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L’impatto dell’emergenza umanitaria siriana sulla popolazione del distretto di Sanliurfa

Dal marzo 2011, con l’inizio della guerra civile in Siria, si è stimato che 9 milioni di persone hanno lasciato le proprie case, per confluire negli Stati vicini o in Europa. Sulla base dei dati raccolti dall’UNHCR, più di 3 milioni sono scappati in Turchia, Libano, Giordania e Iraq; 6,5 milioni sono rifugiati interni alla Siria e circa 150.000 persone hanno fatto richiesta per il diritto d’asilo in Europa dove sono già ospitati 33.000 siriani, per la maggior parte in Germania.

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La municipalità di Şanlıurfa conta circa 364.000 persone e i responsabili politici della zona sono tre, una delle quali è l’estremo vertice che firma i provvedimenti importanti per il distretto e ha rapporti con il governo. Data la vicinanza della guerra, paragonabile ad una Hiroshima per il grado di devastazione e panico tra la popolazione, le conseguenze per la città sono molte, innanzi tutto finanziarie.

Fino ad ora la Turchia ha stanziato circa TRY 4.500.000.000 per la gestione dei rifugiati siriani e il distretto di Şanlıurfa ne utilizza ben il 20%. La municipalità è abbastanza indipendente finanziariamente e ha poteri decisionali ma mantiene una stretta cooperazione informativa con il governo allo scopo di evitare doppi e inutili finanziamenti per un obiettivo comune.

Un’altra conseguenza per società turca è l’inevitabile aumento della popolazione.

Solamente nel distretto di Şanlıurfa sono ospitati circa 200.000 rifugiati mentre 1.700.000 sono sparsi nell’intera Turchia. All’inizio della guerra in Siria, si sperava in una rapida conclusione, ma con il passare del tempo e l’aggiungersi di molteplici interessi si è capito che la vicenda siriana sarà un nuovo pantano del Medio Oriente, difficilissimo da svolgere e anche da contenere. Ad oggi è già il quinto anno di guerra e la situazione presenta risvolti sempre più inquietanti.

Data la posizione geografica turca che confina non solo con la Siria ma anche con l’Iraq, in passato erano già stati costruiti alcuni campi profughi destinati agli iracheni che sono poi stati utilizzati per i siriani. Ma dopo l’assedio di Kobanê e gli ultimi svolgimenti della guerra che hanno portato in Turchia molte migliaia di persone in più è stato necessario e urgente costruire nuovi campi profughi.

Ad oggi in Turchia ci sono 22 campi e molte persone vivono anche fuori di essi, in case affittate o presso parenti. Le condizioni di vita nei campi sono solo sufficienti a garantire una esistenza: offrono i servizi essenziali e una piccola garanzia di sicurezza ma il numero di professionisti come medici, insegnanti o psicologi è notevolmente al di sotto del necessario. Nonostante questo, in casi di malattia grave o urgente, i rifugiati siriani godono di un trattamento gratuito e prioritario in tutti gli ospedali del paese.

Relativamente alla possibilità di impiego dei siriani in Turchia, le regole prevedono che i rifugiati possono lavorare liberamente al di fuori dal campo e molti lo fanno: lavorano allo scopo di sfamarsi e sfamare la propria famiglia, risultando i più impiegati. Naturalmente qualche volta ciò è motivo di tensioni con la popolazione locale, data la loro propensione ad accettare salari bassissimi. In ogni caso per ora episodi del genere sono stati molto rari ma non si può sapere cosa accadrà in futuro, con il protrarsi dalla guerra.

La municipalità di Şanlıurfa, nonostante le proprie capacità, non scarse, per organizzare al meglio l’opera di accoglienza ha organizzato alcuni viaggi in Europa. E’ stata costituita una delegazione che ha visitato alcune città europee allo scopo di capire e vedere come è organizzato il meccanismo di accoglienza dei rifugiati in occidente, traendo importanti conclusioni. Nella municipalità, a beneficio dei rifugiati operano il governo locale, alcune Organizzazioni Non Governative (come Fikir Masasi), Organizzazioni Non Governative siriane in Turchia e grandi e conosciute Organizzazioni Internazionali come UNICEF o UNHCR, presenti da molto tempo nel paese.

Inoltre attraverso il dettame religioso dello Zakat, l’obbligatoria carità che ogni musulmano deve a chi è più povero di lui, non è difficile raccogliere aiuti sotto forma di denaro, cibo o vestiti che sono ciclicamente distribuiti ai profughi.

Riguardo l’impatto di questo grande afflusso di persone sulla popolazione turca è utile tenere presente che si tratta in ogni caso di musulmani. Turchi e siriani, curdi o arabi che siano, sono uniti dalla stessa fede che li aiuta a sentirsi solidali l’un l’altro. Per ora non si sono registrati molti episodi di intolleranza e se ci sono stati, spesso sono legati a questioni lavorative o di ordinaria criminalità. I rifugiati siriani nei campi profughi poi non hanno mostrato resistenza verso le politiche turche e per questo sono ben accetti. Lo stesso governatore ha fatto riferimento alla religione come risorsa primaria e imprescindibile al superamento dei problemi posti dal continuo afflusso di rifugiati nella zona.

 

Questo articolo è scritto sulla base di informazioni reperite durante l’incontro avuto con il Sindaco Mehmet Ekinci il 23.03.2015 presso il palazzo Eyyübiye Belediyesi riguardo la situazione dei rifugiati siriani del distretto di Şanlıurfa.

ISIS and its hostages: an overview

In the last few months, a great part of the Iraqi and Syrian’s territory have fallen under the control of one of the most extremist Islamist Sunni group of all time: the Islamic State of Iraq and al-Sham (ISIS), also known as Daesh (the equivalent of ISIS in Arabic), The Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), or the self-proclaimed Islamic State (IS).

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The group is not a newly formed one. Previously under the name of Al Qaeda Iraq (AQI), due to different views and objectives from Al Qaeda Central (AQC) and thanks to the opportunity of territorial expansion offered by the outbreak of the civil conflict in Syria, in 2013 the group decided to re-organize itself and to change its name, with the aim of creating a “Greater Syria”, unified under the creation of the Islamic Caliphate.

ISIS is a very particular organization that defines itself as a State and not as a group and that, in order to reach its goals, uses extremely violent means, including the kidnapping and the broadcasting worldwide decapitation of its hostages. According to Lawrence Wright, violence, brutality and savagery are key elements of the group’s action, especially when directed against Shiite Muslims, who are considered as a weaker and amoral version of Muslims, and as the cause of impurity of the Muslim world.

In order to justify their violent behavior, ISIS’ militants claim several reasons; the need to redraw the Iraqi-Syrian borders resulted from the secret Sykes-Picot Agreement, and the urge to return to those moral values that have been “dangerously jeopardized” by the influence of the West in the Arab world, and by the misconduct of weaker (read Shiite) Muslims, are probably the most recurring ones. These same reasons have pushed numerous “foreign fighters” (people from countries outside Iraq and Syria) to join ISIS’ cause. The CIA, the United Nations and other International Organizations have estimated that 20-30 thousand people from at least 80 different countries have so far joined the group.

In order to understand ISIS’ motifs, it is also important to take into consideration the use that ISIS does of religion. Bridget Moix argues that incorporating religion as a level of analysis is imperative in the study of violent conflicts. ISIS uses religion, and particularly the most extreme interpretation of the Coran, as a way to reach out to masses and persuade them to become militants. It refers to the history of Islam, and to the contraposition between Sunni and Shiite that originated in 632 after C, leveraging Sunni’s sense of unrepresented minority. In fact, despite being the majority in the rest of the world, representing over the 80% of the entire Muslim population, Sunni are a small minority in Iraq. They have been often subjected to policies of intolerance by the former Iraqi Primer ministers, and this has further exacerbated the contraposition between the two groups. According to the historian Ennio di Nolfo, ISIS’ behavior and, more generally, what has recently happened in Iraq, are a result of a deeper political and religious conflict through the Islamic world that opposes Sunni and Shiite. “A religious war similar to the one in 1500 that divided the Protestants and the Catholics”.

Through the lens of the main conflict resolution’s theories and models, imagining a Machiavellian interpretation of events, it is easy to comprehend ISIS fighters’ resort to violence. The perpetration of extremely cruel and ferocious acts, including the bloody decapitation of hostages, is just a well-constructed way to prove their strength and send an affirming message of their identity.

Medio Oriente: l’incontro-scontro delle potenze globali e regionali nella polveriera del XXI secolo

In questi ultimi giorni la cronaca internazionale è stata occupata in gran parte dalle notizie provenienti dalla città di Kobane, località ubicata in prossimità del confine tra Siria e Turchia e da settimane cinta d’assedio dalle milizie del cosiddetto “Califfato” del famigerato Al-Baghdadi. Le truppe curde che difendono disperatamente quest’ultimo lembo di terra, posto a ridosso del confine turco, a stento riescono a contenere l’irruenza delle milizie islamiche dell’ISIS e solo i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA appaiono in grado di calmierare la pressione militare esercitata dagli jihadisti dello Stato Islamico sugli ormai esausti difensori di questa novella “Alamo” curda. A contorno di tale scenario, le difficoltà politico-militari poste di fronte all’eterogenea ed ambigua coalizione internazionale, messa insieme da Washington in maniera, per la verità, abbastanza raccogliticcia con il mero scopo di combattere il “Califfo” e i suoi accoliti, si stanno presentando in tutta la loro drammaticità, contraddittorietà ed estrema complessità.

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Obama e le tentazioni dell’hard power

La posizione personale del presidente USA Obama in tema di conflitti internazionali e crisi geopolitiche è ormai abbastanza nota e connotata da un consolidato isolazionismo e da un sostanziale non interventismo. Nel momento in cui l’ISIS ha intrapreso, solo pochi mesi or sono, la sua sfavillante “anabasi” attraverso l’Iraq che ha portato le truppe del sedicente “Califfato” sia a sbaragliare l’esercito iracheno che a minacciare la stessa Baghdad, la reazione della Casa Bianca è apparsa fin da subito abbastanza confusa e titubante, da un lato mostrando la consueta riluttanza a farsi coinvolgere direttamente in un nuovo conflitto mediorientale, dall’altro prestando il fianco alla crescente pressione dei “falchi americani” e di una sempre più preoccupata comunità internazionale, concretizzatasi con la richiesta corale di un intervento militare in seno ad uno scenario permeato da tensioni sempre più esplosive e destabilizzanti per la pace mondiale e l’ordine geopolitico precostituito, sorto dalle ceneri del primo conflitto mondiale.

Dopo un pericoloso ed altrettanto   allarmante dibattito interno all’amministrazione USA sull’eventualità di scaricare l’alleanza con i Paesi del Golfo e conseguentemente abbracciare un nuovo corso con l’assai astuto Iran sciita, gli Stati Uniti hanno più saggiamente deliberato di impegnarsi direttamente nella creazione in Iraq di un governo di unità nazionale attraverso il quale creare le condizioni politiche per un eventuale intervento militare che comprendesse la componente sunnita del Paese come parte integrante della controffensiva irachena contro l’ISIS. Se questa presa di posizione ha da un lato temporaneamente rassicurato gli alleati mediorientali ed europei sulla collocazione geopolitica di Washington nella regione, dall’altro, però, non ha saputo rispondere con la necessaria rapidità alla crescente minaccia rappresentata dalla barbarie dietro la quale si nascondo le ambizioni geopolitiche del mostro creato da Al-Baghdadi e, indirettamente, di altri soggetti internazionali.

