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La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO?

Con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica nel 1991 Francis Fukuyama arrivò a parlare di fine della storia: gli Stati Uniti avevano vinto, il modello produttivo capitalistico americano si affermava inesorabilmente in tutto il mondo e il primato tecnologico militare statunitense sembrava incolmabile.  

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Tuttavia all’interno del Pentagono, già a metà anni ‘90, cominciarono a prospettarsi dei possibili scenari internazionali  in cui paesi emergenti  come la Cina avrebbero potuto assumere il ruolo di futuri competitor degli USA.  La guerra al terrore successiva all’11 settembre ha però comportato l’impiego di ingenti risorse economiche e la ridefinizione dei target prioritari delle amministrazioni e delle forze armate americane.

Tutto ciò ha fatto sì che, mentre gli USA erano impegnati in operazioni di stabilizzazione in Medio Oriente, paesi come Cina e Russia  abbiano investito in enormi programmi di modernizzazione, tanto da mettere in discussione il vantaggio tecnologico-militare statunitense.

In questa traiettoria si inserisce la Third Offset Strategy (3 OS) del Pentagono, ovvero un insieme di politiche miranti  a produrre nuovi concetti operativi e innovazioni tecnologiche per garantire la superiorità  statunitense rispetto ai propri avversari; a tutto ciò deve aggiungersi  la necessità di Washington di mantenere la proiezione convenzionale globale del potere.
Lo sviluppo di una 3 OS muove principalmente dall’intenzione statunitense di rivolgere la propria attenzione nell’Asia-Pacifico e dalle sfide tecnologiche e operative che questa regione pone in essere.

Gli USA e la sfida cinese

Uno dei principali motivi di preoccupazione è stato, infatti, lo sviluppo di capacità cinesi Anti-Access/Area-Denial (A2/AD). Il concetto di Anti-Access/Area-denial fa riferimento all’idea di utilizzare una serie di strati difensivi di vario genere per proteggere la dimensione terrestre, aerea e marittima, così da precludere l’avanzamento delle truppe nemiche.

Vengono, infatti, messe a rischio le basi regionali statunitensi nel Western Pacific Theatre of Operations, soprattutto lungo la “prima catena di isole”, cioè lo spazio geografico che separa la Cina dalle isole Kurili attraverso le Filippine settentrionali fino al Borneo. Tuttavia, la portata della minaccia di Pechino si estende anche nello spazio esterno. Il test molto pubblicizzato del 2007, nel quale è stato abbattuto un satellite meteorologico a 865 km di altitudine, ha dimostrato la capacità della Cina di distruggere satelliti in bassa orbita terrestre. Risulta lampante che le capacità A2/AD della Cina potrebbero minacciare non solo gli alleati regionali e le basi vicine degli Stati Uniti, ma anche intaccare alcune delle fondamenta più profonde della proiezione di potenza globale degli Stati Uniti.

A questo punto è importante chiedersi quali dei concetti operativi e quali tecnologie al centro della 3 OS potranno essere utili nel contesto delle sfide che i partner europei della NATO devono affrontare nel loro orizzonte strategico.

Il contesto europeo

Le precedenti ondate di innovazione militare statunitense sono state caratterizzate da un’intensa attività per convogliare tecnologie all’avanguardia nelle forze armate dei principali alleati europei dell’America. Ciò è stato facilitato dal fatto che statunitensi ed europei avevano una percezione simile sull’importanza della minaccia sovietica e sulla necessità di utilizzare il potere militare per farvi fronte. In altre parole, le basi politiche, strategiche e tecnologiche della coesione transatlantica sono andate di pari passo sotto l’egida americana. Ne consegue che il relativo disinteresse dell’Europa negli sviluppi della regione Asia-Pacifico  possa rappresentare una sfida sistemica per la coesione della NATO.

L’idea di operare in contesti strategici accessibili continua a permeare l’atteggiamento europeo nei confronti delle proprie politiche di difesa. Tuttavia, lo sviluppo di capacità A2/AD da parte di diversi attori sembra sfidare proprio questa ipotesi, sia nel contesto della difesa e della deterrenza sul flank orientale della NATO, sia in quello mediorientale. Ad est gli stati membri della NATO che confinano con la Russia sono senza dubbio quelli maggiormente minacciati dalla crescita militare di Mosca. Il sistema integrato di difesa aerea di Mosca e i missili terrestri a corto raggio coprono gli Stati baltici  e quasi tutto il territorio polacco, inoltre la presunta presenza di missili russi S400 a Kaliningrad e la militarizzazione russa di Sebastopoli  stanno  portando alla formazione di  “bolle” A2/AD in porzioni crescenti di territorio che vanno dall’Europa fino al Levante.

Anche i progressi  dei paesi mediorientali nel campo A2/AD sono particolarmente preoccupanti per gli Stati Uniti e per i loro alleati europei, che non solo hanno interessi energetici ed economici nella zona, ma anche l’ambizione di operarvi. Persino attori non statali o parastatali si stanno avvicinando all’armamento di precisione. Inoltre, il possesso di capacità A2/AD potrebbe incoraggiare alcuni paesi e attori in Africa e Medio Oriente a impegnarsi in futuro in forme di guerra asimmetrica. In definitiva, l’aumento di bolle A2/AD nel vicinato meridionale dell’Europa sfida il presupposto che gli europei possano accedere in sicurezza alla maggior parte dei teatri operativi in Africa e in Medio Oriente.

Una discussione transatlantica sulle implicazioni della Terza Offset Strategy richiederebbe una comprensione comune dell’ambiente della sicurezza e sul modo in cui l’innovazione tecnologica possa contribuire a risolvere le sfide a lungo termine.  Lo stato del dibattito strategico negli Stati Uniti, su cui è stata costruita la logica della 3 OS, è però molto diverso da quello europeo. Le potenze europee dovrebbero elaborare una visione strategica unitaria sulle questioni industriali e tecnologiche a lungo termine, se vogliono essere parte di un ripensamento della sicurezza. I partner transatlantici devono affrontare una moltitudine di sfide in materia di sicurezza e il divario di percezione e di orizzonte strategico con gli USA si è notevolmente ampliato negli ultimi anni. Il conflitto ucraino, la crisi dei rifugiati e la diffusione del terrorismo islamico hanno messo in secondo piano tutte le altre questioni. La leadership politica europea è sottoposta ad un’immensa pressione per trovare risposte adeguate a queste sfide, ne consegue che l’investimento per perseguire obiettivi a lungo termine è stato più limitato. La Terza Offset Strategy, che deriva principalmente da una riflessione strategica sull’ascesa della potenza militare cinese, semplicemente non corrisponde alla percezione europea della minaccia.

Per le potenze europee, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è affrontato essenzialmente da una prospettiva economica, e gli interessi commerciali finiscono per oscurare la maggior parte delle considerazioni strategiche. Inoltre, il contesto di bilancio, proprio di una grande potenza, che consente agli Stati Uniti di lanciare la Terza Offset Strategy è semplicemente irrealistico per la maggior parte delle potenze europee.

