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Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese

Un recente articolo su Foreign Affairs ha riacceso il dibattito sulle possibilità di un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Cina. Un valido punto di partenza per analizzare la questione è un documento strategico cinese rilasciato dall’Accademia delle Scienze Militari dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel 2013. Concepito come pubblicazione interna, “Science of Military Strategy 2013” (SMS-13) è stato, poi, ottenuto e divulgato dalla Federation of American Scientists, permettendo di avere un quadro molto più dettagliato del dibattito strategico e della dottrina nucleare cinese.

Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese - Geopolitica.info © Photo: Feng Li/Getty Images

Il dibattito sulle implicazioni strategiche di questo documento è articolato e in questa sede si semplificheranno temi e posizioni. Riassumendo, da una parte, alcuni esperti convengono che il documento non introduce novità considerevoli nella strategia nucleare della RPC. Dall’altra, alcuni analisti ne sottolineano il carattere innovativo e i rischi connessi, soprattutto se associati alla modernizzazione nucleare in corso in Cina.

In effetti, il documento conferma l’adesione alla politica del No First Use (NFU) ribadendo la natura difensiva della capacità nucleare di Pechino e ribadisce il limitato ruolo del nucleare nella strategia militare cinese. SMS-13 si inserirebbe, quindi, nel lungo solco della dottrina nucleare della RPC, rimasta sostanzialmente invariata nei decenni e il cui deterrente è stato definito “minimo”, “di auto-sufficienza”, “ridotto ma efficace”, “esistenziale”. Ne conseguirebbe che, data la politica del NFU, Pechino non utilizzerà l’arma nucleare:

  • per colpire o minacciare uno stato non nucleare,
  • in seguito ad un attacco convenzionale contro la Cina.

Per rimanere efficace, quindi, il deterrente cinese si dovrebbe “limitare” ad assicurare un second strike contro uno stato nucleare che abbia già attaccato: un nemico intenzionato ad attaccare nuclearmente la Cina, mirerebbe ad inibirne la capacità di risposta nucleare e a neutralizzarne, quindi, la deterrenza colpendo le piattaforme di lancio. Pechino, allora, dovrebbe impiegare (e impiega) tecniche che aumentino le chances di sopravvivenza tramite occultamento della forza missilistica strategica, sistemi anti-missile e maggiore mobilità delle piattaforme.

Anche sul lato della progettazione dei vettori e degli ordigni, il NFU ha determinato alcune conseguenze rilevanti. Un deterrente minimo come quello cinese non dovrà coprire il vasto spettro di opzioni di quelli americani o russi e non dovrà dimostrare un elevato livello di precisione e accuratezza. Per dirla con le parole di Zhang Aiping, Ministro della Difesa cinese negli anni ’80 e figura chiave della transizione strategica avviata dalla leadership di Deng Xiaoping: «Alla Cina non serve raggiungere un’eccessiva precisione degli strike. In caso di conflitto con l’URSS, infatti, non penso faccia troppa differenza se un missile intercontinentale cinese colpisca il Cremlino oppure il Teatro Bol’šoj». Mutatis mutandis, il principio sarebbe da impiegare oggi per gli Stati Uniti».

 

La radice storica dell’atomica cinese è da ricercare nell’esperienza traumatica delle crisi dello stretto di Taiwan

 

Alcuni analisti hanno, però, sottolineato la novità di alcuni passaggi contenuti in SMS-13 chiedendosi se alcune innovazioni non possano determinare scenari meno chiari e nitidi. Il documento, infatti, prevede la possibilità di un preemptive strike cinese in caso di imminente impatto nucleare contro la Cina. Questa postura launch-on-warning se da una parte può essere considerata in linea con il NFU, dall’altra prospetta un ambiente strategico meno limpidotrasparente.

Oltre ai possibili errori nell’individuazione e nel tracciamento di un attacco nucleare (vedere alla voce Stanislav Petrov o alla voce Incidente del missile norvegese), sono gli stessi sistemi utilizzati per l’early warning strategico che creano alcune complicazioni. Prendiamo il caso dei satelliti ed elaboriamo uno scenario futuro non improbabile. Un conflitto locale (Taiwan? Mar Cinese Meridionale? Mar Cinese Orientale?) spinge gli USA a neutralizzare i sistemi in orbita utilizzati da Pechino tra le altre cose anche per l’intelligence navale. Se il satellite fosse destinato anche per l’early warning strategico, tale evento potrebbe essere letto sia come una manovra con scopi limitati che come un preludio ad uno strike nucleare contro il territorio cinese. La soglia nucleare verrebbe drasticamente abbassata e i rischi di escalation connessi aumenterebbero esponenzialmente.

La lettura di SMS-13 andrebbe, allora, integrata con il testo “Science of Second Artillery Campaigns 2004” dell’allora Secondo Corpo d’Artiglieria (oggi Forza Missilistica dell’EPL) da molti, invece, considerato un bluff per indurre dubbio e confusione. Il documento riporta che un attacco nucleare cinese sarebbe da considerare possibile, non solo dopo un first strike nucleare nemico, ma anche dopo la semplice minaccia di esso, in seguito ad un attacco convenzionale contro impianti nucleari (con conseguente pericolo di radioattività) o contro «importanti obiettivi strategici cinesi», in caso di bombardamento convenzionale prolungato e ad alta intensità da parte di un attore più forte (sia convenzionalmente che strategicamente) che causino danni insostenibili.

Il crescendo di tensioni e attriti in merito allo status quo dell’Asia orientale non facilita la relazione strategica tra Washington e Pechino. Inoltre, l’architettura regionale di sicurezza fortemente dipendente dagli USA (hub-and-spoke) se da una parte è funzionale agli interessi di Washington, dall’altra rischia di tirare gli Stati Uniti nel mezzo di crisi in cui la sicurezza nazionale non è minacciata. Un impegno comune verso un sistema di confidence- and security-building measures, di hotline più stringenti al massimo livello decisionale e di maggiore trasparenza strategica potrebbe portare benefici ed evitare crisi nei prossimi anni, nonostante la relazione strategica sia turbata dalla tradizionale dinamica della potenza in ascesa.

 

L’ultimo mese segna il punto più basso delle relazioni tra Cina e USA dall’insediamento dell’Amministrazione Trump

 

America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale

Esistono libri che prima ancora che ben scritti, risultano essere utili. Utili per orientarsi in un mondo in continuo movimento, nel quale le dinamiche d’Oltreoceano finiscono inevitabilmente per riflettersi anche sul continente europeo.

America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale - Geopolitica.info

E’ il caso del libro “America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale”, (Eclettica Edizioni), del giovane giornalista de Il Giornale Edoardo Cigolini. Il testo, snello ma con capitoli dettagliati e puntuali, prende spunto dal reportage dell’autore per conto de Il Giornale – Gli Occhi della guerra in quell’America lontana dallo sguardo dei media, ma “autentica”.

Nove stati (D.C., Virginia, West Virginia, Tennessee, Alabama, Georgia, South Carolina, North Carolina e Illinois) in grado di far toccare con mano a Cigolini la realtà statunitense, ed intervistare esponenti della cosiddetta Alt-Right (la nuova destra “alternativa” a stelle e strisce), minatori, professionisti, studenti, veterani, e figure di primo piano della comunità italo-americana. “Quello che ho portato a casa – racconta l’autore – è stata la percezione di un paese afflitto da profonde tensioni interne. In West Virginia muoiono 52 persone per overdose ogni 100mila abitanti (in Italia sono appena 8 ogni milione). Intere zone delle metropoli sono in mano a gang afroamericane o ispaniche, con tassi di omicidi superiori a quelli di un paese in guerra. E nelle piazze sono sempre più frequenti gli scontri tra Alt-Right ed estremisti di sinistra”.

