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Armi chimiche e campagne mediatiche che preparano la guerra in Siria

Scene raccapriccianti sulle televisioni, appelli a salvaguardare un’umanità offesa, un’ondata di indignazione che scoraggia l’analisi razionale. Damasco era già stata accusata di attacchi chimici nel 2013: l’attacco Usa fu evitato all’ultimo momemento. Poi il giornalista Seymour Hersh rivelò una versione differente degli eventi: erano stati i ribelli a usare armi chimiche, per fornire un pretesto all’intervento americano. Nel 2017 Damasco venne di nuovo accusata (e bombardata) da Washington; Hersh smentì ancora una volta la versione ufficiale.

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Non è semplice verificare cosa succede in Siria; ci si potrebbe però chiedere perché l’esercito siriano dovesse ricorrere ad armi chimiche contro avversari già in rotta. Da quando Mosca è intervenuta direttamente, l’esercito siriano ha ripreso Palmira, Aleppo, Deir Ezzor; si apprestava a riprendere Ghouta. Grazie al sostegno degli alleati russi e iraniani, Damasco stava vincendo la guerra. Pochi giorni fa, inoltre, Russia, Turchia e Iran avevano raggiunto un’intesa sul futuro del paese; Ankara è l’attore più ambiguo del conflitto siriano e per Mosca era stato un successo portarla dalla propria parte. Poi è avvenuto l’attacco chimico e le carte sono cambiate. «Ogni volta che abbiamo un momento in cui la comunità internazionale dà prova di unità, c’è qualcuno che prova a minare quel senso di speranza producendo un senso di orrore e indignazione»; così si espresse, qualche tempo fa, l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura e le sue parole fanno riflettere.

In una società di massa, per ricorrere alla guerra il potere deve suscitare il consenso della popolazione. Riflettendo sulla prima guerra mondiale, il francese Georges Demartial osservò che ciò non era tanto difficile: bastava «mobilizzare le coscienze» con una campagna di demonizzazione del nemico. Parigi prima nascose che la mobilitazione tedesca era stata successiva a quella russa, poi vennero le voci di atrocità: i soldati tedeschi amputavano le mani ai bambini. Non c’erano prove, ma nei paesi dell’Intesa libri e cartoline ritraevano l’infamia dei bambini oltraggiati, un po’ come ora circolano immagini dei bambini di Douma. Concludeva Demartial: «l’avvento della democrazia, da cui uomini come Kant si aspettavano l’eliminazione della guerra, ha dunque avuto come unico risultato di aggiungere la menzogna alla guerra» (La guerre de 1914: comment on mobilisa les consciences).

Ancora oggi una campagna di demonizzazione del nemico è più che sufficiente, tanto più che la guerra la fanno militari di professione, in terre lontane. Così si esprimeva Trump da candidato: Many Syrian ‘rebels’ are radical Jihadis. Not our friends & supporting them doesn’t serve our national interest. Stay out of Syria! Per il Trump presidente, invece, Assad è un «animale» che agisce per puro sadismo, proprio come i soldati del Kaiser. Dunque è inopportuno chiedersi cui prodest l’attacco chimico. «Gli Stati non hanno amici ma solo interessi», disse De Gaulle, ma l’indignazione impedisce di chiedersi quali siano gli interessi di Washington, Londra o Parigi: nel discorso pubblico Assad è il cattivo, tanto basta a legittimare un attacco.

Eppure l’indignazione è un’emozione passeggera; nessuno sostiene più che l’Iraq abbia importato democrazia, né che Sarkozy e compagni abbiano destrutturato la Libia per disinteressato spirito umanitario. Esiste un’interessante letteratura sulla fabbrica dell’indignazione e relative guerre umanitarie, che offre una rassegna dei casus belli ad uso mediatico*. Le armi chimiche dell’Iraq, le fosse comuni di Gheddafi, l’esportazione della democrazia sono solo gli ultimi esempi di un lungo elenco che forse, un giorno, includerà anche l’attacco chimico su Douma.

In Siria è di nuovo destino manifesto

L’attacco a guida americana della seconda settimana di aprile rappresenta un caso studio ideale delle contrastanti pulsioni sottese alla politica estera di Washington. Gli eventi che lo hanno determinato, pur nella loro peculiarità, sono affini ad altre situazioni in cui gli Stati Uniti hanno fatto prevalere di volta in volta l’interventismo o l’isolazionismo.

