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Le molte lezioni della crisi in Siria
Per qualche settimana, nei mesi di agosto e settembre, lo scenario di una missione internazionale contro il governo di Damasco è sembrata prossima a diventare realtà: ipotesi, quest’ultima, ormai vanificata alla luce dei negoziati intercorsi tra Stati Uniti e Russia.

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Le ragioni a favore dell’operazione (sembrerebbe di carattere esclusivamente punitivo), riprendendo una prassi ormai in via di consolidamento, si sarebbero fondate su quel principio emergente del diritto internazionale, la responsibility to protect, che aveva ispirato la risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che aveva costituito la cornice legale dell’operazione Odissey Dawn in Libia. Questo principio tende a trasformare la sovranità da diritto – all’intangibilità esterna della sfera domestica – in dovere per le autorità statali, attribuendo alla comunità internazionale, nel caso in cui i primi disattendano le loro responsabilità verso i cittadini, il compito di porre fine con qualsiasi mezzo a quattro “reati internazionali”: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Sebbene a Washington nessuno ami il regime di Assad, non si è verificata un’omogeneità di vedute sulla possibile apertura di un nuovo fronte in Medio oriente, per ragioni di ordine sia economico che strategico. L’opzione boots on the ground, che nonostante gli errori commessi in Iraq e Afghanistan garantirebbe un controllo minimo sul ripristino della statualità in Siria, non è auspicabile in un momento di recessione come quello attuale e, verosimilmente, provocherebbe una perdita di popolarità del presidente in carica, non limitato alla sola opinione pubblica americana.

Altrettanto problematica appare la soluzione dell’attacco aereo che, senza abbattere il regime di Assad, potrebbe indebolirlo al punto da creare una situazione di equilibrio tra le tre parti in lotta (i lealisti, i ribelli “filo-occidentali” e i ribelli islamisti). Questa soluzione rischia di trasformare in realtà uno dei peggiori incubi dell’America, nonché di Israele: un periodo più o meno lungo di anarchia collegato al protrarsi di una guerra civile e alla divisione de facto dello Stato siriano. Si tratta di una prospettiva che contribuirebbe a rendere ancora più instabile il vicino Iraq, la cui democrazia risulta ancora estremamente debole, profilando la possibilità del sorgere di un campo di battaglia unico nella regione centrale del Medio oriente. Questa potrebbe risucchierebbe in una spirale di violenza anche i pochi risultati conseguiti dalla missione Iraqi freedom e aumentare i pericoli che minacciano Israele. Così il premio Nobel per la pace Barack Obama si è trovato nella scomoda posizione di dover porre una soglia di accesso suppletiva al ricorso alla forza da parte delle sue forze armate, individuata nel ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Assad.

Il verificarsi di questa condizione è stata interpretata dal partito dei “falchi” come la possibilità di abbattere l’ennesimo regime dispotico in Medio oriente, proseguendo in quell’opera di esportazione della democrazia che sotto forme diverse, a partire dalla presidenza di Franklin Delano Roosvelt (con le eccezioni di quella Nixon e Bush sr.), ha caratterizzato tutte le amministrazioni americane. Per il partito delle “colombe”, al contrario, è suonata come un campanello di allarme per il mantenimento della stabilità in un’area considerata nevralgica per gli equilibri mondiali. L’Amministrazione Obama non vuole rischiare né di affrontare un doppio teatro di guerra sia per evitare un potenziale overstretching negli impegni, né di affrontare gli eventuali danni d’immagine ad un presidente che ha fondato la sua legittimità anche su un approccio diverso da quello tenuto dai suoi predecessori alle crisi internazionali. 

L’impasse provocata dalla combinazione tra l’estrema difficoltà nel distinguere tra uno Stato che sta effettuando un’operazione di polizia interna e uno Stato che sta ponendo in essere una delle quattro fattispecie di reato internazionale (difficoltà che in altre occasioni è stata comunque superata) e dalla riluttanza dell’amministrazione Obama nell’optare per la soluzione militare, sembrava essere stata sbloccata, oltre che dalla crescente attenzione suscitata dai mass media sulla crisi siriana e dallo stile provocatorio della “diplomazia” di Damasco, soprattutto dal presunto ricorso alle armi chimiche da parte dell’esercito regolare.

La proposta russa di mettere sotto controllo l’arsenale in possesso del regime di Assad e l’annuncio di quest’ultimo di voler aderire al trattato mondiale contro le armi chimiche, tuttavia, hanno toccato il nervo scoperto della politica internazionale delle potenze occidentali a partire dagli anni Novanta: la creazione di un quadro giuridico fondato sulla difesa dei diritti umani in grado di legittimare le operazioni militari contro uno Stato sovrano. La duplice iniziativa di Mosca e Damasco, la cui sincronia è evidentemente frutto di un coordinamento, mettendo al centro delle argomentazioni contrarie allo strike aereo la volontà di giungere ad una soluzione pacifica della crisi e di far tornare le armi non convenzionali siriane sotto il controllo della comunità internazionale, sembra aver prodotto gli effetti auspicati.

A differenza di occasioni passate quando la Russia si era distinta per una politica tanto muscolare quanto inefficace, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico e i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Cosa ci insegna, dunque, questa prima (e ci auguriamo ultima) fase della crisi siriana? Anzitutto che dietro la politica di difesa dei “diritti umani” si celano molte insidie, anche per la superpotenza. I tentennamenti rispetto alla durezza delle operazioni che il regime siriano conduce ormai da due anni contro le roccaforti dei ribelli (o, quanto meno, dall’immagine che ci arriva attraverso i media che coprono la crisi) rischiano di metterne a nudo la natura strumentale di politica di potenza e l’utilizzo che ne era stato fatto in passato per legittimare di fronte ai tax payers americani e all’opinione pubblica mondiale il perseguimento – legittimo – di Washington del proprio interesse nazionale, celato dietro un concetto tanto astratto, quanto manipolabile. In secondo luogo ci offre un’immagine degli Stati Uniti come di una superpotenza riluttante ad assumere il ruolo di prestatore d’ordine di ultima istanza in ogni angolo del globo, rinunciando di fatto al ruolo di “gendarme del mondo”.

