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Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

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La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.

Il Grande Gioco in Medio Oriente: gli scenari

L’era di Trump è attenzionata da molti analisti per il definitivo disimpegno degli Stati Uniti dalla “palude” mediorientale, in continuazione con quanto fatto dall’amministrazione Obama. Il Medio Oriente, però, continua a rientrare nella dialettica del tycoon, che ha ancora diversi affari da risolvere per salvaguardare gli interessi americani nella regione.

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Il Piano di Pace
Nel corso di una manifestazione avvenuta pochi giorni fa in West Virginia, Donald Trump è tornato a parlare del famoso piano di pace per il Medio Oriente, “l’accordo del secolo” che aveva promesso all’inizio del suo mandato. Secondo quanto detto, che al momento sono per lo più dichiarazioni estrapolate da un discorso generico, dopo le concessioni fatte a Israele culminate dal simbolico spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, ora sarebbe arrivato “il turno dei palestinesi”. Non è un segreto che l’amministrazione Trump lavori insieme all’Arabia Saudita e all’Egitto per la realizzazione di un processo di pace che avrebbe del clamoroso: torna quindi in auge il piano saudita del 2002, che prevedeva la nascita di uno Stato Palestinese nelle zone della Cisgiordania e di Gaza. Una possibilità che non deve essere scartata, e che potrebbe essere stata concordata con gli stati arabi durante le trattative precedenti allo spostamento dell’ambasciata.  Nel frattempo il leader di Hamas, Haniyeh, nonostante abbia preventivamente bocciato un eventuale accordo con gli Stati Uniti, ha aggiunto che l’intesa con Israele, avvenuta tramite la mediazione dell’Egitto, è vicina: intesa che comporterebbe la fine del blocco di Gaza e la fine delle violenze registrate negli ultimi due mesi al confine con Israele.

Sanzionare il Sultano
Nel frattempo l’amministrazione Trump ha un’altra, non meno spinosa, problematica da risolvere: i rapporti con la Turchia di Erdogan. Nelle ultime settimane, e Trump non ne ha fatto mistero scrivendolo a chiare lettere su Twitter, le relazioni tra i due paesi hanno raggiunto uno dei punti più bassi. Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare la Turchia a seguito del mancato rilascio del pastore americano Andrew Brunson, in carcere dal 2016 perché accusato di essere coinvolto nel colpo di stato contro Erdogan. Le sanzioni americane sono arrivate in tre fasi: il 1° agosto sono state introdotte nei confronti del ministro degli Interni e della Giustizia turchi; il 10 agosto gli Stati Uniti hanno raddoppiato i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dalla Turchia, e il 13 agosto hanno comunicato l’interruzione della fornitura degli F-35. La Turchia da parte sua ha risposto con il congelamento di alcuni beni americani nel paese, e introducendo alcuni dazi su beni importati dagli Stati Uniti, ma ha registrato un crollo della valuta locale che ha messo in allarme Erdogan.
Le sanzioni americane contro Ankara, che hanno come pretesto la detenzione ritenuta ingiusta del pastore Brunson, vanno in realtà inquadrate in una prospettiva regionale: Trump vuole inserire a tutti i costi la Turchia nell’asse anti iraniano che sta costruendo dall’inizio del suo mandato. Non è un caso che le prime sanzioni siano state introdotte dopo che, a fine luglio, il governo turco aveva annunciato di volere salvaguardare le relazioni commerciali con la Repubblica islamica, definendo inappropriate le sanzioni varate dagli Usa contro Teheran. Direttamente da Cipro, il ministro degli esteri Cavasoglu aveva ufficialmente dichiarato che la Turchia non avrebbe rispettato le misure sanzionatorie decise da Washington contro l’Iran.
Questo ha comportato la brusca interruzione dei rapporti tra l’amministrazione Trump ed Erdogan, ed ha spinto il “sultano” nelle braccia della Russia e della Cina, seguendo una convergenza di interessi che si stava verificando già da tempo in territorio siriano. Il crollo della valuta turca, a seguito delle sanzioni Usa e della perdita di fiducia degli investitori internazionali, ha spinto la Turchia a chiedere aiuto al vicino russo e a Pechino. Nel grande gioco mediorientale, questi nuovi rapporti ed aiuti economici potrebbero portare ad un’evoluzione del conflitto siriano, con Erdogan che potrebbe accettare la perdita di Idlib (roccaforte ribelle che da quasi due anni è sotto protezione turca). L’esercito siriano, sostenuto da Iran e Russia, sta preparando l’offensiva verso quest’ultima grande sacca di resistenza al potere di Damasco: Erdogan non può permettersi l’apertura di un nuovo fronte in una situazione così delicata nel proprio paese, e sa bene che difficilmente troverà appoggi occidentali data la “guerra economica” in corso con gli Stati Uniti.

