contro il patriarcato, delle quali ci limitiamo ad elencarne alcune fra le più eclatanti. Per chi avesse conservato un minimo di buon senso è sempre stato evidente che non si è mai trattato di fenomeni spontanei, ma di creazioni eterodi­rette e finanziate con scopi precisi, quelli ap­punto ricordati sopra. Nel febbraio del 2012, le Pussy Riot si introdussero nella Cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca, intonando una can­zone in cui si invocava la conversione femmini­sta della madonna e la cacciata di Putin per sua opera, e si recitavano versi come i seguenti: «merda, merda, merda del Signore». Subito ar­restate e condannate a due anni di reclusione per offesa premeditata ai danni della Chiesa or­todossa e condotta lesiva di tradizioni nazionali millenarie, furono amnistiate dopo pochi mesi ad opera dell’op­pres­sore Putin in persona. Il loro intento dichiarato era di quello di denunciare i legami fra Chiesa e Stato, apostrofando come puttana il patriarca di Mosca, e contestando la democraticità dell’elezione di Putin. I sondaggi  hanno mostrato la scar­sissima considerazione nutrita verso quel grup­po (solo il 6% della popolazione ha dichiarato di provare rispetto o di non avere obiezioni alle loro azioni), ma il can can mediatico occidentale è stato immedia­to e pesante. Dall’immancabile Madonna ad ad altri esponenti dello Star System, da Obama alla Merkel, tutti hanno fatto a gara nello stigma­tizzare la sentenza come eccessiva e poco ri­spettosa della libertà d’e­spres­sione, mentre l’ineffabile Amnesty International le ha nominate prigio­niere di coscienza e la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che la libertà d’espres­sione deve essere applicata «non solo alle idee inoffensive, ma anche a quelle che offendono, scandalizzano o disturbano lo stato o settori della popolazione». Aspettiamo identico pro­nunciamento per le future denunce di omofo­bia nei confronti di qualche dichiarazione che offenda il movimento LGBT.

Non da meno sono le Femen, use a manifestare in varie parti del mondo a seno nudo contro la mercificazione del corpo femminile, natural­mente ben pagate. Delle loro performance per i diritti civili, per le donne, contro le religioni, il maschilismo etc. etc. in Ucraina, Russia, ita­lia, Svizzera, Polonia, Inghilterra, Francia, particolarmente significativa per gli esiti a cui ha dato luogo, è stata quella del 12 febbraio 2013 nella basilica parigina di Notre Dame. Per festeggiare le dimissioni di Benedetto XVI, hanno fatto irruzione a seno nudo nella chiesa al grido di «mai più papa», e, riportano le cro­nache, hanno preso a bastonate un’antica cam­pana coperta di lamine d’o­ro, esposta al pubbli­co in occasione del­l’otto­centocinquantesimo anniversario della cattedrale. Un evidente e vo­luto oltraggio alla sensibilità dei credenti, la gratuita profanazione di un luogo e di un og­getto simbolico in spregio al rispetto delle idee altrui. Non risultano dichiarazioni di Amnesty o pronunciamenti della Corte europea dei dirit­ti del­l’uomo. Sono state processate, ma non per oltraggio, o incitamento all’odio religioso o per atti osceni in luogo pubblico, come sarebbe sta­to ovvio in un paese normale che tenga al ri­spetto di ogni simbolo e di ogni sensibilità, come si vanta essere la Francia. L’unica imputa­zione è stata quella di danneggiamento di beni materiali, e naturalmente sono state assolte, mentre in compenso ai guardiani che avevano tentato di fermarle sono state comminate am­mende fino a mille euro per i metodi troppo sbrigativi.

L’episodio è rivelatore. L’occidente nichilista odia se stesso e le proprie tradizioni millenarie che vuole dissolvere. Mentre ci si fa beffe del loro valore simbolico, l’unica cosa rimasta eventualmente da salvaguardare è il valore ma­teriale degli oggetti che quelle tradizioni incar­nano. Torna prepotente il fantasma del nichili­smo della merce!

È ormai di pubblico dominio che le Pussy Riot, in rapporti con l’ex oligarca Khodorskovsi (de­fenestrato da Putin e arrestato ma an­ch’egli amnistiato), sono pagate dal democraticissimo finanziere ungaroamericano Geor­ge Soros. Quello che all’inizio degli anni novanta scatenò un micidiale attacco speculativo contro la lira (cioè contro uno stato sovrano, fra l’altro allea­to degli Usa), rischiando di far fallire il nostro paese, e che qualche mese fa è stato gra­ziosamente accolto come terzo socio più impor­tante nelle Coop Rosse. Dal canto loro, le Fe­men ricevono finanziamenti dal miliardario te­desco cinquantenne Helmut Losef Geier, dall’im­prenditrice tedesca Beate Schober e dall’altro multimilionario statunitense Jed Sun­den, fondatore del magazine The Kyiv Post.

Tutto lascia pensare insomma che Femen e Pussy Riot siano burattine nelle mani di qual­cuno molto potente e usate come fattore di di­sturbo all’interno della Russia e di delegitti­mazione sul piano internazionale. Solo dei me­dia in cattiva fede o così ingenui da rasentare l’imbecillità possono pensare che non sia così, ma sono la maggioranza.

Conclusione

Non possiamo sapere come sarà il futuro, come si evolverà il confronto che ho tentato di deli­neare nelle sue direttrici principali, confronto che va oltre le volontà e le abilità dei singoli personaggi, quantunque contino an-ch’esse, com’è ovvio. Alla soglia della riunificazione del mondo sotto il segno del capitale e della merce, qualche opzione diversa sta affacciandosi, qual­che anticorpo si sta generando. Ogni possibilità, credo, è aperta. Oggi sarebbe già tanto che gua­dagnasse terreno la consapevolezza della posta in gioco e i terreni su cui la partita si svolge. Se non si tratta già di scelte di campo consapevoli, mi pare che, almeno in Italia ma più in generale in Europa, la confusione regni sovrana in mez­zo ad un preoccupante conformismo che conti­nua a ragionare, in processi storici che le hanno rese obsolete, con le categorie del secolo scorso. Vale per la politica ma non solo.

CIA: il controverso rapporto sulle torture dell’agenzia

Secondo la commissione, la CIA (Central intelligence Agency) avrebbe mentito al Congresso, nel Consiglio nazionale di sicurezza, al ministero della Giustizia sulla gravità delle torture perpetrate e sulla pertinenza delle informazioni ottenute dagli interrogatori brutali.

CIA: il controverso rapporto sulle torture dell’agenzia - Geopolitica.info

La Commissione del Senato ha pubblicato un dossier composto da 535 pagine, un rapporto d’inchiesta di seimila pagini sul “Programma di arresti e interrogatori” della CIA. All’interno di questo documento dalle informazioni sensibili vi sarebbero omissioni circa le violazioni dei diritti umani condotte dalla CIA. Secondo il rapporto, l’agenzia avrebbe effettivamente mentito alla Commissione sui decessi dei prigionieri, sulle minacce proliferate ai membri delle famiglie dei prigionieri e sull’efficacia delle torture.

Il 9 novembre 2005, il direttore del servizio nazionale clandestino della CIA Jose Rodriguez, ha autorizzato la distruzione di novantadue video che riprendevano gli interrogatori esercitati con procedimenti violenti che esaminavano dettagliatamente l’interrogatorio di Abu Zubaida e Abderrahim Al Nashiri. Come pronta risposta alla distruzione di questi documenti la Commissione del Senato statunitense, attraverso un voto del 5 marzo 2009, ha iniziato ad esaminare il programma di arresti e interrogatori della CIA. La Commissione ha però fornito un resoconto superficiale senza coinvolgere direttamente i partecipanti o le vittime di queste procedure.

Dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2011, il Ministero della Giustizia ha prodotto una serie di provvedimenti autorizzando con l’approvazione dell’allora amministrazione Bush, la tortura contro i terroristi e i combattenti nemici dell’America. Nel 2002 il procuratore generale aggiunto John Yoo ha emesso provvedimenti sulla tortura firmato dal procuratore generale aggiunto Jay Bybee: l’Autorizzazione all’uso della tortura diventa legale non tenendo conto della Commissione di Ginevra.

Abilmente nascosti dietro uno pseudonimo, due psicologi delle forze armate aeree in pensione, il Dottor Bruce Jessen e il Dottor James Mitchell, hanno ottenuto il via libera attraverso appositi contratti per sviluppare le tecniche d’interrogatorio della CIA. Nascono dunque, le pratiche violente sia fisiche sia psicologiche al fine di estorcere la verità.

Tra le pratiche più usate figura il “waterboarding”. Un’azione che simula l’annegamento, alla quale un detenuto, Abu Zubaida, è stato sottoposto ottantuno volte, come da lui stesso riferito all’FBI in convalescenza. I violenti interrogatori si ripetono con cadenza quotidiana. L’agenzia ha ritenuto che queste violazioni dei diritti umani erano un metodo efficace.