Nonostante il sistema internazionale versi ancora in una condizione “unipolare”, la rinuncia americana a ricorrere alla forza laddove una “piccola” potenza ne sfidi apertamente l’autorità, potrebbe incentivare a porre in essere comportamenti simili, innescando un meccanismo che nel prossimo futuro potrebbe riportare il sistema internazionale ad un equilibrio multipolare. L’evoluzione della crisi, inoltre, dimostra che le altre potenze con un ruolo di primo piano nella regione (Francia, Arabia Saudita e Qatar) sono in grado di destabilizzare un regime ostile, ma non di ricorrere alla forza per abbatterlo e ripristinare l’ordine, rimanendo così legate alle scelte di Washington.

Una nota a parte merita la Turchia, la quale nei confronti della crisi siriana ha sempre mostrato un atteggiamento fortemente interventista, promuovendo anche azioni di carattere militare seppure limitate. Infine è possibile notare come la Russia stia tentando di uscire dal “cortile di casa” costituito dall’ex spazio sovietico in cui era rimasta circoscritta negli anni Novanta e Duemila, per difendere concretamente i propri interessi in una area geopolitica più ampia, il cui primo risultato di grande rilievo potrebbe essere la difesa del suo accesso al Mar Mediterraneo nel porto siriano di Tartus. È lecito attendersi, dunque, che il ribaltamento del paradigma abituale della politica estera di Mosca costituisca un primo segnale di riequilibrio dell’assetto internazionale consolidatosi negli ultimi vent’anni.
Hezbollah lancia un boomerang in Siria
Dopo anni di dibattiti e trattative, l’Unione Europea ha deciso: l’Hezbollah libanese, il Partito di Dio, è un gruppo terrorista. Più correttamente, tale è considerabile solo la sua ala militare, secondo l’accordo sottoscritto dai Ministri degli esteri dei 28 Paesi membri, e non la sua propaggine politica. Dove si situi la lasca linea di faglia tra le due anime del movimento, non è dato sapere.

Hezbollah lancia un boomerang in Siria - Geopolitica.info
Nonostante la fumosità dei suoi contenuti, l’accordo segnala un marcato cambio di rotta nella politica estera europea, con il prevalere della posizione britannica ed olandese, per anni osteggiata da altri Paesi membri. Certo, la versione finale dell’accordo raggiunto tra i titolari dei dicasteri degli Esteri rappresenta un compromesso che lascia le mani slegate a quanti intendono proseguire il dialogo con Hezbollah, attore determinante della politica libanese e dell’intero scacchiere vicinorientale: “i contatti politici e le azioni di sostegno economico proseguiranno con tutti gli attori del Libano, incluso Hezbollah”, ha infatti chiosato l’italiana Emma Bonino.

A far da sfondo al cambio di paradigma, l’attentato dell’estate 2012 a Burgos, Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani. Cinque cittadini di Tel Aviv e il loro autista locale persero la vita nell’esplosione. Secondo le indagini ufficiali della magistratura locale, suffragate dalle evidenze raccolte dai servizi di intelligence di vari Stati, sarebbe stata l’ala militare del Partito di Dio a ordine l’attacco. Un attacco sferrato nel cuore del Vecchio Continente: troppo, anche per i più “buonisti” tra i governi europei.

I risultati delle indagini sono giunti in un momento concitato per il Libano e per Hezbollah. Il perdurare della crisi siriana ha spinto la leadership del movimento a fornire un sostegno pratico, di natura militare, all’alleato di Damasco, proprio nella fase in cui i ribelli sembravano più forti. Non è chiaro se l’intervento dei militanti sciiti sia stato l’elemento determinante oppure, più plausibilmente, una concausa del rinnovato vigore del fronte governativo. La coincidenza temporale non lascia, però, spazio ad interpretazioni: l’ausilio arrivato da oltre confine ha inciso, eccome, sulle sorti del conflitto.

Hezbollah, schierandosi in modo tanto plateale, rischia di aver arrecato un grave vulnus alla sua immagine internazionale: da un lato, presso le opinioni pubbliche arabe, da sempre sue sostenitrici in nome della lotta contro il comune nemico israeliano; dall’altro, in Europa, dove il Presidente Assad è ormai considerato dai più come un dittatore sanguinario. A prescindere dalla fondatezza o meno delle accuse mosse all’autocrate alawita, ciò che rileva è l’interpretazione pubblica che il mondo arabo e l’Europa (con pochi distinguo) hanno fornito del pantano siriano. I buoni (e sunniti) da una parte, un leader spietato (e sciita) dall’altra. Alla luce di questa distinzione, netta e tranciante nel suo manicheismo, Hezbollah rischia di essersi alienato quel vasto bacino di consensi di cui ha sempre goduto nel mondo arabo-islamico, malgrado la sua connotazione fortemente confessionale.