Origini e finalità dell’ISIS sono tutt’ora oggetto di acceso dibattito, ciononostante ciò che si può affermare con sufficiente certezza è che l’ISIS, nonostante venga quotata sul mercato della jihad globale come una forza ostile al regime di Assad e, più in generale, al mondo sciita, nei fatti non abbia disdegnato di entrare in affari con qualunque soggetto locale ed internazionale pur di soddisfare il proprio interesse particolare. E’ in tal senso noto che l’ISIS, entità connotata da spiccate caratteristiche tribali e con affinità antropologiche con il crogiolo di umanità rappresentato storicamente dal nomadismo euroasiatico, si è atteggiato per lungo tempo come una sorta di “federato” del regime di Assad, il quale, in cambio di petrolio e territorio da vessare e depredare, ha concesso ai suoi presunti nemici la facoltà di diventare padroni indiscussi di vaste aree della Siria, ottenendo nel contempo in cambio il sostegno non ufficiale dell’ISIS contro le truppe dell’opposizione moderata siriana. Non è ancora chiaro se questo sodalizio si sia concluso o meno, quello che appare abbastanza evidente è che il “barbaro” Al-Baghdadi, una volta conquistato e razziato l’Iraq settentrionale con la sua messe di bottino rappresentato in gran parte da denaro, “tasse” (estorsioni) e forniture belliche di fabbricazione americana in dotazione all’esercito iracheno ormai sbandato, abbia rivolto le armi contro i suoi ex-benefattori siriani, limitandosi, tuttavia, a consolidare alcune posizioni ai danni delle truppe di Assad attorno alla capitale morale del “Califfato”, la città di Raqqa, e ad altri siti di interesse strategico.

Rimane in tal senso sorprendente che l’ISIS, una volta incamerate armi e munizioni di altissimo livello conquistate in Iraq, non abbia puntato diritto verso Damasco, come la logica avrebbe suggerito, così come desti perplessità come Assad e i suoi alleati iraniani, nonostante le stragi di soldati del regime e di civili sciiti perpetuate dall’ISIS, non abbiano spinto l’acceleratore della macchina militare sulla scia della crescente pressione internazionale indirizzatasi contro il sedicente “Califfo”, scegliendo invece di cogliere l’attimo solo per dettare subdole ed astute condizioni all’Occidente in cambio di una loro eventuale collaborazione diretta, sia militare che di intelligence, nella lotta contro l’ISIS, come, ad esempio, la richiesta di un atteggiamento più morbido sulla questione del nucleare iraniano o l’ “abiura” della linea anti-Assad da parte dei governi occidentali che l’hanno finora sostenuta.

Se pertanto il più inumano machiavellismo pare regni ancora sovrano sia a Damasco che a Teheran, diversa è stata la reazione occidentale alle stragi causate dal dilagare delle orde dell’ISIS sulla Mesopotamia. La diplomazia americana, su pressante richiesta dei Paesi del Golfo e dell’Europa, è riuscita, pur tra mille difficoltà ed incertezze, ad individuare nella figura dello sciita Haider al-Abadi l’uomo che avrebbe potuto guidare l’Iraq al di fuori di quel clima di pesante oppressione settaria che il premier Al-Maliki aveva instaurato nel Paese, creando le condizioni per la sorprendente avanzata dell’ISIS, resa possibile in parte proprio grazie al vasto consenso creatosi attorno agli uomini di Al Baghdadi presso le tribù sunnite a lungo esasperate dalle discriminazioni e dalle vessazioni intraprese ai loro danni dal governo centrale sciita. L’individuazione di questa nuova figura politica, apparentemente inclusiva e non divisiva, si è fortunatamente verificata contestualmente all’acuirsi della crisi irachena aggravatasi a causa dei crescenti attacchi e delle inumane stragi che i miliziani dell’ISIS hanno compiuto nei territori posti sotto il loro controllo, principalmente ai danni della popolazione sciita e delle minoranze etnico-religiose, azioni la cui efferatezza ha scatenato la crescente indignazione dell’opinione pubblica mondiale e la pressante richiesta di un intervento umanitario nella regione, ovviamente indirizzatasi in primo luogo nei confronti dell’unica superpotenza rimasta al mondo, gli USA.

Nonostante le resistenze di Al-Maliki che ambiva ad un terzo mandato, l’Iran, suo sponsor principale, ha compreso che, visto il suo ruolo fortemente destabilizzante in seno al contesto politico iracheno ed il conseguente danno di immagine procurato sia a sé stesso che al suo “padrino” politico iraniano, la posizione del premier iracheno uscente risultava del tutto indifendibile sul piano diplomatico e pertanto Teheran si è vista costretta ad accettare, assumendo tuttavia un prestigioso ruolo di primo piano in questo processo,  a mettere da parte il suo uomo, collaborando in tal modo alla creazione di un governo più inclusivo dove però la componente sciita e filo-iraniana rimanesse comunque predominante, se non ulteriormente rafforzata sul piano politico e mediatico, in particolare grazie alle nefandezze che i “sunniti” dell’ISIS stavano compiendo tra Siria ed Iraq. E’ altresì utile notare che l’Iran stesso, nella assoluta complessità dello scenario mediorientale, necessitava e tutt’ora necessita del ruolo militare americano per evitare di ritrovarsi da solo a gestire dinamiche ed “entità nebulose” da esso stesso eventualmente create e/o “incoraggiate”, potenziali “bombe” pronte ad esplodere che alla fine avrebbero potuto addirittura scoppiare in mano allo stesso “apprendista stregone”. In tal senso l’Iran, da qualunque punto di vista si voglia guardare la questione, ha palesemente cercato di manipolare la politica estera americana per fare in modo che gli esiti di un intervento armato a stelle e a strisce producessero risultati utili all’interesse di Teheran e conseguenze dannose nel campo dei propri oppositori.

Provvidenzialmente, quando all’inizio di agosto l’intervento militare americano è risultato ormai improrogabile a causa della situazione disperata in cui versavano, in particolar modo, cristiani, Yazidi e le forze militari curde, il governo di unità nazionale iracheno era ormai pronto a venire alla luce e l’azione bellica degli USA indirizzata contro l’ISIS si è così potuta accompagnare col sostegno, perlomeno formale ed apparente, sia della componente politica sciita che di quella sunnita, evitando di trasformare l’intervento americano in una crociata del mondo sciita contro quello sunnita, soprattutto dato che sarebbe risultata supportata e condotta in maniera imbarazzante e destabilizzante dalla stessa Washington.

ISIS, una strategia incongruente?

Appare certamente curioso il fatto che l’ISIS, dopo essersi proclamato “Califfato” e nonostante avesse l’opportunità di accomodarsi senza generare troppi clamori, con indubbi vantaggi economici, nel cuore del Medio Oriente, abbia fornito  tutte le ragioni, attraverso azioni criminose ed efferate rilanciate dai media di tutto il mondo, per scatenare a tal punto lo sdegno internazionale, nei confronti dei seguaci del “Califfo”, da spingere la titubante amministrazione americana del presidente Obama a tornare in Iraq, dopo averlo abbandonato solo pochi anni prima, per affiancare, fondamentalmente, i curdi e, di fatto, il governo filo-iraniano di Baghdad, tenuto in piedi dalle milizie sciite sostenute da Teheran, in una guerra animata dal unico obiettivo di distruggere l’ISIS stesso.

Come se ciò non bastasse, nonostante l’impegno americano si fosse in primo luogo limitato, oltre che ad azioni umanitarie, a salvare i curdi iracheni da sconfitta certa e a puntellare le posizioni del governo centrale iracheno, l’esecuzione di civili prigionieri americani ed occidentali e la persistente azione offensiva delle truppe del “Califfo” hanno ulteriormente allarmato l’opinione pubblica mondiale in merito al pericolo rappresentato dai miliziani dell’ISIS, costringendo l’amministrazione Obama, incalzata da Paesi del Golfo ed Europa, notevolmente preoccupati per una situazione sempre più ambigua e fuori controllo, ad impegnarsi ulteriormente nella costituzione di una vera e propria coalizione internazionale con lo scopo di colpire l’ISIS non solo in Iraq ma anche nel suo quartier generale siriano, di fatto riaprendo la ferita politico-strategica del mancato intervento aereo contro il regime di Assad risalente a poco più di un anno fa.

Esiste, in effetti, il dichiarato interesse da parte dell’ISIS di trascinare nuovamente i Paesi occidentali in un’altra vasta campagna militare mediorientale la quale, indubbiamente, rappresenterebbe un ottimo strumento di propaganda mediatica sia per incrementare il numero delle reclute potenzialmente aderenti all’ISIS, sia per aumentare il consenso in seno a quella parte del mondo arabo sunnita che guarda con occhio benevolente alle azioni dello jihadismo internazionale. Ciononostante, contrariamente a quella che è stata la politica promossa dall’elitaria Al Qaeda di Osama Bin Laden, i massacri compiuti su larga scala e con metodi barbarici dall’ISIS in nome della religione islamica di stampo sunnita hanno prodotto effetti controproducenti rispetto a quelli che apparentemente dovevano essere i propositi ufficiali di Al-Baghdadi, gettando da un lato grande discredito e disgusto nei confronti del mondo sunnita e dall’altro attirando imprevedibili simpatie, sul campo occidentale, verso l’area sciita che ha avuto gioco facile nel recitare la parte della voce della ragione.

La coalizione dei recalcitranti

La formazione della coalizione internazionale, contrariamente alle aspettative iniziali di alcuni ma in linea con i dubbi dei più scettici, ha rappresentato indubbiamente uno dei punti più controversi della recente iniziativa americana in Medio Oriente. Inizialmente il presidente Obama aveva escluso un immediato intervento diretto in Siria, limitando il raggio di azione dell’aviazione al solo Iraq.

Tuttavia l’uccisione degli ostaggi americani, lo sdegno generale e la sconcertante indecisione obamiana su quale strategia intraprendere al fine di contrastare l’azione dell’ISIS hanno probabilmente riportato l’ago della bilancia a favore della componente interventista dell’amministrazione americana, capitanata dal Pentagono, il quale sembrerebbe aver assunto di fatto il controllo dell’iniziativa politica americana in Medio Oriente nel corso campagna aerea contro il “Califfato”, pur dovendo mediare con la generale riluttanza dell’opinione pubblica americana a schierare truppe sul terreno, posizione ben espressa dalla linea non interventista incarnata dal presidente Obama, il quale tuttavia parrebbe trovarsi nuovamente messo in un angolo come accaduto al tempo dell’intervento libico.

Ciononostante la strategia americana non è rimasta esente dagli effetti politici di sei anni di disimpegno obamiano. Gli strateghi statunitensi hanno in tal senso ritenuto necessaria una partecipazione massiccia di quei Paesi arabi sunniti che spesso vengono accusati a vario titolo di aver creato e finanziato i vari movimenti jihadisti presenti in Siria, tra cui l’ISIS, e ciò sia per isolare gli jihadisti presenti sul suolo siriano dal mondo sunnita di riferimento, sia per evitare di essere accusati di  promuovere una guerra contro il mondo sunnita, sia per non esporre gli Stati Uniti alle critiche di coloro che, come Russia, Cina ed Iran, vorrebbero accusare Washington di orchestrare una nuova guerra imperialista e, cosa forse ancora più importante, sia per evitare di assumere nuovamente la guida di un’azione bellica unilaterale che rischierebbe di trascinare nuovamente gli USA nell’abisso politico-militare e finanziario di una conflitto solitario di dimensioni globali.

Appare tuttavia sconcertante la politica promossa da Washington volta, da un lato, a rispondere alla minaccia dell’ISIS su richiesta della comunità internazionale ed sulla base del ruolo geopolitico espresso da decenni dagli Stati Uniti nell’area, unito alle responsabilità storiche derivanti dall’attacco militare americano del 2003 che indubbiamente ha fortemente contribuito a creare le condizioni per l’attuale situazione di caos in cui versa l’Iraq, dall’altro, tesa a voler esprimere pubblicamente una posizione critica nei confronti dei suoi alleati mediorientali, caricando su questi responsabilità che non trovano completa giustificazione probatoria ma che sicuramente contribuiscono ad aiutare Teheran a nobilitare la propria posizione internazionale senza possedere in realtà nessun particolare merito ma, piuttosto, numerosi demeriti. In tal senso pare farsi strada, anche attraverso ambienti politici americani un tempo meno favorevoli all’Iran, l’idea che i Paesi del Golfo, tutto sommato, siano perlopiù parte del problema mentre l’Iran stia diventando sempre più parte della soluzione, una situazione assolutamente inedita sullo scenario politico statunitense che certamente si lega con il desiderio di disimpegno USA dalle criticità mediorientali e con i lucrosi affari che numerosi soggetti economici anelano di poter intraprendere con un Iran tornato a pieno titolo nel circuito del mercato internazionale.

