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Who is who: Moaz al-Khatib

Nome: Moaz al-Khatib
Nazionalità: siriana
Data di nascita: 1960
Chi è: Leader dell’opposizione interna a Bashar al-Assad

Who is who: Moaz al-Khatib - Geopolitica.info

Lo scorso novembre è nata ufficialmente la Coalizione Nazionale Siriana per le Forze Rivoluzionarie e di Opposizione, alleanza di opposizione al governo di Assad il cui leader, Sheikh Ahmed Moaz al-Khatib costretto a lasciare il paese dopo il quarto arresto, sta guadagnando sempre maggiori consensi a livello internazionale. Obama ha accolto la notizia con favore e ha definito incoraggiante la formazione di questa Coalizione più estesa e coesa della precedente rappresentante delle legittime aspirazioni del popolo siriano.

Moaz al-Khatib nasce nel 1960 da una stimata famiglia sunnita di Damasco e il padre, Sheikh Mohammed Abu al-Faraj al-Khatib, è un rispettato studioso e predicatore islamico. Laureatosi in geofisica applicata Moaz lavora per sei anni come geologo presso la al-Furat Petroleum Company. Diviene poi predicatore e in seguito Imam della storica Moschea di Umayyad a Damasco. Il suo rapporto conflittuale con il regime è già manifesto durante il governo del padre di Assad, Hafez al-Assad, che vieta a Moaz di predicare in pubblico costringendolo ad esercitare in clandestinità. Da allora inizia la sua lunga battaglia per la democratizzazione della società siriana in un’ottica moderata nel tentativo di unificare le diverse forze politiche e religiose del paese in opposizione al regime di Assad. Obiettivo della Coalizione è quello di abbattere il regime e convocare una conferenza nazionale che apra la strada verso un nuovo futuro per la Siria e per il suo popolo.

In un recente discorso Moaz al-Khatib ha espresso le richieste della Coalizione rivolte alla Comunità Internazionale. Riconoscimento della Coalizione che legittimamente rappresenta il popolo siriano; predisposizione di aiuti finanziari, medici e di supporto alla popolazione e di un fondo volto alla ricostruzione delle infrastrutture e al supporto tecnico; riconoscimento del diritto del popolo siriano di difendersi con ogni mezzo possibile; congelamento dei fondi amministrati dall’attuale governo.

Le perplessità sulle capacità di leadership politica di Moaz al-Khatib permangono e la fornitura di armi ai ribelli è per ora esclusa nel timore di armare le forze più estremiste del paese. Sebbene piccoli passi in avanti siano stati fatti verso una maggior presa di coscienza della situazione in Siria, l’intervento della Comunità Internazionale non sembra essere prossimo e Obama ha chiarito che il suo sostegno alla Coalizione non si traduce ancora in un riconoscimento di un governo siriano in esilio. 

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana
Approdata al ventunesimo mese, la guerra civile siriana appare giunta in queste settimane a un importante punto di snodo. Il 17 e il 18 dicembre, Roma ha ospitato un incontro di alto profilo dell’opposizione siriana. Una riunione gestita con grande riserbo in cui è stata data voce a quella parte favorevole a una soluzione negoziale del conflitto. Allo stesso tempo si è trattato di un tentativo di pacificazione delle diverse anime della rivolta sempre più divisa sull’assetto della Siria del futuro.  

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana - Geopolitica.info
Il vertice romano coordinato dal National Coordination Committee for Democratic Change (NCC) si è fatto portatore di voci e istanze che, partendo da differenti presupposti, ragioni e interessi, osteggiano il rovesciamento violento del regime politico di Assad. Infatti l’NCC e il suo leader Haytham al Manna costituiscono il nucleo di un eterogeneo cappello di correnti e movimenti d’opinione che, al di là del comune intento pacificatorio, divergono però sulle strategie con cui porre termine alla più lunga e cruenta tra le crisi provocate dall’esplosione delle “primavere arabe”. Benché generalmente vengano ammesse le responsabilità governative nell’uso indiscriminato della violenza, tale corrente si è mostrata reticente nell’esprimere un’aperta condanna per i gravi abusi compiuti dalle autorità in carica, con le quali ha mantenuto aperti canali di dialogo e dalle quali è riconosciuta come unica opposizione politica legittima del Paese. Per le forze del NCC il cambiamento democratico in Siria, può essere risolto solo in modo pacifico, senza ingerenze esterne.