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Se è vero che la Casa Bianca di Trump è, per molti versi, un unicum nella storia a stelle e strisce, il bivio tra arroccamento sulle questioni domestiche e volontà di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza attraversa l’intera storia americana. Il bilanciamento tra pulsioni centripete e propensione all’azione esterna è il fulcro della politica estera della superpotenza, come argomentato da Kissinger nel suo “Ordine mondiale”.

Nell’intricato contesto siriano si ripropone, pertanto, un’annosa diatriba, che oppone due ben diverse impostazioni della politica estera, figlie, a loro volta, di cui interpretazioni differenti del ruolo degli Stati Uniti nel mondo e, ancor di più, del loro “senso” nel mondo. Un dibattito senza vincitori né vinti, per il momento, suscettibile anzi di protrarsi ed evolvere nei decenni a venire. Prova ne siano le argomentazioni di Ian Bremmer nel suo “Superpower”, che presenta prove convincenti a suffragio di ciascuna di queste idee, lasciano al lettore l’ultima parola su quale sia la più adeguata agli Stati Uniti di oggi. Diffusa e radicata è l’idea di un Paese che, seppur naturalmente difeso dalla geografia -e quindi potenzialmente immune da minacce immediate alla sua sopravvivenza- non può esimersi dall’intervenire laddove i principi di libertà, autodeterminazione e democrazia siano posti a repentaglio. Libertà e democrazia all’estero per preservare la stessa condizione in patria. E’, questo, il destino manifesto di un Paese che nel cui codice genetico è sancita l’indispensabilità (la celebre nazione necessaria di Madeleine Albright); una simile sensibilità attraversa trasversalmente lo scacchiere politico interno di Washington, frantumando i confini che dividono i due schieramenti, su alcuni temi in modo marmoreo e invalicabile. Pur da sempre presente, questa pulsione trova avversari agguerriti quando si scontra con una realtà internazionale in cui agiscono attori che perseguono finalità opposte rispetto a quelle degli Stati Uniti, in teatri remoti dove gli interessi diretti di Washington non sono concretamente minacciati. Tale pare essere, ad esempio, il contesto siriano. Perché, si chiedono i critici, intervenire in un Paese mediorientale piagato da una guerra civile da cui un dittatore antiamericano sta emergendo vincitore? Un Paese che si avvia verso una ricostruzione lunga e travagliata, ma i cui dividendi spetteranno ad altri, in primis Russia e Iran?

Le due visioni contrapposte sono entrambe, paradossalmente, presenti nella politica siriana della Casa Bianca: da un lato, infatti, il Presidente ha inteso rispettare gli impegni con i suoi elettori, promettendo un disimpegno dal teatro operativo; dall’altro, ha voluto ricordare al mondo intero che gli Stati Uniti non abdicano al ruolo di tutore dei principi cardine della convivenza internazionale (tra i quali il divieto di utilizzo di armi chimiche sui civili), in linea con il principio della “pace attraverso la forza” esposto nella Strategia per la Sicurezza Nazionale del 2017.  Certo, è chiara la volontà di marcare la differenza rispetto al suo predecessore, ingaggiandolo proprio sul terreno della difesa dei diritti umani – dove Obama dovrebbe giocare in casa – e ricordando le mancate sanzioni per il superamento della “linea rossa”, ancora le armi chimiche, nel 2013. Ciò non toglie però che al cuore dell’attacco della Casa Bianca in Siria vi sia un solo apparentemente contraddittorio “idealismo realista” (che non a caso la Strategia per la Sicurezza Nazionale definisce “principled realism”). Idealismo, perché Washington ricorda all’opinione pubblica globale che, anche a decine di migliaia di chilometri dai suoi confini, è pronta a punire i riottosi verso i principi cardine dell’umanità. Realista, perché l’intervento è stato architettato in modo da non esacerbare le già elevate tensioni con gli avversari, inquadrandosi per di più in un più generale contesto di disimpegno dal terreno, e a costi sostenibili agli occhi dei contribuenti americani.

