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Attacco all’Europa: dall’arresto di Salah agli attentati del 22 marzo
L’Europa non ha fatto in tempo a riprendersi dalla tragedia che ha colpito le studentesse in Erasmus in Spagna, che deve oggi fronteggiare un altro enorme disastro interno. Gli attentati di questa mattina all’aeroporto di Bruxelles e alla metro cittadina hanno portato alla morte – questi sono i numeri che arrivano sino ad ora – di 34 persone. L’attacco all’aeroporto della capitale belga è avvenuto, a quanto pare, di fronte al desk dell’American Airlines. Si attende la rivendicazione ufficiale dello Stato Islamico, ma è del tutto verosimile che avverrà a breve. 

Attacco all’Europa: dall’arresto di Salah agli attentati del 22 marzo - Geopolitica.info
L’Europa si mostra, ancora una volta, sin troppo vulnerabile. E anche oggi è stata colpita in alcuni luoghi simbolici: Bruxelles come uno dei centri cruciali dell’UE, l’aeroporto come luogo – almeno teoricamente – maniacalmente controllato e la metro come mezzo utilizzato da tutta la popolazione. Infine, ma non da ultimo, la tragedia si è consumata da una parte di fronte al riferimento della compagnia americana e dall’altra vicino ai luoghi più rappresentativi dell’UE: dal punto di vista simbolico, per non parlare di quello terroristico stricto sensu, l’impatto è enorme, abissale.

Sono ancora vivide le immagini di una Bruxelles impietrita, immobilizzata, ferma nel suo terrore nelle settimane successive agli attentati parigini, alla disperata ricerca degli attentatori. Oggi, a pochissimi giorni dalla cattura di Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi dello scorso 13 novembre, assistiamo al ritorno dirompente alla massima allerta cittadina. Non si è avuto modo di rifiatare, di tirare un sospiro di sollievo per la cattura del terrorista, che si è ripiombati nel caos provocato dal terrorismo.

Nelle azioni terroristiche dello Stato Islamico, che tendono a colpire senza limiti spaziali, si può intravedere l’applicazione di quella concezione, introiettata in maniera estremistica, secondo cui il mondo si suddivide nel dar al-Islam (la casa dell’Islam) e nel dar al-harb (la casa della guerra), abitato dai non fedeli. Una concezione manichea secondo cui varcati i confini del mondo islamico tutto diventa possibile. In questa dinamica di conflitto dell’ISIS verso l’Occidente infedele, si ravvisano altri elementi di enorme criticità: le esplosioni odierne sono avvenute in una città che, in linea teorica, avrebbe dovuto prevenire ogni futura possibilità di attentato.

Le crepe nel suo sistema di intelligence e di polizia sono ormai evidentissime: non solo il più ricercato degli uomini in Europa è stato scovato solo dopo circa quattro mesi di ricerche, nel suo quartiere d’origine che era stato individuato da subito come potenzialmente a rischio, ma quanto avvenuto oggi dimostra una radicata impossibilità o, per attenuare, difficoltà del Belgio e dell’Unione Europea tutta a prevenire future azioni terroristiche. E, poi, lo Stato Islamico ha dimostrato una capacità di azione immediata e tragicamente efficace di agire in ogni parte del mondo, forse temendo – come ha sottolineato Guido Olimpio – che indiscrezioni di Salah potessero far saltare le operazioni. Ma il fatto rimane, e rimane anche il dato che nonostante il pentimento e la richiesta di Salah di non essere trasferito in Francia, nulla si è potuto per contrastare gli attacchi odierni e a nulla è servito interrogare l’attentatore di Parigi per giorni.

In questa sua capacità si ravvisa la sua tensione all’azione universale, globale, e come potenza capace di colpire ovunque. Non solo la dimensione geografica assume una piena centralità in queste riflessione, ma consideriamo anche la tempistica utilizzata. Il terrorista dell’ISIS viene arrestato e nell’immediato vengono organizzati e realizzati due nuovi attacchi, senza possibilità da parte europea di prevenirli e mostrando una capacità d’azione rapidissima dell’ISIS. Ciò significa anche che esistono cellule silenti capaci di intervenire da un giorno all’altro, rendendo debolissimo e fragile tutto il territorio europeo, colpito oggi nel suo epicentro, nella sua zona più sensibile. Il fatto che quanto avvenuto oggi a Bruxelles si inserisca nella settimana Santa, non sembra poi affatto casuale e rafforza enormemente, in senso simbolico e propagandistico, l’azione e il peso del Califfato nel mondo islamico.

