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What Is Bashar al-Assad Thinking?
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When Bashar al-Assad first used chemical weapons, in August 2013, he violated a “red line” that President Barack Obama claimed …

La geopolitica del gas e gli equilibri europei

Barack Obama lascia al continente europeo un’eredità politica scottante, su cui, almeno per il momento, l’amministrazione Trump non sembra interessata a intervenire. La dottrina Obama ha teorizzato – e praticato – l’uscita degli Stati Uniti da quelle aree dove considerava dannoso l’utilizzo diretto della forza per la preservazione del potere e del prestigio americani e lo spostamento degli interessi strategici del paese verso il quadrante Asia-Pacifico.

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Contestualmente, l’Europa ha assistito alla crescita dell’idra jihadista, alla trasformazione in emergenza dei flussi migratori e alla messa in discussione del progetto di integrazione europea (Brexit, progressiva affermazione di partiti anti-europeisti). Dall’ambiente internazionale circostante, d’altro canto, non sono arrivati segnali più tranquillizzanti. I confini dei paesi membri della NATO e dell’UE sono minacciati sempre di più da guerre civili aperte o striscianti (Libia, Siria, Iraq, Ucraina, Caucaso meridionale) e dall’instabilità di medie potenze particolarmente rilevanti per i loro equilibri (Turchia, Egitto). Senza contare che l’impropriamente detta “nuova” Guerra fredda tra Stati Uniti e Russia è stata foriera di rischi e sacrifici per i paesi europei, legati ai primi per la sicurezza militare e alla seconda per quella energetica.

All’interno di un contesto regionale con tali caratteristiche, il problema della sicurezza nazionale appare stretto da un doppio nodo a quello dell’energia. Da un lato, perché i profitti derivanti dalla vendita di gas (e/o di petrolio), così come i risparmi prodotti da una sapiente diversificazione di fornitori e fonti di energia, assumono contorni tanto ampi da risultare cruciali per le possibilità di investimenti nel settore della sicurezza. Dall’altro, perché la destabilizzazione di uno Stato o di intere aree può comportare non solo danni economici, ma anche l’aumento dell’esposizione strategica dei paesi partner, siano essi fornitori o consumatori. Tale interdipendenza è difficilmente superabile, in quanto legata alla struttura particolarmente rigida del mercato del gas rispetto a quello del petrolio.

A causa della spirale di violenza che avvolge il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e in presenza di pochi impianti di rigassificazione nel Mediterraneo, i principali progetti sul tavolo – Nord Stream II, Turkish Stream e TAP – riguardano le pipeline che corrono dallo Spazio post-sovietico verso Occidente.

In questa prospettiva è necessario considerare congiuntamente i progetti Nord Stream II e Turkish Stream, il primo ideato per affiancare il Nord Stream I nel suo percorso dalla costa baltica della Russia fino al porto tedesco di Greifswald, mentre il secondo per connettere la regione russa di Krasnodar alla Tracia turca via mar Nero. I due nuovi gasdotti, infatti, appartengono a uno stesso disegno strategico con cui Gazprom – ovvero il Cremlino – punta a liberarsi dal potenziale di ricatto dei paesi di transito (Bielorussia, Polonia e Ucraina) e dall’onere delle royalty, nonché a garantire forniture dirette e, quindi, più stabili all’Europa centro-occidentale. La realizzazione di questi progetti, tuttavia, presenta alcune rilevanti criticità. Il primo incontra la resistenza degli Stati Baltici e della Polonia, che hanno a più riprese bollato l’intesa tra Mosca e Berlino come una riedizione del patto “Molotov-Ribbentrop” e cercano di far pesare la loro contrarietà nell’ambito delle istituzioni europee. Il secondo, dal canto suo, è soggetto all’andamento dei rapporti russo-turchi, diventati sempre più altalenanti a seguito dell’ingresso delle forze armate russe sullo scacchiere mediorientale (settembre 2015). Turkish Stream, infatti, è stato dapprima chiuso in un cassetto per via dell’abbattimento del cacciabombardiere SU-24 nello spazio aereo tra la Siria e la Turchia, per poi essere rispolverato dopo il fallito golpe in Turchia dello scorso 15 luglio e il precipitare delle relazioni tra Washington e Ankara.