Il dipanarsi della crisi nel prossimo futuro è incerto, e molto dipenderà anche dall’atteggiamento dei molti attori coinvolti. Ciò che è certo sarà il riproporsi di un dibattito che, a seconda del suo vincitore, determina effetti di lungo periodo non solo negli Stati Uniti e in Siria, ma in tutto il mondo: Washington resta, infatti, la sola superpotenza globale.

Le ragioni strategiche dello strike americano sulla Siria

Quali sono le ragioni profonde che hanno indotto gli Stati Uniti a optare per lo strike sulla Siria in tempi così rapidi dopo l’attacco chimico di Duma?

Le ragioni strategiche dello strike americano sulla Siria - Geopolitica.info

Come spiegato da Alessandro Colombo in “Tempi decisivi”, le crisi svolgono la funzione di svelare le verità che si celano all’ombra del confronto tra gli stati. Il bombardamento ordinato dalla Casa Bianca, oltre alla volontà punitiva nei confronti di Bashar al Assad, è sembrato volto più che altro alla ricerca di un effetto “smascheramento”. L’obiettivo, per il momento, è stato ottenuto.

A essere smascherati sono stati, anzitutto, i reali rapporti di forza tra l’America e i suoi rivali strategici. Nonostante la diatriba sul numero dei missili tomahawk intercettati dai russi, è emerso ancora una volta che quando i nodi della politica internazionale vengono al pettine e si passa dalla guerra “sotto altre forme” al ricorso diretto alla violenza nessuno – neanche Mosca – è nelle condizioni di sfidare Washington. La sostanziale passività della Russia, inoltre, svela il fatto che il suo impegno in Siria non abbia quale suo obiettivo prioritario né la salvezza del regime baathista, né la lotta allo Stato Islamico, ma la preservazione delle sue posizioni strategiche a Tartous e Latakia. D’altro canto, viene svelato anche il peso specifico in campo militare dell’Iran. Il contributo di Teheran è stato determinante per la riconquista di alcune importanti città siriane, ma risulta ininfluente quando dalla dimensione terrestre dei combattimenti si passa a quella aerea. Infine, il bombardamento lancia un monito a Damasco. Riafferma, infatti, la disponibilità degli americani al ricorso alla forza quando le “linee rosse” tracciate da Washinton vengono superate, a differenza di quanto accaduto nell’estate del 2013 con l’Amministrazione Obama. Questa dimostrazione potrebbe dissuadere per il momento Assad a realizzare la riconquista del settore nord-est della Siria in mano alle milizie curde.

Il secondo “smascheramento” riguarda i rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati. Il sostegno fornito da Gran Bretagna e Francia, da un lato, rafforza ulteriormente la special relationship tra Washinton e Londra, una scelta obbligata per Downing Street dopo la Brexit; dall’altro, evidenzia il nuovo corso dei rapporti tra la Casa Bianca e l’Eliseo, al di là delle differenze personali di stile e cultura politica di Trump e Macron. Allo stesso tempo mette a nudo la verità rispetto a due alleati come Israele e Turchia, che negli ultimi anni hanno assunto posizioni quanto meno ambigue nei confronti della Russia. Sia Gerusalemme che Ankara hanno assunto pubblicamente una posizione favorevole allo strike, che resterà da vedere se potrà modificare il corso delle loro relazioni con Mosca.

Dalla prospettiva italiana, invece, almeno per una volta l’assenza di un governo con “pieni” poteri sembra essere una fortuna (a dispetto di quanto dichiarato dal presidente della Repubblica Mattarella). L’interesse dell’Italia è quello di evitare la degenerazione dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa, che metterebbe in crisi l’equilibrismo politico che vuole Roma da sempre alleata di Washington, ma con ottimi rapporti con Mosca, per compensare la sua debolezza in sede europea. Un ulteriore peggioramento delle relazioni tra le due potenze ci costringerebbe a una scelta, che non è difficile immaginare sarebbe quella del campo occidentale qualunque sia il nuovo esecutivo. Ma, per l’appunto, il governo ancora non si è formato e l’Italia si può permettere il lusso di non decidere.

Si alzano i venti di guerra: la situazione in Siria

Escalation in vista nel Mediterraneo siriano: Trump è deciso a colpire la Siria dopo l’attacco chimico a Duma. Londra e Parigi pronte a sostenere la decisione di Washington, così come l’Arabia Saudita. La Russia fa sapere di non tollerare nessun attacco alla Siria, stesso dicasi per l’Iran e per il Libano. Venti di guerra soffiano sulla costa siriana, la situazione è in continuo aggiornamento.