Verso un trend comune

Tuttavia, esistono dei punti d’incontro fra il trend europeo e quello statunitense. Ad esempio, le basi tecnologiche militari della sfida A2/AD per i paesi europei sono molto simili a quelle che gli Stati Uniti stanno affrontando altrove. E’ ormai conclamato l’interesse europeo rivolto all’acquisizione di tecnologia stealth in campo aereo, marittimo e terrestre. Vi è una tendenza generalizzata a passare da grandi e pesanti formazioni militari a formazioni più piccole, più leggere e più flessibili, privilegiando la qualità rispetto alla quantità. Vengono esplorate nuove modalità di trasporto delle truppe verso e all’interno dei campi di  battaglia. Con l’adozione della filosofia NEC (Network Enabled Capability) i paesi europei della NATO hanno fatto proprio il concetto americano di “network centric warfare”, mirante a costruire delle FFAA digitalizzate e capaci di operare negli scenari internazionali più disparati.

Nella misura in cui sia l’Europa orientale che il Medio Oriente sono geograficamente vicini all’Europa, gli europei daranno  priorità alle capacità di attacco a breve e medio raggio, in contrasto con l’interesse di Washington sulle capacità di attacco a lungo raggio. Non è da escludere, che le riflessioni statunitensi possano condurre l’Europa a ripensare il proprio coinvolgimento nell’Asia-Pacifico, regione in cui gli europei mantengono numerosi interessi economici.  Tuttavia in questa fase, l’iniziativa statunitense e le sue implicazioni concrete rimangono poco chiare per la maggior parte dei partner europei, e anche se fossero comprese, le questioni di bilancio, le priorità di sicurezza a breve termine e i vincoli politici limitano e continueranno a limitare la capacità dell’Europa di definire ambizioni strategiche a lungo termine.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo

In tutto il mondo si è ormai diffusa la preoccupazione per le ambiguità e le opacità che caratterizzano gli investimenti e le iniziative della Cina comunista all’estero. Le cronache recenti ci hanno raccontato di quanto avvenuto in Polonia, la cui Agenzia per la sicurezza nazionale ha arrestato un cittadino cinese, dirigente della mega azienda Huawei, con l’accusa di spionaggio. Secondo i media di Varsavia l’arrestato avrebbe passato informazioni sensibili all’intelligence di Pechino.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo - Geopolitica.info

Altri organi di stampa hanno scritto che anche il Paese motore dell’Unione Europea, la Germania, starebbe valutando l’esclusione di Huawei dalle aste delle nuove reti mobili 5G, tecnologia di cui l’azienda cinese è leader, per garantire la propria sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti un gruppo di parlamentari ha presentato una Proposta di Legge per tagliare le forniture al colosso cinese, già da tempo nel mirino dell’amministrazione Trump, e di iniziative analoghe si discute apertamente in Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda, nel timore che gli apparati targati Huawei vengano usati dal Partito comunista cinese per spiare e/o sabotare.

Fa ora un certo effetto che anche un Paese meno al centro delle vicende internazionali si interroghi pubblicamente sulla natura della presenza di infrastrutture tecnologiche cinesi nel proprio territorio. Si tratta della Svezia, la cui Agenzia della difesa ha avvertito che il Paese scandinavo sta affrontando una sfida crescente in termini di sicurezza da parte della Cina. Oggetto della contesa una stazione satellitare finanziata e costruita dai cinesi a Kiruna, il principale centro abitato della regione svedese al di sopra del Circolo polare artico: la China Remote Sensing Satellite North Polar Ground Station. Secondo fonti ufficiali del regime di Pechino, la stazione aiuta la Cina a “migliorare la capacità di acquisire dati globali di telerilevamento in modo efficiente”. Nel 2016, dopo l’inaugurazione, l’Accademia cinese delle scienze affermò che “Kiruna è il luogo ideale per la ricezione di dati satellitari a distanza. I satelliti cinesi per l’osservazione terrestre acquisiranno i dati globali in modo più efficiente e quindi risponderanno meglio a situazioni quali un disastro naturale”.  La stazione in terra svedese si aggiunge a quelle già in funzione nel territorio cinese.

La stampa svedese ha evidenziato l’esistenza di un allarmante nesso tra la presenza della stazione di Kiruna e il rischio di una crescente influenza cinocomunista nel proprio Paese. Fonti dell’Agenzia svedese della difesa hanno affermato che la cooperazione formalmente civile con la Cina potrebbe avere risvolti di altro tipo. I ricercatori della stessa Agenzia hanno apertamente sostenuto, anche in televisione, che la Cina sarà in grado di usare la stazione per attività di intelligence militare e per garantire a Pechino una forma di sorveglianza satellitare supplementare utilizzabile in caso di un conflitto armato. A loro volta vari media di Stoccolma hanno rivelato che ditte locali produttrici di semiconduttori avanzati, anche per applicazioni militari, sono finite in mani cinesi.

La satellite ground station della Repubblica Popolare Cinese al Polo Nord

Fantascienza o, nel migliore dei casi, un’esagerazione generata dalle crescenti preoccupazioni? Domanda non facile cui rispondere. Di certo impressiona, tornando agli Stati Uniti, l’iniziativa di un gruppo di senatori democratici eletti negli Stati vicini al Distretto federale di Washington, che si sono rivolti alla dirigenza dell’Agenzia che gestisce la metropolitana della Capitale chiedendo di valutare i rischi connessi al possibile coinvolgimento della China Railway Rolling Stock Corp, azienda statale cinese, che vorrebbe fornire nuovi mezzi partecipando a un imminente gara. Secondo i senatori democratici, tra i quali vi è il Vicepresidente del Comitato Intelligence del Senato, ricorrere alla forniture cinesi consentirebbe a Pechino di utilizzare i convogli della metropolitana per condurre spionaggio elettronico sulla città cuore della vita istituzionale e politica degli Stati Uniti.

Lo sviluppo tecnologico è potenzialmente e strettamente collegato allo sviluppo militare della Cina, il cui regime comunista si presenta nel mondo in modo apparentemente interessato a nient’altro che non sia collegato all’obiettivo di incrementare le relazioni economico-commerciali e di piazzare i propri investimenti. Ma si tratta della stessa Cina che minaccia apertamente la pacifica e democratica Taiwan di usare la forza delle armi per costringerla alla “unificazione” e, allo stesso tempo, mette sotto enorme pressione vari Paesi della regione Asia-Pacifico con la finalità di impossessarsi di isole, di acque territoriali e di spazi aerei a vantaggio della sua espansione politica, economica e militare. In questo scenario l’utilizzo strumentale delle tecnologie nelle comunicazioni e negli apparati satellitari è un ulteriore potente strumento nelle mani del regime pechinese e delle sue enormi ambizioni geostrategiche che confliggono con i valori, i principi e gli interessi del mondo libero fondato sulla libertà, sul “Rule of Law” e dunque sui diritti umani, civili, religiosi e politici di ogni persona.

Occorre una grande cautela  – questo il messaggio che sta emergendo su vari fronti internazionali – nei confronti di una Cina guidata da un nomenklatura comunista sempre più aggressiva e sprezzante dietro l’apparente copertura del “soft power” e della finta non ingerenza negli altrui affari interni. Una cautela che andrebbe presa in considerazione anche in Italia, dove nello scorso settembre, inopportunamente nel periodo di chiusura della gara per l’assegnazione delle frequenze 5G, alla Camera dei Deputati proprio Huawei organizzò un seminario sulla trasformazione digitale alla presenza dei vertici politici del Ministero dello sviluppo economico (cioè l’amministrazione responsabile dei bandi di gara in questione).
Due governi per un paese in ginocchio: la crisi Venezuelana

Lo scorso 23 gennaio l’opposizione al governo chavista è scesa in piazza per una protesta poderosa in tutto il paese. Contemporaneamente il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó, si autoproclama nuovo presidente temporaneo del paese. Dall’altro lato Maduro ha risposto chiamando i propri sostenitori in strada in difesa del governo dando di fatto il via all’ennesimo scontro tra i due poli opposti che attualmente animano un’alterna guerra civile nel paese. Ad oggi questi scontri hanno generato 16 vittime.