Proprio l’Alt-Right è una delle “colonne” del libro. Tre dei nove capitoli sono dedicati alla nascita, allo sviluppo, ed alle prospettive future di un movimento variegato, ma capace di contribuire in maniera decisiva alla vittoria elettorale di Donald Trump. L’esponente più in vista di questa nuova “destra alternativa” è Steve Bannon, l’ex stratega di The Donald, giunto ora in Europa con il dichiarato intento di far tremare l’UE e dar vita ad una sorta di “internazionale populista”. “Bannon – spiega Cigolini – è una figura complessa, della quale in Italia si conosce poco o nulla. Visti però i suoi progetti per il vecchio continente, ritengo meriti di essere approfondito. Il sistema americano preso (e imposto) come modello in tutto il mondo, sta mostrando sempre più il suo vero volto, fatto di degrado e di tensioni sociali.

Se Donald Trump riuscirà a invertire la rotta e riportare gli Stati Uniti ai fasti di un tempo, o invece, si dimostrerà un fattore in grado di accelerare la corsa degli Usa verso l’implosione, potrà dircelo soltanto il tempo. Quello che però sarebbe bene ricordare, come europei, è il fatto che ognuno al mondo gioca la propria partita. E non è detto che il declino statunitense sia da considerare per forza come una cattiva notizia”.

Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari

L’avvento degli armamenti ipersonici sullo scenario internazionale promette di incrinare profondamente l’attuale equilibrio strategico tra Stati Uniti, Cina e Russia basato sulla deterrenza dei rispettivi arsenali nucleari. I missili ipersonici si inseriscono nell’emergente categoria delle cosiddette “armi strategiche non-nucleari” in grado di superare potenzialmente qualsiasi attuale sistema di difesa. Quali saranno le conseguenze della nuova corsa alle armi per il futuro della sicurezza internazionale?

Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari - Geopolitica.info

La tecnologia ipersonica si presenta in ambito militare come una rivoluzione nella conduzione dei futuri conflitti armati. In particolare, i missili ipersonici rappresentano la “punta di diamante” delle cosiddette armi strategiche non-nucleari. Sotto quest’ultima categoria vengono generalmente compresi tutti gli armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio. Da una parte, il valore strategico dei missili ipersonici è comparabile a quello dei tradizionali missili intercontinentali nucleari (ICBM), tanto che, come sottolineato da Acton, in alcuni ambienti militari si è pensato alla sostituzione progressiva degli arsenali nucleari con missili convenzionali ipersonici. Dall’altra parte, tra le due categorie di armamenti intercorrono decisive differenze che contribuiscono a rendere la tecnologia ipersonica un “game-changer” nella stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e una criticità su cui dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione della comunità internazionale.

Lo sviluppo di armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio fu considerato dagli Stati Uniti quando, durante la fine della Guerra Fredda, la precisione dei missili intercontinentali migliorò al punto di non dover necessariamente fare affidamento sulla potenza di una testata nucleare per colpire un obiettivo a grandi distanze. Nel 2003 gli Stati Uniti diedero inizio allo sviluppo del programma Conventional Prompt Global Strike (CPGS) prefiggendosi l’obiettivo di acquisire la capacità di “colpire qualsiasi punto del globo in meno di un’ora di tempo”: lo sviluppo dei missili ipersonici costituisce tutt’ora la tecnologia che risponde in modo ottimale a questa esigenza. Cina e Russia sono gli altri Stati che perseguono in maniera consistente la tecnologia ipersonica militare e le uniche potenze concorrenti agli Stati Uniti in questo campo. È previsto che gli armamenti ipersonici a lungo raggio saranno operativi tra il 2020 e il 2025.

A differenza degli esistenti missili balistici, i missili ipersonici sono quelli che potranno raggiungere e mantenere velocità a regime ipersonico (tra i 5,000 e i 25,000 km/h, all’incirca fino a 20 volte la velocità del suono); non seguono una traiettoria di volo balistica ma prevalentemente orizzontale; possiedono una notevole manovrabilità che gli consente di cambiare bersaglio fino agli ultimi istanti di volo. Queste caratteristiche permettono ai missili ipersonici di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa e, se individuati, di comprimere notevolmente i tempi di reazione degli organi decisionali di uno Stato. Inoltre, se per quanto riguarda i missili balistici armati con testata nucleare esistono vari trattati internazionali che ne limitano sia la proliferazione che lo sviluppo (in particolare, New START; Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty; Missile Technology Control Regime), per i missili ipersonici convenzionali non esiste alcun trattato internazionale che imponga una limitazione allo sviluppo o all’uso di tali armamenti.

Le caratteristiche tecniche dei missili ipersonici e il “vuoto” giuridico in cui si pongono hanno favorito quella che ormai si può definire una repentina corsa alle armi in questo ambito che plasmerà gli equilibri della sicurezza internazionale nella prossima decade. Infatti, gli Stati non dotati di armamenti ipersonici saranno portati ad acquisirli, in quanto si troverebbero in una situazione di netto svantaggio strategico rispetto agli Stati già in possesso degli stessi. Questo scenario riguarda in primis Stati Uniti, Cina e Russia, la cui stabilità strategica, fondata largamente sui rispettivi arsenali nucleari, verrebbe rivoluzionata qualora uno di questi Stati si dotasse di un cospicuo arsenale di missili ipersonici convenzionali. Infatti, essendo in grado di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa (cosiddetti Anti-Access/Area Denial Systems), un attacco con missili ipersonici è in grado di distruggere i siti di lancio dei missili intercontinentali nucleari e i centri di comando e controllo ostili, “disarmando”, in un brevissimo lasso di tempo, lo Stato che subisce l’attacco. Inoltre, anche nel caso in cui lo Stato colpito mantenga intatta una parte dell’arsenale nucleare si porrebbe il fondamentale ostacolo, giuridico e politico, di rispondere ad un attacco convenzionale con un contro-attacco nucleare. Infatti, una delle peculiarità delle armi strategiche convenzionali, e quindi dei missili ipersonici, è quella di essere “più facilmente utilizzabili” rispetto alle armi strategiche nucleari, poiché non creano gli stessi effetti negativi, in termini materiali e politici, determinati dall’uso di armi atomiche.

Non a caso, quindi, Stati Uniti, Cina e Russia possiedono la tecnologia ipersonica militare allo stadio più avanzato; seguono la Francia, l’India e l’Australia. Inoltre, si inseriscono in questo scenario numerosi centri accademici che fanno assumere una dimensione internazionale alla ricerca scientifica in questo campo. Infatti, la tecnologia ipersonica è caratterizzata da un uso duale, ossia può essere utilizzata per scopi sia civili sia militari, che contribuisce alla diffusione di tale tecnologia. Ciò potrebbe portare a ripercussioni geopolitiche negative qualora uno Stato acquisti tecnologia ipersonica per scopi civili, per esempio nell’ambito dell’aviazione civile e commerciale, ma successivamente cambi intenzione e la adoperi per scopi militari.

