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Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB

In una settimana la strategia globale dell’amministrazione Trump sembra aver compiuto una sorta di “inversione a U”. Quella che sembrava la presidenza più vicina all’isolazionismo della storia americana recente, tanto da recuperare lo slogan “America first” dei primi anni Quaranta, ha cambiato la sua posizione sulla guerra civile siriana e ingaggiato un’escalation militare con la Corea del Nord.

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Un’osservazione preliminare sull’ipotesi di un mutamento strategico segnalato dalle evoluzioni più recenti è che, sebbene la politica estera non sia stata al centro dei pensieri del Trump-candidato così come del dibattito politico pre-8/11, due elementi erano comunque ricavabili dal suo programma elettorale e da quanto emerso nei confronti televisivi con Hillary Clinton. Da un lato che la lotta allo Stato Islamico avrebbe occupato una posto centrale nella politica estera del Paese in caso di vittoria repubblicana. Dall’altro che il quadrante regionale considerato strategico per gli interessi vitali degli Stati Uniti di Donald Trump, così come negli otto anni di Barack Obama, sarebbe stato l’Asia Pacifico. Tornare a essere un attore decisivo in Siria (lancio di 59 missili sulla base di Shayrat),dare una prova forte della volontà di debellare l’ISIS (utilizzo della bomba MOAB sullo Stato Islamico – Provincia del Khorasan), far navigare la portaerei Carl Vinson – probabilmente – in direzione della penisola coreana e inviare il vice-presidente Mike Pence a Seul e Pechino con i test missilistici di Pyongyang in corso, sono scelte che sembrano coerenti con le – seppur vaghe – premesse politiche della nuova amministrazione.

Sebbene gli eventi degli ultimi giorni appaiono tutti parimenti importanti, l’utilizzo della bomba MOAB (“Massive Ordnance Air Blast Bomb” o “Mother of AllBombs”) è quella più carica di significati. Infatti sembra capace di fornirci almeno tre indicazioni sulla direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nella dimensione internazionale.

La prima è che l’ala “tradizionalista” dei repubblicani – rappresentata dal vice-presidente Pence, dal segretario di Stato James Mattis e dal consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert McMastere a cui si è di fatto avvicinato il genero del presidente Jared Kushner– sta avendo la meglio negli equilibri del governo americano. A farne le spese è la corrente degli “America firsters” e, in primo luogo, il controverso Steve Bannon. Non è un caso, d’altronde, che il fondatore di Breitbart News sia stato rimosso dal consiglio di Sicurezza nazionale poco prima dell’attacco contro il regime di Assad. Questi nuovi rapporti di forza implicherebbero il mantenimento degli impegni militari globali della superpotenza e il rilancio dei suoi sistemi di alleanza consolidati (in questa cornice va inserito il recente cambio di passo nei confronti della NATO).

La seconda è che Trump si è convinto di qualcosa che aveva già intuito in campagna elettorale. Ossia che la lotta – presunta o effettiva – contro lo Stato Islamico è una fonte di legittimazione domestica e internazionale. Questa idea troverebbe conferma nella popolarità che Vladimir Putin si è progressivamente guadagnato con i suoi “boots on the ground” in Medio Oriente (opzione non condivisa da parte del suo entourage).Per scalzare il presidente russo dalla posizione di leader mondiale “percepito” della lotta contro l’ISIS (la Russia combatte prevalentemente le propaggini di al Qaeda in Siria e l’Esercito Siriano Libero)è necessario alzare il livello dello scontro e far tornare gli Stati Uniti nel ruolo di attore decisivo sullo scacchiere mediorientale. Secondo Trump questo obiettivo può essere raggiunto solo trasformando la forza americana in potenza, al contrario di quanto fatto da Obama nell’estate 2013 quando l’allora presidente preferì non agire militarmente contro il regime di Assad che – secondo molte fonti – aveva fatto ricorso ad armi chimiche.

