Archivio Tag: Siria

Le ombre della Conferenza di Ginevra

L’attentato firmato dallo Stato Islamico alla moschea sciita di Sayyida Zeinab che è costato la vita a più di 70 persone, l’escalation di tensione tra Iran e Arabia Saudita e il confronto tra Russia e Stati occidentali hanno costituito la cornice, non proprio ideale, per la ripresa dei lavori della conferenza di pace di Ginevra sulla Siria.

Le ombre della Conferenza di Ginevra - Geopolitica.info (cr: AP Reuters Pool / Larry Downing)

Il fattore “ambientale” non è stato l’unico a gravare negativamente sul meeting ginevrino. La principale criticità, infatti, è il gap tra i gruppi rappresentati alla conferenza e i reali rapporti di forza sul campo. Tra i principali attori che operano nel teatro di guerra è presente nella “capitale” elvetica della diplomazia solo la rappresentanza del regime di Bashar al Assad. Se è tautologica l’assenza di un rappresentante dello Stato Islamico, la cui sconfitta almeno ufficialmente è il minimo comun denominatore di tutte le delegazioni presenti, molto meno lo è quella della delegazione curda delle Unità di Protezione Popolare. Il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica, infatti, ha dimostrato di essere l’unico attore locale in grado di respingere le offensive delle milizie del Califfato. La delegazione curda, che inizialmente aveva raggiunto la Svizzera, si è ritirata lamentando di non essere stata ufficialmente invitata dall’inviato speciale dell’ONU per la Siria Staffan de Mistura.

La presenza dei curdi siriani, d’altronde, è fortemente osteggiata dalla Turchia, assolutamente contraria a offrire qualsiasi forma di legittimazione internazionale a un attore che coltiva speranze d’indipendenza sempre più concrete. Uno Stato curdo di Siria, del resto, agirebbe da magnete anche per il Kurdistan turco, gettandolo in subbuglio. Sempre tra gli assenti figura anche l’altro gruppo jihadista di Jabhat al Nusra, che controlla alcune porzioni di territorio siriano per conto di al Qaeda. Grazie al sostegno dell’Arabia Saudita è presente, invece, l’Alto Comitato per il Negoziato (HNC) che raggruppa trentadue sigle dell’opposizione considerata “moderata”, ma che al suo interno comprende anche gruppi direttamente collegati alla galassia del radicalismo islamico come Ahrar al Sham e Jaysh al Islam. L’HNC ha lamentato l’assenza delle precondizioni che aveva posto per la sua partecipazione ai colloqui, come la fine dei bombardamenti sui civili compiuti dal regime siriano e quella dell’assedio di alcune città controllate dai ribelli (a Madaya è in atto una vera crisi umanitaria), nonché un sostegno da parte degli Stati Uniti contro le posizioni del regime di Assad considerato troppo tiepido rispetto al supporto che quest’ultimo gode da parte di Iran e Russia.

Le criticità che affliggono la conferenza di Ginevra non si arrestano alle sue dinamiche, ma investono anche gli obiettivi di fondo di medio termine dei suoi protagonisti, che rimangono ancora nascosti dietro l’obiettivo comune della distruzione dello Stato Islamico. Leggendo le notizie che giungono questi giorni dalla Siria, in particolare quelle relative alle fratture religiose che dilaniano il Paese e alla violenza che vi risulta connessa, è difficile immaginare che i suoi confini tornino in futuro a ricalcare quelli precedenti al 2011.

Ancor più difficile è prevedere gli scenari futuri che scaturiranno dalle trattative a Ginevra e dalla loro combinazione con le operazioni militari. Verosimile, anche se viene considerata quasi da tutti come la peggiore delle ipotesi, è la divisione del Paese in due o più mini-Stati, suscettibili di trasformarsi in qualcosa di molto simile a dei protettorati di potenze straniere. La Siria occidentale, che diventerebbe parte della sfera di influenza iraniana e garante delle posizioni russe nel Mediterraneo, la Siria centrale, garantita dal sostegno dell’Arabia Saudita o della Turchia. Infine uno Stato curdo nella zona nord-orientale del Paese. Questa opzione, tuttavia, è legata alla disponibilità di Washington di premiare la sua proxy storicamente più fedele della regione e, al contempo, di rischiare uno strappo definitivo nei rapporti con Ankara. All’interno di questo scenario, però, rimarrebbe il problema della minoranza cristiana, concentrata principalmente a Damasco e Aleppo, che potrebbe trovarsi all’interno di quello Stato della Siria centrale che verosimilmente andrebbe incontro a un processo di parziale, se non completa, islamizzazione.

