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Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo

Le pandemie non rispettano confini, barriere o dogane e sembrano sfuggire al tentativo degli studiosi di racchiuderle in framework teorici che le descrivano, spieghino, e ne prevedano le conseguenze meno immediate sulla vita politica internazionale. Tuttavia, a parere di chi scrive la teoria delle Relazioni internazionali fornisce strumenti concettuali utili a districare la complessità della presente epidemia da Coronavirus e del suo impatto sulle dinamiche politiche che prendono forma oggi tra gli Stati.

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo - Geopolitica.info Coronavirus Disease 2019 Rotator Graphic for af.mil. (U.S. Air Force Graphic by Rosario "Charo" Gutierrez)

I tre spazi della vita politica degli Stati

In questo senso, la tripartizione dello spazio politico internazionale avanzata da Alessandro Colombo in La disunità del mondo può rappresentare un prezioso punto di partenza per l’analisi del tema. Secondo Colombo, lo spazio politico internazionale si può meglio rappresentare come l’intersezione di tre livelli: i) il sistema internazionale; ii) la società internazionale; iii) la società transnazionale.

Il primo livello coincide con la rete di interdipendenze strategiche, ovvero lo spazio in cui gli stati sono suscettibili di essere coinvolti in una stessa guerra e nella conseguente pace. In un sistema di stati così definito, ogni unità diventa un fattore necessario nel calcolo di un’altra e, pertanto, le azioni di una determinano conseguenze su quelle dell’altra. In questo senso, Raymond Aron ci sottolinea come sia facilmente intuibile che le azioni di due stati limitrofi siano intimamente interconnesse mentre quelle di due paesi situati ai capi opposti del globo siano probabilmente più disgiunte. L’estensione di tale sistema di Stati dipende da alcuni elementi: in primis, la portata degli armamenti di attacco e difesa disponibili tra gli attori del sistema ovvero il raggio in cui gli attori sono in grado di recare danno ad altri o prevenire il danno da parte di altri; la geografia degli attori ovvero se essi mantengano una presenza significativa al di fuori della propria regione attraverso basi all’estero, colonie, domini; la rete di alleanze e partnership militari che questi intessano per cui si impegnano ad essere coinvolti in amicizie ed inimicizie di altre regioni.  Pertanto, si può distinguere tra sistemi internazionali regionali, ossia quelli in cui gli attori sono coinvolgibili in guerre regionali date le loro limitate capacità di proiezione di potenza e l’assenza sia di basi sia di alleanze esterne alla regione d’appartenenza, e globali, in cui gli armamenti permettano la minaccia e l’utilizzo della forza anche a distanze continentali, uno o più attori mantengano il piede in più continenti e la rete di alleanze abbia lunghezze globali.

Il sistema internazionale, ovvero la rete di interdipendenze strategiche, nato nel triennio 1989-91 con la fine della guerra fredda è, stando a tali indicatori, un sistema internazionale globale dove, diversamente da quello del periodo 1945-1989, è un solo attore a svolgere la funzione di “globalizzatore” strategico, gli Stati Uniti. Solo Washington, infatti, è oggi capace di una proiezione di potenza globale grazie all’enorme divario militare accumulato durante e dopo la guerra fredda rispetto alle altre potenze. Infine, solo gli Stati Uniti dispongono di una costellazione di basi e di alleati e partner militari in ogni angolo del globo. Ciò non toglie, ovviamente, che possano esistere attori di raccordo quali la Russia, la Turchia, o la Cina in grado di intervenire oltre la propria regione. Nessun altra potenza al giorno d’oggi, tuttavia, eguaglia il respiro globale di Washington ovvero è in grado di intervenire, per dirla con le parole di Barry Buzan e Ole Wæver in tutte le dinamiche regionali di securitizzazione e de-securitizzazione, che si tratti dei complessi di sicurezza americano, mediorientale, sub-sahariano, indo-pacifico, europeo, o post-sovietico. Chiarito cosa si intenda per sistema internazionale e come quello odierno sia globale grazie alla presenza di un attore predominante con una efficace proiezione globale, si può passare a definire le altre facce dello spazio politico internazionale.

Il secondo livello, la società internazionale, rappresenta un grado maggiore di integrazione tra le unità politiche statuali ed esiste quando esse condividano valori ed interessi comuni. Ovviamente all’interno della società internazionale si possono ritrovare forme di convivenza internazionale poco più integrate del sistema internazionale (come il Concerto europeo successivo al 1815) o forme altamente integrate come la società euro-atlantica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui si manifesta un elevato livello di isomorfia e una grande condivisione di valori, obiettivi, istituzioni, ed organizzazioni comuni. All’interno di questa comunità atlantica a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, proprio in virtù del primato di potenza detenuto dagli Stati Uniti, è stato riconosciuto a Washington il ruolo di guida, o, meglio, di egemone. L’egemonia nelle relazioni interstatali, infatti, esiste quando ad una primazia di potere si associ il riconoscimento da parte della comunità di potenze dell’egemone come guida legittima della vita internazionale. In cambio, esso è chiamato a garantire la fornitura di alcuni beni pubblici internazionali considerati collettivamente come indispensabili. Con la fine della Guerra fredda la società internazionale a guida americana è stata estesa attraverso una fitta rete di interazioni bilaterali e multilaterali al mondo intero, fatta eccezione per alcuni casi “devianti”.

Il terzo livello racchiude la società transnazionale ovvero lo spazio dove i singoli individui ricevono e trasmettono credenze comuni e si percepiscono come simili. Questo processo di scambio e interazione se da un lato trascende gli stati, dall’altro è facilitato, se non del tutto permesso, dalla più o meno libera circolazione di persone, merci e informazioni garantita dalle politiche statali mentre al contrario svigorisce quando questa sia ostacolata da barriere, confini, differenze. Tale flusso è realizzato dai popoli, dalle società commerciali, dalle organizzazioni internazionali e mette in relazione come scrive Angelo Panebianco «Persone e mondi».

