Archivio Tag: Siria

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi?

Le notizie che ci giungono, in questi giorni, da Idlib mostrano più che mai come l’ascesa egemonica nel MENA si traduca in una temibile “sfida a due”, che vede protagonisti il Sultano Erdoğan e lo zar Putin. Una sfida tra una Turchia ambivalente che si muove nella veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana, ma che persegue malcelati fini espansionistici e, un Cremlino interessato a manifestare le riconquistate doti di mediatore regionale.

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi? - Geopolitica.info

 

La guerra civile siriana

Una guerra civile, quella siriana, che è andata internazionalizzandosi contestualmente all’emergere del pericolo ISIS. Di fronte all’incontenibile Stato islamico solo la discesa in campo delle forze militari russe e iraniane ha permesso di risollevare le sorti del regime siriano. All’indomani, infatti, della sconfitta del califfato, durante il 2017, Assad sostenuto dalle forze aeree russe e dalle milizie sciite di Teheran, ha potuto riconquistare numerosi territori controllati dai ribelli come Darāyā, Aleppo est e il Ġūṭa orientale. Tranne Idlib capace di resistere altri due anni grazie al sostegno militare ed economico garantito da Arabia Saudita, Qatar,e Turchia. I principali competitors mediorientali si sono, così, trovati a fronteggiarsi sul terreno siriano generando una miscela “geopolitica” esplosiva.

Le ambizioni russe

Il progressivo rafforzamento militare di Assad ha corrisposto, al contempo, alla volontà di abbandonare ogni possibile via negoziale per la risoluzione della crisi siriana. Soltanto, l’ingresso di una potenza politica terza ed autorevole avrebbe consentito di aprire un tavolo di confronto. A fronte della politica americana di selective engagement, quel ruolo è automaticamente spettato al Cremlino. Putin si è prontamente attivato ad aprire un parallelo processo diplomatico, ad Astana, tra i contendenti. Il migliore risultato del processo di Astana è stata la approvazione, nel corso del 2017, di aree di de-escalation tra ribelli e forze governative, ovvero di aree protette ove consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. Le zone di de-escalation hanno incluso la provincia di Idlib, alcune parti delle sue zone limitrofe nelle province di Latakia, Hama e la zona nord della città di Homs, il sobborgo damasceno di Ghouta, nonché le province di Daraa e al-Quneitra nel sud della Siria. Garanti del rispetto di tali zone sarebbero stati precipuamente i rispettivi alleati, la Russia e l’Iran, da un lato, e la Turchia dall’altro. Mediante l’attivazione del Processo di Astana il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso e interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss

Le ambizioni turche

Nel corso della guerra profili di inadempimento dell’accordo di Astana sono stati individuati nella condotta di uno dei garanti, la Turchia. Già nell’autunno 2018 la Turchia ha schierato proprie truppe ad Idlib formalmente con l’obiettivo di far rispettare le clausole dell’accordo. In realtà, anziché schierarsi tra ribelli e regime, le truppe di Ankara hanno proceduto verso l’enclave curda di Afrin, con il fine di usare l’accordo per spingersi sempre più a Sud nella Siria, e riaffermare il potere su ex-domini ottomani. D’altronde, Erdoğan, è stato il primo presidente ad aver politicamente sfruttato la ricostruzione storiografica delle gesta imperiali ottomane, riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. La guerra di Siria ha, dunque, rappresentato per Ankara il presupposto per la ricostruzione della Grande Turchia dei primi del ‘900. Non a caso, molteplici sono state le operazioni condotte oltreconfine: dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” del 2016, alla operazione “Ramo d’Ulivo” del 2018 sino all’operazione “Fronte di pace”, di vero e proprio sventramento del Rojava. In questo modo Ankara impedisce l’unificazione delle zone dell’Antico Kurdistan, mentre si riappropria di ampie zone della vecchia area di influenza ottomana in Siria a ridosso del confine turco. Zone di influenza esclusivamente turca come conferma il contenuto dell’accordo di Sochi, tra il presidente Putin e il presidente turco Erdoğan in merito alla creazione di una”safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia. Dall’autunno 2019, Ankara mantiene, infatti, il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn. Ma auspica di proseguire verso sud ovvero verso Idlib per creare una zona cuscinetto ancora maggiore ove, in primis, collocare, i milioni di profughi siriani assiepati sul confine e, in secundis, allontanare il più possibile le truppe di Assad dal proprio territorio. Infatti, Erdoğan teme ritorsioni da parte di colui che si è scelto, politicamente, come primo nemico nella Regione. Ne costiuisce una riprova la risoluzione approvata, nelle scorse ore, dal parlamento siriano volto a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dagli ottomani dal 1915. La approvazione è stata accompagata da una puntigliosa dichiarazione del presidente del Parlamento siriano Hammouda Sabbagh “Ora vediamo l’aggressione turca come basata sull’ideologia razzista ottomana”. Una provocazione, al momento, soltanto formale ma che preannuncia ulteriori scintille sul campo di battaglia.