A quanto pare, questa piattaforma sarebbe alla base del dialogo che si è svolto a Roma, in cui si sarebbe parlato anche del futuro assetto politico del Paese e del ruolo delle minoranze. Tra le diverse sigle che hanno preso parte al meeting: il Democratic Forum, la Watan Coalition, il Syrian Trade Union/ Women Syrian Activist, il Building Syrian State e la West Kurdistan Assembly. Su posizioni diametralmente opposte si trovano il Syrian National Council (SNC) e le forze armate dissidenti riunite nel Free Syrian Army (FSA) che controllano importanti centri urbani come Homs, Hama, Daraa e – stando a fonti locali – la quasi totalità delle province orientali a maggioranza curda. Tra l’altro queste sono le forze (che all’interno hanno un’importante componente jihadista) che oltre all’iniziale supporto logistico dei Paesi del Golfo e della Turchia, proprio in questi giorni hanno incassato il sostegno diplomatico di alcune tra le più autorevoli Cancellerie europee, al quale si è aggiunto in tempi recenti l’ancor più importante riconoscimento americano. L’SNC che non ha riconosciuto la conferenza di Roma ha accusato il National Coordination Committee di collaborazionismo e di eccessiva vicinanza alla Russia – potenza contraria alla totale delegittimazione dell’alleato Assad (tra l’altro, la notizia della conferenza è filtrata tramite mezzi di informazione russi).

L’NCC, a sua volta, ha messo in luce le posizioni estremiste della resistenza armata e denunciato numerosi episodi di violenza di cui si sarebbe resa responsabile. Questo scambio incrociato d’accuse ha comunque il merito di sollecitare una necessaria quanto finora spesso assente riflessione sui destini futuri dello Stato siriano. I partecipanti alla Conferenza di Roma considerano l’incontro di due giorni come propedeutico a una conferenza generale dell’opposizione che si dovrebbe tenere prossimamente al Cairo e una chiara sollecitazione a Damasco per avviare un reale dialogo con l’opposizione. A questo punto sorgono spontanei alcuni interrogativi: perché la scelta di Roma e l’estremo riserbo intorno a un evento che al contrario potrebbe essere davvero uno snodo fondamentale per il futuro della Siria? Fermare la guerra civile trovando un accordo per una soluzione politica e allo stesso tempo tutelare le minoranze minacciate sono tutti obiettivi prioritari di un altro fondamentale attore di questa partita: la diplomazia Vaticana. In questo senso si era già registrato un forte impegno da parte della Comunità di Sant’Egidio nel luglio scorso (http://syrianncb.org/2012/07/30/syria-from-the-oppositions-gathered-in-santegidio-an-appeal-for-a-political-solution/). Chiaramente la Comunità, presente nel governo Monti con il ministro Andrea Riccardi ha dovuto cambiare approccio alla luce dell’impegno del ministro Giulio Terzi a sostegno dell’ala più dura della resistenza, sostegno culminato con il recente riconoscimento ufficiale.

L’obiettivo primario del Vaticano è quello di evitare che la rivolta assuma sempre più i connotati di uno scontro etnico-religioso: arabi, curdi e siriaci, musulmani alawiti o sunniti, drusi e cristiani di diverse confessioni rappresentano in proporzioni disuguali le componenti di una nazione eterogenea e oggi priva di quei grandi collanti ideologici – panarabismo e socialismo arabo – che nel secolo scorso avevano trovato proprio nel contesto siriano le proprie massime espressioni politiche. D’altro canto, è lo stesso pericolo di una rifondazione statale monopolizzata da una singola entità etnico-religiosa, quella arabo-sunnita, che ha permesso all’amministrazione Assad di preservare la fedeltà di una porzione tutt’altro che inconsistente della popolazione ed è nel timore di rappresaglie, in parte già iniziate, che vanno ricercate alcune delle concause che impediscono al conflitto di giungere a conclusione. Un ulteriore incognita attiene alle conseguenze geopolitiche che si connettono al collasso del regime B’aath, le cui ripercussioni avrebbero eco nei vicendevoli rapporti tra Siria, Israele, Iran, Russia e mondo occidentale in senso lato.