Condanna a morte e scontro settario
Ad alimentare lo spettro dello scontro settario c’è la delicata situazione in Arabia Saudita, attore centrale nei piani di Trump per il futuro equilibrio mediorientale: da giorni tiene banco la vicenda legata alla giovane attivista sciita Israa al-Ghomgham, che partecipò alle grandi proteste anti-governative del 2011, e che di conseguenza potrebbe essere condannata alla pena di morte. Si trova in carcere dal 2015 con il marito e altre tre persone, tutte accusate di aver manifestato e incitato alla protesta. Secondo Human Rights Watch i cinque imputati non sono accusati di alcun crimine violento, ma Israa al-Ghomgham rischia la condanna a morte, ed è stata giudicata dalla Corte penale saudita specializzata in terrorismo. Le proteste del 2011, che hanno coinvolto la regione orientale dell’Arabia Saudita, popolata da sciiti, sono state interpretate da Riad come un tentativo dell’Iran di mobilitare la minoranza sciita per destabilizzare il paese. Un’eventuale condanna a morte, che sarà decisa il 28 ottobre, potrebbe rappresentare un monito per l’Iran, al pari della condanna a morte dell’Imam sciita Al Nimr nel gennaio del 2016, che scatenò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e numerose proteste nel paese. Una situazione che rischia di infiammare ancora di più i rapporti tra i due stati rivali, in competizione per l’egemonia nella regione.

Il ritorno di Al Baghdadi e l’Isis 2.0
In questo scenario di instabilità, si inserisce il ritorno del Califfo dell’Isis Al-Baghdadi, che il 22 agosto ha rilasciato un audio di 55 minuti, dal titolo Give Glad Tidings to the Patient. Secondo le Intelligence arabe e occidentali la voce sarebbe effettivamente quella di Al-Baghdadi, e all’interno dell’audio diversi riferimenti a episodi di politica internazionale recenti (come le divergenze tra Stati Uniti e Turchia), avvalorano la tesi che vede il Califfo vivo e pronto a riprendere il controllo delle milizie sopravvissute sul terreno. La situazione militare di quello che rimane dello Stato Islamico è disastrosa: poche roccaforti sparse in Siria e in Iraq, prevalentemente assediate e pronte ad essere liberate dall’assalto degli eserciti regolari. Per questo Al-Baghdadi, come scrive sull’HuffPost Nabil El Fattah, grande esperto di islam radicale, ha lanciato l’ordine per la nascita di una sorta di Isis 2.0. Più simile ad Al Qaeda che allo Stato Islamico originale -fatto di ministeri, tassazione e controllo del territorio-, il nuovo “califfato” avrà come orizzonte ideologico la jihad globale. Per questo Al-Baghdadi esorta i miliziani ancora fedeli a resistere nelle “terre dell’Islam”, e a condurre attentati con esplosivi e di grande impatto, mentre invita le cellule e i lupi solitari (i “leoni feroci”) presenti in Occidente a colpire per terrorizzare la popolazione, tramite attacchi con armi bianche ed auto. Un fattore, questo, che aumenterà l’attenzione delle Intelligence occidentali sul fenomeno dei foreign fighters di ritorno dagli scenari di guerra, che potrebbero essere spinti ad agire tramite il nuovo comunicato. Comunicato che, d’altro canto, rappresenta un problema anche per il fragile processo di ricostruzione in Siria e in Iraq, minato dalla nuova minaccia di Al-Baghdadi.

Lo scenario mediorientale, come sempre, rimane estremamente fluido e intriso di instabilità nonostante i principali conflitti militari che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni si siano attenuati. Sono diversi i fronti, dalla situazione israelo-palestinese alla sopita ma perenne guerra multidimensionale tra Iran e Arabia Saudita, passando per le tensioni tra Stati Uniti e Turchia, che possono minacciare un’evoluzione pacifica della regione. La Russia oramai è pienamente entrata nel grande gioco del Medio Oriente, approfittando del vuoto lasciato dagli Stati Uniti, e nonostante le dichiarazioni del disimpegno dalla Siria, Mosca continua a tirare le fila della situazione siriana, ed avrà un ruolo primario nella campagna di Idlib. La Cina continua a rimanere attenta osservatrice delle dinamiche, interessata ai diversi aspetti economici della ricostruzione dei territori martoriati dalla guerra e alla futura architettura energetica e commerciale dell’area.
L’intero sistema regionale sta mutando nella ricerca di nuovi equilibri, e il Medio Oriente continua a sembrare una polveriera pronta ad esplodere.

Putin, Trump e il futuro della Siria

Il 16 luglio, a Helsinki, si terrà l’importante incontro tra Putin e Trump. Diversi i temi caldi sul tavolo: dal commercio alla situazione in Ucraina, passando per il delicato scenario mediorientale. Proprio la Siria sembra essere uno dei principali nodi da sciogliere: il ruolo dell’Iran, le perplessità di Israele e il futuro di Assad.

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Donald Trump potrebbe insistere sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria: è una promessa di disimpegno che ha spesso sostenuto in campagna elettorale, in piena continuità con l’amministrazione precedente, e anche dopo l’ultimo raid condotto con gli alleati britannici e francesi in territorio siriano, la portavoce di Trump si è affrettata a dire che il progetto di ritiro delle truppe non era mai stato messo in dubbio.
E’ proprio di questo che si parlerà a Helsinki, come ipotizza Frederic Hof, ex consigliere del Dipartimento di Stato per la transizione in Siria: il presidente americano è intenzionato a riportare a casa i 2000 militari dislocati nel nord est del paese arabo. Sarebbe l’affermazione di una vittoria di Assad, e la consegna della ricostruzione del paese alla Russia, che al contrario della controparte statunitense è decisa a mantenere le sue basi in Siria.

