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Asia-Pacific Maritime Security Initiative Act of 2016. Una proposta di legge USA per il sostegno agli alleati statunitensi nel Pacifico

Le esercitazioni navali compiute dalla Cina nella prima settimana di maggio mostrano la forte volontà di Pechino di mantenere alta tensione nell’area e gli sforzi per sostenere le rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, crocevia vitale per le rotte commerciali dei paesi dell’area, Taiwan, Giappone, Corea e Australia tra agli altri.

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Già nel 2014 il presidente taiwanese Ma Ying-jeou, che terminerà il suo mandato il prossimo 20 maggio, aveva delineato le possibili soluzioni alla disputa riguardante le isole contese nell’arcipelago del Mar Cinese Meridionale nella International Conference on South China Sea Disputes and International Law, ricordando l’incontrovertibile appartenenza delle isole Nansha (Spratly), Shisha (Paracel), Chungsha (Macclesfield Bank) e Tungsha (Pratas) alla Repubblica di Cina. Un diritto non solo sancito dalla legislazione internazionale ma soprattutto legato a delle precise ragioni storiche e geografiche.

Il disegno di legge presentato a Washington è una risposta ai recenti avvenimenti nel Mar Cinese Meridionale, una proposta che mira a rafforzare gli equilibri nella regione attraverso la possibilità di un sostegno bellico agli alleati statunitensi, Taiwan e Filippine in primis. Ma è soprattutto il naturale prosieguo della proposta di pace lanciata dal presidente Ma Ying-jeou per cercare una soluzione ad una contesa che sta destabilizzando e minando la stabilità della regione da ormai troppo tempo.

Quattro senatori statunitensi, di cui tre membri del Senate Foreign Relations Committee (SFRC), hanno recentemente proposto un progetto di legge denominato “Asia-Pacific Maritime Security Initiative Act of 2016”. L’iniziativa ha l’obiettivo di implementare le capacità marittime di un paese o di una organizzazione regionale per rispondere alle continue minacce alla sicurezza nella regione dell’Asia Pacifico. Tra le varie azioni previste dal progetto di legge c’è l’autorizzazione per il trasferimento di strumenti per la difesa con il fine di aumentare la sicurezza marittima ed il controllo della situazione nell’area. Taiwan sarebbe inclusa all’interno dei paesi interessati secondo le disposizioni del disegno di legge. La legislazione statunitense recita che: “il presidente deve assicurare che il Governo degli Stati Uniti tratti ogni proposta di vendita di armamenti con Taiwan con gli stessi processi, procedure e tempistiche che adotta per le altre proposte di negoziazione di armamenti applicate per altri paesi, con l’inclusione della notificazione formale al Congresso con l’Arms Export Control Act”.

La motivazione del disegno di legge è incentrata sulle “provocazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale”.  Azioni che, con le parole del Senatore democratico del Maryland Ben Cardin, uno dei promotori dell’iniziativa: “minacciano non solo la stabilità regionale ma anche il tradizionale interesse statunitense per il libero flusso del commercio, della libertà di navigazione e della pacifica risoluzione delle dispute legate alle leggi internazionali”.

Secondo il Senatore Brian Schatz, un democratico delle Hawaii: “le continue azioni cinesi per una rinegoziazione unilaterale dei confini marittimi della regione esacerbano i rischi di equivoci e conflitti”.

Schatz sostiene che “la nostra legislazione bipartitica costituisce una importante implementazione per coordinare i nostri sforzi diplomatici e militari in maniera da continuare a lavorare con i nostri partner e alleati in tutto il Pacifico per rafforzare il nostro impegno per la stabilità e la pace della regione”.

Il disegno di legge autorizzerebbe anche finanziamenti e attività di addestramento nella regione dell’Asia Pacifico con l’obiettivo di garantire la sicurezza marittima e la capacità di costruire e mantenere il livello di approvvigionamento militare delle Filippine allo stesso livello degli altri alleati statunitensi.

Richiederebbe inoltre alla amministrazione statunitense di “riferire e riportare annualmente alle apposite commissioni del Congresso sulla conformità” di ogni clausola rilevante per un periodo di cinque anni dall’entrata in vigore della legge.

Gli altri due promotori del disegno di legge sono Cory Gardner, un repubblicano del Colorado, e Robert Menendez, un democratico del New Jersey. Cardin, Gardner e Menendez sono tutti membri della Commissione Esteri del Senato.

Nella protesta contro la militarizzazione delle “inedite rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale” – in un chiaro riferimento alla Cina – i senatori sono pienamente allineati con la politica estera del governo.

Il vice segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha recentemente comunicato alla Commissione Esteri del Senato che la marina statunitense navigherà regolarmente nelle isole artificiali costruite dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, come riportato da una nota della Associated Press.

I senatori repubblicani del Comitato hanno riportato che tale libertà delle operazioni di navigazione entro le 12 miglia nautiche dalle isole artificiali dovrebbe divenire la modalità operativa di routine.

Blinken ha concordato con la dichiarazione del senatore Marco Rubio che l’obiettivo della Cina è quello di controllare l’intero Mar Cinese Meridionale e ha sostenuto che Pechino sta deliberatamente allontanando gli stati confinanti e mettendo a rischio la pace e la stabilità della regione, una modalità che può essere arrestata solo attraverso un diverso approccio di Pechino.

 

La Cina vuole cambiare l’industria dell’intrattenimento

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una evoluzione nell’industria dell’intrattenimento. Grazie ai servizi di streaming siamo in grado di fruire dei prodotti televisivi direttamente sui nostri dispositivi portatili. Siamo tutti d’accordo nel sostenere che la piccola rivoluzione portata avanti dai vari colossi come Netflix, Hulu e Amazon è destinata a cambiare il modo in cui guardiamo la televisione. O lo schermo del laptop. La vera sfida, quella più importante, comunque riguarda i contenuti: siamo proprio sicuri che i servizi di intrattenimento che acquistiamo siano creati per noi?

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Attraverso cospicui investimenti nel mondo del cinema, della televisione e dello sport i magnati provenienti dalla Repubblica Popolare cinese si stanno garantendo introiti miliardari. Con un oculato piano di produzioni e coproduzioni internazionali, infatti, le società cinesi riescono ad attirare l’attenzione su quello che presto sarà il più grande mercato cinematografico del mondo.

Al contempo il torneo calcistico del Paese più popoloso del mondo è salito alla ribalta per i costosi acquisti di calciatori provenienti dai campionati e dalle squadre più blasonate d’Occidente. In questo modo, la Super League cinese di calcio cerca di competere con la Major League Soccer statunitense come nuovo torneo extraeuropeo più accattivante, sia per gli spettatori che per gli sponsor.

China movie market

Nel 2015 il computo di ingressi nelle sale cinematografiche cinesi ha raggiunto cifre record, con oltre 1,26 miliardi di tagliandi staccati. Questo traguardo subissa il precedente numero di 830 milioni di biglietti venduti nel 2014: in un solo anno il totale è cresciuto ben del 51%. In termini economici l’aumento del ricavo è del 48,7% per un totale di oltre 44 miliardi di yuan, che corrispondono quasi a 6.7 miliardi di dollari statunitensi. Parte del merito va sicuramente alle produzioni locali, tra le quali spicca il film campione d’incassi “Monster Hunt”, un kolossal d’intrattenimento capace di guadagnare oltre 380 milioni di dollari.