Quali scenari si delineerebbero se i due gasdotti fossero realizzati? La prima e più evidente conseguenza sarebbe il depotenziamento (o l’annullamento) del ruolo dei gasdotti russi che raggiungono l’Europa onshore. L’Ucraina, in particolare, ne farebbe le spese, in quanto i cessanti guadagni del transito dei gasdotti sul suo territorio e il probabile ripristino di prezzi di mercato sulle sue forniture potrebbero generare una nuova stagione di instabilità politica per il paese. Una seconda conseguenza “maggiore” sarebbe l’immediato aumento dell’influenza politica ed economica tedesca sul Vecchio Continente. La Germania diventerebbe il principale hub di Gazprom in Europa e avrebbe per le mani un – ulteriore – efficace strumento di influenza non solo sui paesi dell’Europa orientale, ma anche sulla Francia e l’Austria (non sull’Italia che svolge la stessa funzione per i fornitori della sponda sud del Mediterraneo). Questa evoluzione sarebbe ancor più rafforzata da una terza conseguenza della realizzazione combinata di Nord Stream II e Turkish Stream: la scelta russa di Ankara come principale partner sul versante meridionale. La Turchia sfilerebbe questo ruolo all’Italia, che, invece, sarebbe uscita rafforzata se fosse stata attribuita priorità al progetto South Stream, che le avrebbe permesso di costituire un contrappeso nella dimensione energetica alla Germania all’interno dell’Unione Europea1. Le sorti di quest’ultima, inoltre, dipenderebbero sempre di più dal paese guidato da Recep Erdogan, che negli ultimi anni ha dimostrato un’estrema spregiudicatezza politica nel trattare i molti capitoli rilevanti per la sicurezza del nostro continente (lotta al terrorismo e gestione dei migranti).

Il corridoio meridionale, tuttavia, presenta maggiori alternative rispetto a quello settentrionale. In questo secondo quadrante, infatti, si inserisce anche il progetto TAP, che dalla frontiera greco-turca, attraversando Grecia e Albania, dovrebbe far approdare in Italia il gas azero (collegandosi al TANAP e al South Caucasus Pipeline). Sebbene la capacità del TAP non rivoluzionerebbe gli equilibri energetici del continente, l’Unione Europea gli ha attribuito lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI), secondo le nuove linee guida TEN-E (Trans-European Energy infrastructure). L’obiettivo di Bruxelles, infatti, è garantire la maggiore differenziazione possibile dei fornitori dell’UE, per evitare che si crei una situazione di eccessiva dipendenza del continente rispetto ad alcuni paesi esterni all’Unione. Dal punto di vista dell’Italia, invece, la valenza strategica del TAP è di gran lunga maggiore. Il progetto, infatti, concorre a confermare la sua centralità quale terminale delle forniture che arrivano da sud e da sud-est. L’opposizione di movimenti NIMBY e una campagna mediatica avversa, tuttavia, rischiano di far perdere al nostro paese questo ruolo, tanto che ultimamente è emersa l’ipotesi dello Ionian Adriatic Pipeline (IAP), che porterebbe il gas azero in Europa via Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia2.

I lineamenti generali della partita in gioco sui nuovi gasdotti, seppur sinteticamente delineati, permettono comunque di comprendere l’essenza del – talvolta abusato – concetto di “geopolitica del gas”. Nonostante le sue dinamiche siano state sempre rilevanti per la sicurezza degli Stati europei, oggi più che mai si trovano all’ordine del giorno. La dipendenza energetica dell’Europa, gli interessi dei singoli paesi membri e i loro rapporti di forza, infatti, devono essere letti alla luce di due fattori destinati a modificare gli equilibri emersi sul continente dopo la fine della Guerra fredda: il retrenchment strategico degli Stati Uniti attuato da Obama e confermato – per il momento – da Trump e la rinnovata politica di potenza russa. 