Secondo la Commissione, le tecniche d’interrogatorio brutale non sono assolutamente mezzi efficaci per ottenere informazioni sensibili. Sotto la tortura, i prigionieri diranno quello che l’interlocutore vuole sentirsi dire per porre fine alle atrocità. Nonostante la CIA affermi che le informazioni ottenute hanno salvato delle vite umane e reso possibile la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden, la Commissione ha scoperto la falsità di queste dichiarazioni.

La maggior parte degli agenti della CIA implicati nel suddetto programma avevano precedenti penali di varia natura quali violenza sessuale, abusi e aggressioni. Come se non bastasse, durante gli interrogatori, i prigionieri venivano minacciati di possibili ritorsioni sulle loro famiglie e molto di loro sono stati privati delle cure mediche causando così una reidratazione e un’alimentazione rettale. Alcuni di loro erano forzati a rimanere in piedi per ore con le caviglie rotte, altri detenuti in stanze piccolissime al buio per ore con canzoni metal ad altissimo volume. Molti detenuti sono stati privati del sonno per giorni.

Il 20 giugno 2003, David Passaro colpì a morte un sospettato afgano con una torcia metallica. Nella prigione di Abu Grahib nel 2003, Manadel Al Jamadi è morto in un bagno durante un interrogatorio, aveva le braccia legate alla schiena. La foto di Charles Graner jr, che si esibiva calpestando il cadavere di Al Jamadi ha fatto il giro del mondo. Queste sono solo alcune delle atrocità commesse durante questi interrogatori.

Secondo la Commissione dunque, la CIA avrebbe mentito al Consiglio Nazionale di Sicurezza, al Ministero della Giustizia e all’opinione pubblica americana sulla gravità e sulla pertinenza delle informazioni, sul decesso dei prigionieri, sulle minacce ai membri delle famiglie delle vittime e sull’efficacia delle informazioni ottenute.

Dopo il sabotaggio informatico ai danni dei computer di alcuni membri della Commissione, il direttore della CIA John Brennan, in un tentativo di impedire la pubblicazione del rapporto, ha ingiustamente accusato la Commissione di furto di dossier confidenziali. Successivamente però, lo stesso Brennan sotto la pressione dei senatori chiese pubblicamente scusa alla Commissione.

Invece di assumersi le proprie responsabilità e i pagare per le atrocità perpetrate i medici Mitchell e Dressen hanno ricevuto ottantuno milioni di dollari fino alla risoluzione del loto contratto nel 2009. L’agente della CIA John Kiriaku è stato condannato a trenta anni di detenzione dopo aver rivelato il programma delle torture in un programma della ABC. L’accusa è di violazione della Identities Protection Act del 1982.

La Commissione, denunciando le bugie della CIA, ha tuttavia dimenticato di denunciare anche le violenze commesse in suo nome.

Us-Japan relations: a talk with professor Ellis S. Krauss

After the National Security Strategy 2010, the US foreign policy seems to focus its attention on the Asia-Pacific region. At the theoretical level, this approach has been confirmedby the idea of “pivot to Asia”. For this reason, Geopolitica.info met Ellis S. Krauss, professor at the University of California-San Diego and visiting professor at Sapienza University, expert on Japanese politics and Us-Japan relations.

Dear professor Krauss, could we begin this interview synthetically presenting the different phases of the Japanese political role in international system from 1853?

Us-Japan relations: a talk with professor Ellis S. Krauss - Geopolitica.info

In fact there are five very separated periods of Japanese and an Empire based on Emperor-worship ideology was instituted. The second stage is the late nineteenth century modernization, in which Japan modernized itself and foreign policy. From 1853 to 1868 when Japan was unified under a unique government called “Meji” restoration became an economic power, and eventually a military power in the early twenty century. It defied and defeated China and Russia in 1895 and 1905 wars, becoming a major power. During the second period it was allied with Britain in the Anglo-Japan alliance and this kept the peace in Asia up to 1920s. Then, there was an increasing conservatism in Japan and after the World War I, many democratic movements that led to some democratization. The post World War I era brought an unprecedented prosperity for its economy. The third period was an authoritarian period. In fact the parliamentary government was not rooted deeply enough to withstand the economic and political pressures of the “Depression period”. The State became militarized. Unlike Italy and Germany there wasn’t a fascist political party in Japan but this military-led government led Japan to challenge Britain and US during the World War II. The fourth stage is the US occupation of Japan implementing the democratization of Japan. The last period is the post-US occupation economic growth led Japan to be the second largest economy superpower in the world, but without a military power, limited by the peace constitution imposed by US at the end of the Second World War.

After the end of cold war, due to consolidation of unipolarism, which type of changes occurred in Japan’s foreign policy and its perception of the surrounding geopolitical space?

There are two periods which we have to consider from the end of Second World War. The first is before the end of Cold War, from the American occupation to 1990s, Japan was fairly stable in some way. It became an important ally for the US, but refused to get involved in US military adventures. So for example Japan refused to get involved in the Vietnam War. The only involvement is that Japan gave many military bases to US. This was pretty much the stable situation from the early of the 1960s up to 1990s. Everything changed in the 1990s, for domestic and geopolitical reasons. The electoral reform of the 1993changed the domestic political situation, with the Socialist Party which became very small, and instead a more moderate conservative party (the Democratic Party) that became the second largest party in Japan. This opened the way for Japan to become more active in domestic security. In late 1990s China became a major military and economy superpower, and North Korea became a real security threat. These domestic and international changes changed the situation for Japanese foreign policy. Japan claimed some autonomy from the US, but at the same time it started to build up its military and get closer to the USA in military affairs in order to protect itself from China. Some political scientists call this the “dual hedge,” that is insurance on both sides. Insurance against the economic  dominance of the U.S. by getting closer economically with China,but at the same time by getting closer to the US militarily, protecting itself from China.

Is it possible to talk about a political triangle in the China, Japan and US relations? And if your answer is positive, how does it work?

Yes, I think that we are able to talk about a political triangle. It was a more equal triangle before the arrival of the current prime minister Shinzo Abe. That is because the dual hedge strategy tried to balance it in different ways between China and US. From one side an economic power, from the other side a military power. In fact, many Japanese political scientists think that their country could be a bridge between the US(its military ally) and China (its major economic partner). Prime minister Abe seems to be changing the triangle from this type of balance. He to lead his country closer to the US, by improving the closer military cooperation with the U.S. instead Japanese investments with China have been declining quite a bit for the last two years. Another reason is related to the Senkaku Islands that both nations claim as their own. This dispute is a very dangerous, because it could lead both to a military conflict, which would drag US in. Abe foreign policy is changing the triangle to a parallelrelationship, with China from one side, and Japan-Us from the other.

How did the tension for the Asia-Pacific area of the Obama administration influence Japan foreign policy? And is Japan coming back to cover the role of a great power in this area?

Obama moved to the Pacific that he called “pivot”, but nobody in his government like this term. They prefer a term like rebalance that is more accurate to describe what Obama is doing. The US, during the Cold War, focused his attention to Europe, now that the situation is changed; they are shifting their attention and military resources to the Pacific, because there are more chances of conflicts and wars. That’s because there is a more aggressive China. Japan plays a major role in this rebalance as American biggest ally, but Japan is not going to become a great power by itself, not as it was before World War II. It will be a middle power, very much like Germany in Europe or Australia for example. China will be naturally the great military and economic power of the Asia in the future. The problem is that China is not a democracy. I think that this will be a big problem for the US in the next future.  Surely, US and Japan together will be able to restrain China, but not Japan by itself.

Russia e Usa, solo una questione geopolitica? 1/3

I rapporti tra USA e Russia, che dopo l’implo­sione dell’URSS sembravano avviati verso una sostanziale al­lean­za o quanto meno una guar­dinga collaborazione dando ragione alle teorie di Francis Fuku­yama sulla fine della storia e sul definitivo trion­fo delle democrazie capitali­stiche di tipo occidentale con a capo gli Stati Uniti, da qual­che tempo sono tornati proble­matici.

Russia e Usa, solo una questione geopolitica? 1/3 - Geopolitica.info

La crisi ucraina è stato un fattore di for­te acceleratore di questo ritorno ad una forma mitigata di guerra fredda fra le due potenze, ma complessivamente, per come si sta svolgendo e per le scelte politiche e culturali del presidente Pu­tin, ha mostrato anche molto altro. Intendo dire che non si tratta solo di una questione geo­politica per il controllo delle fonte energetiche e con esse per assicurarsi l’egemonia planetaria per i prossimi decenni, e nemmeno solo una ma­novra strategica a lungo raggio in vista delle questioni che inevitabilmente si porranno per gli Usa in rapporto alla Cina. O meglio, posto che tali questioni esistono e sono fondamentali, dietro lo scontro fra potenze economiche e mi­litari, appare ora chiaro che esistono forti ten­sioni di ordine culturale e antropologico che sono alle fondamenta di questo scontro.

In qualche modo sembra tornato il tempo, ovvia­mente con contenuti specifici molto diversi, dello scontro fra due opposte Weltanschauung. Insieme al confronto politico/militare esiste una guerra culturale di lunga prospettiva, con­dotta con armi incruente ma non meno distrut­tive sul terreno loro proprio.

