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L’impegno di Hizballah in Siria

13 novembre 2016. Al Qusayr, provincia di Homs. Siria. Sotto un pallido sole autunnale decine di mezzi corazzati pesanti, cannoni semoventi e blindati leggeri sono ammassati davanti ad un palco allestito ai bordi di una strada sterrata. Di fianco alla tribuna, appeso ad un muro, un grande manifesto ritraente il volto dell’AyatollahRuollah Khomeini. Si intravvedono dei tamburi, forse parte di una banda destinata ad accompagnare con la sua musica lo sferragliare dei mezzi militari. Centinaia di uomini in divisa sono schierati in ordine davanti al palco delle autorità. Ad indicarci chiaramente che si tratta di un evento organizzato dalla milizia libanese sciita Hizballah sono i vessilli gialli, svettanti in gran quantità sui mezzi presenti.

L’impegno di Hizballah in Siria - Geopolitica.info

Niente di casuale nella scelta del posto. Al Qusayr è solo apparentemente una cittadina come tante altre. E’ situata a pochi chilometri dal confine libanese ed è attraversata da una strada che mette in comunicazione diretta due luoghi particolarmente sensibili per Hizballah e per il suo alleato siriano Bashar Al Assad: al di là del vicino confine la Valle della Bika’a , roccaforte del Partito di Dio  in terra libanese. Verso oriente la città diHoms, vero snodo strategico, postacom’è alla congiunzione di strade che conducono ai centri nevralgici del potere di Assad: a sud Damasco, a ovest  le province costiere di Tartus e Lattakia e a nord Hama e Aleppo. Nel 2012 Qusayr venne sottratta al controllo delle forze governative siriane e occupata da truppe ostili. La città era troppo vicina al confine per permettere di lasciarla in mano a ribelli potenzialmente in grado di destabilizzare lo stesso heartland di Hizballah.In aggiunta a ciò, il cordone ombelicale che permetteva di far affluire mezzi e armamenti a rinforzo dell’”Asse della resistenza” sciita nel nord della Siriaera statotagliato. La situazione andava ripristinata al più presto.  Nel  maggio del 2013 una poderosa offensiva  organizzata e gestita quasi interamente da Hizballah(econ l’esercito siriano costretto a fungere da comprimario) strinse in una morsa la cittadina. L’intero abitato fu suddiviso dagli assedianti in blocchi,conquistati uno ad uno con implacabile determinazione fino alla capitolazione, avvenuta dopo una ventina di giorni, all’inizio di giugno. L’assedio e la presa di Qusayr segnarono una svolta nella natura dell’impegno della milizia sciita in Siria. Da addestratori e consiglieri militari impegnati in maniera tutto sommato limitata nelle operazioni belliche siriane, gli uomini di HassanNasrallahaffluirono in forze nel teatro siriano puntellando pesantemente un regime in gravissime difficoltà. Da quell’avvenimento non vi è stata grande offensiva condotta dall’esercito siriano che non abbia visto la presenza di reparti di Hizballah in posizione più o meno preminente e spesso determinante ai fini dell’esito finale delle operazioni: dall’avanzata nel settore settentrionale di Aleppo nell’autunno del 2015 alla conquista della stessa città avvenuta recentemente; dagli assedi di Zabadani e Madaya alle offensive contro lo Stato islamico nei settori orientali della provincia di Aleppo, alla riconquista di Palmira.

Il ritornello ripetuto in  continuazionedalla dirigenza libanese del movimento è sempre lo stesso: si è in Siria per proteggere il Libano. Solo combattendo il terrorismo takfirita in terra siriana si impedisce che la marea possa invadere o destabilizzare la Terra dei Cedri: un’interpretazione del proprio ruolo giocata in chiave di politica interna e certamente seguita anche da un concreto agire sul terrenovisto che, in effetti , tanti sforzi militari di Hizballah nel Levante siriano sono statiorientati all’eliminazione delle sacche di resistenza nemiche annidate nella catena montuosa del Qalamoun, segnante il confine tra i due paesi. Un tentativo, apparentemente riuscito, di mettere in sicurezza la fascia di territorio siriano più direttamente  a contatto con la frontiera libanese. Ma anche un impegno a più largo raggio, se si considera che  le milizie libanesi hanno operato e stanno operando in teatri ben lontani dal confine con il Libano quali, appunto, Palmira e Aleppo.