 

In tale prospettiva si denota uno scadimento preoccupante della capacità di analisi dell’amministrazione americana la quale non solo sembra essersi dimenticata, come se in Ucraina non fosse accaduto nulla, che dietro alle mosse di Teheran e dei suoi alleati si celi l’interesse sempre vigile della Russia di Putin, ma che pure l’Iran stesso abbia finanziato nel tempo e tutt’ora finanzi il terrorismo internazionale, giocando anch’esso su più tavoli la partita per l’egemonia sul Medio Oriente. E’ stata in tal senso emblematica l’azione svolta dal Segretario di Stato Kerry il quale non ha mandato a dire ai Paesi arabi che se la costituzione della coalizione fosse fallita, gli Usa non avrebbero esitato a lasciare campo libero nella partita agli Iraniani, permettendo loro di improvvisarsi quale nuovo cardine stabilizzatore mediorientale. Dal canto loro i Paesi arabi appaiono ben consci che per raggiungere i propri obiettivi in Medio Oriente, non ultimo il rovesciamento del presidente Assad, necessitino comunque delle forze armate americane e pertanto, compreso il ricatto mosso nei loro confronti e valutando ciò che comunque avevano da guadagnare dal mostrarsi dialoganti, hanno accettato di apparire accondiscendenti facendo buon viso  ed attendendo il momento opportuno per fare cattivo gioco, aderendo pertanto a quella componente della coalizione a guida americana, costituita da Bahrein, Giordania, Qatar (restio ad effettuare bombardamenti diretti), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e dagli stessi Stati Uniti, che si sta facendo carico di bombardare le postazioni dell’ISIS in Siria.

Da questo punto di vista non suscita particolare stupore la posizione di Francia e Regno Unito tendente, allo stato attuale, a non partecipare ai bombardamenti in Siria ma a limitare il proprio raggio di azione in Iraq. La decisione di non affiancare gli USA, almeno per il momento, in Siria da parte dei Paesi europei possiede infatti un significato politico assai rilevante ed indirizzato, sostanzialmente, a rimarcare la differenza di vedute esistente tra Parigi, Londra e Washington sulla crisi siriana. La Francia ha chiaramente espresso i propri dubbi sull’efficacia dei bombardamenti in Siria, i quali potrebbero provocare un rafforzamento del regime di Assad, da sempre osteggiato da Parigi che, fra le altre cose, ha dichiarato di voler aumentare il proprio sostegno all’opposizione siriana. Secondo la Francia, inoltre, il mancato attacco militare americano contro il regime di Assad avrebbe creato le condizioni per il rapido successo dell’ISIS e per l’esplosione dell’attuale crisi mediorientale. Londra, dal canto suo, in un primo momento ha cercato di evitare qualsiasi coinvolgimento militare diretto in Iraq, limitandosi ad azioni di stampo umanitario e di ricognizione, principalmente per ragioni di politica interna legate al referendum sull’indipendenza della Scozia e a possibili contraccolpi elettorali legati ad una nuova avventura militare d’oltremare.

Il governo britannico ha pertanto cercato di prendere tempo plaudendo da un lato alle prime iniziative americane, ma condividendo dall’altro le perplessità degli alleati del Golfo. Superato lo scoglio del referendum scozzese, Cameron, non volendo recitare la parte di colui che dice “no” agli Americani ed intendendo continuare a svolgere il tradizionale ruolo di mediatore ed anello di congiunzione fra le due sponde dell’Atlantico, ha condotto sotto banco una politica di larghe intese con lo scomodo, ma necessario, alleato  di governo Nick Clegg e con l’opposizione laburista di Ed Miliband, il quale, fondamentalmente, avendo già ricoperto un ruolo determinante, nella sua qualità di capo dell’opposizione alla Camera dei Comuni, nella sconfitta parlamentare subita dal governo sulla Siria appena l’anno prima, è diventato il consenziente “capro espiatorio” politico della riluttanza del Primo Ministro a supportare una mozione che richiedesse un sostegno politico, peraltro non necessario da un punto di vista legale, sia per una campagna aerea in Siria che in Iraq.

In realtà, come Cameron ha chiaramente espresso in sede ONU, il governo britannico, continuando a considerare Assad un nemico alla pari dell’ISIS, teme, come la Francia, che l’azione americana, caratterizzata da  obiettivi in parte estranei alla politica anglo-francese e dei Paesi del Golfo volta ad ottenere la caduta del regime di Assad e la creazione di un governo di unità nazionale in Siria, possa in qualche modo ledere la posizione militare dell’opposizione siriana moderata, da questo sostenuta, e avvantaggiare il regime di Assad. Appare in tal senso sempre più evidente come l’iniziale ed ufficiale appoggio politico americano all’opposizione siriana, peraltro assai poco consistente nonché in gran parte relegato ad attività condotte dalla CIA sul territorio senza particolari assistenze “istituzionali”, si stia tutt’ora scontrando, nel contesto delle lotte “settarie” che ormai da anni lacerano il governo americano in merito alle deliberazioni da intraprendere in tema di politica estera, con la posizione di coloro che appaiono pronti già da tempo a scendere a patti con il regime di Assad e a cercare una ricomposizione generale con l’Iran, azione che in certi ambiti non si può affatto escludere che sia già avvenuta dal momento che pare abbastanza certo che gli Americani comunichino indirettamente al governo di Damasco i dettagli logistici dei propri raid aerei sulla Siria. La consapevolezza americana di scontentare in tal modo gli alleati mediorientali ed europei si chiarifica con quelle che sono le posizioni ufficiali di Washington, a parole fondamentalmente non dissimili da quelle dei loro partner, avendo più volte pubblicamente rimarcato l’esclusione di qualunque collaborazione ufficiale sia con l’Iran che con l’alleato di Teheran, Assad.

La stessa promessa americana relativa al rifornimento militare e all’addestramento dell’opposizione moderata siriana in funzione anti-ISIS è tesa a trovare un punto di incontro con la posizione dei Paesi del Golfo i quali hanno molto probabilmente condizionato la propria partecipazione ai raid in Siria ad un impegno americano per un maggior sostegno statunitense ai loro alleati siriani. In realtà i tempi e i numeri inerenti l’addestramento e la consistenza delle forze di opposizione siriana  che dovrebbero beneficiare dei buoni uffici dell’esercito americano fanno ritenere che la promessa elargita da Washington, a mo’ di contentino, possa essere caratterizzata da tempistiche di implementazione fin troppo dilatate per risultare effettivamente realistiche sul campo di battaglia, mentre appare più probabile che gli USA nutrano assai più fiducia nelle milizie curde ed in quelle filo-iraniane supportate da Teheran nonché nella eventuale partecipazione di tribù sunnite che in futuro possano dichiararsi apertamente ostili all’ISIS.

I Paesi del Golfo e la Turchia sono responsabili per la creazione dell’ISIS?

In questo clima di reciproci sospetti e differenti interessi internazionali in gioco, non appare strano che dagli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di ostaggi americani da parte dell’ISIS e di un sostanziale senso di crescente insofferenza nei confronti del ruolo di “poliziotto del mondo” che sembrano intenzionati a voler dismettere progressivamente, sia partita una campagna stampa, ripresa dai maggiori mezzi di informazione internazionali, contro i Paesi del Golfo, Qatar e Kuwait in primis, e Turchia tesa ad attribuire la paternità del gruppo islamico ISIS a sconsiderate manovre geopolitiche di questi attori internazionali, intenzionati, secondo quanto riportato dalla stampa, a giocare il tutto per tutto nella loro lotta all’ultimo sangue contro l’Iran sciita.

E’ indubbiamente vero che sia in corso una lotta senza esclusione di colpi tra Sciiti e Sunniti, recentemente riesplosa nel 2011 a seguito del caos politico causato dalle primavere arabe e dal contestuale disimpegno americano dalla regione. Tuttavia, in merito alla vicenda dell’ISIS, per quanto inizialmente possano esserci state delle “simpatie” per questo neo-costituito e promettente gruppo di miliziani, è assai difficile ritenere che i Paesi del Golfo ed Ankara finanziassero deliberatamente l’organizzazione nel momento in cui l’ISIS stesso era entrato in rapporti d’affari con Assad e combatteva contro i clienti delle monarchie del Golfo Persico e della Turchia sul campo di battaglia siriano. Da questo punto di vista occorrerebbe fare un’opera di chiarezza. E’ noto che nel mondo arabo esista un non irrilevante consenso nei confronti dell’integralismo islamico, un consenso che ha portato numerosi finanziatori privati ad elargire abbondanti somme di denaro a favore di organizzazioni di carattere terroristico affiliate a reti costituite da finte associazioni caritatevoli di copertura che supportano la jihad internazionale con uomini ed abbondanti mezzi economici.

Tutto ciò rappresenta indubbiamente un grave problema di politica interna per i Paesi del Golfo, criticità che, per quanto necessiti di essere affrontata e risolta, risulta indubbiamente di difficile soluzione dato che è caratterizzata da problematiche sociali con cui il mondo arabo fa i conti ormai da lunghissimo tempo. E’ altresì scandaloso che il Qatar continui a finanziare e ad armare gruppi che orbitano attorno al mondo dell’integralismo islamico e della Fratellanza Musulmana in Libia e che combattono contro il legittimo governo libico sorto all’indomani della deposizione del colonnello Gheddafi, atto voluto e supportato dallo stesso Qatar in collaborazione con le monarchie del Golfo ed alcuni Paesi europei, accrescendo la destabilizzazione del Paese a tal punto che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto si sono visti costretti ad ingaggiare l’ex-generale libico Haftar, un tempo vicino alla CIA, al fine di costituire un contraltare militare alle ambizioni smodate di Doha sul piano internazionale tese a minare il primato politico e morale saudita in seno al mondo sunnita.

Ciò detto è noto che la Turchia ed il Qatar hanno tentato e, parzialmente, sono riusciti a portare dal proprio lato della barricata il gruppo legato ad Al-Qaeda di Al-Nusra, moderandone, talvolta, le aspirazioni e i modi, il quale, come noto, inizialmente aveva anch’esso tentato un abboccamento con il regime di Assad e poi, successivamente, aveva rivolto le proprie armi contro la stessa ISIS. Ciò che quindi può essere accaduto è che Qatar, Turchia e Kuwait abbiano tentato di “comprare” l’ISIS, così come fatto con Al-Nusra, utilizzando finanziatori indiretti, obiettivo che tuttavia non sembrerebbe in alcun modo essere stato raggiunto anche a fronte degli evidenti maggiori benefici economici che Assad ha garantito per lungo tempo all’ISIS attraverso lo sfruttamento delle risorse petrolifere poste sotto il controllo del gruppo di Al-Baghdadi. Da questo punto di vista i vari finanziatori privati del Golfo dovrebbero porsi dei seri interrogativi sul fatto che le proprie elargizioni finiscano a gruppi che non hanno disdegnato di fare accordi con il regime di Damasco.