La terza indicazione è che gli Stati Uniti di Trump non sono a tutti i costi alla ricerca della “riassicurazione strategica” con la Cina e la Russia. Di conseguenza, non sono anzitutto disponibili ad assumere un atteggiamento conciliante nei confronti dei loro Stati-vassallo (Corea del Nord e Siria). Bisogna ricordare, infatti, che la MOAB non è una bunker buster e che, quindi, il suo ricorso contro le basi sotterranee dell’ISIS non è stato così efficace da giustificare il ricorso a un ordigno dal costo di 14 milioni di dollari (con cui si stima siano stati uccisi circa 80 jihadisti). La bomba, piuttosto, è stata pensata per agire contro le fortificazioni militari e, di conseguenza, costituisce un deterrente per giocatori d’azzardo come Kim Jong-un e Bashar al-Assad. Se questi scegliessero di sfidare apertamente gli Stati Uniti, lo farebbero nella consapevolezza del fatto che per loro non ci sarebbe scampo. Allo stesso tempo MOAB rappresenta un monito contro la Cina e, in seconda battuta, contro la Russia. Nei rapporti con i due potenziali competitor Washington sembra voler far nuovamente pesare quel profondo gap in ambito militare che gioca a suo vantaggio, facendo emergere la contraddizione tra l’immagine di grandi potenze che Pechino e Mosca cercano di diffondere e le loro effettive capacità di sfida.

Queste tre indicazioni, unite all’osservazione preliminare, pongono l’attenzione sulla possibilità che lo slogan “America first”di Trump non sia da declinare secondo l’approccio jeffersoniano (isolazionista), ossia la rinuncia degli Stati Uniti a dare forma di sé al mondo per impegnarsi a salvaguardare la democrazia all’interno dei confini nazionali. Piuttosto, invece, sia da intendere in senso jacksoniano (nazionalista-populista), che vede nella sicurezza e nel benessere economico del popolo americano un bene perseguibile attraverso una minore esposizione internazionale del Paese ma che, se attaccati, impongono di conseguire una vittoria schiacciante sul nemico. Un primo assaggio di questo approccio, tuttavia, era stato offerto da Trump nel discorso di insediamento, quando aveva promesso: «we will reinforce old alliances and form new ones and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism, which we will eradicate completely from the face of the Earth».

Gabriele Natalizia è ricercatore alla Link Campus University, dove insegna Relazioni internazionali.

What Is Bashar al-Assad Thinking?
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When Bashar al-Assad first used chemical weapons, in August 2013, he violated a “red line” that President Barack Obama claimed …

L’esercito siriano riconquista Palmira

L’esercito siriano ha conquistato Palmira, per la seconda volta. Già lo scorso anno, nel periodo di Pasqua, i soldati di Assad avevano strappato la città alle milizie dell’Isis, per poi perderla dopo l’offensiva jihadista di dicembre.

L’esercito siriano riconquista Palmira - Geopolitica.info

Con un comunicato l’esercito siriano ha confermato la presa della città di Palmira, avvenuta in tempi relativamente rapidi. Nella dichiarazione si ringraziano gli “amici della Siria”, sottolineando il ruolo fondamentale che gli Hezbollah libanesi e l’aviazione russa hanno avuto nella riconquista della città.
Luogo simbolo nella lotta al terrorismo (l’antica città è patrimonio dell’Unesco), e di importanza strategica perchè permette ai governativi di avere un avamposto nel centro del paese, Palmira è stata riconquistata nella giornata di giovedì dopo un’offensiva durata pochi giorni.

L’esercito siriano, coadiuvato a terra dall’azione degli Hezbollah, già 3 giorni fa aveva ottenuto importanti risultati, e guadagnava terreno per stabilirsi alla periferia sud-ovest della città. Contemporaneamente, sfruttando colpi di artiglieria e strike aerei che hanno diviso le milizie dell’Isis, costringendo gran parte dei jihadisti a ripiegare verso l’interno in direzione della cittadina di Suknah, l’esercito siriano conquistava l’aeroporto di Palmira (situato nella periferia est). Di conseguenza, avendo circondato la città, nella giornata di mercoledì, è partita l’offensiva finale che ha permesso alle forze di terra siriane e agli Hezbollah di entrare a Palmira, conquistando l’antica cittadella patrimonio dell’Unesco.
Secondo un fotografo russo, tra i primi giornalisti ad entrare nella Palmira liberata, i danni ai monumenti sarebbero ben maggiori rispetto all’ultima conquista di Daesh. L’anfiteatro romano, dove un anno fa si svolse il concerto dell’orchestra di San Pietroburgo, è ora ricoperto di macerie.

Anfiteatro romano di Palmira danneggiato

Aiuto americano?