Contemporaneamente alla partita securitaria spesa in chiave di politica interna, un altro obiettivo prioritario per Hizballah consiste nel lottare per la salvaguardia della semiluna sciita di cui costituisce il corno più occidentale. Fin dalla sua nascita negli anni Ottanta il Partito di Dioriceve ogni tipo di sostegno dall’Iran attraverso la Siria. L’ipotesi di vedere rescisso il medium siriano rappresentato dal regime di Assadcostituirebbe un’assoluta sciagura per la milizia libanese costretta, come sarebbe in caso di caduta del regime,a far affluire in patria armi e dispositivi militari attraverso vie ben più tortuose e attaccabili di quelle che passano dalla frontierasiriana. Nell’aeroporto di Damasco atterrano con regolarità cargo iraniani stipati di attrezzature militari che prendono la via dei depositi di Hizballah. Una parte è impiegata nelle operazioni in terra siriana, il restante va a potenziare gli arsenali che la milizia detiene nel sud del Libano. Tutti questi movimentinon sfuggono certo agli attenti occhi di Israele. Dal 2013 si contano almeno una quindicina di raid aerei compiuti in territorio siriano da jet con la Stella di Davide e miranti a distruggere convogli o depositi appartenenti al Partito di Dio. Nell’ultimo in ordine di tempo ( il 26 aprile scorso),  missili di provenienza sconosciutama riconducibili proprio all’aeronautica israeliana hanno fatto esplodere un gigantesco deposito di armi e munizioni di Hizballah nei pressi di Damasco.

Si è appena citato Israele. Non si può procedere oltre senza spendere due parole sull’evoluzione dei rapporti di forza tra i due grandi nemici da quando la punta di lancia della “resistenza” anti israeliana è entrata massicciamente in territorio siriano. Se è vero che Hizballah sta conducendo in Siria una partita giocata in chiave sostanzialmente difensiva ed esistenziale  non si può trascurare nemmeno il fatto che la sua massiccia presenza in territorio siriano sia servita anche a penetrare i territori più prossimi alle alture del Golan, dai quali potrebbe costituire una minaccia ulteriore alla sicurezza dello stato ebraico. Diversi alti ufficiali della milizia libanese ( come Jihad Mughniyah, figlio del più noto Imad, e Mohammad Issa ), sono stati infatti uccisi da Israele in raid condotti soprattutto nei settori di Quneitra e della provincia meridionale siriana di Dar’a. Tramite tali azioni circoscritte lo stato maggiore israeliano si limita a tenere sotto controllo la situazione, impedendo probabilmente il consolidarsi di postazioni offensive o di osservazione nemiche in territorio siriano. Gli israeliani sanno bene che la situazione di strenuo impegno di Hizballah in Siria non rende imminente un attacco in grande stile da parte di quest’ultimo né lungo le alture del Golanné dal Libano meridionale, dove la situazione militare permane tranquilla da tempo. A Tel Aviv si è però altrettanto certi che il movimento emergente dalla feroce lotta siriana sarà ancor più forte e rodato rispetto al già temibile avversario affrontato nel 2006. Una minaccia che è probabilmente destinata a riaffacciarsi in futuro.

Le considerazioni di ordine strategicoe militare fin qui svolte non basterebbero da sole ad esaurire le complesse motivazioni che muovono l’azione della milizia libanese in terra di Siria. Vi è anche una profonda carica di natura settaria nel suo agire.  Ovunque vi sia in Siria una comunità sciita da difendere, lì è anche Hizballah: in prima fila nella liberazione di Nubl e Al Zahra, due isole sciite in un mare sunnita nella provincia di Aleppo, nel febbraio del 2016. Truppe di Hizballah difendono da anni Fua e Kifraya, altre due enclave sciite circondate da milizie sunnite nella provincia ribelle di Idlib. Uomini del Partito di Dio libanese  contribuiscono alla sicurezza del santuario damasceno di SayydaZaynab, la venerata figlia di Ali e  Fatima, meta di frequenti pellegrinaggi provenienti da tutta la galassia musulmana che si riconosce nella sacralità della “ Gente della Casa”. Se la Siria di oggi è diventata un luogo in cui ci si identificain primisper la propria appartenenza religiosa, ciò è dovuto anche ( ma non solo) all’apporto di Hizballah.

