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Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online

«Una vittoria 100% sul Califfato» è la categorica affermazione di Trump twittata per annunciare il ritiro dei soldati americani dalla Siria. Nella stessa occasione, il presidente USA ha chiesto che Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei si «riprendano» e processino gli 800 combattenti dell’Isis catturati dai soldati americani in Siria, pena il loro prossimo rilascio.

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Procediamo con ordine.

Innanzitutto il ritiro delle truppe americane potrebbe portare a una situazione molto rischiosa per i curdi, principali fautori della sconfitta di Isis, i quali non avranno più la protezione USA su cui finora hanno potuto contare a sfavore della Turchia. Di fatto, per la Turchia, i curdi sono dei terroristi che attualmente controllano il 30 per cento circa della Siria (soprattutto il nord-est del Paese) in una porzione di territorio demarcata da Kobane, Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. La Turchia, aspira all’avvio di un’operazione anti-curda in Siria che potrebbe generare per Isis la vantaggiosa opportunità di riorganizzarsi grazie al ritiro dei suoi due principali nemici (USA e i curdi).

Isis, dal canto suo, negli ultimi due anni ha perso il controllo di quasi tutti i territori contro l’Iraq e contro l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli USA. Questo ha portato l’organizzazione a divenire, da Stato con un territorio ben delimitato, regole ed istituzioni proprie, una complessa rete di gruppi jihadisti che agiscono in autonomia secondo tecniche di insurgency imprevedibili e senza un’apparente logica.

Isis è cambiato, non sconfitto. E questo è dimostrato da almeno due elementi.

A ben vedere non sarebbe la prima volta che, non molto dopo l’annuncio della completa sconfitta dell’organizzazione, riemergano gruppi di jihadisti che sfruttano la debolezza del governo e l’abbandono da parte dei civili di intere aree che diventano terreno fertile per la loro riorganizzazione. Basti pensare alle metastasi qaediste ri-formatesi nel 1989, 1996 e 2001. Anche l’analista Hisham al Hashimi ha affermato che nonostante «il governo iracheno abbia fatto un buon lavoro dal punto di vista militare, non è riuscito a fare altrettanto nel portare stabilità» alle aree liberate, che, di fatto, sono rimaste alla mercé dell’Isis. Questa potrebbe rappresentare una prima causa della sua rinascita. Le stime sul numero di militanti Isis dispersi tra Siria e Iraq vanno da 20.000 a 30.000. Tra l’altro, cellule affiliate sono attualmente attive in Afghanistan, nelle Filippine meridionali, nella penisola del Sinai, in Egitto, in Libia senza contare le formazioni simpatizzanti presenti in Nigeria (Boko Haram), in Somalia, in Kenya.

Quello di Trump sembra piuttosto un tentativo di mettere pressione ai governi europei, specificando di non voler «vedere questi combattenti penetrare in Europa, dove si prevede che vadano» e cogliendo l’attimo per criticare il mancato intervento nella guerra, tutt’altro che finita, che ha distrutto la Repubblica araba: «noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare». Forse, però, si sta dimenticando che la strategia del terrorismo di matrice jihadista non si sottrae al paradigma conflittuale di una “guerra ibrida” (combattuta cioè, sia sul campo che online). A questa partecipano non solo soggetti attivi contendenti (organizzazione terroristica e Stato) e sponsor (registi occulti e finanziamenti necessari per condurre nel tempo prolungate attività terroristiche), ma anche attori interessati al suo ampliamento al fine di conseguire determinati obiettivi strategici, favorendo la sua ascesa a terrorismo internazionale.

La technowar non ha alcun tipo di regolamentazione dal momento che i suoi attori non sono statuali e per la maggior parte anonimi. Di fatto Isis ha trovato nell’ICT la pietra miliare della sua guerra, sviluppatasi lungo i fronti più eterogenei: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche, ambiente psicologico e politico favorevole per “fare” community. Ciò ha facilitato l’ascesa di uno jihadismo “autoctono” con una diffusa presenza sul web che ha permesso, oltre alla diffusione della propaganda, la creazione di una rete virtuale di contatti ideologicamente affini. La cosa interessante è che tale jihadismo risulta avere pochissimi legami con luoghi di culto presenti sul territorio (associazioni, moschee), divenuti piuttosto punti ostili per gli jihadisti, in quanto sotto controllo dalle forze dell’ordine.

Già nel 2016 da un rapporto di Europol intitolato ‘Cambiamenti nel Modus Operandi dell’Isis rivisitato’, emergeva il continuo aumento degli arresti e dei procedimenti giudiziari in tutta l’UE per reati legati al terrorismo di natura jihadista. Questa, da un lato, è la prova dell’elevata priorità assegnata alla lotta al terrorismo nelle forze dell’ordine e nel sistema giudiziario, dall’altro rappresenta la necessità di migliorare lo scambio di informazioni tra Paesi in quanto, fintantoché l’Isis rimarrà attivo in Siria e in Iraq, anche qualora sconfitto, continuerà con i tentativi di incoraggiare e organizzare attacchi terroristici nell’UE, supportato dal mercato nero, dal virtuale, dal deep web. Ed è questo il secondo elemento che favorisce la regolare presenza seppur non obbligatoriamente fisica, dello Stato Islamico, «nei cuori e nelle menti» dei suoi seguaci.

In merito ai foreign fighters presenti soprattutto nelle prigioni curde, catturati durante gli scontri tra curdi e Isis, sembra che ci sia difficoltà nell’individuazione di una collocazione idonea, in quanto, da un lato, i curdi dichiarano di non avere le risorse per mantenerli in Siria, dall’altro gli Europei, nel rispetto delle singole legislazioni nazionali, fanno fatica a riaccettarli e gli eventuali programmi di de-radicalizzazione risultano essere molto costosi soprattutto alla luce del risultato che difficilmente è possibile ottenere.

Non si può affermare con certezza cosa accadrà ai curdi a seguito del ritiro delle truppe Usa che hanno protetto fino ad oggi il Kurdistan siriano da eventuali attacchi da parte della Turchia. È evidente, però, che la questione dei foreign fighters presenti nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi caldi del 2019 a cui presteranno particolare attenzione molti Paesi del mondo, soprattutto quelli europei.

I nuovi squilibri visti dalla Lega araba

La sfortunata concatenazione di eventi che ha condotto, con un effetto domino apparentemente fuori controllo, dallo scoppio dei movimenti per la democrazia nei paesi arabi a cavallo fra la seconda metà del 2010 e la prima del 2011 agli effetti catastrofici degli ultimi 5 anni dimostra, per l’ennesima volta, decisive spaccature nelle relazioni fra i paesi protagonisti. I frutti avvelenati delle “Primavere arabe” nel medio termine sono ormai conclamati e riconosciuti dalla comunità internazionale, pertanto le prospettive a lungo termine non sono fra le più rosee.