Nel comunicato diramato dall’esercito siriano si legge chiaramente che l’aiuto all’offensiva per la riconquista della città è da attribuire all’aviazione russa e agli Hezbollah libanesi. Inoltre, secondo le ultime dichiarazioni della diplomazia russa, tra l’amministrazione Trump e Mosca non ci sarebbero punti di contatto sulla Siria. C’è da sottolineare, però, che nelle ultime settimane di febbraio intensi strike aerei statunitensi (23 per la precisione), hanno colpito formazioni dell’Isis, facilitando certamente la strada all’offensiva siriana.
Anche il Comando centrale dell’esercito degli Stati Uniti ha negato un coordinamento con l’asse russo-siriano, chiarendo che gli strike erano volti a demolire l’arsenale dell’Isis per evitare che le milizie jihadiste potessero usarlo in altri luoghi contro le forze statunitensi.
Ufficialmente, quindi, da entrambe le parti, viene negato qualsiasi coordinamento militare sulla Siria. Nei prossimi mesi, quando ci si avvicinerà all’incontro tra Trump e Putin e quando ci saranno da decidere le modalità per la riconquista di Raqqa, un dialogo tra Mosca e Washington sarà inevitabile: dal ruolo dei curdi a quello turco, il futuro della Siria interessa le dinamiche dell’intera regione.

Siria, il cessate il fuoco ed il ruolo degli islamisti

La speranza di trovare una risoluzione diplomatica al conflitto che insanguina la Siria da più di cinque anni ha subito una dura battuta d’arresto ad Astana in Kazakistan, dove il secondo round dei colloqui di pace gestiti dal trio Turchia, Russia e Iran si è di fatto concluso con uno scambio di accuse e recriminazioni reciproche.

Siria, il cessate il fuoco ed il ruolo degli islamisti - Geopolitica.info

Ad affossare forse definitivamente la possibilità di giungere ad un accordo sono stati soprattutto i rappresentanti del governo di Assad e quelli delle opposizioni guidate dal filo saudita Muhammad Alloush ( Jaish al Islam). I primi hanno evidenziato le incongruenze della Turchia, che  partecipa ai colloqui di pace pur essendo presente con propri contingenti militari in territorio siriano, mentre le seconde accusano il regime e i suoi alleati di aver violato ripetutamente i termini del cessate il fuoco attaccando militarmente diverse realtà territoriali formalmente aderenti alla tregua stabilita a dicembre. Dietro le accuse reciproche, non prive peraltro di elementi di verità, si cela in realtà la debolezza intrinseca dei tentativi negoziali avviati dal terzetto russo-turco-iraniano quasi due mesi fa. Partendo dal presupposto che le cause del fallimento dei colloqui di Astana sono molteplici e complesse, ci si limiterà in questa sede ad approfondire uno dei più delicati nodi diplomatici e politici affrontati in Kazakistan e destinato probabilmente a riaffiorare anche in occasione dei prossimi colloqui di pace di Ginevra.

Nel panorama della ribellione militare al regime di Assad emergono due potenti raggruppamenti, la Jabath Fatah ash Sham (ex fronte Al Nusra) e l’Ahrar ash Sham, entrambi di ispirazione salafita e jihadista, presenti in forze in tutta la Siria ma particolarmente radicati nel centro nord del paese.  Per le sue connessioni con Al Qaeda, la prima è stata esclusa dall’accordo di tregua del 30 dicembre per espressa volontà della Russia e perché inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche siriane stilata dall’ONU (punto 8 della Risoluzione 2254), mentre la seconda ha dapprima accettato il cessate il fuoco, o è stata piuttosto costretta ad accettarlo dal suo sostenitore turco, per poi disimpegnarsi dallo stesso all’indomani dei primi colloqui di Astana in conseguenza delle violazioni del cessate il fuoco operate dall’esercito di Assad. In una situazione meno complessa e più lineare di quella siriana le linee di demarcazione tra i due gruppi e i rispettivi affiliati sarebbero state nette. Non è, purtroppo, così in Siria. Queste formazioni, unitamente a molte delle più piccole, mantengono profondi legami reciproci, cementati nel corso di numerose operazioni militari svolte unitariamente in passato. La porosità dei confini tra i due gruppi è ben evidenziata dalle vicende di  Abu Jaber Hashem e di Abu Hani Al-Masri. Il primo, in origine comandante militare in Ahrar Ash Sham, guida ora un nuovo raggruppamento capeggiato dai qaedisti della Jabath Fatah ash Sham; il secondo, veterano di mille jihad al seguito di Al Qaeda, è stato ucciso l’8 febbraio scorso da un missile americano che ha stroncato la sua carriera di comandante militare di Arhar Ash Sham: come si è visto, questi uomini passano da una formazione all’altra senza apparenti difficoltà. Il problema sta nel fatto che la sola Jabath Fatah Ash Sham è inserita nella lista nera dell’ONU ed è esclusa da qualsiasi cessate il fuoco, mentre l’Ahrar ash Sham no. Nella provincia di Idlib, ribollente enclave ribelle nel nord della Siria, le due formazioni operano in totale prossimità e non risulta sempre facile distinguere i confini territoriali tra l’una e l’altra: colpire gli uni rischia di provocare vittime accidentali in altre formazioni, con il conseguente riavvitarsi della spirale di ritorsioni e rappresaglie che hanno già contribuito (insieme ad altre pesanti responsabilità da addebitare direttamente al regime di  Assad) a seppellire i precedenti tentativi di tregua.

