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L’Africa e la strategia americana

“Nessun Paese sta facendo di più” degli Stati Uniti per aiutare le nazioni africane nella lotta al coronavirus. Questo è quanto dichiarato dal Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani, Tibor Nagy, precisando che degli oltre 780 milioni di dollari versati a livello globale durante la pandemia, 247 milioni sono stati riservati all’Africa e che “l’aiuto annuale degli Stati Uniti è di 7,1 miliardi di dollari, di cui 5,2 miliardi sono destinati esclusivamente alla salute”. Ma quale è realmente la strategia americana in quella che viene spesso definita come “nuova” corsa all’Africa? 

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Lo sviluppo in Africa e l’interesse internazionale

Negli ultimi due decenni l’Africa ha beneficiato di un’importante crescita economica, accompagnata da una serie di trasformazioni. Dal 2004 il reddito interno lordo è aumentato del 250% e tra il 2000 e il 2018, le economie subsahariane hanno registrato una crescita media del 5%, con sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo. I miglioramenti economici, uniti ad una maggiore integrazione regionale, hanno portato nel 2019 all’entrata in vigore di una nuova area di libero scambio continentale (African Continental Free Trade Area, Afcta), concordata in sede di Unione Africana. L’area, che comprende 54 Paesi, costituisce la più grande zona di libero scambio al mondo per numero di nazioni coinvolte. Con un totale di 1,2 miliardi di persone, a cui si aggiungono possibili nuovi consumatori, l’area potrebbe innescare una potenziale crescita del settore industriale. 

Oltre l’aspetto meramente economico, si deve considerare che i paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Alla crescita demografica si affiancano altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che prese nel complesso potrebbero contribuire all’instaurazione di nuovi legami economici.

A differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale. In questo senso, l’area sub-sahariana viene spesso considerata una fonte per diversificare gli approvvigionamenti, e ridurre la dipendenza dai Paesi medio orientali.

Per queste ragioni, si è profilato sul continente uno scenario particolarmente attraente per grandi e medie potenzegenerando una vera e propria competizione; a partire dalla Cina, la quale ha svolto un ruolo di apripista, seguita poi da Russia (apparentemente orientata su risorse naturali e dimensione militare), Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Giappone, Turchia, e Paesi del Golfo.

La strategia statunitense per l’Africa

In questo contesto gli Stati Uniti di Donald Trump, non sempre hanno dimostrato di avere una strategia coerente e, soprattutto durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, la politica americana verso l’Africa è apparsa, secondo alcuni analisti, distratta e disimpegnata

Nel dicembre 2018, in relativo ritardo rispetto ad altri Paesi, l’amministrazione americana, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, ha annunciato una “Nuova Strategia per l’Africa”, una politica che cerca sia il primato che il partenariato nel continente e che di fatto dichiara aperta una nuova fase di competizione tra potenze nell’area. La strategia tratteggia in maniera schematica alcuni punti essenziali, tra cui: la prosperità, attraverso “l’avanzamento degli scambi commerciali e dei legami commerciali degli Stati Uniti con le nazioni della regione a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa”; la sicurezza, attraverso “la lotta alla minaccia del terrorismo islamico radicale e dei conflitti violenti”; e la stabilità, attraverso l’aiuto estero, assicurando al contempo che i dollari dei contribuenti statunitensi per gli aiuti siano usati in modo efficiente.

L’obiettivo principale della strategia statunitense, come più volte ribadito durante il discorso, è quello di contrastare l’influenza politica, commerciale, e di sicurezza della Cina in Africa e, in misura minore, della Russia. Secondo il think tank “The interpreter”, infatti, la nuova strategia per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”. Nel discorso di Bolton, la Cina viene presentata come un “donatore canaglia” che sta investendo “deliberatamente e aggressivamente” per ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti. Questo, secondo tale logica, fa sì che i governi africani si indebitino, danneggiando le loro prospettive di sviluppo a lungo termine e indebolendo la loro sovranità. Di conseguenza, gli Stati Uniti “incoraggerebbero i leader africani a scegliere investimenti esteri sostenibili che aiutino gli Stati a diventare autosufficienti, a differenza di quelli offerti dalla Cina che impongono costi eccessivi”.

Tale strategia è stata confermata anche dalla visita del segretario di stato Mike Pompeo, la più alta carica degli Stati Uniti a recarsi in Africa, che a febbraio ha viaggiato tra Senegal, Angola ed Etiopia (sede dell’Unione Africana). Quella di Pompeo non è stata né un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, quanto piuttosto una visita strettamente politica, il cui scopo è stato mettere in guardia i leader africani contro il tipo di relazioni che vengono proposte da Pechino.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il piano commerciale, con la “Nuova strategia per l’Africa” gli Stati Uniti hanno voluto riaffermare la loro intenzione di non rimanere indietro rispetto ai rivali internazionali, presentando un piano di investimenti capace di competere con le altre forze in gioco. Impegno ribadito anche con l’organizzazione di una conferenza, il 6 febbraio 2020, da parte dell’ambasciata americana di Tunisi in collaborazione con la camera di commercio degli Stati Uniti per agevolare gli scambi commerciali tra gli imprenditori africani e americani. L’iniziativa “Prosper Africa”, firmata dall’amministrazione, è stata concepita per assistere le aziende statunitensi intenzionate a fare affari in Africa ed è sostenuta dal Better Utilization of Investments Leading to Development Act, che ha istituito la U.S. International Development Finance Corporation (DFC).

La posizione del Congresso

Nonostante questo, la strategia americana è rimasta poco articolata e lo stesso Trump sembra non mostrare interesse, tanto che durante il suo mandato non ha mai fatto visita al continente africano, e durante il Vertice del G20 ad Amburgo, è uscito proprio durante una sessione di lavoro sull’Africa, lasciando sua figlia Ivanka a presenziare al suo posto.