Altra soluzione potrebbe essere quella di uno Stato federale, mentre sembra più difficile la preservazione dell’assetto attuale realizzato contemporaneamente ad un processo di transizione verso la democrazia. Questa è la soluzione caldeggiata ufficialmente dai governi occidentali. Tuttavia la storia recente di molti Stati già ha dimostrato come sia impossibile costruire un regime democratico – anche malfunzionante – in assenza di attori realmente democratici a popolare la scena politica e in presenza di pressioni esterne ai confini nazionali esplicitamente volte a ostacolare questo processo.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità

Parigi sotto attacco. Ancora una volta. Attacchi simultanei in sette luoghi diversi. Sei sparatorie e tre esplosioni hanno provocato una strage: 128 vittime e 200 feriti, di cui 80 in gravi condizioni 2 gli italiani rimasti feriti. Una ragazza italiana risulta al momento “irrintracciabile”. La giovane era al Bataclan con il fidanzato ed alcuni conoscenti. Durante la fuga, nelle concitate fasi dell’assalto, i due si sono persi di vista e della giovane non si sarebbe saputo più nulla. Otto in tutto i terroristi morti durante gli attentati. Il presidente Francois Hollande annuncia lo Stato di emergenza su tutto il territorio francese e la chiusura delle frontiere.

A Parigi attacco contro l’Occidente, non contro l’umanità - Geopolitica.info (cr: LaPresse)

Gli attacchi

Chiaramente coordinati, si sono verificati simultaneamente in diverse parti della città. I terroristi hanno agito con metodi differenti. La prima esplosione, seguita da una seconda ed una terza ad opera di kamikaze, è fuori dallo Stadio di Francia, a Saint Denis a nord della capitale mentre si gioca l’amichevole tra Francia e Germania. Il presidente francese Francois Hollande che stava assistendo alla partita, viene immediatamente prelevato e portato in sicurezza. Gli spettatori nel frattempo non si accorgono di nulla. Solo alla fine della partita, con il diffondersi della notizia, scoppia il panico all’interno dell’impianto sportivo. E’ la prima volta che si verifica un’ attentato suicida nella capitale francese.

In contemporanea, i terroristi entravano in azione a colpi di kalashnikov nel X arrondissement, in una brasserie nel quartiere tipico dei ristoranti kosher. Poi i terroristi – come se stessero compiendo un raid – sono scesi verso l’XI e il XII arrondissement, a pochi metri dalla redazione di Charlie Hebdo, insanguinata dagli attentati del 7 gennaio.

Nella sala da concerti Bataclan – dove c’era il tutto esaurito per un concerto rock del gruppo americano “Eagles of death metal” – un gruppo di terroristi, al grido di “Allah è grande”, uccide 80 persone. Dopo l’incursione delle teste di cuoio che uccidono un attentatore, altri tre azionano una cintura esplosiva.

La rivendicazione dell’ISIS

L’Isis rivendica ufficialmente gli attentati: «È la capitale dell’abominio e della perversione». Sul profilo Twitter dello Stato islamico è comparso l’hashtag in arabo “Parigi in fiamme”, esultando per l’esito degli attentati terroristici. Conferma della rivendicazione è venuta anche dal terrorista sopravvissuto al Bataclan: secondo l’emittente americana Sky News l’uomo, appena arrestato, ha dichiarato «sono di Daesh», ossia appartiene allo Stato islamico.

“Ricordate, ricordate il 14 novembre di #Parigi. Non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre”. Lo scrive Rita Katz sul Site citando canali dell’Isis.

Intanto arrivano nuove minacce dei jihadisti, che hanno pubblicato un nuovo video in cui fanno sapere alla Francia: “Non vivrete in pace finché continueranno i bombardamenti. Avrete paura persino di andare al mercato» Si tratta della seconda rivendicazione indiretta.

Le conseguenze politiche

Gli attentati avranno di certo conseguenze politiche. Gli attacchi si sono verificati cinque giorni prima la partenza della portaerei Charles de Gaulle per il Golfo persico. La portaerei avrà il compito di supportare le operazioni dell’aeronautica francese in tutta la regione. La Francia, infatti, sta bombardando la Siria dalla fine di settembre. Gli attentati sembrerebbero quindi una risposta a tali operazioni militari portate avanti da Hollande in Medio Oriente. E’ da escludere che la  Francia pensi di abbandonare il suo impegno militare. I francesi intensificheranno i loro sforzi in tutta l’area. Cioè appare chiaro ascoltando le parole del presidente subito dopo gli attacchi nella capitale francese.