I film prodotti in Cina e girati in mandarino costituiscono il 62% del fatturato totale al box office. La crescita dei film hollywoodiani proiettati nel Paese asiatico si misura in un aumento del 20% dei guadagni nel 2015, arrivando a totalizzare un guadagno di 2.61 miliardi di dollari più dell’anno precedente.

I dati evidenziano inoltre un aumento delle sale cinematografiche: lo scorso anno ne sono state aperte più di 8000. Aumentano parallelamente anche le attività collaterali collegate ai cinema, come le spese per il marketing e la pubblicistica.

La China Film Group Corporation è la compagnia cinematografica, controllata direttamente dallo Stato cinese, più importante e influente; secondo Forbes è il gruppo con cui bisogna fare affari per importare film stranieri. Nel 2014 la compagnia, che si occupa anche di produrre e distribuire film cinesi e gestisce una catena di sale cinematografiche, si è assicurata una fetta del mercato di distribuzione pari al 32,8 % del totale.

La sua sussidiaria più importante, la China Film Co-Production Corporation è stata fondata con lo scopo di realizzare coproduzioni cinematografiche internazionali. È necessario però sottostare al rigido “regolamento sulla produzione cinematografica” e alle “regole sulla gestione delle coproduzioni cinesi e straniere”; tale corpus normativo viene partorito dal SARFT, autorità statale il cui compito è censurare qualsivoglia materiale che potrebbe offendere gli standard culturali cinesi (o la sensibilità del Governo di Pechino). Per ottenere un trattamento più favorevole, può accadere che pellicole multimilionarie girino scene appositamente per il mercato cinese: si tratta questo di uno stratagemma messo in atto da opere che non possono permettersi di fallire al botteghino. Così vengono coinvolti attori del luogo, a cui sono affidate parti di un certo rilievo, che finiscono nel montaggio speciale studiato appositamente per quel mercato.

Tra le loro coproduzioni più consistenti degli ultimi anni non si può non segnalare veri e propri colossi come i prodotti di prossima uscita Warcraft e The Great Wall. Se il primo può essere considerato un outsider, sebbene si basi su un famoso franchise videoludico e si tratta pur sempre di un film ad alto budget, The Great Wall è un film di avventura girato interamente in Cina ad opera del famoso cineasta Zhang Yimou, il cui budget si aggira intorno ai 135 milioni di dollari. Come facilmente intuibile la principale protagonista della pellicola sarà proprio la Grande Muraglia cinese, con buona pace del resto del cast, che include attori del calibro di Matt Damon, Willem Dafoe e Andy Lau. Quest’ultimo è una vera e propria miniera d’oro per l’industria dell’intrattenimento: non solo è l’attore cinese più conosciuto in patria, capace di trasformare ogni film in cui recita in un successo commerciale, ma è anche musicista, produttore cinematografico e presentatore televisivo.

Dal 2012 lo studio DreamWorks Animation ha siglato una partnership con una cordata di capitali cinesi, che controllano il 55% della società. Il nuovo studio, nominato Oriental DreamWorks, con sede a Shanghai, ha come obbiettivo quello di realizzare in Cina prodotti di intrattenimento per il grande e il piccolo schermo, da distribuire in Cina e nel mondo, e parchi a tema per famiglie.

Nel 2013 l’ODW è stata la prima compagnia a cui è stato concesso, dopo trent’anni, di distribuire nel Paese un film occidentale (si trattava de “I Croods”). La prima produzione effettiva dello studio è invece Kung Fu Panda 3, che ha debuttato in Cina il 29 gennaio 2016, per il quale la neonata casa di produzione ha contribuito per circa 1/3 del girato in collaborazione con la Dreamworks. Il film sta riscuotendo un prevedibile successo superando in pochi giorni la cifra di 50 milioni di dollari. La prima produzione originale completamente affidata allo studio debutterà nel 2018.

Rimanendo in tema di record, il film che si trova in testa alla top ten degli incassi cinematografici dell’anno passato è Fast and Furious 7, che ha totalizzato l’incasso di 390 milioni di dollari solo in Cina, per un guadagno mondiale di più di 1.5 miliardi di dollari. Anche il recente Star Wars – il Risveglio della Forza ha catalizzato l’interesse degli analisti internazionali e per vari motivi: innanzitutto, è il primo film USA a uscire nella Repubblica Popolare nel 2016. Il rinvio è stato causato dal limite di 34 opere cinematografiche straniere che possono essere proiettate nei cinema cinesi ogni anno. Inoltre i piani della Disney, che possiedono i diritti legati al “marchio” creato da George Lucas, prevedono una forte espansione nel secondo mercato cinematografico del mondo (e prossimo a diventare il primo). Certamente ha esultato, quindi, la casa di Topolino quando il film ha battuto il record del miglior esordio di tutti i tempi nel giorno di sabato, con 33 milioni di dollari stimati dalla major nelle prime 24 ore. Le nuove avventure della “Galassia Lontana Lontana” hanno scalzato dal podio Transformers: L’Era dell’Estinzione (27.4 milioni) e il campione cinese Monster Hunt (27.7 milioni).

Oltre la diplomazia del ping pong

Ancora più interessante è analizzare le statistiche legate al gruppo Dalian Wanda, le cui attività spaziano tra settori molto diversi quali edilizia, turismo, hotel e, ultimamente, intrattenimento.

Il grosso conglomerato cinese ha acquisito nel maggio 2012, per la cifra di 2.6 miliardi di dollari, la catena di sale cinematografiche americane AMC Theatres. Questa operazione ha trasformato il Wanda Cinema Group nel più grosso gestore mondiale di sale cinematografiche, essendo ora in possesso del 13% delle sale cinematografiche statunitensi e del 6% di quelle cinesi. La nuova amministrazione ha ritenuto opportuno aumentare, in meno di due anni, il prezzo del biglietto fino a raddoppiarlo.

La strategia d’investimento del gruppo fondato da Wang Jianlin, oggi uno degli uomini più ricchi del mondo, è sicuramente diversificata. Basta osservare come si è mosso negli ultimi anni su un altro importante versante del mercato dell’intrattenimento: dal 2011 è il main sponsor della Super League di calcio cinese, nel 2015 ha comprato il 20% delle quote dell’Atletico Madrid per 45 milioni di euro. Nello stesso anno ha acquisito Infront per oltre un miliardo di euro: la società, nata in Svizzera nel 2002, si occupa di gestire i diritti di marketing e mediatici di eventi sportivi internazionali, tra cui la Lega Seria A italiana e di alcune società di calcio (dal Milan, alla Lazio, al Genoa, solo per citarne alcune).