Due governi per un paese in ginocchio: la crisi Venezuelana - Geopolitica.info Usa Today

 

Siamo tuttavia dinanzi all’ennesimo atto di una vicenda che parte da lontano ovvero dal giorno della morte di Hugo Chavez (5 marzo 2013). Con la morte del leader massimo del movimento socialista e bolivarista venezuelano (oggi riassunto con il termine chavismo) si è creato un vuoto politico nel paese difficile da colmare soprattutto considerando il carisma insostituibile dello stesso Chavez. Detto ciò le successive elezioni hanno comunque premiato la corrente socialista seppur con un esiguo vantaggio (50,78% dei consensi) e portato alla guida del paese Nicolas Maduro. Ma proprio il cambio alla leadership ha evidenziato una vulnerabilità del progetto socialista incapace di uscire dalla visione storica e chiavista per rinnovarsi in un necessario adattamento alle nuove sfide. Vulnerabilità ben letta dall’opposizione che in apertura del 2014 è subito scesa in piazza per “chiedere” una maggiore sicurezza sociale. Preteste che tuttavia sono presto tramutate in vere e proprie guerriglie di piazza aggravando oltre misura le statistiche nazionali collegate alla violenza e alle morti violente. La risposta del governo è stata altresì dura giungendo fino alla detenzione di importanti leader di opposizione come Leopoldo Lopez. Ma il 2014 ha visto il paese caraibico impegnato su un altro fronte ovvero il crollo internazionale del prezzo del petrolio. Questo è stato per Caracas un duro colpo in termini finanziari ed economici visto che la stessa economia del paese è collegata pericolosamente al settore energetico tanto da definirsi “economia monoprodotto”. Dall’inizio della presidenza Chavez ad oggi infatti il Venezuela ha sì nazionalizzato il settore energetico, ma da questo non è riuscito a svincolarsi in termini di dipendenza. A nulla sono valsi i tentativi di diversificazione produttiva mediante l’incentivo all’iniziativa privata cooperativa e le ingenti misure assistenziali per la redistribuzione delle ricchezze sono rimaste una voce importante delle spese dello stato. Spese ripagate a loro volta dal petrolio che una volta accusata la recessione ha visto Caracas in forte difficoltà finanziaria. Difficoltà ulteriormente aggravata dal subentrare di sanzioni finanziarie unilaterali ai propri danni introdotte dall’amministrazione Obama che nella destabilizzazione sociale venezuelana ha inteso vedere un “pericolo per la propria sicurezza”. Sanzioni tutt’oggi in essere in quanto confermate e ampliate dall’amministrazione Trump. Il blocco finanziario e il crollo del prezzo del petrolio uniti agli ingenti investimenti interni sostenuti dal governo non hanno fatto altro che dar vita ad una galoppante inflazione che di conseguenza ha fatto registrare una regressione del benessere sociale (oggi secondo la Caritas le famiglie venezuelane in condizioni di povertà sono l’82%). A poco sono valsi i pagliativi trovati dal governo per mitigare la svalutazione: rilancio del Bolivar Soberano come nuova moneta, creazione della criptovaluta Petro, continuo innalzamento del salario minimo hanno avuto un effetto brevissimo per dirsi validi strumenti di rilancio economico ed anche la conclamata diversificazione produttiva resta tutt’oggi un miraggio difficile da conseguire (soprattutto con la situazione sociale in essere).

A fine 2015 lo stesso popolo venezuelano ha poi bocciato la linea politica chavista esprimendosi nelle elezioni legislative in favore dell’opposizione al governo. Con il voto di fine 2015 l’Assemblea Nazionale, ovvero l’organo legislativo del paese, ha subito un ribaltamento in termini di composizione politica finendo con l’essere a maggioranza assoluta in mano alle forze politiche d’opposizione. Situazione difficile che rischiava di creare un vero e proprio blocco legislativo e che è stata evasa nel 2017 dal governo con la creazione di un nuovo organo, l’Assemblea Costituente, capace di sostituirsi nelle sue funzioni all’Assemblea Nazionale. Una scelta politica che non ha fatto altro che acuire gli antagonismi interni al paese e le proteste contro il governo.

Da questo momento in poi, anzi già dal 2016, l’opposizione sfida il governo a livello internazionale arrogandosi il diritto di rappresentare il paese in ambito internazionale. Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, infatti inizia un tour ufficiale nella regione per accogliere consensi istituzionali nella campagna anti Maduro: Argentina, Paraguay e infine l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) accolgono con favore le istanze dell’opposizione e si schierano apertamente contro il governo chavista. L’OSA addirittura impugna più volte la Carta della Democraticità (articolo che prevede l’imprescindibilità per un paese membro di rispettare i parametri di democraticità) per imbastire un’azione ingerente nella questione venezuelana. Democraticità poi finita anche sotto la lente d’ingrandimento del Mercosur (di cui il Venezuela è membro) con la conseguente sospensione temporanea (2017). Tutti contro Maduro quindi che di tutta risposta ha avviato la procedura d’uscita del proprio paese dall’OSA e ad ha mantenuto una dialettica aggressiva nei confronti delle sovranità ostili. Internamente poi ha cercato in modo blando di imbastire un dialogo con le opposizioni che di contro chiedevano e continuano a chiedere nuove elezioni. Elezioni che in vero ci sono state nel 2018, ma le stesse sono state boicottate dal grosso degli oppositori politici dando spazio ad una riconferma di Maduro con il 60,84%. Un dato che in realtà è difficile da leggere vista la non convergenza dei dati dell’affluenza alle urne: l’opposizione parla del 30% mentre il governo attesta le affluenze tra il 40 e il 50%. Elezioni che poi sono state non riconosciute dal Gruppo di Lima (un apposito organo internazionale latinoamericano costituito nel 2017 per analizzare la questione venezuelana e costituito da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia) e dagli Stati Uniti.

Condizione non proprio idilliaca per Maduro che vede ulteriormente accrescere la tensione interna nel paese tanto da subire un attentato il 4 agosto 2018 e ripetuti tentativi di golpe disinnescati da un attento esercito ancora oggi fedelissimo alleato e parte integrante del chavismo. Ma proprio dall’esercito viene l’ultimo tentato colpo di stato: il 21 gennaio scorso 27 militari hanno tentato un assalto ad una caserma. Un’insurrezione fallita ma significativa visto anche quanto accaduto due giorni dopo ossia il 23 gennaio data dell’autoproclamazione alla presidenza del leader d’opposizione Juan Guaidó. Questo nuovo governo, che attualmente convive con quello in essere chavista è stato sin da subito riconosciuto dai governi di Stati Uniti, Canada, Ecuador, Perù, Argentina, Brasile, Colombia e a seguire da Regno Unito, Spagna e Francia. Si sono astenuti Messico e Uruguay mentre ad esprimere il proprio disaccordo e al contempo appoggio al governo di Maduro sono stati Bolivia, Cuba, Nicaragua, El Salvador, Russia, Cina e Turchia. La risposta immediata di Maduro è stato un esplicito atto d’accusa nei confronti degli Stati Uniti e conseguente espulsione di tutti i funzionari statunitensi dal territorio venezuelano. Di contro Washington ha in prima battuta vietato il rimpatrio per poi procedere al recupero dei propri funzionari dal paese caraibico.