Il disimpegno statunitense è chiaramente un campanello d’allarme per Israele, che tramite i suoi alti funzionari a più riprese ha dichiarato di non tollerare la presenza di uomini iraniani in Siria, specialmente a ridosso dei propri confini. Negli ultimi due mesi si sono intensificati raid e operazioni israeliane contro obiettivi della Repubblica Islamica in territorio siriano. Netanyahu ha fatto presente a Putin, nei vari incontri tra i due presidenti, che pretende la smobilitazione iraniana in Siria: un’ipotesi tutt’altro che semplice, dato che da Teheran hanno ribadito che rimarranno nel paese sino a che ne verrà fatta richiesta da Assad.
La soluzione che potrebbe accontentare entrambe le parti, con l’importante ruolo di mediatore svolto da Putin, è quella di creare un corridoio di 80 km a ridosso nei confini israeliani libero da uomini e milizie che rispondo a Teheran. Una sorta di zona cuscinetto, monitorata da Israele e sulla quale Putin non interferirebbe se, a fronte di mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran, l’aviazione israeliana decidesse di colpire le installazioni della Repubblica Islamica presenti nel corridoio.
Per l’Iran potrebbe essere un punto di incontro non così sconveniente da accettare per diversi motivi: prima di tutto avrebbe conseguito il suo interesse principale, cioè il mantenimento al potere di Assad, e quindi di un alleato di ferro nella regione; in seconda battuta verrebbe incontro a richieste di parti della società civile interna che chiedono un disimpegno dell’Iran dalla Siria; inoltre manterrebbe la sua presenza, strategicamente più importante per la propria sicurezza, nella zona orientale dell’Iraq. In più una pacificazione reale della Siria permetterebbe all’Iran di investire nella ricostruzione di Damasco, con le aziende di Teheran che sembrano aver ricevuto priorità nei futuri investimenti.

Una ulteriore conseguenza del disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria è il ricongiungimento tra i curdi dello Ypg e l’esercito siriano. Il ritiro delle truppe statunitensi ha scatenato timore tra le fila dello Ypg, che rischia di essere esposto senza protezione all’ingombrante presenza turca. Per questo nelle ultime settimane ci sarebbero stati diversi incontri, a Damasco, tra membri dell’establishment siriano ed esponenti curdi. Ci sarebbe già un accordo di massima tra le parti, con il reinserimento dei combattenti dell’Ypg tra le fila dell’esercito regolare e una maggiore rappresentanza curda nella futura struttura politica della Siria. Al contrario i principali posti di frontiera sul confine iracheno e turco, al momento controllati dai curdi, torneranno sotto il controllo dell’esercito regolare.

In un contesto instabile come quello siriano, l’eventuale uscita di scena di una superpotenza genera dei vuoti che saranno colmati. La Russia di Putin si può consacrare come principale potenza garante del paese arabo per guidarne una transizione politica e una riappacificazione interna, e svolgere un ruolo di mediazione tra le potenze regionali. L’incontro di Helsinki può rappresentare un’opportunità storica per tentare di arrivare a una risoluzione di un conflitto che dura da troppo tempo.

Il Partito Sociale Nazionalista Sirano nella Guerra Civile Siriana

Il Partito Sociale Nazionale Siriano (PSNS) fa parlare ancora di sé.Nato nel 1932 in risposta all’istituzione delle tutele mandatarie in Libano (1920-1943) e in Siria (1920-1946), dopo la caduta dell’Impero Ottomano avvenuta alla fine della Prima Guerra Mondiale, è passato attraverso la formazione di due Stati-nazioni indipendenti e separati, Repubblica del Libano e Repubblica araba di Siria e le rispettive guerre civili. Oggi è uno dei principali attori nella guerra civile siriana.

Il Partito Sociale Nazionalista Sirano nella Guerra Civile Siriana - Geopolitica.info

Il Partito Sociale Nazionale Siriano

Il Partito Sociale Nazionale Siriano (PSNS), attualmente uno degli attori più attivi nella guerra civile siriana, ha partecipato e continua a partecipare attivamente, alternando fasi di clandestinità a fasi di legalità, alla vita politica Libanese e Siriana. Fondato nel 1932 da Antun Saadé, il Partito Sociale Nazionale Siriano si definisce ‘nazionalista siriano’: infatti inneggia alla riunificazione della Grande Siria nei suoi confini naturali – Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania, la parte ovest dell’Iraq, la parte sud della Turchia e l’isola di Cipro- attraverso la formazione di uno stato laico unitario e transnazionale. Tre sono i suoi principi fondamentali: la riforma radicale della società attraverso la sua secolarizzazione, la disciplina autoritaria e la realizzazione della Grande Siria.

Attualmente il PSNS ha una diffusione territoriale differenziata. Non esiste più nei Territori Palestinesi, in Irak non ha mai realmente trovato una base sociale, mentre in Giordania, nonostante faccia parte della coalizione I’tilaf, solo a partire dalla crisi siriana del 2012 ha potuto realmente reclutare membri.

Il partito si è impegnato a più riprese in una taqiyya (dissimulazione) di natura ideologica, adottando molteplici ‘sovraidentità’ ovvero il pansirianismo pragmatico, il patriottismo locale, la retorica di sinistra fino ad arrivare al panarabismo. Il PSNS in Siria è diviso in tre rami – PSNS Centrale, PSNS Intifada e l’ Ala di Rinascimento Nazionale Sociale – e la guerra e le realtà miliziane hanno dato nuovo vigore alle due correnti principali.