Il virus: l’epifenomeno del mutamento in corso

L’epidemia da coronavirus, come ogni momento di crisi, spinge gli Stati ad operare scelte cruciali in tempi brevissimi e, similmente a quanto avviene per gli individui, a perseguire gli obiettivi più impellenti per la propria comunità di sicurezza. Pertanto, i momenti critici svelano interessi ed obiettivi e, conseguentemente, i rapporti di forza vigenti in un ambiente internazionale politico ed economico caratterizzato da scarsità di risorse. In questo senso, lo scoppio e la diffusione globale del Coronavirus cattura un’istantanea del mondo odierno che  in questa sede si cercherà di ricostruire.

Per quanto riguarda il sistema internazionale, gli Stati Uniti mantengono il primato strategico, rimanendo impareggiati per quanto riguarda sia la difesa sia l’offesa, la proiezione geografica globale attraverso la miriade di basi e installazioni militari all’estero, la partecipazione ad alleanze e partnership militari in ogni regione del mondo. Washington rimane il globalizzatore strategico, ovvero l’elemento di intermediazione tra i diversi complessi regionali di sicurezza. Nonostante il tentativo di erodere il primato americano, le due potenze revisioniste di Cina e Russia ancora faticano a eguagliare la potenza americana, sia tecnologicamente, sia nella globalità della presenza geografica, sia nella proposta di e nella partecipazione a alleanze militari extra-regionali (nel caso della Cina ad alleanze militari tout-court).

Lo stesso non si può dire per la società internazionale sia globale sia euro-atlantica. In entrambi i contesti, l’epidemia ha scoperto un nervo, un problema insoluto ovvero il delicato rapporto tra avere le capacità materiali per guidare e la volontà di leadership. Con l’Amministrazione Trump sembra aggravarsi infatti il divorzio tra l’ordine internazionale e il suo centro propulsore, gli Stati Uniti, che non appare più disposto ad accettare tutti i costi derivanti dal ruolo di garante. Inoltre, se a maggior grado di integrazione della società internazionale è associata una maggiore isomorfia è evidente che oggi molti degli attori di punta del sistema internazionale, fatta eccezione per gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, presentino tratti istituzionali che si distanziano dal modello della democrazia liberale di stampo occidentale. Come evidenziato dal report 2020 di Freedom House, inoltre, «più della metà dei paesi che sono stati classificati come liberi o non liberi nel 2009 hanno subito un declino netto negli ultimi dieci anni». Non si prospetta, quindi, oggi un mondo più democratico e più libero del passato. All’interno della comunità euro-atlantica, poi, assistiamo ad una progressiva divaricazione tra le due sponde dell’Oceano. Gli Stati Uniti, infatti, hanno tardato a manifestare solidarietà nei confronti degli alleati europei e non sembrano intenzionati a guidare un ampio sforzo internazionale per debellare l’epidemia, limitarne i danni, e guidare la ripresa una volta che il contagio si sia arrestato. E come ci insegna Hans Morgenthau in Politica tra le nazioni, i vuoti di potere sono uno dei fattori principali che spingono i paesi revisionisti a farsi avanti, ad aumentare l’intensità della sfida. La stessa dinamica di sfilacciamento della comunità di Stati è rinvenibile all’interno dell’Europa dove la fatica dell’Unione a procedere verso una maggiore integrazione continua a dimostrare la difformità di interessi tra i paesi membri e la fragilità dell’architettura giuridico-istituzionale. Mentre la nuova Presidente della Banca Centrale Europea, proprio nel commentare gli effetti finanziari della crisi causata dal virus, affossava con un distico le borse italiane ed europee, infatti, ri-emergeva chiaramente la difficoltà a tenere nella stessa barca Italia e Germania.

Infine, nella società transnazionale, quella popolata da individui, società, organizzazioni che hanno sin qui valicato facilmente confini e dogane, si registra un arretramento della somiglianza, dell’omogeneità, della vicinanza. Come pronosticato da Henry Farrell e Abraham Newman, infatti, il virus potrebbe compromettere le catene del valore e, quindi, i network commerciali e finanziari consolidati mettendo a dura prova la società transnazionale globale. Promuovendo, inoltre, la chiusura all’apertura dei confini, il contagio potrebbe inquinare il terreno fertile per l’espansione della società transnazionale ovvero l’insieme di accordi, politiche, regole che assicurano l’interazione tra i gruppi umani.

In conclusione ed evitando inutili catastrofismi, se tra venti anni si dovesse materializzare una qualche declinazione di quello che David Wilkinson definisce “unipolarismo senza egemonia”, ovvero una preponderanza americana nelle dimensioni materiali del potere ma non in quelle dell’influenza e della legittimità, ciò sarà dovuto a momenti come quello presente ovvero a crisi che muovono lo spazio politico internazionale e lo spingono alla trasformazione. In uno scenario del genere, si assisterebbe ad un polo dominante interessato ai pattern regionali di amicizia e conflitto ma contemporaneamente ad un proliferare di centri diversi di influenza e legittimità senza un reale respiro globale. Il tempo dirà se il virus contribuirà ad un simile risultato.

Who is Who: Bill Weld

Nome: William Weld, detto Bill
Nazionalità: Statunitense
Data di nascita: 31 luglio 1945
Ruolo: Candidato alle primarie del Partito Repubblicano per le elezioni Presidenziali del 2020

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William Weld, detto Bill, politico,  avvocato e procuratore statunitense appartenente al Partito Repubblicano, è nato a Smithtown, piccolo comune situato nella Contea di Suffolk nello stato di New York. Proviene da un’importante famiglia di New York, il padre era banchiere, mentre la madre era discendente di William Floyd, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Nel 1966 si laurea con lode in studi classici ad Harvard e nel 1970 viene nominato Juris Doctor con lode all’Harvard Law School.

Il primo incarico ricoperto da Weld, allora militante nel Partito Repubblicano, è stato quello di procuratore distrettuale del Massachussetts, nominato dal Presidente Reagan su indicazione del procuratore generale Rudolph Giuliani, futuro sindaco di New York. Come procuratore distrettuale ha ottenuto un grande riconoscimento nazionale nella lotta alla corruzione pubblica, vincendo 109 casi su 111.