Sembra che all’interno degli apparati statunitensi si muovano dinamiche diverse, talvolta opposte. Il Congresso si è dimostrato contrario alle proposte dell’Office of Management and Budget per i cospicui tagli all’assistenza straniera (per avviare quello che viene definito “leading from behind”) che probabilmente interesserebbero l’Africa più di qualsiasi altra regione, comportando una notevole riduzione delle politiche in materia di salute e assistenza alla sicurezza. Il Congresso, infatti, ha ottenuto il mantenimento, se non addirittura l’aumento, dei livelli di finanziamento esistenti, respingendo le proposte dell’amministrazione per ridurre la già esigua presenza militare statunitense nel continente volta a limitare il terrorismo, addestrare le truppe locali e garantire la presenza per anticipare la competitività di potenze rivali.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC)

Doveva essere, secondo le parole del presidente americano Donald Trump, una semplice “diatriba tra Mosca e Riad” ma si è capito (quasi) subito che la guerra intorno al prezzo del petrolio avrebbe assunto ben presto una dimensione mondiale, tanto da arrivare a coinvolgere i Paesi del G20 in quello che è il più grande taglio della produzione di petrolio della storia.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC) - Geopolitica.info

Lo scontro tra Russia e Arabia Saudita 

Ad inizio marzo, davanti all’inarrestabile crollo del prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita aveva proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno, di cui 500.000 barili in capo ai Paesi non Opec. Una scelta, quella di Riad, dettata dal fatto di non poter sopportare a lungo un costo del greggio inferiore (di troppo) agli 80 dollari al barile, un prezzo che rappresenta il break-even per i sauditi. La proposta dell’Arabia Saudita si è scontrata però contro l’opposizione di Mosca che, forte di un break-even intorno ai 40 dollari al barile, ha provato a sfruttare l’occasione per eliminare dal mercato, per quanto possibile, i produttori di shale oil americani, già fortemente indebitati. La contromossa di Riad che ha deciso a quel punto di incrementare la propria produzione giornaliera ha dato inizio ad una vera e propria guerra dei prezzi, che ha portato il costo del petrolio addirittura intorno ai 20 dollari al barile e messo in crisi il meccanismo dell’Opec Plus.   

Un mercato del petrolio in crisi 

Lo scontro tra Mosca e Riad si è inserito in un contesto in cui il mercato petrolifero risultava già fortemente indebolito dagli effetti della diffusione a livello globale del virus Covid-19. Senza alcuna certezza circa i tempi necessari a neutralizzare la minaccia sanitaria in corso, l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha già ridotto, per l’intero 2020, di un terzo la previsione di crescita della domanda: ci si aspetta, in particolare, un aumento di (solo) 825 mila barili al giorno, che sarebbe il più basso dal 2011. Le misure per contenere il contagio, infatti, non solo hanno semiparalizzato la Cina, un gigante che assorbe oltre il 10% dell’offerta totale di greggio, ma stanno provocando ripercussioni a catena su scala internazionale, con un impatto significativo sui trasporti e sul turismo. In una simile situazione, solo un accordo tra i principali protagonisti del mondo petrolifero avrebbe potuto fornire qualche garanzia di ripresa per il settore.  

Il petrolio “sotto zero” 

Il crollo del prezzo del petrolio intorno ai 20 dollari al barile ha aperto la strada verso quella che da più parti viene vista come una catastrofe, ovvero una discesa dei prezzi in territorio negativo. Una situazione da scongiurare, sia perché per l’Europa, nonostante la crescita della domanda di gas, il petrolio resta ancora la principale fonte utilizzata per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, sia perché a fondarsi sul petrolio sono le economie di quei Paesi del Medio Oriente dove fondamentale è garantire la stabilità della regione. Prezzi negativi significa che i produttori possono liberarsi del greggio solo pagando. In realtà, non sarebbe la prima volta che succede nel settore energetico: anche prima della pandemia è già successo più volte di vedere il segno meno davanti al prezzo dello shale negli Stati Uniti, così come sui mercati dell’elettricità. Ma nel caso del petrolio la questione sarebbe più complessa, dal momento che l’eccesso di offerta rischia di terminare rapidamente lo spazio disponibile per il suo stoccaggio. E conservare il petrolio costa sempre più caro.  

L’accordo mondiale per il petrolio 

Ed è così che dopo una settimana di negoziati, sempre sull’orlo del fallimento a causa delle (rigide) posizioni di alcuni Paesi, si è arrivati ad un accordo che ha visto il coinvolgimento non solo del sistema Opec Plus ma anche dei Paesi del G20. Più precisamente, secondo un primo accordo, si era deciso che a maggio e a giugno la produzione mondiale di petrolio sarebbe diminuita di 10 milioni di barili al giorno. A fronte della perdurante opposizione del Messico, si è arrivati alla decisione di tagliarne una quantità leggermente inferiore, pari a 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta comunque di un dato molto significativo, che rappresenta ben un decimo dell’offerta totale attuale e quasi il doppio rispetto alla quantità tagliata in occasione della crisi finanziaria globale del 2007-2009.  

L’attivismo di Donald Trump 

Determinante per l’intesa è stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È stato lui, infatti, a spingere sin dall’inizio verso un possibile nuovo incontro dell’Opec Plus, trovando anche una soluzione all’opposizione messicana. La diffusione del Covid-19 sta mettendo a dura prova il sistema sanitario americano e, soprattutto, la tenuta della sua economia, tanto che recenti sondaggi accreditano lo sfidante di Trump alla Casa Bianca, Joe Biden, in vantaggio di ben 11 punti. Il vantaggio intravisto da Trump in un prezzo del petrolio così basso, ovvero una sensibile diminuzione del costo della benzina per i consumatori (ed elettori) americani, si è rivelato ben presto relativo, dal momento che a causa del lockdown i cittadini americani non possono circolare. Ed è così che Trump ha presto messo da parte i meri calcoli elettorali, per concentrarsi sui possibili (devastanti) effetti provocati da un eventuale crollo dell’industria petrolifera americana sulla sicurezza nazionale.  