Arabia Saudita, Iran e Usa

L’esuberante politica turca ha fatto sì che altri autorevoli attori regionali si svincolassero dalla questione siriana. L’Arabia Saudita ha preferito occuparsi delle problematiche interne e della instabilità yemenita. L’Iran, invece, dopo le rappresaglie attuate, in territorio iracheno, in risposta alla uccisione del comandante Qasem Soleimaini, preferisce attendere restando ad osservare le prossime mosse dell’”odiata” America e del Cremlino. Dal canto suo, Washington mantiene ufficialmente la linea adottata di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente. Una politica che ha spinto in questi anni le principali potenze mediorientali a tentare l’ascesa ad egemonia regionale. Una rincorsa egemonica che, però, al momento ha visto l’emergere di una inarrestabile Turchia e di una attenta ma poco efficace Russia. Chi ne uscirà vincitore? Lo deciderà solo la battaglia di Idlib.

La contesa di Idlib

La contesa di Idlib sta vedendo protagonisti sul campo l’esercito di Ankara e quello Damasco. E per quanto le rispettive fila hanno contato anche dei morti, la resa dei conti non vedrà partecipe il regime di Assad ormai sfiancato e sull’orlo del fallimento economico, bensì il Sultano Erdoğan e lo zar Putin, principale sostenitore di Assad. Entrambi presentano il desidero di contrapporsi egemonicamente a Washington. Entrambi sono stati gli artefici dei negoziati diplomatici in Siria ma non necessariamente entrambi sapranno contenere i propri egoismi e conservare la giusta lucidità di risoluzione delle problematiche regionali. Di certo, la politica “neo-imperialistica” di Ankara costituisce la principale ragione di crisi e Putin ha tutto l’interesse di paventare le doti di mediatore. Allo stesso tempo, le truppe turche stanno operando per la prima oltre i propri confini manifestando spesso un certo grado di impreparazione. A loro favore propende, però, il possibile stanziamento di nuove risorse dalla capitale a fronte della consolidata ripresa economica, dopo la svalutazione della lira turca. Diversamente, il Cremlino teme ancora l’acutizzarsi della stagnazione economica difficile da contenere se si prosegue con l’esborso di risorse nei principali focolai regionali. Non solo. A favore di Ankara gioca la duplice veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana. Infatti, la NATO ha invitato Assad e il suo principale alleato, la Russia, a interrompere gli attacchi, alla luce delle precarie condizioni in cui si ritrovano le popolazioni civili della zona. Contrariamente, Erdoğan ha giustificato il movimento di circa 9000 uomini nelle zone di Latakia, limitrofa a idlib, come funzionale al controllo dell’area e al consolidamento del cessate il fuoco. Una perversa ambivalenza che cela gli effettivi fini della politica estera del Sultano. Dal canto suo, Trump auspica che si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors di dimensione regionale che tengano sotto controllo i focolai in corso, riservando, però, a sé soltanto la facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi falliscono nell’adempimento del loro compito. Ne deriva la sottesa volontà di conservare sempre una attenzione particolare verso la zona del MENA: lo dimostra il dispiegamento di ben 14mila unità militari durante il 2019, unità aumentate di 3500 unità dopo l’avvio dell’escalation Iraniana. Dunque, la volontà di Washington di selezionare le aree geopolitiche di intervento militare diretto non si è tradotto sino ad ora in un totale disinteresse per il Medio Oriente. Perciò, non può escludersi un futuro intervento, nella Regione, americano volto a limitare possibili rovinosi esiti da questa perversa “sfida a due” di Russia e Turchia.

Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo

Nella storia del popolo curdo solo due atti di diritto internazionale hanno riconosciuto la sua esistenza.  Il primo è un trattato mai ratificato come il noto Trattato di Sèvres; il secondo l’autorevole Ris. ONU 688/1991, adottata unanimemente dai protagonisti della Global Society per porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani attuate dall’allora Rais Saddam Hussein. Una risoluzione che per la prima volta, dopo il declino del sistema bipolare, ha dato voce alle esigenze umanitarie curde, con l’avallo dell’opinione pubblica mondiale. Al di fuori di tali casi, i rapporti tra Global Society e la popolazione curda sono stati espressione di opportunismo contingente e transitorio delle diverse potenze di turno.

Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo - Geopolitica.info

Dalla guerra russo-turca al Trattato di Sykes-Picot.

Durante la guerra russo-turca del 1877-78, il Sultanato più volte ha armato le popolazioni curde sul confine per contrastare l’avanzata russa, in cambio della promessa di maggiore autonomia. Terminata la guerra guerreggiata, per converso, è stata la potenza zarista ad avvicinarsi alle aspettative autonomiste curde pur di ostacolare il governo di Costantinopoli; ovvero, creare il pretesto per un intervento armato funzionale alla cooptazione di territori anche anatomici nella sfera di influenza russa.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale ha rimescolato le carte del destino del popolo curdo in quanto gli esiti del conflitto potevano tradursi in una liberazione dalla Sublime Porta. Invece, i curdi si sono ritrovati nella morsa mortale tra le truppe russo-armene e quelle turche. In tale circostanza, i curdi non hanno potuto che rivolgere l’attenzione verso le potenze europee come Francia e Regno Unito, sperando in una ancora di salvezza. Ancora una volta, da soggetti geopolitici sono divenuti oggetto della propaganda militare dei contendenti; in particolare, Londra sfrutta le mire indipendentiste curde per ostacolare la tenuta territoriale dell’Impero Ottomano. Nel frattempo, infatti, W. Churchill, in qualità di Primo Lord dell’Ammiragliato, ha dato inizio ad un programma di ammodernamento della Royal Navy con riconversione dei motori da combustione a carbone in quella a petrolio. Un programma che rende necessario garantire un rifornimento continuo di questa nuova materia prima, rinvenibile soltanto nei territori del Sultanato. Più nello specifico nei territori di Mosul e Kirkuk, abitati da curdi. Ebbene, le tensioni che affliggono Costantinopoli ben possono tradursi in un punto di svolta nella dominazione del Mediterraneo e delle risorse energetiche mediorientali da parte della Corona Inglese. E i curdi locali, nelle strategie inglesi, paradossalmente finiscono con il rappresentare una pedina da utilizzare per dichiarare scacco matto al Sultanato. L’attrattiva energetica viene, così, a formalizzarsi, sul piano diplomatico, nel trattato di Sykes-Picot, del 16 maggio 1916. Un accordo stipulato, in caso di vittoria su Costantinopoli, per evitare ulteriori conflitti tra le potenze contraenti mentre si tenta una prima spartizione dei suoi territori. Pur prendendo coscienza della esistenza della Regione del Kurdistan, l’accordo non fa sconti. I ministri degli esteri russo, francese e inglese (rispettivamente Sergej Dmitrievic Sazonov, Marck Sykes e Francois Georges Picot) segretamente delineano la frammentazione non solo di tutti i domini ottomani ma anche dei territori curdi. L’ Impero Ottomano viene definitivamente diviso in due diverse sfere di influenza: quella britannica, che include la Mesopotamia, la Palestina e la Giordania; e la sfera francese, comprendente Siria e Libano. Due sfere e due parti distinte del territorio curdo. Il Kurdistan settentrionale-iracheno rientra nella sfera di influenza di Londra, interessata ad accaparrarsi anche il settore meridionale-turco pur di rafforzarne i confini. Il Kurdistan siriano viene, invece, posto sotto controllo di Parigi, nonostante i vivi contrasti con le forze Kemaliste sul fronte meridionale.

Dal trattato di Sèvres al trattato di Losanna.