Soprattutto dopo la guerra dell’estate 2006, il movimento, pur sconfitto, è stato issato a vessillo di un rilancio della lotta contro il nemico invasore, diventando il simbolo di un irredentismo arabo mai davvero sopito. Ora, a causa della postura assunta nel conflitto siriano e del ruolo attivo giocato sul campo di battaglia, Hezbollah potrebbe aver gettato alle ortiche l’aurea di simpatia che lo circondava. E’ stata, probabilmente, proprio la consapevolezza di questo pericoloso contraccolpo ad aver spinto la leadership del Partito a non esporsi durante le concitate fasi seguite alla minaccia americana di un intervento in terra siriana. I suoi esponenti, secondo quanto riportato dalla stampa libanese, si sono limitati di ricordare che Hezbollah tiene d’occhio la situazione, senza sbilanciarsi paventando ritorsioni ai danni dei contingenti stranieri presenti nel sud del Paese o di Israele.

L’attuale stallo dell’iniziativa internazionale a guida americana ha riportato in un cono d’ombra le operazioni di Hezbollah in Siria. Ma, come ricordava Foreign Policy nel maggio scorso, la posta in gioco è alta: i salafiti, parte integrante del fronte anti-Assad, non riconoscono il confine che separa il Paese dei Cedri dal suo ingombrante vicino. A loro dire, gli sciiti vanno repressi, di qua e di là dalla linea politica convenzionale che separa i due Stati. Se queste sono le intenzioni del fronte anti-Assad, o di alcune delle sue più agguerrite componenti, Hezbollah non starà certo a guardare.
Siria: le ragioni del non intervento
A due anni dall’intervento aereo nel teatro libico le forze armate statunitensi si apprestano a un nuovo impegno bellico. Con apprensione media nazionali ed esteri forniscono in queste ore giudizi e previsioni sul probabile intervento militare senza riuscire a delineare un quadro esaustivo dei suoi partecipanti – attivi e passivi – né, dato ancora più significativo, dei suoi obiettivi tattici e strategici.

Siria: le ragioni del non intervento - Geopolitica.info
I fatti. Al culmine di un’escalation di violenza iniziata ormai 30 mesi fa, il regime di Bashar al-Assad sembra essersi reso responsabile il 21 agosto scorso dell’uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Crude immagini veicolate dalla rete hanno di fatti immediatamente confermato le notizie giunte in quei giorni ai mezzi d’informazione arabi e occidentali: almeno 1000 sarebbero morti a causa delle esalazioni in un sobborgo meridionale di Damasco. Si tratta di un’aperta violazione delle maggiori convenzioni in tema di jus in bello prodotte nel corso degli ultimi due secoli, catalogabile nella triste categoria dei cosiddetti crimini atroci, nonché, a parere del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario, suscettibile di aspre contromisure da parte di terzi contro i perpetratori della stessa. Non di meno, l’attacco ha idealmente oltrepassato la linea di sopportazione tracciata dal Presidente Obama di fronte al protrarsi della sanguinosa guerra civile, un punto di non ritorno cui, nelle parole del leader americano, avrebbe fatto seguito una risposta adeguata.

Tale risposta si è finora concretizzata nel dispiegamento di diverse unità navali nelle acque del Mediterraneo orientale e nella minaccia di una ritorsione militare da condurre in concerto con la Francia e altri alleati secondari. Benché Washington si prepari ad agire senza uno specifico mandato d’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, negato dal veto incrociato di Russia e Cina, le operazioni sono state subordinate all’accertamento delle responsabilità del regime siriano da parte degli osservatori Onu presenti in loco. Si è così entrati in un periodo di stasi in cui la complessità degli attori coinvolti si alterna in altisonanti quanto vaghe dichiarazioni di intenti, appelli per la pace, minacce,  provocazioni. Al contempo la procrastinazione dello scontro ha dato modo a commentatori e analisti di soppesare l’utilità umanitaria e la convenienza strategica di un simile atto di guerra. Geopolitica.info aderisce alle valutazioni di chi, nei riguardi di entrambe le prospettive, disconosce l’esistenza di adeguati presupposti per l’aleggiato intervento militare sottolineando le pericolose conseguenze che ne deriverebbero su un piano locale, regionale e sistemico.

Appare in primo luogo controversa la prospettata connessione tra il sanzionamento di una grave violazione dello jus in bello – l’uso di armi chimiche contro la popolazione inerme –  attraverso la rappresaglia armata e le motivazioni umanitarie con cui quest’ultima è giustificata dai governi americano e francese. Se è di fatti indubbio che il probabile impiego di missili tomahawk e altri dispositivi bellici causerà ingenti danni collaterali ai civili vicini agli obiettivi sensibili selezionati, non meno evidenti sembrano le pesanti ricadute in termini di perdite umane che si produrrebbero quale che fosse il risultato dell’attacco. Lungi dall’impedirla, La reiterazione dell’illecito sarebbe piuttosto incentivata da un attacco che avesse esclusivamente finalità punitive, formula apertamente impiegata sia dall’Amministrazione Usa, sia dal Presidente francese Hollande. Al pari un meno probabile intervento volto a estromettere con la forza il regime di Assad, se coronato da successo, rischierebbe di precipitare lo Stato mediorientale in un’aperta condizione di anarchia in cui  fazioni della resistenza ideologicamente diverse o avverse si affronterebbero per il controllo dei gangli politico-economici siriani, proseguendo la guerra civile e arrecando nuove sofferenze alla già provata popolazione.

Come già accaduto in Libia, un’applicazione pratica della dottrina nota come Responsability to Protect vincolata da precisi obiettivi e impegni di ricostruzione istituzionale e materiale post-bellica non fornirebbe alcuna garanzia di pacificazione interna. Spostando poi la valutazione su un’ottica realista orientata alla soddisfazione dell’interesse nazionale dei soggetti intervenienti i possibili benefici dell’attacco risultano ancor meno evidente. Non soltanto la guerra comprometterebbe irrimediabilmente il capitale di credibilità e soft power accumulato dall’amministrazione Obama a partire dall’ormai lontano ‘discorso dell’università del Cairo’ del 2009, ma causerebbe altresì un terremoto geostrategico affatto funzionale a qualsivoglia strategia statunitense nella regione.