Le scelte dell’amministrazione Trump vanno ben oltre la questione democratica ed ideologica ed hanno una natura molto più pragmatica. Se le accuse di Maduro sono dirette all’ingerenza statunitense nella questione politica del paese, le scelte di Trump appaiono come un’ammissione di colpa e un’inamovibile desiderio di cambiamento politico nel paese caraibico. Le congetture internazionali hanno subito un definitivo assestamento con le elezioni brasiliane dell’autunno 2018. Con la vittoria di Bolsonaro il paese più importante in termini economici del Sud America ha portato gli equilibri regionali in un’inconfutabile riallineamento alla Dottrina Monroe: Argentina, Ecuador, Colombia, Paraguay, Perù e infine il Brasile hanno visto un ripristino dell’ideologia neoliberista alla ledership dei rispettivi paesi e quindi hanno dato spazio ad una contrapposizione ideologica importante e maggioritaria all’ideologia chavista. Con Bolsonaro il quadro regionale quindi appare favorevole all’innescamento di una pressione internazionale nei confronti di Maduro che agli occhi di Washington (punto di vista pragmatico) ha la colpa di mantenere una nazionalizzazione del settore energetico poco conforme alle necessità del libero mercato. Ciò va considerato soprattutto se si analizza come il Venezuela sia in possesso delle riserve petrolifere mondiali più importanti (concentrate nel Bacino dell’Orinoco) e come lo stesso paese preferisca siglare accordi di partnership con Cina e Russia (competitor economici degli Stati Uniti). L’amministrazione Trump ha bisogno di foraggiare il rilancio economico su vasta scala del proprio paese e per fare ciò non può prescindere dalle ricchezze di paesi vicini come il Venezuela.

Maduro indubbiamente nel suo percorso politico ha fatto numerosi errori che lo hanno spinto ad essere immagine di un governo sempre più vulnerabile e solo, ma la scelta internazionale di legittimare un governo d’opposizione parallelo a quello chavista può solo aggravare la situazione interna nel paese andando a colpire la popolazione che oggi risulta spaccata in questo schieramento di forze andando a delineare una situazione di guerra civile. La strategia internazionale e dell’opposizione appare chiara: mettere sempre più pressione al governo per indurlo all’errore capace di determinare un’ingerenza esplicita da parte dei paesi favorevoli al cambio di governo. Intanto si cerca anche la strada per giungere ad un’implosione interna del sistema chavista: Juan Guaidó ha offerto l’amnistia a chi voglia abbandonare il chavismo per congiungersi al Venezuela che verrà. Una sorta di occhiolino all’esercito (vero ago della bilancia per il buon esito del colpo di stato), ma anche un’offerta a Maduro per uscire indenne da ogni possibile ingerenza statunitense.

 

 

Verso un disordine nucleare

L’estinzione del trattato INF rischia di avere un pernicioso impatto sulla sicurezza internazionale, forse contribuendo ad alimentare una nuova corsa al riarmo nucleare di cui, peraltro, è possibile intravedere già i primi segnali sullo scacchiere mondiale. Tale scenario è reso ancora più temibile dalla constatazione che la stabilità strategica sia ormai un vestigio della Guerra Fredda. Mentre Washington e Mosca si dibattono nella lotta delle narrative riguardo ai motivi che hanno portato alla fine del trattato siglato nel 1987 il fragile equilibrio del “terzo dopoguerra” rischia di andare in pezzi.  

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La crisi dell’ordine internazionale nel “terzo dopoguerra”

La fine della Guerra Fredda sembrava avere marcato il progressivo affermarsi del cosiddetto momento unipolare. Sulla base di tale lettura, l’antico paradigma internazionale, basato sugli equilibri scaturiti dalla vittoria degli Stati della Grand Alliance (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna) sulle potenze del Tripartito, non sembra essere più il fattore chiave della geopolitica statunitense. Washington pare invece puntare alla realizzazione di un nuovo ordine globale fondato, da un lato, sulla dimensione della vittoria conseguita sulla Russia sovietica nel confronto ideologico dell’era bipolare (1946-1991) e, dall’altro, sull’idea che il XXI secolo possa essere “a new american century”, malgrado la competizione economica con la Repubblica Popolare Cinese. Diversamente, altri attori internazionali, in primis la Federazione Russa, ritengono che contestare l’ordine post ’45 sia un fattore di rischio. In questo senso possono essere intese le parole pronunciate il 13 febbraio 2016 dal Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev, durante la 52° Munich Security Conference. In un passaggio significativo del suo discorso, Medvedev aveva sostenuto: “The current architecture of European security, which was built on the ruins of World War II, allowed us to avoid global conflicts for more than 70 years. The reason for this was that this architecture was built on principles that were clear to everyone at that time, primarily the undeniable value of human life. We paid a high price for these values. But our shared tragedy forced us to rise above our political and ideological differences in the name of peace. It’s true that this security system has its issues and that it sometimes malfunctions. But do we need one more, third global tragedy to understand that what we need is cooperation rather than confrontation?” [fonte: government.ru/en]. Soprattutto per via di tale motivo la Russia viene definita nella pubblicistica anglosassone (Kagan, ad esempio) e in alcuni recenti documenti ufficiali statunitensi (tra questi, la National Security Strategy 2017) “potenza revisionista”. Tale giudizio rievoca un’espressione che solitamente viene utilizzata dagli studiosi in riferimento al dibattito storiografico relativo alla situazione politico-internazionale che, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, fu propedeutica allo scoppio di quella conflagrazione dapprima limitata al solo teatro europeo (1939-1941) ma in seguito avviata – per la seconda volta – a divenire mondiale (1941-1945). Gli Stati guida della comunità internazionale si ritrovano così dinanzi ad un bivio: trovare una nuova sintesi per i world affairs – come fecero nel 1944 a Bretton Woods e a Dumbarton Oaks – oppure rifugiarsi in uno splendido isolamento appellandosi al sacro egoismo, però rischiando il “clash of globalization”, con tutto ciò che potrebbe conseguire per la stabilità internazionale, anche in termini bellici.