Nel 1986 Weld ottiene la promozione ad assistente procuratore generale della Criminal Division del Dipartimento di Giustizia, con la responsabilità di supervisionare tutti i procedimenti federali, compresi quelli dell’FBI e del Drug Enforcement Administration. Due anni dopo si dimette insieme a cinque colleghi per protestare contro la condotta impropria del Procuratore Generale Edwin Meese.

Nel 1990 diventa governatore del Massachussetts dopo aver sconfitto Steven Pierce alle primarie repubblicane e superato anche il Presidente dell’Università di Boston John Silber con il 50,19% dei voti, riportando il seggio ai repubblicani dopo quindici anni. Nel 1994 viene rieletto con il 70,85% dei voti contro Mark Roosevelt.

Nel 1997 si candida al Senato contro il senatore John Kerry, perdendo col 44,7% dei voti. Nello stesso periodo viene scelto dal Presidente Bill Clinton come ambasciatore statunitense in Messico, ma il Presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, Jesse Helms, insieme all’ex-procuratore Edwin Meese, decidono di bloccare la sua candidatura. Circa dieci anni dopo si candida come governatore di New York venendo però sconfitto alle primarie da John Faso.

Nel 2016 l’ex-governatore del Nuovo Messico e candidato del Partito Libertariano alle elezioni presidenziali Gary Johnson annuncia di aver scelto Weld come suo candidato vicepresidente. Weld accetta ufficialmente la nomina il 29 maggio dello stesso anno alla convention del partito ad Orlando. La coppia con il 3,28% dei voti ottiene il miglior risultato di sempre del Partito Libertariano.

Weld torna a far parte del Partito Repubblicano nel gennaio 2019. Il 15 aprile 2019 annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie repubblicane contro il Presidente uscente Donald Trump, per le elezioni presidenziali del 2020. Durante la sua apparizione a Bloomberg News, Weld dichiara di poter battere Trump con l’aiuto dei voti degli indipendenti. Accusa inoltre l’attuale Presidente degli Stati Uniti di aver mostrato disprezzo per il popolo americano durante tutta la sua amministrazione e afferma che sarebbe “una tragedia politica avere altri quattro anni di cose come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi 24 mesi alla Casa Bianca”.

In merito alla sua candidatura si esprime, in una nota, anche il Comitato Nazionale Repubblicano nella quale riporta che “ogni tentativo di sfidare la nomina del Presidente non andrà da nessuna parte”. Ad oggi l’89% dei repubblicani sostiene la nomina di Trump.

 

 

Il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana

Nel dicembre 2018 è stata pubblicata la versione 2.0 del Design to Mantaining Maritime Superiority ad opera dell’Ammiraglio John M. Richardson il comandante in capo delle operazioni navali della U.S. Navy. Il documento riassume in poche pagine quali sono le linee guida della Marina alla luce dell’evoluzione del contesto strategico internazionale e delle nuove direttive da parte dell’amministrazione Trump.

Il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana - Geopolitica.info

È infatti possibile leggere con maggiore chiarezza quanto scritto dall’Ammiraglio guardando alla National Security Strategy (del dicembre 2017) ed alla National Defense Strategy (del gennaio 2018), in special modo quest’ultimo documento è la base su cui si viene a sviluppare la logica che determina la prassi da seguire per i nuovi obiettivi della Marina.

La nuova visione strategica

Per comprendere appieno quali sono gli obiettivi della Marina statunitense bisogna necessariamente capire quali sono le basi su cui poggia tutto il ragionamento. A livello strategico è quanto affermato nella National Defense Strategy che dà le linee guida, quasi programmatiche, su come dovrà essere il futuro approccio degli Stati Uniti e delle loro forze marittime. Già nell’introduzione si può trovare un elemento fondamentale di tutto il nuovo approccio non solo della Marina ma di tutta l’amministrazione U.S.A.: Inter-state strategic competition, not terrorism, is now the primary concern in U.S. national security.Lo spostamento del focus strategico da attori non statali ad attori statali è la nuova sfida del futuro degli Stati Uniti.

Evidentemente i progressi fatti dalla Cina e dalla Russia nell’ambiente internazionale e nell’ambito tecnologico non possono più essere messi in secondo piano e richiedono un nuovo e più attento approccio. Sempre nel documento dell’ex ministro della difesa James Mattis non si pone lo scontro solo sul piano militare ma anche su quello del budget: il vantaggio tecnologico, che ha visto una fase di erosione progressiva ma non inarrestabile, permette di gestire le risorse economiche con più parsimonia poiché molti sistemi di aggiornamento trovano la loro allocazione in piattaforme già disponibili e a costi minori.

Il fattore del numero e della stessa tipologia delle piattaforme si pone come un secondo punto di forza nei confronti degli avversari i quali devono lavorare non solo sul livello tecnologico delle forze ma anche sul loro impiego in numeri sufficienti per renderle un problema effettivo. I cinesi sono i primi, e finora gli unici, che hanno accettato questa sfida ma stanno incontrando proprio queste difficoltà: la corsa tecnologica impone continui aggiornamenti e le nuove navi varate rischiano di divenire obsolete in poco più di un decennio, così come lo stesso armamento della flotta.

Emblematico è il fatto che le prime immagini di una ipotetica arma ad energia diretta cinese siano state pubblicate pochi giorni dopo l’annuncio della Lockheed Martin di aver ricevuto una commissione per il valore di 150 milioni di dollari dalla Marina statunitense per implementare i sistemi di difesa navale con il sistema HELIOS ad energia diretta (in sostanza un sistema laser). La domanda che viene da porsi è quanto potrebbe costare alla Marina di Pechino, rispetto a quella americana, l’implementazione di questi sistemi sulle proprie navi e se le navi cinesi abbiano una architettura sufficientemente aperta per poterli effettivamente alloggiare. Ultimo quesito è quanto tutto questo sistema vada a gravare sul totale dell’economia del paese sul medio e lungo periodo.