Trump e il triangolo Teheran – Washington – Mosca

E’ alta tensione tra Washington e Teheran, dopo il test missilistico che le forze militari iraniane hanno svolto nei giorni scorsi. Per gli Stati Uniti si è trattata di una grave violazione della risoluzione 2231, che regola i test missilistici dell’Iran in sede dell’accordo sul nucleare stretto con Obama.

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Micheal Flynn, consigliere alla sicurezza della nuova amministrazione Trump, ha espresso contrarietà rispetto al test missilistico iraniano, parlando di “azioni che sottolineano il comportamento destabilizzante della Repubblica Islamica in Medio Oriente”. Dichiarazioni dure che fanno il paio con quelle di Trump, che come oramai d’abitudine ha rilanciato su Twitter il suo pensiero sulle azioni militari iraniane: “i leader dell’Iran stanno giocando con il fuoco. Non apprezzano quanto il presidente Obama sia stato “gentile” con loro. Io non lo sarò!”.

Una tensione che col passare delle ore si è tramutata in un annuncio del Dipartimento del Tesoro americano che promuove nuove sanzioni contro 12 persone e 13 entità iraniane collegate allo sviluppo del programma missilistico. Sanzioni in larga parte annunciate da Trump anche durante la campagna elettorale, nella quale Trump ha spesso accusato l’amministrazione Obama di essere stata troppo accondiscendente al momento della firma dell’accordo sul nucleare.

L’equivoco pre-elettorale

Nonostante i continui attacchi di Trump nei confronti dell’Iran durante il periodo pre-elettorale, a Teheran non erano in pochi a preferire il tycoon rispetto alla sfidante democratica. La parte più conservatrice della politica di Teheran ha sempre visto con occhi critici la Clinton, a causa dell’ambiguità con la quale i democratici si sono approcciati all’Iran nel periodo che ha seguito l’accordo sul nucleare. Se è vero, infatti, che Obama ha dato segno di disponibilità e di doti diplomatiche nel portare a casa un accordo che ha soddisfatto anche la controparte iraniana, l’accusa che è stata mossa ai democratici è quella di aver dato carta bianca al Congresso per impedire il pieno funzionamento dell’accordo, rallentando l’implementazione nelle prime fasi in modo tale da scoraggiare eventuali nuovi accordi economici tra il mondo occidentale e quello iraniano.
Rohani stesso si è sempre dichiarato diffidente verso l’amministrazione statunitense, accusando i democratici di essere inaffidabili e pronti a rinnegare l’accordo. Nella memoria storica delle relazioni con gli Stati Uniti dell’Iran post-1979, il sistema politico iraniano ha un ricordo maggiormente positivo nei confronti del pragmatismo repubblicano rispetto alle presidenze democratiche. Ne sono esempio la soluzione della crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1981, o i rifornimenti bellici ottenuti tramite canali “illegali” statunitensi durante la guerra con l’Iraq (il caso Irangate). Entrambi questi episodi, che dimostrarono un pragmatismo da parte di entrambi gli attori in gioco nel superare lo stallo diplomatico ufficiale, avvennero sotto la presidenza repubblicana di Reagan. Durante la campagna elettorale è capitato spesso ai media iraniani di rievocare un parallelismo storico tra Trump e Reagan.
Un altro motivo per il quale l’apparato più conservatore iraniano sembra aver preferito Trump a Hillary Clinton è rappresentato da un fattore politico interno: un atteggiamento di aperto contrasto, e non di dialogo, nei confronti dell’Iran, permette alla classe dirigente iraniana di continuare a identificare gli Stati Uniti come il “grande Satana”, rafforzando l’immagine del nemico esterno per continuare a ricercare una stabilità politica forte e duratura. Inoltre un rallentamento delle attuazioni dell’accordo sul nucleare permette all’ala conservatrice di Teheran di mantenere un approccio graduale alle riforme economiche interne: molti tra i conservatori rifiutano una drastica apertura dell’economia iraniana al mondo occidentale, temendo la distruzione dell’apparato industriale nazionale.