Fine degli equilibri strategici

Alcuni passaggi del discorso di fine anno rivolto alla stampa dal Presidente russo, Vladimir Putin, il 20 dicembre 2018, sembrano confermare tale scenario. Mettendo in guardia contro il rischio di un “global nuclear disaster”, Putin ha infatti affermato: “What are the current distinguishing features and dangers? First, all of us are now witnessing the disintegration of the international system for arms control and for deterring the arms race” [fonte: en.kremlin.ru]. Va altresì detto che il leader del Cremlino si riferiva soprattutto al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari tattiche, quantunque egli abbia evitato di ricordare che proprio la dottrina militare della Federazione Russa attualmente in vigore prevede (art. 27) il primo ricorso agli arsenali atomici anche nel caso di un attacco convenzionale capace di porre una minaccia vitale alla Russia. Al di là di ciò, per comprendere ulteriormente quanto le parole di Putin siano – nella sostanza – un’efficace raffigurazione della situazione odierna, nello schema di séguito proposto sono riportati alcuni accordi, oggi estinti, che hanno però rappresentato architravi fondamentali dell’ordine strategico internazionale nel campo nucleare:

A questo elenco si può aggiungere la questione – tutt’ora oggetto di disputa – relativa al rinnovo del New START (Strategic Arms Reduction Treaty), siglato nel 2010 tra Stati Uniti e Federazione Russa per la riduzione delle armi strategiche offensive, i cui effetti si estingueranno nel febbraio 2021, ma reiterabili (art. XIV, sez. 2) per altri cinque anni. Sopra tutti, il ritiro di Washington dall’ABM nel giugno 2002 ha rappresentato il compimento di quel processo di superamento della dottrina (R. McNamara, 1963) definita Mutual Assured Destruction (MAD) basata sul balance of terror (L. Pearson, 1955) e sulla deterrence by punishment di “secondo colpo nucleare”. Durante la Guerra Fredda, la MAD aveva dato origine allo “stallo nucleare” che, tra i vari aspetti, indusse le due superpotenze a raggiungere un accordo autolimitante (l’ABM, appunto) circa i rispettivi sistemi di difesa anti-missile. Il quadro teorico iniziò a mutare quando (23 mar. 1983) Ronald Reagan annunciò la creazione di uno “scudo spaziale” nell’ambito della Strategic Defense Initiative che, benché poi accantonata, lasciò trasparire in quale misura la MAD potesse essere superata, rappresentando così il “peccato originale” nella politica degli equilibri strategici. L’uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM – motivato sulla scorta dei fatti dell’11 settembre 2001 – ha così prodotto lo scardinamento di un contrappeso considerevole su cui è andata fondandosi la sicurezza internazionale negli ultimi decenni. Non meno significativa è stata (24 ott. 2018) la bocciatura del ‘Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons’ (TPNW) da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (NU), tutti potenze nucleari, sebbene Francia e Regno Unito non dispongano della triade nucleare strategica completa. Durante i negoziati per il TPNW la Missione Permanente russa alle NU aveva inoltre rilasciato (27 mar. 2017) una dichiarazione in cui manifestava scetticismo rispetto allo spirito di quell’accordo. Tra i motivi addotti si possono ritrovare criticità costantemente eccepite dalla Federazione Russa nei riguardi di Washington: il progetto per un sistema di difesa missilistica globale; la (possibile) militarizzazione dello spazio; la mancata ratifica del ‘Comprehensive nuclear-Test-Ban-Treaty’ (CTBT, 1996); infine lo sviluppo in dottrina militare di un [Conventional] Prompt Global Strike (lett. “pronto attacco globale” [convenzionale]).

Accuse reciproche

Le crescenti pressioni di Stati Uniti e NATO nei confronti della Russia, circa le presunte violazioni di quest’ultima all’INF, hanno dato origine ad una contro narrativa russa. Ad esempio, nel 2015, Mosca aveva accusato Washington di violare il ‘Non-Proliferation Treaty’ (NPT) per via della politica di nuclear sharing che prevede lo stoccaggio di bombe termonucleari tattiche B61 in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia [cfr. AA.VV., Tactical Nuclear Weapons and NATO, U.S. Army War College – Strategic Studies Institute, April 2012; Munich Security Report 2018]. Secondo tale interpretazione, la nuclear sharing contrasterebbe con l’art. 1 del NPT concernente il divieto per uno Stato nucleare di trasferire armi atomiche, ovvero il controllo di esse, direttamente o indirettamente, ad altri Paesi militarmente non nucleari. A tal riguardo, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, l’11 giugno 2015 aveva affermato che: “The so-called joint nuclear missions practiced by the United States and their NATO allies are a serious violation of the said treaty [NPT]”, [fonte: sputniknews.com]. Il 15 aprile 2016 fu la volta di un commento del Ministero degli Esteri russo ai contenuti del Report on Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation and Disarmament Agreements and Commitments trasmesso da Foggy Bottom al Congresso il 12 aprile, in cui si ribadivano le accuse a Mosca circa l’INF. La Smolenskaya definiva le conclusioni del documento americano: “absolutely unfounded”, imputando a Washington la precisa volontà “to create a negative information background related to the INF Treaty in order to discredit Russia” [fonte: russiaun.ru/en]. Seguiva inoltre un elenco di violazioni (dell’INF) addebitabili – secondo i russi – a Washington. In particolare, il programma di Ballistic Missile Defence (BMD), in fase di realizzazione nell’Europa centro-orientale in sinergia con la NATO attraverso il nuovo progetto – annunciato da Obama nel settembre 2009 – denominato European Phased Adaptive Approach (EPAA), conterrebbe in sé dispositivi potenzialmente atti all’uso di missili a medio-corto raggio. Lungo questa falsariga, assai grave è – a giudizio di Mosca – il dispiegamento, nella base rumena di Deveselu, del sistema (Aegis Ashore facility) a lancio verticale Mark 41, in grado di ospitare missili Tomahawk, circostanza che – per la Russia – costituirebbe un’infrazione dell’INF. Il 26 novembre scorso, il viceministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, aveva inoltre definito le accuse americane come parte di una “propaganda campaign”, definendo l’azione statunitense un “traditional trick”. Ryabkov aveva spiegato come più volte la Federazione Russa abbia chiesto chiarimenti agli Stati Uniti circa lo sviluppo dei droni Predator UAVs (Unammed Aerial Veichles), che per i russi rientrerebbero nella categoria dei missili cruise GLCM proibiti dall’INF.

In questa delicata e complessa partita diplomatica rispetto alla quale la posta in gioco sembra essere la tenuta dello strategic balance tra i due massimi detentori di testate nucleari strategiche offensive – 3.700 negli Stati Uniti e 2.522 nella Federazione Russa [fonte: Bulletin of the Atomic Scientists, 2018] – la storia offre un felice precedente, rappresentato dalla soluzione incruenta della “crisi di Cuba” nel 1962. Allora Washington e Mosca si accordarono, riservatamente, per smantellare i missili PGM-19 “Jupiter” precedentemente (ott. ’59) dispiegati dagli americani in Turchia e per ritirare gli R-12 e R-14 installati (ott. ’62) dai sovietici sull’isola caraibica. Quell’accordo sortì, tra gli altri, l’effetto di riportare indietro di parecchi minuti il “Doomsday Clock”, le cui lancette, oggi, sono regolate a due minuti dalla mezzanotte.