Allargando il discorso questi fattori potrebbero ripresentarsi per molti altri elementi necessari alla guerra marittima del futuro ed un paese che è costretto a rincorrere rischia di sperperare una fortuna in una ricerca che impone tempi ristretti con risultati che potrebbero, dato il ritmo spasmodico, non arrivare come sperato. Sul medio periodo la situazione sembra favorire gli Stati Uniti dato il vantaggio in termini di numeri, tecnologie, tempo a disposizione per la ricerca, maggiore flessibilità nell’allocazione delle risorse economiche e tradizione navale. 

Per le sue caratteristiche intrinseche la Marina statunitense ha visto un ruolo secondario nella lotta al terrorismo internazionale ma con questo shifting strategico è di nuovo in prima linea per la difesa degli interessi del paese. Il potere degli U.S.A. si estrinseca attraverso il dominio del mare ed è proprio con il mantenimento della loro superiorità su questo elemento che poggia molta della loro capacità proiettiva, per questo la Marina necessita di un nuovo approccio, di un approccio 2.0.


Quali strumenti per rafforzare il potere sul e dal mare

I primi due punti della sezione inerente la proiezione del potere marittimo del documento di Richardson sono forse tra i più interessanti per la loro stretta somiglianza con alcune direttrici politiche storiche dell’ambiente americano. Non a caso infatti si parla di un rinnovo del deterrente nucleare sottomarino e della capacità “expeditionary di una parte importante della flotta. Punto centrale della forza nucleare strategica americana sono i sottomarini con capacità nucleare attualmente rappresentati dalla classe Ohio. Secondo le stime questi inizieranno ad essere radiati dal servizio a partire dal 2027 con il ritmo di una unità all’anno e verranno rimpiazzati dai nuovi classe Columbia.

Al di fuori dei dettagli tecnici è importante sottolineare due caratteristiche fondamentali dei nuovi sottomarini: non necessitano del ricambio del combustibile nucleare a metà vita della piattaforma (dopo circa 20 anni) come per gli Ohio e il passaggio ad un minor numero di VLS (Vertical Lauching System) da 24 a 16. Per quanto concerne la sostituzione del carburante gli aspetti economici e strategici sono evidenti, il dover maneggiare materiale radioattivo è sempre rischioso ed obbligherebbe il ritiro dal servizio per un certo periodo di tempo di una unità su 12 totali. L’8,3% della componente principale del deterrente nucleare strategico fuori servizio.

La riduzione dei tubi di lancio è accompagnata da un dichiarato displacement uguale alla classe precedente. Un’ipotesi per questa scelta di riduzione dell’armamento equipaggiabile potrebbe essere data dal fatto che si è preferito aumentare le capacità di operare per lunghi periodi in immersione e quindi favorendo il sustainment a discapito della potenza di fuoco. Vi è da dire che 16 Trident II equipaggiati possono allorggiare 8 testate nucleari ciascuno quindi non è susseguente che, ad una perdita di potenza di fuoco, faccia seguito un’effettiva perdita di efficacia, soprattutto nel suo compito di deterrenza.

Si potrebbe affermare, non senza un azzardo, che il punto di forza che darebbe un ulteriore vantaggio strategico agli U.S.A. sta nella capacità della piattaforma di non richiedere il cambio del combustibile a metà vita e di operare (quasi) costantemente per i 42 anni di servizio previsti. La lettura sul tema del deterrente sottomarino va fatta tenendo sempre presente le prospettive di crescita della Marina cinese e soprattutto l’annunciato ritiro della Russia dal trattato INF conseguente ad un nuovo investimento sulle capacità nucleari del Cremlino. Di pari importanza è l’evoluzione di parte della flotta in un corpo “expeditionary”. Per comprendere la logica dietro a questa scelta bisogna partire dalla postura delle flotte U.S.A. e la loro area operativa.

La versione 2.0 della maritime superiority assegna il ruolo di flotta “da spedizione” alla seconda e terza flotta e dalla cartina si può notare come siano le due flotte che hanno il compito di difendere le coste e le acque territoriali americane. È evidente che questo tipo di funzione sia, oggi, un compito che va stretto ad una flotta oceanica e che potrebbe essere garantito da una configurazione molto più “leggera” delle forze in loco. Non è un caso se la terza flotta abbia il comando inserito nel più vasto sistema della Pacific Fleet (a sua volta parte dell’Indo-Pacific Command) mentre la seconda flotta è stata sciolta nel 2011 e ricreata nel 2018 ma non ancora pienamente operativa. 

Proprio riguardo alle capacità della seconda flotta l’Ammiraglio Richardson esprime la volontà di renderla pienamente operativa entro la fine del 2019 con capacità d’azione, al pari della terza flotta, lontano dalle coste e dalle basi U.S.A. con il supporto dei Carrier Strike Group (gruppi d’attacco incentrati sulle portaerei) a loro assegnati.

Il messaggio dietro questa nuova configurazione mostra la volontà di avere due flotte “Jolly” da utilizzare in caso di crisi come unità dall’alta capacità proiettiva e senza andare ad impegnare i grandi gruppi da battaglia sin dalle prime fasi del conflitto. La scelta delle flotte “Jolly” è in perfetta sintonia con quanto espresso nella dottrina del Dynamic Force Employment che vede forze più agili ed imprevedibili per le loro flessibilità d’impiego. A tal proposito ecco le parole dell’ex segretario alla difesa Mattis: “A modernized Global Operating Model of combat-credible, flexible theater postures will enhance our ability to compete and provide freedom of maneuver during conflict, providing national decision-makers with better military options.”

Quali tecnologie impiegare nella Marina del futuro

Il secondo filone di pensiero seguito dalla Marina è quello del mantenimento del primato tecnologico su tutti gli altri attori mondiali, in questo campo gli Stati Uniti sono leader mondiale e difficilmente potranno vedere questa posizione messa in discussione nel medio termine. La spesa militare e le capacità di ricerca e sviluppo di un paese che ha fatto del primato tecnologico il suo cavallo di battaglia dalla fine della seconda guerra mondiale rendono praticamente impossibile pensare un confronto in questi termini ad armi pari, la ricerca cinese in campo navale sta ottenendo buoni risultati sul piano dimostrativo ma lascia ancora molti dubbi sulla reale qualità dei sistemi e piattaforme utilizzate.