L’incognita messicana 

L’accordo è stato a rischio sino all’ultimo a causa dell’opposizione messicana. Il ministro dell’Energia messicano Rocio Nahle, infatti, ha chiesto e, alla fine, ottenuto un compromesso in base al quale potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto previsto all’inizio. Il Messico, inoltre, rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Dietro all’opposizione messicana, la volontà del presidente Lopez-Obrador di incrementare gli investimenti nel settore petrolifero per portare la produzione di greggio sino a 2 milioni di barili al giorno, unico modo per poter sostenere le politiche sociali annunciate durante la campagna elettorale. Il compromesso si è reso possibile solo grazie all’intervento del presidente americano Trump, che ha proposto di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico. Per fare ciò, però, è stato necessario superare a sua volta l’opposizione dell’Arabia Saudita, intimorita che altri paesi avrebbero potuto avanzare richieste simili. Alla fine, però, a prevalere è stato il buon senso di tutti e, soprattutto, la volontà di salvare, ancora una volta, l’Opec.

Fabrizio Anselmo,
Geopolitica.info

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo

Le pandemie non rispettano confini, barriere o dogane e sembrano sfuggire al tentativo degli studiosi di racchiuderle in framework teorici che le descrivano, spieghino, e ne prevedano le conseguenze meno immediate sulla vita politica internazionale. Tuttavia, a parere di chi scrive la teoria delle Relazioni internazionali fornisce strumenti concettuali utili a districare la complessità della presente epidemia da Coronavirus e del suo impatto sulle dinamiche politiche che prendono forma oggi tra gli Stati.

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo - Geopolitica.info Coronavirus Disease 2019 Rotator Graphic for af.mil. (U.S. Air Force Graphic by Rosario "Charo" Gutierrez)

I tre spazi della vita politica degli Stati

In questo senso, la tripartizione dello spazio politico internazionale avanzata da Alessandro Colombo in La disunità del mondo può rappresentare un prezioso punto di partenza per l’analisi del tema. Secondo Colombo, lo spazio politico internazionale si può meglio rappresentare come l’intersezione di tre livelli: i) il sistema internazionale; ii) la società internazionale; iii) la società transnazionale.

Il primo livello coincide con la rete di interdipendenze strategiche, ovvero lo spazio in cui gli stati sono suscettibili di essere coinvolti in una stessa guerra e nella conseguente pace. In un sistema di stati così definito, ogni unità diventa un fattore necessario nel calcolo di un’altra e, pertanto, le azioni di una determinano conseguenze su quelle dell’altra. In questo senso, Raymond Aron ci sottolinea come sia facilmente intuibile che le azioni di due stati limitrofi siano intimamente interconnesse mentre quelle di due paesi situati ai capi opposti del globo siano probabilmente più disgiunte. L’estensione di tale sistema di Stati dipende da alcuni elementi: in primis, la portata degli armamenti di attacco e difesa disponibili tra gli attori del sistema ovvero il raggio in cui gli attori sono in grado di recare danno ad altri o prevenire il danno da parte di altri; la geografia degli attori ovvero se essi mantengano una presenza significativa al di fuori della propria regione attraverso basi all’estero, colonie, domini; la rete di alleanze e partnership militari che questi intessano per cui si impegnano ad essere coinvolti in amicizie ed inimicizie di altre regioni.  Pertanto, si può distinguere tra sistemi internazionali regionali, ossia quelli in cui gli attori sono coinvolgibili in guerre regionali date le loro limitate capacità di proiezione di potenza e l’assenza sia di basi sia di alleanze esterne alla regione d’appartenenza, e globali, in cui gli armamenti permettano la minaccia e l’utilizzo della forza anche a distanze continentali, uno o più attori mantengano il piede in più continenti e la rete di alleanze abbia lunghezze globali.

Il sistema internazionale, ovvero la rete di interdipendenze strategiche, nato nel triennio 1989-91 con la fine della guerra fredda è, stando a tali indicatori, un sistema internazionale globale dove, diversamente da quello del periodo 1945-1989, è un solo attore a svolgere la funzione di “globalizzatore” strategico, gli Stati Uniti. Solo Washington, infatti, è oggi capace di una proiezione di potenza globale grazie all’enorme divario militare accumulato durante e dopo la guerra fredda rispetto alle altre potenze. Infine, solo gli Stati Uniti dispongono di una costellazione di basi e di alleati e partner militari in ogni angolo del globo. Ciò non toglie, ovviamente, che possano esistere attori di raccordo quali la Russia, la Turchia, o la Cina in grado di intervenire oltre la propria regione. Nessun altra potenza al giorno d’oggi, tuttavia, eguaglia il respiro globale di Washington ovvero è in grado di intervenire, per dirla con le parole di Barry Buzan e Ole Wæver in tutte le dinamiche regionali di securitizzazione e de-securitizzazione, che si tratti dei complessi di sicurezza americano, mediorientale, sub-sahariano, indo-pacifico, europeo, o post-sovietico. Chiarito cosa si intenda per sistema internazionale e come quello odierno sia globale grazie alla presenza di un attore predominante con una efficace proiezione globale, si può passare a definire le altre facce dello spazio politico internazionale.