Non c’è dubbio che questa ambiguità di fondo vada sciolta, chiarendo definitivamente la natura precisa e gli obiettivi politici reali di tutti gli attori direttamente e indirettamente coinvolti nel conflitto siriano  come, ad esempio, il Qatar e la Turchia.  Non intraprendere una tale strada di chiarezza costituirà non solo un serio impedimento alla stabilizzazione del contesto siriano ma rischierà anche di creare le condizioni per la nascita, in un futuro non molto lontano, di una pericolosa e destabilizzante entità statale salafita incuneata in pieno territorio siriano. La risoluzione di questo nodo, che è al contempo politico e militare, contribuirà infine a sgombrare il campo da un comodo alibi, spesso usato dal regime siriano e dai suoi alleati, teso a rappresentare qualsiasi azione militare intrapresa per fini ed obiettivi propri sotto l’ipocrita giustificazione della lotta al terrorismo, anche quando ad essere attaccati sono gruppi del tutto distanti da ideologie radicali.

La battaglia per Raqqa

Iniziano i preparativi per la battaglia di Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico. La conquista della città causerebbe un enorme danno all’ISIS, ma le insidie militari e le indecisioni politiche rendono l’operazione complicata.

La battaglia per Raqqa - Geopolitica.info

Sin dall’inizio delle operazioni militari contro lo Stato Islamico, era chiaro a tutti gli attori in campo che per infliggere un duro colpo alla resistenza jihadista in Siria e in Iraq era fondamentale la conquista delle due capitali dell’Isis, Mosul e Raqqa. Entrambe le città sono centri nevralgici dell’intelligence dello Stato Islamico, fondamentali per l’organizzazione militare sul campo e per la pianificazione degli attentati al di fuori dei “confini” del sedicente stato. Sia all’interno del territorio, sia per la proiezione esterna di potenza, Mosul e Raqqa hanno quindi rappresentato per l’Isis un vero e proprio centro operativo, ed hanno ospitato (e tutt’ora ospitano) i migliori comandanti jihadisti.
La situazione militare

Il mese di febbraio ha visto intensificarsi l’attività militare nei pressi di Raqqa. Il primo febbraio l’esercito curdo ha annunciato l’inizio della terza fase per la liberazione della capitale, che consisteva nel tagliare i rifornimenti di mercenari ed armi destinati all’Isis, conquistando le principali strade e  i villaggi nei territori a nord della città.
Negli ultimi giorni i raid aerei della coalizione internazionale e dell’alleanza russo-siriana hanno colpito obiettivi dello Stato Islamico all’interno di Raqqa. Il 16 febbraio diversi strike della coalizione si sono concentrati nelle zone nord della città, mentre a terra l’esercito curdo stabiliva il proprio avamposto a 5 chilometri a nord-est della città.
Dal 17 febbraio, uniti ai raid della coalizione, anche diversi strike russi hanno colpito obiettivi dell’Isis, evidenziando un’intensificazione delle operazioni all’interno della città. Negli ultimi due giorni l’aviazione a guida statunitense ha continuato a colpire in città, mentre c’è da registrare un bombardamento russo presso la cittadina di Al-Assadiah, 5 chilometri a nord di Raqqa e vicino al fronte curdo.
Nella giornata di ieri l’esercito curdo è riuscito ad avanzare, conquistando alcune posizioni dei  miliziani jihadisti. Secondo diverse fonti i combattimenti si riescono a sentire chiaramente dall’interno di Raqqa, segnale del progressivo avvicinamento del fronte e dell’ormai prossima battaglia in città.

Progressi curdi (in giallo) nel mese di febbraio

Il dubbio politico

Fino a questo momento le operazioni militari, sia della coalizione che dell’alleanza russo-siriana, si sono svolte senza particolari problematiche. Gli equivoci politici potrebbero iniziare quando ci sarà da coordinare l’operazione di conquista della città, fondamentale anche dal punto di vista simbolico. I diversi attori presenti sul campo hanno validi motivi per mettere il cappello sulla riuscita della missione, e ad oggi è complicato pensare a una convergenza di interessi che possa aiutare le operazioni.