Non aveva certo suscitato scalpore la dichiarazione rilasciata dal Presidente Xi Jinping, nel corso della sua ultima visita in Inghilterra, in cui veniva espressa l’intenzione di migliorare il settore calcistico in Cina. In primo luogo, tale affermazione era stata rilasciata all’interno dell’Etihad Stadium, casa del Manchester City, squadra di calcio il cui brand è in forte ascesa nel Paese asiatico.

Secondo, la massima autorità cinese è un noto appassionato del gioco, tanto da posare, con il Premier britannico David Cameron e il giocatore simbolo dei Citizens Sergio Aguero, per un immancabile selfie.

Nella recente sessione di mercato la Super League cinese ha speso più di quanto abbia fatto la Premier League inglese, che notoriamente è il torneo più “spendaccione” del mondo. Se oltremanica i patron delle squadre hanno scucito quasi 230 milioni di euro per aggiudicarsi nuovi giocatori, in Cina hanno speso più di 250 milioni di euro per i trasferimenti. La cifra appare ancora più considerevole quando si pensa che gli altri quattro campionati più famosi d’Europa (la Serie A, la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la Ligue 1 francese) hanno speso, assieme, appena 175 milioni di euro.

Il giro di affari legato al calcio è più che considerevole. Nel prossimo triennio 2016-19 i ricavi derivanti dai diritti tv per la Premier arriveranno a 6,67 miliardi di euro, ossia più 71% rispetto il triennio precedente. La Bundesliga, in cui milita un numero minore di squadre e il sistema di ripartizione legato ai diritti televisivi è più equo, genera profitto per 2,6 miliardi di euro.

In Italia la Lega Serie A ha concesso alla società Infront i diritti per la trasmissione delle partite di calcio, causando profonde polemiche trai i presidenti dei vari club. Nonostante gli scandali legati a tale appalto, il torneo è tornato ad essere molto seguito nel resto del mondo, guadagnando nel 2015 2,20 miliardi di euro.

I club cinesi vedranno i loro ricavi aumentare sensibilmente nel 2016, quando si spartiranno 200 milioni di dollari ogni anno provenienti dall’accordo quinquennale raggiunto con i provider televisivi. La cifra è ancora più significativa se si pensa che, fino all’anno passato, le squadre ricevevano solo 9 milioni di dollari.

Di certo la Cina difficilmente riuscirà ad eguagliare il livello di popolarità dei tornei più blasonati. Il governo di Pechino da sempre punta sullo sport come strumento di propaganda, e sta investendo molto per includere il calcio tra le proprie eccellenze. Ha avuto una forte eco internazionale la notizia secondo cui, per diretto ordine di Xi Jinping, saranno istituite entro il 2017 oltre 20mila scuole calcio in grado di insegnare a circa 100mila giovani cinesi il gioco del calcio.

Panem et circenses

Il progetto del Presidente della Repubblica Popolare è di far crescere una generazione di atleti in grado di competere, quanto prima possibile, a livello internazionale. Dopo l’exploit di visibilità e risultati ottenuti con le Olimpiadi di Pechino nel 2008, e dopo essersi aggiudicati l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2022, un solo altro evento sportivo è in grado di catalizzare l’attenzione degli appassionati di tutto il mondo: il Mondiale di Calcio.

Il nuovo corso della diplomazia cinese passa punta anche su questo tipo di visibilità, da costruire attraverso l’industria dell’intrattenimento. Si tratta, inoltre, di una sfida tutta interna al Paese, dove una giovane borghesia in crescita è in cerca di elementi di conforto che la facciano assomigliare al ceto medio che risiede dall’altra parte del mondo.

È anche un espediente per ottenere un nuovo status nei confronti degli altri Paesi: nessuno, certamente, potrebbe negare alla Cina lo status di potenza mondiale.

Ciò sarebbe ancora più evidente qualora riuscisse a far giocare nella stessa squadra Messi e Cristiano Ronaldo.

Stati Uniti-Russia: una partita strategica sullo scacchiere del Mena

La foto dell’incontro del 29 settembre scorso tra Barack Obama e Vladimir Putin ha immortalato quello che in futuro potrebbe essere considerato un turning point della vita politica internazionale. A dispetto di quanti avevano voluto trovare a tutti i costi i segnali del declino dell’egemonia americana dapprima nella strage dell’11 settembre, poi nella crescita economica della Cina e nell’impasse militare in Iraq e, infine, nella crisi economica del 2008, questa volta sembra essere veramente in atto un tentativo reale di controbilanciamento. E non prende forma in dimensioni meta o para-politiche, ma, anzitutto, in quel regno della realpolitik che molti governi europei considerano ancora come una marginale eredità del passato: la dimensione della violenza.

Stati Uniti-Russia: una partita strategica sullo scacchiere del Mena - Geopolitica.info L'incontro tra i due capi di Stato, New York, 29 settembre 2015 (cr: Reuters)

Il summit di New York è stato il primo dai tempi della Guerra fredda in cui un presidente americano si è presentato in una posizione di evidente fragilità rispetto al suo omologo russo. Più debole nella partita mediorientale, a causa della scelta di parziale disimpegno nell’area della Casa Bianca, e in quella ucraina, per la prossimità strategica della Russia e lo spostamento degli interessi americani verso il quadrante Asia-Pacifico, nonché in debito d’ossigeno per il risultato ottenuto nel deal nucleare con l’Iran. Quest’ultima dimensione se per ora ha solo i contorni di un successo effimero per Obama, in futuro potrebbe trasformarsi in una vera e propria vittoria di Pirro, come fanno presagire la spirale di violenza che sta investendo Israele e la strisciante crisi dei rapporti di potere interni e della posizione internazionale dell’Arabia Saudita. Non si può dimenticare, peraltro, che la Russia è divenuta l’interlocutore principale per l’Egitto, attira l’attenzione di Israele in un momento di crisi nelle sue relazioni con Washington, comincia a dialogare sottotraccia con l’Arabia Saudita e potrebbe stabilire un rapporto preferenziale con l’Iraq, come confermato dal sorvolo dello spazio aereo garantito dal governo all’aviazione militare russa nonostante la contrarietà della Casa Bianca e dall’istituzione a Baghdad del centro per la condivisione di informazioni e analisi per la lotta all’ISIS (nato dall’accordo tra Russia, Iran, Iraq e Siria).

È comunque la partita in Siria che appare centrale sullo scacchiere geopolitico. Il Medio Oriente-Nord Africa (MENA), d’altronde, è stato considerato una regione vitale per gli interessi americani sin dai tempi dell’accordo stretto da Franklin D. Roosevelt e Ibn Saud sull’incrociatore Quincy e quella su cui gli Stati Uniti hanno investito di più, in termini sia di costi umani ed economici che di prestigio, nella prima decade del XXI secolo. Almeno fino al 2011 sembrava che qualsiasi equazione politica regionale non potesse prescindere da Washington.