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF

L’annuncio del Presidente statunitense Donald Trump circa il possibile ritiro dal Trattato INF e l’ultimatum del Segretario di Stato, Mike Pompeo, con cui si intima alla Federazione Russa la cessazione delle sue (presunte) violazioni al documento, pongono la comunità internazionale dinanzi a incognite che interessano gli equilibri nucleari tra le grandi potenze. Il rischio non è soltanto quello di una nuova “crisi degli Euromissili” ma pure di una sua riproposizione in altre aree del globo in cui gli Stati Uniti appaiono impegnati nel contrastare l’assertività di potenze regionali emergenti. Washington e Mosca devono scegliere se percorrere sino in fondo la via dell’intransigenza oppure optare per una soluzione negoziale

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La scelta di Trump

Lo scorso 20 ottobre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, aveva affermato che la sua Amministrazione è determinata a recedere dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev per l’eliminazione dei missili balistici e cruise a medio-corto raggio dispiegati in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta da Unione Sovietica, da un lato, Stati Uniti e NATO, dall’altro. Quell’accordo mise fine alla cosiddetta crisi “degli Euromissili” la quale, de facto, rappresentò quella che, con un saggio pubblicato nel 2006, Maynard Glitman – all’epoca capo negoziatore per Washington – definì “l’ultima battaglia della Guerra Fredda”. I motivi della decisione statunitense sono da addebitarsi a ripetute violazioni del trattato (che sarebbero) avvenute negli ultimi anni ad opera della Federazione Russa, erede unica dell’URSS. Sebbene già nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avessero provveduto ad informare gli alleati NATO di tali violazioni, il contenzioso aperto con Mosca può datarsi ufficialmente al 28 luglio di quell’anno, quando Barack Obama, per mezzo di una lettera [fonte: nytimes.com], notificò al capo del Cremlino, Vladimir Putin, il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalle clausole del trattato. Nel corso di quello stesso mese, inoltre, il ‘Bureau of Arms Control Verification and Compliance’ del Dipartimento di Stato rilasciò il documento intitolato Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation, and Disarmament Agreements and Commitments, in cui si affermava che: “the Russian Federation is in violation of its obligations under the INF Treaty not to possess, produce, or flight-test a ground-launched cruise missile (GLCM) with a range capability of 500 km to 5,500 km, or to posses or produce launchers of such missiles”.

Dal Baltico al Pacifico passando per Bruxelles

 Il 30 novembre 2018, il Director of National Intelligence, Daniel Coats, aveva indicato il missile russo 9M729 “Novator” (SSC-8, secondo la classificazione diffusa da Washington) quale principale imputato di tali violazioni. Il 29 novembre, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva affermato che tale vettore rappresenta una minaccia alla sicurezza europea e al Trattato INF poiché in grado di colpire le capitali europee, abbassando così “the threshold for nuclear conflict” [fonte: nato.int]. Lo scorso 4 dicembre, in occasione del Summit dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica, il Secretary of State, Mike Pompeo, ha infine lanciato un ultimatum alla Russia, dichiarando che gli Stati Uniti – sostenuti in questa decisione dalla NATO – sospenderanno i proprî obblighi verso l’INF entro sessanta giorni se i russi non dovessero ottemperare al rispetto verificabile del trattato. Definendo tutta la vicenda un “misunderstanding”, il presidente della commissione Sicurezza e Difesa del Consiglio della Federazione Russa, Viktor Bondarev, il 5 dicembre ha suggerito un aggiornamento dell’INF, ovvero la sua limitazione allo specifico teatro europeo. Assai più dura, invece, è stata la replica del responsabile del Genshtab (Stato Maggiore russo), Generale Valery Gerasimov, il quale ha avvertito che in caso di uscita di Washington dall’INF e conseguente schieramento di missili a medio-corto raggio in Europa la riposta di Mosca prenderà di mira (“will target”) i Paesi europei che ospiteranno eventuali vettori statunitensi. A queste considerazioni si sono aggiunte quelle dello stesso leader del Cremlino, Vladimir Putin, secondo cui le parole di Pompeo rappresentano null’altro che l’ultimo tassello di una strategia finalizzata a giustificare, ulteriormente, il riarmo statunitense attraverso l’uscita di Washington dall’INF; riarmo a cui la Russia risponderebbe in egual misura [fonte: en.kremlin.ru]. In realtà la Federazione Russa ha già cominciato ad installare sul territorio europeo vettori della versione “Iskander-M 9K720” (nome in codice NATO SS-26 “Stone”), con gittata compresa tra i 400 e i 500 km [fonte: MissileThreat/CSIS], riproponendo con tale iniziativa criticità simili a quelle che furono all’origine della crisi degli Euromissili. Il 5 febbraio 2018, il presidente della Commissione Difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, aveva infatti confermato il loro dispiegamento permanente nell’exclave russa di Kaliningrad. I motivi erano stati illustrati dal capo del Cremlino, Dmitry Medvedev, il 5 novembre 2008, durante un discorso all’Assemblea Federale. Secondo Medvedev, il configurarsi di una nuova situazione geopolitica internazionale – conseguenza soprattutto della costruzione ad opera degli Stati Uniti di un sistema globale anti-missile che interessa anche l’Europa – rendeva necessarie adeguate contromisure, tra cui lo schieramento degli “Iskander” con l’obiettivo: “se necessario, di neutralizzare il sistema di difesa missilistico [americano, N.d.A.]” [fonte: en.kremlin.ru]. Questo sebbene sia Washington che l’Ue in passato abbiano affermato che tale iniziativa di difesa non costituisca una minaccia per la Russia, perché unicamente concepita contro possibili attacchi da Nord Corea e Iran. L’INF è stato chiamato in causa anche in rapporto alla regione Asia-Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con Pechino. Ad esempio, il 27 aprile 2017, in una audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington, il Comandante dell’USPACOM (U.S. [Indo-]Pacific Command), Ammiraglio Harry Harris Jr., aveva affermato che, a causa dei vincoli dell’INF, gli Stati Uniti non hanno adeguate capacità per fronteggiare, in quella regione, i sistemi missilistici cinesi  che – specificava l’alto ufficiale oggi ambasciatore a Seoul – per il 95% violerebbero l’INF se Pechino fosse anch’essa firmataria del trattato. Una motivazione che – va detto – oltreché lapalissiana, appare debole, se si considera che l’INF proibisce i sistemi a medio-corto raggio dispiegati a terra, ma non quelli imbarcati su unità navali.

