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La corsa agli armamenti e la doppia guerra della Russia in Siria

Durante il discorso di fronte all’Assemblea Federale il presidente russo, Vladimir Putin, ha toccato vari punti della sua agenda politica e a un certo punto ha introdotto il tema dell’ammordernamento dell’arsenale militare. Muovendo i pezzi sulla scacchiera geopolitica grazie al nuovo missile nucleare a gettata illimitata, Putin ha lanciato un messaggio sia al pubblico di casa, mostrando un paese fiero che non è stato messo in ginocchio dalle sanzioni economiche internazionali, sia agli Stati Uniti, cui ha voluto comunicare che un’eventuale corsa agli armamenti non troverà impreparato il Cremlino.

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Per la prima volta è arrivata una reprimenda da parte di Trump, l’inquilino della Casa Bianca “eletto grazie al supporto russo”, come recita la vulgata del Russiagate, con il quale sarebbe dovuta scoppiare una luna di miele mai nemmeno abbozzata, al di là di qualche dichiarazione di facciata. Queste schermaglie dimostrano in realtà che è in corso un duro confronto: la Russia sta indicando agli Stati Uniti, e all’Europa, che non ha alcuna intenzione di assistere all’espansione della Nato a Ovest e alle mosse del Pentagono senza reagire.

È anche attraverso questa prospettiva che devono essere lette le ultime dinamiche della guerra in Siria, un teatro di guerra dove la Russia sta combattendo due guerre: una con le truppe ufficiali, contro lo Stato Islamico, e una per il controllo del territorio e della ricostruzione del paese. Ed è proprio questo secondo conflitto che si sta trasformando in un pantano nel quale si sfiora lo scontro diretto fra potenze regionali e globali. Lo Stato Islamico come attore non è più presente, ma gruppi rivali e milize private si contendono il territorio. Nel mese di febbraio sono stati abbattuti aerei di Russia, Iran, Israele e Turchia, ognuno in qualche modo coinvolto nell’esito del futuro siriano.

Anche se solo due mesi fa Putin ha dichiarato conclusa e vittoriosa la campagna siriana, la situazione è in continuo divenire. Da un lato la minaccia comune dell’avanzata dello Stato Islamico è stata sconfitta, dall’altro il rischio di un confronto diretto fra Russia e Stati Uniti è dietro l’angolo, dopo 7 anni di guerra civile nella quale hanno avuto un nemico condiviso, ma opinioni divergenti sul futuro della Siria e sul destino del presidente Assad. Inoltre, il raid statunitense a Deir el-Zor di poche settimane fa è stato il primo confronto fra militari americani e russi dai tempi della guerra in Vietnam, anche se il coinvolgimento delle milizie private Wagner, la risposta russa ai Blackwaters, esclude quello diretto di truppe governative russe.

È proprio il confine sempre più sottile fra soldati dell’esercito russo e contrattisti privati che mette in luce l’esistenza di un doppio binario lungo il quale si muove la strategia russa. Wagner è il nome di una compagnia militare privata che ha operato in Ucraina, in Siria e ora anche in Sudan, secondo alcune ricostruzioni. Benché la legislazione russa vieti l’uso di “Chastnje Voennye Kompaniji” (ChVK), diverse inchieste hanno denunciato i suoi legami con il Cremlino. Secondo le stime del sito di notizie Fontanka.ru, circa 3mila dipendenti di Wagner sarebbero stati in Siria tra il 2015 e il 2017, mentre il contingente ufficiale russo consiste di 4mila militari. E almeno una settantina, forse anche un centinaio secondo altre stime, sarebbero morti durante il raid a Deir el-Zor.

La loro presenza in una provincia ricca di petrolio è da ricondurre proprio al conflitto per il controllo del paese e della sua ricostruzione. Secondo una ricostruzione del quotidiano russo Kommersant, i miliziani di Wagner stavano svolgendo un’operazione per conto di imprenditori vicini al presidente Bashar Assad, con l’obiettivo di ottenere il controllo della raffineria nell’impianto di Al Isba, lo stesso che prima garantiva all’Isis di incassare i proventi del petrolio. Una ricostruzione verosimile secondo la quale Putin, che nel 2015, grazie anche al sostegno dell’Iran, è riuscito a indirizzare l’esito della guerra civile a favore del presidente Assad, sta ora passando all’incasso dell’impegno militare e politico. Ma le parti in causa, dalla Turchia all’Iran fino a Israele e agli Stati Uniti, non convergono verso la stessa direzione.

Il mondo post-ISIS: la barriera inesistente al terrorismo jihadista

Lo Stato Islamico è stato sconfitto sul terreno. A testimoniare la sua disfatta sono le città distrutte e irriconoscibili, i fantasmi di una vittoria ormai perduta: Raqqa, Mosul, Aleppo, Palmira e altre.

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Il Presidente russo Vladimir Putin ha annunciato il ritiro delle truppe russe dal territorio siriano: una scelta finalizzata a raccogliere l’appoggio popolare in vista delle nuove elezioni presidenziali oppure una dichiarazione aperta della grande vittoria putiniana in Medio Oriente?