In effetti, oltre alle incognite per la futura stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, l’incontrollata proliferazione di armamenti ipersonici si presenta come una rilevante criticità. La diffusione di questi armamenti darebbe la possibilità anche alle forze armate meno avanzate o a gruppi paramilitari di minacciare le maggiori potenze o le potenze regionali, contribuendo alla destabilizzazione di intere aree del globo. Dall’altra parte, è da tenere in considerazione invece una proliferazione mirata, ossia la cessione di armamenti ipersonici ad alcuni Stati per il solo fine di bilanciare (o ribaltare) gli equilibri militari in alcune aree. Un esempio di queste dinamiche, come sostenuto da Speier e Nacouzi, è rappresentato dalla recente esportazione del missile CM-400AKG da parte della Cina al Pakistan a fronte della cooperazione Russo-Indiana per la realizzazione del missile ipersonico Brahmos 2.

Nel futuro più prossimo il dilemma più importante riguarderà la revisione della stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, poiché l’avvento delle armi ipersoniche renderà la deterrenza fondata sui missili balistici nucleari e sugli esistenti sistemi di difesa anti-missile sempre più complessa. Come fanno notare alcuni analisti, ciò dovrà avvenire attraverso la conclusione di un trattato di non proliferazione degli armamenti ipersonici e l’istituzione di strumenti internazionali di controllo sulle esportazioni di tecnologia ipersonica. Inoltre, il nuovo equilibrio dovrà essere riscritto tenendo in considerazione che, in base alla teoria delle relazioni internazionali ed in particolare al cosiddetto “dilemma della sicurezza”, è più facile costruire e sostenere una stabilità basata sulla presenza di armi in funzione difensiva piuttosto che sulla presenza di armi in funzione offensiva, quali i missili ipersonici.

Dinanzi alle numerose incognite sembra potersi affermare con certezza che nei futuri conflitti armati prevarrà chi saprà “muoversi” a velocità ipersoniche.

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale?

Le notizie sulla crescita economica cinese, sia pur rallentata da squilibri macroeconomici, indebitamento complessivo e “guerra commerciale” con gli Usa, confermano sostanzialmente la portata dei risultati conseguiti dal Presidente Xi Jinping sul piano interno nel consolidare il sistema di potere guidato dal Partito Comunista Cinese. Un potere sempre più accentrato nella figura di un Presidente ormai svincolato da termini di mandato e, apparentemente, da qualsiasi apprezzabile forma di opposizione interna. 

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale? - Geopolitica.info

La trasformazione “neo imperiale” della potenza cinese avvenuta in questo decennio muta radicalmente i presupposti sui quali si erano basate le politiche americane e europee dall’inizio della Presidenza Clinton. Lo sviluppo prodigioso dell’economia cinese e i successi registrati – sia pure con le carte spesso truccate della sottrazione illegale dei dati a aziende e ricercatori occidentali – in campo scientifico e tecnologico (intelligenza artificiale, quantum computing, spazio e armi di ultimissima generazione) sono stati indotti e sostenuti da una globalizzazione con vantaggi pesantemente unidirezionali per la Cina.

Ancora sino a primi anni duemila, ad esempio, quando Pechino vantava un’economia già tre-quattro più volte grande della nostra, e con tassi di sviluppo almeno quadrupli, la Cooperazione allo Sviluppo italiana ancora elargiva finanziamenti a dono e crediti di aiuto all’industria cinese, mentre le nostre aziende sul mercato cinese lottavano con difficoltà di ogni tipo ingigantitesi nel marketing, nel recupero dei crediti soprattutto dagli enti statali, nella tutela della proprietà intellettuale. Ciononostante sembra prevalere nel dibattito che si sta sviluppando nel nostro Paese sui grandi temi della BRI, della Via della Seta e in generale sul rapporto tra Europa e Cina una tendenza all’accoglienza entusiastica e incondizionata alle tesi di Pechino che magnificano i grandi vantaggi dei finanziamenti cinesi, la visione di una globalizzazione guidata Pechino, e persino la “superiorità” del modello sociale, politico e dell’ideologia cinese rispetto allo Stato di Diritto occidentale. Abbiamo persino ascoltato,  in alcuni dibattiti dello scorso agosto, personalità politiche di grande esperienza di Governo e nelle Istituzioni Europee, che dovrebbero quindi essere particolarmente sensibili nell’affermare lo Stato di Diritto e i principi della democrazia liberale nel mondo – come scritto nei Trattati europei – ripetere come verità rivelata che BRI e Via della Seta costituiscono “il Piano Marshall” di questo primo secolo del millennio, riprendendo pedissequamente gli argomenti e la propaganda di Pechino.

Ciò dovrebbe preoccupare quanti dovrebbero essere sensibili alla contrapposizione valoriale, in termini di libertà e di dignità della persona, tra l’impostazione sostenuta alla fine del secondo conflitto mondiale dal Segretario di Stato Marshall e il “pensiero unico” affermato da Xi Jinping e dalla sua classe dirigente. Le recenti missioni in Cina del Sottosegretario Geraci e del Ministro Tria, e da ultimo del Vice Primo Ministro Di Maio, si sono concluse con enfatiche dichiarazioni sui vantaggi di possibili acquisizioni cinesi in comparti strategici, nelle reti di trasporto e nelle alte tecnologie, nonché di interventi di Pechino sul nostro debito pubblico. Accenno, quest’ultimo, che ha dovuto essere poi immediatamente rettificato perché aveva causato l’aumento, nei mercati, dei tassi di interesse del nostro debito pubblico e dello spread.

Questa tendenza non è purtroppo nuova nel mondo politico e imprenditoriale italiano. C’è troppo spesso l’ansia di dimostrare di “essere i primi” nel cogliere facili opportunità in mercati estremamente complessi, e in paesi dove regole del mercato, rispetto degli investitori stranieri, parità di trattamento e reciprocità passano sempre dopo, molto dopo, le priorità di un interesse nazionale interpretato in chiave marcatamente ideologica, nazionalista e persino “militarista”. Molti imprenditori si rendono ora conto dell’errore commesso nel credere agli appelli dell’ex PdC Renzi per valorizzare l'”Eldorado iraniano”. In misura ancor più macroscopica tutto rischia di ripetersi a proposito degli investimenti cinesi e delle strategie di Pechino in Occidente. Per il momento il dibattito in Italia sulle preoccupazioni che essi sollevano non sembra ancora iniziato, o per lo meno non ha prodotto i risultati concreti e le riflessioni sulle misure da adottare che invece stanno emergendo a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Madrid, Londra.

Trump, Macron, Merkel, May, le categorie imprenditoriali dei settori maggiormente “a rischio” di acquisizione cinese, così come ampi strati dell’informazione americana e dei principali Partner UE manifestano serie preoccupazioni e stanno predisponendo misure di tutela dei propri interessi nazionali.

Non dovrebbe l’Italia, con la necessità assolutamente vitale di tutelare il “Made in Italy” nelle imprese strategiche oltre che nei beni di consumo e nei servizi, dimostrarsi ben più sensibile al proprio interesse nazionale e alla esigenza di una oggettiva valutazione della “questione Cinese”? Si tratta di una narrativa sulla quale influiscono enormi interessi economici, pubblici e privati, di sicurezza, di influenza, di visione geopolitica, di tutela delle libertà, di privacy e sicurezza nella “rete”, di attaccamento a valori fondamentali – Stato di Diritto,  libertà politiche e diritti umani – che ogni Europeo dovrebbe sentirsi ad ogni costo impegnato a affermare.  Ciò dovrebbe in particolare valere ai “tavoli” delle trattative multilaterali dove Governi e Istituzioni Europee decidono, regole, comportamenti e composizioni di interessi nazionali su questioni di vitale importanza per i loro popoli.