La debolezza delle opposizioni laiche attive nel Esercito Libero Siriano risulta oggi tale da impedirne un’affermazione certa nello scenario della Siria post-Assad. Piuttosto appare ipotizzabile un marcato rafforzamento di quei gruppi sovversivi di matrice fondamentalista – Janhat al-Nusra e il Movimento per lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – sostenuti da una rilevante rete sotterranea di aiuti economici e logistici operativa negli emirati del Qatar e del Kuwait. Anche in virtù di una strategia difensivista che mira a lasciare l’onere dello scontro con le truppe lealiste ad altre formazioni combattenti, i suddetti gruppi sono riusciti a stabilire un controllo relativamente stabile in diverse aree settentrionali del Paese, focalizzando le proprie attenzioni sulla propaganda e l’assistenza alla popolazione civile. Nell’ipotesi più catastrofica il trionfo del fondamentalismo sunnita si tradurrebbe nella creazione di uno Stato islamista ideologicamente avverso all’Occidente e ben poco incline a sforzi di pacificazione con le altre, numerose, realtà etnico-religiose presenti sul territorio. In tal caso l’esodo fatto registrare dalla popolazione curda verso il nord dell’Iraq nel mese di agosto costituirebbe nient’altro che il preludio di un futuro appiattimento dell’eterogenea ricchezza umana e culturale della Siria. Nella meno peggiori delle ipotesi Damasco sprofonderebbe in una lunga e sanguinosa crisi di transizione dagli incerti risultati politici: ancor più che in Libia, il lungo conflitto intestino ha sradicato infrastrutture, mortificato allo sfinimento il mercato e le attività produttive e, dato ancor più significativo – inondato il Paese di armi convenzionali che alimenteranno a lungo gli arsenali delle molteplici milizie combattenti.

È tuttavia nella dimensione regionale e globale che l’intervento militare avrebbe le sue più deleterie ripercussioni. Un attacco o un futuribile collasso del regime siriano per cause esogene cementificherebbe il fronte dell’opposizione intransigente al dialogo con l’Occidente rappresentato dall’Iran e dall’Hetzbollah libanese. Lo specchio delle conseguenze possibili spazia dalle contromisure che Teheran adotterebbe per debilitare gli avversari americani ed europei – chiusura dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz e crescita esponenziale delle quotazioni del greggio – alla reazione armata contro il principale alleato di questi ultimi in Medio Oriente, Israele. Un bombardamento su larga scala delle province settentrionali dello Stato ebraico decreterebbe una conseguente reazione armata che, tenuto conto delle contingenze del momento, potrebbe degenerare in uno scontro aperto tra Tel Aviv e il mondo arabo-musulmano.

Al di la di ciò l’attacco non sembra rispondere neanche all’esigenza di ricompattare le profonde linee di frattura che dividono oggi il mondo arabo-musulmano e che sono fonte dell’instabilità sistemica in cui versa l’intero Medio Oriente. Al contrario potrebbero acuirsi gli scontri tra sunniti e sciiti, tra laici e confessionali, ma anche tra oppositori ai regimi dittatoriali e sostenitori di un approccio accomodante e pacifico verso le degenerazioni autoritarie dei governanti. Tantomeno risolverebbe rivalità interne quali lo scontro per l’egemonia che nel campo sunnita vede Qatar e Arabia Saudita confrontarsi sul terreno della politica egiziana per mezzo dei rispettivi sostegni ai Fratelli Musulmani e all’apparato militare al potere.

Non ultimo, un intervento nella guerra civile siriana verrebbe avvertito come un profondo smacco diplomatico dalla Cina, contraria a ogni forma di ingerenza bellica negli affari interni di Stati sovrani, e della Russia, con l’Iran il principale alleato del Presidente Assad: il riverbero negativo sugli altri dossier strategici che coinvolgono le due potenze e gli Stati Uniti sarebbe inevitabile. La complessità delle ragioni esposte sembra quindi suggerire l’inconsistenza, politica tanto quanto umanitaria, del paventato attacco. D’altro canto un completo disimpegno dalla vicenda verrebbe letto come un serio declassamento dell’hard power americano, ormai incapace tanto di ottenere obbedienza da Stati più deboli con la sola minaccia dell’uso della propria forza d’urto, quanto di porre in essere i dispositivi coercitivi con cui si era promesso di rispondere alle provocazioni siriane.

Appaiono piuttosto condivisibili le considerazioni che spingono ad esplorare strade alternative con cui contenere le violenze in corso e assicurare una concreta pacificazione dello scenario nazionale e regionale. Si pensi a riguardo alla possibilità, annunciata ma finora poco attuata, di sostenere apertamente la componente della resistenza meno propensa ad assecondare suggestioni fondamentaliste. Se è vero che reparti di ribelli sono al momento addestrati con mezzi americani, britannici, francesi e sauditi nel nord del regno giordano, la dimensione di questi programmi – 1000 guerriglieri addestrati finora ad opinione di Micheal Weiss su Foreign Affairs – appare al momento troppo limitata se si tiene conto del corrispettivo, poderoso, sforzo messo in atto dagli istruttori di Hezbollah a favore della forze lealiste. Aumentata la propria forza d’urto, l’Esercito Libero Siriano potrebbe così sferrare un’offensiva decisiva verso le infrastrutture aeroportuali ancora controllate dal regime, ovvero l’unica via d’accesso ai rifornimenti bellici che giornalmente giungono dall’Iran e dalla Russia.