La rinascita delle religioni nella Russia post-sovietica

Secondo un articolo del 20 ottobre 2012 del sito de La Stampa «Vatican Insider», ripreso dal­l’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali), “la percentuale di credenti in Russia è ora supe­riore a quella nel periodo precedente la rivolu­zione bolscevica: si professa creden­te l’88% della popolazione ed il 79% fa parte della Chiesa Ortodossa (il restante 9% è com­posto da musulmani, ebraici, cattolici e prote­stanti). Comparando questi dati con quelli ap­pena suc­cessivi alla caduta del regime risulta che più di un russo su due, negli ultimi vent’anni, avrebbe riscoperto la fede”.

Il fenomeno ha una enorme portata, sottovalu­tata dalla stampa ma non dagli analisti più av­vertiti della Casa Bianca.

In primo luogo è in controtendenza rispetto alla generalità dei paesi occidentali, dove la re­ligione appare sempre meno sentita. Ma non solo. Spesso in questi paesi, come in Italia, ci si dichiara cattolici passivamente, per abitudine familiare o semplicemente perché si è battezza­ti, senza che a questa dichiarazione seguano comportamenti coerenti con la fede dichiarata, la quale viene anzi contraddetta nella pratica o adattata al proprio stile di vita e alle proprie credenze, quasi fosse una fede «fai da te».

I russi che si dichiarano religiosi dopo set­tant’anni di ateismo di stato, operano invece una scelta personale attiva che, viste le posizio­ni esplicitamente tradizionaliste della Chie­sa Ortodossa russa sulle questioni etiche e antro­pologiche (aborto,fecondazione artificia­le, eu­tanasia, omosessualità) significa consapevole adesione ad esse, indipendentemente dalla pra­tica religiosa concreta.

Il fatto che il risorgimento religioso sia avvenu­to dopo settant’anni di ateismo e di ostacoli alla professione di fede, ci dice due cose su cui riflettere.

Quella più evidente e scontata è che il senti­mento religioso è profondamente radicato nella natura umana. Rimosso, ostacolato, sbe­ffeggia­to in ogni modo come residuo superstizioso de­stinato a scomparire con l’avanzare del progresso scien­tifico ed economico, ecco che invece riemerge prepotente proprio nel paese che più lo aveva osteggiato, anche tramite legge. E, ancor più significativamente, in generazioni nate e cre­sciute già nell’epoca comunista ed atea, imme­mori quindi della tradizione religiosa preceden­te la rivoluzione bolscevica.

L’ideologia che con maggiore determinazione e pretese teoriche puntava all’eliminazione del sentimento religioso, lo aveva bensì rimosso dalla superficie ma non intaccato in profondità.

Qui si pone un apparente paradosso. Il buon senso comune, questa volta in accordo con le previsioni così dette scientifiche, avrebbe detto il contrario.

Decenni di propaganda atea avrebbero dovuto estirpare definitivamente nel popolo la religio­ne, o quantomeno conquistarlo ad un ma­teriali­smo pratico e relativista simile a quello vissuto in gran parte dell’Occidente. Uni­ficazione del mondo sotto il dominio politi­co, economico e culturale dell’occidente capi­talistico con alla testa gli USA, era ciò che tutti si attendevano dopo la caduta del comunismo.

Occorre quindi chiedersi il perché mentre nelle «società liquide del consumo», come Bau­mann definisce quelle occidentali, la secolarizzazione della società civile e l’espulsione della religione dalla sfera pubblica per confinarla in un ambito sempre più privato e personale, è un fatto quasi compiuto e senza particolari traumi apparenti, anzi con il consenso di parte rilevante del mon­do cattolico anche nelle sue espressioni politi­che, in Russia si verifichi l’opposto.

Credo ci possa aiutare a tentare una spiegazio­ne, il fatto che, già a metà del 1800, si sviluppò in Russia un acceso dibattito intorno al nichilismo che aveva affascinato le generazioni di giova­ni intellettuali di provenienza piccolo borghese in polemica con la società dell’epoca. Nichilismo è un termine declinabile in termini filosofici, morali o politici che non sono interamente so­vrapponibili. In senso generale significa “la ne­gazione di tutto ciò che, posto all’esterno delle sfera delle scienze naturali, non può essere percepito dai cinque sensi”.

Valga, per quanto ci riguarda, la definizione arrivata fino ai nostri giorni, datane da Turgenev nel romanzo Padri e figli (1862):

— Un nichilista — proferì Nikolaj Petrovic — viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque questa parola indica un uomo, il quale… il quale non ammette nulla?

— Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla, ri­prese Pavel Petrovic.

— Il quale considera tutto da un punto di vista critico, osservò Arkadij.

— E non è forse lo stesso? Domandò Pavel Pe­trovic.

— No, non è lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qual­siasi rispetto tale principio sia circondato.

Ne discende la contiguità fra il nichilismo e l’utilitarismo, che rimane la sola motivazione possibile dell’agire umano.

Se in senso politico il nichilismo russo si traduce in correnti rivoluzionarie antizariste, in senso filosofico punta alla dissoluzione di ogni tradi­zione e di ogni principio religioso non­ché etico e morale, per approdare a una sorta di anarchi­smo culturale ateo e materialista.

Ora, mi sembra abbastanza facile riconoscere come nichilisti i tratti fondamentali del capitale che, per giungere al suo begr, deve proprio negare ogni forma a lui precedente che possa li­mitarne la riproduzione infinita, la­sciando sus­sistere solo la forma merce come unico mediato­re dei rapporti fra gli uomini. È in forza di ciò che Diego Fusaro, sulle orme di Marx, parla di «nichilismo della forma mer­ce».

Nella Russia di metà ottocento, l’affermarsi di questa corrente di pensiero generò una potente reazione, coagulatasi intorno alla rivista Russkij Vestnik, diretta da M. N. Katkov, alla quale col­laborarono, fra gli altri, Tolstoj, Dostoevskij e lo stesso Turgenev. Per Katkov, “L’unica possibilità di contrastare il nichilismo è far interessare i giovani alle rifor­me in atto — è il periodo delle grandi riforme alessandrine, tra cui, come si è detto, l’abolizio­ne della servitù della gleba. Si tratta cioè di avvicinare i figli alle operazioni d’ingegneria sociale volte al rafforzamento del sistema autocratico, fon­dato sui valori nazionali positivi della religione, della politica, dell’economia e della cultura» e «il nihilismo è una goccia di veleno il cui unico antidoto è costituito da un programma pedago­gico-sociale espressamente antinihilista volto al rafforzamento degli interessi positivi (religiosi, economici, culturali, politici) della società, in cui la politica del governo nel determinato pe­riodo storico sia diretta a maggiore libertà e tolleranza”.

Accade dunque che in Russia prenda forma una corrente di pensiero che con­trasta il nichilismo e «il falso dio dei valori occi­dentali che dalla Russia esige vittime umane». Tutto ciò, oltre che cogliere in profondità l’anima del popolo russo, contribuisce ad im­mu­niz­zarlo, per così dire, dallo spirito del tem­po e dall’influenza culturale dell’occidente de­mo­cratico, materialista e capitalista.

Credo che senza cogliere questa particolarità dello spirito e della cultura russi sarebbe diffici­le spiegarsi l’improvviso risorgere della religio­ne nel post-comunismo. Ma sarebbe potuto non bastare in mancanza di un altro fattore, peral­tro anch’esso originato dalla stessa fonte.

Il regime sovietico fu dichiaratamente ateo e materialista, ma non nichilista nel senso di ne­gazione di ogni forma, di ogni verità, di ogni autorità, di ogni struttura solida del potere po­litico e della società civile. Si dette, al contra­rio, una sua forma, una sua struttura, una sua li­turgia, sue organizzazioni che tendevano all’affermazione in positivo dei valori della ri­voluzione bolscevica. Una complessa impalca­tura, anche spettacolare, che spesso copiava quella della Chiesa, fatta non solo per acquisire consenso popolare al regime, ma per cogliere e accogliere un anelito forte del popolo: la ricer­ca di un senso.