Il secondo livello, la società internazionale, rappresenta un grado maggiore di integrazione tra le unità politiche statuali ed esiste quando esse condividano valori ed interessi comuni. Ovviamente all’interno della società internazionale si possono ritrovare forme di convivenza internazionale poco più integrate del sistema internazionale (come il Concerto europeo successivo al 1815) o forme altamente integrate come la società euro-atlantica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui si manifesta un elevato livello di isomorfia e una grande condivisione di valori, obiettivi, istituzioni, ed organizzazioni comuni. All’interno di questa comunità atlantica a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, proprio in virtù del primato di potenza detenuto dagli Stati Uniti, è stato riconosciuto a Washington il ruolo di guida, o, meglio, di egemone. L’egemonia nelle relazioni interstatali, infatti, esiste quando ad una primazia di potere si associ il riconoscimento da parte della comunità di potenze dell’egemone come guida legittima della vita internazionale. In cambio, esso è chiamato a garantire la fornitura di alcuni beni pubblici internazionali considerati collettivamente come indispensabili. Con la fine della Guerra fredda la società internazionale a guida americana è stata estesa attraverso una fitta rete di interazioni bilaterali e multilaterali al mondo intero, fatta eccezione per alcuni casi “devianti”.

Il terzo livello racchiude la società transnazionale ovvero lo spazio dove i singoli individui ricevono e trasmettono credenze comuni e si percepiscono come simili. Questo processo di scambio e interazione se da un lato trascende gli stati, dall’altro è facilitato, se non del tutto permesso, dalla più o meno libera circolazione di persone, merci e informazioni garantita dalle politiche statali mentre al contrario svigorisce quando questa sia ostacolata da barriere, confini, differenze. Tale flusso è realizzato dai popoli, dalle società commerciali, dalle organizzazioni internazionali e mette in relazione come scrive Angelo Panebianco «Persone e mondi».


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Il virus: l’epifenomeno del mutamento in corso

L’epidemia da coronavirus, come ogni momento di crisi, spinge gli Stati ad operare scelte cruciali in tempi brevissimi e, similmente a quanto avviene per gli individui, a perseguire gli obiettivi più impellenti per la propria comunità di sicurezza. Pertanto, i momenti critici svelano interessi ed obiettivi e, conseguentemente, i rapporti di forza vigenti in un ambiente internazionale politico ed economico caratterizzato da scarsità di risorse. In questo senso, lo scoppio e la diffusione globale del Coronavirus cattura un’istantanea del mondo odierno che  in questa sede si cercherà di ricostruire.

Per quanto riguarda il sistema internazionale, gli Stati Uniti mantengono il primato strategico, rimanendo impareggiati per quanto riguarda sia la difesa sia l’offesa, la proiezione geografica globale attraverso la miriade di basi e installazioni militari all’estero, la partecipazione ad alleanze e partnership militari in ogni regione del mondo. Washington rimane il globalizzatore strategico, ovvero l’elemento di intermediazione tra i diversi complessi regionali di sicurezza. Nonostante il tentativo di erodere il primato americano, le due potenze revisioniste di Cina e Russia ancora faticano a eguagliare la potenza americana, sia tecnologicamente, sia nella globalità della presenza geografica, sia nella proposta di e nella partecipazione a alleanze militari extra-regionali (nel caso della Cina ad alleanze militari tout-court).

Lo stesso non si può dire per la società internazionale sia globale sia euro-atlantica. In entrambi i contesti, l’epidemia ha scoperto un nervo, un problema insoluto ovvero il delicato rapporto tra avere le capacità materiali per guidare e la volontà di leadership. Con l’Amministrazione Trump sembra aggravarsi infatti il divorzio tra l’ordine internazionale e il suo centro propulsore, gli Stati Uniti, che non appare più disposto ad accettare tutti i costi derivanti dal ruolo di garante. Inoltre, se a maggior grado di integrazione della società internazionale è associata una maggiore isomorfia è evidente che oggi molti degli attori di punta del sistema internazionale, fatta eccezione per gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, presentino tratti istituzionali che si distanziano dal modello della democrazia liberale di stampo occidentale. Come evidenziato dal report 2020 di Freedom House, inoltre, «più della metà dei paesi che sono stati classificati come liberi o non liberi nel 2009 hanno subito un declino netto negli ultimi dieci anni». Non si prospetta, quindi, oggi un mondo più democratico e più libero del passato. All’interno della comunità euro-atlantica, poi, assistiamo ad una progressiva divaricazione tra le due sponde dell’Oceano. Gli Stati Uniti, infatti, hanno tardato a manifestare solidarietà nei confronti degli alleati europei e non sembrano intenzionati a guidare un ampio sforzo internazionale per debellare l’epidemia, limitarne i danni, e guidare la ripresa una volta che il contagio si sia arrestato. E come ci insegna Hans Morgenthau in Politica tra le nazioni, i vuoti di potere sono uno dei fattori principali che spingono i paesi revisionisti a farsi avanti, ad aumentare l’intensità della sfida. La stessa dinamica di sfilacciamento della comunità di Stati è rinvenibile all’interno dell’Europa dove la fatica dell’Unione a procedere verso una maggiore integrazione continua a dimostrare la difformità di interessi tra i paesi membri e la fragilità dell’architettura giuridico-istituzionale. Mentre la nuova Presidente della Banca Centrale Europea, proprio nel commentare gli effetti finanziari della crisi causata dal virus, affossava con un distico le borse italiane ed europee, infatti, ri-emergeva chiaramente la difficoltà a tenere nella stessa barca Italia e Germania.

Infine, nella società transnazionale, quella popolata da individui, società, organizzazioni che hanno sin qui valicato facilmente confini e dogane, si registra un arretramento della somiglianza, dell’omogeneità, della vicinanza. Come pronosticato da Henry Farrell e Abraham Newman, infatti, il virus potrebbe compromettere le catene del valore e, quindi, i network commerciali e finanziari consolidati mettendo a dura prova la società transnazionale globale. Promuovendo, inoltre, la chiusura all’apertura dei confini, il contagio potrebbe inquinare il terreno fertile per l’espansione della società transnazionale ovvero l’insieme di accordi, politiche, regole che assicurano l’interazione tra i gruppi umani.