Dal canto suo la Turchia, altro importante attore regionale impegnato nella lotta contro il regime di Assad, essendo diventata la principale frontiera di transito dei combattenti diretti in Siria indirizzati verso le fila dell’opposizione moderata e delle milizie jihadiste, ha indubbiamente compreso che se avesse chiuso la frontiera a tutti  i volontari sunniti ed ai relativi rifornimenti, l’opposizione siriana moderata sarebbe risultata certamente sconfitta e che, d’altro canto, compiendo un mero calcolo strategico, l’ISIS rappresentasse una non irrilevante incognita nel precario equilibrio del intricatissimo puzzle militare siriano, equilibrio che, in mancanza di un determinate aiuto esterno a sostegno delle forze anti-Assad, come il possibile e fallito intervento occidentale contro il regime di Damasco, forse è sembrato più opportuno, dal proprio punto di vista, non incrinare, lasciando che Assad e l’ISIS continuassero a coltivare il loro rapporto di “amore ed odio” che se da un lato ha rappresentato un danno per l’opposizione siriana moderata, dall’altro ha comunque prodotto una relativa minore pressione militare di Assad sull’opposizione stessa. Se queste tattiche intrise di assoluta spregiudicatezza certamente possono essere foriere di dubbi rispetto alla moralità di certi attori internazionali che gravitano attorno alla crisi siriana, tuttavia occorrerebbe altresì considerare che mentre il Medio Oriente e l’Europa si “arrangiavano” nel turbine delle rivoluzioni arabe, gli Americani, i quali oggi si scoprono scandalizzati e riluttanti a venire in soccorso di una situazione in parte sfuggita di mano sia a Sciiti che a Sunniti, erano ben consapevoli di quello che stava accadendo visto che la CIA era ben presente sui luoghi nei quali l’Islam combatteva le sue battaglie e non hanno fatto nulla per porvi rimedio.

La posizione turca

L’iniziativa americana di costituire una fumosa alleanza internazionale volta a contrastare le barbariche mire dell’ISIS è purtroppo connotata da numerosi elementi deficitari. Innanzitutto i disaccordi interni all’amministrazione americana rispetto al ruolo internazionale degli Stati Uniti hanno prodotto una soluzione di compromesso che, agli occhi degli alleati, appare sia contraddittoria che mancante di una chiara visione politica di lungo termine, se non addirittura lesiva di determinati interessi specifici nella regione. Nei fatti, invece di costituire un’azione coordinata e connotata da un piano strategico di ampio respiro, gli Stati Uniti hanno orchestrato un’azione nella quale i vari attori internazionali hanno assunto il ruolo che più aggrada loro o che, perlomeno, come nel caso dei Paesi del Golfo, appare meno sconveniente.

Da parte loro gli USA appaiono ancora propensi a non abbandonare i tradizionali alleati del Golfo ma nello stesso tempo la loro posizione contraddittoria nei confronti dell’Iran, che spiace sia alle monarchie arabe che ad Israele, non chiarifica in alcun modo quale possa essere il contributo positivo che l’amministrazione americana possa portare in futuro alla stabilizzazione del Medio Oriente. Si ha in tal senso l’impressione che il Pentagono, dopo aver recentemente riaccompagnato Obama al campo da golf, si sia semplicemente preso la briga di bombardare le postazioni dell’ISIS e gruppi similari non avendo la minima idea di dove tutto ciò possa effettivamente condurre, salvo forse dare il via ad un accordo assai diluito con l’Iran sulla questione nucleare che, secondo alcuni, appare quanto mai imminente. Da questo punto di vista l’insofferenza turca per la politica scazonte degli Stati Uniti, esplicitata dal presidente Erdogan, si è fatta recentemente sentire proprio nel corso della tragedia in atto a Kobane.

La Turchia, inizialmente ostile all’idea di partecipare ai raid aerei a guida americana, ha ora accettato, vista la presenza attiva dei Paesi arabi, di prendere in considerazione la possibilità di un suo coinvolgimento armato nella regione. Tuttavia Ankara in primo luogo intende supportare le proprie finalità geostrategiche ed ha chiaramente espresso agli Stati Uniti che la propria eventuale partecipazione militare non possa prescindere da un chiaro impegno americano volto a contrastare il regime di Assad in Siria introducendo, fra le altre cose, una zona cuscinetto di non volo, sostenuta dalla Francia e non esclusa dal Regno Unito ma ancora non presa in considerazione dalla Casa Bianca, chiaramente volta a contrastare l’aviazione ancora in possesso del regime. Ovviamente l’atteggiamento turco nei confronti dei curdi è chiaramente di aperta ostilità, sia in considerazione della lunga guerra civile che la Turchia ha conosciuto negli anni passati in seno a zone abitate prevalentemente dall’etnia curda, la quale reclama da lungo tempo l’indipendenza, sia per la storica contrapposizione in essere tra curdi e sunniti siriani, sia per il ruolo non sempre chiaro che i curdi stessi hanno avuto nei confronti del regime siriano e di altri attori regionali (e non) considerati di volta in volta potenzialmente ostili ad Ankara e alle sue mai sopite aspirazioni “neo-ottomane”.

A complicare le cose, tuttavia, occorre ricordare che la Turchia, per quanto intenda avere ragione del regime di Assad, aneli altresì a riallacciare importanti legami economici con il vicino persiano e addirittura il Qatar non disdegnerebbe relazioni di convenienza con Teheran, come pare sia avvenuto o si sia simulato che fosse avvenuto durante i “recenti screzi” occorsi con alcuni Paesi del Golfo, se questo potesse essere utile nella sua assai poco comprensibile lotta contro l’ingombrante ed onnipervasivo vicino saudita. E’ altresì risaputo che Qatar, Turchia ed Iran trovino in scenari geopolitici come la Striscia di Gaza comuni punti di convergenza (e da questo punto di vista non si può certamente dimenticare la breve esperienza di governo dei Fratelli Musulmani in Egitto…), così come l’abortito ed eterogeneo asse Cina, Iran, Siria, Turchia e Brasile spieghi come le ambizioni geopolitiche di Ankara abbiano conosciuto trascorsi a dir poco singolari e contraddittori.

“Nave sanza nocchiere in gran tempesta”

L’impressione generale che si ha osservando l’atteggiamento dei partner americani aderenti in varie forme alla coalizione anti-ISIS è che ci sia una diffusa consapevolezza sulla sostanziale mancanza di un  chiaro piano politico per il futuro da parte del primo motore di tale coalizione. In tal senso appare evidente che la riluttanza di Washington a ricoprire il consueto ruolo guida e a farsi carico di una progettualità geostrategica per il futuro che continui a porre gli Stati Uniti nel ruolo di protagonista stia inducendo i vari attori internazionali in gioco a coltivare maggiormente “il proprio orticello” in seno ad una alleanza nella quale le forze centrifughe appaiono alquanto pressanti.

Non è un caso che buona parte dei Paesi più importanti coinvolti abbia addotto tutta una serie di giustificazioni di carattere legale e militare per evitare un proprio coinvolgimento in Siria in azioni belliche contro l’ISIS, quando fino ad appena un anno fa, in particolare da parte di alcuni soggetti, sembravano non esserci particolari problemi di sorta a bombardare il regime di Assad. Da questo punto di vista esiste, non da oggi, una chiara propensione da parte di determinati Paesi europei e mediorientali a “prender tempo” per “vedere che succede” e per evitare di essere coinvolti in iniziative connotate da esiti incerti o, addirittura, controproducenti, non essendo in effetti pienamente chiara  la strategia politica promossa dall’amministrazione USA sullo scenario internazionale. Gli attacchi aerei americani in tal senso stanno apparendo non solo scarsamente risolutivi sul terreno ma indirizzati verso obiettivi che probabilmente sarebbe stato più opportuno al momento ignorare da un punto di vista meramente tattico. E’ il caso di Al-Nusra, gruppo affiliato ad Al-Qaeda, il quale è stato col tempo agganciato da Turchia e Qatar e che si è rivelato uno strumento utile sia contro il regime di Assad che, soprattutto, in funzione anti-ISIS. I bombardamenti americani, oltre che colpire lo stesso gruppo guidato da Al-Baghdadi, hanno preso di mira i miliziani di Al-Nusra, causando il risentimento turco e qatariota e, nei fatti, provocando il tragico riavvicinamento della stessa Al-Nusra all’ISIS. Se in Siria gli USA danno l’impressione di  mancare di strategia e di ottenere risultati controproducenti, altrove non si stanno dimostrando particolarmente efficaci e limpidi.

Basti pensare a quanto accaduto in Ucraina dove non è bastato l’abbattimento di un aereo di linea da parte dei separatisti filorussi sostenuti da Mosca per suscitare un’adeguata risposta dell’Alleanza Atlantica, storicamente a guida americana, alleanza anch’essa spezzata dagli interessi particolari dei suoi membri costituenti. Tant’è che non appena i separatisti dell’Ucraina orientale hanno dato segno di essere non troppo lontani dal collasso militare a causa della persistente controffensiva dell’esercito ucraino, è bastata una lieve pressione militare russa sull’Ucraina per ribaltare completamente la situazione sul campo di battaglia, portando in pochi giorni Kiev, sprovvista di adeguati aiuti occidentali, sull’orlo della capitolazione e garantendo alla Russia una quota di controllo sul futuro politico ed economico dell’Ucraina stessa.

Nonostante l’ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte di UE ed USA che, nel lungo periodo, assieme al calo del prezzo degli idrocarburi, potrebbero mettere seriamente in crisi l’economia russa, la vittoria militare di Putin rimane un dato di fatto sullo scacchiere geopolitico dell’Europa orientale. La pretesa statunitense, per altro giustificata, di spingere altri soggetti regionali a diventare protagonisti della stabilizzazione di importanti aree del globo si sta scontrando con il fatto che, in assenza di un aiuto sostanziale ed “incoraggiante” da parte degli Usa, questi Stati non riescono più a comprendere per quale motivo debbano osservare scrupolosamente i troppo sovente confusi suggerimenti di chi sempre più spesso non intende utilizzare le consuete leve del potere per indirizzare lo sviluppo di una certa politica estera:  visione strategica di lungo corso un tempo, magari, imposta forzosamente, ma che garantiva una certa stabilità compensando in vario modo le aspirazioni dei vari soggetti internazionali coinvolti. A tutt’oggi il mondo percepisce seriamente l’assenza di un vero centro politico di riferimento e la stessa presenza delle preponderanti forze americane in Medio Oriente non fa altro che accentuare l’impressione di trovarsi di fronte ad un leviatano che proceda a zig-zag lungo la sabbia con una benda negli occhi e con un nuvolo di suggeritori nazionali ed esteri che volano attorno alle sue orecchie. Nell’assenza di una chiara visione per il futuro confezionata da parte di Washington, la recente iniziativa turca potrebbe offrire una possibile via d’uscita al pantano siriano, di fatto ribadendo le ragioni di coloro che chiedono la fine del regime in Siria e la creazione di un governo inclusivo sulla scia di quanto si sta faticosamente cercando di ricomporre in Iraq, proponimento che, fra le altre cose, allo stato attuale rappresenta l’unica vera idea, posta sul tavolo del futuro della Siria, esistente sul campo occidentale.

Da questo punto di vista se gli Stati Uniti comprendessero che per porre fine al terrorismo occorra prima di tutto portare a conclusione la “proxy war” siriana, soddisfacendo le richieste dei propri alleati, allora probabilmente tante reticenze ad intervenire direttamente in Siria da parte dei medesimi alleati verrebbero meno. Lo stesso Iran, dopo aver contribuito in maniera determinante a produrre l’attuale “sfracello” mediorientale, potrebbe avere tutto l’interesse a pervenire ad un accordo sulla Siria che non svilisca le ambizioni della maggioranza sunnita e che nel contempo tuteli i diritti delle altre minoranze come quella alawita. Meno roseo appare il futuro dei curdi i quali, nonostante stiano morendo a migliaia per rispondere alla chiamata internazionale contro l’ISIS, difficilmente coroneranno la loro ambizione di formare uno stato autonomo, idea osteggiata da tutti gli attori regionali in gioco. Una posizione, quella curda, che onestamente appare sempre più paragonabile a quella di una mera vittima sacrificale posta sull’altare delle grandi manovre internazionali che a quella di un attore geopolitico di rilievo.