I morti nel frattempo aumentano. Difficile, se non impossibile, quantificare il numero esatto di  martiri ( così vengono definiti i miliziani caduti in combattimento dalla propaganda del movimento), di Hizballah immolatisi in Siria dal 2013. Diverse migliaia probabilmente. Fonti sparse parlano di duemila caduti. Un numero enorme per un movimento che non ha alle spalle una realtà statale di riferimento; ma una cifra apparentemente non ancora tale da piegare l’impegno del Partito di Dio in Siria. Il consenso interno sembra ancora tenere, soprattutto grazie al costante aiuto finanziario che arriva dall’Iran (“ Fin quando l’Iran avrà denaro, Hizballah avrà denaro” . H. Nasrallah,  giugno 2016) . La famiglia del caduto in guerra riceve un sussidio economico regolare e il movimento continua a mantenere in Libano un efficiente e costoso sistema di welfare. Oltre alle ricompense economiche, non va trascurata un’importante componente culturale che tende a circondare di rispetto e attenzioni pubbliche e private la “madre del martire” ( ‘Umm al Shaid) e, più in generale, chi ha perso un familiare in guerra.

Tanto altro si potrebbe aggiungere su questo movimento, vero fiore all’occhiello della proiezione di potenza iraniana nella regione. Ma le considerazioni appena svolte sulle perdite umane subite in Siria ci devono riportare al punto di partenza; a quella parata di Qusayr, eseguita proprio nel “Giorno dei Martiri”. Il messaggio, rivolto ai tanti nemici all’ascolto, non poteva essere più chiaro: Hizballah è ancora forte e non ha alcuna intenzione di abbandonare la partita siriana.

Il nuovo messaggio degli USA

Il primo attacco degli USA ai mezzi e soldati della compagine governativa siriana ha diversi significati: dal riscatto nella politica interna al ritorno a gamba tesa tra gli arbitri della contesa siriana. Cronaca di uno sviluppo imprevedibile.

Il nuovo messaggio degli USA - Geopolitica.info Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

Dalle giravolte sulla politica estera e interna, ai compromessi a ribasso con le potenti agenzie federali dello Stato profondo, difficilmentesi sarebbe potuto immaginare che Trump arrivasse a spezzare le più fondamentali convinzioni circa la politica estera in Siria. Questo soprattutto dopo che Rex Tillerson, il segretario di stato USA, aveva confermato esplicitamente la fine dell’obiettivo del regime change in Siria.
L’attacco di 59 missili tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Porter e Ross hanno parzialmente danneggiato le strutture della base aerea Al Shayrat, da dove, secondo gli americani, sarebbero partiti i caccia che trasportavano le armi chimiche che hanno colpito nei pressi di Idlib, nel nord ovest della Siria. In realtà solo 23 dei 59 missili hanno colpito l’obiettivo. Sembra però che i missili non abbiano colpito solo il campo d’aviazione, ma anche abitazioni di alcuni villaggi circostanti. Infatti oltre alle 15 persone uccise, ci potrebbero essere anche 9 civili, tra cui 4 bambini.

Per comprendere le motivazioni di questo attacco si deve tornare al 2013, quando Barack Obama pose come linea rossa da non oltrepassare l’utilizzo di armi chimiche. Nonostante i dubbi su chi avesse effettivamente causato quell’attacco chimico (i russi accusavano i ribelli, gli USA accusavano Damasco), un attacco ci fu, e Obama ritenne superata la linea rossa. Questo però non portò a un’escalation, grazie soprattutto all’orso russo che già si ergeva in Medio Oriente a protezione di Assad.
Non è stato ancora confermato l’effettivo colpevole dell’uso di armi chimiche. La fonte a cui tutti i media occidentali si rifanno è infatti l’Osservatorio siriano dei diritti umani, una ONG con sede a Coventry, UK, il cui fondatore e unico membro è Rami Abdulrahman, e la cui credibilità e imparzialità è stata definitivamente minata da varie inchieste giornalistiche, tra cui quella del “The Guardian”. Ma nei calcoli delle mosse geopolitiche la verità è spesso uno degli ultimi elementi da tenere in considerazione.