Ad avvantaggiarsi “politicamente” e a crescere nei sondaggi – grazie alle reiterate dichiarazioni anti-immigrazione –  saranno le forze populiste di tutta Europa, ad iniziare dal Front National guidato da Marine Le Pen. Il compito dei socialisti francesi non sarà certo facile. Dovranno spiegare perché le misure di sicurezza straordinarie, intraprese dopo l’attacco dello scorso 7 Gennaio alla sede di Charlie Hebdo, non hanno funzionato. Non passerà molto tempo per vedere la reazione del popolo francese. Il prossimo mese infatti, i cittadini saranno chiamati al voto per il rinnovo delle assemblee regionali.

Gli attacchi avranno conseguenze rilevanti anche in tutta Europa. Il vecchio continente si trova nel bel mezzo della crisi migratoria. Già prima degli attentati di Parigi, la Svezia aveva annunciato la chiusura dei propri confini. Con la Germania che accoglierà quest’anno circa un milione di rifugiati, la pressione sul leader tedesco sale. Già da tempo infatti, la Merkel deve fare i conti con chi nel suo partito chiede la chiusura delle frontiere, criticando la suo gestione del paese.

Si apre anche il dibattito sulla gestione della crisi siriana. L’occidente ha fino ad ora criticato l’operato di Mosca – che bombarda da tempo l’Isis, sostenendo il regime di Assad – continuando a sostenere che il problema della Siria, e di tutto il Medio Oriente, sia il presidente Assad.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna

E’ durata poco più di sette ore la riunione convocata nella capitale austriaca per trovare una soluzione alla crisi siriana. Seduti intorno allo stesso tavolo, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, si sono trovati – tra gli altri – i rappresentanti di Arabia Saudita, Turchia, Iran, Russia e Stati Uniti.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna - Geopolitica.info Leader di Stato riuniti a Vienna, 30 ottobre 2015 (cr: EPA/Ansa)

Dal documento finale elaborato dai venti Paesi partecipanti, si evince la volontà di avviare un processo politico condiviso nel paese.  Nove sono i punti che compongono il Dossier. Ovvero:

  • Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare;
  • le istituzioni dello Stato resteranno intatte;
  • i diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica;
  • imperativo accelerare gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra;
  • si garantirà l’accesso umanitario a tutto il territorio e si aumenteranno gli sforzi per i rifugiati;
  • bisogna sconfiggere l’Isis e gli altri gruppi terroristici;
  • si chiede all’Onu di convocare rappresentanti del governo e dell’opposizione siriana per avviare un processo politico che porti alla formazione di un governo credibile, inclusivo, non settario, che elabori una nuova Costituzione e convochi libere elezioni, supervisionate dall’Onu;
  • questo processo politico deve essere diretto dai siriani. Lo stesso popolo siriano deciderà il futuro del proprio Paese;
  • i Paesi partecipanti e l’Onu individueranno le modalità di un cessate il fuoco parallelo al processo politico.

I colloqui dello scorso 29 ottobre sono però solo l’inizio. Tanti sono i nodi ancora da sciogliere. Nel frattempo è quanto mai utile capire chi sono i principali attori che stanno influenzando la crisi siriana.

Russia

Mosca appoggia da sempre il regime di Bashar al Assad. Fin dall’inizio il Cremlino aveva pianificato un coalizione internazione inclusiva. La Russia ha iniziato a bombardare la Siria dichiarando che il suo unico obiettivo fosse lo Stato islamico. Successivamente però, le autorità di Mosca sono state costrette ad ammettere di aver attaccato anche altri gruppi ribelli, jihadisti e non, che contendono ad Assad il controllo delle zone ancora sotto il controllo governativo. Tra questi, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti. Nelle ultime settimane la Russia ha rafforzato la sua presenza nella base militare di Latakia, una città costiera siriana sotto il controllo del regime siriano.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax, la Russia inviterà a Mosca alcuni rappresentanti dell’opposizione anti-Assad per cercare di risolvere il conflitto siriano. La consultazione dovrebbe avvenire nella settimana tra il 9 e il 15 novembre, e potrebbe coinvolgere anche alcuni funzionari del governo siriano.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha aggiunto che per Mosca non è più fondamentale che Assad rimanga al potere, aprendo ulteriormente la strada a una trattativa con l’opposizione.

Stati Uniti

Washington ha deciso di schierare aerei A-10 e jet F-15 nella base turca di Incirlik, nel sud della Turchia. Inoltre il Pentagono sta valutando il rafforzamento della flotta e delle risorse militari navali in Europa, per fronteggiare la crescente presenza delle forze russe nel Mediterraneo. Gli Usa si oppongono al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Restano alla guida della coalizione internazionale (insieme agli Usa ne fanno parte Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia) che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono contro i jihadisti nel nord.