Ancora una volta la Turchia potrebbe manipolare le proprie leve politico-militari, come richiesto da molti Paesi occidentali, per supportare lo sforzo bellico curdo contro l’ISIS, permettendo il transito di nuovi guerriglieri e di armi pesanti, tuttavia “il pragmatismo” di Ankara al momento sembra escludere una tale mossa, così come sembra restio a suggerire l’impiego di proprie forze armate da impegnarsi in solitaria per imprimere una svolta alla guerra civile in Siria, come indirettamente, assumendo una posizione più aperta rispetto agli Stati Uniti nei confronti della proposta di creazione di una zona di non volo, ha suggerito il governo britannico. La Turchia, al pari di tutti i sostenitori dell’opposizione moderata siriana, evidentemente continua a preferire l’utilizzo di “proxies” in Siria, piuttosto che coinvolgere direttamente proprie truppe di terra in un contesto bellico nel quale si stanno fondamentalmente scontrando le sfere di influenza più o meno ampie e più o meno autonome dei contendenti in gioco.

Conclusioni

Allo stato attuale risulta assai difficile stabilire quale sarà il destino della città curda di Kobane. Sia che riesca a salvarsi dalle grinfie dell’ISIS, sia che cada nella morsa del sedicente “Califfo” Al-Baghdadi, la situazione militare e politica sullo scenario siro-iracheno richiede un cambio di rotta  radicale non solo sul terreno ma anche nel campo della diplomazia. In primo luogo risulta assai arduo ritenere che si possa vincere in maniera soddisfacente un conflitto dai contorni elusivi senza impiegare la fanteria (il cui coinvolgimento, per la verità, è assai osteggiato da tutta l’opinione pubblica occidentale) e limitandosi all’utilizzo di forze speciali. In secondo luogo, l’eventuale proposta di una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente potrebbe essere l’unica soluzione per districare il nodo gordiano siriano, evitando ulteriore spargimento di sangue. Il riconoscimento da parte di Russia ed Iran, per altro già contrari alla proposta di costituzione di una zona di non volo in Siria, della necessaria conclusione della parabola politica di Assad a Damasco potrebbe essere un eccellente viatico per condurre tutto il Medio Oriente lungo la strada della pace e per porre una pietra tombale sulla pericolosa stagione rappresentata dalle presunte primavere arabe.

Allo stesso modo Paesi quali il Qatar ed il Kuwait dovrebbero essere accompagnati verso un maggior impegno nella lotta contro il finanziamento privato del terrorismo islamico ed in particolare Doha dovrebbe essere indotta a cessare di rappresentare lo sponsor principale della Fratellanza Islamica a livello internazionale, a cominciare dalla vicina Libia e dalla Palestina. Da parte sua l’Europa dovrà prepararsi, tramite un’adeguata spesa militare, ad essere sempre più frequentemente chiamata ad assumere un ruolo di maggiore responsabilità sullo scenario mondiale ed in futuro non potrà più sottrarsi alla crescente urgenza di farsi carico di iniziative di tenore proporzionalmente commisurato a quelle che saranno le importanti sfide internazionali che si stanno già appalesando all’orizzonte.

Perché l’Isis è una minaccia geopolitica

Le origini dello Stato Islamico dell’Iraq e al Sham (Isis) risalgono a quando Abu Musab al Zarkawi, dopo essersi formato militarmente nella guerra d’Afghanistan contro l’Armata rossa, negli anni Novanta fondò la Jamat al Tawhid wa-l-Jihad. Durante la guerra irachena, al Zarkawi fu attaccato dai vertici di al Qaeda, per l’uso eccessivo della violenza verso la popolazione irachena, piuttosto che contro le truppe della Coalizione, nonché per la propensione eccessivamente radicale nell’imposizione della shari‘a. Un’impasse interna che non poté far altro che ampliarsi nel 2006 in seguito alla morte del terrorista giordano. Dapprima sconosciuta e composta da poche dozzine di militanti non iracheni, l’organizzazione, quindi, si è progressivamente imposta all’attenzione generale creandosi una fama che ha varcato i confini dell’Iraq (dove dal 2004 era diventata nota come al Qaeda nella Terra dei due fiumi o al Qaeda in Iraq). La sua aggressività, unita all’efficienza operativa sul campo, ha attirato, infatti, l’attenzione dei servizi di intelligence internazionali.

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In seguito vennero fondati l’organizzazione Majlis Shura al Mujahedin e poi lo Stato Islamico in Iraq. Quest’ultimo rappresenta idealmente il diretto predecessore dell’Isis che, secondo il progetto originario, avrebbe dovuto estendersi sulla maggior parte dell’Iraq centro-occidentale. La realizzazione del piano politico-militare degli eredi politici di al Zarqawi, tuttavia, non è corrisposto del tutto alla sua versione sulla carta, essendosi scontrato con le resistenze dei leader delle tribù locali e con l’opposizione della popolazione nelle regioni irachene a maggioranza sunnita. Si è così aperto un periodo di crisi per l’organizzazione, che inizia nel 2006 (subito dopo l’uccisione di al Zarqawi), culminando nel 2010, con l’uccisione dei suoi uomini al vertice, Abu Ayyub al Masri e Abu Omar al Baghdadi, e con il conseguimento del potere da parte di Abu Bakr al Baghdadi. L’attuale Isis è stata in grado di sfruttare la progressiva frantumazione del campo iracheno, trovando nell’acuirsi della crisi siriana la via preferenziale per valicare i confini dell’Iraq. In questa prospettiva la filiazione locale di al Qaeda, Jabhat al Nusra, ha rappresentato un naturale alleato, con la quale tuttavia, i rapporti non sono mai riusciti a diventare idilliaci. In breve tempo, si arrivò allo scontro tra il leader di al Qaeda, al Zawahiri e Abu Bakr al Baghdadi. La capacità di unire i due “palcoscenici”, siriano e iracheno, ha consentito di fatto al secondo di rilanciare il suo progetto militare e geopolitico, proseguendo inesorabilmente fino alla proclamazione del califfato del 29 giugno scorso.

Con questo atto l’Isis ha definito il suo obiettivo nel lungo periodo, attribuendo al suo leader il duplice potere, sia temporale che spirituale, di comandante dell’umma (intesa sia quale comunità religiosa che come soggetto politico). Nel breve e medio periodo, al contrario, l’obiettivo dell’ Isis è consolidare il proprio potere nei territori conquistati. Anzitutto nella dimensione della violenza, attraverso una legittimazione sul piano militare simmetrico che aveva sempre fatto difetto ad al Qaeda, e – forse – in seguito attraverso l’acquisizione di una soggettività internazionale legata all’assunzione dei tratti essenziali di uno Stato. Nonostante molte azioni dell’Isis equivalgano per efferatezza a quelle del gruppo di Bin Laden e al Zawahiri e di altre organizzazioni della galassia del radicalismo islamico, a livello politico l’organizzazione di al Baghdadi ha compiuto un vero e proprio salto di qualità rispetto ai gruppi islamisti del passato. Si proverà, in questa sede, a individuare sinteticamente i principali elementi caratterizzanti dell’Isis, che stanno imprimendo uno spostamento dalla configurazione di organizzazione terroristica pura verso una condizione più vicina a quella della statualità (si tratta per il momento solo di alcuni tratti che indicano un semplice avvicinamento al modello statale, che apparendo in via di formazione è sottoposto a esiti assolutamente incerti):

  1. Territorio: l’Isis ha rapidamente imposto e poi ampliato un controllo politico effettivo su porzioni di territorio siriano e iracheno, stabilendo una condizione simile al monopolio della coercizione fisica (resta da verificare quanto “legittimo” secondo l’accezione weberiana). È la prima volta che un gruppo di terroristi si impadronisce di un’area progressivamente più ampia e dai confini delimitati. Anche la pulizia etnico-religiosa contro yazidi, curdi e cristiani sembra seguire – seppur realizzata con lo zelo proprio del fanatismo religioso – manifesta la volontà di creare una comunità politica omogenea ben definita sotto il profilo culturale. Le truppe dell’Isis, inoltre, hanno conquistato alcune città di importanza strategica – Raqqa (la “capitale”), Aleppo e Abu Kamal in Siria e Mosul, Ramadi e Falluja in Iraq – che permettono il controllo su infrastrutture, passaggi nevralgici lungo i corsi fluviali del Tigri e dell’Eufrate, pozzi petroliferi e raffinerie. In questi territori l’Isis non si sta comportando come un gruppo terroristico tradizionale, cercandovi rifugio o possibilità di razzia, ma sta imponendo una macchina amministrativa, una nuova legge e le tasse come un governo “normale”. Durante l’estate, il gruppo è penetrato più in profondità nel territorio siriano, riguadagnando una porzione di territorio che aveva perso a vantaggio di altre formazioni ribelli, mentre in quello iracheno avanza verso Baghdad. Più difficoltà, invece, sembra aver incontrato nel tentativo di controllare le zona di frontiera, come quelle tra l’Iraq e la Siria e, soprattutto, quelle con la Turchia, per cui la presa di Kobane rappresenta un upgrade strategico;
  2. Organizzazione: l’Isis si contraddistingue per la struttura articolata – che richiama per molti versi l’organizzazione di governo di uno Stato – al cui vertice figura l’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al Baghdadi, coadiuvato da un gruppo di consiglieri personali. Lungo la linea di comando seguono due delegati, uno responsabile per la Siria – Abu Ali al Anbar – e l’altro per l’Iraq – Abu Muslim al Turkmani – ai cui ordini rispondono rispettivamente dodici governatori. Questo segmento di vertice forma una sorta di esecutivo noto come al Imara. Nella piramide del potere figurano poi una serie di “consigli locali”, incaricati di occuparsi nei loro territori di competenza dei settori chiave per la sopravvivenza dell’organizzazione (giuridico, finanziario, militare, intelligence, comunicazione, arruolamento). La struttura è stata rinforzata dal reclutamento tra le sue fila di una parte dell’apparato militare e amministrativo dell’ex regime di Saddam Hussein, facendo leva sull’identità sunnita che ne ha impedito ogni tipo di reintegrazione durante il governo “sciita” di Nuri al Maliki. Le milizie dell’Isis – che vanno assumendo sempre più le sembianze di un vero e proprio esercito – posso contare, inoltre, sui circa 11.000 volontari giunti dai Paesi a maggioranza islamica (tra cui spiccano i 3000 volontari dalla Tunisia, i 2500 dall’Arabia Saudita, i 1500 dal Marocco, ma con volontari provenienti anche da Turchia e Algeria), ma anche dagli Stati occidentali che ospitano le comunità islamiche più ampie (più di 900 volontari dalla Francia e più di 800 dalla Russia, ma alcune decine provengono anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Olanda e Kosovo);
  3. Economia: L’indotto generato dal commercio clandestino di petrolio e dall’attività delle raffinerie – le stime oscillano da uno a più di tre milioni di dollari al giorno – ha contribuito a trasformare l’Isis in uno dei gruppi terroristici con maggiori disponibilità economiche che la storia ricordi. L’organizzazione controlla molti dei pozzi petroliferi della Siria orientale e nell’Iraq centro-settentrionale. Nel mese di luglio, i miliziani hanno preso il controllo del più grande campo petrolifero siriano – Omar – che produce circa 30.000 barili al giorno e stanno concentrando la loro penetrazione militare in Iraq proprio nelle aree più ricche di risorse energetiche. Gli esperti stimano che i giacimenti di petrolio iracheni sotto controllo dell’Isis possono produrre dai 25.000 ai 40.000 barili di petrolio al giorno;
  4. Armamenti: Lo Stato Islamico ha rubato migliaia di armi e attrezzature da postazioni militari irachene ed è in possesso anche di carri armati e artiglieria pesante (come dimostrato anche dalle forze che hanno conquistato Kobane). Inoltre, ha intercettato forniture (inviate da governi stranieri) dirette verso altri gruppi ribelli siriani. Tra le armi ora in dotazione ai miliziani dell’Isis ci sarebbero anche fucili M16 e M4 che riportano la dicitura “Proprietà del Governo degli Stati Uniti” e che sono anche nelle mani delle forze sciite irregolari in Iraq (probabilmente fornite dagli Stati Uniti al nuovo esercito iracheno dopo la caduta del regime di Saddam Hussein). Non è da escludere, peraltro, che – non solo nelle fasi iniziali della guerra civile siriana – all’Isis siano arrivate direttamente forniture militari da alcuni Stati dell’area che hanno cercato di utilizzarla come strumento per far tramontare – o almeno a offuscare – la “mezzaluna sciita” disegnata dall’Iran su Siria, Iraq e Libano dopo il 2003.