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Fra gli esiti più inquietanti della sfortunata stagione di rivolte vi sono stati la catastrofe della Libia (organismo statale ormai imploso), la guerra in Siria ed il mostro del sedicente “Stato islamico” (ancora lontano dall’essere debellato del tutto in special modo nell’Iraq del nord), la devastante guerra civile dello Yemen e il ridimensionamento dell’influenza saudita col suo conseguente vuoto di potere.

A partire dal 2014 si sono aggiunti, agli effetti dell’instabilità politica, i concorrenti riflessi del crollo delle quotazioni del petrolio greggio che sono precipitate, dai massimi degli anni precedenti, a circa due terzi (dai 140$ al barile a meno di 100$). Gli effetti sugli stati arabi, molti dei quali tradizionalmente legati ad economie di rendita dalla vendita del greggio, sono stati notevoli. L’impatto è stato tale che alcuni analisti occidentali ritengono che i gruppi dominanti di molti stati arabi possano e debbano voltarsi verso una riconsiderazione del “contratto sociale” chiedendo alle popolazioni una maggiore partecipazione politica che vada a braccetto con una più attiva collaborazione alle voci produttive dell’economia. In Arabia Saudita ad esempio il dato crudo della crescita del PIL è stato fortemente ridimensionato nel 2016 quando si è ottenuta una crescita dell’1,7%. L’Arabia insomma si trova a fronteggiare un ridimensionamento del suo potere economico che si ripercuoterà sul tenore di vita, leva che la casa regnante ha da sempre utilizzato come contropartita alla limitazione della partecipazione politica dei suoi sudditi. Riad potrebbe quindi essere costretta, nel giro di pochi anni, ad accettare una più completa e attiva partecipazione politica dei suoi sudditi.

Il mondo arabo sembra quindi essere entrato, a partire dal 2011, in una spirale di incertezza, cambiamento e disordine lungi dall’essere risolta ed ancora immune agli interventi esterni. Di questa instabilità il sedicente Stato islamico e la guerra civile in Siria sono solo le punte più lampanti.

Fra le varie organizzazioni regionali che insistono nell’area interessata dall’instabilità figlia delle rivoluzioni del 2011 si erge la Lega araba quantomeno per longevità (questa è infatti stata fondata nel 1945) e peso specifico dei componenti. Gli stati della Lega tuttavia non sembrano aver mai intrapreso consistenti tentativi comuni, diretti e condivisi di soluzione della crisi, anzi, hanno continuato a perseguire le proprie politiche estere indipendenti e talvolta discordanti.

Nel meeting  della Lega araba del 2015, avvenuto a seguito della svalutazione del petrolio (che ebbe ricadute consistenti sull’economia dell’Arabia) e della fase peggiore, per il governo filo-arabo yemenita, della guerra civile, Riad riuscì ad imporre la propria esigenza di ritrovare una posizione egemonica (quantomeno nel campo della sicurezza). Gli eventi del 2014 nello Yemen, con la conquista di gran parte della capitale San’a da parte dei ribelli sciiti filo-iraniani, furono un duro risveglio per Riad, che si trovò impantanata in una situazione di emergenza creatasi a partire dalle rivolte del 2011. I sauditi compresero di poter ignorare la situazione o averne una contezza completa, ma trattarla solo parzialmente non avrebbe fatto che aggravare l’erosione della loro egemonia nell’area, ormai quasi completamente compromessa. La contromisura decisa nel vertice, ovvero la creazione di uno strumento antiterroristico islamico con sede a Riad e pronto a combattere la piaga della violenza estremista secondo le direttive della Lega, vide la luce in Arabia Saudita nel dicembre del 2015 sotto forma di un patto strategico militare denominato Coalizione militare islamica contro il terrorismo. La Coalizione, essenzialmente pensata per combattere il sedicente Stato islamico si è evoluta a strumento di lotta contro ogni forma di terrorismo ed estremismo per i paesi aderenti (41 stati a maggioranza islamica).

Nel 2016, anno in cui il vertice della Lega venne tenuto in Mauritania, la lotta all’ISIS era ancora argomento d’urgenza, assieme alla necessità di rinunciare all’ingerenza extra-regionale e di riappropriarsi del contrasto agli estremisti. L’allora Primo ministro egiziano fu uno dei primi fra i rappresentanti convenuti a cercare un’unione sul comune approccio alla lotta allo Stato islamico ma scarsi furono i risultati della sua istanza se la Coalizione che ha affrontato ed affronta il problema dal punto di vista militare è stata sinora solo quella a guida statunitense, con coordinamento diretto o semplicemente tattico (come nel caso della Russia) di altri stati estranei all’area. Al contempo la Coalizione militare islamica non è invece stata impiegata in qualsivoglia teatro rimanendo, di fatto, un comando costruito sulla carta e non ancora testato.

Durante il summit del 2017 l’argomento più ingombrante sul palcoscenico è stato, insieme alla questione della guerra in Siria, la questione palestinese (per la quale si auspicava la ripresa dei dialoghi basandosi sul progetto della creazione dei due stati con zone confinarie antecedenti a quelle della guerra del 1967). Riguardo alle operazioni militari per la liberazione dei territori siriani e iracheni dai guerriglieri dello Stato islamico, a seguito dell’importante offensiva intrapresa dalla Coalizione occidentale nell’ottobre del 2016 per la liberazione dell’area di Mosul, si prendeva atto della consolidata presenza militare occidentale nell’area e si richiamava l’attenzione sugli aspetti umanitari della crisi.

In occasione del vertice del 2018, infine, le attenzioni sono state monopolizzate ancora dagli sviluppi della questione palestinese e dalla condanna dell’azione iraniana nella guerra civile in Yemen, ma senza azioni sostanziali.

Non sembra in definitiva che la Lega in sé abbia fronteggiato l’emergenza con iniziative consistenti ma pare invece che le politiche estere e di sicurezza degli stati membri differiscano oggi l’una dall’altra, come ormai prassi consolidata almeno a partire dagli anni Ottanta. Un esempio lampante di questo stato dei fatti è l’accordo raggiunto negli ultimissimi giorni dell’anno scorso per i bombardamenti aerei iracheni sulle postazioni dei guerriglieri del sedicente “Stato islamico” in territorio siriano senza preventiva autorizzazione di Damasco. L’intesa, raggiunta con gli auspici delle forze della Coalizione per ottenere una copertura di fuoco aereo al ritiro delle truppe USA dalla Siria testimonia un diverso approccio alla problematica dell’ISIS rispetto, ad esempio, all’Egitto (che preferirebbe ancora coordinare le azioni con una coalizione araba).