Il test missilistico e le nuove tensioni

Il 29 dicembre l’Iran ha testato un missile balistico a raggio intermedio, che è esploso dopo aver percorso 600 km prima di rientrare nell’atmosfera terrestre. Il progetto missilistico iraniano evidenzia la voglia di Teheran di consolidarsi a ruolo di attore primario nella regione mediorientale: la ricerca nel campo della tecnologia militare iraniana si sta concentrando su vettori a raggio intermedio in grado di poter colpire i principali avversari dell’Iran nella regione. Gli Stati Uniti hanno accusato la Repubblica Islamica di aver violato la risoluzione 2231, firmata nel 2015, che proibisce all’Iran di effettuare test di missili balistici progettati per portare testate nucleari. L’accordo obbliga l’Iran a non effettuare test per 8 anni a partire dal momento della firma.
Anche altri esponenti della diplomazia europea si sono detti preoccupati e hanno condannato le azioni iraniane: Ayrault, ministro degli affari esteri francese, ha parlato del test come di una “sfida alla risoluzione 2231”; stesse parole pronunciate dal ministro degli esteri tedesco, che ha etichettato il test come “incompatibile con la risoluzione”.
Il punto di vista iraniano sulla faccenda è diametralmente opposto: il ministro della difesa Hossein Dehqan ha spiegato che i test missilistici sono “in linea con il nostro programma di difesa”, e “in linea con le risoluzioni Onu”. Anche Ali Shamkhani, segretario del consiglio nazionale supremo di difesa, ha confermato questa versione, ribadendo che l’Iran non permetterà a “nessun paese o organizzazione” di interferire col programma di difesa nazionale.
A difesa delle azioni iraniane si è schierata la diplomazia russa, dichiarando che i test missilistici non sono i contrasto rispetto alla risoluzione 2231.

Trump, l’Iran e la Russia

Il triangolo di relazioni che si può potenzialmente scatenare tra Washington, Teheran e Mosca è difficilmente inquadrabile. La nuova amministrazione statunitense ritiene le azioni iraniane un pericolo per la propria sicurezza nazionale, e ha ripetutamente criticato il ruolo di Obama nella riapertura del dialogo con la Repubblica Islamica. D’altro canto, uno degli obiettivi principali che Trump ha dichiarato in campagna elettorale (confermato dalla nomina di Tillerson alla segreteria di Stato) è quello del riavvicinamento alla Federazione Russa, a cominciare dalla lotta al terrorismo in Medio Oriente.
L’alta tensione degli ultimi giorni con Teheran non aiuta, e non aiuterà, i futuri rapporti con Mosca. In questo momento l’Iran e la Russia sono legati da una convergenza di obiettivi strategici che difficilmente può essere superata. Entrambe le potenze sono alleate di Assad, e in generale sono impegnate a far ritrovare una stabilità statuale alla Siria. Senza l’aiuto dei pasdaran iraniani difficilmente Assad avrebbe difeso Damasco nel biennio 2013-2014, e senza l’intervento dell’aviazione russa l’esercito siriano non avrebbe potuto effettuare quelle conquiste strategiche che permettono ancora oggi ad Assad di mantenere il potere. L’Iran ha bisogno dell’attuale presidente siriano, e in generale dei buoni rapporti con gli alawiti, per continuare ad avere un collegamento diretto con gli Hezbollah, vero e storico deterrente iraniano nei confronti di Israele. La Russia, storica alleata della famiglia Assad, da una parte ha l’obbligo di mantenere la base navale a Tartus per confermare la capacità di proiezione nel Mediterraneo, dall’altra ha la necessità di evitare una sconfitta militare di Assad, perché vedrebbe la Siria trasformarsi in un hub jihadista di aspirazione globale, e tutto questo geograficamente vicino ai confini della regione del Caucaso (da ricordare il grande numero di ceceni presenti tra le fila del Califfato), spina nel fianco dei governi russi negli ultimi decenni.
Il ruolo “on the ground” degli iraniani, unito all’aviazione e al ruolo dell’intelligence russa in Siria, rendono in questo momento l’alleanza tra Iran e la Russia importante strategicamente per entrambi i paesi. L’alta tensione tra Washington e Teheran non è destinata a scendere, con l’annuncio dell’Iran di nuovi test missilistici e la voglia di Trump di delegittimare politicamente la vecchia amministrazione Obama.
Nell’incontro tra Trump e Putin, programmato per avvenire prima del G20 di Amburgo del 7-8 luglio, i due leader dovranno risolvere in primis il nuovo rapporto degli Stati Uniti con l’Iran, per portare a compimento la convergenza in Siria tanto decantata in clima di campagna elettorale.