La proposta avanzata da più parti – e non esclusa categoricamente neanche dal segretario di Stato americano John Kerry – che Casa Bianca e Cremlino si coordinino nelle operazioni militari volte a piegare l’ISIS sarebbe apparsa surreale solo qualche anno fa. Lo Stato Islamico dispone di un esercito e di armamenti neanche lontanamente paragonabili a quelli dei suoi avversari. Non ha un’aviazione, né un sistema di intelligence diffuso capillarmente, né possiede sistemi di controllo satellitare del territorio. Infine dipende principalmente da rapporti esterni per il rifornimento di armi e non è in grado di raffinare il petrolio estratto nei pozzi che controlla. In teoria, quindi, è militarmente fragile, tanto che basterebbero sia le sole forze americane, che quelle russe o anche quelle iraniane per debellare questa minaccia. L’intesa, tuttavia, è politicamente imprescindibile per evitare il precipitare nel caos della regione, che rappresenta un’ipotesi ormai verosimile a causa di una serie di fattori concomitanti: a) il parziale disengagement degli Stati Uniti; b) l’ingresso della Russia come attore decisivo nell’area; c) l’intensificarsi dello scontro – da tempo – in atto tra il campione dell’Islam sciita, l’Iran, e quello dell’Islam sunnita, l’Arabia Saudita.

Da più parti è stato sostenuto anche che la Russia potrebbe rinunciare a difendere il regime di Assad in Siria e, quindi, a svolgere un ruolo di primo piano nel MENA in cambio dell’allentamento della pressione americana in Ucraina. Come ha sottolineato già il ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni questa via non sembra praticabile. E non solo da parte americana, perchè la sola presa in considerazione dello scambio getterebbe nel panico gli altri alleati nell’Europa Orientale, ma neanche da parte russa. D’altronde la preservazione di un regime che garantisca la presenza della flotta russa nel porto di Tartus, che soddisfa il tradizionale sogno geopolitico nazionale dell’accesso ai “mari caldi”, e la sostanziale contiguità territoriale di un’alleanza guidata dal Cremlino che separa in due la penisola araba (Iran, Iraq, Siria a leadership alawita e Hezbollah in Libano) sta assumendo un’importanza strategica paragonabile a quella del controllo della Crimea o all’influenza sull’Ucraina orientale. Sempre, ovviamente, nell’ottica di un’azione di progressivo counterbalancing. E probabilmente a Mosca l’opzione del baratto “Assad in cambio della Crimea” non è considerata neanche funzionale a ottenere la cessazione delle sanzioni (che gli Stati occidentali rivedranno il prossimo gennaio) in un momento di compressione dell’economia nazionale, perché non è chiaro se l’attuale impasse economica dipenda di più dalla ritorsione occidentale o dal crollo dei prezzi energetici. Solo un regime con al vertice “un” Assad, sia Bashar o un altro componente del suo clan, può rassicurare Putin. E, allo stesso tempo, è lo scenario che superata l’emergenza-ISIS qualsiasi amministrazione americana non potrà accettare.

Per un fenomeno di eterogenesi dei fini, tuttavia, una scelta razionale da parte degli Stati Uniti nel breve termine, quella di collaborare con la Russia per sconfiggere lo Stato Islamico, potrebbe persino produrre effetti negativi nel medio termine, determinando un assottigliamento dell’influenza americana nella regione e incentivando la trasformazione di un tentativo di bilanciamento politico su scala regionale – quella che potrebbe essere definita l’area del “Mediterraneo allargato” (MENA+territori bagnati dai mari interni) – in un bilanciamento su scala globale.

La versione di Kissinger: quattro consigli dal Novecento

Ventisei anni dopo la caduta del muro, Henry Kissinger è con Fidel Castro l’ultimo degli illustri testimoni del Secolo Breve e, forse, il più influente tra i pensatori di politica estera a memoria d’America. Lo sa bene il professor Niall Ferguson, che all’ex Segretario di Stato ha dedicato una biografia intellettuale dal titolo provocatorio (Kissinger: 1923-1968: The Idealist, Penguin Press, 2015) e un ragionato omaggio sulle pagine di Foreign Affairs che vi invitiamo a leggere.

La versione di Kissinger: quattro consigli dal Novecento - Geopolitica.info (cr: Alfred Eisenstaedt / Getty Images)

Nel sentito comune Kissinger è immediatamente associato al realismo, “una fredda filosofia politica ossessionata da un incessante desiderio d’ordine a spese dell’umanità” secondo le parole del giornalista Anthony Lewis. Quali che siano le opinioni personali in merito, sostiene Ferguson, difficilmente l’autore de L’arte della diplomazia può essere considerato tout court un esponente di questa corrente di pensiero.

Non si intende con questo avvicinarlo alla più rigorosa tradizione wilsoniana, che a lungo ha paragonato a una ricerca incosciente di grandi ideali capace solo di condurre a una paralisi della politica estera, eppure sulle stesse capacità e potenzialità del realismo più ortodosso nutrì sempre forti riserve. Del resto, i responsabili di quell’appeasement verso Hitler i cui fallimenti costrinsero lui, ebreo tedesco, a fuggire in America consideravano se stessi come “attenti realisti”, maestri dell’antica tradizione del balance of power, come ebbe modo di confermare in un’intervista del 1957.

Al contempo, fin dai tempi di Harvard e dei suoi studi su Kant, non cessò mai di professare ai suoi interlocutori la profonda avversione che nutriva per il materialismo storico, un’ostilità per il determinismo economico capitalista che correva di pari passo con il rifiuto per ogni forma di marxismo-leninismo. Mai nel corso della Guerra fredda condivise le opinioni di chi, come Walt Rostow, riteneva che l’Occidente avrebbe potuto prevalere sull’Unione Sovietica fintanto che i tassi di crescita delle sue economie sarebbero rimasti superiori a quelli del blocco comunista.

Dalla sua quasi secolare esperienza oggi il Presidente Obama, unico finora tra i successori di Eisenhower a non essersi avvalso delle sue consulenze, potrebbe trarre almeno quattro insegnamenti.

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Una nuova Cina, una vecchia Europa

La Repubblica Popolare Cinese sta cambiando ad una velocità e intensità tali da confondere gli stessi cinesi, e questo può rendere il cambiamento particolarmente pericoloso sul piano geopolitico. Sul tema Geopolitica.info ha avuto il piacere di conversare con Francesco Sisci, autore del libro “A Brave New China”, già corrispondente da Pechino di Ansa, La Stampa e IlSole24Ore e tra i massimi esperti europei di Cina.

Una nuova Cina, una vecchia Europa - Geopolitica.info Skyline di Shanghai al tramonto (cr: Spreephoto Portfolio)

Nel suo ultimo libro spiega come la Cina odierna sia “non più la vecchia Cina”, ma un Paese profondamente diverso. Un Paese che di fatto ancora fatichiamo a comprendere. Qual è stato il cambiamento maggiore, il più profondo degli ultimi 30 anni?