Questi elementi contribuiscono a tracciare un profondo solco tra l’Isis e altre organizzazioni terroristiche che l’hanno preceduta, soprattutto tra quelle che hanno agito nella regione ribattezzata dall’intelligence statunitense “Grande Medio Oriente”. La stessa al Qaeda, che per anni ha costituito il gruppo islamista più temibile, non ha mai avuto il controllo diretto ed effettivo di un territorio, limitandosi ad influenzare – anche se in maniera significativa – le scelte del regime dei talebani in Afghanistan. Allo stesso modo la sua organizzazione, la sua capacità estrattiva di risorse economiche e la sua dotazione militare – sebbene realizzate su una scala maggiore rispetto al passato – restavano quelle di un’organizzazione terroristica.

Tali considerazioni, tuttavia, non possono far prevedere la trasformazione dell’Isis in un vero e proprio Stato, ma solo segnalare una tendenza geopolitica che sembra in atto e con cui – volenti o nolenti – gli Stati Uniti e i loro alleati dovranno fare i conti quanto meno nell’immediato futuro. Sull’evoluzione delle dinamiche in atto graveranno in misura determinante la capacità dell’Isis di rafforzare la sua legittimità tra la popolazione governata (se da una parte l’ha guadagnata con l’uso della violenza, dall’altra occorre notare che non ci sono stati esodi di popolazione sunnita dai territori conquistati), l’intensificazione degli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti in Siria e Iraq e sostenuti, boots on the ground, soprattutto dai peshmerga curdi, nonché la possibilità di un intervento militare della Turchia (alle condizioni espresse dal primo ministro Ahmet Davutoglu). La posizione dell’Isis, tuttavia, sta godendo dell’incapacità dell’Amministrazione Obama di sciogliere un dilemma geopolitico molto più complesso. Cercare l’appeasement con l’Iran – e quindi continuare con gli attacchi arei contro le postazioni dell’Isis, rinunciando al sostegno militare turco e all’abbattimento del regime di Assad – o riallinearsi con la Turchia e altri Paesi sunniti, tagliando così le radici all’Isis ma alzando la tensione sul capitolo del nucleare iraniano e affrontando un nuovo regime change in Siria?

Who is who: Samir Kassir

Nome: Samir Kassir
Nazionalità: libanese
Data di nascita: 5 maggio 1960
Chi è: storico, giornalista e scrittore libanese

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Kassir da intellettuale, giornalista e scrittore non si è accontentato di raccontare la storia di Beirut, ma ne è stato protagonista, narratore e martire. Un martire della parola. Quella parola che ha pagato con la vita, quel 2 giugno 2005 quando l’hanno fatto saltare in aria a Beirut, dov’era appena tornato dopo una prolungata sosta parigina. Un’oasi di indipendenza intellettuale, instancabile osservatore della realtà libanese, a cui aveva da poco dedicato un testo di 700 pagine e, da ultimo, una bellissima analisi sull’infelicità araba.

Samir Kassir, all’inizio del 2003, ha contribuito alla creazione del movimento “Sinistra Democratica” ed è stato eletto membro del suo comitato esecutivo nell’Ottobre 2004. L’uomo della “Nahda” ( “rinascita” in arabo) beirutina, ha militato con i giovani libanesi contro il protettorato siriano sul paese dei cedri; una rivolta vissuta in piazza, seguita al funerale dell’ex Primo ministro Rafiq Hariri, assassinato nella capitale libanese il 14 febbraio 2005 da quattro membri del movimento sciita libanese Hezbollah che ad oggi, tra le altre cose, non sono mai stati arrestati. Rafiq Hariri fu primo ministro del Libano dal 1992 al 1998, nonchè dal 2000 al 2004 per un secondo mandato. Sostanzialmente è stata la figura politica  più importante del Paese dalla fine della guerra civile libanese (1975-1990, provocò circa 120mila morti) e quello che più si è impegnato per combattere l’intervento e l’infuenza della Siria  sulla politica nazionale del Libano.

Nel coraggioso itinerario di una personalità emblematica come Kassir, i suoi articoli, pubblicati sul quotidiano libanese “An-Nahar”, hanno rappresentato la voce più chiara e nitida della rivolta dei giovani di Beirut, parallelamente alla sua continua presenza nella “Place des Martyrs”, spazio simbolicamente sacro, destinato al confronto tra politici, intellettuali e studenti.

‟Bisogna farla finita con i vecchi signori della guerra. E con il confessionalismo”, scrive Kassir. Durante gli anni della guerra civile libanese, Kassir è in Francia e ha doppia nazionalità. Nel marzo del 2011 il suo passaporto libanese viene però ritiratoal rientro da un summit dei leader arabi che aveva duramente criticato, tenuto ad Amman. Nessuna sorpresa: i servizi libanesi da oltre un mese lo tenevano sotto controllo, seguendolo e interrogando i vicini sul suo conto, cercando di isolarlo. Il generale Al Sayed, che li segue in nome e per conto di Damasco, gli ha telefonato a casa, minacciandolo. Dopo pochi giorni Kassir scrive che ‟la Siria deve andarsene, ma non deve ritirare soltanto i soldati, deve rinunciare all’influenza politica, altrimenti sarà soltanto teatro”. La sua presenza viene bandita da tutte le televisioni.

Samir Kassir è stato senza dubbio il primo ad avvertire che la Rivoluzione dei Cedri non avrebbe potuto perdurare senza un ampio programma di riforme politiche ed economiche e ad auspicare il superamento del sistema confessionale vigente in Libano, per assicurare una riconciliazione politica effetiva dopo la fine del protettorato siriano.

A tu per tu con Falah Mustafa: foreign minister of Kurdistan

On December 10th, 2013, the Conference on Geopolitical role of Iraqi Kurdistan and Syrian refugees in the region, has been held in Rome, at the SIOI headquarters (Italian Society for International Organization), with the cooperation of the Kurdistan Regional Government.

A tu per tu con Falah Mustafa: foreign minister of Kurdistan - Geopolitica.info

Keynote speaker of the meeting was Falah Mustafa, Head of Foreign Affairs Department of the Regional Government of Iraqi Kurdistan, introduced by Franco Frattini, former Italian Foreign Minister and President of SIOI; and by the opening remarks of Alessandro Politi, a Political Analyst and SIOI Professor. Rezan Kader, High Representative of the Kurdistan Regional Government in Italy also attended the conference delivering the conclusions after Minister Mustafa’s lecture.

The Conference focused on Kurdistan’s geostrategic role, with a particular attention to the actual scenario. Frattini, in his opening speech, stressed that “many of the Syrians refugees are Kurds and that, in this period of political crisis, many of them are flowing back to Kurdistan”. Then, he highlighted that the energetic security is a priority for the whole World, and that Kurdistan is one of the keys.

Prof. Politi, during his remarks, added that “the current situation in Kurdistan has very deep roots, referring to the failures of 1998, of 1991 and of 2003, that brought Kurdistan to civil war and loss of sovereignty; only after 2008 the situation began to improve”. He believes that “Kurdistan can now play a role of mediator across the borders, among entities such as Turkey, Syria and Iran”. Minister Falah Mustafa began his lecture addressing the gap between the theories of international relations and the real facts. Kurds are about forty million people scattered into four countries: Turkey, Syria, Iraq and Iran. They had a “promised State” but the “super powers”, he said, betrayed this agreement.

According to Mustafa, “International Community has not dealt the two Gulf wars with particular attention to human rights and they have not beaten enough against oppression, by binding it to an internal matter for the country”. “In Iraq there are issues related to injustice and inequality”, for this reason it is difficult to build a real democratic and pluralist Federal State. The real problem, according to Mustafa, is that “the mentality of Baghdad has not changed. Baghdad reports still everything toward the centre, including issues related to oil. Saddam has pursued an economic and psychological war, in addition to a civil one”.

It has also been difficult to build a democracy in the past of Kurdistan because it was located in an area devoid of airports and of access to the sea: the only force that could count was the political leadership. However, the Twin Towers’ terroristic attack in 2001 changed the approach in the Iraq area, and in 2003 USA troops liberated northern front from the Regime that oppressed Kurdistan. After this period, the Kurdistan Regional Government went to Baghdad for a new beginning. According to Minister Mustafa, “Kurdistan Region has many resources, including oil and gas, and they have to be used for the people not to destroy them, “oil and gas belong to all citizens of Iraq”, he said. There were also many problems between Sunnis and Shiites in the Iraqi elections of 2010, and the Kurds have intervened to soften the disagreements. It seems that the next elections of April 2014 are an opportunity for the future of Iraq. For this reason it is important to build a common identity.

Concerning foreign affairs, KRG wants to have good relations with neighbouring countries: Turkey, NATO member, is an important ally, but it is necessary that Turkey has good relations with Iran, which must resolve the issues with the International Community from its point of view.

Minister Mustafa also afforded the matter of Syrian crisis that had a strong impact both on Iraq and Kurdistan. The Kurds know what be a refugee means, so now they want to help Syrians ones. The International Community could have helped more Syria but in Mustafa’s opinion it was unprepared. Despite this, some countries, such as Italy, Hungary and Britain have contributed to help Syrian population. Kurdistan wants Syria to start a democratic process, with or without Bashar al-Assad. All Kurds should be united and this must be a wish for Syria too.

Falah Mustafa concluded by pointing out that there are currently twenty-seven countries which have Kurdish representatives, like Italy, UK, Germany, France, Poland, and within the next year the number will be expanded to countries such as Kuwait and China.Rezan Kader, concluding, recognized the opportunity to address the issue of democracy and stability in Kurdistan, showing her satisfaction for the Memorandum of Understanding that will be concluded with SIOI to expand diplomacy in Kurdistan: another important step for the democratic process.

Minister Mustafa proved very helpful and open to dialogue by providing a space for some questions even after the end of the Conference.

How do you define the status and the role of the Iraqi Kurdistan in the post-Saddam era? What are the links with the Iraqi State, considering the KRG political and institutional structures?

Minister Mustafa answered that, in the past, Kurds have suffered a lot. Now they want to be part of the themes like security, economy and democracy. They need to be part of Baghdad too, to believe in the same values. They have a Constitution, that they have voted, and there is the need to implement the basis of the Constitution. Mustafa thinks that Kurdistan is now, unlike past, a player in the Middle East. For this reason they are demanding for equal justice, economic growth and peace processes, also with Turkey and anybody who can benefit from that, like Iran and Syria. Kurdistan is a Region with its territory, its history, its culture, its civilization, its political wage and the political force to struggle for the values they believe in.

Could you please tell me about Iraqi Kurdistan connections with Western partners and others? Do you have any preferential agreement with them? Which are the International Organizations that play a more virtuous role in the KRG area?