Il Partito e la Guerra Civile

A fronte delle prime manifestazioni popolari del marzo 2011, onda lunga delle Primavere Arabe, il PSNS si è diviso sull’atteggiamento da tenere con il regime. Dall’inizio dei disordini in Siria, nessun membro PSNS centrale ha partecipato alle manifestazioni contro il regime, organizzando persino delle contro-manifestazioni pro Asad, alzando bandiere siriane e pubblicizzando degli eventi pubblici nei qual sostenevano il governo siriano e l’esercito siriano. Al contrario il PSNS Intifada, scese in piazza per manifestare invocando la caduta del regime.

Il PSNS centrale fa da riferimento alla milizia delle Aquile del Tornado che dal 2012 collabora attivamente con l’Esercito regolare siriano negli scontri contro i ribelli al regime e le forze jihadiste intervenute nel conflitto Siriano. I membri del partito, libanesi e siriani, di tutte le fedi, sul campo nelle operazioni militari sono stimati a 80000, distribuiti nei distretti di Home, Idlib, Aleppo, Lattaquiè, Suwayda e nella periferia di Damasco.

Fedele alla dottrina di Saadé il PSNS si trova a combattere affianco di un regime, quello di Bachar al-Asad, per evitare con la sua caduta il protrarsi della guerra e la ‘libanizzazione’ della Siria. La guerra civile siriana, infatti, è interpretata dai membri del partito come un tentativo di dividere non solo la Siria ma l’Iraq e il Libano lungo linee etnico-settarie.

Hassan Sakr, capo del dipartimento per gli affari esteri del Partito riferisce che “la guerra in Siria non è una lotta tra il governo e l’opposizione, ma piuttosto una guerra contro la Siria stessa, che divide il paese e lo fa tornare al Medio Evo”[1].

Il regime, molto indebolito ha affidato, al braccio armato del PSNS, come ad altre milizie alleate, la sicurezza di alcune città dopo che sono stati cacciati i ribelli oppositori al regime. Lungo le strade principali di tutte le città in cui la milizia del PSNS ha combattuto e vinto sono appese bandiere del partito e attaccati al muro poster che inneggiano al partito e rappresentano i martiri che hanno perso la vita combattendo.

Oggi il PSNS non ha solo uno stretto rapporto con Assad, ma anche con il partito Ba’ath, concordando con la visione reciproca per la Siria, che attualmente è orientata a stabilizzare lo stato siriano e la coesione della società siriana. Il partito è anche in una posizione di forza negoziando accordi di riconciliazione con i ribelli attraverso il ministero di Ali Haidar, leader del partito e ministro della riconciliazione.

Di recente, inoltre, una delegazione composta da tre membri del SSNP ha tenuto colloqui con il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca. Ali Haidar ha lavorato a stretto contatto con il Centro di coordinamento russo di Hmeimim come una squadra, per rafforzare le riconciliazioni locali in tutta la Siria. Tanto che dei combattenti delle Aquile del Tornado hanno ricevuto medaglie d’eccellenza dal Ministero della Difesa russo. Ulteriori prove della crescente alleanza tra l’SSNP e un altro potere con influenza sugli affari della Siria, come la crescente amicizia con Hezbollah.

Comprendendo l’amicizia intima delle parti con Hezbollah (che in tal modo tiene conto in Iran), e ora la Russia nell’equazione, oltre ad agli alleati interni, il Partito Socialista Siriano (SSNP) si trova in una posizione favorevole durante questo momento critico della storia della Siria.

 

Iranian Great Game in Syria: Strategy and Interests

The new Syria that is being reconfigured in these days will be the point of fracture from which the new Middle East will arise, from which the Russian Federation, the People’s Republic, and even the United States will no longer be marginalized. Those who think, today, of a repetition of the Cold War on the banks of the Euphrates are mistaking. Moscow in no case wants the expulsion of the US from the Middle Eastern quadrant but only their reduction in rank.

Iranian Great Game in Syria: Strategy and Interests - Geopolitica.info Hassan Rouhani, current Iran's president (cr. Jason Alden/Bloomberg via Getty Images)

Another important actor in the Syrian crisis, it can only be Iran.

The Tehran-Damascus alliance

The alliance between Iran and Syria is a historical constant. A strategic axis since 1979, the year of the Iranian Revolution.It is a privileged relationship that revolves around three factors: hostility towards Israel, the counter-balancing of Western influence in the Middle East and the containment of revanchist Sunnism.

The role of Iran has long been deepened in relations with Syria. In 1980, Syria was the only Arab country to line up with Tehran in the war against Saddam Hussein’s Iraq, providing them with weapons and materials, ground-to-air missiles and anti-tank rockets, also empowering Iranian aviation pilots to land in Syrian bases in case of emergency. Last but not least, he trained groups of Kurdish-Iraqi dissidents.In return, he received oil at bargain prices and, later, know-how for the chemical weapons program. History teaches that the Damascus-Tehran axis is very similar to an iron pact. Difficult to crack in the future.

In the Syrian crisis, the spheres of influence and geographical maps are redrawn. In an increasingly probable partition of Syria into spheres of influence, Iranian projects are far-sighted. And Teheran is investing his best brains there. Otherwise the continued presence on the front of Major General Qassem Suleimani, number one of the Quds forces would not be explained otherwise. The man responds directly to the Supreme Leader of the Revolution, Ali Khamenei.

It is often very early to galvanize Syrian, Iraqi, Afghan, Pakistani Shia militias and the ubiquitous Hezbollah, which has lost a third of its men in the fighting in recent years.