L’esercito curdo

L’esercito curdo è oramai ben radicato nel nord della Siria, dove controlla una grande fetta di territorio al confine con la Turchia. L’obiettivo politico rimane quello di una Siria federata, che riconosca ampia autonomia alle regione curda: nella giornata di ieri la vice-presidente dell’YPD (Partito dell’Unità Democratica) ha ribadito il concetto secondo il quale l’unica soluzione possibile per la Siria è quella del federalismo. Un ruolo primario nella conquista di Raqqa garantirebbe ai curdi un enorme peso al momento delle trattative per il futuro del paese, occasione che difficilmente si lasceranno scappare. Inoltre l’esercito curdo può garantire uomini esperti del campo e oramai abituati alla guerra con i miliziani dell’Isis, oltre al fatto di aver già aperto un fronte nei pressi di Raqqa. Per usare un parallelismo storico recente, si può pensare alla battaglia per la conquista di Baghdad condotta dagli Stati Uniti contro l’esercito iracheno. Anche in quel caso i curdi fornirono un aiuto fondamentale per la conquista della città, tenendo impegnate diverse divisioni dell’esercito di Saddam a nord e facilitando l’ingresso dell’esercito americano da sud. Anche in questa occasione è difficile pensare che i curdi possano essere tenuti fuori dai giochi, dopo gli enormi progressi fatti nelle zone a nord di Raqqa.

Gli Stati Uniti e la Turchia

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mattis, ha annunciato ieri a Baghdad che gli Usa sono pronti all’offensiva per Raqqa. Tutto questo mentre si combatte strada per strada per la liberazione di Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Gli Stati Uniti sono pronti a inviare in Siria un ingente numero di uomini, in supporto alle milizie curde nel nord di Raqqa. Ma è proprio questo uno dei maggiori problemi dell’operazione: la nuova amministrazione Trump vuole ricucire i rapporti, deteriorati dalla precedente amministrazione, con la Turchia. Quest’ultima, però,  vede con preoccupazione l’aumento dell’influenza curda nel nord della Siria. Per Erdogan le milizie curde che combattono in territorio siriano altro non sono che una diramazione del PKK, considerato come gruppo terrorista da Ankara, e ciò rende impossibile una apertura verso i curdi siriani. Proprio per diminuire il ruolo curdo, il 24 agosto la Turchia ha inviato in Siria le proprie truppe per sostenere l’esercito libero siriano (ELS). Nella giornata di ieri l’esercito turco e l’ELS hanno attaccato ripetutamente diverse posizioni delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione formata da forze curde e arabe, nei pressi di Manbij (roccaforte della provincia curda), a dimostrazione del timore di Ankara nei confronti della crescente influenza curda nel nord della Siria.
La Turchia, per superare questa situazionedi impasse, ha presentato agli Stati Uniti due diversi piani militari per arrivare a Raqqa: un piano A, che prevede lo sfondamento da Tall Abyad, città situata sul confine turco a 80 chilometri a nord di Raqqa. Piano complicato dal punto di vista politico, perché prevede l’attraversamento dei territori controllati dai curdi, e quindi richiede un impegno americano nel creare una zona cuscinetto concordata con le milizie turche per far passare l’esercito turco.

Piano A

Un piano B, complicato dal punto di vista militare, che prevede la partenza dalla cittadina di Al Bab, attualmente assediata dall’esercito turco, che si trova a 180 chilometri a nord ovest da Raqqa. In questo caso si riuscirebbe ad evitare un attraversamento dei territori curdi, ma il percorso sarebbe più lungo e prevedrebbe il passaggio in zone impervie dal punto di vista geografico e sotto il controllo dello Stato Islamico.