L’INF Act 2017 e il ruolo del Congresso

In occasione del 30° anniversario (8 dic. 2017) della firma dell’INF, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, aveva illustrato l’Integrated Strategy dell’Amministrazione Trump in merito alla questione, utilizzando concetti che – in sostanza – ricordano molto da vicino il dual-track adottato da Stati Uniti e NATO negli anni ’80 per rispondere al dispiegamento dei missili sovietici. Secondo le parole della portavoce, Washington si riservava di attuare una “risposta flessibile”, basata su coercizione e dialogo, ovvero sviluppo di nuovi sistemi missilistici a medio-corto raggio a cui gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a rinunciare nel caso Mosca avesse accettato una soluzione diplomatica in grado di riportarla nell’alveo dell’INF. Tale strategia si ritrovava, più compiutamente, nella legge fiscale 2018 licenziata dal Congresso il 12 dicembre 2017 come Public Law 115-91, dove nella Sezione 1239A, intitolata Strategy to Counter the Threat of Malign Influence by the Russian Federation, veniva accluso (Subtitle E) l’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty Preservation Act of 2017. Quest’ultimo ricordava come l’articolo XV (sez. 2) dell’INF preveda che i firmatarî possano recedere dal trattato qualora eventi straordinarî legati alla materia regolata mettano in pericolo i loro supremi interessi. In ragione di ciò, ovvero delle violazioni da essi attribuite alla Russia, gli Stati Uniti si ritenevano (già allora) legalmente autorizzati a sospendere (“to suspend“) i loro obblighi, in parte o in toto, rispetto al trattato. Il testo legislativo del Congresso autorizzava un programma di sviluppo, in fìeri, per un sistema “roadmobile” GLCM con gittata compresa tra i 500 e 5.500 km, vale a dire quella vietata dall’INF. Il documento prevedeva inoltre lo stanziamento (anno fiscale 2018) di 58 mln di $ per ricerca, sviluppo, sperimentazione (“test“) e valutazione di sistemi di difesa capaci di rispondere a missili ground-launched. Tali disposizioni appaiono di poco al di qua della violazione. L’articolo VI dell’INF stabilisce infatti che nessuna parte contraente possa produrre (“produce“) o condurre test di volo (“flight-test“) di alcun tipo di vettori IRM (intermediate-range missile) e SRM (shorter-range missile). L’INF Act del Congresso, utilizzando il termine << test >>, sembrava dunque porre una differenza che, per quanto sottile e cavillosa, era di per sé rilevante, perché lasciava trasparire come Washington manifestasse (in quel frangente) la volontà di ingaggiare Mosca, unicamente, sul terreno del confronto diplomatico. Il ruolo, non secondario, del Congresso è conseguenza pure del fatto che la Costituzione americana (art. II, sez. 2) attribuisce al Presidente la prerogativa di stipulare trattati, subordinando però tale potere al previo parere e consenso (“advice and consent”) del Senato. Il 27 maggio 1988 l’INF, essendo un trattato non un accordo, fu sottoposto a ratifica del Senato che lo approvò a larga maggioranza (93 voti favorevoli), allegando però tre condizioni, due dichiarazioni e tre declarations and understandings. Durante la crisi degli Euromissili, Reagan aveva inoltre coinvolto i senatori nel processo negoziale con l’URSS, suscitando la formazione di un Senate Arms Control Observer Group. Oggi, una decisione motu proprio dell’Amministrazione Trump potrebbe ingenerare anche una controversia costituzionale poiché, sebbene l’articolo XV dell’INF preveda che le parti possano recedere, l’iniziativa presidenziale sarebbe suscettibile di dibattito negli Stati Uniti, forse incontrando ostacoli nel Campidoglio, benché i risultati delle elezioni di mid-term 2018 abbiano assegnato ai Democratici 233 seggi (su 435) alla Camera e solamente 47 (su 100) al Senato. In questo senso, il caso “Goldwater contro Carter” del 1979 – a suo tempo però respinto dalla Corte Suprema – circa il quesito concernente la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti possa recedere unilateralmente da un trattato senza consultare il Senato, costituisce un precedente sintomatico, toccando un tema già affrontato ab origine della storia costituzionale statunitense da Alexander Hamilton nel 1788 nello studio intitolato The Treaty Making Power and Executive, oggi incluso nella serie The Federalist Papers n.75.

Scenari negoziali

Sino al proclama di Trump e all’ultimatum di Pompeo, gli Stati Uniti erano ricorsi soprattutto alla dissuasione economica per ricondurre la Russia al rispetto dell’INF. Il 20 dicembre 2017 il Department of Commerce aveva infatti esteso il regime sanzionatorio di cui è destinataria Mosca a due società russe – la Novator e la Titan-Barrikady – ritenute coinvolte nella fornitura di sistemi d’arma che violerebbero i contenuti del trattato. Il National Security Advisor, John Bolton, parlando da Mosca, dove si era recato in visita il 22 e 23 ottobre scorsi incontrando il suo omologo russo Nikolai Patrushev e Lavrov, aveva affermato che il prossimo passo, dopo la dichiarazione di Trump, sarebbe consistito in consultazioni con gli alleati in Europa e in Asia, nonché in intensi negoziati diplomatici con la Russia [fonte: ru.embassy.gov]. Ciò lascia supporre che la partita negoziale non possa dirsi ancora del tutto conclusa, sebbene alcune recenti dichiarazioni provenienti dall’Alleanza Atlantica rischino – se fraintese – di guastare sul nascere ogni possibile dialogo. È il caso, ad esempio, di quanto affermato il 29 novembre da Stoltenberg circa il fatto che “after many years of categorical denials” la Russia abbia infine ammesso l’esistenza del missile SSC-8 accusato di violare l’INF [fonte: nato.int]. Non serve scomodare oltremisura Retorica e Logica per avvertire come il paralogìsmo del Segretario Generale della NATO sembri volere persuadere che Mosca abbia ammesso anche la violazione del trattato. Va da sé infatti che l’ammissione dell’esistenza di un missile non implica parimenti la prova che esso violi ipso facto gli obblighi del Trattato INF.

 

Lo stato di salute dell’Iran tra sanzioni e dissidi interni

In una fase di transizione storico-politica destinata a mutare nuovamente gli equilibri regionali del Medioriente, l’Iran si trova attualmente in una situazione di incertezza e precarietà dettata sia dai dissidi interni sia dalle altalenanti relazioni con gli attori internazionali.

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Lungi dall’aver concretizzato le ambizioni di un revival sciita, nei prossimi tempi il policymaking di Teheran dovrà districarsi su vari fronti problematici che determineranno il futuro dell’attuale leadership e la gradazione egemonica iraniana nell’arena internazionale. Dal JPCOA ai rapporti con Stati Uniti e Unione Europea, dalle sommosse popolari alle discordie tra Rouhani e l’establishment religioso, sono innumerevoli i fattori che diranno se l’Iran saprà indirizzare il proprio futuro o se invece subirà passivamente il peso degli eventi attuali.

La costruzione e l’implementazione del cosiddetto arco sciita ha subito negli ultimi tempi una brusca frenata, costringendo l’Iran a rivedere i propri obiettivi strategici nella regione. In un quindicennio, infatti, la potenza persiana era stata in grado di sfruttare gli eventi perturbanti del Medio Oriente per rafforzare la propria posizione laddove storicamente già presente e per estendere la propria sfera di influenza sino ad essere (ri)considerata un attore egemone, tanto dal punto di vista militare quanto dal punto di vista di un rinnovato soft power.

Sebbene le basi ideologiche di questo impeto espansionistico risalgano alla Rivoluzione islamica del 1979, si ha avuto un primo segnale con l’intervento americano in Afghanistan nel 2001 che, esautorando dal potere i talebani sunniti, ha creato condizioni favorevoli per la penetrazione iraniana. Allo stesso modo, e forse ancor più determinatamente, la caduta di Saddam nel 2003 e il ritorno ai vertici della maggioranza sciita hanno ribaltato la percezione dell’Iraq da costante minaccia per la sicurezza ad accondiscendente interlocutore. In tempi più recenti, la crescente forza di Hezbollah ha giocato un ruolo estremante utile all’Iran per assicurare una decisa presenza in Libano. Infine, i successi nel conflitto siriano ottenuti dalla coalizione con Russia e Turchia sembravano aver avvicinato la Repubblica islamica a chiudere il cerchio del proprio percorso revanscista, a scapito dei rivali sauditi. Proprio questo sentore di un Iran in forte ascesa ha accresciuto nel tempo le preoccupazioni di Stati Uniti (e Arabia Saudita), i quali valutano la presenza di un aggressivo egemone mediorientale come un elemento inficiante per il loro sistema di check and balances.