Non è stato raro ascoltare e leggere nelle discussioni estive sulla BRI che questo primo secolo del Millennio debba ineluttabilmente essere “Cinese”: non soltanto per l’Asia, ma anche per l’Eurasia, e quindi per noi tutti. La grande massa geopolitica che si estende dalle steppe dell’Asia centrale attraverso Caucaso e Urali sino al Grande Mediterraneo e alle regioni Atlantiche dovrebbe, secondo alcuni “maitres à panser” di Pechino, progressivamente slittare verso la sfera di influenza cinese, alternativa a quella sinora a guida americana. Xi Jinping fa poco o nulla per ridimensionare queste ambizioni. Al contrario, il Presidente Cinese non perde occasione per sottolineare come la BRI sia “il progetto del secolo” e il “regalo della saggezza cinese allo sviluppo del mondo”.

Su questo sfondo le iniziative diplomatiche, commerciali, finanziarie e militari di Pechino stanno acquisendo un “crescendo” nel quale hanno trovato perfetta collocazione la grande esercitazione militare russo cinese di fine estate – con trecentomila soldati, mille carri armati, centinaia di aerei e comandi integrati russo cinesi – e gli ormai continui e entusiastici incontri tra Putin e Xi. I due leader si riservano il privilegio di chiamarsi “i migliori amici” l’uno per l’altro: plateale e ricercata santificazione che entusiasma anche taluni, non sempre disinteressati, esegeti del pensiero cinese e dei valori euro-asiatici.

I motivi per vederci chiaro, prima di correre

Molti commentatori occidentali hanno rilevato la notevole opacità, probabilmente voluta, della strategia di Pechino. Se “road” sembra riferirsi essenzialmente a vie d’acqua, e “cintura” a infrastrutture tra Cina e Europa che colleghino ferrovie, strade, telecomunicazioni – importantissima nel progetto cinese la dimensione Cyber – sono certamente molti i paesi e Governi asiatici, mediorientali e africani, e non pochi i politici e gli imprenditori europei, ansiosi di accogliere finanziamenti cinesi “senza condizioni”: negoziati con metodi e interlocutori spesso assai disinvolti sotto il profilo della lotta alla corruzione, delle garanzie di sicurezza sociale e dei diritti dei lavoratori. Le considerazioni di natura economica, pur problematiche sotto diversi profili, assumono colori ancor più inquietanti ove si consideri invece che il disegno di Pechino faccia parte di un progetto geopolitico per il “nuovo ordine mondiale” nel quale la Cina intenda assumere il ruolo di Superpotenza dominante. Un progetto che viene da lontano, ma che assume ora una sua marcata assertività in dichiarazioni, documenti, iniziative diplomatiche e militari, oltre che commerciali e finanziarie, della Cina di Xi Jinping.
Questa ultima ipotesi diventa ancor più realistica a causa dell’opacità del gigantesco impegno finanziario ostentato da Pechino in una quantità di occasioni. Qual é il “blueprint” della BRI e della Via della Seta, ci si chiede in Occidente e in molti paesi interessati dell’Asia, dell’Africa e del Medio-Oriente? Quali sono i motivi dei continui ampliamenti che Pechino propone ai suoi orizzonti, dall’iniziale contesto Eurasiatico e Africano (“Vie della Seta” terrestri e marittime) a quelli della “Via della Seta nel Pacifico”, della ” Via della Seta sul ghiaccio” nell’Artico e ora della “Via della Seta digitale” attraverso lo spazio cyber?
Le preoccupazioni aumentano quando si constata che la BRI si lega a un ormai definito “culto della personalità” di Xi. La stampa cinese ha ribattezzato l’iniziativa “cammino di Xi Jinping”. Si sollecitano apprezzamenti dei Governi stranieri, così da farli rimbalzare nella martellante propaganda interna.

Esperienze

Un’analisi delle strategie e intenzioni di Pechino deve anzitutto riguardare i rapporti con i Paesi vicini. Gran parte dell’Asia deve ora riconoscere che il gigante cinese non può essere visto soltanto come un partner commerciale. Con la ricchezza e il successo si è diffusa la capacità di attrazione del modello cinese. Ciononostante sono numerose le riserve e non di rado le nette opposizioni a seguire i “desiderata” di Pechino: perfino da parte di Paesi come il Myanmar, considerati per decenni sottomessi politicamente e economicamente alla Cina. Nel 2011 le proteste popolari contro l’allagamento di villaggi e la distruzione dell’ecosistema per fornire elettricità al grande vicino attraverso un sistema di dighe sull’Irrawaddy avevano ucciso l’insano progetto. Si discute ora di quale vero interesse abbia il Myanmar alla realizzazione del porto di Kyaukphyu nel Golfo del Bengala, con annessa “Zona Economica Speciale”, all’astronomico costo di 7.3 Mld $. CITIC, finanziato da un conglomerato dello Stato cinese che avrebbe una quota del 70% e la gestione per cinquant’anni. Il porto sarebbe di enorme valore per la Cina: darebbe accesso al mare all’importante Provincia dello Yunnan e consentirebbe alla flotta mercantile e militare cinese di svincolarsi dallo Stretto di Malacca. Lasciano però molti dubbi le modalità di rimborso del prestito cinese per finanziare il 30% della quota birmana. Tutti conoscono infatti quanto avvenuto solo lo scorso anno con il finanziamento cinese per il Porto di Hambatota in Sri Lanka, passato direttamente in mani cinesi con 69 Kmq di territorio circostante perché, nel giro di pochissimo tempo, il Governo locale non è più stato in grado di onorare il servizio del debito. L’interesse birmano a realizzare il progetto di Kyaukphyu è assai discutibile, data la sua lontananza dalla regione di Yangoon, vero centro economico del Paese. Ma ora l’insistenza di Pechino decuplica, dato che Myanmar viene posta dagli strateghi di Pechino proprio sulla ” Via della Seta Marittima del 21° secolo”.

L’indeterminatezza progettuale delle diverse “Belt and Road” terrestri e “Silk Road” marittime sembra fatta apposta per sostenere la proiezione globale della potenza economica e militare cinese. Essa riecheggia un documento elaborato 13 anni fa dal People’s Liberation Army sulla “collana di perle” intesa a collegare la Cina a sue basi militari anche molto lontane dalla massa continentale, ma tra loro ben coordinate. Ne è buon esempio la nuova base navale cinese nel Pacifico meridionale, a Vanuatu, a 1.900 Km da Brisbane. I termini del contratto di finanziamento sono, come di consueto, tutt’altro che rassicuranti. Si tratta di un prestito quindicennale al tasso del 2.5% stipulato da Vanuatu con l’ente statale di Pechino ExIm Bank, che può essere annullato in caso di non pagamento anche di una sola rata.

I valori aggregati di cui si continua a parlare per BRI e “Vie della Seta” sono certo imponenti ma non ancora tali da comportare un “dominio finanziario globale”. Le preoccupazioni più immediate riguardano i condizionamenti che il Governo e gli enti statali cinesi sono perfettamente in grado di esercitare in Europa, e in Italia in particolare, ogni volta che Pechino intenda acquisire aziende di valore strategico per i nostri Paesi e per il “Made in Italy”: sempre a condizioni estremamente svantaggiose per il “sistema Italia”, sia sotto il profilo economico, sia per quanto riguarda la tutela dei dati informatici, la protezione delle tecnologie, e l’assenza di qualsiasi condizione di reciprocità.