Iranian aid to Syria

But what is actually the Iranian contribution to Syria? Since 2011, Teheran immediately went to the aid of the Syrian ally, put in trouble by the first internal sediments. The Ministry of Intelligence and Security (VEVAK) already had listening and interception centers in the north-east of the country and near the Golan. He monitored the situation in the framework of the mutual defense treaty with Syria, providing crucial help both in terms of public security and intelligence. When the situation plummeted, at the beginning of 2011, Mohammed Nasif Kheirbek, a man of the Assad clan and of national intelligence, offered himself as an intermediary with the Iranians.

He promoted the creation of a set of storage and arsenal warehouses at Latakia airport, where the Russians nowadays. The mission was successful, because the industrial complex of the IEI (Iranian Electronic Industry), a defense contractor, immediately activated, transferring precious materials to the Syrian General Intelligence Directorate: from radio-frequency disturbers to field jammers, for a value of no less at 3 million dollars.

The IEI is also active in the space field, so much to produce the series of observation satellites Fajr (50 kg), one of which launched two years ago.

Iranian experts began shuttling with Damascus to form anti-rebellion units and provide surveillance know-how for telephone and computer networks.

There is a kind of general rule in the Iranian organization, because usually the Ministry of Intelligence and Security provides information, logistical support and transmissions; the pasdaran do the work on the “field” and the Quds forces deals with the most daring and violent operations. The Revolutionary Guardians have a long experience of counter-insurgency operations.

The most experienced men, from the hottest provinces of the country, have been sent to the Assad court. When Damascus began to lose ground to the north and east, in the summer of 2012, Teheran punctuated its defenses in the central and southern reduced.

He helped Assad train new military units and train the old ones.

Between 2011 and 2012, Iran has also started the formation of groups of Shiite militia, with a twofold aim: to balance the disintegration of the Syrian military apparatus, strengthening its mass of maneuver, and guaranteeing a stable force in the event of overthrow of the Assad regime. According to some US experts, the National Defense Force (Syrian military group organized by the government of President Bashar al-Assad) was wanted and trained by members of the Pasdaran and Hezbollah. It is about 50-70,000 men, mainly Shiite Syrians and Alatiti.

It even pays wages, which range from 100 to 160 dollars per month, depending on the grade. He also mobilized former Iraqi Shiite militiamen and formed the Abu Fadl al-Abbas brigade first, followed by several others.

Even the notorious Hezbollah brigades in Iraq, the fighters of Asa’ib Ahl al-Haqq and the irregulars of the Badr militia passed to action, receiving orders, weapons and equipment from Tehran, which guaranteed the regime motivated men and an indispensable logistic support, by air. The Pasdaran have also recruited new fighters among Afghan refugees in Iran.

The operation was so successful that already in mid-2014, an entire “Afghan” brigade was reported in Syria, with a core of 2,500-4,000 men, also foraged with Iranian salaries of 500 dollars a month. Many militiamen today are proud to fight for the pasdaran or the Lebanese Hezbollah, rather than for Assad.

Hezbollah in Syria

It is not clear how many Lebanese Shiite militiamen are in the theater: estimates range from 2,000 to 4,000, including reservists. Which would equate to about a quarter of the movement’s availability. Each zone of Hezbollah operations has an independent command. The operatives would act within multinational units, including pasdaran, members of the Quds force and other militia, coordinated with the regime’s regular units and the Russian advisers. But there is an exception, along the Lebanese border, where Hezbollah responds to no one and moves independently, not so much to protect the Shiite populations, but rather to preserve the transit corridors of Iranian weapons.

Since 2000 at least, the Pasdaran have used the Syrian platform for arms transfers to Hezbollah. With the ongoing conflict, the air route has become the safest and has supplanted the land and sea routes. Commercial companies also collaborate in the “air bridge”: Iran Air, Mahan Air and Yas Air transport fighters, ammunition, rockets, cannons and anti-aircraft.

Iranian military aid in Syria

In the hundreds and so of commercial aircraft, military cargo is added: at least 3 Antonov An-74 and 2 Ilyushin Il-76. The traffic is intense. Teheran brings replacement parts for the T-72 MBTs, Falaq-2 rockets, Fateh-110 missiles, 120 mm howitzers, 107 mm rocket launchers, jeeps and other vehicles into Syria. Iranian technicians also contributed to the realization of the chlorine bombs, repeatedly used by the regime loyalists.

Thanks to videos on Youtube, we have seen Iranian drones repeatedly fly over Idlib, Homs, Damascus and Aleppo: reconnaissance UAVs like the Mohajer 4, the Ababil-2, the Mirsad-1, the Shahed 129 and the Yasir. Most of the funds for the maintenance of the Syrian air fleet in Russia also come from Teheran. A mix of aid that is added to Russian support.

Conclusion

Since December 2013, Syrian sources have said that Iran’s commitment to the Syrian conflict has cost at least six billion US dollars each year, while other Western sources assume even double financial support.

It is probable, according to multiple sources, that the most relevant clashes in Syria will cease at the end of this year 2018. The small clashes between the various ethnic groups and therefore among their external referents will probably not end yet. but the bulk of armed actions will certainly cease, now the areas of influence have stabilized. The first thing that stands out is that, despite everything, the forces of Bashar al-Assad have won.

Of course, neither Assad nor Russia alone has the strength to rebuild the country.The game will be really hard when it comes to the time of reconstruction. The most important future lever of external influence will once again be the Syrian Arab Republic.