In conclusione ed evitando inutili catastrofismi, se tra venti anni si dovesse materializzare una qualche declinazione di quello che David Wilkinson definisce “unipolarismo senza egemonia”, ovvero una preponderanza americana nelle dimensioni materiali del potere ma non in quelle dell’influenza e della legittimità, ciò sarà dovuto a momenti come quello presente ovvero a crisi che muovono lo spazio politico internazionale e lo spingono alla trasformazione. In uno scenario del genere, si assisterebbe ad un polo dominante interessato ai pattern regionali di amicizia e conflitto ma contemporaneamente ad un proliferare di centri diversi di influenza e legittimità senza un reale respiro globale. Il tempo dirà se il virus contribuirà ad un simile risultato.

Who is Who: Bill Weld

Nome: William Weld, detto Bill
Nazionalità: Statunitense
Data di nascita: 31 luglio 1945
Ruolo: Candidato alle primarie del Partito Repubblicano per le elezioni Presidenziali del 2020

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William Weld, detto Bill, politico,  avvocato e procuratore statunitense appartenente al Partito Repubblicano, è nato a Smithtown, piccolo comune situato nella Contea di Suffolk nello stato di New York. Proviene da un’importante famiglia di New York, il padre era banchiere, mentre la madre era discendente di William Floyd, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Nel 1966 si laurea con lode in studi classici ad Harvard e nel 1970 viene nominato Juris Doctor con lode all’Harvard Law School.

Il primo incarico ricoperto da Weld, allora militante nel Partito Repubblicano, è stato quello di procuratore distrettuale del Massachussetts, nominato dal Presidente Reagan su indicazione del procuratore generale Rudolph Giuliani, futuro sindaco di New York. Come procuratore distrettuale ha ottenuto un grande riconoscimento nazionale nella lotta alla corruzione pubblica, vincendo 109 casi su 111.

Nel 1986 Weld ottiene la promozione ad assistente procuratore generale della Criminal Division del Dipartimento di Giustizia, con la responsabilità di supervisionare tutti i procedimenti federali, compresi quelli dell’FBI e del Drug Enforcement Administration. Due anni dopo si dimette insieme a cinque colleghi per protestare contro la condotta impropria del Procuratore Generale Edwin Meese.

Nel 1990 diventa governatore del Massachussetts dopo aver sconfitto Steven Pierce alle primarie repubblicane e superato anche il Presidente dell’Università di Boston John Silber con il 50,19% dei voti, riportando il seggio ai repubblicani dopo quindici anni. Nel 1994 viene rieletto con il 70,85% dei voti contro Mark Roosevelt.

Nel 1997 si candida al Senato contro il senatore John Kerry, perdendo col 44,7% dei voti. Nello stesso periodo viene scelto dal Presidente Bill Clinton come ambasciatore statunitense in Messico, ma il Presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, Jesse Helms, insieme all’ex-procuratore Edwin Meese, decidono di bloccare la sua candidatura. Circa dieci anni dopo si candida come governatore di New York venendo però sconfitto alle primarie da John Faso.

Nel 2016 l’ex-governatore del Nuovo Messico e candidato del Partito Libertariano alle elezioni presidenziali Gary Johnson annuncia di aver scelto Weld come suo candidato vicepresidente. Weld accetta ufficialmente la nomina il 29 maggio dello stesso anno alla convention del partito ad Orlando. La coppia con il 3,28% dei voti ottiene il miglior risultato di sempre del Partito Libertariano.

Weld torna a far parte del Partito Repubblicano nel gennaio 2019. Il 15 aprile 2019 annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie repubblicane contro il Presidente uscente Donald Trump, per le elezioni presidenziali del 2020. Durante la sua apparizione a Bloomberg News, Weld dichiara di poter battere Trump con l’aiuto dei voti degli indipendenti. Accusa inoltre l’attuale Presidente degli Stati Uniti di aver mostrato disprezzo per il popolo americano durante tutta la sua amministrazione e afferma che sarebbe “una tragedia politica avere altri quattro anni di cose come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi 24 mesi alla Casa Bianca”.

In merito alla sua candidatura si esprime, in una nota, anche il Comitato Nazionale Repubblicano nella quale riporta che “ogni tentativo di sfidare la nomina del Presidente non andrà da nessuna parte”. Ad oggi l’89% dei repubblicani sostiene la nomina di Trump.

 

 

Il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana

Nel dicembre 2018 è stata pubblicata la versione 2.0 del Design to Mantaining Maritime Superiority ad opera dell’Ammiraglio John M. Richardson il comandante in capo delle operazioni navali della U.S. Navy. Il documento riassume in poche pagine quali sono le linee guida della Marina alla luce dell’evoluzione del contesto strategico internazionale e delle nuove direttive da parte dell’amministrazione Trump.

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È infatti possibile leggere con maggiore chiarezza quanto scritto dall’Ammiraglio guardando alla National Security Strategy (del dicembre 2017) ed alla National Defense Strategy (del gennaio 2018), in special modo quest’ultimo documento è la base su cui si viene a sviluppare la logica che determina la prassi da seguire per i nuovi obiettivi della Marina.

La nuova visione strategica

Per comprendere appieno quali sono gli obiettivi della Marina statunitense bisogna necessariamente capire quali sono le basi su cui poggia tutto il ragionamento. A livello strategico è quanto affermato nella National Defense Strategy che dà le linee guida, quasi programmatiche, su come dovrà essere il futuro approccio degli Stati Uniti e delle loro forze marittime. Già nell’introduzione si può trovare un elemento fondamentale di tutto il nuovo approccio non solo della Marina ma di tutta l’amministrazione U.S.A.: Inter-state strategic competition, not terrorism, is now the primary concern in U.S. national security.Lo spostamento del focus strategico da attori non statali ad attori statali è la nuova sfida del futuro degli Stati Uniti.

Evidentemente i progressi fatti dalla Cina e dalla Russia nell’ambiente internazionale e nell’ambito tecnologico non possono più essere messi in secondo piano e richiedono un nuovo e più attento approccio. Sempre nel documento dell’ex ministro della difesa James Mattis non si pone lo scontro solo sul piano militare ma anche su quello del budget: il vantaggio tecnologico, che ha visto una fase di erosione progressiva ma non inarrestabile, permette di gestire le risorse economiche con più parsimonia poiché molti sistemi di aggiornamento trovano la loro allocazione in piattaforme già disponibili e a costi minori.