La capacità pervasiva dell’ISIS, già sottolineata in precedenza, e che lo porta a colpire ovunque nel mondo, era stata rimarcata anche da un recente video prodotto da Al-Hayat, centro mediatico del Califfato. Gli appartenenti all’ISIS avevano rivendicato le atrocità compiute nella capitale francese attraverso quella produzione dal titolo eloquente: «kill them wherever you find them». In quel video si mostravano i «nove leoni del Califfato» addestrarsi nei campi siriani e, tra di essi, lo stesso Salah. Il messaggio era chiarissimo: negli ultimi due anni, cittadini europei che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, hanno potuto raggiungere la Siria senza difficoltà, addestrandosi per combattere l’Europa e il mondo infedele occidentale «in ogni luogo». Ma soprattutto, implicitamente si rendeva nota la possibilità di intervenire in Europa attraverso le proprie cellule e in via immediata, come oggi hanno fatto. Quel messaggio propagandistico è oggi divenuto, ancora una volta, tragica realtà effettuale.

I leoni del Califfato venivano santificati in quel video dalla propaganda del Califfato, attraverso le parole espresse in arabo e francese che appaiono terribilmente eloquenti «essi vissero i versetti del corano uccidendo i miscredenti ovunque li trovarono. Continuarono così fino a che la sete del loro successo non fu estinta se non tramite il proprio sangue».
Le ragioni del ritiro della Russia dallo scenario siriano

Il ritiro di una parte consistente dei 5.000 militari russi schierati in Siria, annunciato da Vladimir Putin a poco più di due settimane dall’inizio della nuova tregua (27 febbraio), è stata oggetto di numerose interpretazioni e induce a riflettere su quelli che – al di là degli obiettivi proclamati ufficialmente – erano le reali intenzioni della missione iniziata lo scorso settembre.

Le ragioni del ritiro della Russia dallo scenario siriano - Geopolitica.info

Nessun fattore preso singolarmente sembra spiegare questo repentino mutamento di rotta. Più probabilmente, infatti, una serie di ragioni diverse hanno indotto il presidente della Federazione Russa a optare per una soluzione che, come spesso accade quando c’è di mezzo il “nuovo zar”, ha spiazzato la maggior parte degli osservatori. Proviamo a riportare schematicamente quelli che ci sembrano i fattori più rilevanti, integrandoli con altri elementi di spiegazione su cui non è stata puntata a sufficienza la luce dei riflettori:

  1. Anzitutto la Russia si tira fuori dal pantano siriano nel corso di un cessate il fuoco frutto di una ritrovata collaborazione con gli Stati Uniti. Il Paese così ottiene un piccolo successo internazionale, dimostrando di saper ricorrere alla forza e, al contempo, sedere al tavolo dei negoziati. L’incremento del prestigio russo, inoltre, si combina con il sostanziale scarico sugli altri attori rimasti sul campo delle responsabilità – e quindi della fetta più consistente degli oneri – della futura gestione della crisi;
  2. Mosca riporta a casa buona parte del contingente, ma solo dopo aver messo in sicurezza le posizioni che detiene in Siria dal 2013. Le operazioni militari, infatti, più che a colpire lo Stato Islamico, sono state dirette a eliminare le fonti di minaccia agli avamposti russi nella Siria nord-occidentale, rappresentate principalmente da forze ribelli islamiste avversarie dell’ISIS alcune delle quali sono sostenute dagli Stati Uniti. La base navale di Tartous e quella aerea a Himeimym nella provincia di Latakia continueranno così a garantire alla Russia una capacità di proiezione di potenza nella regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e a soddisfare la sua tradizionale ambizione di avere un accesso diretto nel mar Mediterraneo. Quest’ultimo dato appare ancor più importante in un momento di alta tensione con la Turchia, che rischia di dissolvere il valore strategico della base navale di Sebastopoli sul mar Nero;
  3. Le truppe di terra hanno giocato un ruolo minore nelle operazioni di contrasto alle milizie ribelli e allo Stato Islamico, circoscrivendo la portata della loro azione al supporto fornito alle forze lealiste, nonché a quelle iraniane e di Hezbollah loro alleate. A riportare in equilibrio l’andamento del conflitto, piuttosto, sono stati i bombardamenti effettuati dall’aviazione. Inoltre la presenza di militari russi in una zona della Siria non molto distante dal confine con la Turchia avrebbe potuto costituire in futuro un nuovo fattore di attrito, dagli esiti imprevedibili, con Ankara. Tanto più che quest’ultima sta estendendo il suo controllo de facto su alcune porzioni di territorio siriano pericolosamente vicine a dove era dislocato l’esercito russo. Il ritiro delle truppe, quindi, non cambia in maniera radicale gli equilibri in campo e può evitare alla Russia la presenza di nuovi elementi di attrito con la Turchia;
  4. Il mantenimento di forze aree in Siria fa comunque di Mosca uno dei garanti del cessate il fuoco e ne preserva la capacità di deterrenza rispetto a nuove avanzate da parte dei nemici di Bashar al-Assad. Scampato il pericolo del rovesciamento del regime di Damasco, tuttavia, il ritiro segue anche un’altra logica. Lasciare Assad nella condizione di dipendere dall’esterno per la sua sopravvivenza fisica e politica significa poterlo manovrare più facilmente e avere la capacità di imporgli, a seconda del mutare degli interessi russi, di proseguire la guerra o di negoziare la pace;
  5. La scelta del ritiro in questa fase, infine, nasconde, dietro una vittoria diplomatico-strategica di facciata, la realtà di un profondo scontro interno all’élite russa sul destino del Paese. Sembra che l’SVR, il servizio nazionale per l’intelligence esterna, da tempo stia cercando di frenare l’incremento dell’esposizione internazionale di Mosca, che si traduce nel suo impegno in un numero di teatri di crisi e di dimensioni politiche sempre maggiori. Non sarebbero solo gli Stati Uniti, quindi, a correre il rischio dell’overstretching. Anche la Russia potrebbe incappare in un gap tra risorse e impegni ancora prima di essere tornata definitivamente a essere una grande potenza globale, che costituirebbe un evento esiziale per le sue ambizioni internazionali. E la combinazione tra crollo dei prezzi energetici e sanzioni occidentali costituisce la principale variabile che ha determinato il rafforzamento del “partito” propenso ad una politica estera più prudente e che, certamente, è rimasto soddisfatto dalla proclamazione del mission accomplished di Putin.
Le ombre della Conferenza di Ginevra

L’attentato firmato dallo Stato Islamico alla moschea sciita di Sayyida Zeinab che è costato la vita a più di 70 persone, l’escalation di tensione tra Iran e Arabia Saudita e il confronto tra Russia e Stati occidentali hanno costituito la cornice, non proprio ideale, per la ripresa dei lavori della conferenza di pace di Ginevra sulla Siria.

Le ombre della Conferenza di Ginevra - Geopolitica.info (cr: AP Reuters Pool / Larry Downing)

Il fattore “ambientale” non è stato l’unico a gravare negativamente sul meeting ginevrino. La principale criticità, infatti, è il gap tra i gruppi rappresentati alla conferenza e i reali rapporti di forza sul campo. Tra i principali attori che operano nel teatro di guerra è presente nella “capitale” elvetica della diplomazia solo la rappresentanza del regime di Bashar al Assad. Se è tautologica l’assenza di un rappresentante dello Stato Islamico, la cui sconfitta almeno ufficialmente è il minimo comun denominatore di tutte le delegazioni presenti, molto meno lo è quella della delegazione curda delle Unità di Protezione Popolare. Il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica, infatti, ha dimostrato di essere l’unico attore locale in grado di respingere le offensive delle milizie del Califfato. La delegazione curda, che inizialmente aveva raggiunto la Svizzera, si è ritirata lamentando di non essere stata ufficialmente invitata dall’inviato speciale dell’ONU per la Siria Staffan de Mistura.