Nel corso degli ultimi, quasi, sette anni, il mondo stava immobile a guardare il sopravvivere di un regime che ha aperto la porta ad una sanguinosa guerra civile, provocando la grande crisi migratoria e creando, addirittura, i presupposti per la fondazione di uno nuovo Stato Islamico, di natura nettamente terroristica.

Il regime c’è ancora oggi, ma due Stati sono venuti meno. Il primo, quello siriano, governato da un dittatore senza popolo, e l’altro, fondato sul mito di una utopia radicale, che ormai un territorio non ha più. Analizzando gli avvenimenti in un‘ottica ancora più vasta – quella globale – è permesso parlare del mondo post-ISIS oppure si tratta di un semplice shift nel modus operandi del gruppo terroristico?

La sconfitta dell’ISIS – come molti analisti hanno commentato – non è definitiva e il fenomeno dei jihadisti che si fanno esplodere in nome di Allah non è più contenuto con il venir meno di un presupposto territoriale, ma rischia di bussare alle porte delle metropoli occidentali.

La barriera che conteneva il terrorismo jihadista dietro la cortina occidentale non esiste più. I returning fighters e l’avanzata del fenomeno di lone wolves fanno emergere l’esigenza di riflettere su quello che è stato fatto finora e sulla conseguente responsabilità dei governi. Gli attacchi degli ultimi mesi ci fanno comprendere come il terrorismo non possa essere combattuto unicamente con attacchi aerei, granate e mitragliatrici, ma come sia necessario escogitare anche una lotta al terrorismo su altri piani d’azione. È fondamentale capire che i jihadisti non nascono da soli, vengono creati in circostanze e contesti all’interno dei quali non riescono ad autodeterminarsi e a far sentire la propria voce. È infatti anzitutto l’assenza dello Stato a creare i jihadisti.

Ci sono voluti anni per studiare le cause e i modelli di radicalizzazione, enfatizzando la necessità di una cooperazione più consolidata, di una intelligence-sharing internazionale. E ci sono voluti più anni ancora nel tentare di far capire quanto fosse determinante il ruolo della società, delle istituzioni religiose e del sistema scolastico nel campo dell’early detection, per arrivare a un dialogo positivo e riconciliativo a livello locale e nazionale. Tutto ciò era previsto dalle grandi strategie occidentali e delle piccole democrazie in via di sviluppo (che stanno appena iniziando a creare le condizioni per la crescita di uno stato di diritto e istituzioni statali fatte su misura europea) – ma fin troppo entusiasti della loro strategia “ideale”, hanno dimenticato di attuarla.

Sfruttando la negligenza dei governi e le conseguenze dalla globalizzazione, i gruppi terroristici hanno sperimentato una trasformazione profonda. Da semplici disseminatori del terrore, nel corso del tempo, hanno fatto proprio un altro aspetto, assai più pervasivo, quello culturale. Per combattere questa moderna Idra di Lerna sembra non bastevole la strategia della Guerra (preventiva) al Terrore così come formulata e pianificata dall’amministrazione Bush, perché il contesto globale è cambiato significativamente dagli attacchi alle Torri Gemelle: la guerra al terrorismo è diventata ancor prima culturale e di comunicazione. Decapitando una delle teste dello Stato Islamico, rischiamo di facilitarne la ricrescita in molteplici forme – ecco perché bisogna porsi un’altra domanda: per quali motivi 40.000 individui hanno deciso di andare verso le zone di guerra? Come porvi rimedio?

Parlando delle “dottrine antiquate”, quella di Not negotiating with terrorists è diventata la prassi comune in molti paesi. Sono innumerevoli le ragioni per sostenere questa rigida posizione. L’eventuale impegno dei governi democratici nei negoziati con i terroristi andrebbe letto come la resa davanti alla violenza e la sua giustificazione e rappresenterebbe la minaccia alla legittimità dei valori democratici e delle libertà civili, pilastri della cultura occidentale. Se solo un alleato si fosse impegnato a negoziare con gli estremisti avrebbe prodotto un butterfly effect devastante in altri paesi oppure avrebbe potuto indebolire i progressi già compiuti da altri governi nella lotta al terrorismo.

Ma cosa sarebbe stato se le democrazie avessero effettivamente seguito i postulati della dottrina Not negotiating with terrorists e non si fossero mai impegnate nei negoziati segreti? Cosa sarebbe stato se, al posto degli attacchi aerei contro le basi militari dell’ISIS, le principali democrazie si fossero allontanate dal presunto divieto ancora una volta? Cosa sarebbe stato se gli Stati si fossero impegnati a rafforzare le proprie istituzioni e si fossero garantiti reciprocamente solidarietà e tolleranza, due valori che invece vengono solo ostentati all’indomani di un nuovo attacco?

Nel tentativo di distruggere il Mostro per mezzo delle armi, si rischia di diventare anche noi stessi mostri. L’ondata dei combattenti che rientrano nei paesi di origine detta la necessità di affrontare i problemi trascurati in precedenza: capire veramente i push e pull factors della radicalizzazione di ogni singolo individuo e studiare programmi per la loro reintegrazione nella società, tenendo conto della necessità di non perseguire a tutti i costi la garanzia della sicurezza e della stabilità al di fuori dei propri confini, senza prima favorire la deradicalizzazione nel proprio territorio.