Il fattore del numero e della stessa tipologia delle piattaforme si pone come un secondo punto di forza nei confronti degli avversari i quali devono lavorare non solo sul livello tecnologico delle forze ma anche sul loro impiego in numeri sufficienti per renderle un problema effettivo. I cinesi sono i primi, e finora gli unici, che hanno accettato questa sfida ma stanno incontrando proprio queste difficoltà: la corsa tecnologica impone continui aggiornamenti e le nuove navi varate rischiano di divenire obsolete in poco più di un decennio, così come lo stesso armamento della flotta.

Emblematico è il fatto che le prime immagini di una ipotetica arma ad energia diretta cinese siano state pubblicate pochi giorni dopo l’annuncio della Lockheed Martin di aver ricevuto una commissione per il valore di 150 milioni di dollari dalla Marina statunitense per implementare i sistemi di difesa navale con il sistema HELIOS ad energia diretta (in sostanza un sistema laser). La domanda che viene da porsi è quanto potrebbe costare alla Marina di Pechino, rispetto a quella americana, l’implementazione di questi sistemi sulle proprie navi e se le navi cinesi abbiano una architettura sufficientemente aperta per poterli effettivamente alloggiare. Ultimo quesito è quanto tutto questo sistema vada a gravare sul totale dell’economia del paese sul medio e lungo periodo.

Allargando il discorso questi fattori potrebbero ripresentarsi per molti altri elementi necessari alla guerra marittima del futuro ed un paese che è costretto a rincorrere rischia di sperperare una fortuna in una ricerca che impone tempi ristretti con risultati che potrebbero, dato il ritmo spasmodico, non arrivare come sperato. Sul medio periodo la situazione sembra favorire gli Stati Uniti dato il vantaggio in termini di numeri, tecnologie, tempo a disposizione per la ricerca, maggiore flessibilità nell’allocazione delle risorse economiche e tradizione navale. 

Per le sue caratteristiche intrinseche la Marina statunitense ha visto un ruolo secondario nella lotta al terrorismo internazionale ma con questo shifting strategico è di nuovo in prima linea per la difesa degli interessi del paese. Il potere degli U.S.A. si estrinseca attraverso il dominio del mare ed è proprio con il mantenimento della loro superiorità su questo elemento che poggia molta della loro capacità proiettiva, per questo la Marina necessita di un nuovo approccio, di un approccio 2.0.


Quali strumenti per rafforzare il potere sul e dal mare

I primi due punti della sezione inerente la proiezione del potere marittimo del documento di Richardson sono forse tra i più interessanti per la loro stretta somiglianza con alcune direttrici politiche storiche dell’ambiente americano. Non a caso infatti si parla di un rinnovo del deterrente nucleare sottomarino e della capacità “expeditionary di una parte importante della flotta. Punto centrale della forza nucleare strategica americana sono i sottomarini con capacità nucleare attualmente rappresentati dalla classe Ohio. Secondo le stime questi inizieranno ad essere radiati dal servizio a partire dal 2027 con il ritmo di una unità all’anno e verranno rimpiazzati dai nuovi classe Columbia.

Al di fuori dei dettagli tecnici è importante sottolineare due caratteristiche fondamentali dei nuovi sottomarini: non necessitano del ricambio del combustibile nucleare a metà vita della piattaforma (dopo circa 20 anni) come per gli Ohio e il passaggio ad un minor numero di VLS (Vertical Lauching System) da 24 a 16. Per quanto concerne la sostituzione del carburante gli aspetti economici e strategici sono evidenti, il dover maneggiare materiale radioattivo è sempre rischioso ed obbligherebbe il ritiro dal servizio per un certo periodo di tempo di una unità su 12 totali. L’8,3% della componente principale del deterrente nucleare strategico fuori servizio.

La riduzione dei tubi di lancio è accompagnata da un dichiarato displacement uguale alla classe precedente. Un’ipotesi per questa scelta di riduzione dell’armamento equipaggiabile potrebbe essere data dal fatto che si è preferito aumentare le capacità di operare per lunghi periodi in immersione e quindi favorendo il sustainment a discapito della potenza di fuoco. Vi è da dire che 16 Trident II equipaggiati possono allorggiare 8 testate nucleari ciascuno quindi non è susseguente che, ad una perdita di potenza di fuoco, faccia seguito un’effettiva perdita di efficacia, soprattutto nel suo compito di deterrenza.

Si potrebbe affermare, non senza un azzardo, che il punto di forza che darebbe un ulteriore vantaggio strategico agli U.S.A. sta nella capacità della piattaforma di non richiedere il cambio del combustibile a metà vita e di operare (quasi) costantemente per i 42 anni di servizio previsti. La lettura sul tema del deterrente sottomarino va fatta tenendo sempre presente le prospettive di crescita della Marina cinese e soprattutto l’annunciato ritiro della Russia dal trattato INF conseguente ad un nuovo investimento sulle capacità nucleari del Cremlino. Di pari importanza è l’evoluzione di parte della flotta in un corpo “expeditionary”. Per comprendere la logica dietro a questa scelta bisogna partire dalla postura delle flotte U.S.A. e la loro area operativa.

La versione 2.0 della maritime superiority assegna il ruolo di flotta “da spedizione” alla seconda e terza flotta e dalla cartina si può notare come siano le due flotte che hanno il compito di difendere le coste e le acque territoriali americane. È evidente che questo tipo di funzione sia, oggi, un compito che va stretto ad una flotta oceanica e che potrebbe essere garantito da una configurazione molto più “leggera” delle forze in loco. Non è un caso se la terza flotta abbia il comando inserito nel più vasto sistema della Pacific Fleet (a sua volta parte dell’Indo-Pacific Command) mentre la seconda flotta è stata sciolta nel 2011 e ricreata nel 2018 ma non ancora pienamente operativa. 