Ad una Chiesa rivolta al trascendente, sostituiva una Chiesa terrena. Al Dio del cielo opponeva un dio ateo, allo spiritualità della religione op­poneva un materialismo non meno religioso, conservandone le forme e riempiendo di conte­nuti opposti un recipiente simile. L’opposto di quanto già avveniva in Europa e nell’occidente, dove l’economia si stava già affermando come autonoma dalla politica determinandone gli in­dirizzi. Va da sé che quello sovietico era un ten­tativo destinato nel lungo termine all’insucces­so perché, in quanto ateo e materialista, incapa­ce di dare una risposta sod­disfacente a quella domanda di senso. Va da sé che, costituendo una forma di «comunitarismo coatto», come lo definisce Costanzo Preve, il regime si trasformò ben presto in stato di polizia e si macchiò di cri­mini orrendi e tragici, con aspetti insieme an­che grotteschi, come racconta Solgenicyn in Arcipelago Gulag. Tuttavia un merito gli va ri­conosciuto. Fu un regime di comunitarismo, coatto e distorto, ma pur sempre una forma di comunitarismo in opposizione all’individuali­smo atomistico che si affermava in Occidente. La liturgia del regime ha evitato la dissoluzione di ogni forma, ed anch’essa ha costituito un im­portante fattore della resistenza russa alla pene­trazione incondizionata del sistema di va­lori occidentali. Anche grazie a quelle liturgie, il popolo russo ha potuto rimanifestare come per incanto la sua anima spirituale profonda. D’altronde, che così sia stato è dimostrato dal fatto che Stalin, dopo aver distrutto tutti i qua­dri del partito e dell’esercito a lui contrari, per prepararsi a fronteggiare il nazismo non esitò a fare leva proprio sui valori tradizionali di patria e nazione russa con un afflato quasi religioso. Nel film di Eisenstein del 1938, Alexander Nev­skj, gli invasori teutoni sono rappresentati come frutto dell’alleanza ibrida fra la Chiesa romana e l’aquila germanica, è in ciò consiste l’elemento propagandistico e falso del film che tuttavia va contestualizzato nel periodo storico. La rap­presentazione del popolo in armi mobilitato sotto la guida del principe Nevskj, differisce si nell’estetica dei soggetti rappresentati e nei va­lori che quella stessa estetica veicola, ma non differisce però nella rappresentazione formale dei due eserciti che si fronteggiano. Il popolo, per poter combattere efficacemente il nemico, deve credere fortemente in alcuni valori fonda­mentali, e viene organizzato e posto sotto il co­mando dei suoi condottieri sullo sfondo simbo­lico delle cupole delle chiese ortodosse. Cioè necessita di una forma. E che quei richiami alle tradizioni fossero stati efficaci, lo dimostra il sacrificio dei soldati e dei civili nel combattere l’invasione delle armate hitleriane. L’assedio di San Pietroburgo e la battaglia di Stalingrado ne sono diventati i simboli.

La Russia di Putin

Cerchiamo ora di descrivere sinteticamente, con lo scopo di delinearne i contorni e ricavar­ne il ruolo che la Russia intende svolgere sulla scena internazionale, i principali capisaldi della politica putiniana.

Putin si presenta come il campione del multipo­larismo, in contrasto alla concezione geopoliti­ca che accetta l’egemonia unipolare degli Stati Uniti e della Nato, intorno ai quali si dovrebbe costruire il nuovo ordine mondiale. Per Putin, al contrario, questo dovrebbe essere centrato su rapporti paritari tra i principali blocchi conti­nentali e sub continentali. Perciò ha stretto rap­porti strategici, politici ed economici, da un lato con Brasile, India e Cina (BRIC), ma an­che con altri paesi centroasiatici attraverso la Shangai Cooperation Organization (SCO), l’Indonesia, il Venezuela e Cuba. In Medio Oriente, ha invece eletto come partner privile­giati l’Iran e la Siria. Verso L’Europa, l’atteg­giamento russo è quello di insistere sui comuni interessi economici per favorirne l’autonomia dagli USA, mentre netta e senza esitazioni è l’opposizione al tentativo statunitense di costituire una cintura di Stati aderenti alla Nato intorno alla Russia, ritenuti una minaccia diretta, non di­versamente da quanto fecero gli Usa ai tempi dei missili sovietici installati a Cuba.

Le forze armate russe, dopo la riforma del 2008, sono state ridotte quantitativamente mentre lo sforzo si è concentrato sulla prepara­zione e sulla specializzazione dei quadri ufficia­li e sottufficiali. Dopo il ripiegamento successi­vo al crollo dell’Urss, Putin ha proceduto ad un nuovo riarmo, di cui sono espressione la moder­nizzazione degli armamenti e la ripresa di im­portanti esercitazioni militari nel mare Artico, nel Mediterraneo, ad anche in Atlantico.

Sul piano amministrativo c’è stata una svolta in senso centralistico (nomina presidenziale dei governatori degli ottantanove soggetti federali e loro suddivisione in sette distretti economici diretti da plenipotenziari nominati da Mosca). Lo scopo è quello di un maggior controllo dell’immenso paese per frenare le spinte centri­fughe ed anche per combattere meglio la crimi­nalità mafiosa e la corruzione, piaghe decennali in Russia. Fra luci ed ombre, i risultati sembra­no positivi a giudicare dalla diminuzione del tasso di criminalità.

Sul piano dell’azione di polizia, la repressione del terrorismo di matrice islamica è stata fer­missima, così come l’intervento militare a difesa dell’integrità dello Stato minacciata dalle ri­vendicazioni autonomistiche su base etnica come in Cecenia.

L’economia è un aspetto particolarmente interessante della politica di Putin, non solo per i risultati, ma per il modo con cui sono stati ottenuti, in contro­tendenza al credo del liberismo incontrollato come condizione della crescita economica. Dopo la gravissima crisi postsovietica e la fase di liberalizzazione incondizionata che consentì la concentrazione di un immenso potere econo­mico nelle mani dei così detti oligarchi (vero e proprio contropotere anche politico rispetto alla Stato), negli ultimi otto nove anni l’econo­mia ha ripreso a crescere a grandi ritmi, con la sestuplicazione del PIL (dal 22° al 10° posto nel mondo, più 72%), con la crescita dei redditi di due volte e mezzo e la triplicazione dei salari.

Lo Stato si è riservato un ruolo centrale e stra­tegico di indirizzo. Ha nazionalizzato le impre­se degli oligarchi meno inclini a piegarsi alle direttive centrali, anche arrestandone o esilian­done alcuni, ha incentivato la creazione di grandi aggregazioni industriali di interesse stra­tegico (aeronautica, cantieristica, nucleare, nanotecnologie). Il tutto allentando decisa­mente la pressione fiscale a livelli inferiori alla maggior parte dei paesi europei, e attuando mi­sure protezionistiche per scoraggiare le impor­tazioni e la delocalizzazione e, al contrario, at­trarre investimenti stranieri. La Russia di oggi si può insomma definire come un paese capitali­stico a economia mista, dove le logiche del mer­cato, quando non coincidono cogli interessi na­zionali, sono ad essi subordinate.

La politica culturale della Russia è chiaramente orientata verso la difesa e lo sviluppo delle con­cezioni tradizionali in termini di famiglia natu­rale, di procreazione artificiale, di limiti al di­ritto d’aborto, culminata nel forum moscovita del settembre 2014, a cui hanno par­tecipato 1500 persone da 45 paesi diversi, dal titolo «La famiglia numerosa e il futuro dell’umanità».

Non poteva perciò mancare l’accusa di oscu­rantismo e naturalmente, in relazione alle legge che proibisce la propaganda omosessuale verso i minori, di omofobia. Accusa falsa e tendenziosa perché quella legge non proibisce affatto una libera relazione omosessuale fra adulti. La sua portata e i suoi obbiettivi sono altri. Per stare sul concreto, ad esempio, nelle scuole russe non potrebbe mai essere stato letto, come invece è accaduto al liceo Giulio Cesare di Roma, quel passo del romanzo di Melania Mazzucco, Sei come sei, in cui si descrive minuziosamente e con compiacimento un rapporto orale omoses­suale fra due ragazzi.

Non manca chi fa rilevare come queste posizio­ni di Putin, e come vedremo fra poco anche il modo con cui concepisce il rapporto fra Stato e Chiesa, non siano tanto il frutto di sincere con­vinzioni avallate da personale coerenza, quanto dovute piuttosto a convenienza politica, all’intuizione che sarebbero paganti sul piano elettorale e della popolarità. Non possiamo saperlo, naturalmente, ma anche così fosse, «chi siamo noi per giudica­re?». Parlano i fatti e le decisioni pubbliche, ed a quelle dobbiamo attenerci.

Alla fine del Luglio 2013, in occasione del 1025° anniversario della conversione del popolo russo al cristianesimo, Putin riconobbe in un di­scorso tenuto a Kiev, che se la Russia era diven­tata una grande potenza, il merito non era da attribuire ad uno Zar, ad un partito o ad una guerra, bensì al Cristianesimo. Parole che bene servono a fare capire il rapporto di stretta vici­nanza e collaborazione fra lo Stato e la Chiesa ortodossa. Il patriarca di Mosca Kirill appare spesso in cerimonie pubbliche accanto a Putin, al quale ha sollecitato più volte la difesa dei cri­stiani in altri paesi del mondo, e col quale con­divide la concezione che il cristianesimo e la re­ligione sono parte integrante del­l’identità na­zionale, da difendere e tutelare. La legge che introduce l’obbligo di un esame di lingua, storia e diritto russi per gli immigrati che vogliano ot­tenere un permesso di soggiorno, è orientata in questo senso, senza che ciò significhi discri­minare le altre confessioni religiose. Putin, at­tento al fatto che un vastissimo paese multietni­co non può essere governato pacificamente in presenza di tensioni religiose, nella legge che introduce l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione nelle scuole, ha lasciato ampie possibilità di scelta ai cittadini che per i loro fi­gli possono optare per «fondamenti di cultura religiosa» o «fondamenti di etica pubblica», o in alternativa, corsi su una delle religioni più pre­senti nel paese, il cristianesimo ortodosso l’Islam, l’ebraismo o il buddismo. Fra queste non figura il cattolicesimo, ed è un errore anche dal punto di vista storico perché all’epoca della rivoluzione d’ot­tobre i cattolici assommavano ad oltre un milione e mezzo, ma non manca l’attenzione al dialogo fra le Chiese di Mosca e Roma. Complessivamente, lo Stato riconosce ampia libertà di culto e non intende interferire nelle attività delle organizzazione religiose. Se­condo Putin “gli Istituti educativi religiosi de­vono avere gli stessi diritti delle scuole pubbli­che, incluso l’ac­cesso a fondi governativi. Que­sto vale anche per i salari degli insegnanti”.