Il mondo dopo Obama. Quanto cambia la geopolitica americana con Donald Trump?

Quanto cambia la geopolitica americana con l’ingresso del nuovo inquilino il 20 gennaio alla Casa Bianca? La preoccupazione dilagante è che, con l’arrivo di “The Donald”, prenda forma una sorta di rivoluzione nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo e, quindi, ne muti radicalmente la strategia globale. Ma è davvero così? Per il momento qualsiasi previsione lascia il tempo che trova e presta facilmente il fianco a inesorabili smentite.

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Questo è ancora più il caso di Trump, sia perché tutti i candidati-presidente non appena messo piede nello studio ovale si sono contraddistinti per un divario – talvolta notevole – tra quanto promesso in campagna elettorale e le loro politiche, sia perché rispetto ai suoi predecessori il vincitore della tornata 2016 ha prodotto un programma più “leggero” – e, dunque, più difficile da decifrare con esattezza – sul tema degli esteri preferendo orientare la campagna sul “fronte” domestico. Anche se il nuovo presidente confermasse davvero un approccio “rivoluzionario” alla politica estera americana, bisogna preliminarmente ricordare un dato con cui Trump dovrà confrontarsi. Un uomo da solo non è in grado di generare cambiamenti politici significativi. Soprattutto se si trova alla guida di una superpotenza e se quest’ultima è la più grande democrazia del mondo, dove vige il più potente sistema di checks and balances del potere politico. Ancor più difficile risulta la sua impresa se non solo il suo partito nominale che controlla il Congresso, ma anche alcuni dei ministri che ha incaricato – come il segretario alla Difesa James Mattis – hanno posizioni molto differenti dalle sue su alcuni capitoli cruciali della politica internazionale (Nato, Russia, Iran).

Premesse a parte e ritornando alla domanda iniziale, la visione del ruolo degli Stati Uniti del mondo di Trump è davvero così diversa da quella di Barack Obama? Sicuramente la grammatica dei due presidenti non potrebbe essere più distante e lo stile comunicativo ha dimostrato tutta la sua importanza negli otto anni della presidenza Obama e nella recente tornata elettorale. Altrettanto diverso è il loro background culturale, con Trump che a tutti i costi ricorre a un’immagine spietatamente realista del mondo e sembra mosso dal più calvinista spirito del capitalismo, mentre Obama cerca in ogni modo di avvolgere con un’aurea di utopia la sua visione liberale del mondo (si eviterà in questa sede di spiegare perché, a dispetto delle parole, Obama è stato il presidente americano più realista del dopo Guerra fredda, si veda: foreignpolicy.com/2017/01/03/donald-trump-is-making-the-world-safe-for-dictators/). Infine sulla tattica sembrerebbero – si usa il condizionale in quanto Trump ancora non ha mosso un pedone sullo scacchiere internazionale – fautori di opzioni molto lontane tra loro. Trump non ama il multilateralismo, Obama ne fa la sua cifra distintiva. Trump non crede nel surriscaldamento globale, Obama lo reputa un tema nevralgico per le sorti del mondo. Trump prova empatia con alcuni personaggi politici “scomodi”, Obama li disprezza (anzitutto Putin). Trump crede nella special relationship con Israele, Obama ne considera sacrificabili gli interessi (si veda la recente astensione degli Usa sulla risoluzione dell’Onu che condanna gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania). Trump è contrario all’intesa sul nucleare con l’Iran, Obama la ritiene il suo più importante successo internazionale.