Proprio riguardo alle capacità della seconda flotta l’Ammiraglio Richardson esprime la volontà di renderla pienamente operativa entro la fine del 2019 con capacità d’azione, al pari della terza flotta, lontano dalle coste e dalle basi U.S.A. con il supporto dei Carrier Strike Group (gruppi d’attacco incentrati sulle portaerei) a loro assegnati.

Il messaggio dietro questa nuova configurazione mostra la volontà di avere due flotte “Jolly” da utilizzare in caso di crisi come unità dall’alta capacità proiettiva e senza andare ad impegnare i grandi gruppi da battaglia sin dalle prime fasi del conflitto. La scelta delle flotte “Jolly” è in perfetta sintonia con quanto espresso nella dottrina del Dynamic Force Employment che vede forze più agili ed imprevedibili per le loro flessibilità d’impiego. A tal proposito ecco le parole dell’ex segretario alla difesa Mattis: “A modernized Global Operating Model of combat-credible, flexible theater postures will enhance our ability to compete and provide freedom of maneuver during conflict, providing national decision-makers with better military options.”

Quali tecnologie impiegare nella Marina del futuro

Il secondo filone di pensiero seguito dalla Marina è quello del mantenimento del primato tecnologico su tutti gli altri attori mondiali, in questo campo gli Stati Uniti sono leader mondiale e difficilmente potranno vedere questa posizione messa in discussione nel medio termine. La spesa militare e le capacità di ricerca e sviluppo di un paese che ha fatto del primato tecnologico il suo cavallo di battaglia dalla fine della seconda guerra mondiale rendono praticamente impossibile pensare un confronto in questi termini ad armi pari, la ricerca cinese in campo navale sta ottenendo buoni risultati sul piano dimostrativo ma lascia ancora molti dubbi sulla reale qualità dei sistemi e piattaforme utilizzate.

I dati di fatto non sono comunque bilanciati dai sentimenti in seno alla difesa statunitense che, attraverso i suoi documenti, lascia trasparire un senso di inquietudine per le capacità tecnologiche raggiunte dai suoi competitor e per la proliferazione delle tecnologie avanzate. L’idea che se si vuole mantenere il primato ancora per lungo tempo si deve continuare a mantenere la macchina militare migliore del pianeta per distacco non giustifica appieno i toni d’allarme con cui si affronta questo tema. La sensazione è che si vuole far percepire, almeno in parte, che il potere americano è attaccabile e che continuando con enormi investimenti questo possa essere eroso definitivamente. Ciò non solo comporterebbe un lento dissanguamento economico degli avversari ma anche ad una errata percezione della realtà che gioverebbe solo agli obiettivi statunitensi.

Due date sono ridondanti nei progetti della Marina: 2023 e 2025. Entro il 2023 devono essere assegnati i contratti per diverse unità ausiliarie di superficie e a guida remota (USV) di diverse dimensioni subito dopo aver stabilito ed assegnato le commissioni per la nuova classe di Fregate. Sarà invece il 2025 l’anno di svolta in cui il futuro volto delle forze navali prenderà forma e segnerà, forse, l’ingresso in una nuova era del naval warfare. Quell’anno segnerà la deadline per i contratti inerenti i mezzi sottomarini autonomi (USV) ma soprattutto l’ingresso in forze di una nuova generazione di armamenti: armi d’attacco ipersoniche ed armi ad energia diretta come i laser.

Anche se non ve ne è la certezza questi nuovi sistemi potrebbero portare ad una nuova logica di condotta delle operazioni e produzione dottrinale per l’impiego della flotta e, contemporaneamente, segnare un nuovo solco con tutti gli altri attori. Diversi autori americani come Michael G. Vickers, Robert C. Martinage (con particolare riferimento da pagina 63 a pagina 68) e Robert Work hanno azzardato come l’ingresso nei teatri operativi di queste armi possa segnare una nuova fase della RMA iniziata negli anni ’90, una fase di risposta alla controrivoluzione attuata dai competitor degli Stati Uniti.
La domanda che si solleva è se si è ad una risposta nei confronti della controrivoluzione o ad una nuova rivoluzione negli affari militari.

Quale bilancio per il futuro

La U.S. Navy si trova in un periodo cruciale che impone una risposta necessaria su tutte le direttrici d’azione, il rinnovato confronto con potenze dalle ambizioni globali impone il contrasto puntuale ad ogni nuova minaccia. Tutta la dottrina e la tecnologia statunitense degli ultimi anni hanno chiaramente mostrato come ad ogni nuovo sistema d’arma nemico, progettato per colpire o interdire le capacità di movimento della flotta (e della sua componente aerea), si sia risposto con una sua controparte che serva a contrastarlo. Esemplificativo in tal senso è lo scontro nel Pacifico tra le capacità proiettive della flotta e il raggio di interdizione delle bolle A2/AD (Anti Access/Air Denial) cinesi.

Storicamente la Marina statunitense è stata un indicatore della visione strategica che ha caratterizzato le diverse fasi della storia del paese, la sua struttura e postura riflettono come gli Stati Uniti vogliono muoversi nello scacchiere internazionale e secondo quali logiche. Dalla dottrina del contenimento della guerra fredda alla proiezione di potenza dei primi anni ’90 la Marina è stata lo strumento privilegiato per mostrare la forza statunitense e la sua postura ha indicato verso quale direzione si intendeva indirizzarla.

La lotta al terrorismo internazionale ha segnato una fase storica in cui lo strumento navale è stato impiegato come supporto in un ruolo profondamente diverso da quello centrale avuto dal 1941 sino a quel momento. Oggi quella centralità sembra essere stata riacquisita grazie al nuovo approccio strategico che vede il confronto focalizzarsi di nuovo tra entità statali ed all’emergere di nuovi competitor sufficientemente credibili da poter essere considerati una minaccia all’intero sistema.