Iran

E’ l’unico alleato in Medio Oriente del regime di Bashar al Assad. Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. Le autorità della Repubblica islamica hanno sostenuto ufficialmente la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non hanno mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad. La presenza iraniana a Vienna suscita i malumori dell’Arabia Saudita, che accusa Teheran di continuare a creare tensioni in Medio Oriente, soprattutto in Siria, Yemen e Iraq. Per Teheran il coinvolgimento nei colloqui di Vienna può essere letto come un test. L’Iran deve dimostrare la reale intenzione di giocare un ruolo costruttivo nella regione, mettendo fine alle ostilità non solo in Siria.

Arabia Saudita

Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata sia jihadisti che moderati. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative. Sul futuro di Assad la posizione di Riad è intransigente. Come dichiarato dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir: “Non ci sono dubbi sul fatto che il presidente siriano debba uscire di scena”. Al-Jubeir ha poi aggiunto che: “l’Iran deve accettare l’idea che l’uscita di scena di Assad faccia parte di qualsiasi soluzione al conflitto in Siria”.

Turchia

La Turchia si oppone con forza ad Assad e ha denunciato più volte incursioni russe nel proprio spazio aereo. Ankara appoggia i ribelli moderati e jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista.  In questi ultimi anni la politica estera di Erdogan e del primo ministro Davutoglu non può vantare grandi successi. La visione neo-ottomana si è rivelata un’illusione. La strategia del “niente problemi con i vicini”, vede oggi la Turchia ai ferri corti con la Siria e in un rapporto teso con l’Iran. E’ stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei. Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdoğan porta avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La Turchia si è presa qualche libertà diplomatica, ma per la sicurezza, Ankara rimane fermamente ancorata all’Alleanza Atlantica. L’ha confermato, proprio in una recente intervista alla Stampa, il Segretario Generale della Nato Stoltemberg.

La Strategia navale russa nel Mediterraneo
Il Documento sulla Dottrina navale russa presentato nel luglio scorso evidenzia in modo inequivocabile le prospettive strategiche del Cremlino nell’instabile scenario mediterraneo. Negli anni precedenti al 2011 la Siria di Assad era stata la “testa di ponte” della Marina russa nel Mediterraneo viste le difficoltà politico-diplomatiche di una penetrazione nella regione dei Dardanelli. Nemmeno nell’estate del 2013, quando un intervento militare occidentale contro il regime di Damasco era certo, Mosca tentò di prendere misure che andassero oltre la difesa dei propri interessi a Tartus e la funzione di controllo e spionaggio delle proprie navi ancorate nella base.
La Dottrina navale russa 2015 è drasticamente cambiata rispetto alla precedente e questo è dovuto principalmente a due fattori: il cambiamento degli equilibri politico-militari nel Mar Nero e l’avvio di una politica spregiudicata da parte di Putin. L’annessione della Crimea nell’estate 2014 ha permesso ai russi di controllare direttamente Sebastopoli, Mariupol è nelle mani delle milizie filorusse ed Odessa (l’unico porto di una certa rilevanza ancora in mano ucraina) è minacciata alle spalle dai disordini della Transnistria, identificata da più parti come il prossimo obiettivo di Putin. Insomma, il potenziale navale dell’Ucraina è stato annullato da Mosca e, se gli Stati minori del Mar nero non costituiscono una minaccia, la partita da giocare ora è con la Turchia.
Ankara ha deciso di intervenire contro i curdi e di avere parte attiva nella “Guerra dei trent’anni” musulmana spostando il suo baricentro strategico verso sud-est ed espoendo quindi le proprie spalle alla Russia. Una Turchia con problemi politici interni di non poco conto (incapacità di formare un nuovo governo ed elezioni anticipate), con Erdogan che stenta a mantenere la sua facciata “democratica” e con le Forze armate impegnate nella guerra contro curdi e Stato islamico, non può tenere sotto controllo un avversario scaltro e sfuggente come la Russia. Negli ultimi mesi i rapporti russo-turchi si sono cementati intorno ad una comune visione “multipolare” del sistema internazionale (molto più accentuata a Mosca che non ad Ankara), questo a dimostrazione del fatto che la Turchia allo scontro preferisca, allo stato attuale, il dialogo. Ecco che i Dardanelli, che costituivano un bastione importante del “cordone sanitario” stretto attorno alla flotta russa, di colpo sono diventati una potenziale via d’accesso al Mediterraneo, al primo di quei “mari caldi” che da sempre sono il sogno geopolitico russo.Da qui si passa al secondo punto della questione; quella politica spregiudicata che ha consentito a Putin di ritagliarsi spazi di manovra che prima Mosca non aveva. Un dispiegamento intelligente delle proprie forze navali può consentire ai russi di avere voce in capitolo nella futura sistemazione dello scacchiere mediterraneo e levantino. Nonostante Assad stia rapidamente cedendo terreno ai suoi avversari, Mosca non ha esitato ad annunciare la costruzione di una nuova base navale sulle coste siriane; il potenziale russo nell’area aumenterebbe considerevolmente dando al Cremlino la possibilità di trasformarsi in un importante attore sul palcoscenico del Mediterraneo orientale, dove si nota l’assenza di una Potenza egemone. La difesa e l’espansione degli interessi russi nel Mediterraneo non possono essere garantiti solo dallo strumento militare ma occorre creare una fitta rete di legami con Stati come l’Egitto o l’Iran (che si trova ad esercitare un’influenza indiretta nell’area al pari di Mosca).