Quale sarà il ruolo internazionale degli Stati Uniti? Dialogo con Alessandro Colombo

Gli Stati Uniti rappresentano ancora una “nazione indispensabile”? Nel suo discorso ai cadetti dell’accademia militare di West Point, Barack Obama ha parlato di due approcci che si scontrano sulle principali crisi internazionali in corso, la Siria e l’Ucraina. Se i realisti non credono che i loro effetti negativi si riverberino direttamente sugli americani, tanto da non far contemplare l’ipotesi di un’escalation militare, gli interventisti di destra e di sinistra denunciano come Washington le stia ignorando a suo rischio e pericolo. Secondo il presidente, invece, seppur l’isolazionismo non rappresenti un’opzione sul tavolo, non tutti i problemi richiedono una soluzione militare, né questa può costituire l’unico metro di misura della leadership americana nel mondo. Il ricorso alla forza è ritenuto plausibile dall’Amministrazione Obama solo nel caso in cui venga messo in discussione l’interesse nazionale, giustificando in questo caso anche politiche unilaterali. In assenza di una minaccia concreta agli interessi americani, viceversa, la soluzione militare dovrebbe essere legata ad una soglia di accesso più alta e prendere inderogabilmente forma in un contesto multilaterale, mentre nella fase precedente si dovrebbero prevedere una serie azioni collettive fondate sulla rinnovata mobilitazione degli alleati (pressioni diplomatiche, piani per lo sviluppo, sanzioni economiche, applicazione del diritto internazionale, isolamento politico).

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Il presidente, dunque, ha provato a fornire una risposta nuova a una domanda ricorrente dalla fine della Guerra fredda. Pur senza assumere una posizione netta rispetto alle principali tendenze tra cui tradizionalmente oscilla la politica estera americana – l’isolazionismo e l’interventismo – ha prestato il fianco alle critiche di quanti sospettano che, dietro la declamazione di proposizioni teoriche generali trasversalmente condivisibili, si celi la volontà di circoscrivere il raggio degli impegni degli Stati Uniti. Per avere una chiave di lettura coerente e originale sulla parabola della politica estera americana, la redazione di Geopolitica.info ha incontrato il Prof. Alessandro Colombo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano.

Prof. Colombo, l’eventualità di una riduzione della proiezione internazionale degli Stati Uniti rappresenterebbe una posizione così eccentrica da far ipotizzare un declino della leadership conquistata con la sconfitta dell’Unione Sovietica o – senza evocare l’ormai lontana dottrina Monroe – trova precedenti anche in passaggi storici recenti, tanto da ridimensionarne la portata effettiva?

In effetti è possibile indicare almeno tre momenti nell’ultimo secolo in cui la cosiddetta “riluttanza” ha preso forma, assecondando una tendenza sempre presente tra i cittadini statunitensi: 1) al termine della Grande guerra, quando Washington preferì non invischiarsi nel gioco delle potenze europee; 2) dopo la Seconda guerra mondiale, quando solo a causa delle ferree logiche dell’emergente sistema bipolare la presidenza Truman scelse la via dell’impegno internazionale, nonostante le pressioni in senso contrario dell’opinione pubblica e di buona parte della classe politica; 3) alla conclusione della Guerra fredda, quando durante le presidenze Bush sr. e Clinton si parlava – sia nel mondo politico, che in quello accademico – della necessità di “incassare i dividendi della pace”, che altro non significava se non la volontà di ricollocare le risorse dei tax payers americani spese all’estero per soddisfare i bisogni crescenti all’interno dei confini nazionali. In questa fase, più rilevante ai fini del nostro ragionamento sulle scelte odierne di Washington, Bill Clinton sconfisse George H.W. Bush alle elezioni del novembre 1992 ribaltando, dal punto di vista teorico, la nomizzazione della guerra in Iraq. La sua risposta all’operazione desert storm condotta dall’antagonista nel 1991 fu la promessa di un domestic storm volto a risolvere anzitutto i problemi nazionali. Allo stesso modo George Bush jr. vinse le presidenziali del 2000 al termine di una campagna caratterizzata dalla promessa di una rinnovata attenzione per la sfera domestica, denunciando come il Paese avesse passato gli anni Novanta alle prese con le crisi esplose in Europa a causa del crollo dei regimi comunisti.

La tendenza alla “riluttanza” – che appare ricorrente anche nei discorsi di Obama – sembra essere compensata, tuttavia, dalla percezione della necessità dell’impegno internazionale americano.

Anche in questo caso nessuna novità. La politica estera americana, a differenza di quanto accade in Europa, ha sempre associato la riluttanza a uno spiccato senso di missione. Se gli europei parlano di obiettivi e interesse nazionale, gli americani parlano della missione che sono chiamati a svolgere nel mondo. Tale impostazione deriva da un’insoddisfazione politica originaria, espressa già dai padri fondatori e poi ripresa da Woodrow Wilson e da Franklin Delano Roosevelt, per cui gli Stati Uniti si presentano come una potenza estranea alle regole della politica internazionale classica. Il termine “nuovo mondo”, d’altronde, non può essere circoscritto alla sua accezione geografica, ma sta a indicare anche un luogo dove la gestione del potere può realizzarsi sotto forme “nuove”. In tal senso si può affermare che la politica americana presenta uno spiccato potenziale “rivoluzionario” – al punto che dopo il 1918 trovò numerosi punti di contatto con la visione di Lenin e Lev Trockij – tanto da scontrarsi con i principi giuridici e la logica di potenza della politica internazionale europea. In questa prospettiva i neoconservatori sostenevano – e sostengono tuttora – che già all’indomani del crollo dell’Urss fosse arrivato il momento di abbattere il vecchio sistema internazionale, popolato da Stati che ne guidano le dinamiche all’interno dei confini opachi della realpolitik. Dopo la fine della Guerra fredda la vocazione “rivoluzionaria” statunitense ha conosciuto una spinta propulsiva, traducendosi in una ricerca di cambiamento più profondo rispetto ai semplici assetti di potere. Su questo percorso il primo passo da compiere è stato individuato nel tentativo di disfarsi dell’architettura politico-giuridica westfaliana per sostituirle una comunità internazionale più virtuosa, dove l’architrave della sovranità sarebbe stata rimpiazzata con quella dell’ingerenza. Alla trasformazione dei rapporti tra gli Stati, sarebbe dovuta corrispondere la concomitante trasformazione degli Stati stessi, in quanto l’ordine internazionale veniva fatto dipendere dall’ordine interno – democratico – delle unità del sistema internazionale. Questa è stata la fonte d’ispirazione della politica estera americana almeno dal 1992 al 2006, che però ha subito una dura battuta d’arresto con l’impasse politico-militare nei teatri afgano e iracheno.

L’arrivo alla Casa Bianca di Obama è stato caratterizzato dalla continuità o dalla discontinuità rispetto a questa tradizione politica?

Il successore di Bush jr. è rimasto sul crinale. Per arrivare alla presidenza aveva assecondato le tendenze “isolazioniste” dell’opinione pubblica (smantellare politica estera di Bush e porre fine alla saga della guerra al terrore). È stato eletto, infatti, anche per svolgere il compito di “curatore testamentario” della politica estera americana degli anni Duemila, come confermato dalla National Security Strategy del 2010 dove viene tracciato un bilancio conclusivo e fallimentare del decennio precedente. Non appena eletto, tuttavia, si è visto costretto a confermare lo status dell’America di “Paese in guerra”, salvo poi aggiungere che non si trattava della guerra globale al terrore combattuta dal suo predecessore. Questa, infatti, era fondata su due concetti politicamente evanescenti come il terrore (che ha fatto confondere l’Iraq con Al Qaeda) e il terrorismo (che è un metodo di lotta e non un soggetto politico), mentre il nuovo presidente ha chiarito che la guerra realmente in corso era contro un attore ben definito come Al Qaeda. Grazie anche alla scomparsa di scena di Osama Bin Laden, peraltro, questa non avrebbe costituito né l’unico, né il più importante capitolo della politica estera americana. Ciò nonostante l’Amministrazione Obama non è riuscita a elaborare il nuovo paradigma orientativo per la politica estera americana. Pur riconoscendo la crisi in atto, infatti, non ha elaborato una soluzione da perseguire coerentemente e si è mostrato incerto sia sull’edificazione di un nuovo impianto politico generale, che sulle singole questioni contingenti. Le conferme più preoccupanti di questo tentennamento sono arrivate dalla marginalità americana nelle primavere arabe, dall’indecisione sul comportamento da tenere in Siria e Ucraina e dall’assenza di un criterio saldo cui ispirarsi nei rapporti con la Russia.