La Lega in sostanza rimane essenzialmente immobile perché da una parte l’Arabia Saudita ne vorrebbe influenzare pesantemente le scelte, dall’altra gli altri partecipanti preferiscono evitare coinvolgimenti con la politica estera sempre più spinta dei sauditi a partire dal 2011 ed ancor più dal 2014, come nel caso dell’intervento nella guerra civile in Yemen. Emblematico è il caso dell’Assemblea Nazionale del Pakistan che ha denegato la richiesta araba di intervento a fianco alle forze di Riad in Yemen nel 2015, pur caldeggiata dalla dirigenza delle forze armate di Islamabad.

Quanto avvenuto nella Lega araba a partire dal 2011 sino ai giorni nostri non è stato chiaramente degradato in secondo piano dal principale detrattore della politica estera araba nell’area: il governo di Teheran, che in più occasioni, come nel novembre del 2018 ha rimarcato l’inefficienza dell’organizzazione davanti al sedicente Stato islamico e la necessità di un diverso approccio basato sull’inclusione delle istanze sciite.

Di fronte alla stringente necessità di una nuova organizzazione sociale e ad una importante ristrutturazione economica per molti stati arabi, oltre che di una politica di sicurezza condivisa, sembra difficile trovare un equilibrio più stabile che non passi anche attraverso la parziale ricomposizione delle endemiche divergenze fra paesi musulmani. Una vera soluzione pare quindi lungi a venire.

Siria vs Libano: affinità, divergenze e possibili esiti fra due modelli di guerra civile

Da più parti si sente ripetere che la guerra civile siriana sta volgendo al termine, lo abbiamo scritto anche noi nel mese di Agosto. L’affermazione è di per sé vera, almeno nella misura in cui il regime Bashar al-Assad è sopravvissuto all’insurrezione determinata dall’insorgere della Primavera Araba nel 2011 e quindi alla nascita dello Stato Islamico. Oggi l’opposizione è confinata in poche zone, le province di Daraa nel sud e Idlib a nord e l’ISIS, oramai confinato nelle zone desertiche dello Syraq, sconfitto militarmente appare sulla difensiva. A completare il quadro vi sono poi le zone curde, oggi tatticamente alleate al regime di Damasco ma che fanno gola alla Turchia, soprattutto ora che gli USA si stanno disimpegnando.

Siria vs Libano: affinità, divergenze e possibili esiti fra due modelli di guerra civile - Geopolitica.info

Alla luce di ciò, è quindi corretto dire che la guerra sta terminando, Damasco è in sicurezza, Aleppo è stata liberata, addirittura si comincia a parlare di ricostruzione, tutti elementi positivi. Nonostante ciò, forse sarebbe più corretto affermare che “una” guerra sta terminando e che l’instabilità in Siria sta entrando in una fase nuova, così come avvenne per il Libano post Accordi di Ta’if del 1990.

Verso gli accordi di pace: la situazione attuale

Alla Siria oggi manca “solo” un accordo di pace, sponsorizzato dalle potenze vincitrici (Russia, Iran e Turchia, ovvero il gruppo di Astana) e avallato dagli USA in fase di disimpegno. Un remake della conferenza di Ta’if che vide la Siria nel ruolo di potenza vincitrice e pacificatrice del conflitto libanese. È ovviamente difficile dire se tale passaggio avverrà già in questo 2019, intanto si parla sempre più insistentemente di un re-ingresso della Siria nella Lega Araba (l’affiliazione siriana è sospesa dal 16 novembre 2011).

Tuttavia, ciò che rimane (e rimarrà) della Siria, è però tutt’altro che un paese unito, forse ancor meno di come si può dire unito il Libano attuale, il che peraltro è tutto dire. Vediamo perché:

  • il Kurdistan siriano nella migliore delle ipotesi (per al-Assad e per la Rojava), rimarrà sotto forma di una regione federata e a forte autonomia, nella peggiore cadrà sotto il controllo dei turchi;
  • le grandi città, Damasco, Homs e Aleppo in primis, erano e resteranno in mano ai clan urbani sunniti, cristiani e alawiti, tutti legati ad al-Assad;
  • le aree agricole fuori dalle grandi città, abitate da popolazioni rurali prevalentemente sunnite e ostili alla borghesia agiata delle città, strappate all’insurrezione ma non per questo pacificate, rimarranno aree instabili e pericolose;
  • le zone desertiche al confine con l’Iraq sono destinate a rimanere sotto il controllo dell’ISIS, in una modalità del tutto simile a quella applicata dai Talebani nelle zone remote dell’Afghanistan. In tali zone la guerra di logoramento continuerà per anni e sarà fortemente dipendente dagli aiuti e quindi dalla perdita di sovranità conseguente, a vantaggio dell’Iran;
  • la regione alawita, ovvero la fascia costiera che va dal confine turco a quello libanese, più alcuni quartieri di Damasco, rimarrà infine sotto il controllo di al-Assad e del suo clan, fatta esclusione (e non è poco), delle aree strategiche controllate dai russi (le basi di Tartus a sud e di Hmeimim a Latakia nel nord).

Al di là di ciò, la cosa forse ancora più preoccupante è che dopo otto anni di guerra, la frattura città ricca e campagna povera, ovvero ciò che ha provocato l’innesco iniziale della crisi, non solo non si è sanata ma addirittura vede un ulteriore inasprimento del sistema settario. Il settarismo siriano è andato modificandosi con il conflitto è ha assunto le caratteristiche di qualcosa di ancora più pericoloso.

Settarismo siriano e libanese a confronto

Il destino della Siria, così come per il Libano del post 1990, è quello di vedersi come un’unità esclusivamente geografica, ma fattualmente frammentata sia politicamente che settariamente. La realtà è che le fratture innescate dal conflitto, hanno finito per sedimentare definitivamente il settarismo tribale, e non solo quello.

Il partito Baath aveva come obiettivo quello di superare la tradizionale divisione tribale e religiosa della società siriana a vantaggio di una visione nazionalista, socialista e pan araba. Tale operazione ha mostrato tutti i suoi limiti nelle modalità di applicazione. Favorendo infatti un sistema di potere basato sulla concessione di potere alle classi agiate urbane (sunnite, alawite ma anche cristiane), peraltro a discapito delle masse contadine delle campagne, il regime ha finito per predicare pubblicamente il secolarismo e praticare nei fatti una sorta di lottizzazione confessionale. Lo stesso Hafiz al-Assad, appena salito al potere, riempì l’esercito di quadri alawiti fedeli al suo clan, Bashar assediato dalle opposizioni ha fatto anche di peggio, ha consegnato il paese ad una serie di warlord che difficilmente non chiederanno di riscuotere i crediti maturati.