La Strategia navale russa nel Mediterraneo - Geopolitica.info Marinai della marina russa, 2015 (cr: Reuters)
Il deterioramento dei rapporti con l’Unione europea e la conseguente debolezza (sul fronte dei rapporti UE-Russia) degli alleati del Cremlino, Italia su tutti, hanno costretto Putin a rispolverare la vecchia vocazione “nordafricana” della diplomazia sovietica. Tale linea politico-diplomatica funzionò all’epoca della Guerra fredda a causa della decolonizzazione e della conseguente ricerca da parte dei neonati Stati africani di “referenti” tra le Superpotenze. Oggi si potrebbe dire, pur con qualche forzatura, che la situazione è molto simile: le “primavere arabe” hanno portato al crollo dell’equilibrio politico del “grande Medio Oriente” dando vita a veri e propri processi di ricostruzione su basi nuove dell’autorità statale e della coscienza nazionale di alcuni Stati (Tunisia); per altri invece si è trattato di processi incompiuti con conseguenze gravi (Libia); ed ancora ad un “ritorno” alle forme di governo pre-rivoluzionarie (Egitto). Sta di fatto che le primavere arabe hanno influito anche sul meccanismo delle alleanze internazionali e l’avvicinamento di Al-Sisi alla Russia è stato senza dubbio dettato anche dalla miopia politico-strategica del blocco occidentale.
Uno scenario fluido come quello mediterraneo, con le Potenze storiche (Italia, Francia, Turchia ed Egitto) incapaci di gestire la situazione, rappresenta una ghiotta opportunità per quanti a Mosca premono per il rafforzamento della presenza navale russa (che significa anche apertura di vie commerciali) in quello che fu il “Mare nostrum”. Mosca è stata in grado di avere una visione a lungo termine della situazione geopolitica mediterranea, agendo da conservatrice dello status quo nel periodo “incerto” delle primavere arabe (2011-2013) per poi essere capace di sfruttare i disordini della fase di “ricostruzione” (2014-2015) tentando di strutturare l’equilibrio politico-militare del Mediterraneo su misura per i propri interessi. Le pagine della Dottrina navale russa di quest’anno non sono che la prova tangibile delle capacità strategiche del Cremlino; starà anche alle Potenze europee capire come non rimanere schiacciate dall’ingombrante presenza dell’orso russo in quello che era considerato, fino a qualche tempo fa, terreno esclusivo d’azione dell’Occidente.
La gestione dell’emergenza umanitaria siriana in Turchia

La lunga guerra in Siria non è ancora terminata e come tutte le guerre provoca un grande movimento di persone causato dalla distruzione di interi paesi e dalla paura di essere uccisi. Il grande flusso di rifugiati verso i paesi confinanti ha determinato un notevole aumento della popolazione risiedente in Turchia e ha sviluppato un vasto dibattito su come gestire queste persone nel modo ottimale, senza turbare la pace sociale.

La gestione dell’emergenza umanitaria siriana in Turchia - Geopolitica.info

Il governo turco si è trovato a dover gestire molti più arrivi di quelli previsti: oltre al costante flusso di rifugiati arabo siriani provenienti dalle grandi città, si sono sommate tutte quelle persone di origine curda in fuga dalla zona curdo siriana, colpite dall’offensiva dello Stato Islamico culminata con l’assedio di Kobanȇ, grande città curda al confine con la Turchia.

A fronte di questa emergenza, il governo turco si è comportato in modo ambiguo.