Russia and Iran already hold the majority of reconstruction contracts, while they will acquire the vast majority of the public sector, to repay the military expenses they incurred to maintain the Assad regime.The World Bank estimates the cost of reconstruction to 250 billion. Other evaluations, less optimistic, but more realistic, think that the Syrian national reconstruction reaches up to 400 and even 600 billion US dollars.

Six years after the outbreak of the conflict, in 2011, the great diaspora of Syrian businessmen met in Germany at the end of February 2017. From there the Siba, Syrian International Business Association was founded.

With regard to the great Syrian reconstruction, Russian, Iranian and Chinese governments are already active and have already secured the largest contracts in the sectors of hydrocarbons, minerals, telecommunications, real estate construction and electricity grids.

Returning to Iran, and to the reconstruction phase of Syria, Mohammad Bagheri, Chief of Staff of the Iranian armed forces announced his intention to build a naval base on Syrian territory. This is to control the sea in front of Lebanon, creating a further cause for concern for neighboring Israel and beyond. The idea of ​​an Iranian presence at a strategic point like the adjacent waters Beirut might not like Putin, which has its own base at Tartus, a true Russian outpost in the Mediterranean.

Other sources close to Ayatollah Khamenei, on the other hand, speak of a possible base, even submarine, in an even more western area, between Cyprus or some Greek islands of the Dodecanese. In both cases the immediate effect would be a rise in tension throughout the Middle East area.

Iran has never hidden on the other hand that its goal, with its participation in the war in Syria, is to dominate the region on the border with Israel to better keep the Jewish state in check.Now one last consideration: the development of the Iranian missile program. The increase in funds for the last year program confirm the willingness of the Iranian establishment to pursue the consolidation of missile capacity. Several military analysts judge Tehran’s most complete and advanced ballistic arsenal in the region. In addition to the variety of short and medium-range missiles, which guarantee an important defense system for the country, and increase the deterrence capacity on the Strait of Hormoz, in September 2017 Iran tested a missile named Khorranshahr, an Iranian version North Korean Hwasong-10, with a range of over 2000 kilometers, proving to be able to hit the main enemies in the region: Israel and Saudi Arabia.

Che fine ha fatto lo Stato islamico ?

Un autentico black out mediatico, politico e militare sembra interessare da diversi mesi lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Quella che fino ad un anno fa era ancora considerata la più temuta organizzazione terroristica del mondo, sembra essere diventata oggi una reliquia della nostra storia recente.

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Questo atteggiamento di sottovalutazione è al contempo sbagliato e dannoso perché l’ISIS non è stato affatto sradicato dal teatro siro-iracheno, in cui sta, al contrario, dando segni di preoccupante vitalità.

Ad oggi (fine marzo del 2018), lo Stato islamico occupa militarmente poche aree della Siria: è presente nei sobborghi meridionali della capitale Damasco (Yarmuk , Hajar al-Aswad), nelle alture del Golan al confine con Israele, in una vasta area semidesertica orientale del paese (nei pressi di Albukamal  ed Al Mayadeen ) e in alcune zone di confine con l’Iraq poste tra Hasakah e Deir Ez Zur. È probabile che una sacca di combattenti dell’ISIS fuggiti dalla provincia di Hama in seguito ad un’operazione condotta dalle truppe lealiste a febbraio abbia trovato un (molto precario) rifugio nella provincia di Idlib, già in mano a gruppi ribelli ostili. Ciò che rimane oggi sotto il controllo diretto del califfato è dunque ben poca cosa rispetto a quanto posseduto fino a due anni fa: quattro o cinque sacche di resistenza prive, peraltro, di continuità territoriale. Eppure, capitalizzando ancora una volta debolezze ed errori dei suoi nemici, l’ISIS non è soltanto sopravvissuto (ri)trasformandosi senza apparenti problemi in un’entità insurrezionale capace di colpire con rapidi e sanguinosi attacchi hit and run (soprattutto in Iraq), ma è anche riuscito recentemente a compiere vere e proprie offensive ai danni dell’esercito siriano . Qualche esempio: nel solo mese di marzo quattro province irachene (Kirkuk, Anbar, Salahuddin e Ninive) sono state teatro di diversi attentati ed attacchi che hanno provocato la morte di almeno 70 tra militari e uomini delle Al Hasd al Sha’abi sciite. A pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Damasco un’offensiva condotta da miliziani dello Stato islamico partita dal sobborgo di Yarmuk ha addirittura conquistato un intero quartiere (Qadam) provocando la morte di almeno 60 soldati siriani: sembra surreale dirlo ora, ma risponde a verità il fatto che lo Stato islamico è, ad oggi, diventato  padrone di buona parte della periferia sud della capitale siriana. Nei pressi dell’Eufrate e del confine con l’Iraq, un’incursione armata dell’ISIS partita dalla badia desertica in cui i suoi uomini hanno trovato rifugio ha messo a durissima prova la capacità di resistenza delle truppe lealiste lì dislocate provocando comunque un centinaio di vittime. E’ da evidenziare infine come lo Stato islamico sembri pianificare le proprie operazioni differenziandole in base alla situazione politico militare in cui si trova ad agire: nei contesti in cui il nemico manifesta un miglior controllo del territorio come l’Iraq si prediligono feroci attacchi terroristici “stile Zarqawi”, dove invece la situazione è di vera e propria guerra, come in Siria, si opta senz’altro per l’attacco militare finalizzato alla conquista.