Rispetto alla Siria, paradossalmente il Libano con la sua costituzione confessionale, per quanto disfunzionale e perennemente sul punto di implodere in forme di conflittualità violenta, rappresenta se non altro un raro esempio di rinuncia all’ipocrisia. Nel Paese dei cedri, ancora oggi la nomina di un alto ufficiale rappresenta una questione che investe le diverse comunità, poiché le quote stabilite per legge (scritte e consuetudinarie), devono essere rispettate. La costituzione confessionale del Libano rappresenta allo stesso tempo una condanna e una risorsa. Giusto o sbagliato che sia, ogni qual volta in cui è stata messa in discussione, nel paese si è scatenata la violenza.

Il settarismo musulmano: un concetto di origine medievale

Il concetto di settarismo, inteso non solo nella sua accezione confessionale, ma anche tribale e quindi censitaria, nel mondo musulmano esiste da sempre, o almeno dalla crisi introdotta dopo la morte del quarto califfo, Alì ibn Talib, che pose fine al periodo d’oro durato circa trent’anni del califfato dei Rashidun, (i quattro califfi successori di Muhammad detti i “ben guidati”).

Già nel trecento il grande storico arabo musulmano Ibn Khaldun, lo aveva fissato nel concetto di ‘asabiyya, parola araba traducibile in “spirito di solidarietà”. La solidarietà di cui parla Ibn Khaldun è nei fatti una convergenza d’interesse di un gruppo omogeneo, che concorre per con l’obiettivo di conseguire un potere a livello politico. Tale definizione nell’universo concettuale di un arabo del trecento era inevitabilmente inquadrabile solo ed esclusivamente in un tutt’uno determinato nell’ambito della umma, la comunità dei fedeli sunniti. Tradotto, i diversi clan tribali, alla luce della crisi del sistema califfale, concorrevano per l’egemonia, ma sempre e comunque nell’omogeneità della umma. Oggi il concetto come abbiamo visto si è esteso. Il settarismo ha travalicato la logica clientelare.

Lo spirito della ‘asabiyya in Siria (come in Libano) è presente nelle comunità religiose (sunniti, alawiti, sciiti duodecimani, sciiti ismailiti, cristiani, drusi e curdi), ma anche nelle tribù/clan delle aree urbane sedentarie e delle aree nomadi (Sbaa, Ruwala, al-Hassan, al-Assad, Bani Khalid ecc), e infine nelle città. Per similitudine possiamo dire che è ‘asabiyya anche lo spirito che ha legato la borghesia urbana sunnita, cristiana e alawita, rimasta favorevole al regime, nella contrapposizione ai ribelli sunniti dell’ELS che nei quartieri periferici e delle aree rurali, ha trovato il maggiore consenso.

Qui a mio avviso sta la principale differenza con il conflitto libanese. Nel Libano del 1975 la frattura iniziale, per quanto innescata dagli squilibri dettati dalla forte e invasiva presenza dell’OLP, ha visto contrapporsi almeno in una prima fase milizie cristiane a milizie musulmane (palestinesi, sunniti e sciiti libanesi). Solo in un secondo tempo sono intervenute ulteriori faglie che, semplificando ma non troppo, hanno provocato combattimenti ulteriori: cristiani contro cristiani, sunniti contro sciiti, drusi e cristiani contro sciiti ecc.). Nel conflitto siriano invece tale deriva si è introdotta sin da subito.

Prospettive

La Siria lealista di oggi, dipendente dagli aiuti Russi e dalla forte presenza iraniana, è tutt’altro che un paese governato o governabile dal centro. Il regime degli ayatollah non ha alcuna intenzione di disimpegnarsi dalla Siria. A costo di sforzi notevoli in termini di denaro e vite umane, è riuscito a garantirsi il corridoio Teheran-Damasco-Beirut, necessario per coltivare il disegno di un Levante ad egemonia sciita, nonché per mettere pressione ad Israele.

Allo stesso modo non è migliore la situazione delle truppe lealiste. Oltre all’esercito vero e proprio, al-Assad ha dovuto fare ricorso ad una miriade di milizie utilizzate nel controllo dei territori strappati ai ribelli e spesso anche in chiave offensiva. Tali milizie, la cd galassia della Difesa Nazionale, sono oggi difficilmente disarmabili, e rischiano di trasformarsi in fonti di pressione per il regime. Lo scenario siriano è quello di una libanizzazione, intesa come il proliferare di milizie personali o confessionali, che rischia di sopravvivere agli accordi di pace che verranno. In Libano post accordi di Ta’if l’unica vera milizia rimasta egemone è l’Hizb’Allah, in Siria si va verso una pluralità di attori.

Caso paradigmatico è rappresentato dalle milizie Fawj Maghawir al-Badiya (Armata Tigre), guidata da Suheil Hassan e da Liwaa Suqour Al-Sahra (Falchi del deserto), guidata Mohammad Jaber, uomo d’affari finanziatore di al-Assad e attivo nel settore degli idrocarburi. Quelle citate, solo una minima parte delle milizie pro regime, se fino ad oggi hanno rappresentato una risorsa, domani rischiano di rappresentare un problema per il regime. La Siria del dopoguerra va trasformandosi in un paese diviso in una miriade di protettorati di stampo feudale, sotto il fattuale controllo di signori della guerra creditori del regime.

In conclusione, questo 2019 potrebbe portare ad al-Assad la conferma della sopravvivenza del regime, ma nell’ambito di una partizione fattuale della Siria che, pur non sostanziandosi nella nascita di riconosciute nuove realtà nazionali, avrà a tutti gli effetti le sembianze di uno stato feudale in cui il potere centrale sarà tale solo sulla carta. In parole povere al-Assad ha vinto, ma il regime così come era nel 2011 non è sopravvissuto.

Le probabili conseguenze del ritiro U.S.A. dalla Siria

Pochi giorni fa è giunta notizia dell’annuncio via Twitter del presidente Donald Trump riguardo ad un ritiro, seppur rallentato in quattro mesi di tempo, delle truppe statunitensi dalla Siria. Ora ci si domanda quali potranno essere gli sviluppi nella zona più calda degli ultimi anni dopo il ritiro dell’esercito a stelle e strisce, chi gioverà più di altri dal vuoto di potere creatosi e chi invece è ora in seria difficoltà? Quali saranno le future mosse dei principali player in campo, Putin ed Erdogan su tutti?

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Ritirare le truppe dalla Siria ha un grosso significato, ribadito anche dal presidente Trump, ovvero la sconfitta dell’Isis e quindi il venir meno della causa principale per la quale gli Stati Uniti si erano mobilitati in Siria. Questa decisione ha due effetti immediati: Il primo è strettamente propagandistico, ovvero la sconfitta del califfato rappresenta per il presidente un successo in politica estera da mettere nel fortino elettorale, si può dire che dopo Bush jr e Obama, Trump sia il primo presidente ad aver vinto una guerra in medio-oriente, annuncio che, non a caso, arriva negli stessi giorni dello “shutdown”, forse per allentare anche la tensione sulla Casa Bianca.