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Nella giornata di oggi un tweet del presidente Donald Trump ha annunciato un possibile attacco americano contro la Siria, previsto oramai da tutti i media internazionali nelle prossime ore. Nel tweet, Trump, ha risposto ai diplomatici russi che in precedenza avevano affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarebbe stato intercettato dalle forze di difesa russe: il presidente americano ha parlato di un attacco “nice, new and smart”, e accusato la Russia di sostenere l’ “animale” Assad. Inoltre ha rincarato la dose, sostenendo che le relazioni con Mosca sono più tese persino rispetto alla Guerra Fredda.
Macron e Theresa May hanno già fatto sapere a Trump che sono pronte a sostenere Washington in un attacco contro Damasco, e lo stesso ha fatto il leader saudita Bin Salman, di recente in visita a Parigi dove ha incontrato il presidente Macron.

Sul fronte opposto lo speaker del parlamento libanese ha annunciato che qualsiasi attacco alla Siria avrà delle conseguenze, sulla stessa riga di quanto annunciato da diversi diplomatici russi. L’ambasciatore di Mosca in Libano, Alexander Zasypkin, ha infatti dichiarato: “se ci sarà un raid degli americani, in linea con le dichiarazioni di Putin e Gerasimov (il capo di stato maggiore russo, ndr), i missili e i lanciatori da cui sono partiti saranno abbattuti”, parole che hanno scatenato il tweet di oggi di Trump.
L’Iran ha fatto sapere che nessun attacco alla Siria cambierà la politica militare della Repubblica Islamica nel territorio arabo, mentre da Damasco sostengono che l’attacco americano era ampiamente previsto e scontato.

Lo scenario delle forze militari presenti nel Mediterraneo siriano è in piena evoluzione.
Al momento la maggiore unità di superficie è rappresentata dal cacciatorpediniere americano USS Donald Cook, armato con missili Tomahawk, che si trova a circa un centinaio di chilometri dalla costa siriana. Il cacciatorpediniere ha lasciato Cipro nelle scorse ore, accompagnato dalla fregata francese Aquitania, anch’essa presente nelle acque siriane e che nella giornata di ieri è stata pericolosamente avvicinata da due caccia russi.
Dal porto di Norfolk, in Virginia, è salpata la portaerei Truman, che raggiungerà le acque del Mediterraneo entro una settimana, in vista di una potenziale azione militare prolungata. Dalla Spagna la USS Porter raggiungerà le acque siriane, le stesse da dove lo scorso hanno ha lanciato 59 Tomahawk contro obiettivi militari di Damasco, insieme alla USS Carney, anch’esso di stanza in Spagna. Potrebbero raggiungere il Mediterraneo anche le navi d’assalto Iwo Jima e USS Labon, impegnate nei giorni in scorsi in esercitazioni militare presso Gibuti.
Gli Stati Uniti inoltre possono contare sulla base navale Manana in Bahrein, dove ha sede il Comando della componente navale di CENTCOM e la Quinta Flotta dell’US Navy, sulla grande base di Al Udeid in Qatar, sede dei comandi avanzati di CENTCOM, e sulla base aerea di Al Dhafra negli Emirati, usata in maniera permanente anche dall’esercito francese. Insieme ai francesi gli Stati Uniti dispongono della base militare di Muwaffaq Salti, in Giordania. La Francia dispone inoltre di una base navale ad Abu Dhabi.
Il Regno Unito può contare sulla base Hms Juffair, nel porto di Mina Salman nel Bahrein, e sulla base Akrotiri a Cipro.