Proveniente da anni di supporto ai gruppi islamici anti Assad, il governo turco è stato colto impreparato dall’avanzare dello Stato Islamico verso nord, fino al lambire dei confini turchi. L’emergenza umanitaria siriana ha investito il governo, il quale inizialmente si è limitato a dare asilo ai profughi ma che successivamente ha visto aumentare esponenzialmente il carico di impegno, fino a temere per la sicurezza nazionale. Ad aggiungersi, le richieste del settore di popolazione curdo-turca, i quali chiedono a gran voce un coinvolgimento militare turco contro lo Stato Islamico che colpisce i consanguinei risiedenti in Siria.

La Turchia nel frenetico tentativo di ridefinire la linea politica del paese e affrontare tutte le difficoltà della complessa situazione, prende tempo, chiudendo per lunghi giorni la frontiera. L’azione, molto dura e criticata da numerosissime personalità e organizzazioni internazionali a protezione dei diritti umani, ha impedito a migliaia di profughi l’entrata nel paese.

Si sono formate code e molte persone sono rimaste bloccate in una terra di nessuno, tra la paura di essere attaccate dall’esercito dello Stato Islamico e l’impossibilità di entrare in Turchia. Il governo Erdoğan, secondo opinioni di analisti e dichiarazioni pubbliche, si è comportato in questo modo per due motivi, entrambi legati al passato travagliato delle relazioni tra turchi e curdi.

In primo luogo, il blocco delle frontiere era volto ad impedire agli uomini e alle donne curde in Turchia di andare a combattere al fianco dell’YPG, impegnato nello sforzo di ricacciare lo Stato Islamico lontano dai territori controllati dal Comitato Supremo Curdo, DBK.

In secondo luogo, si sostiene che il governo turco inizialmente non avrebbe voluto aiutare militarmente un embrione di Stato Curdo, non ostile al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK il quale per anni ha manifestato l’esigenza di esistenza curda con metodi violenti.

Nell’ottobre 2014, la situazione finalmente si sblocca. Con una decisione parlamentare, vengono dati poteri al governo di poter organizzare azioni militari in territorio siriano, con l’obiettivo di contrattaccare lo Stato Islamico e la possibilità di organizzare missioni internazionali a guida NATO con base in Turchia. Quindi con silenzio assenso si è assistito alla partenza di combattenti volontari curdi e curdi iraqueni verso la Siria, per respingere l’avanzata dello Stato Islamico e si è permesso ai civili di entrare in Turchia.

Ad oggi la maggioranza dei rifugiati siriani sono ospitati in campi profughi oppure presso familiari turchi. I campi profughi governativi sono gestiti dall’AFAD “Turkish Disaster and Emergency Management”, un’organizzazione fondata con il compito di gestire le crisi successive ai terremoti che scuotono spesso la Turchia ma prontamente adattatasi alla gestione della crisi umanitaria che ha sconvolto la vicina Siria. Prendendo ad esempio un imponente campo profughi di nuova costruzione nei dintorni di Suruҫ, possiamo constatare la forza dello Stato turco.

Il nuovissimo campo profughi di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi secondo dati comunicateci da un operatore AFAD, accoglie 35.000 persone, circa 18.000 adulti soli e 5.000 famiglie. Il campo non è ancora pieno e ogni giorno si registrano fino a 500 arrivi. La pace sociale è perseguita facendo risiedere in diversi quartieri a seconda dell’etnia, la popolazione del campo. Vi sono distretti curdi, arabi e yazidi.

Il grande campo di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi è composto da 15 distretti e in ogni distretto sono costruite 500 tende a due stanze per famiglie. Le tende sono bianche in plastica e ben costruite ma se piove, il pavimento rivela la sua debolezza e si rischia di finire con i piedi bagnati. Secondo le regole, se un figlio è adulto, ossia attorno ai 30 anni, può andare a vivere in una tenda più grande, dove sono ospitati gli uomini o le donne sole.

In ogni distretto ci sono bagni in comune, container con lavatrici e lavelli. Ci sono anche tende adibite a luogo di ritrovo, una scuola e un ambulatorio medico. La scuola, obbligatoria fino ai 18 anni, è pensata per 3000 ragazzi e ragazze e il modello di insegnamento è siriano. Sono impiegati tre assistenti sociali e tre medici; ma se il problema è grave o necessita di operazione chirurgica, gli ospedali turchi hanno l’ordine di trattare i pazienti rifugiati in via prioritaria e a titolo gratuito.

L’ordine e i rapporti con l’organizzazione AFAD sono mantenuti dal capo del distretto, che deve essere siriano ed eletto da tutti gli abitanti maggiorenni del campo.