I dati di fatto non sono comunque bilanciati dai sentimenti in seno alla difesa statunitense che, attraverso i suoi documenti, lascia trasparire un senso di inquietudine per le capacità tecnologiche raggiunte dai suoi competitor e per la proliferazione delle tecnologie avanzate. L’idea che se si vuole mantenere il primato ancora per lungo tempo si deve continuare a mantenere la macchina militare migliore del pianeta per distacco non giustifica appieno i toni d’allarme con cui si affronta questo tema. La sensazione è che si vuole far percepire, almeno in parte, che il potere americano è attaccabile e che continuando con enormi investimenti questo possa essere eroso definitivamente. Ciò non solo comporterebbe un lento dissanguamento economico degli avversari ma anche ad una errata percezione della realtà che gioverebbe solo agli obiettivi statunitensi.

Due date sono ridondanti nei progetti della Marina: 2023 e 2025. Entro il 2023 devono essere assegnati i contratti per diverse unità ausiliarie di superficie e a guida remota (USV) di diverse dimensioni subito dopo aver stabilito ed assegnato le commissioni per la nuova classe di Fregate. Sarà invece il 2025 l’anno di svolta in cui il futuro volto delle forze navali prenderà forma e segnerà, forse, l’ingresso in una nuova era del naval warfare. Quell’anno segnerà la deadline per i contratti inerenti i mezzi sottomarini autonomi (USV) ma soprattutto l’ingresso in forze di una nuova generazione di armamenti: armi d’attacco ipersoniche ed armi ad energia diretta come i laser.

Anche se non ve ne è la certezza questi nuovi sistemi potrebbero portare ad una nuova logica di condotta delle operazioni e produzione dottrinale per l’impiego della flotta e, contemporaneamente, segnare un nuovo solco con tutti gli altri attori. Diversi autori americani come Michael G. Vickers, Robert C. Martinage (con particolare riferimento da pagina 63 a pagina 68) e Robert Work hanno azzardato come l’ingresso nei teatri operativi di queste armi possa segnare una nuova fase della RMA iniziata negli anni ’90, una fase di risposta alla controrivoluzione attuata dai competitor degli Stati Uniti.
La domanda che si solleva è se si è ad una risposta nei confronti della controrivoluzione o ad una nuova rivoluzione negli affari militari.

Quale bilancio per il futuro

La U.S. Navy si trova in un periodo cruciale che impone una risposta necessaria su tutte le direttrici d’azione, il rinnovato confronto con potenze dalle ambizioni globali impone il contrasto puntuale ad ogni nuova minaccia. Tutta la dottrina e la tecnologia statunitense degli ultimi anni hanno chiaramente mostrato come ad ogni nuovo sistema d’arma nemico, progettato per colpire o interdire le capacità di movimento della flotta (e della sua componente aerea), si sia risposto con una sua controparte che serva a contrastarlo. Esemplificativo in tal senso è lo scontro nel Pacifico tra le capacità proiettive della flotta e il raggio di interdizione delle bolle A2/AD (Anti Access/Air Denial) cinesi.

Storicamente la Marina statunitense è stata un indicatore della visione strategica che ha caratterizzato le diverse fasi della storia del paese, la sua struttura e postura riflettono come gli Stati Uniti vogliono muoversi nello scacchiere internazionale e secondo quali logiche. Dalla dottrina del contenimento della guerra fredda alla proiezione di potenza dei primi anni ’90 la Marina è stata lo strumento privilegiato per mostrare la forza statunitense e la sua postura ha indicato verso quale direzione si intendeva indirizzarla.

La lotta al terrorismo internazionale ha segnato una fase storica in cui lo strumento navale è stato impiegato come supporto in un ruolo profondamente diverso da quello centrale avuto dal 1941 sino a quel momento. Oggi quella centralità sembra essere stata riacquisita grazie al nuovo approccio strategico che vede il confronto focalizzarsi di nuovo tra entità statali ed all’emergere di nuovi competitor sufficientemente credibili da poter essere considerati una minaccia all’intero sistema.

Nei prossimi anni sarà possibile comprendere se le minacce paventate dall’amministrazione prenderanno una forma più concreta e se quindi prenderà forma a tutti gli effetti il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana.

 

 

 

Who is Who: Elizabeth Ann Warren

Nome: Elizabeth Ann Warren, nata Herring
Nazionalità: Statunitense
Data di nascita: 22 giugno 1949
Ruolo: Senatrice degli Stati Uniti per il Massachussetts

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Elizabeth Warren è un’accademica e politica statunitense appartenente al Partito Democratico. È l’attuale senatrice degli Stati Uniti per il Massachusetts, in carica dal 2013.

Nata a Norman e cresciuta ad Oklahoma City, proviene da una famiglia della classe media che lei stessa definirà come “barcollante ai margini della classe media” e “aggrappata con i denti”.

A 16 anni vince una borsa di studio per la George Washington University ma nel 1968 lascia l’università per sposare Jim Warren, conosciuto ai tempi del liceo. I due si trasferiscono ad Houston dove lei riprende gli studi laureandosi nel 1970 in patologia del linguaggio e audiologia. Successivamente si trasferiscono nel New Jersey per il lavoro del marito, prosegue gli studi di diritto presso la Rutgers School di Newark dove ottiene il dottorato nel 1976. Nel 1992 entra ad Harvard, dove insegna legge dei contratti, della bancarotta e diritto commerciale.

Dal novembre 2008 al novembre 2011 presiede la commissione di supervisione economica istituita dal Congresso degli Stati Uniti d’America per finalizzare i programmi di stabilizzazione economica destinati al recupero del sistema bancario statunitense. Dal settembre 2010 al luglio 2011 lavora come Consigliere Speciale presso il Dipartimento del Tesoro sotto la prima amministrazione Obama.

Nel settembre del 2011 dichiara di volersi candidare al fianco del Partito Democratico per le elezioni a senatore dello Stato del Massachussetts e alle elezioni del 6 novembre 2012 sconfigge l’allora senatore in carica (con il 57,3%), il repubblicano Scott Brown, riportando ai democratici il seggio appartenente, per quasi cinquant’anni, a Ted Kennedy, nipote del Presidente assassinato nel 1963. È la prima donna di sempre, del Massachussetts, ad essere stata eletta al senato.