In secondo luogo, questa decisione è coerente con il pensiero “trumpiano” isolazionista: dopo i dazi alla Cina, ribadita fortemente la volontà di costruire un muro che chiuda il confine messicano, adesso la volontà di riportare in patria i propri soldati può essere vista come una dilazione del motto “American First” che ricorda molto quello degli anni ’20, solo che oggi, a differenza di allora, gli USA sono una potenza in overstretch (ovvero l’”Imperial Overstretch” secondo P. Kennedy si realizza nel momento in cui un impero, in questo caso la potenza americana, si estenda oltre le proprie capacità di mantenere i propri impegni economici e militari)

 

Come muterà la situazione?

La cosa certa è la difficolta in cui versa oggi la Francia: ai tempi Parigi aveva deciso di mandare in Siria una manciata di circa duecento soldati in aiuto del popolo curdo e ora, senza il principale alleato in campo, dovrà compiere una scelta difficile e coraggiosa. Proprio i Curdi sono la parte più debole delle forze in campo, bersagliati da Erdogan in politica interna, e offrono al presidente turco l’occasione di espandere le proprie milizie oltre il confine siriano e debellare definitivamente la Turchia dalla minoranza non gradita al presidente.

I Curdi si sentono traditi dall’atteggiamento statunitense e dovranno, volenti o nolenti, affidarsi agli aiuti di Putin e Assad. Quest’ultimo ha già deciso di intervenire a Manbij (città a Nord-Est di Aleppo) su invito delle milizie curde per difendere la parte nord-est del Paese confinante con la Turchia per evitarne uno sconfinamento.

L’Isis dichiarato sconfitto mantiene ancora però dei territori al centro della Siria, e quindi è ancora, seppur debole e isolato e destinato alla sconfitta, una mina vagante in uno scacchiere ormai in continua evoluzione e dal quale ci si può aspettare continue sorprese.

 

Chi potrà trarre vantaggi dalla scelta USA?

Molto probabilmente Mosca e Teheran si saranno strofinati gli occhi al leggere del tweet di Trump. I loro sforzi nella regione contro Isis e a sostegno di Assad sono, forse, ripagati. Da una parte, l’uscita di scena degli Stati Uniti consente a Putin di giocare il ruolo di regista delle operazioni nella zona, e la sconfitta definitiva dell’Isis può essere anche per lui un’ottima carta propagandistica non solo all’interno della Confederazione russa ma anche e soprattutto in politica estera, e dall’altra il sostegno ad Assad fino all’ultimo minuto gli permetterà di essere il leader del futuro assetto siriano. Altro fatto non da sottovalutare per la politica estera russa è l’alleggerimento della pressione USA al confine meridionale, vista la storica “sindrome da accerchiamento” vissuta dai russi, (definita politica del “containment” in occidente) fin dai tempi della guerra fredda.

In ultimo Putin può utilizzare le milizie curde, con sostegni e finanziamenti, come spina nel fianco alla politica sia interna che estera di Erdogan, unire questi eventi al tentativo di annessione della Crimea ci riporta indietro di molti anni, quando gli Zar guardavo agli stretti del Bosforo e dei Dardanelli per potersi permettere lo sbocco navale sul “mare caldo”.

Il ritiro degli Usa dalla Siria: i vantaggi per l’Iran

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria ha provocato una serie di reazioni, dal punto di vista diplomatico e militare. Da parte di Teheran questa azione politica decisa da Trump può diventare l’occasione di rafforzare in maniera permanente la propria posizione a Damasco.

Il ritiro degli Usa dalla Siria: i vantaggi per l’Iran - Geopolitica.info

Lo scenario
“Detto (spesso in campagna elettorale), fatto”. Il ritiro dalla Siria voluto da Trump altro non è che la conseguenza di quanto ripetuto in maniera martellante durante il periodo precedente alla sua elezione. L’idea di disimpegnarsi dal Medio Oriente, per concentrare le risorse sul rilancio dell’economia americana, è stata a più riprese ribadita dal tycoon in campagna elettorale, e sottolineata anche nel momento in cui gli Usa sembravano tornati ad impegnarsi direttamente in Siria. Dopo il lancio di missili da crociera Tomahwk dello scorso aprile, a seguito del presunto attacco chimico da parte di Assad, infatti, la portavoce di Trump smentì immediatamente la dichiarazione del presidente francese Macron, che in diretta Tv si vantava di aver convinto il tycoon a rimanere in Siria. Una secca smentita che evidenziava come il piano di disimpegno siriano era sul tavolo della presidenza da lungo tempo, e che sarebbe stato portato a termine.
Durante la visita a sorpresa ai militari Usa di stanza in Iraq effettuata durante le feste natalizie, Trump ha dichiarato che gli “Usa non saranno più il gendarme del mondo”. Il Medio Oriente, e in particolare la Siria, saranno quindi ancora di più terreno di scontro tra attori locali e potenze regionali, in un turbinio di alleanze liquide pronte a sfaldarsi e ricomporsi nel giro di pochi mesi.

Il punto di vista iraniano
Sul ritiro delle forze Usa nessun membro di spicco dell’Iran ha rilasciato dichiarazioni precise: si continua a ribadire, come negli ultimi anni, che la presenza delle forze militari statunitensi è illegittima, in quando non richiesta da Assad, e quindi da considerarsi come un’aggressione nei confronti di uno stato sovrano.
E’ evidente, però, che il ritiro degli Usa non possa essere visto negativamente da Teheran, che si libera della presenza di un nemico all’interno di uno stato cardine nel sistema di alleanze che l’Iran ha delineato alle sue porte.
Non a caso, negli ultimi giorni, una delegazione del ministero degli esteri iraniano ha effettuato diverse visite a Damasco, coordinate a incontri di altissimo livello con funzionari siriani e con lo stesso Assad. Uno dei primi obiettivi è dar vita al Comitato Costituzionale siriano, che prosegue e rende effettivo il “Congresso di Dialogo Nazionale Siriano” tenutosi a Sochi nel gennaio 2018, su iniziativa russa.
Si pensa già alla Siria post-conflitto: uno stato che deve essere ricostruito, non solo fisicamente, ma anche politicamente, per evitare una disgregazione territoriale che per Teheran rappresenterebbe una sconfitta.