Parallelamente all’azione governativa, alcuni comuni frontalieri, storicamente, economicamente e politicamente intrecciati alla vita dei curdi risiedenti in Siria, si sono visti obbligati a sostenere lo sforzo di accoglienza. Un esempio di come i comuni spesso non aspettino l’operato governativo pur di dare accoglienza ai fuggitivi è il comune di Suruҫ, città complementare di Kobanȇ.

Suruҫ e Kobanȇ sono due città sorelle, i loro abitanti, per la stragrande maggioranza curdi, spesso sono imparentati tra loro ma abitano in due diversi Stati: la Siria e la Turchia. Le due città infatti sono divise da una frontiera mai completamente assimilata.

Data la vicinanza al confine, la cittadina di Suruҫ è stata una delle più maggiormente investite dal flusso di rifugiati provenienti dalla Siria, in particolare da Kobanȇ, distante appena un’ora di macchina. La municipalità che è organizzata su stampo curdo, ossia con un uomo e una donna al vertice dell’organizzazione di governo, non ha mai indugiato nel donare asilo ai fuggitivi.

Il campo profughi di Arin Mirxan ospita circa 50 tende c’è spazio per un ulteriore allargamento. Le tende, una stanza per famiglia, sono ben isolate da terra grazie ad un fondo in mattoni e un pavimento in bancali di legno; la copertura invece è scarsa, un sottile telo di plastica non permette un buon isolamento dal caldo ne una protezione dal freddo. Tutti si ammalano spesso.

Scegliere di stare a Suruҫ invece di andare più lontano, nel campo gestito dal governo turco, è una scelta politica. Gli abitanti del campo Arin Mirxan sono tutti curdi e vogliono tornare alle proprie case a Kobanȇ, quando si potrà. Qui l’organizzazione del campo è “alla curda” e come per il comune, il vertice è gestito da due persone, un uomo e una donna elette da tutti i maggiorenni.

Questo è il luogo dove trovano riposo e riparo molti combattenti curdi e le loro famiglie. Dalla frontiera di Suruҫ o da qualche varco vicino, si parte per andare a difendere le proprie case, rimaste al di là della frontiera. Si parte per combattere lo Stato Islamico che ancora conserva avamposti nella regione a confine con la Turchia.

 

Siria: Bashar Al Assad in crisi

Le ultime significative vittorie sul campo dell’esercito siriano di Bashar Al Assad e dei suoi alleati Hezbollah risalgono all’ormai lontano maggio del 2014. In quell’occasione e dopo un assedio durato due anni e mezzo, i reparti del Syrianarabarmy (SAA) riuscirono ad ottenere il pieno controllo della città di Homs, fino ad allora aspramente contesa alle disomogenee formazioni ribelli del Free syrianarmy(FSA).

Siria: Bashar Al Assad in crisi - Geopolitica.info

Le sconfitte del regime

La conquista della terza città più grande del paese, preceduta da quella della vicina cittadina di Al Qusayr nel 2013, hanno evidenziato in misura abbastanza netta le linee strategiche prioritarie dello stato maggiore siriano: ripulire dalla presenza di truppe ostili il territorioposto tra Damasco e le province alawite di Tartuse Latakia per mantenere una saldapresa sull’autostrada M5, principale  via di comunicazione tra i due poli nevralgici su cui si basa il potere del regime. Solo il pieno controllo di questa zona può permettere la contemporanea resistenza in settori più defilati del territorio.
In un teatro affollato di contendenti dove, dopo quasi cinque anni di guerra, nessuna delle partisi è rivelata abbastanza forte da prendere il sopravvento in maniera decisiva sul nemico, le forze del regime sembranoevidenziare da qualche tempo segnali di debolezza abbastanza vistosi:

– Il 17 febbraio scorso nella provincia di Aleppo un forte contingente composto da reparti regolari supportati dal NDF (la milizia territoriale istituita nel 2012), dall’Hezbollahe da miliziani sciiti provenienti dall’Iraq, ha attaccato i villaggi a nord del capoluogo con l’obiettivo di tagliare le vie di comunicazione e di rifornimento dei ribelli asserragliati nei quartieri centro orientali della città: un’offensiva fallimentare conclusasi con più di 150 morti.

– Dopo mesi di combattimenti la provincia di Idlib è stataquasi interamente strappata al regime da una vasta coalizione islamista capeggiata da Al Nusra. Si tratta di una perdita molto grave per Assad, sia perché la presenza di un’enclave ribelle permanente e strutturata nel nord del paese potrebbe minacciare direttamente il settore di Aleppo e la provincia alawita di Lattakia e sia perché Idlib, dopo Rakkain mano all’ISIS, è la seconda provincia a cadere interamente in mano a forze ostili.