La Russia, come noto, dispone di diversi basi in territorio siriano: le principali sono quella navale di Tartus, quella aerea di Humaymim e quella di Latakia. La fregata Grigorovich è stata richiamata nel Mediterraneo e attraccherà a Tartus, stessa sorte per la nave da guerra Filchenkov e per il sottomarino Novgorod.
In Siria Mosca può contare su circa cinque batterie di S-400, il sistema difensivo più potente tra le forze russe, dispiegate attorno alla base di Tartus, e altrettante batterie di S-300, dispiegate intorno alle principali installazioni militari siriane, oltre che alla capitale Damasco. L’aviazione russa ha di stanza in Siria circa  cinquanta Su-30, Su-34 e Su-35, nei pressi della base di Latakia.
Inoltre tutta la flotta del Mar Nero russa è in stato di massima allerta, pronta a rispondere a qualsiasi attacco in 24 ore, stando a quanto riferito da alti ufficiali della Federazione russa.
L’aviazione siriana, ha, di contro, spostato i suoi jet da guerra nelle zone centrali della Siria, per proteggerle da eventuali strike statunitensi che come primi target cercherebbero di colpire l’arsenale militare di Damasco.
Anche l’Iran si prepara alla scontro in territorio siriano, e Teheran ha mandato uno dei principali consiglieri di Khamenei, Ali Akbar Velayati, a Damasco per dirigere le operazioni.

Nella giornata di ieri si sono segnalate azioni di disturbo russe nei confronti di droni da ricognizione, non armati, statunitensi. Episodi che hanno comportato un rallentamento delle preparazioni delle attività militari americane. Fattore importante quest’ultimo, in quanto potrebbe sottolineare l’effettivo progresso delle attività di hacking da parte dell’esercito russo, come già visto nello scenario ucraino. Una nuova dimensione bellica, ancora da scoprire, sulla quale la Russia può contare su un alleato di tutto rispetto come l’Iran.

Il corridoio sciita dell’Iran verso il Mediterraneo: tra mito e realtà

I diversi conflitti nati dopo la parentesi delle primavere arabe hanno cambiato la fisionomia della Medio Oriente, e hanno permesso all’Iran di incrementare la propria posizione nella regione. In Siria, in Iraq, nello Yemen e in Libano la Repubblica Islamica nell’ultimo decennio ha massimizzato il proprio potere, ed ha gettato le basi per concretizzare il noto arco di influenza che da Teheran arriva al Mediterraneo, creando diversi campanelli di allarme a Washington e trai principali alleati statunitensi nella regione. Ma quanto è prioritario l’accesso al Mediterraneo per l’Iran?

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Si dà ormai per scontato che gli scenari che viviamo tutt’ora in Medio Oriente siano frutto delle primavere arabe, e che l’arco di crisi partito dalla Tunisia nel 2011 sia inesorabilmente arrivato a colpire il cuore del mondo arabo con il conflitto siriano e quello yemenita. In realtà gli sconvolgimenti nella regione mediorientale iniziano da molto prima, con la Rivoluzione iraniana del 1979 che ha causato il primo grande cambiamento di rotta, portando la nuova Repubblica Islamica a intraprendere una serie di rinnovamenti nella politica estera che hanno influenzato il futuro del Medio Oriente. Un’altra causa principale dell’attuale situazione regionale è senza dubbio l’intervento statunitense in Iraq e il conseguente rovesciamento del regime di Saddam Hussein, che ha dato il via all’acuirsi dello scontro settario, ma principalmente politico, tra gli sciiti e i sunniti. I conflitti attuali in Medio Oriente sono il frutto e la conseguenza di diversi fenomeni politici, non riconducibili semplicisticamente ai tumulti iniziati nel Nord Africa nel 2011. Quel che è certo, però, è che l’Iran è stato in grado di approfittare dei recenti conflitti, prima in Iraq, poi in Siria e nello Yemen, per massimizzare la propria influenza in quattro capitali della regione, riuscendo ad esercitare un notevole ruolo su alcuni tra i principali stati arabi e dimostrando di essere pienamente uscito dalla fase di impasse nella quale era caduto a seguito della guerra con l’Iraq.

L’Iran, come noto, fa parte dei cosiddetti “stati canaglia” per gli Stati Uniti, e di conseguenza una sua scalata ai vertici del potere mediorientale mette in allerta Washington e i suoi principali alleati regionali. Negli ultimi anni si è dato risalto, i termini negativi, alla cosiddetta “Land Route to the Mediterranean”, cioè un corridoio sciita che da Teheran arrivi sino al Mediterraneo, grazie a porzioni di terreno controllate dall’esercito iraniano o da milizie alleate. Una delle tesi più accreditate, che vede l’Iran aumentare notevolmente la capacità di deterrenza nei confronti del principale nemico regionale, Israele, e un accesso facile al Mediterraneo. Ma quanto è reale questo obiettivo per l’Iran?