È difficile indicarne solo uno, in realtà è un cambiamento radicale del modo di vita, che va dal modo di vivere, di abitare: le case sono diverse, i vestiti sono diversi, anche le cose da mangiare sono diverse, persino il modo di tagliarsi i capelli. Forse il singolo cambiamento più grande riguarda la famiglia e i figli. Si tratta di un cambiamento mastodontico, specialmente per la società cinese, una società senza un grande senso di divinità, dove il rispetto degli antenati e il rispetto dei figli sono il grande filo conduttore, sono una religione. Si è passati prima del ’49 da una famiglia che aveva idealmente un marito e un gruppo di mogli con 3 generazioni di figli, tutti ordinati secondo nomi specifici, a una famiglia nucleare fatta di un figlio unico. La famiglia ora prevede una moglie e un figlio e, cosa molto importante, questo è stato fatto come un sacrificio di sangue importante: 400 milioni di bambini sacrificati. È  stato fatto con calcolo, hanno ucciso quello che per loro è più caro, sull’altare del progresso.

Da quanto racconta nel libro si ha la percezione che la Cina sia vittima di un paradosso: cresce il nazionalismo diretto al riconoscimento del più vecchio Stato-civiltà, come scrive Henry Kissinger, ma allo stesso tempo proprio quella civiltà si allontana dalle sue radici fino al punto di non riconoscersi. É così?

È proprio così. In realtà il vecchio Stato-civiltà era tale perché non aveva bisogno di affermarsi, era in qualche modo metafisico. Era uno Stato isolato. L’insieme dei Paesi che la circondavano non avevano la metà della forza cinese, oggi invece questo non è più cosi. Il resto del mondo rende la Cina nana: conta solo il 20% della popolazione e il 10% del Pil mondiali. Naturalmente, in questo mondo i cinesi devono affermarsi, e nell’affermarsi l’idea di Stato-civiltà nega se stessa, non funziona. Ci sarebbe bisogno un nuovo principio unificante e anche di un nuovo modo di pensare il mondo.

Cosa non riusciamo a comprendere, oggi, in Occidente e soprattutto in Europa, in merito al cambiamento in atto? Cosa ci sfugge?

Non solo noi non capiamo, ma anche i cinesi non capiscono. I cinesi sono cambiati, ma guardano il mondo con i concetti filosofici antichi. Rimane sempre una discrasia: si racconta l’urbanizzazione con il modo di pensare della giungla, l’occidentalizzazione con delle categorie cinesi. È una cosa sistematica, un processo: i cinesi non hanno smesso di cambiare. Quello che oggi si dice per la Cina tra 6 mesi o 1 anno non sarà più valido. Quello che è importante per noi è che se la Cina è disposta a fare questi cambiamenti per sopravvivere così dovremmo fare anche noi, invece abbiamo smesso di cambiare, paradossalmente come quando l’ondata non ci ha colpito.

Le molte speculazioni e osservazioni fatte in Occidente su una Cina sempre più aggressiva sono accurate, oppure risultano sovrastimate?

La Cina di per sé cresce, e come un elefante quando cresce oggettivamente diminuisce lo spazio altrui. Inoltre è un elefante molto sensibile, sente che gli altri sono nervosi e si innervosisce a sua volta. Un fenomeno di nervosismo reciproco molto forte e molto pericoloso, ma diverso dalla pericolosità del fascismo, o del comunismo, dagli estremisti pseudo-musulmani. Queste sono ideologie nettamente aggressive, i cinesi invece non hanno questa ideologia dichiarata, però oggettivamente il loro peso specifico è tale che tutti gli equilibri vengono incrinati.

Come valuta i rapporti attuali di Pechino con gli altri due giganti economici della regione, Giappone e Corea del Sud? Cosa impedisce ai tre Paesi di seguire un processo di trasparenza storica così come avvenuto ad esempio tra Germania e Polonia?

Non c’è stata l’America. Gli USA hanno impedito a Francia e Germania di ripescare nella loro storia, unendoli nella CECA e nella NATO. Così in realtà l’America ha cambiato la Storia. Questo non è avvenuto in Asia per motivi complessi, tra cui il fatto che durante la Guerra fredda la Cina era da una parte, la Corea era spaccata, il Giappone nell’altro blocco. Adesso vi è il doppio rischio: gli strascichi della fine della Seconda Guerra mondiale e la fine della Guerra fredda, che ancora non è finita perché la Cina è ancora (almeno in parte) comunista. Sono due eredità che si sommano.

Qual è il principale problema nelle relazioni Pechino-Washington?

La crescita cinese è un punto di domanda enorme per entrambi. I cinesi non sanno cosa vogliono fare da grandi, e questo amplia tutto, diventa un problema globale. Però come si fa a discutere di questo problema globale che è allo stesso tempo anche nazionale con tutti sospetti e le paure attuali, con gli americani interessati sembra solo a bloccare la Cina?

Mentre le relazioni con Washington subivano degli alti e bassi, i rapporti con i paesi dell’UE sono aumentati costantemente negli ultimi 20 anni, fino alla clamorosa adesione dei principali Paesi europei alla Asian Infrastructure Investment Bank. Per la Pechino l’UE e’ un territorio di conquista oppure un partner di pari livello?

La realtà è che l’UE non esiste, questa è la premessa. In realtà per la Cina esiste un rapporto in primo luogo con la Germania, poi con Francia e Inghilterra. Questa è la realtà. Poi vi sono i sogni, e i cinesi sognerebbero da anni che l’UE emergesse come Paese unitario e quindi fosse un partner, anche capace di controbilanciare il rapporto con l’America. Questi però appunto rimangono sogni, perché come vediamo con la situazione greca siamo ben lontani dall’aver una “unione europea”.

Secondo un recente studio della società di consulenza McKinsey, la Cina sta perdendo terreno sul piano dell’innovazione. Negli ultimi 5 anni l’innovazione ha contribuito al 30% della crescita del Pil, mentre dal 1990 al 2010 la percentuale era superiore al 40%. Con una popolazione che invecchia, un debito che aumenta e un ritorno sugli investimenti che si riduce, non e’ un bel segnale. É  d’accordo con questa analisi?

La Cina secondo me non ha mai fatto mai della grande innovazione. Il problema fondamentale è che non producono tecnologie nuove. Come farai ad essere la prima economia del mondo senza tecnologie innovative? Qui si parla di innovazioni marginali, possono essere o rubate o derivanti da altre risorse: non dimentichiamo che la Cina continua ad avere grandi risorse, tra cui popolazioni vicine, bengalesi, vietnamiti, che le consentono un aumento della produttività. Questi dati e queste statistiche meccaniche e grossolane non sono fondamentali. Negli ultimi 40 anni storia quello che ho visto è che quasi tutti hanno preso un aspetto e ne hanno dedotto che venendo meno quell’aspetto tutto sarebbe crollato. La verità è che la Cina è una enorme balena, servono tanti “ostacoli” per farla crollare. Tornando alla domanda, il problema è la mancanza di innovazione alta, che continua ad essere prodotta per l’85% in Europa e Stati Uniti. E così continuerà ad essere, secondo quanto prospettano, per i prossimi 50 anni.

Concludo chiedendole se secondo lei il XXI secolo sarà il “Secolo asiatico”, il “Secolo cinese” o si continuerà con un nuovo  “Secolo americano”?