Il Nuclear Deal ed il fresco rinnovo delle sanzioni americane rappresentano due approcci alla questione iraniana che in alcune istanze ambiscono, seppur con strumenti differenti, ad obbiettivi molto simili. L’accordo sul nucleare (JCPOA) è figlio di un’azione multilaterale e collettiva portata avanti dai “5+1” sulla scia delle sanzioni decise dall’ONU tra il 2003 (anno del primo dossier sul nucleare iraniano) e il 2016, le quali richiamavano tutta la comunità internazionale alla necessità di limitare tale minaccia atomica. Se dal punto di vista diplomatico ha goduto di un certo spolvero di successo, nella produzione di conseguenze concrete si è rivelato soprattutto un accordo di compromesso lontano dai reali obbiettivi originari. In aggiunta a questa debolezza di fondo, dal punto di vista americano il Nuclear Deal si è dimostrato un espediente fragile e limitativo perché non ha tenuto conto di due fattori in ascesa, ma ancora poco decifrabili nel 2015: il livello di know-how del programma balistico e l’aumento dell’influenza iraniani nella regione.

Le sanzioni da poco rinnovate dall’amministrazione Trump riservano un’ostilità maggiore e lasciano trasparire una pianificazione volta a stringere l’Iran in una morsa politico-economica. È facile notare che nel lasso di tempo esente da sanzioni la cospicua produzione di idrocarburi dell’Iran sia ripartita a gonfie vele, toccando picchi di aumento vicini al 60% e spingendo il PIL ad una crescita del 13%. Il rovescio della medaglia, però, mostra che gli effetti della prima tornata di sanzioni hanno ridotto la disponibilità monetaria nelle mani di Teheran, costringendo il governo a tagliare i tradizionali sussidi pubblici in un periodo in cui il prezzo dei beni di prima necessità è più che duplicato. Tenendo conto della consistente capacità produttiva e di esportazione dell’Iran e, al fine di evitare un insostenibile apprezzamento del greggio sul mercato, gli Stati Uniti hanno concesso ulteriori sei mesi di tempo ai nove maggiori importatori di petrolio iraniano, prima di tagliare definitivamente i ponti. I meccanismi per farlo vanno da una riduzione delle facilities logistiche ad un’impalcatura proto-normativa tesa a minimizzare i rapporti finanziari da e verso il Paese. Questa politica ambigua lascia trasparire l’idea che l’agenda statunitense non sia rivolta tanto a riaccompagnare l’Iran verso un improbabile tavolo delle trattative, quanto piuttosto ad obbiettivi politico-strategici di tutt’altro spessore. Infatti, l’esasperazione a certi livelli della pressione sull’economia iraniana sta aumentando i dissidi interni, un fattore che, se dovesse raggiungere dimensioni maggiori, giocherebbe tutto a favore di un obiettivo mai troppo celato degli Stati Uniti: il regime change.

Il quadro interno rimane inevitabilmente legato all’impetuosa politica estera statunitense. Nonostante le ultime indagini dell’AIEA sembrassero confermare l’adempimento degli obblighi di non proliferazione, il regime iraniano ha recentemente lasciato intendere di poter riprendere il proprio programma nucleare. Gli osservatori considerano però questa mossa come una semplice volontà di placare la coercizione americana e di spingere i paesi europei a tenere aperti i flussi economici e commerciali, vitali per evitare un’ancor più drastica fase di regressione.

Occorre ricordare che la retorica iraniana è sovente caratterizzata da una retorica bidirezionale: da un lato queste minacce appaiono in maggior misura volte a rasserenare le anime più oltranziste dell’establishment e dall’altro sembrano mirate ad intimidire la comunità internazionale fronte all’ipotesi di un totale fallimento dell’accordo. Sebbene il discorso di regime tenti di placare i numerosi movimenti di protesta e sebbene una certa avversità al regime sia da sempre caratterizzante della società iraniana, i dissidi interni si sono intensificati nell’ultimo anno. Anche la classe media rappresentata dai bazar, storicamente un ago della bilancia negli equilibri sociopolitici e nella gestione dell’economia, ha reso noto il proprio malcontento. Questa volta incombe l’ombra di una loro manipolazione “dall’alto” sospinta da alcuni rappresentanti delle élites che valutano negativamente le politiche di Rouhani e che temono un’inversione di tendenza sfavorevole a quei “businessmen” che, negli anni delle sanzioni, avevano agito liberamente nel campo dell’economia sommersa. Ciò che emerge significativamente sono le lotte elitarie intestine al potere, che rischierebbero di marginalizzare le azioni più moderate di Rouhani.

Un dibattito politico in questo senso può certamente mettere in crisi i meccanismi informali che muovono le redini della Repubblica islamica, come dimostrato dalle discordie riguardo la modifica delle norme di antiriciclaggio, per le quali è stato necessario l’intervento dell’ayatollah Khamenei e l’intercessione dell’ultraconservatore Ahmad Jannati. Altra prova dell’erosione del potere di Rouhani è stato la poco trasparente procedura di impeachment contro due suoi ministri. Pertanto, è scarsamente plausibile che l’attuale governo, imbrigliato dalle sanzioni statunitensi e dalle tensioni interne, riesca a portare avanti la stessa agenda rifomista che ne aveva decretato il successo alle scorse elezioni. All’opposto, rimane ragionevolmente certo che, qualsiasi forza politica sorgerà nel prossimo futuro, l’Iran rimarrà saldamente aggrappato alla questione siriana sia sul campo militare sia sul campo negoziale come nel caso del summit di Teheran con Russia e Turchia. Forte del prestigio derivante dai risultati ottenuti al fianco di questa alleanza, l’Iran rimarrà certamente fedele alla tendenza dell’ultimo periodo di ribadire la propria centralità (o egemonia) nella regione.

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Dall’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno iniziato un processo di disimpegno dal Medio Oriente, che il nuovo presidente Trump ha, nella redazione della National Strategy Security, dichiarato di voler perseguire. In questo capitolo verranno sottolineate le analogie e le differenze tra le due amministrazioni nell’approccio alla regione, in special modo nel rapporto con i due attori principali: l’Iran e l’Arabia Saudita. In seguito verranno analizzati i diversi fattori che costituiscono potenzialità e criticità dei due paesi, che contribuiscono a delineare le possibili traiettorie future di un conflitto perenne per l’egemonia del Medio Oriente e del mondo islamico. -> LEGGI IL PAPER

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India, il contrappeso della Cina?

Con la pubblicazione della National Security Strategy del 2017, l’amministrazione Trump ha posizionato l’India nella regione dell’Indo-Pacifico, una nuova denominazione che amplia il concetto e lo spazio dell’Asia-Pacifico. L’India agisce in questo contesto muovendosi in senso multidirezionale e seguendo direttrici diverse, secondo l’ambizione del primo ministro Narendra Modi che desidera per il paese un ruolo di leadership globale. L’India si inserisce quindi nel contesto regionale creando i suoi spazi di influenza, anche in reazione al progetto cinese della Belt and Road Initiative, e trovandosi spesso in allineamento con gli Stati Uniti di Trump. Il paese, al confine tra grande potenza regionale e grande potenza, può agire da contrappeso alla presenza ed alla crescita della Cina nella regione, ma necessita di ulteriori riconoscimenti a livello internazionale per poter essere definita a tutti gli effetti una potenza globale. -> LEGGI IL PAPER

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