Se il quadro descrive quanto avvenuto nell’ultimo decennio in Occidente, senza che le più importanti economie del mondo si ponessero seriamente l’obiettivo di instaurare con Pechino regole del gioco eque, rispettose della legalità e degli accordi sottoscritti, se interessi pubblici e privati legati a convenienze del giorno per giorno hanno fatto sì che si sia lasciata a Pechino la mano completamente libera nello sfruttare i “mercati aperti” che lobbies e gruppi di potere in America e in Europa mettevano ben volentieri a loro disposizione, ben possiamo immaginare quanto sia avvenuto, stia avvenendo e ancora avverrà nelle economie più deboli del pianeta, governate in molti casi da autocrati o presidenti a vita, sorretti da ristrettissime “elites” locali, operanti di fatto al di fuori di qualsiasi controllo popolare, di trasparente informazione, e di legalità sanzionata.

Nei mesi scorsi un think tank particolarmente autorevole nelle questioni dello Sviluppo Sostenibile – il “Centre for Global Development” –  ha pubblicato una ricerca su otto paesi che sono ad alto rischio di “collasso finanziario” a causa dell’indebitamento contratto da quei Governi nella “Belt and Road Initiative” (BRI). Si tratta di Laos, Kyrgyzstan, Maldive, Montenegro, Gibuti, Tajikistan, Mongolia Pakistan. In meno di due anni, la percentuale debito/PIL è passata per effetto dei progetti cinesi BRI, rispettivamente (a cominciare dal Laos) da circa 50% al 70%; dal 23% al 74%; dal 39% al 75%; dal 10% al 42%; dall’80% al 95%; dal 55% all’80%; dal 40% al 58%; dal 12% al 48%.

In Montenegro l’autostrada finanziata da Pechino configura il solito “patto leonino”, dato che l’ammontare del debito corrisponde a un quarto dell’intero PIL del paese; la ferrovia in Laos alla metà del PIL annuo. Si è stimato che nel solo quadriennio 2010-2014 il Governo Cinese abbia finanziato progetti pari a 354 Mld $, tre quarti dei quali a tassi di mercato. Non solo Trump ha definito “predatorie” tali iniziative, ma la stessa Christine Lagarde – Direttore esecutivo del FMI – ha sottolineato la loro problematicità, auspicando che “la BRI viaggi esclusivamente dove è realmente necessario”.

Non era neppure dovuto questo richiamo per convincere Nepal, Myanmar e ancor più Malaysia a dire “no grazie”. Tra le primissime decisioni del nuovo Primo Ministro Malese vi è stata quella di azzerare gli impegni BRI del suo predecessore, presi in un contesto di giganteschi profitti personali e di una corruzione che ha portato alla sua rimozione e incriminazione. Anche per il Pakistan sembra ridimensionarsi un altro mega-progetto BRI, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Un argomento molto forte contro la “politica di sviluppo” cinese riguarda, da molti anni ormai, i ritorni economici per i Paesi destinatari degli investimenti cinesi. Prendendo in esame il progetto “Reconnecting Asia” per investimenti direttamente finanziati da Pechino nei trasporti in 69 paesi dell’Eurasia, si è constatato che la quasi totalità di questi progetti, l’89%, viene attuata da imprese cinesi. Ben diversamente, quando analoghi progetti sono finanziati da organizzazioni multilaterali, il 40% dei contractors è locale, il 30% di imprese straniere e solo un altro 30% di imprese cinesi.

Conclusioni

L’UE sta insistendo con Pechino affinché al centro della BRI e delle Vie della Seta siano poste regole precise su trasparenza, standard nel mercato del lavoro, sostenibilità del debito, appalti e ambiente. Nei primi mesi del 2018 tutti gli Ambasciatori UE a Pechino, eccettuato l’ungherese, hanno firmato un rapporto per Bruxelles nel quale hanno definito la BRI una sfida alle regole del libero mercato e una manna per i sussidi statali. Per parte sua Atene, che ha ceduto alla compagnia COSCO nel 2016 il porto del Pireo per 312 Mil $, ha bloccato l’UE nel prendere posizione sulla militarizzazione cinese degli isolotti nelle zone del Pacifico reclamate anche da Filippine, Vietnam, e oggetto della controversia con gli Usa e tutti gli altri Stati della regione. L’UE non ha ancora potuto lanciare un’iniziativa efficace per l’esame degli investimenti cinesi, ed è atteso un rapporto dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel frattempo iniziative molto opportune sono state avviate in seno al Parlamento italiano.

Lo scorso 26 giugno il Senatore Adolfo Urso ha presentato una interrogazione al Governo rilevando che “gli investimenti cinesi in Italia ed in Europa sono in continua espansione. Secondo gli ultimi dati Merics (Mercator Institute for China Studies) “l’Impero di Mezzo” ha investito in Italia nel periodo 2000-2017 circa 14 miliardi di Euro… In Europa nel solo 2017 gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi hanno superato i 30 miliardi ed il flusso di capitali è principalmente legato ad aziende con diretta o indiretta partecipazione dello stato. Infatti la maggioranza degli IDE cinesi nell’Unione Europea nell’anno 2017 provengono da aziende statali ed i settori maggiormente attrattivi per i capitali cinesi sono infrastrutture critiche di importanza nazionale in settori strategici come trasporto, energia e digitale […].  La Cina attraverso le sue controllate ha quindi accesso ad informazioni di importanza strategica nazionale ed europea a proposito di investimenti talvolta strettamente legati a strategie geopolitiche mondiali come nel campo dell’approvvigionamento di energia o a brevetti ed innovazioni tecnologiche come nel settore digitale e dell’automazione. Tutto questo senza che esista a livello europeo un vero e proprio scudo contro gli investimenti impregnati da intenti politici a volte intrusivi e che talvolta mettono dubbi sul fatto se in settori strategici strettamente legati alla sicurezza nazionale ed europea possa essere accettata la presenza di potenze straniere sulla plancia di comando. Inoltre gli investimenti di aziende italiane ed europee in Cina sono fortemente condizionati da restrizioni di accesso al mercato e quindi il principio di reciprocità non è rispettato mettendo le nostre aziende in una condizione di disparità competitiva che avvantaggia fortemente le aziende cinesi. A differenza dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno un sistema di controllo degli investimenti stranieri attraverso il Cifius, cioè un comitato che verifica se determinati investimenti stranieri possano arrecare danno alla sicurezza nazionale. In Europa un tale sistema non esiste ed è solo in discussione ora una proposta della Commissione che praticamente si base su un sistema di coordinamento dei sistemi di screening nazionali […]”.

La Camera dei Deputati ha per parte sua avviato una indagine conoscitiva “per delineare un quadro coerente ed oggettivo sulla politica estera dell’Italia declinata in chiave di strategia energetica, verificandone priorità ed implicazioni geopolitiche nella prospettiva dell’interesse nazionale […]. Il versante euroasiatico rappresenterà un focus di approfondimento nella consapevolezza dell’importanza delle relazioni con attori come la Russia e la Cina, sia a livello bilaterale sia in ragione di progetti transcontinentali come la “Nuova Via della Seta”, lanciata da Pechino. L’attività d’indagine si articolerà principalmente in audizioni di soggetti rilevanti ai fini dei temi trattati […]”.