Dipende da quale prospettiva lo vediamo. I modelli di grande crescita, in cui sarà amministrato e pensato il mondo, continueranno ad essere europei (perché in questo anche l’America è un estensione dell’Europa). Quantitativamente l’Asia sarà molto importante, ma la differenza tra quantità e qualità è un concetto molto importante e delicato. Ancora oggi, dopo un secolo dal crollo dell’impero britannico, l’Inghilterra continua ad essere il fulcro del pensiero (pensiamo alla sue università, ai principali giornali, alla BBC). Che questo cambi la vedo molto difficile. Quantitativamente però è diverso, e qui l’Asia guiderà, in particolare la Cina.

Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente

Non c’è dubbio che l’accordo raggiunto a Vienna lo scorso 14 luglio tra l’Iran e il cosiddetto gruppo UE3+3 (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) costituisca ad oggi il più importante successo diplomatico delle due amministrazioni Obama. Attaccato per i suoi passi falsi nella gestione del dossier siriano, parzialmente delegittimato dalla sconfitta nelle elezioni di mid-term del 2014 e criticato per gli scarsi risultati ottenuti dal cosiddetto approccio strategico “leading from behind”, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è riuscito là dove cinque suoi predecessori avevano fallito. Il prezzo da pagare però è un peggioramento nelle relazioni con i tradizionali alleati americani nel quadrante mediorientale.

Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente - Geopolitica.info Incontro a Vienna tra il Segretario di Stato John Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, 30 giugno 2015 (cr. Reuters photo)

Ricorda Stephen Walt in “Alliances in a Unipolar World” (World Politics, vol.61, n.1, 2009) che tra le contraddizioni intrinseche a un sistema internazionale ordinato su base unipolare – o quantomeno tendente all’unipolarismo – si registra l’incapacità della potenza egemone di mantenere rapporti costruttivi con la complessità degli attori coinvolti nel sistema. In altre parole si potrebbe affermare che cooptare tra le proprie fila un nuovo alleato comporti, quasi sistematicamente, il peggioramento delle relazioni con i suoi diretti avversari, vicini o competitori. Nulla di nuovo per la politica internazionale. Eppure tale schema, perfettamente funzionale in una Guerra Fredda dove la quasi totalità degli Stati era chiamata a scegliere in quale schieramento allinearsi, appare un paradigma difficilmente riproducibile nel mondo post-bipolare. Difficile proclamarsi sostenitore della causa azera nel Nagorno-Karabakh se non si intende compromettere la propria amicizia con l’Armenia, o viceversa. Non meno complesso accogliere un leader religioso tibetano con gli onori tributati a un capo di Stato nel momento in cui si attribuisce vitale importanza alla crescita del dialogo diplomatico con la Cina.

La premessa teorica può forse chiarire la dimensione delle conseguenze strategiche che potrebbero prodursi sulla politica estera statunitense a seguito dello accordo raggiunto con Teheran. L’intesa sulla governance congiunta del programma nucleare iraniano – ispezioni dettagliate e frequenti secondo i protocolli IAEA, limitazione dei processi di arricchimento dell’uranio al solo impianto di Natanz, impossibilità pratica per l’Iran di dotarsi di ordigni nel prossimo decennio, progressiva abolizione delle sanzioni economiche – ha certamente una rilevanza storica per gli attori che l’hanno sottoscritto. I suoi benefici travalicano la scomparsa di un già remoto rischio di guerra atomica tra la Repubblica Islamica e “il grande Satana” americano: un Iran assertivo, ma non minaccioso per l’Occidente, potrebbe rappresentare un valido alleato nel contrasto al salafismo transnazionale dello Stato Islamico e dei suoi seguaci.  Ciononostante al vantaggio strategico si lega un conseguente deterioramento dei rapporti tra i firmatari e coloro che mantengono una linea intransigente verso il regime degli Ayatollah, in primo luogo Israele e le monarchie del Golfo.

Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia dell’accordo definendolo un errore con conseguenze potenzialmente catastrofiche, un’ulteriore conferma del pessimo stato di salute in cui versa l’amicizia che tradizionalmente lega le amministrazioni statunitensi ai vertici politici israeliani. Un trend divenuto evidente a seguito delle tiepide reazioni con cui la Casa Bianca ha accolto la rielezione del leader conservatore nella tornata elettorale dello scorso marzo e che, congiuntamente alle aperture europee sul riconoscimento formale della statualità palestinese (Svezia, Regno Unito, Francia) parrebbe suggerire una crescita dell’isolamento diplomatico israeliano. Nella peggiore delle ipotesi tale dinamica condurrà a un rafforzamento della percezione di accerchiamento strategico nella classe dirigente e militare dello Stato ebraico e, successivamente, a una escalation di tensione con le milizie sciite di Hezbollah, sostenute da Teheran e ben radicate in quei territori del Libano meridionale presidiati dalle forze interposizione ONU dell’operazione Unifil II, a guida italiana.

Più contenute, ma non certo entusiaste, le risposte pervenute da Riyad e dalle altre capitali della penisola arabica. L’ intesa sul nucleare iraniano giunge in uno dei momenti di maggiore diffidenza mai registrati nei rapporti tra gli Stati Uniti e i ricchi regni sunniti e ad oggi l’Arabia Saudita sembra dubbiosa sulla capacità americana di continuare a svolgere quel decennale ruolo di arbitro indiscusso dei conflitti mediorientali. In Iraq la maldestra gestione della ricostruzione materiale e statale post-bellica ha lasciato mano libera a una leadership sciita che ha alimentato i risentimenti della popolazione sunnita, oggi egemonizzata dalla propaganda fondamentalista dell’ISIS. In Egitto i sauditi recriminano l’iniziale atteggiamento accomodante di Obama verso il governo Morsi e la fratellanza musulmana che lo sosteneva. Non meno critici i giudizi sull’operato nello scenario siriano, cartina di tornasole che rivela una contrazione nelle capacità coercitive della politica estera statunitense. Nella prospettiva dello Stato wahabita, l’accordo sul nucleare iraniano rischia di consegnare alla cintura settentrionale delle comunità sciite (iraniani, iracheni del sud, alawiti, sciiti libanesi) un ruolo preponderante nella regione del Mashreq in un momento in cui la guerra civile yemenita sembra destabilizzare anche gli equilibri geopolitici del fronte meridionale.

Tuttavia, al netto dei timori israeliani e del peggioramento della reputazione statunitense nelle metropoli arabe, l’accordo potrebbe comunque favorire un processo di pacificazione su larga scala del quadrante mediorientale. L’impossibilità di ovviare a crisi ricorrenti nell’estero vicino e la crescente presenza nella regione di variabili imprevedibili – leggasi ISIS – potrebbe indurre i sovrani sauditi e il Consiglio di Cooperazione del Golfo ad aprire un tavolo di trattative con l’avversario iraniano. Del resto, come sottolinea Jane Kinninmont su Al Jazeera, una visione manichea e ideologizzata della secolare avversità tra le due grandi potenze islamiche dell’area trova poco riscontro persino nella storia recente. Ancora nel 1999 Mohammad Khatami, predecessore dell’odiatissimo Ahmadinejad, poteva recarsi in pellegrinaggio a La Mecca accolto e scortato dai reali sauditi; nel 2004 il vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica veniva insignito a Riyad della massima onorificenza nazionale per i suoi sforzi nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Ne consegue che una concreta rottura diplomatica può essere fatta risalire solo ai tardi anni 2000 e alla competizione apertasi per la conquista di un ruolo egemone nello scenario politico del fragile Iraq emerso dalla fine dell’occupazione statunitense.