Per provare a rispondere a questo quesito è necessario stilare un elenco dei principali obiettivi strategici che la Repubblica Islamica persegue per mantenere i propri interessi vitali, per capire quanto sia prioritario il completamento della rotta verso il Mediterraneo.

  • L’obiettivo primario per Teheran, al quale nessun governante può rinunciare, è il controllo della popolazione interna. E’ la principale fonte di preoccupazione per l’establishment, qualunque sia l’estrazione politica-religiosa. Il controllo della popolazione interna, con una grande attenzione per le minoranze etniche, è fondamentale per il mantenimento dello status quo. I cambiamenti politici nel corso degli ultimi due secoli in Iran sono avvenuti in seguito a grandi manifestazioni di piazza, e le manifestazioni viste a cavallo tra dicembre 2017 e gennaio 2018 (per quanto caratterizzate da una matrice economica), sono un campanello d’allarme per il governo iraniano che non può essere sottovalutato. Le divergenze etniche, inoltre, sono da sempre un pericolo per la tenuta interna del paese, essendo fortemente influenzabili da potenze esterne. Nonostante la parte centrale del paese sia costituita principalmente da abitanti di etnia persiana, sui confini si trovano importanti minoranze. Le più pericolose per la stabilità di Teheran sono quelle formate da arabi e curdi: i primi, che si trovano nel Khuzestan, sono posizionati in una porzione di terreno ricca di giacimenti di petrolio e in passato sono stati fonte di instabilità per il governo centrale iraniano. Per i secondi, i curdi, che rappresentano circa il 7% della popolazione, l’Iran nutre un sentimento di avversione storico, dovuto alle reminiscenze della guerra con l’Iraq, quando i curdi iracheni si unirono a Saddam nella lotta con Teheran. Inoltre, nel nuovo corso iracheno, i curdi hanno guadagnato importanti concessioni dal punto di vista dell’autonomia, e hanno accresciuto esponenzialmente il proprio profilo militare. Queste dinamiche hanno influenzato i vicini curdi iraniani, che negli ultimi anni si sono contraddistinti nella ricerca di autonomia, volta a conservare la propria cultura non-persiana. Il controllo capillare della regione curda è quindi fondamentale per la tenuta del paese, e offre il pretesto per espandere le maglie del controllo oltre i confini iracheni.
  • Il secondo obiettivo da perseguire, per l’Iran, è quindi collegato al primo: il controllo dei territori a nord-est di Baghdad. La provincia di Diyala è la porzione di terreno dove maggiormente è presente il ruolo dell’Iran, ed è usata come base per proiettare l’influenza su tutto il confine iracheno-iraniano. Diverse cittadine, come Basijii, sono sotto il controllo di milizie sciite legate a doppio giro con Teheran. Il controllo di rotte stradali che partono da Diyala accrescono l’influenza iraniana sulla regione e mettono pressione alla provincia curda irachena. Un fattore importante, che mette in sicurezza tutto il confine occidentale dell’Iran.
  • Un obiettivo iraniano che si è chiaramente visto negli ultimi anni è quello del mantenimento di un regime amico a Damasco, che possa garantire gli interessi iraniani nel territorio siriano. L’Iran si è impegnato nella battaglia a fianco di Assad, contro le formazioni di estrazione sunnita che minacciavano la tenuta stessa del regime, viste da Teheran come proxy dei paesi sunniti che avevano l’interesse nel far decadere il regno alawita degli al-Assad. In Siria sono presenti numerose sacche di influenza iraniana, tramite diramazioni dirette delle Guardie della Rivoluzione (specialmente sul confine iracheno-siriano) o milizie sciite vicine all’Iran, che forniscono a Teheran un peso notevole sul futuro del paese.
  • Fondamentale per l’Iran è integrare sempre più Hezbollah nella vita politica del Libano, per influenzare ancor di più le decisioni di Beirut. Inoltre la presenza di Hezbollah nel sud siriano, oltre che libanese, fornisce una costante funzione di deterrenza nei confronti di Israele.
  • Controllo delle zone occidentali dello Yemen tramite la miliiza degli Houthi, oramai a controllo di larghe porzioni della capitale Sanaa. Questa strategia porta all’Iran tre diversi potenziali vantaggi: un peso specifico sulla futura ricostruzione politica yemenita; un fattore di instabilità nel confine meridionale dell’Arabia Saudita, che si vede costretta ad impegnarsi in un conflitto che rischia di deteriorarla militarmente (sono ormai costanti gli attacchi tramite missili balistici degli Houthi contro postazioni petrolifere nel sud del regno saudita o contro la capitale); il potenziale controllo, anche se indiretto, dello stretto di Bab el-Mandeb, che congiunge il Mar Rosso con l’Oceano Indiano e importantissimo dal punto di vista commerciale.
  • Il mantenimento del controllo dello stretto di Hormuz, strategica gola del Golfo Persico, fondamentale via commerciale per il traffico del petrolio mondiale. Nonostante sia considerato al pari di un atto di guerra, l’Iran ha minacciato diverse volte di chiudere lo stretto di Hormuz, e può usare questa carta sul tavolo delle trattative internazionali, oltre che nel consolidare la propria influenza nella regione mediorientale.
  • Sviluppo del programma missilistico: l’aumento dei fondi destinati al programma dell’ultimo anno confermano la volontà dell’establishment iraniano di perseguire il consolidamento della capacità missilistica. Diversi analisti militari giudicano l’arsenale balistico di Teheran il più completo e avanzato della regione. Oltre alla varietà di missili a breve e medio raggio, che garantiscono un importante sistema di difesa per il paese, e accrescono la capacità di deterrenza sullo stretto di Hormuz, nel settembre del 2017 l’Iran ha testato un missile nominato Khorranshahr, una versione iraniana del nord coreano Hwasong-10, con una gittata di oltre 2000 chilometri, dimostrando di poter colpire i principali nemici nella regione: Israele e Arabia Saudita.