Piano B

La Russia e la Siria

Gli ultimi 5 giorni hanno visto intensificarsi i bombardamenti dell’aviazione Russia nella città di Raqqa. I puntuali report del ministero della difesa russo confermano la volontà della Federazione Russa di non voler lasciare la riconquista  della capitale dello Stato Islamico alla coalizione internazionale. A conferma di ciò sono arrivare le parole di Assad, che in un’intervista rilasciata ad una Tv francese ha dichiarato di voler riconquistare la città. Assad ha evidenziato come Raqqa sia un simbolo della guerra in Siria, e che nella città in questione siano stati pianificati i principali attentati in Europa. Per il presidente siriano la conquista di Raqqa è una priorità assoluta per una duplice ragione: presentarsi a dei potenziali trattati di pace con il controllo dei principali centri urbani e la più vasta parte di territorio possibile, ed evitare un aumento dell’influenza curda nel nord del paese.
Allo stesso tempo la Russia, giocando un ruolo primario nell’offensiva in città, rilancerebbe il suo ruolo di attore impegnato nella lotta al terrorismo, pareggiando il peso simbolico della futura conquista di Mosul da parte della coalizione internazionale.
E’ proprio su Raqqa che potrebbe compiersi la convergenza strategica tra Trump e Putin, che prevedrebbe un coordinamento militare per la conquista congiunta della città.

I rischi militari

Secondo Abdolkharim Khalaf, generale dei servizi di sicurezza iracheni, Al Baghadi, numero uno dell’Isis, è scappato verso Raqqa prima dell’inizio dell’operazione su Mosul. Avrebbe inoltre portato con lui i più alti comandanti dello Stato Islamico, tagliando completamente i contatti con le milizie di Mosul, lasciate in mano ai comandanti meno esperti e alla mercè dell’offensiva della coalizione.
Al Baghdadi potrebbe essere tornato in territorio siriano per rimettere ordine tra le fila dell’organizzazione terroristica, in difficoltà dal punto di vista militare e politico. A riprova di queste ipotesi c’è l’esecuzione del comandante siriano per la sicurezza dell’Isis a Raqqa, accusato di aver aiutato alcuni civili a fuggire dai territori controllati dal Califfato. Oltre a questa esecuzione, negli ultimi mesi ci sono state diverse sostituzioni dei comandanti locali siriani con personale straniero, segno del crollo della fiducia da parte dei vertici dello Stato Islamico verso i precedenti comandanti, anch’essi accusati di connivenza con la popolazione civile.
I principali rischi militari che la conquista di Raqqa può riservare sono quelli di una battaglia in città. Una guerriglia urbana, scenario che sta diventando preponderante nelle  guerre contemporanee.
Queste tipologie di difficoltà le stiamo già osservando nella conquista di Mosul: territori disseminati da ordigni esplosivi improvvisati, che rallentano le operazioni di terra e il futuro re-insediamento delle popolazioni sfollate; strade e vicoli densamente popolati, nelle quali gli eserciti devono combattere calcolando l’incognita civili, che possono essere usati come scudi umani dai terroristi o come potenziali attentatori suicidi. Inoltre, come già visto a Mosul, alcuni miliziani possono mimetizzarsi tra i civili, causando attentati non solo allo scopo di rallentare le operazioni militari, ma anche per terrorizzare e sfinire la popolazione.
I vertici dello Stato Islamico hanno imparato la lezione irachena di oramai 15 anni fa: è impossibile vincere una guerra simmetrica contro eserciti ben più preparati e armati. Ma si può rendere impossibile l’effettiva conquista di una città portando la guerra su un piano asimmetrico, fatto di attentati, di guerriglia urbana, di terrore verso la popolazione, che costituisca un pantano per gli avversari, al fine di prolungare e aumentare il grado di difficoltà delle operazioni  militari.
Raqqa (e Mosul) saranno un laboratorio per le nuove tecniche militari. I teatri delle guerre del domani non saranno più le steppe, le valli sterminate o le montagne, ma le città, i villaggi, gli insediamenti urbani. Luoghi che richiedono un evoluzione degli eserciti e degli armamenti per evitare un aumento esponenziale delle vittime civili e massimizzare le possibilità di vittoria.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues

Nel quadro dell’edizione 2016 dei Mediterranean Dialogues, che si sono svolti a Roma dal 1 al 3 dicembre, è intervenuto anche Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa. In un breve intervento ha illustrato alcune delle intenzioni della Russa per quanto riguarda l’area del Mediterraneo allargato, specificando che per avere un’idea più completa della politica della Federazione è sufficiente conoscerne la storia e la geografia.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues - Geopolitica.info

In particolare Lavrov si è soffermato sulla situazione in Siria, esternando la sua contrarietà verso la politica degli Stati Uniti, che ha più volte rimproverato per l’esito delle loro azioni in Libia. Azioni che hanno condotto ad un vuoto di potere dopo la caduta di Gheddafi e al caos che ne è derivato, una situazione che la Russia preferirebbe evitare di creare anche in Siria, un paese che ha definito cruciale. Ha poi insistito sull’importanza di iniziare al più presto dei negoziati tra tutte le parti del conflitto con lo scopo di raggiungere un compromesso politico di cui possano beneficiare tutti.