La sopravvivenza dello Stato Islamico nel Siraq è dovuta sostanzialmente a due fattori:  La manifesta incapacità dell’esercito siriano di operare offensive su diversi fronti a causa dell’endemica penuria di affidabili unità d’assalto. Ciò provoca la necessità di scegliere accuratamente il settore in cui concentrare tali reparti tralasciando gli altri. Quando, nel corso dello scorso anno, le unità dell’esercito lealista ripulirono dall’ISIS la vasta zona posta ad occidente del fiume Eufrate trascurarono di rastrellare le zone desertiche poste al di fuori degli assi di avanzamento perché subito interrotti dall’impellente necessità di intervenire presso un altro fronte. Eppure, proprio dalle sabbie di questo deserto sono emersi i jihadisti che hanno provocato la morte di un centinaio di soldati lealisti nella zona di Al Mayadeen e della stazione di pompaggio T-2 nelle ultime settimane.

Il secondo motivo che consente la sopravvivenza dello Stato islamico sia in Siria che in Iraq sta nella sua capacità di trarre sostentamento da una serie di attività illegali gestite spesso in joint venture con elementi di spicco delle società locali in grado di garantire, in cambio di lucrosi guadagni, protezione e sostegno ai guerriglieri del califfo.
Date queste premesse, quali potrebbero essere le prospettive future? Molto dipenderà dal decorso del conflitto siriano. Se i colloqui di Astana portassero all’effettiva spartizione del paese, un quadro di maggiore tranquillità nel paese permetterebbe senza dubbio l’eradicazione militare delle ultime sacche di resistenza territoriale dello Stato islamico; una situazione di minor conflittualità generale (ma di generalizzata insicurezza e povertà) uniformerebbe però con ogni probabilità i rami siriano ed iracheno dell’organizzazione in una medesima matrice più schiettamente terroristica e insurrezionale. Se, invece, la guerra di Siria dovesse continuare o addirittura peggiorare, è certo che lo Stato islamico troverebbe nuova linfa vitale per riemergere dalle macerie e conquistare nuovamente territori.

Armi chimiche e campagne mediatiche che preparano la guerra in Siria

Scene raccapriccianti sulle televisioni, appelli a salvaguardare un’umanità offesa, un’ondata di indignazione che scoraggia l’analisi razionale. Damasco era già stata accusata di attacchi chimici nel 2013: l’attacco Usa fu evitato all’ultimo momemento. Poi il giornalista Seymour Hersh rivelò una versione differente degli eventi: erano stati i ribelli a usare armi chimiche, per fornire un pretesto all’intervento americano. Nel 2017 Damasco venne di nuovo accusata (e bombardata) da Washington; Hersh smentì ancora una volta la versione ufficiale.

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Non è semplice verificare cosa succede in Siria; ci si potrebbe però chiedere perché l’esercito siriano dovesse ricorrere ad armi chimiche contro avversari già in rotta. Da quando Mosca è intervenuta direttamente, l’esercito siriano ha ripreso Palmira, Aleppo, Deir Ezzor; si apprestava a riprendere Ghouta. Grazie al sostegno degli alleati russi e iraniani, Damasco stava vincendo la guerra. Pochi giorni fa, inoltre, Russia, Turchia e Iran avevano raggiunto un’intesa sul futuro del paese; Ankara è l’attore più ambiguo del conflitto siriano e per Mosca era stato un successo portarla dalla propria parte. Poi è avvenuto l’attacco chimico e le carte sono cambiate. «Ogni volta che abbiamo un momento in cui la comunità internazionale dà prova di unità, c’è qualcuno che prova a minare quel senso di speranza producendo un senso di orrore e indignazione»; così si espresse, qualche tempo fa, l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura e le sue parole fanno riflettere.

In una società di massa, per ricorrere alla guerra il potere deve suscitare il consenso della popolazione. Riflettendo sulla prima guerra mondiale, il francese Georges Demartial osservò che ciò non era tanto difficile: bastava «mobilizzare le coscienze» con una campagna di demonizzazione del nemico. Parigi prima nascose che la mobilitazione tedesca era stata successiva a quella russa, poi vennero le voci di atrocità: i soldati tedeschi amputavano le mani ai bambini. Non c’erano prove, ma nei paesi dell’Intesa libri e cartoline ritraevano l’infamia dei bambini oltraggiati, un po’ come ora circolano immagini dei bambini di Douma. Concludeva Demartial: «l’avvento della democrazia, da cui uomini come Kant si aspettavano l’eliminazione della guerra, ha dunque avuto come unico risultato di aggiungere la menzogna alla guerra» (La guerre de 1914: comment on mobilisa les consciences).

Ancora oggi una campagna di demonizzazione del nemico è più che sufficiente, tanto più che la guerra la fanno militari di professione, in terre lontane. Così si esprimeva Trump da candidato: Many Syrian ‘rebels’ are radical Jihadis. Not our friends & supporting them doesn’t serve our national interest. Stay out of Syria! Per il Trump presidente, invece, Assad è un «animale» che agisce per puro sadismo, proprio come i soldati del Kaiser. Dunque è inopportuno chiedersi cui prodest l’attacco chimico. «Gli Stati non hanno amici ma solo interessi», disse De Gaulle, ma l’indignazione impedisce di chiedersi quali siano gli interessi di Washington, Londra o Parigi: nel discorso pubblico Assad è il cattivo, tanto basta a legittimare un attacco.