I curdi
Il ritiro delle forze americane dal nord della Siria può rappresentare un vantaggio per l’Iran, per ricalibrare il rapporto con i curdi siriani. Su quest’ultimi Teheran non ha mai avuto una posizione univoca: c’è sempre stato, da parte delle istituzioni iraniane, il timore per la forte dipendenza dei curdi da Washington, oltre che per la richiesta di autonomia e indipendenza da Damasco. Il processo di indipendenza del Rojava ha spaventato l’Iran, soprattutto per le possibili conseguenze che questo potrebbe avere sui curdi iraniani, nella provincia di Sanandaj.
Dall’altra parte ora i curdi del Rojava hanno bisogno di riempire il vuoto di protezione lasciato dalle forze americane: in questa ottica va analizzata la richiesta di aiuto giunta a Damasco negli scorsi giorni. Il 27 novembre l’esercito siriano ha inviato un contingente di uomini a Manbij, città controllata precedentemente dai curdi, situata a pochi chilometri dal confine turco. Un accordo che soddisfa entrambe le parti: da una parte i curdi, traditi dall’alleato americano e sottoposti alla pressione di una potenziale invasione turca dal nord, godono di una nuova protezione; dall’altra Damasco pone nuovamente il controllo sui territori del nord, ricchi di giacimenti petroliferi.
Un accordo che, inoltre, soddisfa pienamente l’Iran: viene non solo scampato il pericolo, al momento, di una disgregazione siriana, ma soprattutto viene arginata la presenza e il ruolo della Turchia nel nord della Siria, fattore che non è mai stato accettato a pieno da Teheran.

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, inoltre, è un chiaro segno che Trump manda ai suoi alleati regionali, Israele e Arabia Saudita: per quanto rimangano i pilastri degli Usa in Medio Oriente, il futuro equilibrio dell’area deve essere gestito in primis dagli attori locali, senza contare su un copioso sostegno statunitense. Trump, così come Obama prima, non ha intenzione di rimanere impantanato a lungo in territori non più redditizi, e non considerati strategicamente importanti.  L’asse anti iraniano, progettato da Trump, deve camminare con gambe proprie.

In conclusione il ritiro degli Usa, e il conseguente e più sicuro mantenimento del potere da parte di Assad, rinforza il sistema di alleanze che l’Iran ha predisposto nella regione: salvaguarda le posizioni conquistate dalle milizie sciite controllate da Teheran nella guerra civile siriana, contribuisce a difendere il corridoio terrestre che con Siria e Iraq delinea la cosiddetta mezzaluna sciita.
La ricostruzione della Siria, il prossimo assetto politico del paese e il sistema di alleanze che si cristallizzerà a guida di questo processo, saranno i punti cardine del futuro equilibrio di potere all’interno del Medio Oriente.

L’evoluzione della politica estera di Putin: uno sguardo su Ucraina, Siria ed Eurasia

Dopo la caduta dell’URSS la comunità internazionale divenne una struttura unipolare, guidata dai soli Stati Uniti. La neonata Federazione Russa ereditò un’economia debole ed una credibilità internazionale ai minimi termini.
La strada verso il ritorno tra i grandi del pianeta passa anche per le posizioni assunte negli eventi che coinvolgono le potenze mondiali. La Russia prova a fare proprio questo, così in Ucraina, come in Siria. Non meno importante è la scelta degli alleati ed il rapporto stretto con loro, proprio come è per la Russia nello spazio euroasiatico.

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Il caso Ucraina: la Crimea ritorna alla Russia

Quello che chiamiamo caso ucraino, si scatenò con la rivoluzione arancione del 2004 e le seguenti trattative per l’entrata dell’Ucraina nello spazio economico europeo, con il Presidente Juscenko. Non tutti i cittadini ucraini, però, intendevano divenire membri della famiglia europea, soprattutto nell’est e sud Ucraina.

A sconvolgere i piani ed aggravare la tensione furono le decisioni assunte dal nuovo Primo Ministro ucraino Viktor Janukovyč, che doveva condurre il Paese nel mercato europeo, ma che gelò ogni aspettativa occidentale sull’imminente integrazione ucraina nell’alleanza militare della Nato.

La presenza della Russia si fece significativa qualche anno dopo, quando nel 2010 Janukovyč divenne Presidente dell’Ucraina e firmò un accordo che permetteva alla Russia di mantenere la propria flotta nella base di Sebastiopoli, fino al 2042.

Sulla gravità della situazione ucraina si pronunciò lo stesso Parlamento europeo, con la RIS. 2012/2889, esprimendo forte preoccupazione per la diffusione dei sentimenti nazionalistici russi.

L’intervento russo avvenne a seguito della richiesta di aiuto indirizzata a Putin dal governo legittimo di Kiev. Di li a poco, Russia, Usa, Ue e rappresentati di Kiev firmarono l’accordo di Ginevra per l’allentamento della tensione e lo scioglimento dei gruppi illegali armati – che fu però disatteso.

La Crimea tornò alla Russia, conformemente all’Atto Finale di Helsinki (1975) sulla sicurezza e la cooperazione europea, ed al suo principio di autodeterminazione dei popoli. In più occasioni, Mosca ha ribadito l’annessione della Crimea, completata con il rifornimento di gas e la costruzione del ponte russo-crimeano sullo stretto di Kerch.

La Siria: da sempre nella storia della Russia

La Russia di Putin è sensibile alle vicende siriane, in quanto la Siria è uno storico alleato di Mosca ed occupa un’importante posizione strategica nella geopolitica del Medio Oriente.

La relazione politica tra Mosca e Damasco ha infatti radici lontane, in particolare dopo gli Accordi di Camp David (1978), quando la Siria divenne l’unico partner sovietico nel Medio Oriente. Nel 1980, URSS e Siria firmarono un Trattato di Amicizia, atto a difendere militarmente la Siria.
Dopo la fine dell’URSS, i rapporti però si raffreddarono, ed il suo ritorno è inteso ad ostacolare i progetti occidentali: estromettere la Russia dal Medio Oriente attraverso la costruzione di infrastrutture energetiche, passando per i territori non-russi ma vicini ai confini ex-sovietici.

Anche in questo caso, l’arrivo di Vladimir Putin segnò l’inizio di una precisa politica estera. L’allargamento dell’influenza di Mosca e la ripresa di posizioni militari nei territori partner ai suoi confini hanno rimesso la Russia in una posizione anti-egemonica, nella regione e nello scacchiere internazionale.

Quel che ha scatenato il confronto in Siria tra Russia e Usa è il tentativo di un regime change in uno Stato storicamente alleato e alle porte della Russia, per entrambe le superpotenze generali politiche di “Pivot to Asia”. Un tentativo contemporaneo alla crescita dello Stato Islamico, che assieme ai gruppi siriani anti-Assad (finanziati da Usa ed Occidente) hanno messo a serio rischio l’esistenza della Siria e del suo popolo (a maggioranza sunnita e guidato da uno sciita). L’obbiettivo era quello di rovesciare Assad ed influenzare l’area, contro la soluzione politica e l’autodeterminazione del popolo siriano proposte dalla Russia.