La presenza dei curdi siriani, d’altronde, è fortemente osteggiata dalla Turchia, assolutamente contraria a offrire qualsiasi forma di legittimazione internazionale a un attore che coltiva speranze d’indipendenza sempre più concrete. Uno Stato curdo di Siria, del resto, agirebbe da magnete anche per il Kurdistan turco, gettandolo in subbuglio. Sempre tra gli assenti figura anche l’altro gruppo jihadista di Jabhat al Nusra, che controlla alcune porzioni di territorio siriano per conto di al Qaeda. Grazie al sostegno dell’Arabia Saudita è presente, invece, l’Alto Comitato per il Negoziato (HNC) che raggruppa trentadue sigle dell’opposizione considerata “moderata”, ma che al suo interno comprende anche gruppi direttamente collegati alla galassia del radicalismo islamico come Ahrar al Sham e Jaysh al Islam. L’HNC ha lamentato l’assenza delle precondizioni che aveva posto per la sua partecipazione ai colloqui, come la fine dei bombardamenti sui civili compiuti dal regime siriano e quella dell’assedio di alcune città controllate dai ribelli (a Madaya è in atto una vera crisi umanitaria), nonché un sostegno da parte degli Stati Uniti contro le posizioni del regime di Assad considerato troppo tiepido rispetto al supporto che quest’ultimo gode da parte di Iran e Russia.

Le criticità che affliggono la conferenza di Ginevra non si arrestano alle sue dinamiche, ma investono anche gli obiettivi di fondo di medio termine dei suoi protagonisti, che rimangono ancora nascosti dietro l’obiettivo comune della distruzione dello Stato Islamico. Leggendo le notizie che giungono questi giorni dalla Siria, in particolare quelle relative alle fratture religiose che dilaniano il Paese e alla violenza che vi risulta connessa, è difficile immaginare che i suoi confini tornino in futuro a ricalcare quelli precedenti al 2011.

Ancor più difficile è prevedere gli scenari futuri che scaturiranno dalle trattative a Ginevra e dalla loro combinazione con le operazioni militari. Verosimile, anche se viene considerata quasi da tutti come la peggiore delle ipotesi, è la divisione del Paese in due o più mini-Stati, suscettibili di trasformarsi in qualcosa di molto simile a dei protettorati di potenze straniere. La Siria occidentale, che diventerebbe parte della sfera di influenza iraniana e garante delle posizioni russe nel Mediterraneo, la Siria centrale, garantita dal sostegno dell’Arabia Saudita o della Turchia. Infine uno Stato curdo nella zona nord-orientale del Paese. Questa opzione, tuttavia, è legata alla disponibilità di Washington di premiare la sua proxy storicamente più fedele della regione e, al contempo, di rischiare uno strappo definitivo nei rapporti con Ankara. All’interno di questo scenario, però, rimarrebbe il problema della minoranza cristiana, concentrata principalmente a Damasco e Aleppo, che potrebbe trovarsi all’interno di quello Stato della Siria centrale che verosimilmente andrebbe incontro a un processo di parziale, se non completa, islamizzazione.

Altra soluzione potrebbe essere quella di uno Stato federale, mentre sembra più difficile la preservazione dell’assetto attuale realizzato contemporaneamente ad un processo di transizione verso la democrazia. Questa è la soluzione caldeggiata ufficialmente dai governi occidentali. Tuttavia la storia recente di molti Stati già ha dimostrato come sia impossibile costruire un regime democratico – anche malfunzionante – in assenza di attori realmente democratici a popolare la scena politica e in presenza di pressioni esterne ai confini nazionali esplicitamente volte a ostacolare questo processo.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità

Parigi sotto attacco. Ancora una volta. Attacchi simultanei in sette luoghi diversi. Sei sparatorie e tre esplosioni hanno provocato una strage: 128 vittime e 200 feriti, di cui 80 in gravi condizioni 2 gli italiani rimasti feriti. Una ragazza italiana risulta al momento “irrintracciabile”. La giovane era al Bataclan con il fidanzato ed alcuni conoscenti. Durante la fuga, nelle concitate fasi dell’assalto, i due si sono persi di vista e della giovane non si sarebbe saputo più nulla. Otto in tutto i terroristi morti durante gli attentati. Il presidente Francois Hollande annuncia lo Stato di emergenza su tutto il territorio francese e la chiusura delle frontiere.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità - Geopolitica.info (cr: LaPresse)

Gli attacchi

Chiaramente coordinati, si sono verificati simultaneamente in diverse parti della città. I terroristi hanno agito con metodi differenti. La prima esplosione, seguita da una seconda ed una terza ad opera di kamikaze, è fuori dallo Stadio di Francia, a Saint Denis a nord della capitale mentre si gioca l’amichevole tra Francia e Germania. Il presidente francese Francois Hollande che stava assistendo alla partita, viene immediatamente prelevato e portato in sicurezza. Gli spettatori nel frattempo non si accorgono di nulla. Solo alla fine della partita, con il diffondersi della notizia, scoppia il panico all’interno dell’impianto sportivo. E’ la prima volta che si verifica un’ attentato suicida nella capitale francese.

In contemporanea, i terroristi entravano in azione a colpi di kalashnikov nel X arrondissement, in una brasserie nel quartiere tipico dei ristoranti kosher. Poi i terroristi – come se stessero compiendo un raid – sono scesi verso l’XI e il XII arrondissement, a pochi metri dalla redazione di Charlie Hebdo, insanguinata dagli attentati del 7 gennaio.

Nella sala da concerti Bataclan – dove c’era il tutto esaurito per un concerto rock del gruppo americano “Eagles of death metal” – un gruppo di terroristi, al grido di “Allah è grande”, uccide 80 persone. Dopo l’incursione delle teste di cuoio che uccidono un attentatore, altri tre azionano una cintura esplosiva.

La rivendicazione dell’ISIS

L’Isis rivendica ufficialmente gli attentati: «È la capitale dell’abominio e della perversione». Sul profilo Twitter dello Stato islamico è comparso l’hashtag in arabo “Parigi in fiamme”, esultando per l’esito degli attentati terroristici. Conferma della rivendicazione è venuta anche dal terrorista sopravvissuto al Bataclan: secondo l’emittente americana Sky News l’uomo, appena arrestato, ha dichiarato «sono di Daesh», ossia appartiene allo Stato islamico.

“Ricordate, ricordate il 14 novembre di #Parigi. Non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre”. Lo scrive Rita Katz sul Site citando canali dell’Isis.

Intanto arrivano nuove minacce dei jihadisti, che hanno pubblicato un nuovo video in cui fanno sapere alla Francia: “Non vivrete in pace finché continueranno i bombardamenti. Avrete paura persino di andare al mercato» Si tratta della seconda rivendicazione indiretta.

Le conseguenze politiche

Gli attentati avranno di certo conseguenze politiche. Gli attacchi si sono verificati cinque giorni prima la partenza della portaerei Charles de Gaulle per il Golfo persico. La portaerei avrà il compito di supportare le operazioni dell’aeronautica francese in tutta la regione. La Francia, infatti, sta bombardando la Siria dalla fine di settembre. Gli attentati sembrerebbero quindi una risposta a tali operazioni militari portate avanti da Hollande in Medio Oriente. E’ da escludere che la  Francia pensi di abbandonare il suo impegno militare. I francesi intensificheranno i loro sforzi in tutta l’area. Cioè appare chiaro ascoltando le parole del presidente subito dopo gli attacchi nella capitale francese.

Ad avvantaggiarsi “politicamente” e a crescere nei sondaggi – grazie alle reiterate dichiarazioni anti-immigrazione –  saranno le forze populiste di tutta Europa, ad iniziare dal Front National guidato da Marine Le Pen. Il compito dei socialisti francesi non sarà certo facile. Dovranno spiegare perché le misure di sicurezza straordinarie, intraprese dopo l’attacco dello scorso 7 Gennaio alla sede di Charlie Hebdo, non hanno funzionato. Non passerà molto tempo per vedere la reazione del popolo francese. Il prossimo mese infatti, i cittadini saranno chiamati al voto per il rinnovo delle assemblee regionali.