Tuttavia, quando si parla di strategia globale le distanze tra i due si accorciano e l’impatto del temperamento e delle preferenze personali si dissolve nel nulla. Il principale problema di entrambi i presidenti, infatti, è lo stesso, ossia preservare quello che è stato definito il “momento unipolare” (in altre parole, la leadership americana nel mondo). A causa delle conseguenze della crisi economica mondiale del 2007-2008, entrambi devono perseguirlo con meno risorse a disposizione di quante ne hanno avute Bill Clinton e George W. Bush. Quindi la risposta di entrambi è, per il momento, molto simile: l’overstretching (iperestensione degli impegni rispetto alle risorse disponibili) e, di conseguenza, il declino dell’egemonia americana possono essere evitati soltanto attraverso la riduzione degli impegni degli Stati Uniti e concentrando gli sforzi nelle aree vitali per l’interesse nazionale. Al contrario di Clinton e Bush che credevano fortemente all’idea della “nazione necessaria” e l’hanno tradotta concretamente nel deep engagement americano nel mondo, Obama e Trump sono per l’impegno selettivo. All’interno di questa cornice strategica, entrambi hanno individuato la stessa area vitale e lo stesso competitor internazionale per il futuro: il quadrante Asia-Pacifico e la Cina. La decisione di incontrare come primo leader internazionale il premier giapponese Shinzo Abe e la telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fortemente contraria alle politiche di avvicinamento del suo Paese con la Repubblica popolare, si pone in linea con il Pivot to Asia di Obama.

Questo impianto generale ha un duplice corollario condiviso sia da Trump che da Obama: da un lato la convinzione che il rapporto con gli alleati – in particolare quelli europei – debba cambiare, dall’altro l’indisponibilità a intraprendere costose politiche per la promozione della democrazia. Per quanto riguarda il primo, il multilateralismo di Obama, infatti, è distante anni luce dal design di Clinton. Quest’ultimo ha dimostrato la disponibilità americana a coinvolgere sistematicamente gli alleati nelle scelte politiche, ma anche a intervenire ripetutamente in loro aiuto (in particolare, nelle guerre dei Balcani). Obama, al contrario, ha cercato un approccio multilaterale solo quando necessario e chiedendo agli alleati la ripartizione delle responsabilità e dei costi collegati al mantenimento dell’ordine (soprattutto il burden sharing in ambito Nato). Similmente, Trump ha iniziato a interagire con gli Stati europei mostrando disinteresse per la Nato e esigendo una più equa ripartizione dei costi per il suo mantenimento. Per quanto riguarda il tema della democrazia, al di là delle parole Obama ha dimostrato di non credere alla necessità di una sua diffusione per preservare l’ordine americano. Nei suoi otto anni di presidenza ha rinunciato a promuoverla dall’alto (distinguendosi sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush), limitandosi al sostegno – spesso passivo – delle rivoluzioni dal basso (le cosiddette “primavere arabe”). Trump, allo stesso modo, non crede alla politica del regime change, che reputa irrilevante per la difesa dell’unipolarismo, ma a differenza del suo predecessore, non sembra neanche preoccupato dal dover sostenere pubblicamente il contrario (sarebbe stato interessante testare Trump davanti a una crisi come quella che ha portato alla deposizione di un alleato strategico degli Stati Uniti come Hosni Mubarak in Egitto).