Una transizione traumatica imporrebbe inoltre, prima dell’auspicata ricostruzione dell’architettura costituzionale tramite processo elettorale, il passaggio in una prolungata fase di instabilità in un frangente temporale che vede il contesto mediorientale infiammato dai rinnovati moti popolari egiziani e dall’inasprimento delle tensioni nell’adiacente striscia di Gaza. Alla tragedia umanitaria di una realtà statale dilaniata da un conflitto che ha pressoché annullato il capitale infrastrutturale nazionale e provocato (al dicembre 2012) un numero di vittime e sfollati stimato rispettivamente nell’ordine di diverse decine e centinaia di migliaia, si aggiungono quindi le preoccupazioni per un assetto post-bellico su cui pendono pericolose incertezze tanto per la Siria quanto per l’intero quadrante del Medio Oriente. Conseguentemente, nella gestione di quelle che potrebbero rivelarsi le fasi conclusive della quasi biennale crisi siriana, attori locali e internazionali sono chiamati ad adottare un approccio lungimirante, capace, in ultima analisi, di subordinare le istanze di rivalsa dei vincitori alle esigenze di stabilità e pacificazione di un intero Paese.

In questo senso il Vaticano ha come interlocutori privilegiati la Russia e la Chiesa Ortodossa. Infatti Putin pur di preservare l’integrità della Siria sarebbe disposto a “mollare” Assad: «Mosca non è preoccupata del destino del regime, in Siria sono necessari cambiamenti. La Russia è favorevole a una soluzione alla crisi che eviti la disintegrazione dello stato e una guerra civile». Secondo l’analista Germano Dottori: «credo che alla Russia interessi fermare la Primavera Araba prima che raggiunga il Caucaso». Mosca guarderebbero quindi con favore a una transizione pilotata, il più possibile indolore, attorno al vice di Assad e si stanno muovendo per questo. Per farlo hanno però bisogno di stabilizzare anche il fronte militare e al di là di una certa narrazione dominante sembra che ci stiano riuscendo… 
Il mondo in 60 righe – Siria, il costo del non far nulla

Guerra civile o lotta contro terroristi infiltrati ? La discussione terminologica su come definire la tragedia siriana sarebbe ridicola e insulsa – basta pensare che a sostegno della tesi di Damasco è intervenuto persino Beppe Grillo – se non fosse il segno di una leggerezza che, data la tragedia che si svolge tra Latakya, Homs e Damasco, può legittimamente essere considerato un pretesto per un’inerzia criminale. Ed offre uno scoraggiante segnale negativo sulla possibilità che la comunità internazionale, e le sue diplomazie, riescano a trovare una soluzione a questo conflitto estremamente sanguinoso, e che dura ormai da oltre un anno.

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Anzi offre la prova che gli Occidentali non sono neanche in grado, anzi non cercano nemmeno, di capire cosa accade in Siria. Tutta l’attenzione è infatti polarizzata sul complesso intrigo internazionale – in primo luogo mediorientale, ma non solo mediorientale – che su questa tragedia si è cinicamente innestato. I ribelli – in poco più di un anno passati da sporadiche manifestazioni di protesta alla sottrazione di intere parti del territorio al controllo governativo – sono chiaramente sostenuti ed armati da alcuni paesi arabi, sunniti o a predominio sunnita, come l’Arabia Saudita. Il governo centrale, che poggia sulla minoranza alawita, piccola ma assai potente, cui appartiene il clan degli Assad, è invece sostenuto dall’Iran sciita. E dietro i due campi si profilano addirittura la Russia e la Cia, come ai tempi della Guerra Fredda.

A un livello di minore superficialità, la vicenda appare più complessa e più lugubre. Grazie alle meticolose indagini del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (http://www.faz.net/aktuell/politik/arabische-welt/syrien-eine-ausloeschung-11784434.html), sulla terribile strage della Piana di Houla, dove – nel villaggio di Taldou – il 25 maggio sono stati massacrati 108 civili disarmati, di cui 49 bambini, sembra accertato che le vittime siano tutte Alvite e Sciite. Le TV Al Jazeera and Al Arabiya, controllate rispettivamente dai governi del Qatar e dell’Arabia Saudita avevano invece imputato queste atrocità alle truppe alavite del governo.

Questo singolo episodio, per quando feoce, ovviamente, non giustifica in nulla la criminale condotta del governo e dell’esercito alavita, che sottopone a bombardamenti ininterrotti lacittà martire di Homs, dalla popolazione sciita e politicamente assai vicina ai Fratelli Musulmani, dove già Hafez Assad, il padre dell’attuale presidente, massacrò 30.000 persone. Questo episodio fa solo capire che la guerra civile siriana è ormai una Guerra di sterminio, come sono sempre le guerre tribali.
 