Gli attacchi avranno conseguenze rilevanti anche in tutta Europa. Il vecchio continente si trova nel bel mezzo della crisi migratoria. Già prima degli attentati di Parigi, la Svezia aveva annunciato la chiusura dei propri confini. Con la Germania che accoglierà quest’anno circa un milione di rifugiati, la pressione sul leader tedesco sale. Già da tempo infatti, la Merkel deve fare i conti con chi nel suo partito chiede la chiusura delle frontiere, criticando la suo gestione del paese.

Si apre anche il dibattito sulla gestione della crisi siriana. L’occidente ha fino ad ora criticato l’operato di Mosca – che bombarda da tempo l’Isis, sostenendo il regime di Assad – continuando a sostenere che il problema della Siria, e di tutto il Medio Oriente, sia il presidente Assad.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna

E’ durata poco più di sette ore la riunione convocata nella capitale austriaca per trovare una soluzione alla crisi siriana. Seduti intorno allo stesso tavolo, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, si sono trovati – tra gli altri – i rappresentanti di Arabia Saudita, Turchia, Iran, Russia e Stati Uniti.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna - Geopolitica.info Leader di Stato riuniti a Vienna, 30 ottobre 2015 (cr: EPA/Ansa)

Dal documento finale elaborato dai venti Paesi partecipanti, si evince la volontà di avviare un processo politico condiviso nel paese.  Nove sono i punti che compongono il Dossier. Ovvero:

  • Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare;
  • le istituzioni dello Stato resteranno intatte;
  • i diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica;
  • imperativo accelerare gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra;
  • si garantirà l’accesso umanitario a tutto il territorio e si aumenteranno gli sforzi per i rifugiati;
  • bisogna sconfiggere l’Isis e gli altri gruppi terroristici;
  • si chiede all’Onu di convocare rappresentanti del governo e dell’opposizione siriana per avviare un processo politico che porti alla formazione di un governo credibile, inclusivo, non settario, che elabori una nuova Costituzione e convochi libere elezioni, supervisionate dall’Onu;
  • questo processo politico deve essere diretto dai siriani. Lo stesso popolo siriano deciderà il futuro del proprio Paese;
  • i Paesi partecipanti e l’Onu individueranno le modalità di un cessate il fuoco parallelo al processo politico.

I colloqui dello scorso 29 ottobre sono però solo l’inizio. Tanti sono i nodi ancora da sciogliere. Nel frattempo è quanto mai utile capire chi sono i principali attori che stanno influenzando la crisi siriana.

Russia

Mosca appoggia da sempre il regime di Bashar al Assad. Fin dall’inizio il Cremlino aveva pianificato un coalizione internazione inclusiva. La Russia ha iniziato a bombardare la Siria dichiarando che il suo unico obiettivo fosse lo Stato islamico. Successivamente però, le autorità di Mosca sono state costrette ad ammettere di aver attaccato anche altri gruppi ribelli, jihadisti e non, che contendono ad Assad il controllo delle zone ancora sotto il controllo governativo. Tra questi, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti. Nelle ultime settimane la Russia ha rafforzato la sua presenza nella base militare di Latakia, una città costiera siriana sotto il controllo del regime siriano.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax, la Russia inviterà a Mosca alcuni rappresentanti dell’opposizione anti-Assad per cercare di risolvere il conflitto siriano. La consultazione dovrebbe avvenire nella settimana tra il 9 e il 15 novembre, e potrebbe coinvolgere anche alcuni funzionari del governo siriano.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha aggiunto che per Mosca non è più fondamentale che Assad rimanga al potere, aprendo ulteriormente la strada a una trattativa con l’opposizione.