Se questo è il quadro generale, dove si collocano le polemiche su Putin, il dibattito sulle sanzioni alla Russia e la denuncia dell’appeasement di cui il nuovo presidente sarebbe alla ricerca? Anche qui occorre fare un salto indietro negli anni, quando ai tempi della sua prima campagna presidenziale Obama prometteva il reset dei rapporti con la Russia, che erano stati messi in crisi dalle politiche aggressive dell’amministrazione Bush. La storia, successivamente, ci ha detto che la propensione a un approccio cooperativo, unita all’indisponibilità a utilizzare la forza, ha reso la Russia più aggressiva e innescato quella spirale di tensione considerata da molti osservatori come una “nuova” Guerra fredda. Il presidente neoeletto, con parole e atteggiamento molto diversi, fa sostanzialmente la stessa promessa: resettare i rapporti con Mosca. Questa volontà è stata motivata, sia nel caso di Obama che di Trump, da una riflessione comune: è inutile sperperare energie per contrastare un finto competitor come la Russia, quando è necessario mobilitare quante più risorse possibile per contenere il vero sfidante del futuro, la Cina. Una differenza esiziale su questo tema, tuttavia, intercorre tra i due. Obama pensava di trovare un accordo con la Russia, ma credeva anche possibile ottenere un suo ritorno alla condizione e alla modalità d’interazione con essa dei tempi di Boris Jeltsin. Trump, viceversa, è disponibile a uno scambio: gli Stati Uniti accettano il primato russo sullo Spazio post-sovietico e su alcuni territori ad esso immediatamente limitrofi, così come la natura non democratica dei Paesi inseriti in quest’area, per ottenere in cambio dalla Russia la rinuncia a contestare l’ordine americano e a collaborare con la Cina al suo abbattimento.

Le due grandi incognite della presidenza Trump, sotto cui si potrebbero celare i più profondi elementi di discontinuità con il predecessore, sembrano oggi: 1) quale sarà l’approccio al problema dell’Isis? Sebbene Trump non consideri cruciale il Medio Oriente Nord Africa, la sconfitta dello Stato Islamico è fondamentale sia per la sicurezza nazionale che per l’immagine della superpotenza; 2) Fino a che punto il neopresidente porterà avanti la svolta protezionista in campo economico tanto promessa? Così facendo, però, metterebbe in discussione settanta anni di politiche orientate all’espansione dell’interdipendenza economica per consolidare la centralità americana nel sistema internazionale. Per rispondere a queste domande, tuttavia, dobbiamo aspettare almeno quattro anni.

 

Lo stile comunicativo di Donald Trump – Marica Spalletta

Con l’avvicinarsi del 20 gennaio, giorno in cui ci sarà l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, abbiamo chiesto un commento a Marica Spalletta, professoressa di Media e politica alla Link Campus University, sullo stile comunicativo di Trump. Da sfidante a presidente, come è riuscito il tycoon a convincere gli americani.

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Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues

Nel quadro dell’edizione 2016 dei Mediterranean Dialogues, che si sono svolti a Roma dal 1 al 3 dicembre, è intervenuto anche Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa. In un breve intervento ha illustrato alcune delle intenzioni della Russa per quanto riguarda l’area del Mediterraneo allargato, specificando che per avere un’idea più completa della politica della Federazione è sufficiente conoscerne la storia e la geografia.

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In particolare Lavrov si è soffermato sulla situazione in Siria, esternando la sua contrarietà verso la politica degli Stati Uniti, che ha più volte rimproverato per l’esito delle loro azioni in Libia. Azioni che hanno condotto ad un vuoto di potere dopo la caduta di Gheddafi e al caos che ne è derivato, una situazione che la Russia preferirebbe evitare di creare anche in Siria, un paese che ha definito cruciale. Ha poi insistito sull’importanza di iniziare al più presto dei negoziati tra tutte le parti del conflitto con lo scopo di raggiungere un compromesso politico di cui possano beneficiare tutti.