Ne risulterebbe un indebolimento della posizione di Assad tale da incentivare gli esponenti moderati dell’establishment siriano a un dialogo che avrebbe quale premessa l’estradizione o la traduzione in giudizio del dittatore alawita, nonché l’apertura di una trattativa finalizzata a spronare una transizione consensuale e monitorata dalla comunità internazionale. Ottenuta la fine delle ostilità, Stati occidentali e potenze economiche dell’area dovrebbero poi impegnarsi in un compito altrettanto vitale: favorire una normalizzazione interna finanziando in maniera omogenea e indiscriminata la ricostruzione effettiva del Paese, principale e forse unica veritiera garanzia di pace per la Siria che verrà.
Who is who: Moaz al-Khatib

Nome: Moaz al-Khatib
Nazionalità: siriana
Data di nascita: 1960
Chi è: Leader dell’opposizione interna a Bashar al-Assad

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Lo scorso novembre è nata ufficialmente la Coalizione Nazionale Siriana per le Forze Rivoluzionarie e di Opposizione, alleanza di opposizione al governo di Assad il cui leader, Sheikh Ahmed Moaz al-Khatib costretto a lasciare il paese dopo il quarto arresto, sta guadagnando sempre maggiori consensi a livello internazionale. Obama ha accolto la notizia con favore e ha definito incoraggiante la formazione di questa Coalizione più estesa e coesa della precedente rappresentante delle legittime aspirazioni del popolo siriano.

Moaz al-Khatib nasce nel 1960 da una stimata famiglia sunnita di Damasco e il padre, Sheikh Mohammed Abu al-Faraj al-Khatib, è un rispettato studioso e predicatore islamico. Laureatosi in geofisica applicata Moaz lavora per sei anni come geologo presso la al-Furat Petroleum Company. Diviene poi predicatore e in seguito Imam della storica Moschea di Umayyad a Damasco. Il suo rapporto conflittuale con il regime è già manifesto durante il governo del padre di Assad, Hafez al-Assad, che vieta a Moaz di predicare in pubblico costringendolo ad esercitare in clandestinità. Da allora inizia la sua lunga battaglia per la democratizzazione della società siriana in un’ottica moderata nel tentativo di unificare le diverse forze politiche e religiose del paese in opposizione al regime di Assad. Obiettivo della Coalizione è quello di abbattere il regime e convocare una conferenza nazionale che apra la strada verso un nuovo futuro per la Siria e per il suo popolo.

In un recente discorso Moaz al-Khatib ha espresso le richieste della Coalizione rivolte alla Comunità Internazionale. Riconoscimento della Coalizione che legittimamente rappresenta il popolo siriano; predisposizione di aiuti finanziari, medici e di supporto alla popolazione e di un fondo volto alla ricostruzione delle infrastrutture e al supporto tecnico; riconoscimento del diritto del popolo siriano di difendersi con ogni mezzo possibile; congelamento dei fondi amministrati dall’attuale governo.

Le perplessità sulle capacità di leadership politica di Moaz al-Khatib permangono e la fornitura di armi ai ribelli è per ora esclusa nel timore di armare le forze più estremiste del paese. Sebbene piccoli passi in avanti siano stati fatti verso una maggior presa di coscienza della situazione in Siria, l’intervento della Comunità Internazionale non sembra essere prossimo e Obama ha chiarito che il suo sostegno alla Coalizione non si traduce ancora in un riconoscimento di un governo siriano in esilio. 

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana
Approdata al ventunesimo mese, la guerra civile siriana appare giunta in queste settimane a un importante punto di snodo. Il 17 e il 18 dicembre, Roma ha ospitato un incontro di alto profilo dell’opposizione siriana. Una riunione gestita con grande riserbo in cui è stata data voce a quella parte favorevole a una soluzione negoziale del conflitto. Allo stesso tempo si è trattato di un tentativo di pacificazione delle diverse anime della rivolta sempre più divisa sull’assetto della Siria del futuro.  

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana - Geopolitica.info
Il vertice romano coordinato dal National Coordination Committee for Democratic Change (NCC) si è fatto portatore di voci e istanze che, partendo da differenti presupposti, ragioni e interessi, osteggiano il rovesciamento violento del regime politico di Assad. Infatti l’NCC e il suo leader Haytham al Manna costituiscono il nucleo di un eterogeneo cappello di correnti e movimenti d’opinione che, al di là del comune intento pacificatorio, divergono però sulle strategie con cui porre termine alla più lunga e cruenta tra le crisi provocate dall’esplosione delle “primavere arabe”. Benché generalmente vengano ammesse le responsabilità governative nell’uso indiscriminato della violenza, tale corrente si è mostrata reticente nell’esprimere un’aperta condanna per i gravi abusi compiuti dalle autorità in carica, con le quali ha mantenuto aperti canali di dialogo e dalle quali è riconosciuta come unica opposizione politica legittima del Paese. Per le forze del NCC il cambiamento democratico in Siria, può essere risolto solo in modo pacifico, senza ingerenze esterne.

A quanto pare, questa piattaforma sarebbe alla base del dialogo che si è svolto a Roma, in cui si sarebbe parlato anche del futuro assetto politico del Paese e del ruolo delle minoranze. Tra le diverse sigle che hanno preso parte al meeting: il Democratic Forum, la Watan Coalition, il Syrian Trade Union/ Women Syrian Activist, il Building Syrian State e la West Kurdistan Assembly. Su posizioni diametralmente opposte si trovano il Syrian National Council (SNC) e le forze armate dissidenti riunite nel Free Syrian Army (FSA) che controllano importanti centri urbani come Homs, Hama, Daraa e – stando a fonti locali – la quasi totalità delle province orientali a maggioranza curda. Tra l’altro queste sono le forze (che all’interno hanno un’importante componente jihadista) che oltre all’iniziale supporto logistico dei Paesi del Golfo e della Turchia, proprio in questi giorni hanno incassato il sostegno diplomatico di alcune tra le più autorevoli Cancellerie europee, al quale si è aggiunto in tempi recenti l’ancor più importante riconoscimento americano. L’SNC che non ha riconosciuto la conferenza di Roma ha accusato il National Coordination Committee di collaborazionismo e di eccessiva vicinanza alla Russia – potenza contraria alla totale delegittimazione dell’alleato Assad (tra l’altro, la notizia della conferenza è filtrata tramite mezzi di informazione russi).