Stati Uniti

Washington ha deciso di schierare aerei A-10 e jet F-15 nella base turca di Incirlik, nel sud della Turchia. Inoltre il Pentagono sta valutando il rafforzamento della flotta e delle risorse militari navali in Europa, per fronteggiare la crescente presenza delle forze russe nel Mediterraneo. Gli Usa si oppongono al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Restano alla guida della coalizione internazionale (insieme agli Usa ne fanno parte Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia) che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono contro i jihadisti nel nord.

Iran

E’ l’unico alleato in Medio Oriente del regime di Bashar al Assad. Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. Le autorità della Repubblica islamica hanno sostenuto ufficialmente la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non hanno mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad. La presenza iraniana a Vienna suscita i malumori dell’Arabia Saudita, che accusa Teheran di continuare a creare tensioni in Medio Oriente, soprattutto in Siria, Yemen e Iraq. Per Teheran il coinvolgimento nei colloqui di Vienna può essere letto come un test. L’Iran deve dimostrare la reale intenzione di giocare un ruolo costruttivo nella regione, mettendo fine alle ostilità non solo in Siria.

Arabia Saudita

Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata sia jihadisti che moderati. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative. Sul futuro di Assad la posizione di Riad è intransigente. Come dichiarato dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir: “Non ci sono dubbi sul fatto che il presidente siriano debba uscire di scena”. Al-Jubeir ha poi aggiunto che: “l’Iran deve accettare l’idea che l’uscita di scena di Assad faccia parte di qualsiasi soluzione al conflitto in Siria”.

Turchia

La Turchia si oppone con forza ad Assad e ha denunciato più volte incursioni russe nel proprio spazio aereo. Ankara appoggia i ribelli moderati e jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista.  In questi ultimi anni la politica estera di Erdogan e del primo ministro Davutoglu non può vantare grandi successi. La visione neo-ottomana si è rivelata un’illusione. La strategia del “niente problemi con i vicini”, vede oggi la Turchia ai ferri corti con la Siria e in un rapporto teso con l’Iran. E’ stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei. Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdoğan porta avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La Turchia si è presa qualche libertà diplomatica, ma per la sicurezza, Ankara rimane fermamente ancorata all’Alleanza Atlantica. L’ha confermato, proprio in una recente intervista alla Stampa, il Segretario Generale della Nato Stoltemberg.

La Strategia navale russa nel Mediterraneo
Il Documento sulla Dottrina navale russa presentato nel luglio scorso evidenzia in modo inequivocabile le prospettive strategiche del Cremlino nell’instabile scenario mediterraneo. Negli anni precedenti al 2011 la Siria di Assad era stata la “testa di ponte” della Marina russa nel Mediterraneo viste le difficoltà politico-diplomatiche di una penetrazione nella regione dei Dardanelli. Nemmeno nell’estate del 2013, quando un intervento militare occidentale contro il regime di Damasco era certo, Mosca tentò di prendere misure che andassero oltre la difesa dei propri interessi a Tartus e la funzione di controllo e spionaggio delle proprie navi ancorate nella base.
La Dottrina navale russa 2015 è drasticamente cambiata rispetto alla precedente e questo è dovuto principalmente a due fattori: il cambiamento degli equilibri politico-militari nel Mar Nero e l’avvio di una politica spregiudicata da parte di Putin. L’annessione della Crimea nell’estate 2014 ha permesso ai russi di controllare direttamente Sebastopoli, Mariupol è nelle mani delle milizie filorusse ed Odessa (l’unico porto di una certa rilevanza ancora in mano ucraina) è minacciata alle spalle dai disordini della Transnistria, identificata da più parti come il prossimo obiettivo di Putin. Insomma, il potenziale navale dell’Ucraina è stato annullato da Mosca e, se gli Stati minori del Mar nero non costituiscono una minaccia, la partita da giocare ora è con la Turchia.
Ankara ha deciso di intervenire contro i curdi e di avere parte attiva nella “Guerra dei trent’anni” musulmana spostando il suo baricentro strategico verso sud-est ed espoendo quindi le proprie spalle alla Russia. Una Turchia con problemi politici interni di non poco conto (incapacità di formare un nuovo governo ed elezioni anticipate), con Erdogan che stenta a mantenere la sua facciata “democratica” e con le Forze armate impegnate nella guerra contro curdi e Stato islamico, non può tenere sotto controllo un avversario scaltro e sfuggente come la Russia. Negli ultimi mesi i rapporti russo-turchi si sono cementati intorno ad una comune visione “multipolare” del sistema internazionale (molto più accentuata a Mosca che non ad Ankara), questo a dimostrazione del fatto che la Turchia allo scontro preferisca, allo stato attuale, il dialogo. Ecco che i Dardanelli, che costituivano un bastione importante del “cordone sanitario” stretto attorno alla flotta russa, di colpo sono diventati una potenziale via d’accesso al Mediterraneo, al primo di quei “mari caldi” che da sempre sono il sogno geopolitico russo.Da qui si passa al secondo punto della questione; quella politica spregiudicata che ha consentito a Putin di ritagliarsi spazi di manovra che prima Mosca non aveva. Un dispiegamento intelligente delle proprie forze navali può consentire ai russi di avere voce in capitolo nella futura sistemazione dello scacchiere mediterraneo e levantino. Nonostante Assad stia rapidamente cedendo terreno ai suoi avversari, Mosca non ha esitato ad annunciare la costruzione di una nuova base navale sulle coste siriane; il potenziale russo nell’area aumenterebbe considerevolmente dando al Cremlino la possibilità di trasformarsi in un importante attore sul palcoscenico del Mediterraneo orientale, dove si nota l’assenza di una Potenza egemone. La difesa e l’espansione degli interessi russi nel Mediterraneo non possono essere garantiti solo dallo strumento militare ma occorre creare una fitta rete di legami con Stati come l’Egitto o l’Iran (che si trova ad esercitare un’influenza indiretta nell’area al pari di Mosca).