Un altro motivo di rimprovero agli Stati Uniti è stata la liberazione nel 2004 di al-Baghdadi dal campo di prigionia di Camp Bucca nel sud dell’Iraq, a seguito della quale l’autoproclamato Califfo si è recato in Siria per combattere con al-Nusra e per diventare poi il leader dello Stato Islamico. In seguito a questo episodio, Lavrov ha fatto capire come la Russia non accetti lezioni dagli Stati Uniti.

Ma la dichiarazione più importante del Ministro è stata quando, interrogato sui due principali problemi internazionali che riguardano la Russia, ossia la Crimea e l’Ucraina, Lavrov ha liquidato la prima affermando come non sia affatto un problema internazionale bensì territorio nazionale russo a tutti gli effetti, come ha confermato anche l’esito del referendum.

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti

Donald Trump sarà il Presidente degli Stati Uniti d’America. Al contrario di quanto previsto da tutti i media, la Clinton è stata sconfitta con un distacco nettissimo. Ed è chiara una cosa: bisogna ripensare ogni categoria politica con la quale siamo stati accompagnati negli ultimi mesi e anni. La Brexit ci ha già insegnato che le nubi nere prefigurate dallo scenario di uscita della Gran Bretagna dall’euro non sono poi così nere. E forse – e in questo andiamo volutamente controcorrente – il diavolo Trump non sarà così nefasto per gli Stati Uniti.

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti - Geopolitica.info

Nella scelta democratica dell’elettorato, che ormai non più essere incanalata con fare sprezzante nell’ottica della becera pancia, o almeno non possiamo più limitarci a questa, gli elementi a favore del vincitore e a sfavore della sconfitta sono stati moltissimi, a partire dall’attenzione del primo alle tematiche sulla gestione interna del Paese secondo il motto America First, per finire con gli argomenti di politica estera. In quest’ultimo aspetto, non può non aver inficiato negli scarsi risultati della Clinton il suo passato come Segretario di Stato, i disastri in Libia e in Medio Oriente causati dalla sua gestione, i suoi legami coi poteri forti dell’establishment del Presidente uscente, i chiaroscuri del mailgate, sotterrato negli ultimi giorni di campagna elettorale.

Gli americani hanno preferito eleggere un Presidente che ci è stato dipinto come impresentabile – e per molti versi certamente lo è – ma che adotterà paradossalmente una politica estera probabilmente più cauta della Clinton. Trump forse erigerà il muro anti immigrazione al confine col Messico, e questo è stato un argomento che lo ha favorito enormemente negli Stati coinvolti, ma eviterà i risultati nefasti che ha prodotto la Clinton in termini di Primavera Araba, di caos libico, di espansione del Califfato e di generale incertezza internazionale, come è stato per gli ultimi otto anni con Obama. Trump, invece, oltre ad aver concentrato le sue energie propagandistiche sulle questioni domestica, offrendo la prospettiva di un’America che tornerà a essere grande, ha fornito un diverso sguardo sui rapporti con la Russia di Putin, il quale in Medio Oriente sta svolgendo il ruolo da protagonista.

In questo i media internazionali, che tanto hanno vituperato il prossimo presidente USA, hanno toppato nuovamente, screditando Trump con un argomento presentato in modo infantile: mostrarlo come il burattino di Putin, la pedina in mano al presidente russo è stato un errore doppio. Primo perché si tratta di una visione distorta, che l’elettorato ha evidentemente percepito come tale, falsificata. Secondo perché l’ammirazione di Trump verso Putin non ha fatto che rafforzare la posizione del candidato repubblicano. Gli americani hanno evidentemente preferito la garanzia di rapporti fluidi con una controparte come quella russa, nell’attuale scenario internazionale, piuttosto che frizioni ulteriori, foriere di instabilità politica internazionale dall’eventuale elezione della Clinton. Che in questo è stata già testata.

E ancora una volta i sondaggi hanno mostrato le falle sistemiche che derivano anche da un teatro mediatico impallato e incapace di leggere i fenomeni politici esistenti e in divenire.