Secondo la rivista inglese New Statesman la Warren è tra le 20 persone più progressiste degli Stati Uniti. Fortemente critica riguardo l’amministrazione Trump, ha scritto il Presidential Conflicts of Interest Act, letto il 9 gennaio 2017 al Congresso, nel quale condanna il conflitto di interessi in cui è coinvolto il Presidente. Ha anche criticato le politiche immigrazionistiche intraprese dal Presidente e la decisione di ritirare le truppe dalla Siria e dall’Afghanistan.

Il 9 febbrario 2019 la Warren annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico che determineranno chi rappresenterà i democratici alle presidenziali del 2020.

 

 

 

 

 

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano è il titolo del libro scritto da Stefano Cavedagna, Andrea Farhat e Amedeo Maddaluno pubblicato da goWare, 2018

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano - Geopolitica.info

9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino e con esso -apparentemente- gli Stati Uniti vincevano la loro guerra ideologica al comunismo, garantendosi un’egemonia mondiale. Un mondo senza più avversari nei quali gli Stati Uniti potessero esercitare la loro responsability to protect tutelando il mondo sotto la Pax Americana. Niente di più falso. La Guerra Fredda, secondo gli autori del saggio, continuerebbe, in maniera diversa rispetto al passato, a dettare il bilanciamento di potenza e le aree di influenza globali, scardinando così, in 120 pagine, quello che Fukuyama credeva sulla fine della storia.

È interessante notare come la storiografia si faccia largo nello studio della geopolitica; le cause storiche qui sono analizzate come un inevitabile intreccio di popoli e culture che, lungo una linea semi-retta, si misurano verso un futuro che non possiamo ancora scorgere, se non interpretandolo con le teorie proposte nella parte teorica del saggio.

Nella prima parte vengono contornate e definite le teorie sulle relazioni internazionali che faranno da sfondo alla seconda parte. Prime fra tutte, vengono esposte le teorie di quegli autori che sono alla base dello studio (MacKinder e Spykman), con i quali si vuole dimostrare che la Guerra Fredda -a conti fatti- non è mai finita. Questa parte è quindi fondamentale per la comprensione della successiva. Le teorie vengono affrontate delineandone i punti cardine senza perdersi troppo nei nozionismi.

La seconda parte ripercorre, in maniera rapida ma non per questo scarna di dimostrazioni pratiche, i maggiori fatti geopolitici del globo: in primis l’intervento degli Stati Uniti in Siria e l’annessione della Crimea da parte della Russia di Putin. Analizzando questa serie di fatti dal punto di vista di MacKinder e la necessità da parte delle grandi potenze di cercare e mantenere il proprio controllo sulla zona pivotale (in questo caso il Medio Oriente e l’Asia Minore). Da questa prospettiva capiamo bene il perché del forte interesse, da parte dei principali attori internazionali, nelle primavere arabe e, soprattutto, nella guerra in Iraq. Uno spunto interessante viene dall’analisi geoeconomica: l’emergere di potenze ibride (identificata dagli autori con la Repubblica Popolare Cinese), non fa altro che mettere in allarme l’establishment statunitense che si trova nella posizione di dover ridimensionare e ripensare le proprie politiche di liberoscambismo venute dopo la caduta del muro di Berlino. L’egemonia americana è quindi minacciata da nuovi attori internazionali.

Tra proxy wars, conflitti a bassa intensità lungo le aree periferiche delle grandi potenze mondiali, innalzamento delle tariffe commerciali è lecito quindi domandarci: è veramente finita la Guerra Fredda?

 

La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO?

Con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica nel 1991 Francis Fukuyama arrivò a parlare di fine della storia: gli Stati Uniti avevano vinto, il modello produttivo capitalistico americano si affermava inesorabilmente in tutto il mondo e il primato tecnologico militare statunitense sembrava incolmabile.  

La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO? - Geopolitica.info

Tuttavia all’interno del Pentagono, già a metà anni ‘90, cominciarono a prospettarsi dei possibili scenari internazionali  in cui paesi emergenti  come la Cina avrebbero potuto assumere il ruolo di futuri competitor degli USA.  La guerra al terrore successiva all’11 settembre ha però comportato l’impiego di ingenti risorse economiche e la ridefinizione dei target prioritari delle amministrazioni e delle forze armate americane.

Tutto ciò ha fatto sì che, mentre gli USA erano impegnati in operazioni di stabilizzazione in Medio Oriente, paesi come Cina e Russia  abbiano investito in enormi programmi di modernizzazione, tanto da mettere in discussione il vantaggio tecnologico-militare statunitense.

In questa traiettoria si inserisce la Third Offset Strategy (3 OS) del Pentagono, ovvero un insieme di politiche miranti  a produrre nuovi concetti operativi e innovazioni tecnologiche per garantire la superiorità  statunitense rispetto ai propri avversari; a tutto ciò deve aggiungersi  la necessità di Washington di mantenere la proiezione convenzionale globale del potere.
Lo sviluppo di una 3 OS muove principalmente dall’intenzione statunitense di rivolgere la propria attenzione nell’Asia-Pacifico e dalle sfide tecnologiche e operative che questa regione pone in essere.

Gli USA e la sfida cinese

Uno dei principali motivi di preoccupazione è stato, infatti, lo sviluppo di capacità cinesi Anti-Access/Area-Denial (A2/AD). Il concetto di Anti-Access/Area-denial fa riferimento all’idea di utilizzare una serie di strati difensivi di vario genere per proteggere la dimensione terrestre, aerea e marittima, così da precludere l’avanzamento delle truppe nemiche.

Vengono, infatti, messe a rischio le basi regionali statunitensi nel Western Pacific Theatre of Operations, soprattutto lungo la “prima catena di isole”, cioè lo spazio geografico che separa la Cina dalle isole Kurili attraverso le Filippine settentrionali fino al Borneo. Tuttavia, la portata della minaccia di Pechino si estende anche nello spazio esterno. Il test molto pubblicizzato del 2007, nel quale è stato abbattuto un satellite meteorologico a 865 km di altitudine, ha dimostrato la capacità della Cina di distruggere satelliti in bassa orbita terrestre. Risulta lampante che le capacità A2/AD della Cina potrebbero minacciare non solo gli alleati regionali e le basi vicine degli Stati Uniti, ma anche intaccare alcune delle fondamenta più profonde della proiezione di potenza globale degli Stati Uniti.