La prolungata assenza di una grand strategy, ossia di una cornice all’interno della quale prendere le decisioni sulle singole issue internazionali, sta alimentando un dibattito sulle scelte future di Washington?

La definizione dell’architettura della politica estera di un Paese implica la riflessione su alcune domande: Che cosa fare? Con quale raggio d’azione? Con quali mezzi? Il minimo comun denominatore tra quanti partecipano al dibattito è la volontà di preservare la leadership globale, che passa per il ribadimento del primato americano sia nella dimensione dell’hard power che in quella del soft power. Anche nel discorso di West Point, nonostante sia emerso un certo “panico cognitivo”, è apparsa chiara la volontà di preservare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In tale prospettiva una superpotenza deve cercare di controllare il suo ambiente esterno, modellando il sistema internazionale. Washington, da un lato, deve continuare a sostenere un’economia mondiale libera e aperta (già nel XIX la politica estera americana era orientata dal principio della “porta aperta”), dall’altro deve evitare che emerga un peer competitor che prenda il posto occupato dall’Urss durante la Guerra fredda. O meglio, vista la progressiva “regionalizzazione” del sistema internazionale, deve scongiurare l’affermazione di grandi potenze ostili in alcune aree regionali vitali per gli interessi americani, replicando così su scala globale la strategia della Gran Bretagna in Europa tra il XIX secolo e l’inizio del XX. Gli Stati Uniti agiscono in un mondo profondamento post-novecentesco, le cui crisi sono penetrate dall’esterno solo dagli attori regionali, mentre le altre grandi potenze restano al di fuori dei giochi. Basti pensare all’assenza di un qualsiasi ruolo di Cina, India o Brasile nelle crisi in Siria, Iraq o Ucraina.

Fin qui i punti di contatto, ma quali sono le differenze tra le prospettive concorrenti?

Le differenze iniziano, anzitutto, con la definizione delle aree di interesse prioritario, che rappresentato una delle più evidenti linee di discontinuità tra i presidenti che si sono succeduti dagli anni Novanta ad oggi. L’America di Clinton ha continuato a concentrare la sua attenzione sull’Europa, che, dopo essere stata il perno della Guerra fredda, stava conoscendo sul suo territorio le più gravi crisi di assestamento legate alla trasformazione sistemica. L’America di Bush già prima dell’11/9, avendo compreso che la fase in cui l’Europa aveva costituito il baricentro della politica estera americana si era esaurita, spostò gli interessi strategici americani in un’area ricompresa tra il Medio Oriente e l’Asia-Pacifico. Obama, dal canto suo, ha disatteso la speranza degli europei che Washington sarebbe tornata ad occuparsi del “vecchio continente” (per cui gli era stato assegnato il premio Nobel “preventivo” per la pace), sviluppando la sua politica estera – almeno in linea teorica – principalmente intorno al concetto del pivot to Asia.

E per quanto riguarda la strategia da seguire?

Esistono due principali alternative su cosa fare. La prima è quella del deep engagement, che lega la preservazione del primato americano alla scelta di Washington di continuare ad assumersi gli oneri della stabilità in tutte le regioni. Secondo tale impostazione per restare leader bisogna, sostanzialmente, esercitare la leadership (ossia, come ha detto Madeleine Albright, dimostrare agli altri Stati di essere una “nazione necessaria”). Continuare a essere “ingaggiati” per gli Stati Uniti significa, anzitutto, conservare sia il network dei rapporti coltivati sul campo, che le istituzioni internazionali costruite durante la seconda metà del Novecento e informate dai valori americani. In secondo luogo l’ingaggio aumenta la capacità negoziale americana, che assicura alla superpotenza il ruolo di mediatore – ma anche di arbitro – di ogni conflitto. La presenza, infine, impedisce agli alleati di commettere errori, in quanto Washington si assume responsabilità cui gli altri non saprebbero far fronte e svolge una funzione di deterrenza rispetto alle azioni dei nemici. L’alternativa è l’opzione del retrenchment o selective engagement, per cui la leadership può essere conservata solo impegnando forze nelle regioni core per gli interessi americani. L’ingaggio “selettivo” serve non solo ad evitare le disfunzioni provocate dall’insostenibilità economica, diplomatica e militare del deep engagement, ma anche a migliorare il soft power degli Stati Uniti, la cui immagine in passato è stata danneggiata da una presenza eccessiva e non di rado confusa con l’arroganza. Questa soluzione, inoltre, evita il circolo vizioso dello “sfruttamento del forte da parte dei deboli”, in quanto impedisce agli alleati di esternalizzare la loro sicurezza alla superpotenza e a questa di trovarsi intrappolata in conflitti che non la interessano direttamente.

Rispetto a quanto detto, quale soluzione è stata adottata dall’Amministrazione Obama?

Nonostante siamo quasi al giro di boa del secondo mandato, Obama sembra ancora indeciso se propendere per il deep o per il selective engagement. Più definito, invece, è il modello cui si è ispirato nei rapporti con alleati e avversari. Con i primi sembra aver accantonato l’unilateralismo di Bush jr. per ritornare alle scelte multilaterali di Clinton, mentre con i secondi ha sviluppato la strategic reassurance, tentando di ricondurre i competitori strategici alla posizione di partner strategici e cercando di evitare che possibili interlocutori si trasformassero in veri e propri avversari. Tra le criticità emerse sinora occorre ricordare il cattivo funzionamento del disimpegno dall’Iraq e i peggioramenti nei rapporti con la Cina e la Russia nonostante la strategic reassurance (l’Iran costituirà un ultimo banco di prova sia per questa scelta, che per far raggiungere all’Amministrazione un risultato importante in otto anni insieme all’uccisione di Osama Bin Laden). Non si possono dimenticare, infine, due enormi problemi che stanno affiorando a causa del pivot to Asia: questa scelta da un lato è stata vissuta dagli alleati europei e medio-orientali come un vero e proprio abbandono, che ha innescato la lotta per l’egemonia regionale, dall’altro è stata avvertita dalla Cina come una politica ostile e in contraddizione con la strategic reassurance (per una dinamica uguale e contraria ogni volta che gli Stati Uniti rilanciano i rapporti con la Cina spaventano contestualmente i propri alleati).

Per concludere, quindi, gli Stati Uniti sono effettivamente una superpotenza in declino?

Se guardiamo alla distribuzione internazionale del potere non è possibile parlare di un collasso degli Stati Uniti (come avvenuto all’Urss negli anni Ottanta) e anche in relazione ad altre epoche – ad esempio gli anni Settanta – l’estensione della potenza americana non sembra indietreggiare in misura preoccupante. Il declino, tuttavia, prende forma nella diminuzione di disponibilità americana nell’impiego del proprio potere. L’egemonia, infatti, non ne richiede il semplice possesso, ma anche la volontà di utilizzarlo. Sotto la pressione di militari, opinione pubblica e commentatori, l’Amministrazione Obama pur restando conscia di detenere un grande potere sembra sospettare che il modo migliore per conservarlo sia quello non usarlo troppo. Si è così verificata la perdita di fiducia nella capacità di impiegare efficacemente l’hard power, che ha inciso negativamente anche sul soft power americano. Se Bush era convinto di riuscire a trasformare il potere in influenza, Obama sembra temere che il potere si possa trasformare in una trappola.

Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese

Dalla fine degli anni novanta e dall’escalation nucleare nordcoreana, la politica estera del Giappone ha dovuto affrontare sfide più pericolose, l’equilibrio geopolitico della regione est asiatica è instabile e il futuro appare incerto. Le sfide lanciate dalla Cina e dalla Corea del Nord nel periodo post bipolare sembrano chiedere una trasformazione delle priorità in tema di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e del suo tradizionale alleato nella regione. Le possibilità dell’indebolimento dell’ordine internazionale di non proliferazione nucleare e dell’ombrello atomico statunitense pongono il Giappone inoltre di fronte alla rinnovata questione dell’opzione nucleare nazionale. La crisi di Fukushima e la presidenza di Shinzo Abe non hanno fatto che aggiungere tasselli ad un edificio che appare traballante.

Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese - Geopolitica.info

Le minacce alla sicurezza: la Cina e la Corea del Nord

La caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente uscita della Corea del Nord dall’orbita di Mosca hanno reso il regime di Pyongyang una minaccia alla sicurezza regionale. I rapporti con il Giappone sono molto tesi da quando la Corea del Nord ha deciso di implementare i suoi sforzi per il perseguimento dell’arma nucleare. Le preoccupazioni di Tokyo sono aumentate in seguito al test di un missile balistico nello spazio aereo nipponico nel 1998, ad ulteriori test nel Mar del Giappone nel 2006 e a test nucleari sotterranei susseguitosi nel 2006, 2009 e 2013. Gli ordigni nordcoreani sono dotati della gittata necessaria a colpire il territorio nipponico con un attacco nucleare: i missili Nodong possiedono un raggio di azione di 1500 Km, invece i missili Musudan vantano una gittata di 4000 Km sufficiente per centrare le isole di Guam e di Okinawa. Preoccupano le dichiarazioni di Pyongyang che minacciano di trasformare il paese nipponico in “un mare di fuoco nucleare”.