La Russia è stata così capace di difendere la Siria tanto dal terrorismo jihadista, tanto dalle potenze occidentali, che volevano disgregarla per farne un avamposto. L’ha difesa con aiuti umanitari, militari e diplomatici, riuscendo a legittimare la sua presenza nella regione, nell’intento di aumentare la propria influenza, a scapito proprio degli Usa.

Lo spazio russo nell’Eurasia

Dopo solo un anno dall’inizio della sua presidenza, Putin mise in campo una nuova politica estera e di vicinato. Infatti, già nel 2001, strinse un importante accordo con i partner asiatici: la SCO – organizzazione per la cooperazione di Shanghai. I membri che sottoscrissero tale documento si impegnavano collettivamente per una maggiore cooperazione in economia e in sicurezza: Russia, Cina, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India e Pakistan. Tre mali furono messi all’indice: terrorismo, separatismo ed estremismo.

L’anno dopo fu la volta del CSTO – Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia e Tajikistan si coalizzarono per una maggiore solidarietà, scongiurando la minaccia e l’uso della forza nelle future controversie. Gli stessi membri associarono poi le strutture CSTO a quelle dell’SCO nel 2007.

Accanto alle strutture militari, la Russia ha sviluppato, dal 2011 e dal 2014, quelle strettamente economiche, intese come alternative al potere di dollaro ed euro: Russia, Bielorussia e Kazakhstan si unirono nell’Unione Economica Eurasiatica.

Gli sviluppi più importanti sono ovviamente quelli registratisi tra le due maggiori potenze dell’Asia, ovvero Cina e Russia. Assieme guidano la SCO e le strutture economico-militari, grazie ad una sempre maggiore cooperazione in materia di commercio, investimenti tecnologici e diritti umani. “Power of Siberia” è il loro progetto del 2015: un anello di congiunzione tra il territorio russo e quello cinese. La stretta collaborazione si accentua poi nella Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, che dal 2014 si presenta come alternativa all’FMI.

Conclusioni

A livello accademico e politico, viene posto l’interrogativo se, con le sue azioni in Ucraina, Siria e le alleanze nell’Eurasia, la Russia stia cercando di ricostituire lo schema visto nella Guerra fredda e della contrapposizione Est – Ovest e tra superpotenze mondiali. Sebbene il Mondo sia cambiato dal secolo scorso, vi è sicuramente il tentativo da parte della Russia di riproporsi come alternativa agli Usa. Un filo rosso collega, in realtà, la Russia zarista, quella sovietica e quella attuale. Un lungo collegamento accomunato da alcuni elementi: una geografia impegnativa (molte frontiere naturali), una economia relativamente debole, un forte sentimento di eccezionalità (come tutte le superpotenze) e la presenza di una personalità forte (in grado di accentrare su di sé la guida di tutta la popolazione). Se da una parte è, quindi, chiaro il tentativo di porsi alla guida dell’Eurasia, dall’altro vi è la volontà di rappresentare, di nuovo, Stati e nazioni che si collocano contro l’influenza statunitense, anche alla conquista dello spazio europeo.


Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan?

Mentre Israele è impegnato in una guerra di logoramento sul confine della striscia di Gaza e i media internazionali raccontano annoiati la solita routine di lanci di razzi e palloni incendiari da una parte e incursioni di rappresaglia e distruzioni di tunnel dall’altra, la situazione al confine nord e in particolare sulle Alture del Golan, sta inesorabilmente procedendo verso scenari molto più preoccupanti. La Russia, garante del regime di Assad, sfruttando l’incidente dello IL 21, settimana dopo settimana sta permettendo alle milizie iraniane di installarsi stabilmente in Siria. La zona cuscinetto che va dal confine giordano fino al monte Hermon, rappresenta il terreno in cui gli iraniani saggeranno la tenuta del perimetro israeliano e su cui l’amministrazione Trump potrebbe prendere nuove decisioni clamorose.

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Il tema lo avevamo trattato già nel mese di Agosto, da allora ad oggi la situazione si è ulteriormente evoluta, e non nel migliore dei modi per Israele. L’incidente che il 18 settembre ha visto l’abbattimento dello IL 20 russo, operato per errore dalla contraerea siriana, ma causato nei fatti, secondo la versione di Mosca, dall’azione dell’aviazione israeliana impegnata in un raid nella zona di Latakia, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accelerazione del cambiamento strategico in atto. Molti analisti, anche israeliani, mettono oramai in dubbio la possibilità per Israele di far “sloggiare” gli iraniani dalla Siria, al punto che, sigillare anche politicamente il Golan, può rappresentare una necessità oramai ineludibile per Israele.

L’incidente dello IL 20: conseguenze

Israele fino alla notte del 18 settembre ha compiuto sul suolo siriano oltre 200 attacchi contro obiettivi iraniani, ovvero combattenti Pasdaran o proxy Hizb’Allah. A scriverlo citando fonti attendibili, è il Jerusalem Post (si veda l’articolo a firma Anna Ahronheim del 4 settembre scorso).

Tali attacchi, orientati a bloccare la penetrazione iraniana in Siria, dalla notte del 18 settembre sono cessati. I russi fin da subito, tramite le agenzie ufficiali e i vari canali di propaganda come ad esempio Sputnik dello stesso 18 settembre, hanno affermato che “nascondendosi dietro l’aereo russo, i piloti dei caccia israeliani hanno provocato l’abbattimento da parte di un missile del sistema siriano di contraerea S-200” dello IL 21, aereo spia attrezzato per la guerra elettronica. Fatto sta che da allora non c’è più traccia di azioni israeliane in Siria, evidenza di cui la penetrazione iraniana ne ha beneficiato.

Secondo Debka File, sito ben informato su questioni di sicurezza dello stato ebraico, il blocco delle azioni è una misura precauzionale per evitare il rischio di ulteriori incidenti che coinvolgano militari di Mosca presenti sul territorio siriano. Inoltre dopo l’incidente e un primo momento in cui Putin sembrava aver “perdonato” Israele per l’errore (Sputnik il 21 settembre, annunciava al mondo che l’incidente in Siria non avrebbe compromesso i rapporti fra Russia e Israele), Mosca ha improvvisamente cambiato rotta dialettica nei confronti dello stato ebraico. In poche settimane si è passati dalla telefonata tra Putin e Netanyahu in cui il premier russo aveva parlato di una “tragica catena di circostanze accidentali“, all’invio in Siria di diverse batterie di missili di difesa aerea S-300.

Sarebbero infatti quattro i battaglioni di difesa aerea S-300, e a questi Mosca ha aggiunto una ulteriore linea di difesa a protezione delle città siriane e strutture essenziali per il regime, vale a dire il rinnovato sistema anti-missile M2 a corto raggio (conosciuto come Neva S-125). Il Neva è stato potenziato per intercettare aerei a bassa quota, missili da crociera ed elicotteri da combattimento. A completamento di queste due linee di difesa, la Russia ha schierato in Siria sistemi avanzati di guerra elettronica (EW).