A questo punto è importante chiedersi quali dei concetti operativi e quali tecnologie al centro della 3 OS potranno essere utili nel contesto delle sfide che i partner europei della NATO devono affrontare nel loro orizzonte strategico.

Il contesto europeo

Le precedenti ondate di innovazione militare statunitense sono state caratterizzate da un’intensa attività per convogliare tecnologie all’avanguardia nelle forze armate dei principali alleati europei dell’America. Ciò è stato facilitato dal fatto che statunitensi ed europei avevano una percezione simile sull’importanza della minaccia sovietica e sulla necessità di utilizzare il potere militare per farvi fronte. In altre parole, le basi politiche, strategiche e tecnologiche della coesione transatlantica sono andate di pari passo sotto l’egida americana. Ne consegue che il relativo disinteresse dell’Europa negli sviluppi della regione Asia-Pacifico  possa rappresentare una sfida sistemica per la coesione della NATO.

L’idea di operare in contesti strategici accessibili continua a permeare l’atteggiamento europeo nei confronti delle proprie politiche di difesa. Tuttavia, lo sviluppo di capacità A2/AD da parte di diversi attori sembra sfidare proprio questa ipotesi, sia nel contesto della difesa e della deterrenza sul flank orientale della NATO, sia in quello mediorientale. Ad est gli stati membri della NATO che confinano con la Russia sono senza dubbio quelli maggiormente minacciati dalla crescita militare di Mosca. Il sistema integrato di difesa aerea di Mosca e i missili terrestri a corto raggio coprono gli Stati baltici  e quasi tutto il territorio polacco, inoltre la presunta presenza di missili russi S400 a Kaliningrad e la militarizzazione russa di Sebastopoli  stanno  portando alla formazione di  “bolle” A2/AD in porzioni crescenti di territorio che vanno dall’Europa fino al Levante.

Anche i progressi  dei paesi mediorientali nel campo A2/AD sono particolarmente preoccupanti per gli Stati Uniti e per i loro alleati europei, che non solo hanno interessi energetici ed economici nella zona, ma anche l’ambizione di operarvi. Persino attori non statali o parastatali si stanno avvicinando all’armamento di precisione. Inoltre, il possesso di capacità A2/AD potrebbe incoraggiare alcuni paesi e attori in Africa e Medio Oriente a impegnarsi in futuro in forme di guerra asimmetrica. In definitiva, l’aumento di bolle A2/AD nel vicinato meridionale dell’Europa sfida il presupposto che gli europei possano accedere in sicurezza alla maggior parte dei teatri operativi in Africa e in Medio Oriente.

Una discussione transatlantica sulle implicazioni della Terza Offset Strategy richiederebbe una comprensione comune dell’ambiente della sicurezza e sul modo in cui l’innovazione tecnologica possa contribuire a risolvere le sfide a lungo termine.  Lo stato del dibattito strategico negli Stati Uniti, su cui è stata costruita la logica della 3 OS, è però molto diverso da quello europeo. Le potenze europee dovrebbero elaborare una visione strategica unitaria sulle questioni industriali e tecnologiche a lungo termine, se vogliono essere parte di un ripensamento della sicurezza. I partner transatlantici devono affrontare una moltitudine di sfide in materia di sicurezza e il divario di percezione e di orizzonte strategico con gli USA si è notevolmente ampliato negli ultimi anni. Il conflitto ucraino, la crisi dei rifugiati e la diffusione del terrorismo islamico hanno messo in secondo piano tutte le altre questioni. La leadership politica europea è sottoposta ad un’immensa pressione per trovare risposte adeguate a queste sfide, ne consegue che l’investimento per perseguire obiettivi a lungo termine è stato più limitato. La Terza Offset Strategy, che deriva principalmente da una riflessione strategica sull’ascesa della potenza militare cinese, semplicemente non corrisponde alla percezione europea della minaccia.

Per le potenze europee, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è affrontato essenzialmente da una prospettiva economica, e gli interessi commerciali finiscono per oscurare la maggior parte delle considerazioni strategiche. Inoltre, il contesto di bilancio, proprio di una grande potenza, che consente agli Stati Uniti di lanciare la Terza Offset Strategy è semplicemente irrealistico per la maggior parte delle potenze europee.

Verso un trend comune

Tuttavia, esistono dei punti d’incontro fra il trend europeo e quello statunitense. Ad esempio, le basi tecnologiche militari della sfida A2/AD per i paesi europei sono molto simili a quelle che gli Stati Uniti stanno affrontando altrove. E’ ormai conclamato l’interesse europeo rivolto all’acquisizione di tecnologia stealth in campo aereo, marittimo e terrestre. Vi è una tendenza generalizzata a passare da grandi e pesanti formazioni militari a formazioni più piccole, più leggere e più flessibili, privilegiando la qualità rispetto alla quantità. Vengono esplorate nuove modalità di trasporto delle truppe verso e all’interno dei campi di  battaglia. Con l’adozione della filosofia NEC (Network Enabled Capability) i paesi europei della NATO hanno fatto proprio il concetto americano di “network centric warfare”, mirante a costruire delle FFAA digitalizzate e capaci di operare negli scenari internazionali più disparati.