Minister Mustafa answered that after a long isolation period, they began, since 1991, to reach out the International Community to build relations but it wasn’t easy. They have had “friends”, like in the occasion of the oil-for-food programme, that was introduced with UN Resolution n.986 (1995), but the problem was that they were landlocked. It wasn’t easy for the people who wanted to reach Kurdistan, some countries didn’t want to provide Visa or access. After 2003 the situation changed, Kurdistan benefited from the era of building a new Federal Iraq. They began to have international relations with all the countries that had connections with Iraq and with many others that now host Kurdish representatives.

He believes that the International Community is interested on Kurdistan because they both stand for common values like: human rights, rule of law, democracy, women empowerment and so on. He also said that they have students for local capacity programme and that they send every year students to be educated in the Western universities because they believe in capacity building. To conclude, Mustafa said that they want to open up and to lose definitely the isolation of the past.

Le molte lezioni della crisi in Siria
Per qualche settimana, nei mesi di agosto e settembre, lo scenario di una missione internazionale contro il governo di Damasco è sembrata prossima a diventare realtà: ipotesi, quest’ultima, ormai vanificata alla luce dei negoziati intercorsi tra Stati Uniti e Russia.

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Le ragioni a favore dell’operazione (sembrerebbe di carattere esclusivamente punitivo), riprendendo una prassi ormai in via di consolidamento, si sarebbero fondate su quel principio emergente del diritto internazionale, la responsibility to protect, che aveva ispirato la risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che aveva costituito la cornice legale dell’operazione Odissey Dawn in Libia. Questo principio tende a trasformare la sovranità da diritto – all’intangibilità esterna della sfera domestica – in dovere per le autorità statali, attribuendo alla comunità internazionale, nel caso in cui i primi disattendano le loro responsabilità verso i cittadini, il compito di porre fine con qualsiasi mezzo a quattro “reati internazionali”: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Sebbene a Washington nessuno ami il regime di Assad, non si è verificata un’omogeneità di vedute sulla possibile apertura di un nuovo fronte in Medio oriente, per ragioni di ordine sia economico che strategico. L’opzione boots on the ground, che nonostante gli errori commessi in Iraq e Afghanistan garantirebbe un controllo minimo sul ripristino della statualità in Siria, non è auspicabile in un momento di recessione come quello attuale e, verosimilmente, provocherebbe una perdita di popolarità del presidente in carica, non limitato alla sola opinione pubblica americana.

Altrettanto problematica appare la soluzione dell’attacco aereo che, senza abbattere il regime di Assad, potrebbe indebolirlo al punto da creare una situazione di equilibrio tra le tre parti in lotta (i lealisti, i ribelli “filo-occidentali” e i ribelli islamisti). Questa soluzione rischia di trasformare in realtà uno dei peggiori incubi dell’America, nonché di Israele: un periodo più o meno lungo di anarchia collegato al protrarsi di una guerra civile e alla divisione de facto dello Stato siriano. Si tratta di una prospettiva che contribuirebbe a rendere ancora più instabile il vicino Iraq, la cui democrazia risulta ancora estremamente debole, profilando la possibilità del sorgere di un campo di battaglia unico nella regione centrale del Medio oriente. Questa potrebbe risucchierebbe in una spirale di violenza anche i pochi risultati conseguiti dalla missione Iraqi freedom e aumentare i pericoli che minacciano Israele. Così il premio Nobel per la pace Barack Obama si è trovato nella scomoda posizione di dover porre una soglia di accesso suppletiva al ricorso alla forza da parte delle sue forze armate, individuata nel ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Assad.

Il verificarsi di questa condizione è stata interpretata dal partito dei “falchi” come la possibilità di abbattere l’ennesimo regime dispotico in Medio oriente, proseguendo in quell’opera di esportazione della democrazia che sotto forme diverse, a partire dalla presidenza di Franklin Delano Roosvelt (con le eccezioni di quella Nixon e Bush sr.), ha caratterizzato tutte le amministrazioni americane. Per il partito delle “colombe”, al contrario, è suonata come un campanello di allarme per il mantenimento della stabilità in un’area considerata nevralgica per gli equilibri mondiali. L’Amministrazione Obama non vuole rischiare né di affrontare un doppio teatro di guerra sia per evitare un potenziale overstretching negli impegni, né di affrontare gli eventuali danni d’immagine ad un presidente che ha fondato la sua legittimità anche su un approccio diverso da quello tenuto dai suoi predecessori alle crisi internazionali. 

L’impasse provocata dalla combinazione tra l’estrema difficoltà nel distinguere tra uno Stato che sta effettuando un’operazione di polizia interna e uno Stato che sta ponendo in essere una delle quattro fattispecie di reato internazionale (difficoltà che in altre occasioni è stata comunque superata) e dalla riluttanza dell’amministrazione Obama nell’optare per la soluzione militare, sembrava essere stata sbloccata, oltre che dalla crescente attenzione suscitata dai mass media sulla crisi siriana e dallo stile provocatorio della “diplomazia” di Damasco, soprattutto dal presunto ricorso alle armi chimiche da parte dell’esercito regolare.

La proposta russa di mettere sotto controllo l’arsenale in possesso del regime di Assad e l’annuncio di quest’ultimo di voler aderire al trattato mondiale contro le armi chimiche, tuttavia, hanno toccato il nervo scoperto della politica internazionale delle potenze occidentali a partire dagli anni Novanta: la creazione di un quadro giuridico fondato sulla difesa dei diritti umani in grado di legittimare le operazioni militari contro uno Stato sovrano. La duplice iniziativa di Mosca e Damasco, la cui sincronia è evidentemente frutto di un coordinamento, mettendo al centro delle argomentazioni contrarie allo strike aereo la volontà di giungere ad una soluzione pacifica della crisi e di far tornare le armi non convenzionali siriane sotto il controllo della comunità internazionale, sembra aver prodotto gli effetti auspicati.

A differenza di occasioni passate quando la Russia si era distinta per una politica tanto muscolare quanto inefficace, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico e i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Cosa ci insegna, dunque, questa prima (e ci auguriamo ultima) fase della crisi siriana? Anzitutto che dietro la politica di difesa dei “diritti umani” si celano molte insidie, anche per la superpotenza. I tentennamenti rispetto alla durezza delle operazioni che il regime siriano conduce ormai da due anni contro le roccaforti dei ribelli (o, quanto meno, dall’immagine che ci arriva attraverso i media che coprono la crisi) rischiano di metterne a nudo la natura strumentale di politica di potenza e l’utilizzo che ne era stato fatto in passato per legittimare di fronte ai tax payers americani e all’opinione pubblica mondiale il perseguimento – legittimo – di Washington del proprio interesse nazionale, celato dietro un concetto tanto astratto, quanto manipolabile. In secondo luogo ci offre un’immagine degli Stati Uniti come di una superpotenza riluttante ad assumere il ruolo di prestatore d’ordine di ultima istanza in ogni angolo del globo, rinunciando di fatto al ruolo di “gendarme del mondo”.

Nonostante il sistema internazionale versi ancora in una condizione “unipolare”, la rinuncia americana a ricorrere alla forza laddove una “piccola” potenza ne sfidi apertamente l’autorità, potrebbe incentivare a porre in essere comportamenti simili, innescando un meccanismo che nel prossimo futuro potrebbe riportare il sistema internazionale ad un equilibrio multipolare. L’evoluzione della crisi, inoltre, dimostra che le altre potenze con un ruolo di primo piano nella regione (Francia, Arabia Saudita e Qatar) sono in grado di destabilizzare un regime ostile, ma non di ricorrere alla forza per abbatterlo e ripristinare l’ordine, rimanendo così legate alle scelte di Washington.

Una nota a parte merita la Turchia, la quale nei confronti della crisi siriana ha sempre mostrato un atteggiamento fortemente interventista, promuovendo anche azioni di carattere militare seppure limitate. Infine è possibile notare come la Russia stia tentando di uscire dal “cortile di casa” costituito dall’ex spazio sovietico in cui era rimasta circoscritta negli anni Novanta e Duemila, per difendere concretamente i propri interessi in una area geopolitica più ampia, il cui primo risultato di grande rilievo potrebbe essere la difesa del suo accesso al Mar Mediterraneo nel porto siriano di Tartus. È lecito attendersi, dunque, che il ribaltamento del paradigma abituale della politica estera di Mosca costituisca un primo segnale di riequilibrio dell’assetto internazionale consolidatosi negli ultimi vent’anni.
Hezbollah lancia un boomerang in Siria
Dopo anni di dibattiti e trattative, l’Unione Europea ha deciso: l’Hezbollah libanese, il Partito di Dio, è un gruppo terrorista. Più correttamente, tale è considerabile solo la sua ala militare, secondo l’accordo sottoscritto dai Ministri degli esteri dei 28 Paesi membri, e non la sua propaggine politica. Dove si situi la lasca linea di faglia tra le due anime del movimento, non è dato sapere.

Hezbollah lancia un boomerang in Siria - Geopolitica.info
Nonostante la fumosità dei suoi contenuti, l’accordo segnala un marcato cambio di rotta nella politica estera europea, con il prevalere della posizione britannica ed olandese, per anni osteggiata da altri Paesi membri. Certo, la versione finale dell’accordo raggiunto tra i titolari dei dicasteri degli Esteri rappresenta un compromesso che lascia le mani slegate a quanti intendono proseguire il dialogo con Hezbollah, attore determinante della politica libanese e dell’intero scacchiere vicinorientale: “i contatti politici e le azioni di sostegno economico proseguiranno con tutti gli attori del Libano, incluso Hezbollah”, ha infatti chiosato l’italiana Emma Bonino.

A far da sfondo al cambio di paradigma, l’attentato dell’estate 2012 a Burgos, Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani. Cinque cittadini di Tel Aviv e il loro autista locale persero la vita nell’esplosione. Secondo le indagini ufficiali della magistratura locale, suffragate dalle evidenze raccolte dai servizi di intelligence di vari Stati, sarebbe stata l’ala militare del Partito di Dio a ordine l’attacco. Un attacco sferrato nel cuore del Vecchio Continente: troppo, anche per i più “buonisti” tra i governi europei.

I risultati delle indagini sono giunti in un momento concitato per il Libano e per Hezbollah. Il perdurare della crisi siriana ha spinto la leadership del movimento a fornire un sostegno pratico, di natura militare, all’alleato di Damasco, proprio nella fase in cui i ribelli sembravano più forti. Non è chiaro se l’intervento dei militanti sciiti sia stato l’elemento determinante oppure, più plausibilmente, una concausa del rinnovato vigore del fronte governativo. La coincidenza temporale non lascia, però, spazio ad interpretazioni: l’ausilio arrivato da oltre confine ha inciso, eccome, sulle sorti del conflitto.

Hezbollah, schierandosi in modo tanto plateale, rischia di aver arrecato un grave vulnus alla sua immagine internazionale: da un lato, presso le opinioni pubbliche arabe, da sempre sue sostenitrici in nome della lotta contro il comune nemico israeliano; dall’altro, in Europa, dove il Presidente Assad è ormai considerato dai più come un dittatore sanguinario. A prescindere dalla fondatezza o meno delle accuse mosse all’autocrate alawita, ciò che rileva è l’interpretazione pubblica che il mondo arabo e l’Europa (con pochi distinguo) hanno fornito del pantano siriano. I buoni (e sunniti) da una parte, un leader spietato (e sciita) dall’altra. Alla luce di questa distinzione, netta e tranciante nel suo manicheismo, Hezbollah rischia di essersi alienato quel vasto bacino di consensi di cui ha sempre goduto nel mondo arabo-islamico, malgrado la sua connotazione fortemente confessionale.