Quale che sia il ruolo, il prestigio o la posizione assunta da Washington nella contesa, Iran e Arabia Saudita potranno celebrare l’inizio di una nuova stagione di distensione tra mondo sciita e mondo sunnita solo a fronte di una stabilizzazione del contesto iracheno. Il che, ovviamente, presuppone una propedeutica soluzione del rebus  geopolitico rappresentato dallo Stato Islamico. Salvato l’Iraq, forse, sarà possibile concentrare le attenzioni di tutti sulla pacificazione del conflitto israelo-palestinese.

Spazio: passato, presente e futuro delle guerre

Bob Work, Vice Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, alla conferenza annuale dello “Space Symposium” tenutasi in Colorado ha spiegato come i satelliti siano fondamentali per le operazioni militari degli Stati Uniti e imprescindibili soprattutto in prospettiva di guerre future. Le sue affermazioni si basano sul fatto che le attività di intelligence, di comunicazione, di sorveglianza, riconoscimento della posizione e navigazione dipendano in modo cruciale dagli assetti spaziali. Emerge chiaramente dalle sue parole non solo la necessità di difendere militarmente i satelliti ma anche quella di progettare una risposta in caso di attacco ad essi. La competizione a livello strategico nello spazio è infatti riemersa dopo la Guerra Fredda e, col crescere della tecnologia, si sta facendo sempre più aggressiva e tesa.

Spazio: passato, presente e futuro delle guerre - Geopolitica.info

Già dal 1957, anno del lancio del satellite Sputnik da parte dell’Unione Sovietica, lo spazio ha assunto un fondamentale ruolo strategico. Sebbene l’esplorazione extra atmosferica, nei primi anni, sia stata accompagnata da pompose frasi retoriche che inneggiavano ai futuri ricchissimi benefici derivanti da tale attività, le superpotenze hanno subito colto il potenziale militare di un tale scenario.

L’utilizzo dello spazio nasce dunque come complemento alla costosissima corsa agli armamenti e alla gara delle superpotenze per il prestigio internazionale. Esempi di chiaro utilizzo militare di questo possono essere molti: l’osservazione attraverso i satelliti (si pensi ai “satelliti spia”), le comunicazioni, la navigazione satellitare e la meteorologia (queste ultime essenziali anche a livello civile ma incredibilmente più precise in ambito militare). La maggior parte degli oggetti spaziali in orbita hanno una funzione dual use; svolgono infatti una funzione sia civile che militare. Non è dunque difficile capire le preoccupazioni espresse da Work durante lo “Space Symposium”; gli Stati sono ormai dipendenti dai loro preziosi assetti spaziali e lo sviluppo di armi che possano essere utilizzate nello spazio contro di essi è uno scenario decisamente preoccupante, considerando il rischio di escalation. Le parole del Vice Segretario alla Difesa degli USA non si basano su minacce immaginarie ma su eventi che hanno scatenato un “dilemma di sicurezza” spaziale; nel 2007 infatti la Cina ha utilizzato un missile per distruggere un suo satellite meteorologico (non più attivo) producendo una miriade di frammenti (il così detto “debris spaziale”) che avrebbero potuto danneggiare altri satelliti e che sono caduti su territorio statunitense. Per ora le armi spaziali sviluppate e soggette a test sono quelle basate all’interno dell’atmosfera con obiettivi al di fuori di essa. Uno scenario alla “Star Wars” è ancora molto lontano, tuttavia non è da sottovalutare la possibilità di utilizzo e sviluppo di armi cinetiche nello spazio. Queste sono dotate di proiettili inerti (senza carico bellico di alcun tipo) e il loro potenziale distruttivo è determinato unicamente dall’energia cinetica posseduta dal proiettile, la quale si riverserà sul bersaglio al momento dell’impatto. Gli oggetti spaziali possono essere accelerati facilmente considerando che si muovono normalmente a velocità eccezionale (iper-velocità). L’impatto di un proiettile lanciato dallo spazio con un obiettivo terrestre potrebbe avere effetti devastanti. Nell’ottobre del 2010 la NASA ha testato questo sistema nell’ambito di un progetto di ricerca atto a verificare la presenza di acqua sulla Luna; sebbene il fine fosse “civile” non si può escludere un possibile utilizzo militare considerando il contesto competitivo tra le grandi potenze spaziali.

Queste considerazioni ci portano a una domanda: esiste un divieto di utilizzo militare dello spazio? Sebbene il diritto generale e le norme della Carta delle Nazioni Unite (quindi anche il divieto di uso della forza) si estendano allo spazio extra atmosferico, alla Luna e agli altri corpi celesti, non esiste un divieto generale.

Vi sono tuttavia diverse limitazioni specifiche: nel “Trattato sul bando parziale dei test” del 1963 vengono vietate le esplosioni nucleari derivanti da esperimenti e qualunque altro tipo di esplosione nucleare nello spazio extra atmosferico (anche nell’atmosfera e in acqua). Il “Trattato sulle norme per l’esplorazione e l’utilizzazione, da parte degli Stati, dello spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti” all’art. 4 vieta di collocare in orbita oggetti vettori di armi nucleari o di qualsiasi arma di distruzione di massa (armi chimiche o biologiche) e l’insediamento di queste armi su corpi celesti o nello spazio extra atmosferico. Vi era poi il “Trattato ABM” che vietava la costruzione o la sperimentazione di sistemi o componenti ABM (anti missili balistici) basati a terra, in acqua, nell’atmosfera e nello spazio extra atmosferico. Quest’ultimo era però un accordo bilaterale tra URSS e USA da cui questi ultimi decisero di recedere nel 2002 per timore che gruppi non statali potessero utilizzare armi di distruzione di massa contro il territorio statunitense. È chiaro dunque che non vi sia alcun tipo di limitazione per l’utilizzo di altri tipi di armi oltre alle ADM (armi di distruzione di massa).

In questo contesto è dunque da considerarsi necessaria una azione della comunità internazionale volta a limitare la “corsa agli armamenti” nello spazio. La soluzione più appropriata sarebbe un accordo internazionale preventivo che proibisse perlomeno l’utilizzo di armi offensive nello spazio. Ogni anno l’ONU approva una risoluzione in tal senso ma non si è mai arrivati a un vero e proprio trattato internazionale vincolante. Russia e Cina, nel 2008, avevano presentato un progetto di trattato che prevedeva il divieto di dispiegamento di qualsiasi tipo di arma nello spazio e di utilizzo della forza contro oggetti spaziali (anche civili). Questo progetto non andò in porto. Ad oggi quindi non sembrano esserci le condizioni per la creazione di un trattato di disarmo spaziale. Nell’ambito della soft law è stato redatto dal Consiglio dell’Unione Europea un codice di condotta sulle attività spaziali rivolto a tutti gli Stati impegnati in questo campo. Questa iniziativa ha suscitato l’interesse delle maggiori potenze nel campo spaziale (Stati Uniti e Russia).