Crocevia Idlib: si decide il futuro della Siria – Analisi delle forze in campo che si preparano allo scontro

È tutto pronto. Centinaia di migliaia di effettivi dell’esercito di Bashar Al Assad, tra i cento e i centocinquantamila secondo le fonti, oltre una volta e mezza il contingente che la scorsa primavera ha spazzato via la resistenza ribelle nei sobborghi di Damasco e senza paragoni anche in confronto ai mezzi utilizzati nella battaglia di Aleppo, sono stati dispiegati a Idlib con l’obiettivo dichiarato di sradicare definitivamente l’ultima enclave ribelle (circa ottantamila uomini) che si oppone alle forze del Presidente Assad.

Crocevia Idlib: si decide il futuro della Siria – Analisi delle forze in campo che si preparano allo scontro - Geopolitica.info

Le intenzioni governative sono state confermate dal Ministro degli Esteri siriano Muallem, che in un recente bilaterale con il suo omologo russo Lavrov, ha dichiarato che “A Idlib andremo fino in fondo” confermando anche che l’esercito non utilizzerà armi chimiche in quanto “non ne è in possesso e non ne ha bisogno dal momento che sta ottenendo vittorie sui campi di battaglia”.

Perché questa precisazione? Come sempre accade, alle manovre militari si accompagna la guerra psicologica, mediatica, le schermaglie e gli avvertimenti tra le controparti: in questo contesto rientrano le dichiarazioni con cui lo scorso 29 agosto, Sergej Lavrov ha apertamente accusato gli Stati Uniti di “soffiare sul fuoco” in Siria, rivelando la progettazione di un’operazione organizzata sotto regia americana e britannica per simulare un attacco chimico sulla città, facendone ricadere la responsabilità sul regime siriano allo scopo di poter giustificare un nuovo raid contro Assad come già avvenuto lo scorso 14 aprile. Non si è fatta attendere la risposta americana che, attraverso le parole rivolte dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA John Bolton al suo omologo russo Nikolai Patrushev, ha avvertito di essere pronta ad attaccare nuovamente il regime siriano nel caso in cui dovesse usare armi chimiche nella battaglia di Idlib.

Idlib si sarebbe ora trasformata nel principale terreno di scontro tra gli attori internazionali presenti in Siria poiché risulta essere l’ultima area rimasta fuori dal controllo del governo di Damasco. Infatti secondo l’analista russo Fedor Ljukanov, Presidente del Consiglio di politica estera e di difesa, tutte le forze ribelli rimaste nel Paese, scacciate dai territori gradualmente ritornati sotto il controllo dell’esercito siriano, si starebbero ritirando nella provincia di Idlib: eliminarle definitivamente potrebbe significare la conclusione della grande fase militare del conflitto siriano.

Ma quali sono le forze in campo?

L’esercito siriano. come già detto Assad ha schierato nella provincia di Idlib una forza che dall’inizio della guerra non si era ancora vista: tra i cento e i centocinquantamila uomini si preparano a cingere d’assedio la provincia e la città, con l’obiettivo dichiarato di chiudere definitivamente i conti con le sacche di ribelli ancora attive nel Paese: a Idlib sono attivi soprattutto le fazioni legate a Hay’at Tahrir Al Sham, il ramo siriano di Al Qaeda;

La Russia. Vladimir Putin si appresta a dare un massiccio contributo all’operazione in termini di mezzi: il Ministero della Difesa aveva anticipato che più di 25 navi, guidate dall’incrociatore missilistico “Ustinov” e 30 aerei parteciperanno alle esercitazioni della Marina militare e delle forze aeronavali russe nel Mediterraneo in programma dall’1 all’8 settembre prossimi; alle operazioni, sempre secondo la difesa russa, si uniranno anche le navi delle flotte del Mare del Nord, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio, aerei strategici, di trasporto militare e dell’aviazione navale. Le due navi gemelle, l’Admiral Grigorovich e Admiral Essen hanno attraversato il Bosforo facendo rotta verso il Mediterraneo; davanti le coste siriane sono già in posizione la fregata Pytvily e la nave da sbarco Filchenkov, le tre corvette missilistiche Vyshniy Volochyok, Grad Sviyazhsk e la Velikiy Ustyug, il cacciatorpediniere Severomorsk e i due sottomarini B-268 Novgorod e Kolpino. Una notevole capacità di azione militare, stimata in almeno 100 missili da crociera Kalibr, giustificata dal portavoce di Putin con “la grande preoccupazione” che si annida intorno al contesto attuale di Idlib: “il gruppo di terroristi che si è formato non promette nulla di buono e maggiori misure precauzionali sono pienamente giustificate e sensate”. Ricordiamo infatti che nelle scorse settimane sono stati diversi gli attacchi compiuti con droni dai ribelli contro la base russa di Hmeymim ed oggi il Portavoce del Cremlino ha confermato il legame tra le manovre militari dei prossimi giorni e l’attuale situazione siriana.

Gli Stati Uniti. Non è da meno la presenza americana, soprattutto davanti alle coste pronti ad intervenire, con gli alleati occidentali, contro il regime di Assad nel caso in cui dovessero essere usate le già citate armi chimiche. Secondo Mosca, oltre al cacciatorpediniere USS Ross armato con 28 missili Tomahawk, si aggiungono lo USS Sullivan, dislocato nel Golfo Persico e dotato di 56 missili e il bombardiere strategico B-1B, con altri 24 missili, inviato nella base di El Udeid in Qatar.

La Turchia. La provincia di Idlib, a pochi chilometri dal confine turco, è sempre stata una delle chiavi strategiche della presenza di Ankara nel conflitto siriano. Il Presidente Erdogan ha avuto continui contatti telefonici con il Presidente russo per discutere della città e per evitare un disastro analogo a quello che si era verificato ad Aleppo. Quando i ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia si incontrarono ad Astana avviando la politica delle zone di de-escalation, per ovvi motivi geografici alla Turchia venne affidata la gestione della provincia nordoccidentale, in cui è appunto presente la città di Idlib. Con la de-escalation zone l’esercito turco ha potuto creare posti di osservazione in tutta la Siria nord-occidentale che si sono rivelati ostacoli strategici difficili da superare per l’esercito siriano: Assad non poteva andare oltre quegli avamposti. Ma ora la situazione è molto diversa: Idlib infatti non è più uno dei fronti del conflitto, ma si è trasformata nella battaglia decisiva ed Erdogan si trova in una posizione decisamente scomoda: Siria e Russia, appoggiate dall’Iran, intendono ripulire definitivamente il territorio dalle ultime resistenze ribelli e terroristiche mentre Ankara continua a difendere gli jihadisti dell’area allo scopo di mantenere de facto il controllo sul nord della Siria; attraverso le parole del suo Ministro degli Esteri, la Turchia ha dichiarato che opererà per prevenire “attacchi indiscriminati” su Idlib, lanciando anche un chiaro segnale agli altri attori del conflitto, inserendo Hayat Tahrir Al Sham tra le organizzazioni terroristiche. In altre parole sa che potrebbe perdere le velleità di controllo sulla regione, ma non può forse permettersi di inimicarsi un partner prezioso nello scenario mediorientale come Vladimir Putin. Il precedente accordo tra Turchia e Siria (e Russia) con cui si era deciso di smistare i ribelli nel nord del Paese oggi sembra confermare quanto quella soluzione rappresentasse soltanto un rimandare il problema al momento decisivo in cui Assad fosse riuscito a completare la riconquista della Siria.