Per concludere, il corridoio sciita rappresenta, più che un accesso al Mediterraneo, un insieme di zone di influenza che l’Iran può sfruttare per condizionare le decisioni politiche dei paesi vicini. La cosiddetta “rotta per il Mediterraneo” va inquadrata in questo senso: un aumento del già forte soft power in scenari di forte instabilità nel mondo arabo. Un corridoio che quindi non avrà l’utilità di portare armi ai proxy iraniani nella regione: la rotta preferita per il trasporto di armi da parte di Teheran è da sempre quella aerea. Anche prima del conflitto siriano la via aerea è stata la più utilizzata dalla Repubblica Islamica per raggiungere le diverse milizie, passando per Damasco: stessa modalità utilizzata anche nel pieno del conflitto e tutto lascia pensare che il metodo continuerà ad essere lo stesso. Una via terrestre, per quanto possa a livello teorico congiungere Teheran con il Mediterraneo, è difficilmente difendibile da eventuali rappresaglie di cellule e milizie sunnite, ed è intercettabile dalle forze statunitensi nell’area: le vie di rifornimento sarebbero troppo allungate, ed il tempo e i costi per il trasporto maggiormente elevati. Inoltre nulla lascia pensare che all’Iran interessi una via di accesso al Mediterraneo: andrebbe standardizzata una dottrina militare che sembra voler continuare a perseguire la strada della difesa asimmetrica, che tanti risultati ha dato nell’ultimo decennio alla Repubblica Islamica. L’Iran continuerà ad investire la maggior parte del budget per la difesa nelle Guardie della Rivoluzione, e difficilmente un accesso al Mediterraneo può portare reali benefici in termini militari al paese.
La rotta per il Mediterraneo, il corridoio sciita, sono quindi una serie di zone cuscinetto che permettono all’Iran di rafforzare la propria difesa, espandendo i confini e identificando determinate zone strategiche come fondamentali per la propria sicurezza nazionale. Una Siria alleata e una maggiore presa sulla politica di Baghdad tramite l’esportazione del modello Hezbollah in Iraq, utilizzando le milizie sciite che si sono enormemente rafforzate sui campi di battaglia e ormai pronte a convertirsi in veri e propri movimenti politici, sono gli imperativi da perseguire per l’Iran: una strategia di influenza che si sovrappone perfettamente al corridoio sciita che Teheran ha costruito nel tempo.