Eppure l’indignazione è un’emozione passeggera; nessuno sostiene più che l’Iraq abbia importato democrazia, né che Sarkozy e compagni abbiano destrutturato la Libia per disinteressato spirito umanitario. Esiste un’interessante letteratura sulla fabbrica dell’indignazione e relative guerre umanitarie, che offre una rassegna dei casus belli ad uso mediatico*. Le armi chimiche dell’Iraq, le fosse comuni di Gheddafi, l’esportazione della democrazia sono solo gli ultimi esempi di un lungo elenco che forse, un giorno, includerà anche l’attacco chimico su Douma.

In Siria è di nuovo destino manifesto

L’attacco a guida americana della seconda settimana di aprile rappresenta un caso studio ideale delle contrastanti pulsioni sottese alla politica estera di Washington. Gli eventi che lo hanno determinato, pur nella loro peculiarità, sono affini ad altre situazioni in cui gli Stati Uniti hanno fatto prevalere di volta in volta l’interventismo o l’isolazionismo.

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Se è vero che la Casa Bianca di Trump è, per molti versi, un unicum nella storia a stelle e strisce, il bivio tra arroccamento sulle questioni domestiche e volontà di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza attraversa l’intera storia americana. Il bilanciamento tra pulsioni centripete e propensione all’azione esterna è il fulcro della politica estera della superpotenza, come argomentato da Kissinger nel suo “Ordine mondiale”.

Nell’intricato contesto siriano si ripropone, pertanto, un’annosa diatriba, che oppone due ben diverse impostazioni della politica estera, figlie, a loro volta, di cui interpretazioni differenti del ruolo degli Stati Uniti nel mondo e, ancor di più, del loro “senso” nel mondo. Un dibattito senza vincitori né vinti, per il momento, suscettibile anzi di protrarsi ed evolvere nei decenni a venire. Prova ne siano le argomentazioni di Ian Bremmer nel suo “Superpower”, che presenta prove convincenti a suffragio di ciascuna di queste idee, lasciano al lettore l’ultima parola su quale sia la più adeguata agli Stati Uniti di oggi. Diffusa e radicata è l’idea di un Paese che, seppur naturalmente difeso dalla geografia -e quindi potenzialmente immune da minacce immediate alla sua sopravvivenza- non può esimersi dall’intervenire laddove i principi di libertà, autodeterminazione e democrazia siano posti a repentaglio. Libertà e democrazia all’estero per preservare la stessa condizione in patria. E’, questo, il destino manifesto di un Paese che nel cui codice genetico è sancita l’indispensabilità (la celebre nazione necessaria di Madeleine Albright); una simile sensibilità attraversa trasversalmente lo scacchiere politico interno di Washington, frantumando i confini che dividono i due schieramenti, su alcuni temi in modo marmoreo e invalicabile. Pur da sempre presente, questa pulsione trova avversari agguerriti quando si scontra con una realtà internazionale in cui agiscono attori che perseguono finalità opposte rispetto a quelle degli Stati Uniti, in teatri remoti dove gli interessi diretti di Washington non sono concretamente minacciati. Tale pare essere, ad esempio, il contesto siriano. Perché, si chiedono i critici, intervenire in un Paese mediorientale piagato da una guerra civile da cui un dittatore antiamericano sta emergendo vincitore? Un Paese che si avvia verso una ricostruzione lunga e travagliata, ma i cui dividendi spetteranno ad altri, in primis Russia e Iran?

Le due visioni contrapposte sono entrambe, paradossalmente, presenti nella politica siriana della Casa Bianca: da un lato, infatti, il Presidente ha inteso rispettare gli impegni con i suoi elettori, promettendo un disimpegno dal teatro operativo; dall’altro, ha voluto ricordare al mondo intero che gli Stati Uniti non abdicano al ruolo di tutore dei principi cardine della convivenza internazionale (tra i quali il divieto di utilizzo di armi chimiche sui civili), in linea con il principio della “pace attraverso la forza” esposto nella Strategia per la Sicurezza Nazionale del 2017.  Certo, è chiara la volontà di marcare la differenza rispetto al suo predecessore, ingaggiandolo proprio sul terreno della difesa dei diritti umani – dove Obama dovrebbe giocare in casa – e ricordando le mancate sanzioni per il superamento della “linea rossa”, ancora le armi chimiche, nel 2013. Ciò non toglie però che al cuore dell’attacco della Casa Bianca in Siria vi sia un solo apparentemente contraddittorio “idealismo realista” (che non a caso la Strategia per la Sicurezza Nazionale definisce “principled realism”). Idealismo, perché Washington ricorda all’opinione pubblica globale che, anche a decine di migliaia di chilometri dai suoi confini, è pronta a punire i riottosi verso i principi cardine dell’umanità. Realista, perché l’intervento è stato architettato in modo da non esacerbare le già elevate tensioni con gli avversari, inquadrandosi per di più in un più generale contesto di disimpegno dal terreno, e a costi sostenibili agli occhi dei contribuenti americani.

Il dipanarsi della crisi nel prossimo futuro è incerto, e molto dipenderà anche dall’atteggiamento dei molti attori coinvolti. Ciò che è certo sarà il riproporsi di un dibattito che, a seconda del suo vincitore, determina effetti di lungo periodo non solo negli Stati Uniti e in Siria, ma in tutto il mondo: Washington resta, infatti, la sola superpotenza globale.