La guerra tra tribù non può infatti avere come obiettivo la sottomissione e l’annessione della tribù sconfitta al dominio politico del capo della tribù vincente. La tribù è infatti fondata sulla parentela, e la mancanza del legame di sangue impedisce ogni forma di assimilazione o integrazione. Si combatte insomma solo per strapparsi il territorio di caccia, la sorgente d’acqua, o il bestiame, ma non è logicamente possibile che si facciano prigionieri i nemici se non per ridurli in schiavitù, cioè in una condizione simile a quella del bestiame. Ma questo, l’opinione pubblica internazionale odierna lo consente poco, ed ancor meno l’ONU. Perciò, oggi, l’unico possibile sbocco della guerra tribale è lo sterminio del gruppo sconfitto
Anche le donne, che potrebbero essere considerate preda del vincitore, subiscono nella guerra tribale un destino particolare. Esse vengono violentate dai membri della tribù avversa al fine di contaminarle col seme di un’altra “razza”, e fare così in modo che la loro stessa tribù, e i loro stessi mariti, le rifiutino e le espellano dal gruppo.
In teoria, la Siria è una Repubblica laica, ma il fattore religioso e settario è di gran lunga predominante nella vita della società, e nel modo in cui i Siriani identificano se stessi. La maggioranza della popolazione (74 %) appartiene alla confessione islamica sunnita, anche se essa si divide al suo interno tra Arabi, Turchi e Curdi. Gli Alaviti, che si chiamano così perché seguaci del quarto Califfo, Alì, sono una setta minoritaria del mondo sciita, e costituiscono circa il 10 percento della popolazione – includo il clan del President Bashir al Assad. I Cristiani di varie denominazioni ammontano ad un altro 10 percento della popolazione siriana e, in generale, sono favorevoli al governo della minoranza alavita per paura dello schiacciante peso dei Sunniti. Gli Ebrei e i Drusi costituiscono il 3 per cento, anch’esso timoroso di un dominio della maggioranza sunnita. A questo blocco anti-sunnita di tutte le minoranze si unsicono gli stranieri che vivono sul territorio siriano, il cui peso non è trascurabile: circa mezzo milione di Palestinesi ed altrettanti rifugiati dall’Iraq in guerra.
Il carattere etnico-religioso  dei soggetti politici presenti nel paese spiega bene le difficoltà che incontrerebbero i tentativi – peraltro assai rari e poco convinti – di avviare in questo paese  strategicamente importante nel rovente quadro mediorientale una vita democratica sul modello occidentale dell’alternanza tra partiti, come si è cercato di fare in Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein.
Nei paesi, in cui per ragioni storico-geografiche i partiti sono espressione di clan, di sette, di gruppi a base religiosa, di confraternite, la vita democratica come la concepiscono gli europei, e come essi credono che tutti la debbano concepire, incontra una difficoltà obiettiva e difficilmente superabile.
Nei paesi a regime democratico, cioè in Europa e negli Stati Uniti, alla base dell’accettazione delle decisioni della maggioranza e del rispetto per le istituzioni e al loro funzionamento, c’è il concetto dell’alternanza: un meccanismo psicologico strettamente legato al carattere “di opinione” delle forze politiche. La possibilità che un partito risultato minoritario in una consultazione elettorale ne accetti democraticamente il risultato risiede nella possibilità e nella speranza di prendersi la rivincita nel giro di qualche anno. Ma ciò esiste solo quando il gioco politico si fonda sulla concorrenze tra programmi, politiche, leaders; perché è questa caratteristica delle forze politiche che garantisce la possibilità per la minoranza di oggi di diventare maggioranza domani. Ed è questa possibile alternanza che porta la minoranza ad accettare di essere governata dalla maggioranza.
In paesi come la Siria, o – ad esempio – come lo stesso Iraq post Saddam, i partiti perdenti da una consultazione elettorale non possono invece sperare fare meglio alla successiva tornata elettorale. Nella misura in cui essi non sono partiti di opinione come quelli dei paesi occidentali, che chiedono ed ottengono consensi convincendo gli elettori della bontà delle proprie proposte, ma essendo invece etichette che raccolgono voti sulla base di fattori immutabili come l’origine tribale, o la setta religiosa di appartenenza, tali forze politiche sono praticamente condannate dalla natura stessa del loro consenso ad uscire inevitabilmente sconfitte, o inevitabilmente vittoriose, da ogni consultazione elettorale.