La Strategia navale russa nel Mediterraneo - Geopolitica.info Marinai della marina russa, 2015 (cr: Reuters)
Il deterioramento dei rapporti con l’Unione europea e la conseguente debolezza (sul fronte dei rapporti UE-Russia) degli alleati del Cremlino, Italia su tutti, hanno costretto Putin a rispolverare la vecchia vocazione “nordafricana” della diplomazia sovietica. Tale linea politico-diplomatica funzionò all’epoca della Guerra fredda a causa della decolonizzazione e della conseguente ricerca da parte dei neonati Stati africani di “referenti” tra le Superpotenze. Oggi si potrebbe dire, pur con qualche forzatura, che la situazione è molto simile: le “primavere arabe” hanno portato al crollo dell’equilibrio politico del “grande Medio Oriente” dando vita a veri e propri processi di ricostruzione su basi nuove dell’autorità statale e della coscienza nazionale di alcuni Stati (Tunisia); per altri invece si è trattato di processi incompiuti con conseguenze gravi (Libia); ed ancora ad un “ritorno” alle forme di governo pre-rivoluzionarie (Egitto). Sta di fatto che le primavere arabe hanno influito anche sul meccanismo delle alleanze internazionali e l’avvicinamento di Al-Sisi alla Russia è stato senza dubbio dettato anche dalla miopia politico-strategica del blocco occidentale.
Uno scenario fluido come quello mediterraneo, con le Potenze storiche (Italia, Francia, Turchia ed Egitto) incapaci di gestire la situazione, rappresenta una ghiotta opportunità per quanti a Mosca premono per il rafforzamento della presenza navale russa (che significa anche apertura di vie commerciali) in quello che fu il “Mare nostrum”. Mosca è stata in grado di avere una visione a lungo termine della situazione geopolitica mediterranea, agendo da conservatrice dello status quo nel periodo “incerto” delle primavere arabe (2011-2013) per poi essere capace di sfruttare i disordini della fase di “ricostruzione” (2014-2015) tentando di strutturare l’equilibrio politico-militare del Mediterraneo su misura per i propri interessi. Le pagine della Dottrina navale russa di quest’anno non sono che la prova tangibile delle capacità strategiche del Cremlino; starà anche alle Potenze europee capire come non rimanere schiacciate dall’ingombrante presenza dell’orso russo in quello che era considerato, fino a qualche tempo fa, terreno esclusivo d’azione dell’Occidente.