Il gigante cinese preoccupa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, primo fra tutti il Giappone. La Cina sta implementando la costruzione della marina oceanica, sta ampliando il suo arsenale nucleare e sta ammodernando le proprie forze armate. Le tensioni irrisolte sulle Isole Senkaku o Diaoyu in cinese (la mossa più recente di Pechino è stata la realizzazione nel novembre 2013 di una “Zona d’identificazione per la difesa aerea” Adiz, nello spazio sopra l’arcipelago) e l’appoggio nipponico a paesi che hanno contenziosi territoriali con la Cina (come Taiwan e Filippine) non fanno che complicare il quadro. La Cina ha palesato con determinazione la volontà di affermare la propria sovranità su una serie di arcipelaghi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale i cui fondali sono ricchi di gas e petrolio. Preoccupazioni sono state registrate dal Giappone, dalla Malesia, da Taiwan e dalle Filippine. Il primo Ministro giapponese Shinzo Abe nel dicembre 2013 si è dichiarato preoccupato della mancanza di trasparenza che contraddistingue la politica di sicurezza nazionale e militare dell’ingombrante vicino.

La carta nucleare: l’ombrello atomico statunitense

Un possibile elemento di instabilità nella regione è dato dal rischio di proliferazione nucleare militare del Giappone.

Il paese fin dal noto Art. 9 della costituzione del 1946 (il paese, sconfitto e umiliato nella seconda guerra mondiale, rinuncia alla guerra quale diritto sovrano della nazione), passando per l’Atomic Basic Law (1955) e il Three Non Nuclear Principles Resolution (1971) ha chiaramente rifiutato l’opzione nucleare militare, decidendo di utilizzare l’energia atomica per soli scopi pacifici. Il Giappone si è sistemato nel blocco occidentale e la sua difesa militare è garantita dagli Stati Uniti. Il paese si pone da settant’anni a questa parte come alfiere del pacifismo e del multilateralismo: ha firmato tutti i più importanti accordi internazionali in tema di disarmo e di lotta alla proliferazione nucleare (Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons nel 1976 e l’Additional Protocol nel 1998, solo per citare i due più importanti) e la sua opinione pubblica è stata sempre contraria all’arma nucleare. L’attacco atomico che colpì nel 1945 Hiroshima e Nagasaki e lo shock del disastro radioattivo di Fukushima nel 2011 hanno segnato duramente l’identità collettiva nazionale.

Nonostante gli svolgimenti elencati fino a qui indicherebbero una chiara linea antinucleare e pacifista, le dinamiche post bipolari hanno riacceso il dibattito in materia militare nucleare. Durante la Guerra Fredda la sicurezza del Giappone era vitale per gli Stati Uniti, un fatto che appariva molto meno sicuro nel mondo del dopo-Guerra Fredda. In Giappone si temeva che gli Stati Uniti rivedessero l’estensione del deterrente nucleare ai loro alleati. Il ritiro della Corea del Nord dal regime di non proliferazione nucleare, e la sua comparsa (in seguito a India e Pakistan) come potenza nucleare dichiarata hanno minato la fiducia riposta sul multilateralismo come arma efficace per gestire minacce nucleari all’interno della regione est asiatica. La scelta se dotarsi di un arsenale autonomo o meno dipende dalla credibilità dell’ombrello atomico americano. Nel 1994-1995 la Japan Defense Agency affrontò la possibilità di un verosimile allentamento dell’ombrello atomico americano ed osservò l’eventualità della costruzione di un arsenale nucleare indipendente, concludendo che il mantenimento della deterrenza americana fosse fondamentale per gli interessi giapponesi. Nel 1996 la dichiarazione congiunta Yoshimoto-Clinton riconfermò la decisione americana di mantenere stabile il proprio impegno in Giappone. Al tempo della presidenza Bush e della “Guerra al Terrorismo” il Giappone, pur non trovandosi sempre d’accordo con l’unilateralità di Washington nelle questioni internazionali, si ritenne sufficientemente garantito dagli sforzi americani di rafforzare l’alleanza bilaterale fra i due paesi. Il timore di una politica americana più “rilassata” sotto una leadership democratica è venuto meno in seguito al discorso di Canberra del novembre 2011 tenuto dal presidente Obama, che ha ribadito il proprio sostegno economico e politico ai propri alleati nella regione: «As we consider the future of our armed forces, we’ve begun a review that will identify our most important strategic interests and guide our defense priorities and spending over the coming decade. So here is what this region must know. As we end today’s wars, I have directed my national security team to make our presence and mission in the Asia Pacific a top priority. As a result, reductions in U.S. defense spending will not – I repeat, will not – come at the expense of the Asia Pacific». Finché l’ombrello atomico statunitense rimane credibile, le possibilità che il Giappone si doti di un ordigno nucleare autonomo appaiono remote.

Gli Stati Uniti da parte loro sono fermamente convinti nella necessità di impedire la proliferazione nucleare in estremo oriente. Con le politiche nucleari di Pyongyang, culminate nel 2006 con il primo test atomico, Washington teme che il Giappone tecnologicamente avanzato e dotato di un progredito sistema nucleare civile, si doti dell’arma atomica, provocando una pericolosa escalation nella regione. Inoltre la carta militare convenzionale è di fondamentale importanza per l’obiettivo di mantenere un potenziale futuro conflitto al di sotto della soglia nucleare: gli alleati possono ostentare una superiorità in tale ambito rispetto alla Cina e alla Corea del Nord. Ma proprio i continui investimenti nel settore convenzionale determinano, le scelte di alcuni stati (come Iran e Corea del Nord) nel perseguire un’opzione militare nucleare capace di compensare il divario, e, dall’altro, una corsa agli armamenti della Cina, che porta come conseguenza l’innalzamento di tensione tra gli stati est asiatici.

Shinzo Abe e le priorità strategiche giapponesi

Le politiche di sicurezza giapponesi sono mutate in senso più assertivo da quando la vittoria dei liberal-democratici (LPD) alle presidenziali giapponesi del dicembre 2012, ha portato di nuovo al potere Shinzo Abe. Il primo ministro, appartenente alla fazione conservatrice del LPD, ha ridefinito gli obiettivi strategici e militari del paese. In primis il governo sta ricostruendo e rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti: Obama ha appoggiato i nipponici nella vicende delle isole Senkaku rivendicate dalla Cina, mentre la cooperazione militare tra i due paesi è in netta ripresa. Inoltre il Giappone ha interrotto la politica pacifista con la Cina, dichiarandosi pronto ad intervenire per prevenire ogni mossa aggressiva di Pechino.

Shinzo Abe sta ridefinendo la strategia di sicurezza in Estremo Oriente riavvicinando il Giappone verso l’Asean e rafforzando la cooperazione militare tra i membri. Il suo obiettivo di lungo termine è di formare una coalizione anticinese nella regione. Il presidente ha introdotto l’idea della Security Diamond, che coinvolge Giappone, India, Australia e lo stato statunitense delle Hawaii per salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico.

Le politiche di Shinzo Abe stanno preoccupando gli stati nella regione perché sembrano mettere in dubbio la tradizionale linea pacifista e antimilitarista giapponese. Inoltre a livello interno parte dell’opinione pubblica nipponica accusa il presidente di aver nascosto i reali danni ambientali provocati dal disastro di Fukushima. Il varo della legge sul nuovo segreto di stato non ha fatto che riscaldare ulteriormente la situazione, alcuni giapponesi sentono attaccata la loro libertà di espressione.

Barack Obama e il Pivot to Asia

In occasione della visita in estremo oriente di fine aprile 2014, il presidente statunitense Barack Obama ha tentato di fare il punto della situazione: gli Stati Uniti vogliono consolidare il Pivot to Asia, rinsaldando i legami con gli alleati della regione (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine), con l’obiettivo ultimo di contrastare lo strapotere cinese nell’area. Due grandi partite si stanno giocando nella regione per gli Stati Uniti: contrastare l’emergere di una grande potenza regionale (la Cina) e combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa (la Corea del Nord).

Riguardo al problema delle isole contese tra il Giappone e la Cina, Obama ha rinfrancato il primo ministro giapponese Shinzo Abe affermando che l’articolo 5 dell’accordo di sicurezza Usa – Giappone (che obbliga gli Stati Uniti a intervenire a protezione del suo alleato in caso di attacco ai suoi territori) è attivo per difendere anche questo arcipelago. Gli Stati Uniti si impegnano a difendere la sovranità territoriale del Giappone e degli altri stati minacciati.

Un altro problema rilevante è quello del possibile futuro quarto test nucleare nordcoreano. Obama ha cercato di esortare l’aiuto della Cina nell’evitare l’ennesimo esperimento nucleare. Pechino, infatti, ha interesse che non sia compromesso lo status quo nella regione ma Pyongyang non sembra aver compreso il messaggio: il 29 aprile la marina del regime ha iniziato delle esercitazioni navali lungo il confine marittimo conteso con Seoul.