Mosca sta sigillando i cieli della Siria e la situazione sta tornando ad essere simile a quella degli anni 70 e 80, in cui il regime di Hafiz al Assad, padre di Bashir, era protettorato russo. Quello di Mosca in Siria non è quindi più solo un intervento a difesa di un alleato d’area. La Siria rappresenta sempre più una propaggine del tentativo russo di rientrare a pieno titolo nella partita mediterranea.

Altro segnale interessante è rappresentato dal fatto che i sistemi S-300 sarebbero stati collegati direttamente al sistema di comando, comunicazione e controllo dello spazio aereo della Russia e non solo alla base in suolo siriano di Khmeimim a Latakia. In verità Sergei Shoigu, ministro della difesa russo, lo scorso 2 ottobre aveva detto solo che sistemi di difesa aerea “unificati” S-300 sarebbero stati installati in Siria entro il 20 ottobre, menzionando 49 unità di radar, sistemi di acquisizione target, posti di comando e quattro lanciatori, senza fare riferimento ad integrazioni con i sistemi di difesa russi. Detto ciò se la notizia fosse confermata, secondo alcuni analisti la Siria verrebbe utilizzata per testare la capacità del sistema S-300 aggiornato di “agganciare” i sistemi stealth F-35.

Le ripercussioni sull’area del Golan

Lo scorso agosto il ministro degli esteri russo Lavrov in visita a Gerusalemme, aveva promesso una ulteriore fascia di sicurezza di 100 km sul Golan, zona che andava ad aggiungersi alla zona cuscinetto pattugliata dall’ONU (e da soldati russi dallo scorso 20 settembre, ovvero due giorni dopo l’abbattimento dello IL 20), entro cui gli iraniani non sarebbero potuti penetrare. La Russia quindi da un lato si fa garante degli equilibri e dall’altro dichiara al mondo che il Golan è ancora una questione aperta.

Il 17 Luglio dopo il vertice tra Trump e Putin ad Helsinki, l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Dore Gold, è comparso davanti alla sottocommissione della Camera sulla sicurezza nazionale, il tema dell’audizione era il “Riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan”. Poche settimane dopo, lunedì 8 Ottobre, era lo stesso premier Netanyahu a ribadire la posizione di Israele, legandola alla questione dei trasferimenti di armi dall’Iran alle milizie sciite sul territorio siriano.

Evenienza di tale presa di posizione è stata una cerimonia per l’apertura di una nuova sinagoga proprio sul Golan. In tale occasione senza mezzi termini, il premier ha dichiarato “Vediamo il Golan come un baluardo di stabilità sul nostro confine. [Il Golan] deve restare sempre sotto la sovranità israeliana, altrimenti l’Iran e l’Hizb’Allah raggiungeranno presto le coste del Kinneret” (uno dei nomi biblici del lago Tiberiade a poche decine di miglia in linea d’aria dalla linea dell’armistizio del 1974, dove oggi la forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite – UNDOF garantisce la zona cuscinetto fra Israele e Siria).

Appena due giorni dopo, il 10 Ottobre, Lavrov rispondeva a Netanyahu affermando che “Lo status delle alture del Golan è determinato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, e aggiungeva quindi che “modificare questo stato di cose, scavalcando il Consiglio di sicurezza, sarebbe una violazione diretta delle risoluzioni ONU“. La Russia non ha alcuna intenzione di accettare un altro caso Gerusalemme, rimane da capire se e quanto permetterà agli iraniani di avviare una guerra d’attrito sulle alture, al pari di quella che in queste settimane si sta consumando sul confine di Gaza.

A tale proposito preme dire che il 27 Ottobre l’IDF ha apertamente accusato le Brigate al-Quds di aver supportato Hamas per il massiccio lancio di missili contro i villaggi israeliani che si affacciano sulla Striscia di Gaza. Il portavoce dell’esercito israeliano ha promesso rappresaglie contro le milizie iraniane sul suolo siriano. Potrebbe avvicinarsi il momento in cui gli aerei con la Stella di David si troveranno ad affrontare i nuovi sistemi russi.

Altri segnali di riallineamento nella regione

Lo scorso fine settimana, il re di Giordania Abdullah ha informato Israele della volontà di non rinnovare due allegati del trattato di pace che suo padre Re Hussein aveva firmato con l’armistizio siglato insieme al primo ministro Yitzhak Rabin nel 1994 nella località di Wadi Araba, a nord di Eliat. Nell’ambito dello storico accordo che poneva ufficialmente fine ad una situazione di guerra che, seppur non più combattuta da anni, si protraeva dal 1948-49 e quindi dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, i giordani avevano concesso a Israele il diritto di proprietà per 25 anni di alcune aree agricole, i villaggi di Al-Baqoura, nel nord della Valle del Giordano e di Al-Ghumar, nei pressi del Golfo di Aqaba che, seppur rimasti sotto la sovranità giordana, potevano essere gestiti e sfruttati da agricoltori israeliani.

La scelta di Amman, annunciata con un tweet da re Abdullah, rappresenta un segnale di debolezza della casa regnate hascemita, alle prese con il malcontento dei ceti più popolari. Tale decisione è infatti arrivata dopo una grande manifestazione anti israeliana ad Amman, dove il regime in difficoltà per la crisi economica con crescente incapacità riesce a tenere sotto controllo la rabbia dei manifestanti. Nello giugno scorso si erano già manifestate forti proteste contro l’austerity imposta da un piano del Fondo Monetario Internazionale, poi bloccato dal re con relative dimissioni del primo ministro Hani Fawzi Mulki.

In quell’occasione un intervento riluttante dei paesi del golfo aveva garantito una forte immissione di liquidità nelle casse del paese: Arabia Saudita, EAU e Kuwait avevano garantito un pacchetto di aiuti fino a 2,5 miliardi di dollari di versamenti in cinque anni, altri 500 milioni erano arrivati da Doha. Tali aiuti sono arrivati, non tanto per un sentimento di fratellanza araba, quanto per evitare che in Giordania s’innescasse un nuovo pericoloso focolaio di primavera araba.

In realtà quella delle zone agricole è poco più che un dettaglio, una concessione all’opposizione vicina ai Fratelli Musulmani giordani legati ad Hamas. La partita in atto è molto più complessa, gli analisti israeliani temono un riavvicinamento fra re Abdullah e Assad e assistono ad un riallineamento del regno hascemita al blocco rappresentato da Turchia e Qatar. Israele rischia di restare ancora più isolato nella regione, per di più in compagnia dell’alleato più impensabile fino a pochi anni fa, il regno Saudita di un Moḥammad bin Salman indebolito in seguito al caso Khashoggi.