Un altro motivo di rimprovero agli Stati Uniti è stata la liberazione nel 2004 di al-Baghdadi dal campo di prigionia di Camp Bucca nel sud dell’Iraq, a seguito della quale l’autoproclamato Califfo si è recato in Siria per combattere con al-Nusra e per diventare poi il leader dello Stato Islamico. In seguito a questo episodio, Lavrov ha fatto capire come la Russia non accetti lezioni dagli Stati Uniti.

Ma la dichiarazione più importante del Ministro è stata quando, interrogato sui due principali problemi internazionali che riguardano la Russia, ossia la Crimea e l’Ucraina, Lavrov ha liquidato la prima affermando come non sia affatto un problema internazionale bensì territorio nazionale russo a tutti gli effetti, come ha confermato anche l’esito del referendum.

Syrian Refugees and Quality of Education in Jordan

The Syria crisis has considered the world’s largest humanitarian crisis since World War II. In other words, it has triggered the world’s biggest refugee’s crisis currently. Jordan has topped a list of ten countries which host more than half of the world’s refugees, according to an Amnesty International (AI) report. Jordan, which has taken in over 2.7 million refugees, was ranked as the top refugee-hosting country (THE JORDAN TIMES, 2016) [1].

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However Jordan provides generous efforts to enroll Syrian children in its public school system, but more 80,000 out of 226,000 Syrian children in Jordan were not in formal education during the last school year 2015-2016 (HUMAN RIGHTS WATCH, 2016). “A lost generation of Syrian children and youth is a slow-burning disaster for human rights and the region’s future.” (Van Esveld) [2].

Education is a fundamental human right and essential for the exercise of all other human rights. It’s the heart of sustainable development and welfare system for any country in the world. However, in the 21st century, the quantitative approach in education is no longer dominant, because quality of education is the matter. In the absence of oil, gas and other natural resources, education with high quality is a must. Quality and diversity of education to meet the needs of the local and regional market is crucial to achieve sustainable development, and develop a national diversified knowledge based economy. The World Bank has ranked Jordan as the best education system among Arab states in 2008 [3]. However, recently in the last two sessions of TIMSS; results showed that student at age 13 didn’t improve, but even got worse than the years before (- 6%). In 2015, among 57 countries have participated in PISA for student at age 15; results showed that Jordan was in the list of the last ten countries. Moreover in the same year only 40% of the students who participated in the General Secondary Examination (Tawjihi) received a passing grade, (Queen Rania Al-Abdullah) [4]. Add to the aforementioned that Higher Education wasn’t an exception, in January 2015 all university students graduating later in the year were for the first time required to take a national proficiency exam intended to evaluate the quality of education at the institutions at which they were studying. More than half of the kingdom’s universities failed the exam overall, and no institution passed the tests in agriculture, computing and IT, engineering or science [5].

Syrian crisis has considered one of the biggest challenges behind worsening the quality of education in Jordan, or undermining its progress comparing with neighboring countries. Resulted in overcrowded classes; double-shift schools; increased education costs for the Government of Jordan; hard economic conditions lead to increase school dropouts and brain drain seeking a better pay abroad, often to Gulf states in particular; as well as students with divergent skills and educational backgrounds; and disparate level of qualifications [6], [7]. Moreover overcrowded classes is not only a school phenomenon, but some universities witnessed the same phenomenon due to receiving large numbers of refugees that continue to arrive from neighboring Syria, following a previous influx of Iraqis, as well as the large and growing size of the kingdom’s student body; which is putting growing pressure on resources and straining the whole education system in the country, (Mohammad Amin Awwad, president’s adviser, Philadelphia University) [8]. Syrian crisis forced the government of Jordan to shift some of education budget to other activities to accommodate the crisis. The Government only allocates 11% of budget for education, but according to UN Jordan should allocate one fourth of its budget to education. In 2015 nearly 150,000 Syrian students attended school in Jordan, which is equivalent to 11 per cent of all students in the country, (Mohamed Al-Akour, Secretary General of the Jordanian Ministry of Education) [9]. However, donors are providing some support to help the kingdom bear the additional education costs, but level of support still insufficient. UNICEF, for example, only received $17.07m by July 2014 for educational services for Syrian refugees out of $42.46m needed [8b].