L’altro obiettivo di Obama, Il tentativo di allargare a nuovi membri il Trans Pacific Partnership (TPP), è fallito. Il grande accordo di libero scambio vorrebbe includere i 12 paesi a cavallo dell’Oceano Pacifico, ma attualmente ne comprende soltanto quattro: Nuova Zelanda, Singapore, Brunei e Cile. Tokyo non è disposta ad abbattere la politica protezionista che tutela il settore agricolo nazionale (in primis la produzione di riso, frumento, prodotti lattiero-caseari, carni, e zucchero) e quello automobilistico. Gli Stati Uniti vorrebbero condurre la Cina alla firma del TPP per costringerla a rispettare norme stringenti nel campo della tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della proprietà intellettuale. Tale obiettivo ad oggi sembra molto difficile da raggiungere.

Conclusioni

La missione di Obama in Estremo Oriente dell’aprile 2014 può ben sintetizzare la situazione attuale. La regione sembra trovarsi in una situazione di attesa, in cui Stati Uniti e Cina giocano le loro carte cercando di evitare grandi crisi regionali. Il presidente Obama sta cercando di contenere la potenza cinese rinsaldando l’alleanza militare con i paesi alleati (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine),ma non ha compiuto grandi passi in avanti nella realizzazione della Tpp. La Cina sta tentando di alterare a proprio favore l’equilibrio nel mar cinese meridionale e orientale, come dimostra la creazione della Zona d’identificazione per la difesa aerea (Adiz) nel novembre 2013. Da parte statunitense la recente riconferma della difesa (sul piano sia nucleare sia convenzionale) dell’alleato giapponese rientra sempre in questo grande disegno strategico, Shinzo Abe rimane un importante alleato degli Stati Uniti nella regione ma deve evitare velleità nucleari. La strategia statunitense di containment della Cina presenta però una carenza molto importante: non tiene conto del ruolo della Russia di Vladimir Putin, che sta sviluppando il suo pivot to Asia stringendo più stretti rapporti con Pechino, nell’ambito della sicurezza e dell’energia. In questo senso l’accordo trentennale raggiunto con la Russia (maggio 2014), tra la Gazprom e la China national petroleum corporation (Cnpc) è un evento epocale: Mosca fornirà gas a Pechino, diversificando i suoi compratori. Putin, visto il rinnovato clima di tensione tra Russia e Occidente, ha spinto il Cremlino a cercare il sostegno politico ed economico della Cina, per combattere pacificamente le sanzioni “occidentali” e recidere la dipendenza economica dall’Europa. Dalla prospettiva di Pechino invece, Mosca è il più grande ostacolo al funzionamento del Pivot to Asia di Washington. A confronto ci sono due diverse visioni della regione estremo orientale e tre grandi potenze in discussione.

Analisi SWOT – comprendere il TTIP

L’analisi SWOT è uno strumento di pianificazione strategica usato per valutare i punti di forza, debolezza, le opportunità e le minacce in ogni situazione in cui un’organizzazione o un individuo deve prendere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo. E’ uno strumento interessante proprio perché, in una logica fortemente realista, invita a riflettere non solo sulle strategie migliori per capitalizzare i propri vantaggi competitivi (strategia FO), ma con ugual attenzione su quelle necessarie per contenere l’impatto delle minacce esterne sulle proprie aree di debolezza (strategia DM).

Analisi SWOT – comprendere il TTIP - Geopolitica.info

Applicata ai temi politico-economici di maggiore attualità internazionale, si propone di fornire ai nostri lettori una visione strategica e sintetica delle principali interazioni che li governano.

Questa settimana l’analisi di focalizza sul TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership – il trattato commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea che segnerà un passaggio decisivo nella storia delle relazioni economiche tra le due sponde dell’Atlantico.

Corea del Nord: l’impasse della diplomazia americana

Il giovane leader della Corea del Nord Kim Jong-un rimane fedele alla tradizionale linea di condotta degli affari internazionali dei suoi predecessori. Egli è, in particolare, irremovibile riguardo all’obiettivo primario della politica militare (military-first) che è la trasformazione della Corea del Nord in uno «stato nucleare». E a nulla sono valsi finora gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti per convincerlo ad abbandonare le sue «ambizioni nucleari».

Corea del Nord: l’impasse della diplomazia americana - Geopolitica.info

Il presidente americano Barack Obama, che sta esercitando forti pressioni sul collega della Federazione Russa Vladimir Putin nel tentativo di dirimere con la diplomazia la «questione ucraina», si è recato in visita ufficiale a Tokyo (in Giappone) e poi nella capitale sud-coreana, Seoul, al fine di rassicurare gli alleati dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per «denuclearizzare» la Penisola di Corea.

Dal 1993, cioè da quando il regime di Pyongyang minacciò per la prima volta il suo ritiro dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT), la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea è diventata uno degli obiettivi prioritari della politica estera americana in Asia Orientale. Gli Stati Uniti sono, difatti, i principali promotori del regime internazionale di non proliferazione degli armamenti nucleari.

La Corea del Nord, che testò il suo primo ordigno nucleare il 9 ottobre 2006, è, dunque, seriamente intenzionata ad acquisire lo status di potenza nucleare. Sul suo territorio sono presenti impianti per il «riprocessamento» chimico delle barre di combustibile utilizzato per alimentare il reattore di 5 Mwe di Yongbyon (che si trova 80 km circa a nord della capitale Pyongyang) e da cui viene separato il materiale fissile (Pu-239) per i test nucleari, l’ultimo dei quali è stato effettuato nel febbraio del 2013. Inoltre lo stato eremita del nord-est asiatico ha costruito le sue centrifughe gassose per l’arricchimento dell’uranio naturale (Highly Enriched Uranium). Un ulteriore duro colpo inflitto dalla Corea del Nord al regime internazionale della non-proliferazione nucleare di cui il NPT è dal 1968 il pilastro portante.

La minaccia militare della Corea del Nord è, peraltro, resa più credibile dallo sviluppo della tecnologica missilistica. Essa continua ad effettuare lanci missilistici per verificare i progressi compiuti nella miniaturizzazione delle testate che dovrebbero essere condotte a bersaglio con assoluta precisione. Gli ultimi sono stati eseguiti lo scorso marzo mentre erano in corso le periodiche esercitazioni aero-navali congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.

La tensione nella Penisola di Corea rimane, pertanto, alta. Lo testimoniano i recenti scambi di colpi d’artiglieria lungo la linea di demarcazione marittima tra le due Coree (Northern Limit Line), ad ovest della penisola. Il regime di Pyongyang vuole che sia spostata più a sud rispetto al limite attuale delle acque territoriali tra i due paesi stabilito dagli Stati Uniti, nel luglio del 1953, a Panmunjom, un piccolo villaggio situato a ridosso della zona smilitarizzata (DMZ) che corre lungo il 38° parallelo, dove fu firmato l’armistizio che pose fine alle ostilità della guerra di Corea scoppiata nel giugno del 1950.

La presenza di una Corea del Nord dotata di armi di distruzione di massa (WMD) è concausa di una spasmodica corsa al riarmo degli Stati del nord-est asiatico (effetto domino). Cina, Corea del Sud e Giappone hanno incrementato notevolmente le loro spese militari. Ad esempio, il governo di Tokyo, che in passato aveva utilizzato meno dell’1% del Pil per scopi militari, ha pianificato un ragguardevole aumento della sua spesa militare, raggiungendo il 2.8% entro il 2015. Aspetto non trascurabile quando si menziona una delle prime economie al mondo.

Tuttavia, un attacco preventivo per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon equivarrebbe, per il regime di Pyongyang, a una dichiarazione di guerra. Kim Jong-un non esiterebbe un solo istante a utilizzare le sue armi atomiche pur di garantire la sicurezza e l’integrità territoriale del Paese, nonché per allontanare lo spettro della dissoluzione ideologica e materiale del suo potere. Una seconda guerra di Corea, le cui operazioni militari potrebbero questa volta interessare anche gli stati limitrofi, con conseguenze catastrofiche per l’intero nord-est asiatico.

Senza l’intervento degli Stati Uniti la guerra civile tra le due Coree (1950-53) si sarebbe conclusa in modo diverso per la superiorità militare della Corea del Nord. Da allora, il governo di Washington ha provato a isolare il regime di Pyongyang sul piano internazionale per destabilizzarlo, ma senza riuscirvi. Esso, infatti, continua a beneficiare del sostegno economico del governo di Pechino. Inoltre, l’alleanza militare con la Cina, formalizzata nel 1961 con la stipulazione del Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance, costituisce un solido scudo difensivo. La Corea del Nord è storicamente, per la sua vicinanza geografica, uno Stato ricadente nella sfera d’influenza di Pechino.

L’Armistizio di Panmunjom non è mai stato sostituito da un trattato di pace tra le due Coree. I due paesi sono “tecnicamente” in guerra. E sebbene Washington dichiari di propendere per una soluzione diplomatica della crisi nucleare nord-coreana, non è possibile escludere, a priori, altre opzioni soprattutto se i negoziati multilaterali di Pechino, cui prendono parte gli Stati Uniti, la Cina, la Federazione Russa, il Giappone e le due Coree, e in impasse dal 2009, non dovessero sancire la rinunzia di Kim Jong-un all’arma atomica.