L’NCC, a sua volta, ha messo in luce le posizioni estremiste della resistenza armata e denunciato numerosi episodi di violenza di cui si sarebbe resa responsabile. Questo scambio incrociato d’accuse ha comunque il merito di sollecitare una necessaria quanto finora spesso assente riflessione sui destini futuri dello Stato siriano. I partecipanti alla Conferenza di Roma considerano l’incontro di due giorni come propedeutico a una conferenza generale dell’opposizione che si dovrebbe tenere prossimamente al Cairo e una chiara sollecitazione a Damasco per avviare un reale dialogo con l’opposizione. A questo punto sorgono spontanei alcuni interrogativi: perché la scelta di Roma e l’estremo riserbo intorno a un evento che al contrario potrebbe essere davvero uno snodo fondamentale per il futuro della Siria? Fermare la guerra civile trovando un accordo per una soluzione politica e allo stesso tempo tutelare le minoranze minacciate sono tutti obiettivi prioritari di un altro fondamentale attore di questa partita: la diplomazia Vaticana. In questo senso si era già registrato un forte impegno da parte della Comunità di Sant’Egidio nel luglio scorso (http://syrianncb.org/2012/07/30/syria-from-the-oppositions-gathered-in-santegidio-an-appeal-for-a-political-solution/). Chiaramente la Comunità, presente nel governo Monti con il ministro Andrea Riccardi ha dovuto cambiare approccio alla luce dell’impegno del ministro Giulio Terzi a sostegno dell’ala più dura della resistenza, sostegno culminato con il recente riconoscimento ufficiale.

L’obiettivo primario del Vaticano è quello di evitare che la rivolta assuma sempre più i connotati di uno scontro etnico-religioso: arabi, curdi e siriaci, musulmani alawiti o sunniti, drusi e cristiani di diverse confessioni rappresentano in proporzioni disuguali le componenti di una nazione eterogenea e oggi priva di quei grandi collanti ideologici – panarabismo e socialismo arabo – che nel secolo scorso avevano trovato proprio nel contesto siriano le proprie massime espressioni politiche. D’altro canto, è lo stesso pericolo di una rifondazione statale monopolizzata da una singola entità etnico-religiosa, quella arabo-sunnita, che ha permesso all’amministrazione Assad di preservare la fedeltà di una porzione tutt’altro che inconsistente della popolazione ed è nel timore di rappresaglie, in parte già iniziate, che vanno ricercate alcune delle concause che impediscono al conflitto di giungere a conclusione. Un ulteriore incognita attiene alle conseguenze geopolitiche che si connettono al collasso del regime B’aath, le cui ripercussioni avrebbero eco nei vicendevoli rapporti tra Siria, Israele, Iran, Russia e mondo occidentale in senso lato.

Una transizione traumatica imporrebbe inoltre, prima dell’auspicata ricostruzione dell’architettura costituzionale tramite processo elettorale, il passaggio in una prolungata fase di instabilità in un frangente temporale che vede il contesto mediorientale infiammato dai rinnovati moti popolari egiziani e dall’inasprimento delle tensioni nell’adiacente striscia di Gaza. Alla tragedia umanitaria di una realtà statale dilaniata da un conflitto che ha pressoché annullato il capitale infrastrutturale nazionale e provocato (al dicembre 2012) un numero di vittime e sfollati stimato rispettivamente nell’ordine di diverse decine e centinaia di migliaia, si aggiungono quindi le preoccupazioni per un assetto post-bellico su cui pendono pericolose incertezze tanto per la Siria quanto per l’intero quadrante del Medio Oriente. Conseguentemente, nella gestione di quelle che potrebbero rivelarsi le fasi conclusive della quasi biennale crisi siriana, attori locali e internazionali sono chiamati ad adottare un approccio lungimirante, capace, in ultima analisi, di subordinare le istanze di rivalsa dei vincitori alle esigenze di stabilità e pacificazione di un intero Paese.

In questo senso il Vaticano ha come interlocutori privilegiati la Russia e la Chiesa Ortodossa. Infatti Putin pur di preservare l’integrità della Siria sarebbe disposto a “mollare” Assad: «Mosca non è preoccupata del destino del regime, in Siria sono necessari cambiamenti. La Russia è favorevole a una soluzione alla crisi che eviti la disintegrazione dello stato e una guerra civile». Secondo l’analista Germano Dottori: «credo che alla Russia interessi fermare la Primavera Araba prima che raggiunga il Caucaso». Mosca guarderebbero quindi con favore a una transizione pilotata, il più possibile indolore, attorno al vice di Assad e si stanno muovendo per questo. Per farlo hanno però bisogno di stabilizzare anche il fronte militare e al di là di una certa narrazione dominante sembra che ci stiano riuscendo… 
Il mondo in 60 righe – Siria, il costo del non far nulla

Guerra civile o lotta contro terroristi infiltrati ? La discussione terminologica su come definire la tragedia siriana sarebbe ridicola e insulsa – basta pensare che a sostegno della tesi di Damasco è intervenuto persino Beppe Grillo – se non fosse il segno di una leggerezza che, data la tragedia che si svolge tra Latakya, Homs e Damasco, può legittimamente essere considerato un pretesto per un’inerzia criminale. Ed offre uno scoraggiante segnale negativo sulla possibilità che la comunità internazionale, e le sue diplomazie, riescano a trovare una soluzione a questo conflitto estremamente sanguinoso, e che dura ormai da oltre un anno.