Nei prossimi anni sarà possibile comprendere se le minacce paventate dall’amministrazione prenderanno una forma più concreta e se quindi prenderà forma a tutti gli effetti il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana.

 

 

 

Who is Who: Elizabeth Ann Warren

Nome: Elizabeth Ann Warren, nata Herring
Nazionalità: Statunitense
Data di nascita: 22 giugno 1949
Ruolo: Senatrice degli Stati Uniti per il Massachussetts

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Elizabeth Warren è un’accademica e politica statunitense appartenente al Partito Democratico. È l’attuale senatrice degli Stati Uniti per il Massachusetts, in carica dal 2013.

Nata a Norman e cresciuta ad Oklahoma City, proviene da una famiglia della classe media che lei stessa definirà come “barcollante ai margini della classe media” e “aggrappata con i denti”.

A 16 anni vince una borsa di studio per la George Washington University ma nel 1968 lascia l’università per sposare Jim Warren, conosciuto ai tempi del liceo. I due si trasferiscono ad Houston dove lei riprende gli studi laureandosi nel 1970 in patologia del linguaggio e audiologia. Successivamente si trasferiscono nel New Jersey per il lavoro del marito, prosegue gli studi di diritto presso la Rutgers School di Newark dove ottiene il dottorato nel 1976. Nel 1992 entra ad Harvard, dove insegna legge dei contratti, della bancarotta e diritto commerciale.

Dal novembre 2008 al novembre 2011 presiede la commissione di supervisione economica istituita dal Congresso degli Stati Uniti d’America per finalizzare i programmi di stabilizzazione economica destinati al recupero del sistema bancario statunitense. Dal settembre 2010 al luglio 2011 lavora come Consigliere Speciale presso il Dipartimento del Tesoro sotto la prima amministrazione Obama.

Nel settembre del 2011 dichiara di volersi candidare al fianco del Partito Democratico per le elezioni a senatore dello Stato del Massachussetts e alle elezioni del 6 novembre 2012 sconfigge l’allora senatore in carica (con il 57,3%), il repubblicano Scott Brown, riportando ai democratici il seggio appartenente, per quasi cinquant’anni, a Ted Kennedy, nipote del Presidente assassinato nel 1963. È la prima donna di sempre, del Massachussetts, ad essere stata eletta al senato.

Secondo la rivista inglese New Statesman la Warren è tra le 20 persone più progressiste degli Stati Uniti. Fortemente critica riguardo l’amministrazione Trump, ha scritto il Presidential Conflicts of Interest Act, letto il 9 gennaio 2017 al Congresso, nel quale condanna il conflitto di interessi in cui è coinvolto il Presidente. Ha anche criticato le politiche immigrazionistiche intraprese dal Presidente e la decisione di ritirare le truppe dalla Siria e dall’Afghanistan.

Il 9 febbrario 2019 la Warren annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico che determineranno chi rappresenterà i democratici alle presidenziali del 2020.

 

 

 

 

 

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano è il titolo del libro scritto da Stefano Cavedagna, Andrea Farhat e Amedeo Maddaluno pubblicato da goWare, 2018

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano - Geopolitica.info

9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino e con esso -apparentemente- gli Stati Uniti vincevano la loro guerra ideologica al comunismo, garantendosi un’egemonia mondiale. Un mondo senza più avversari nei quali gli Stati Uniti potessero esercitare la loro responsability to protect tutelando il mondo sotto la Pax Americana. Niente di più falso. La Guerra Fredda, secondo gli autori del saggio, continuerebbe, in maniera diversa rispetto al passato, a dettare il bilanciamento di potenza e le aree di influenza globali, scardinando così, in 120 pagine, quello che Fukuyama credeva sulla fine della storia.

È interessante notare come la storiografia si faccia largo nello studio della geopolitica; le cause storiche qui sono analizzate come un inevitabile intreccio di popoli e culture che, lungo una linea semi-retta, si misurano verso un futuro che non possiamo ancora scorgere, se non interpretandolo con le teorie proposte nella parte teorica del saggio.

Nella prima parte vengono contornate e definite le teorie sulle relazioni internazionali che faranno da sfondo alla seconda parte. Prime fra tutte, vengono esposte le teorie di quegli autori che sono alla base dello studio (MacKinder e Spykman), con i quali si vuole dimostrare che la Guerra Fredda -a conti fatti- non è mai finita. Questa parte è quindi fondamentale per la comprensione della successiva. Le teorie vengono affrontate delineandone i punti cardine senza perdersi troppo nei nozionismi.

La seconda parte ripercorre, in maniera rapida ma non per questo scarna di dimostrazioni pratiche, i maggiori fatti geopolitici del globo: in primis l’intervento degli Stati Uniti in Siria e l’annessione della Crimea da parte della Russia di Putin. Analizzando questa serie di fatti dal punto di vista di MacKinder e la necessità da parte delle grandi potenze di cercare e mantenere il proprio controllo sulla zona pivotale (in questo caso il Medio Oriente e l’Asia Minore). Da questa prospettiva capiamo bene il perché del forte interesse, da parte dei principali attori internazionali, nelle primavere arabe e, soprattutto, nella guerra in Iraq. Uno spunto interessante viene dall’analisi geoeconomica: l’emergere di potenze ibride (identificata dagli autori con la Repubblica Popolare Cinese), non fa altro che mettere in allarme l’establishment statunitense che si trova nella posizione di dover ridimensionare e ripensare le proprie politiche di liberoscambismo venute dopo la caduta del muro di Berlino. L’egemonia americana è quindi minacciata da nuovi attori internazionali.

Tra proxy wars, conflitti a bassa intensità lungo le aree periferiche delle grandi potenze mondiali, innalzamento delle tariffe commerciali è lecito quindi domandarci: è veramente finita la Guerra Fredda?