Education for Jordan is the most valuable resource to generate income and formulate the human capital in the country. Jordan is classified as a country of “high human development” by the 2014 Human Development Report [10]. Therefore, sustaining quality of education is among the country’s highest priorities. Jordanian workforce has characterized by high quality and has a high reputation in the region especially in Gulf States. Accordingly, education with higher quality among Middle East countries, will boost this reputation, and benefit the economy from increased remittances from Jordanians working abroad. In addition, quality of education always has been the main driver to attract foreign students to enroll in the Jordanian higher education institutions. They accounted to more than 11 per cent of the undergraduates students registered at Jordanian universities in the academic year 2014/2015 [11]. Quality of education problem is alarming the government and authorities to start taking serious actions in order to tackle the problem and provide education with a good quality for both Jordanian and Syrian students. In OECD countries, the average class size at the lower secondary level is 23; however, some classes for Syrian children, numbered up to 85 students, (Mohamed Al-Akour, Secretary General of the Jordanian Ministry of Education, 2015) [12].

However, even before the Syria crisis, Jordan’s education system has faced many challenges. Overcrowded classrooms even exist before the refugees’ crisis. The Syria crisis caused highly overcrowded classes in the host communities, overcrowding is now closer to 47 percent. To make more classroom space available, many Jordanian schools operated on double shifts, more than 200 schools are operating on double-shift in the academic year 2016/2017. This enrolled more students, but lowered the quality of education. Each class is shortened, less time to do exercises and rest between classes. Time reduction was necessary to keep classes short enough to operate the double shift, but has resulted in a two-tier education system, with reduced quality for Syrian and Jordanian students in double shift schools, and for Syrian students attending afternoon shifts in particular [13]. Students in the same classroom have different levels of education and may have spent long periods out of school. Teachers are relatively less experienced and well-trained to deal with such a situation. Moreover teachers in host communities say it’s difficult to teach some Syrian children who showed clear signs of trauma. A growing number of Syrian children have psychosocial impact, because of the crisis (e.g. relatives killed due to the civil war). Accordingly, this led to unmotivated classrooms and teachers struggling to provide the right support. Add to the aforementioned that this could affect the general vibe of mixed classrooms (Refugees and Jordanian).

The world’s governments have already adopted these two objectives: universal healthcare and universal quality education in the new Sustainable Development Goals (UN, 2016). National and international steps towards education reform in Jordan have been taken, “Education reform should be a national priority”, (King Abdullah II, 2016). “In the next five to 10 years there will be an increasing emphasis on quality rather than just student numbers”, (Issa Batarseh, president of PSUT). “The Kingdom’s national interest requires improving the quality of education”, (Education Minister Mohammad Thneibat, 2015). Jordan and donors are working together to improve the quality of education for all children, which will help reduce intercommunal tensions. “Jordanian policymakers have recognized it is in the country’s own best interest to ensure that Syrian children receive an education,” (Van Esveld, 2016) [2b]. Accordingly, European Union, Germany, Norway, United Kingdom and United States, together with UNICEF, grant JOD 57.7 million to GOJ to provide education to all children in Jordan in the 2016/2017 school year, (Syrian Conference in London, 2016). This commitment is to place an additional 50,000 Syrian children in formal education without affecting the quality of education provided to Jordanian students. “The five donors have developed a joint vision to also strengthen the quality of the Jordanian education system and to expand its capacity; not only for Syrian refugees, but for all children in Jordan”, (German Ambassador to Jordan, H.E. Ms. Birgitta Siefker-Eberle) [14]. UNESCO, along with QRTA and the Education Ministry, implemented the “Emergency Support to Safeguard Education Quality for Syrian Students in Jordan”; the 4.3 million euro project, funded by the European Union, aimed at “sustaining quality education” for both young Syrian refugees and Jordanians affected by the humanitarian crisis in Syria [15].

Jordan’s “Syria Response Plan” budgeted additional costs for education at $249.6 million in 2016. The World Bank estimated that the Syria conflict cost Jordan $2.5 billion annually [2c]. Donors and leading education support organizations like: USAID, UNDP, UNRWA, UNESCO and UNICEF have carried out a lot of efforts and programs in order to tackle the problem; and they have shifted their activities to give more focus on the qualitative approach than the quantitative one in this vital sector. Last but not least, GOV after collaborating with international donors and organizations to carry out many programs and initiatives. Hope not only to tackle the problem; but also improve the quality of education in order to impact the Jordanian economy; and to help the country provide better education with high quality for both Jordanian and Syrian students. At the end, Finland and Singapore are countries with similar situation to Jordan in terms of natural resources and many other factors, but they are among the best ranked education systems in the world; if they did it! So does Jordan.