Quale sarebbe potuto essere il motivo dell’attacco chimico del governo siriano? Nonostante l’annunciato cambio di passo dell’occidente nei confronti di Damasco, Assad potrebbe non sentirsi ancora pienamente soddisfatto. Ormai la Russia è diventata l’arbitro principale nella contesa siriana, i colloqui di Astana sul processo di pace in Siria vedono la partecipazione solo di Russia, Turchia e Iran, che provvedono alla spartizione della torta siriana. L’Arabia Saudita è la grande perdente, e gli Stati Uniti ne sono usciti malconci. DunqueAssad potrebbe aver voluto alzare la posta in palio, cercando così di umiliare i paesi occidentali smascherandone le contraddizioni. Infatti da un lato essi richiedono continuamente il rispetto dei diritti, rifiutandosi di riaprire i contatti con Damasco, dall’altro non fanno nulla di concreto affinché questi diritti vengano rispettati. Assad si aspettava che l’occidente sarebbe di nuovo rimasto a guardare. Ma così non è stato.

La mossa di Trump ha una valenza multipla. Sul piano geopoliticorisponde al tentativo di umiliazione di Assad (nel caso fosse effettivamente lui il colpevole dell’attacco). In secondo luogo è stato ridimensionato l’orso russo, dimostrando l’incapacità dei russi di proteggere Assad nel momento in cui si arriva al “dunque”. Questi sono i 2 principali effetti. Gli USA hanno voluto ricordare chi è la vera superpotenza mondiale, e chi è davvero ad avere il diritto a condurre i giochi. Le implicazioni geopolitiche vanno anche oltre il teatro Medio Orientale: in primis è un chiaro avvertimento alla Nord Corea, proprio nel momento in cui i toni di Trump si erano alzati. A rendere ancora più allettante il momento è stata la ghiotta opportunità di un indiretta messaggio nei confronti di Xi Jinping, il segretario del Partito Comunista Cinese, proprio in quei giorni in visita a Washington. E’ recente infatti la perentoria richiesta di Trump alla Cina di sfruttare maggiormente la sua influenza sulla Corea del Nord, minacciando di intervenire unilateralmente se le pressioni non fossero state aumentate. Oltre alla valenza geopolitica, la decisione di Trump può avere un importante risvolto nella politica interna.
Trump si è reso conto che il Presidente non ha tutto quel potere che forse lui credeva che avesse. Ciò ha portato al rimescolamentodella politica estera, alla rinuncia a Micheal Flynn come consigliere per la Sicurezza Nazionale, al parziale declassamento del Capo Stratega Steve Bannon, estromesso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Trump ha un bisogno vitale di affrancarsi dalla macchina amministrativa federale, appoggiandosi in particolar modo sui militari. L’attacco alla Siria potrebbe rientrare in questo schema d’azione, ricompattando l’opinione pubblica, e puntando occhi, cuori ed armi al di fuori delle contese interne.

Fondamentale è chiarire che non si tratterà del primo di tanti attacchi (come vorrebbero ribelli e Arabia Saudita). Non ci sarà alcuna escalation. L’obiettivo principale è puramente scenografico, e a livello sostanziale è improbabile che Trump e Tillerson rimetteranno in discussione la fine del regime change. Tant’è che russi e siriani sono stati avvertiti dell’attacco decine di minuti prima per ridurre le perdite in vite umane. Nonostante sia stata una mossa scenografica, ciò non sminuisce di troppo la portata dell’azione. “Tutti i potenziali nemici degli Stati Uniti sono avvisati. Il profilo basso e il mero contenimento a ribasso non saranno più contemplati dalla strategia americana”. Ilmessaggio di Trump è questo.

“Il conflitto in Siria” – Conferenza a Milano

Venerdì 28 aprile, presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta 61, Milano, il Centro Studi Geopolitica.info organizza una conferenza dal titolo “ll conflitto in Siria: la crisi infinita – Come le proteste popolari sono diventate una guerra mondiale per procura”.

“Il conflitto in Siria” – Conferenza a Milano - Geopolitica.info

Introduce Stefano Maullu (europarlamentare)
Intervengono Aldo Ferrari, Marco Valigi, Sebastiano Caputo, Matteo Carnieletto.
Modera Francesco Tajani, del Centro Studi Geopolitica.info

La locandina della conferenza