Le cancellerie occidentali. la battaglia che si prepara a Idlib rievoca il precedente di Douma quando le potenze occidentali, USA, GB e Francia, accusando Damasco di aver perpetrato un attacco chimico sulla popolazione assediata, avevano così motivato il raid missilistico sulla Siria scattato nella notte del 14 aprile scorso. Come già detto, la Russia ha ammonito gli altri partner dall’ostacolare le operazioni in preparazione a Idlib, che mirano a disinnescare le ultime resistenze terroristiche nel Paese, avvertendo  anche che un nuovo attacco americano in Siria sarebbe “inaccettabile”. Ma l’ipotesi che Trump e la sua amministrazione possano nuovamente ricorrere al pretesto del finto attacco chimico per scatenare un nuovo raid contro Assad non è così remota, come sembrano dimostrare anche altri elementi: “ne’ la Francia, ne’ nessun altro Paese deve indicare chi dovrebbe guidare la Siria”, tuttavia mantenere al potere Bashar al-Assad sarebbe un “grave errore” ha detto ieri il presidente francese, Emmanuel Macron, parlando agli ambasciatori stranieri a Parigi. Macron ha spiegato la sua posizione ricordando che il presidente siriano è colpevole di atrocità contro il suo stesso popolo. Il Presidente ha inoltre avvertito che la Francia risponderà militarmente a eventuali attacchi chimici condotti dal regime a Idlib. Avvertimenti in questo senso sono arrivati anche dalla Gran Bretagna.

 

Gli scenari sono complessi e la posta in gioco è altissima: i ribelli che si sono insediati nella città per sfuggire all’esercito di Assad hanno portato con sé le loro famiglie, innalzando ad oltre due milioni il numero dei civili presenti nella provincia e il rischio di un disastro umanitario è sempre più concreto, come confermato sia dal Direttore delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite che dal Segretario Generale Onu Antonio Guterres che ha messo in guardia la comunità internazionale dal pericolo di una catastrofe a causa di una grande operazione militare nella provincia, dichiarando altresì inaccettabile un qualsiasi ricorso all’uso delle armi chimiche sulla popolazione.

A Idlib si sono quindi riversati e organizzati praticamente tutti i gruppi terroristici scacciati dal resto del territorio siriano o che non si sono arresi a Damasco, ci sono fazioni dei gruppi ceceni sconfitti da Putin nelle guerre del Caucaso, gli Uiguri giunti dalla Cina per sostenere il Califfato, i reduci dello Stato Islamico provenienti da Siria e Iraq, foreign fighters giunti per combattere e abbattere Assad, e c’è ancora il ramo siriano di Al Qaeda (l’ex fronte di Al Nusra): nella città e anche nelle cancellerie internazionali si respira aria di battaglia finale che potrebbe avviare una nuova fase e un nuovo inizio per la Siria.

Sembra essere giunto il momento decisivo, ed è tutto pronto a Idlib.

VIII Summit delle Americhe: conclusioni

Dal 13 al 14 Aprile ha avuto luogo a Lima (Perù) l’ottavo Summit Ordinario delle Americhe. L’incontro internazionale si dimostra un puro esercizio politico, un dovere al quale ottemperare e non un’opportunità di condivisione.

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L’VII Summit delle Americhe si è chiuso lo scorso 14 aprile a Lima con il più basso numero di presenze istituzionali: dei 35 paesi membri, 34 sono stati quelli invitati dal governo peruviano (il Venezuela è stato escluso), ma nei fatti le rappresentanze effettive hanno riguardato 33 paesi (Cuba ha declinato l’invito) dei quali alcuni hanno presenziato mediante un rappresentante in sostituzione del Presidente (tra questi Stati Uniti, Ecuador, Nicaragua e Paraguay). Il tema del Summit era incentrato sulla corruzione e in un clima di distrazione dovuto all’escalation bellica in Siria, ha assunto centralità la questione venezuelana. Il mandatario statunitense Donald Trump doveva essere al suo primo viaggio in Sud America, ma proprio la questione siriana ha annullato l’intervento del Tycon che è stato rappresentato dal suo vice Mike Pence che non ha esitato nel manifestare la visione statunitense nelle dinamiche regionali e internazionali. Ovvio sottolineare l’importanza dell’intervento in Siria in contrapposizione alle strategie geopolitiche di Mosca, ma al contempo Pence, ha diretto la propria attenzione sul Venezuela di Nicolas Maduro dichiarando apertamente che “[…] non si rimarrà a guardare mentre il Venezuela collassa […]”. Un avvertimento netto al governo di Maduro al quale si aggiunge la ferma decisione preventiva di non riconoscere il risultato elettorale delle prossime elezioni presidenziali riguardanti il Venezuela (20 maggio 2018).

La preventiva disconoscenza del risultato elettorale venezuelano deriva dal non riconoscimento da parte di Washington dei parametri di democraticità nel paese necessaria a garantire la trasparenza del voto e del suo risultato. Una manifestazione d’intenti che lascia presagire una futura nuova stretta alle sanzioni finanziarie unilaterali inflitte a Caracas e che nei fatti traducono l’oggetto del Summit all’ennesimo processo internazionale al chavismo venezuelano. A dar maggiore consistenza alla posizione statunitense sono i mandatari di altri paesi della regione quali Brasile, Argentina e Cile che si espongono apertamente sulla stessa linea politica di Washington con il no al riconoscimento del risultato elettorale. Meno diretto Enrique Peña Nieto (mandatario del Messico) che si esprime in modo più diplomatico per giungere ad una mediazione politica interna al paese caraibico, ma a contrapporsi a tale visione è stato Juan Manuel Santos (mandatario Colombia) sottolineando come la crisi venezuelana abbia gravi conseguenze sulla stabilità nelle aree colombiane al confine. Da quanto si può sin qui notare, il Summit appare un test istituzionale atto a confermare un pressoché generico allineamento continentale sull’approccio antagonista al governo venezuelano capitanato da Washington.

Una visione diametralmente opposta è quella di Evo Morales (mandatario Bolivia) che partecipa al Summit da antagonista all’allineamento continentale. Morales ha criticato aspramente i contenuti del Summit e più in generale dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) definendola più come un inconcludente esercizio politico che un luogo di condivisione e integrazione. Il presidente boliviano ha difeso i governi di Cuba e Venezuela definendo l’approccio statunitense quale ennesima ingerenza nel sub continente latinoamericano a comprova dell’ancora attualità della Dottrina Monroe. Ecco quindi tornare all’ordine del giorno la questione dell’embargo unilaterale statunitense nei confronti di Cuba che dura ormai da più di mezzo secolo.  Un tema poi ripreso e condannato da più presidenti all’interno del Summit, ma per il quale Pence non ha lasciato intendere alcun cambiamento. Il vice presidente statunitense ha infatti rimarcato come per il Venezuela, la non democraticità del regime castrista condizione che Washington intende fermamente contrastare. Evo Morale inoltre, nel suo discorso, ha riportato all’attenzione dei presenti i grandi temi geopolitici irrisolti della regione: oltre al già citato Embargo a Cuba, la restituzione alla stessa isola caraibica della sovranità su Guantanámo, la legittimità della sovranità Argentina sulle Isole Malvinas, l’autodeterminazione del popolo di Porto Rico e in ultima battuta, l’accesso all’Oceano Pacifico della stessa Bolivia. Proprio su quest’ultimo punto Morales ha inteso ovviamente soffermarsi per ribadire al mandatario cileno, Sebastián Piñera, la necessità di un confronto politico costruttivo per la risoluzione della questione.