Nella misura in cui sia l’Europa orientale che il Medio Oriente sono geograficamente vicini all’Europa, gli europei daranno  priorità alle capacità di attacco a breve e medio raggio, in contrasto con l’interesse di Washington sulle capacità di attacco a lungo raggio. Non è da escludere, che le riflessioni statunitensi possano condurre l’Europa a ripensare il proprio coinvolgimento nell’Asia-Pacifico, regione in cui gli europei mantengono numerosi interessi economici.  Tuttavia in questa fase, l’iniziativa statunitense e le sue implicazioni concrete rimangono poco chiare per la maggior parte dei partner europei, e anche se fossero comprese, le questioni di bilancio, le priorità di sicurezza a breve termine e i vincoli politici limitano e continueranno a limitare la capacità dell’Europa di definire ambizioni strategiche a lungo termine.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo

In tutto il mondo si è ormai diffusa la preoccupazione per le ambiguità e le opacità che caratterizzano gli investimenti e le iniziative della Cina comunista all’estero. Le cronache recenti ci hanno raccontato di quanto avvenuto in Polonia, la cui Agenzia per la sicurezza nazionale ha arrestato un cittadino cinese, dirigente della mega azienda Huawei, con l’accusa di spionaggio. Secondo i media di Varsavia l’arrestato avrebbe passato informazioni sensibili all’intelligence di Pechino.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo - Geopolitica.info

Altri organi di stampa hanno scritto che anche il Paese motore dell’Unione Europea, la Germania, starebbe valutando l’esclusione di Huawei dalle aste delle nuove reti mobili 5G, tecnologia di cui l’azienda cinese è leader, per garantire la propria sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti un gruppo di parlamentari ha presentato una Proposta di Legge per tagliare le forniture al colosso cinese, già da tempo nel mirino dell’amministrazione Trump, e di iniziative analoghe si discute apertamente in Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda, nel timore che gli apparati targati Huawei vengano usati dal Partito comunista cinese per spiare e/o sabotare.

Fa ora un certo effetto che anche un Paese meno al centro delle vicende internazionali si interroghi pubblicamente sulla natura della presenza di infrastrutture tecnologiche cinesi nel proprio territorio. Si tratta della Svezia, la cui Agenzia della difesa ha avvertito che il Paese scandinavo sta affrontando una sfida crescente in termini di sicurezza da parte della Cina. Oggetto della contesa una stazione satellitare finanziata e costruita dai cinesi a Kiruna, il principale centro abitato della regione svedese al di sopra del Circolo polare artico: la China Remote Sensing Satellite North Polar Ground Station. Secondo fonti ufficiali del regime di Pechino, la stazione aiuta la Cina a “migliorare la capacità di acquisire dati globali di telerilevamento in modo efficiente”. Nel 2016, dopo l’inaugurazione, l’Accademia cinese delle scienze affermò che “Kiruna è il luogo ideale per la ricezione di dati satellitari a distanza. I satelliti cinesi per l’osservazione terrestre acquisiranno i dati globali in modo più efficiente e quindi risponderanno meglio a situazioni quali un disastro naturale”.  La stazione in terra svedese si aggiunge a quelle già in funzione nel territorio cinese.

La stampa svedese ha evidenziato l’esistenza di un allarmante nesso tra la presenza della stazione di Kiruna e il rischio di una crescente influenza cinocomunista nel proprio Paese. Fonti dell’Agenzia svedese della difesa hanno affermato che la cooperazione formalmente civile con la Cina potrebbe avere risvolti di altro tipo. I ricercatori della stessa Agenzia hanno apertamente sostenuto, anche in televisione, che la Cina sarà in grado di usare la stazione per attività di intelligence militare e per garantire a Pechino una forma di sorveglianza satellitare supplementare utilizzabile in caso di un conflitto armato. A loro volta vari media di Stoccolma hanno rivelato che ditte locali produttrici di semiconduttori avanzati, anche per applicazioni militari, sono finite in mani cinesi.

La satellite ground station della Repubblica Popolare Cinese al Polo Nord

Fantascienza o, nel migliore dei casi, un’esagerazione generata dalle crescenti preoccupazioni? Domanda non facile cui rispondere. Di certo impressiona, tornando agli Stati Uniti, l’iniziativa di un gruppo di senatori democratici eletti negli Stati vicini al Distretto federale di Washington, che si sono rivolti alla dirigenza dell’Agenzia che gestisce la metropolitana della Capitale chiedendo di valutare i rischi connessi al possibile coinvolgimento della China Railway Rolling Stock Corp, azienda statale cinese, che vorrebbe fornire nuovi mezzi partecipando a un imminente gara. Secondo i senatori democratici, tra i quali vi è il Vicepresidente del Comitato Intelligence del Senato, ricorrere alla forniture cinesi consentirebbe a Pechino di utilizzare i convogli della metropolitana per condurre spionaggio elettronico sulla città cuore della vita istituzionale e politica degli Stati Uniti.

Lo sviluppo tecnologico è potenzialmente e strettamente collegato allo sviluppo militare della Cina, il cui regime comunista si presenta nel mondo in modo apparentemente interessato a nient’altro che non sia collegato all’obiettivo di incrementare le relazioni economico-commerciali e di piazzare i propri investimenti. Ma si tratta della stessa Cina che minaccia apertamente la pacifica e democratica Taiwan di usare la forza delle armi per costringerla alla “unificazione” e, allo stesso tempo, mette sotto enorme pressione vari Paesi della regione Asia-Pacifico con la finalità di impossessarsi di isole, di acque territoriali e di spazi aerei a vantaggio della sua espansione politica, economica e militare. In questo scenario l’utilizzo strumentale delle tecnologie nelle comunicazioni e negli apparati satellitari è un ulteriore potente strumento nelle mani del regime pechinese e delle sue enormi ambizioni geostrategiche che confliggono con i valori, i principi e gli interessi del mondo libero fondato sulla libertà, sul “Rule of Law” e dunque sui diritti umani, civili, religiosi e politici di ogni persona.

Occorre una grande cautela  – questo il messaggio che sta emergendo su vari fronti internazionali – nei confronti di una Cina guidata da un nomenklatura comunista sempre più aggressiva e sprezzante dietro l’apparente copertura del “soft power” e della finta non ingerenza negli altrui affari interni. Una cautela che andrebbe presa in considerazione anche in Italia, dove nello scorso settembre, inopportunamente nel periodo di chiusura della gara per l’assegnazione delle frequenze 5G, alla Camera dei Deputati proprio Huawei organizzò un seminario sulla trasformazione digitale alla presenza dei vertici politici del Ministero dello sviluppo economico (cioè l’amministrazione responsabile dei bandi di gara in questione).