Questa fondamentale alterazione del contesto in cui è possibile il gioco democratico, cioè il potere politico fondato sulle elezioni, non è esclusivo del mondo mediorientale. Casi come questo si verificano anche in Europa. Ad esempio, nel Regno Unito, e in particolare nell’Ulster, dove a lungo si sono fronteggiati due partiti dalla forza pressoché immutabile nel tempo, quello della maggioranza protestante e quello della minoranza cattolica. Ed infatti, in queste tormentate province dell’Irlanda, la consapevolezza che una parte – quella cattolica – sarebbe risultata eternamente perdente dal punto di vista politico, perché numericamente minoritaria, ha inevitabilmente portato una parte non trascurabile dell’opinione cattolica al rigetto del metodo democratico-elettorale, e a sostenere l’Esercito Repubblicano Irlandese anche quando questo ricorreva a metodi terroristici.
E val la pena di notare che, in casi come questi, non è la parte che vince e vincerà sempre ad aver interesse a porre termine al sistema della democrazia elettorale, ma quella che perde, e sa che perderà sempre. E’ da parte del gruppo che sarà sistematicamente minoritario, che si manifesta la decisione di trasferire la lotta politica dal campo del pacifico scontro democratico a quello dello scontro violento; la decisione di passare dal sistema in cui le teste vengono contate a quello in cui le teste vengono rotte.
In una situazione come quella della Siria, è perciò pressoché inevitabile che, per garantire un’equa rappresentazione di tutte le popolazione, si faccia ricorso al coinvolgimento di attori esterni al paese. Cioè che si tratti di un intervento armato, o di soluzioni analoghe a quella raggiunta in Irlanda del Nord negli anni di Blair, che di fatto ha trasformato l’Ulster in un duplice protettorato di Londra (degradata a potenza estera protettrice dei Protestanti) e di Dublino, promossa invece a potenza dotata di un “droit de regard” e di un potere di co-decisione sugli affari di una parte del territorio del Regno Unito.
Anche nel mosaico etnico settario siriano appare evidente che nessuna soluzione è possibile senza intervento esterno, tranne un interminabile spargimento di sangue. Ma l’obiettivo di un intervento esterno non può essere quello di introdurre la democrazia nel paese, di scacciare il dittatore e di cercare un governo attraverso libere elezioni. Il massimo cui si può puntare è una soluzione di tipo nord-irlandese, con il coinvolgimento dei diversi paesi e soggetti politici presenti nel quadro regionale. Persino Israele, che sino ad oggi è stata prudentissimo – anche perché un suo sostegno agli insorti potrebbe anche danneggiarli presso la parte più fanatica del mondo islamico – sembra ormai prossimo ad accettare l’idea di un’azione esterna.
Ma un’azione esterna che dovrà avere obiettivi diversi e più chiari di quelli della spedizione americana in Iraq, ed anche dell’attuale missione degli osservatori dell’ONU.
E’ chiaro infatti – e lo ha notato esplicitamente lo stesso capo della missione dell’ONU in quel disgraziato paese – che nessuna delle parti cerca una soluzione pacifica. La tragedia della Siria è, sotto questo punto di vista, un vero scandalo. Non ci sono solo vittime casuali, civili presi in mezzo al fuoco delle fazioni nemiche. Ci sono invece massacri deliberati di vecchi e di bambini, solo perché appartenenti a gruppi e sette diverse da quelle di chi è riuscito ad impossessarsi di un fucile mitragliatore.
La via diplomatica per far cambiare atteggiamento al governo di Damasco appare bloccata, ma ciò non porta le Nazioni Unite alla scelta per la via militare, che nel caso della Libia fu invece la prima – o meglio l’unica – ad essere presa in considerazione. Il che pone l’Occidente in una posizione del tutto paradossale di fronte all’opinione pubblica mondiale, giustamente addolorata e indignata per la terribile perdita di vite umane.
Ogni osservatore obiettivo ha infatti pienamente ragione di chiedersi perché mai, quando gli Israeliani, che vedono con estremo allarme l’Iran progredire sulla via dell’arma atomica, minacciano il ricorso alla forza per bloccare – o almeno rallentare – i piani di Tehran, tutti gridino alle vittime innocenti, ai civili che verrebbero colpiti in un’azione militare preventiva.
Ma perché nessuno si indigna per le vittime innocenti dell’inerzia dell’ONU in Siria? Delle migliaia di vittime con cui il popolo siriano paga ogni giorno la scelta diplomatica del non far nulla?
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