Quel che appare è che in definitiva tali temi siano più l’esercizio propagandistico regionale che questioni capaci di giungere ad una vera soluzione nel breve periodo. Impensabile una ridefinizione della sovranità delle isole Malvinas né tanto meno un ridimensione territoriale del Cile in favore di un espansionismo boliviano fino al porto di Iquique. Forse, con le dovute precauzioni, si potrebbe giungere ad una soluzione dell’embargo a Cuba, ma questo lo si potrà dire solo a seguito della ripresa dei dialoghi tra Washington e il nuovo governatore dell’isola insediatosi il 19 aprile con lo storico cambio di leadership: Raul Castro ha infatti lasciato la presidenza in favore di Miguel Díaz-Canel.

In definitiva l’VIII Summit delle Americhe si è dimostrato scarno di contenuti concreti e più idoneo a misurare una certa condivisione politica su quanto sarà da farsi a seguito delle elezioni venezuelane del prossimo maggio. Tutto il resto appare più che altro un esercizio politico nel cui esprimere tanti intenti e poche soluzioni concrete alla condivisione del fine ultimo: la lotta alla corruzione. A uscirne con un basso profilo da tale Summit è l’OSA, che appare un organismo poco utile all’integrazione continentale di cui si può fare a meno.

Il nuovo messaggio degli USA

Il primo attacco degli USA ai mezzi e soldati della compagine governativa siriana ha diversi significati: dal riscatto nella politica interna al ritorno a gamba tesa tra gli arbitri della contesa siriana. Cronaca di uno sviluppo imprevedibile.

Il nuovo messaggio degli USA - Geopolitica.info Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

Dalle giravolte sulla politica estera e interna, ai compromessi a ribasso con le potenti agenzie federali dello Stato profondo, difficilmentesi sarebbe potuto immaginare che Trump arrivasse a spezzare le più fondamentali convinzioni circa la politica estera in Siria. Questo soprattutto dopo che Rex Tillerson, il segretario di stato USA, aveva confermato esplicitamente la fine dell’obiettivo del regime change in Siria.
L’attacco di 59 missili tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Porter e Ross hanno parzialmente danneggiato le strutture della base aerea Al Shayrat, da dove, secondo gli americani, sarebbero partiti i caccia che trasportavano le armi chimiche che hanno colpito nei pressi di Idlib, nel nord ovest della Siria. In realtà solo 23 dei 59 missili hanno colpito l’obiettivo. Sembra però che i missili non abbiano colpito solo il campo d’aviazione, ma anche abitazioni di alcuni villaggi circostanti. Infatti oltre alle 15 persone uccise, ci potrebbero essere anche 9 civili, tra cui 4 bambini.

Per comprendere le motivazioni di questo attacco si deve tornare al 2013, quando Barack Obama pose come linea rossa da non oltrepassare l’utilizzo di armi chimiche. Nonostante i dubbi su chi avesse effettivamente causato quell’attacco chimico (i russi accusavano i ribelli, gli USA accusavano Damasco), un attacco ci fu, e Obama ritenne superata la linea rossa. Questo però non portò a un’escalation, grazie soprattutto all’orso russo che già si ergeva in Medio Oriente a protezione di Assad.
Non è stato ancora confermato l’effettivo colpevole dell’uso di armi chimiche. La fonte a cui tutti i media occidentali si rifanno è infatti l’Osservatorio siriano dei diritti umani, una ONG con sede a Coventry, UK, il cui fondatore e unico membro è Rami Abdulrahman, e la cui credibilità e imparzialità è stata definitivamente minata da varie inchieste giornalistiche, tra cui quella del “The Guardian”. Ma nei calcoli delle mosse geopolitiche la verità è spesso uno degli ultimi elementi da tenere in considerazione.

Quale sarebbe potuto essere il motivo dell’attacco chimico del governo siriano? Nonostante l’annunciato cambio di passo dell’occidente nei confronti di Damasco, Assad potrebbe non sentirsi ancora pienamente soddisfatto. Ormai la Russia è diventata l’arbitro principale nella contesa siriana, i colloqui di Astana sul processo di pace in Siria vedono la partecipazione solo di Russia, Turchia e Iran, che provvedono alla spartizione della torta siriana. L’Arabia Saudita è la grande perdente, e gli Stati Uniti ne sono usciti malconci. DunqueAssad potrebbe aver voluto alzare la posta in palio, cercando così di umiliare i paesi occidentali smascherandone le contraddizioni. Infatti da un lato essi richiedono continuamente il rispetto dei diritti, rifiutandosi di riaprire i contatti con Damasco, dall’altro non fanno nulla di concreto affinché questi diritti vengano rispettati. Assad si aspettava che l’occidente sarebbe di nuovo rimasto a guardare. Ma così non è stato.

La mossa di Trump ha una valenza multipla. Sul piano geopoliticorisponde al tentativo di umiliazione di Assad (nel caso fosse effettivamente lui il colpevole dell’attacco). In secondo luogo è stato ridimensionato l’orso russo, dimostrando l’incapacità dei russi di proteggere Assad nel momento in cui si arriva al “dunque”. Questi sono i 2 principali effetti. Gli USA hanno voluto ricordare chi è la vera superpotenza mondiale, e chi è davvero ad avere il diritto a condurre i giochi. Le implicazioni geopolitiche vanno anche oltre il teatro Medio Orientale: in primis è un chiaro avvertimento alla Nord Corea, proprio nel momento in cui i toni di Trump si erano alzati. A rendere ancora più allettante il momento è stata la ghiotta opportunità di un indiretta messaggio nei confronti di Xi Jinping, il segretario del Partito Comunista Cinese, proprio in quei giorni in visita a Washington. E’ recente infatti la perentoria richiesta di Trump alla Cina di sfruttare maggiormente la sua influenza sulla Corea del Nord, minacciando di intervenire unilateralmente se le pressioni non fossero state aumentate. Oltre alla valenza geopolitica, la decisione di Trump può avere un importante risvolto nella politica interna.
Trump si è reso conto che il Presidente non ha tutto quel potere che forse lui credeva che avesse. Ciò ha portato al rimescolamentodella politica estera, alla rinuncia a Micheal Flynn come consigliere per la Sicurezza Nazionale, al parziale declassamento del Capo Stratega Steve Bannon, estromesso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Trump ha un bisogno vitale di affrancarsi dalla macchina amministrativa federale, appoggiandosi in particolar modo sui militari. L’attacco alla Siria potrebbe rientrare in questo schema d’azione, ricompattando l’opinione pubblica, e puntando occhi, cuori ed armi al di fuori delle contese interne.

Fondamentale è chiarire che non si tratterà del primo di tanti attacchi (come vorrebbero ribelli e Arabia Saudita). Non ci sarà alcuna escalation. L’obiettivo principale è puramente scenografico, e a livello sostanziale è improbabile che Trump e Tillerson rimetteranno in discussione la fine del regime change. Tant’è che russi e siriani sono stati avvertiti dell’attacco decine di minuti prima per ridurre le perdite in vite umane. Nonostante sia stata una mossa scenografica, ciò non sminuisce di troppo la portata dell’azione. “Tutti i potenziali nemici degli Stati Uniti sono avvisati. Il profilo basso e il mero contenimento a ribasso non saranno più contemplati dalla strategia americana”. Ilmessaggio di Trump è questo.