– Il 25 aprile le forze del regime hanno perso la città di Jisr al-Shughour, snodo stradale importante e porta d’accesso ai villaggi della provincia di Lattakia. La sconfitta appare tanto più grave in quanto la città era difesa da un’unità di assoluto valore come la “ Divisione Tigre” di Suheil al Hassan( G. Olimpio, Corriere.it, 27/04/2015)

Ai rovesci subiti sul campo si sommano tensioni crescenti tutte interne al regime:

– Agli inizi di marzo un comandante dei servizi di intelligence, RustomGhazaleh, è stato brutalmente picchiato da uomini diRafikShehadeh, capo dell’intelligence militare perché, a quanto pare, il primo era stato molto critico nei confronti della crescente influenza esercitata da Iraniani e Libanesi nella gestione delle operazioni militari in territorio siriano. La morte di Ghazaleh, avvenuta in ospedale il 24 aprile in conseguenza delle ferite subite, impedirà per molto tempo di conoscere le reali cause della sua violenta uscita di scena( J. Aziz, Al Monitor, 26/04/2015).

– Il 18 marzo ad Hamascontri a fuoco hanno impegnato per ragioni ignote uomini della quarta divisione corazzata, un’unità d’élite comandata da Maher Al Assad, fratello di Bashar, e membri della polizia militare.
–  Il 14 aprile uomini delle forze speciali presidenziali comandate direttamente da Bashar Al Assad hanno arrestato a LattakiaMonzer Jamil al-Assad, cugino del presidente, con l’accusa di cospirazione contro il regime ( J. Cafarella, Syria Report, April 14-21, 2015).

Logoramento e difficoltà di reclutamento

Questi i fatti. Le cause, come spesso accade, sono molteplici e sono senza dubbioda ricercarsi nel rafforzamento,sia in termini di armamenti che di coordinamento,dei tradizionali nemici del regime e nell’affacciarsi minaccioso di nuovi soggetti sul teatro di guerra siriana ( come  l’ISIS, contro il quale il SAA non aveva praticamente alcun punto di contrasto direttoappena un anno fa).

Ma un pericolo potenzialmente mortale per il regime si nasconde nei suoi territori, tra la sua stessa gente: secondo alcune stime autorevoli l’esercito siriano ha perso dal 2012 un numero enorme di uomini in combattimento (più di 70.000 tra esercito e NDF in quattro anni) la cui sostituzione con nuove reclute sta diventando un serio problema. Le aree di reclutamento si sono drasticamente ridotte rispetto al passato ed episodi di aperto malcontento o di vero e proprio rifiuto ad aderire a campagne di coscrizione sempre più aggressive hanno recentemente interessato persino roccaforti del regime come Tartus, Latakia e il sud druso ad Al Suwajda.

La debolezza dell’esercito e la sua incapacità nel sostituire adeguatamente le perdite comporta come inevitabile conseguenza il sempre maggior impegno degli alleati iraniani e di Hezbollah nel vitale scenario siriano. Basti pensare che una grande offensiva partita a febbraio nello strategico triangolo meridionale di Quneitra, Dara’a e nelle zone rurali di Damasco è stata gestitada ufficiali e soldati di Hezbollah e da uomini delle brigate Al Qud’s ( al comando dei quali compariva il comandante stesso dell’unità,QassemSoleimani), marginalizzando di fatto l’esercito siriano in un ruolo pressoché ausiliario.
Il sostegno sempre più massiccio e pervasivo degli alleati inizia, inoltre, a creare contrasti sempre più marcati in seno alle alte gerarchie militari del regime di Assad dove, se le notizie trapelate fossero corrette, non tutti sembrano essere d’accordo nel vedere le forze armate siriane ridotte ad uno stato di subalternità sempre più umiliante.

Bashar Al Assad in crisi

Considerate queste prospettive, per Bashar Al Assad il sentiero da percorrere nel prossimo futuro sembra farsi più stretto e pericoloso. In particolare, se la sopravvivenza del regime dipenderà sempre più dal sostegno dell’Iran e di Hezbollah, sarà necessario capire quanto e fino a che punto questi ultimi saranno disposti ad impegnarsi nell’area: se il concetto espresso nel 2013 da QassemSoleimani ( “ Difenderemo la Siria fino alla fine”) dovesse tradursi in un reale surgesciita, il rischio di un ulteriore e pericolosissimo allargamento del conflitto inizierebbe a diventare davvero concreto( D. Filkins, The Shadow Commander).