Il mondo in 60 righe – Siria, il costo del non far nulla - Geopolitica.info

Anzi offre la prova che gli Occidentali non sono neanche in grado, anzi non cercano nemmeno, di capire cosa accade in Siria. Tutta l’attenzione è infatti polarizzata sul complesso intrigo internazionale – in primo luogo mediorientale, ma non solo mediorientale – che su questa tragedia si è cinicamente innestato. I ribelli – in poco più di un anno passati da sporadiche manifestazioni di protesta alla sottrazione di intere parti del territorio al controllo governativo – sono chiaramente sostenuti ed armati da alcuni paesi arabi, sunniti o a predominio sunnita, come l’Arabia Saudita. Il governo centrale, che poggia sulla minoranza alawita, piccola ma assai potente, cui appartiene il clan degli Assad, è invece sostenuto dall’Iran sciita. E dietro i due campi si profilano addirittura la Russia e la Cia, come ai tempi della Guerra Fredda.

A un livello di minore superficialità, la vicenda appare più complessa e più lugubre. Grazie alle meticolose indagini del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (http://www.faz.net/aktuell/politik/arabische-welt/syrien-eine-ausloeschung-11784434.html), sulla terribile strage della Piana di Houla, dove – nel villaggio di Taldou – il 25 maggio sono stati massacrati 108 civili disarmati, di cui 49 bambini, sembra accertato che le vittime siano tutte Alvite e Sciite. Le TV Al Jazeera and Al Arabiya, controllate rispettivamente dai governi del Qatar e dell’Arabia Saudita avevano invece imputato queste atrocità alle truppe alavite del governo.

Questo singolo episodio, per quando feoce, ovviamente, non giustifica in nulla la criminale condotta del governo e dell’esercito alavita, che sottopone a bombardamenti ininterrotti lacittà martire di Homs, dalla popolazione sciita e politicamente assai vicina ai Fratelli Musulmani, dove già Hafez Assad, il padre dell’attuale presidente, massacrò 30.000 persone. Questo episodio fa solo capire che la guerra civile siriana è ormai una Guerra di sterminio, come sono sempre le guerre tribali.
 