Soprattutto dopo la guerra dell’estate 2006, il movimento, pur sconfitto, è stato issato a vessillo di un rilancio della lotta contro il nemico invasore, diventando il simbolo di un irredentismo arabo mai davvero sopito. Ora, a causa della postura assunta nel conflitto siriano e del ruolo attivo giocato sul campo di battaglia, Hezbollah potrebbe aver gettato alle ortiche l’aurea di simpatia che lo circondava. E’ stata, probabilmente, proprio la consapevolezza di questo pericoloso contraccolpo ad aver spinto la leadership del Partito a non esporsi durante le concitate fasi seguite alla minaccia americana di un intervento in terra siriana. I suoi esponenti, secondo quanto riportato dalla stampa libanese, si sono limitati di ricordare che Hezbollah tiene d’occhio la situazione, senza sbilanciarsi paventando ritorsioni ai danni dei contingenti stranieri presenti nel sud del Paese o di Israele.

L’attuale stallo dell’iniziativa internazionale a guida americana ha riportato in un cono d’ombra le operazioni di Hezbollah in Siria. Ma, come ricordava Foreign Policy nel maggio scorso, la posta in gioco è alta: i salafiti, parte integrante del fronte anti-Assad, non riconoscono il confine che separa il Paese dei Cedri dal suo ingombrante vicino. A loro dire, gli sciiti vanno repressi, di qua e di là dalla linea politica convenzionale che separa i due Stati. Se queste sono le intenzioni del fronte anti-Assad, o di alcune delle sue più agguerrite componenti, Hezbollah non starà certo a guardare.
Siria: le ragioni del non intervento
A due anni dall’intervento aereo nel teatro libico le forze armate statunitensi si apprestano a un nuovo impegno bellico. Con apprensione media nazionali ed esteri forniscono in queste ore giudizi e previsioni sul probabile intervento militare senza riuscire a delineare un quadro esaustivo dei suoi partecipanti – attivi e passivi – né, dato ancora più significativo, dei suoi obiettivi tattici e strategici.

Siria: le ragioni del non intervento - Geopolitica.info
I fatti. Al culmine di un’escalation di violenza iniziata ormai 30 mesi fa, il regime di Bashar al-Assad sembra essersi reso responsabile il 21 agosto scorso dell’uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Crude immagini veicolate dalla rete hanno di fatti immediatamente confermato le notizie giunte in quei giorni ai mezzi d’informazione arabi e occidentali: almeno 1000 sarebbero morti a causa delle esalazioni in un sobborgo meridionale di Damasco. Si tratta di un’aperta violazione delle maggiori convenzioni in tema di jus in bello prodotte nel corso degli ultimi due secoli, catalogabile nella triste categoria dei cosiddetti crimini atroci, nonché, a parere del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario, suscettibile di aspre contromisure da parte di terzi contro i perpetratori della stessa. Non di meno, l’attacco ha idealmente oltrepassato la linea di sopportazione tracciata dal Presidente Obama di fronte al protrarsi della sanguinosa guerra civile, un punto di non ritorno cui, nelle parole del leader americano, avrebbe fatto seguito una risposta adeguata.

Tale risposta si è finora concretizzata nel dispiegamento di diverse unità navali nelle acque del Mediterraneo orientale e nella minaccia di una ritorsione militare da condurre in concerto con la Francia e altri alleati secondari. Benché Washington si prepari ad agire senza uno specifico mandato d’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, negato dal veto incrociato di Russia e Cina, le operazioni sono state subordinate all’accertamento delle responsabilità del regime siriano da parte degli osservatori Onu presenti in loco. Si è così entrati in un periodo di stasi in cui la complessità degli attori coinvolti si alterna in altisonanti quanto vaghe dichiarazioni di intenti, appelli per la pace, minacce,  provocazioni. Al contempo la procrastinazione dello scontro ha dato modo a commentatori e analisti di soppesare l’utilità umanitaria e la convenienza strategica di un simile atto di guerra. Geopolitica.info aderisce alle valutazioni di chi, nei riguardi di entrambe le prospettive, disconosce l’esistenza di adeguati presupposti per l’aleggiato intervento militare sottolineando le pericolose conseguenze che ne deriverebbero su un piano locale, regionale e sistemico.

Appare in primo luogo controversa la prospettata connessione tra il sanzionamento di una grave violazione dello jus in bello – l’uso di armi chimiche contro la popolazione inerme –  attraverso la rappresaglia armata e le motivazioni umanitarie con cui quest’ultima è giustificata dai governi americano e francese. Se è di fatti indubbio che il probabile impiego di missili tomahawk e altri dispositivi bellici causerà ingenti danni collaterali ai civili vicini agli obiettivi sensibili selezionati, non meno evidenti sembrano le pesanti ricadute in termini di perdite umane che si produrrebbero quale che fosse il risultato dell’attacco. Lungi dall’impedirla, La reiterazione dell’illecito sarebbe piuttosto incentivata da un attacco che avesse esclusivamente finalità punitive, formula apertamente impiegata sia dall’Amministrazione Usa, sia dal Presidente francese Hollande. Al pari un meno probabile intervento volto a estromettere con la forza il regime di Assad, se coronato da successo, rischierebbe di precipitare lo Stato mediorientale in un’aperta condizione di anarchia in cui  fazioni della resistenza ideologicamente diverse o avverse si affronterebbero per il controllo dei gangli politico-economici siriani, proseguendo la guerra civile e arrecando nuove sofferenze alla già provata popolazione.

Come già accaduto in Libia, un’applicazione pratica della dottrina nota come Responsability to Protect vincolata da precisi obiettivi e impegni di ricostruzione istituzionale e materiale post-bellica non fornirebbe alcuna garanzia di pacificazione interna. Spostando poi la valutazione su un’ottica realista orientata alla soddisfazione dell’interesse nazionale dei soggetti intervenienti i possibili benefici dell’attacco risultano ancor meno evidente. Non soltanto la guerra comprometterebbe irrimediabilmente il capitale di credibilità e soft power accumulato dall’amministrazione Obama a partire dall’ormai lontano ‘discorso dell’università del Cairo’ del 2009, ma causerebbe altresì un terremoto geostrategico affatto funzionale a qualsivoglia strategia statunitense nella regione.

La debolezza delle opposizioni laiche attive nel Esercito Libero Siriano risulta oggi tale da impedirne un’affermazione certa nello scenario della Siria post-Assad. Piuttosto appare ipotizzabile un marcato rafforzamento di quei gruppi sovversivi di matrice fondamentalista – Janhat al-Nusra e il Movimento per lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – sostenuti da una rilevante rete sotterranea di aiuti economici e logistici operativa negli emirati del Qatar e del Kuwait. Anche in virtù di una strategia difensivista che mira a lasciare l’onere dello scontro con le truppe lealiste ad altre formazioni combattenti, i suddetti gruppi sono riusciti a stabilire un controllo relativamente stabile in diverse aree settentrionali del Paese, focalizzando le proprie attenzioni sulla propaganda e l’assistenza alla popolazione civile. Nell’ipotesi più catastrofica il trionfo del fondamentalismo sunnita si tradurrebbe nella creazione di uno Stato islamista ideologicamente avverso all’Occidente e ben poco incline a sforzi di pacificazione con le altre, numerose, realtà etnico-religiose presenti sul territorio. In tal caso l’esodo fatto registrare dalla popolazione curda verso il nord dell’Iraq nel mese di agosto costituirebbe nient’altro che il preludio di un futuro appiattimento dell’eterogenea ricchezza umana e culturale della Siria. Nella meno peggiori delle ipotesi Damasco sprofonderebbe in una lunga e sanguinosa crisi di transizione dagli incerti risultati politici: ancor più che in Libia, il lungo conflitto intestino ha sradicato infrastrutture, mortificato allo sfinimento il mercato e le attività produttive e, dato ancor più significativo – inondato il Paese di armi convenzionali che alimenteranno a lungo gli arsenali delle molteplici milizie combattenti.

È tuttavia nella dimensione regionale e globale che l’intervento militare avrebbe le sue più deleterie ripercussioni. Un attacco o un futuribile collasso del regime siriano per cause esogene cementificherebbe il fronte dell’opposizione intransigente al dialogo con l’Occidente rappresentato dall’Iran e dall’Hetzbollah libanese. Lo specchio delle conseguenze possibili spazia dalle contromisure che Teheran adotterebbe per debilitare gli avversari americani ed europei – chiusura dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz e crescita esponenziale delle quotazioni del greggio – alla reazione armata contro il principale alleato di questi ultimi in Medio Oriente, Israele. Un bombardamento su larga scala delle province settentrionali dello Stato ebraico decreterebbe una conseguente reazione armata che, tenuto conto delle contingenze del momento, potrebbe degenerare in uno scontro aperto tra Tel Aviv e il mondo arabo-musulmano.

Al di la di ciò l’attacco non sembra rispondere neanche all’esigenza di ricompattare le profonde linee di frattura che dividono oggi il mondo arabo-musulmano e che sono fonte dell’instabilità sistemica in cui versa l’intero Medio Oriente. Al contrario potrebbero acuirsi gli scontri tra sunniti e sciiti, tra laici e confessionali, ma anche tra oppositori ai regimi dittatoriali e sostenitori di un approccio accomodante e pacifico verso le degenerazioni autoritarie dei governanti. Tantomeno risolverebbe rivalità interne quali lo scontro per l’egemonia che nel campo sunnita vede Qatar e Arabia Saudita confrontarsi sul terreno della politica egiziana per mezzo dei rispettivi sostegni ai Fratelli Musulmani e all’apparato militare al potere.

Non ultimo, un intervento nella guerra civile siriana verrebbe avvertito come un profondo smacco diplomatico dalla Cina, contraria a ogni forma di ingerenza bellica negli affari interni di Stati sovrani, e della Russia, con l’Iran il principale alleato del Presidente Assad: il riverbero negativo sugli altri dossier strategici che coinvolgono le due potenze e gli Stati Uniti sarebbe inevitabile. La complessità delle ragioni esposte sembra quindi suggerire l’inconsistenza, politica tanto quanto umanitaria, del paventato attacco. D’altro canto un completo disimpegno dalla vicenda verrebbe letto come un serio declassamento dell’hard power americano, ormai incapace tanto di ottenere obbedienza da Stati più deboli con la sola minaccia dell’uso della propria forza d’urto, quanto di porre in essere i dispositivi coercitivi con cui si era promesso di rispondere alle provocazioni siriane.

Appaiono piuttosto condivisibili le considerazioni che spingono ad esplorare strade alternative con cui contenere le violenze in corso e assicurare una concreta pacificazione dello scenario nazionale e regionale. Si pensi a riguardo alla possibilità, annunciata ma finora poco attuata, di sostenere apertamente la componente della resistenza meno propensa ad assecondare suggestioni fondamentaliste. Se è vero che reparti di ribelli sono al momento addestrati con mezzi americani, britannici, francesi e sauditi nel nord del regno giordano, la dimensione di questi programmi – 1000 guerriglieri addestrati finora ad opinione di Micheal Weiss su Foreign Affairs – appare al momento troppo limitata se si tiene conto del corrispettivo, poderoso, sforzo messo in atto dagli istruttori di Hezbollah a favore della forze lealiste. Aumentata la propria forza d’urto, l’Esercito Libero Siriano potrebbe così sferrare un’offensiva decisiva verso le infrastrutture aeroportuali ancora controllate dal regime, ovvero l’unica via d’accesso ai rifornimenti bellici che giornalmente giungono dall’Iran e dalla Russia.

Ne risulterebbe un indebolimento della posizione di Assad tale da incentivare gli esponenti moderati dell’establishment siriano a un dialogo che avrebbe quale premessa l’estradizione o la traduzione in giudizio del dittatore alawita, nonché l’apertura di una trattativa finalizzata a spronare una transizione consensuale e monitorata dalla comunità internazionale. Ottenuta la fine delle ostilità, Stati occidentali e potenze economiche dell’area dovrebbero poi impegnarsi in un compito altrettanto vitale: favorire una normalizzazione interna finanziando in maniera omogenea e indiscriminata la ricostruzione effettiva del Paese, principale e forse unica veritiera garanzia di pace per la Siria che verrà.