L’Italia, essendo membro dell’UE, tiene in conto le norme contenute nel codice di condotta. Tuttavia l’ASI, come tutte le altre agenzie spaziali, non può che fare del dual use uno dei cardini principali della sua azione e della sua ricerca; si pensi per esempio al fondamentale apporto della nostra agenzia spaziale al progetto “Cosmo-Skymed”, un potentissimo sistema satellitare con funzioni sia civili che militari.

Con queste premesse è veramente un miracolo che lo spazio non sia ancora diventato un vero e proprio teatro bellico. Un conflitto spaziale sarebbe infatti devastante considerando la crescente dipendenza dai satelliti e i rischi legati alla caduta di frammenti di oggetti spaziali sulla superficie terrestre.

Cos’è la super-banca cinese che dà fastidio agli Usa

Geopolitica.info ha il piacere di pubblicare l’intervista sul ruolo geopolitico dell’Aiib rilasciata per Linkiesta da Emanuele Schibotto, redattore e responsabile della formazione online del nostro centro studi.

Cos’è la super-banca cinese che dà fastidio agli Usa - Geopolitica.info

Chi segue l’economia internazionale ha dimestichezza con gli acronimi come Bce, Bei, Fed, Ttip, Adb.  Adesso bisogna fare i conti con una nuova sigla: Aiib, che sta per Asian Infrastructure Investment Bank. È una super banca per lo sviluppo guidata dalla Cina, nata nel 2013, ma formalmente fondata lo scorso 24 ottobre. Con un bilancio da 100 miliardi di dollari (è stata recentemente ricapitalizzata) l’Aiib è concepita per attrarre investimenti in infrastrutture relative a settori come trasporti, energia e telecomunicazioni: «Di fatto la Aiib è il primo tentativo serio di sfida cinese agli Stati Uniti in quanto potenza asiatica nel periodo post-ideologico, ed è un tentativo portato avanti usando la leva finanziaria, non militare» , spiega a Linkiesta Emanuele Schibotto, ottore di ricerca in geopolitica economica, direttore per lo sviluppo dell’Asian Century Institute, centro di analisi e ricerca basato a Toronto e membro del centro studi Geopolitica.info.

Negli Stati Uniti la considerano già la versione cinese della Banca mondiale, antagonista dell’istituto di Washington e dell’Asian Development Bank guidata dal Giappone ma fortemente sponsorizzata dagli americani. Come rivelato dal Financial Times, tra i soci fondatori ci saranno anche Italia, Germania e Francia (prima ancora era toccato alla Gran Bretagna). Il Ministero dell’Economia ha successivamente confermato con un comunicato l’adesione dell’Italia. Nella nota si spiega che questa «banca d’investimento che lavorerà con le banche multilaterali di sviluppo e di investimento esistenti può svolgere un ruolo di rilievo nel finanziamento dell`ampio fabbisogno infrastrutturale dell’Asia».

Il giornale della City rimarca anche l’antipatia americana nei confronti della super banca costruita dai cinesi. Washington non gradisce che le nazioni occidentali entrino nella Aiib perchè l’istituto fondato a Pechino lo scorso anno e «lanciato dal presidente cinese Xi Jinping è uno degli elementi di un’offensiva più ampia di Pechino per creare nuove istituzioni economiche e finanziarie che ne accresceranno l’influenza internazionale». Il segretario del Tesoro statunitense, Jacob Lew ha pesantemente criticato la decisione dei partner europei. «La Aiib aderirà agli elevati standard di cui si sono dotate le istituzioni finanziarie internazionali? Tutelerà i diritti dei consumatori, l’ambiente, gestirà con rigore i casi di corruzione?», ha detto nel corso di una audizione alla commissione Servizi finanziari della Camera dei rappresentanti Usa.

In America rimproverano alla Casa Bianca di essere troppo morbida di fronte all’espansione economica architettata da Pechino: «L’amministrazione Obama sostiene di non opporsi alla creazione della Aiib ma pensa che ci siano troppe domande senza risposta per poter accettare l’espansione di un progetto cinese che rischia di erodere la supremazia americana», sostiene Jonathan Pollock, senior fellow presso il Brookings Institution (il più autorevole think thank americano sulle questioni di politica estera).

Jin Liqun, il funzionario cinese che guiderà la banca, ha sempre detto che la Aiib rispetterà gli standard simili a quelli che governano la Banca Mondiale ma è chiaro che i timori degli Usa sono ben altri. L’adesione dei principali paesi europei a una banca di sviluppo che sfida apertamente l’influenza finanziaria globale americana esercitata attraverso la Banca Mondiale e l’Asian Development Bank preoccupa gli americani che già devono fronteggiare la perdita di peso specifico all’interno del Fondo monetario internazionale: «La Cina ha vinto un round nella rivalità strategica con gli Stati Uniti», ha scritto The Economist.

Gli americani negano di non aver fatto pressioni contro l’Aiib e sostengono di essersi limitati a sottolineare che il progetto a guida cinese dovrà rispettare gli standard internazionali di trasparenza, affidabilità e sostenibilità. Tuttavia è innegabile che le loro rimostranze servano a mettere pressioni ad Australia, Giappone e Corea del Sud, alleati degli Usa che potrebbero essere attratti dalla possibilità di diventare soci fondatori della Aiib. Per il settimanale britannico è chiaro che gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sugli alleati dell’Asia- Pacifico.

Per Schibotto, «nel momento storico che vede Washington concentrare la propria attenzione sul “pivot” asiatico, il Governo statunitense riesce a condizionare i suoi alleati asiatici più importanti (Giappone, Corea del Sud e Australia) ma allo stesso tempo perde il polso degli equilibri in Europa, dove proprio l’alleato storico (Gran Bretagna) e l’alleato principe nel periodo post-1945 (Germania) si dimostrano “revisionisti”. Gli Stati Uniti stanno forse capendo ora quanto Pechino sia oramai presente in Europa».

The Economist, invece, osserva che la decisione cinese di creare una nuova banca multilaterale piuttosto che aumentare la propria influenza in quelle già esistenti riflette l’esasperazione per la lentezza della riforma della governance economica globale e la voglia di mettersi in proprio per gestire da soli lo sviluppo dell’area economicamente più dinamica del mondo. Osserva Schibotto che «la Aiib risponde ad una esigenza estremamente concreta. La necessità di finanziare il processo di modernizzazione del quadrante asiatico. Stiamo parlando della possibile transizione, per oltre un miliardo di asiatici, dalle fasce più povere alla classe media nei prossimi tre o quattro decenni». Si tratta di un’operazione economica colossale, che, «semplicemente, Banca Mondiale e Asian Development Bank non sono in grado di sostenere,  da sole, uno sviluppo economico di questa entità. L’efficacia e la bontà dell’iniziativa di Pechino si nota dalla partecipazione interessata di Paesi che vantano ottime relazioni con gli Usa come  Singapore e Filippine su tutti».