La guerra tra tribù non può infatti avere come obiettivo la sottomissione e l’annessione della tribù sconfitta al dominio politico del capo della tribù vincente. La tribù è infatti fondata sulla parentela, e la mancanza del legame di sangue impedisce ogni forma di assimilazione o integrazione. Si combatte insomma solo per strapparsi il territorio di caccia, la sorgente d’acqua, o il bestiame, ma non è logicamente possibile che si facciano prigionieri i nemici se non per ridurli in schiavitù, cioè in una condizione simile a quella del bestiame. Ma questo, l’opinione pubblica internazionale odierna lo consente poco, ed ancor meno l’ONU. Perciò, oggi, l’unico possibile sbocco della guerra tribale è lo sterminio del gruppo sconfitto
Anche le donne, che potrebbero essere considerate preda del vincitore, subiscono nella guerra tribale un destino particolare. Esse vengono violentate dai membri della tribù avversa al fine di contaminarle col seme di un’altra “razza”, e fare così in modo che la loro stessa tribù, e i loro stessi mariti, le rifiutino e le espellano dal gruppo.
In teoria, la Siria è una Repubblica laica, ma il fattore religioso e settario è di gran lunga predominante nella vita della società, e nel modo in cui i Siriani identificano se stessi. La maggioranza della popolazione (74 %) appartiene alla confessione islamica sunnita, anche se essa si divide al suo interno tra Arabi, Turchi e Curdi. Gli Alaviti, che si chiamano così perché seguaci del quarto Califfo, Alì, sono una setta minoritaria del mondo sciita, e costituiscono circa il 10 percento della popolazione – includo il clan del President Bashir al Assad. I Cristiani di varie denominazioni ammontano ad un altro 10 percento della popolazione siriana e, in generale, sono favorevoli al governo della minoranza alavita per paura dello schiacciante peso dei Sunniti. Gli Ebrei e i Drusi costituiscono il 3 per cento, anch’esso timoroso di un dominio della maggioranza sunnita. A questo blocco anti-sunnita di tutte le minoranze si unsicono gli stranieri che vivono sul territorio siriano, il cui peso non è trascurabile: circa mezzo milione di Palestinesi ed altrettanti rifugiati dall’Iraq in guerra.
Il carattere etnico-religioso  dei soggetti politici presenti nel paese spiega bene le difficoltà che incontrerebbero i tentativi – peraltro assai rari e poco convinti – di avviare in questo paese  strategicamente importante nel rovente quadro mediorientale una vita democratica sul modello occidentale dell’alternanza tra partiti, come si è cercato di fare in Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein.
Nei paesi, in cui per ragioni storico-geografiche i partiti sono espressione di clan, di sette, di gruppi a base religiosa, di confraternite, la vita democratica come la concepiscono gli europei, e come essi credono che tutti la debbano concepire, incontra una difficoltà obiettiva e difficilmente superabile.
Nei paesi a regime democratico, cioè in Europa e negli Stati Uniti, alla base dell’accettazione delle decisioni della maggioranza e del rispetto per le istituzioni e al loro funzionamento, c’è il concetto dell’alternanza: un meccanismo psicologico strettamente legato al carattere “di opinione” delle forze politiche. La possibilità che un partito risultato minoritario in una consultazione elettorale ne accetti democraticamente il risultato risiede nella possibilità e nella speranza di prendersi la rivincita nel giro di qualche anno. Ma ciò esiste solo quando il gioco politico si fonda sulla concorrenze tra programmi, politiche, leaders; perché è questa caratteristica delle forze politiche che garantisce la possibilità per la minoranza di oggi di diventare maggioranza domani. Ed è questa possibile alternanza che porta la minoranza ad accettare di essere governata dalla maggioranza.
In paesi come la Siria, o – ad esempio – come lo stesso Iraq post Saddam, i partiti perdenti da una consultazione elettorale non possono invece sperare fare meglio alla successiva tornata elettorale. Nella misura in cui essi non sono partiti di opinione come quelli dei paesi occidentali, che chiedono ed ottengono consensi convincendo gli elettori della bontà delle proprie proposte, ma essendo invece etichette che raccolgono voti sulla base di fattori immutabili come l’origine tribale, o la setta religiosa di appartenenza, tali forze politiche sono praticamente condannate dalla natura stessa del loro consenso ad uscire inevitabilmente sconfitte, o inevitabilmente vittoriose, da ogni consultazione elettorale.
Questa fondamentale alterazione del contesto in cui è possibile il gioco democratico, cioè il potere politico fondato sulle elezioni, non è esclusivo del mondo mediorientale. Casi come questo si verificano anche in Europa. Ad esempio, nel Regno Unito, e in particolare nell’Ulster, dove a lungo si sono fronteggiati due partiti dalla forza pressoché immutabile nel tempo, quello della maggioranza protestante e quello della minoranza cattolica. Ed infatti, in queste tormentate province dell’Irlanda, la consapevolezza che una parte – quella cattolica – sarebbe risultata eternamente perdente dal punto di vista politico, perché numericamente minoritaria, ha inevitabilmente portato una parte non trascurabile dell’opinione cattolica al rigetto del metodo democratico-elettorale, e a sostenere l’Esercito Repubblicano Irlandese anche quando questo ricorreva a metodi terroristici.
E val la pena di notare che, in casi come questi, non è la parte che vince e vincerà sempre ad aver interesse a porre termine al sistema della democrazia elettorale, ma quella che perde, e sa che perderà sempre. E’ da parte del gruppo che sarà sistematicamente minoritario, che si manifesta la decisione di trasferire la lotta politica dal campo del pacifico scontro democratico a quello dello scontro violento; la decisione di passare dal sistema in cui le teste vengono contate a quello in cui le teste vengono rotte.
In una situazione come quella della Siria, è perciò pressoché inevitabile che, per garantire un’equa rappresentazione di tutte le popolazione, si faccia ricorso al coinvolgimento di attori esterni al paese. Cioè che si tratti di un intervento armato, o di soluzioni analoghe a quella raggiunta in Irlanda del Nord negli anni di Blair, che di fatto ha trasformato l’Ulster in un duplice protettorato di Londra (degradata a potenza estera protettrice dei Protestanti) e di Dublino, promossa invece a potenza dotata di un “droit de regard” e di un potere di co-decisione sugli affari di una parte del territorio del Regno Unito.
Anche nel mosaico etnico settario siriano appare evidente che nessuna soluzione è possibile senza intervento esterno, tranne un interminabile spargimento di sangue. Ma l’obiettivo di un intervento esterno non può essere quello di introdurre la democrazia nel paese, di scacciare il dittatore e di cercare un governo attraverso libere elezioni. Il massimo cui si può puntare è una soluzione di tipo nord-irlandese, con il coinvolgimento dei diversi paesi e soggetti politici presenti nel quadro regionale. Persino Israele, che sino ad oggi è stata prudentissimo – anche perché un suo sostegno agli insorti potrebbe anche danneggiarli presso la parte più fanatica del mondo islamico – sembra ormai prossimo ad accettare l’idea di un’azione esterna.
Ma un’azione esterna che dovrà avere obiettivi diversi e più chiari di quelli della spedizione americana in Iraq, ed anche dell’attuale missione degli osservatori dell’ONU.
E’ chiaro infatti – e lo ha notato esplicitamente lo stesso capo della missione dell’ONU in quel disgraziato paese – che nessuna delle parti cerca una soluzione pacifica. La tragedia della Siria è, sotto questo punto di vista, un vero scandalo. Non ci sono solo vittime casuali, civili presi in mezzo al fuoco delle fazioni nemiche. Ci sono invece massacri deliberati di vecchi e di bambini, solo perché appartenenti a gruppi e sette diverse da quelle di chi è riuscito ad impossessarsi di un fucile mitragliatore.
La via diplomatica per far cambiare atteggiamento al governo di Damasco appare bloccata, ma ciò non porta le Nazioni Unite alla scelta per la via militare, che nel caso della Libia fu invece la prima – o meglio l’unica – ad essere presa in considerazione. Il che pone l’Occidente in una posizione del tutto paradossale di fronte all’opinione pubblica mondiale, giustamente addolorata e indignata per la terribile perdita di vite umane.
Ogni osservatore obiettivo ha infatti pienamente ragione di chiedersi perché mai, quando gli Israeliani, che vedono con estremo allarme l’Iran progredire sulla via dell’arma atomica, minacciano il ricorso alla forza per bloccare – o almeno rallentare – i piani di Tehran, tutti gridino alle vittime innocenti, ai civili che verrebbero colpiti in un’azione militare preventiva.
Ma perché nessuno si indigna per le vittime innocenti dell’inerzia dell’ONU in Siria? Delle migliaia di vittime con cui il popolo siriano paga ogni giorno la scelta diplomatica del non far nulla?
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