Negli anni successivi al trattato di Sykes-Picot, la Corona inglese, mediante l’emanazione di graziosi provvedimenti di autonomia a favore della popolazione curdo-irachena si avvantaggia di forze locali per garantire stabilità ai territori conquistati e per proseguire rafforzata verso l’area meridionale. Infatti, a breve, anche il Kurdistan meridionale finisce con l’essere diviso in due zone: la zona più a Nord comprendente la città di Mosul sotto influenza francese e quella a sud, con la città petrolifera di Kirkuk, sotto influenza britannica. Sconfitta Costantinopoli, l’esigenza delle potenze vincitrici di creare una cintura di sicurezza tra Russia e Turchia, paradossalmente, spinge verso la teorizzazione di uno Stato cuscinetto coincidente con l’Antico Kurdistan. I confini di un possibile Stato cuscinetto curdo vengono disegnati nel noto Trattato di Sèvres, siglato il 10 agosto 1920: in esso, il destino del popolo curdo finisce nuovamente per intrecciarsi con le volontà delle potenze mondiali semplicemente per piegarsi ad esse ed essere funzionali alla loro affermazione globale. Nonostante ciò, tale trattato costituisce l’unico atto diplomatico che riconosce il diritto del popolo curdo ad uno Stato nazionale (art. 62,63 e 64). Un atto che non ha avuto seguito in virtù della progressiva perdita di autorità del Sultano, con cui era stato stipulato, in favore del rafforzamento dell’Assemblea Nazionale Kemalista di Ankara, che non vi aderisce. Perciò, dopo aver ripreso il controllo del territorio turco, Kemal può tranquillamente barattare i territori curdi con le potenze europee pur di conseguire l’osannata “pace turca” mediante il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923. Quest’ultimo nega apertamente qualunque riserva governativa alla popolazione curda che si ritrova divisa fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. In altri termini, i principali attori geopolitici hanno creato, nel 1920, l’entità del Kurdistan per disconoscerla appena quattro anni dopo. Un prodotto della diplomazia che costituisce l’architrave di tutta una serie di trattati che andranno a ridefinire i profili internazionali della Turchia senza mai intervenire in merito, da un lato, alla esistenza di uno Stato armeno e, dall’altro, ad una possibile autonomia curda.

L’emersione internazionale del popolo curdo dopo la fine del sistema bipolare.

Bisognerà aspettare più di 60 anni perché la sorte del popolo curdo assurga, nuovamente, all’attenzione della opinione pubblica mondiale. Infatti, lo scoppio della guerra del Golfo, ha costruito l’occasione per i curdi di rivoltarsi contro il regime dittatoriale di Saddam Hussein; rivolte soffocate dal rais con armi batteriologiche e chimiche. Solo l’unanimità di vedute di tutti i protagonisti della Global Society, sostanziatasi nella risoluzione ONU 688/1991, è riuscita, in questa occasione, a sventare una tragedia umanitaria. Da questo momento, i curdi iracheni divengono principale strumento americano di pressione nei confronti del regime del rais; tanto è vero che nel 2003 i Peshmerga ribaltano il regime al fianco delle truppe di Washington. Ed è il governo di Washington il maggiore sostenitore dell’indipendenza del Kurdistan iracheno. L’establishment americano viene, infatti, dalle circostanze del caso, costretto a rivedere la propria posizione in merito alla questione curda. Sino ai primi anni del 2000, esclusa la parentesi della risoluzione 688/91, la tendenza è stata nel far coincidere il progetto di autodeterminazione curda con considerazioni di lotta al terrorismo. Washington, in maniera palese, si è sempre mostrato al fianco di Ankara nell’inarrestabile lotta contro il terrorismo del Pkk. Ne costituisce prova l’assidua caccia all’uomo perseguita dal Pentagono nei confronti del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, arrestato, poi, nel 1998, in Kenia. Non solo, la Turchia è considerata da tutte le potenze occidentali come partner strategico nella regione; un affidabile alleato per il contenimento della Russia come confermato dalla membership Nato. Perciò, nessun Paese Europeo né gli Stati Uniti hanno intenzione di frapporre tra essi e Ankara il destino del popolo curdo.

D’altronde dalla caduta del Muro di Berlino, la responsabilità di tenuta della regione ricade interamente sul governo americano. Prima di allora, era stata l’Unione Sovietica ad investire i panni di mediatrice tra tutti gli attori della regione. Superato il decennio di decadenza, però, dal 2001 il Cremlino è ritornato attore dell’area mediorientale. Ma, in un primo tempo, si è mostrato inevitabilmente interessato più ai rapporti con Baghdad che con i curdi, in quanto troppo impegnato a adottare appositi ostacoli tariffari ai commerci di petrolio iracheno, suo diretto concorrente. Non a caso, anche dopo la costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG) gli osservatori hanno accusato la Russia di disinteressarsi della questione curda. Nel frattempo, però, Mosca giunge a reputarsi l’unica potenza a vantare una propria rappresentanza governativa sul territorio, senza nascondere più di tanto le sue attenzioni sull’estrazione e la vendita di petrolio per mezzo dell’oleodotto che da Kirkuk raggiunge Israele.

La maschera opportunistica delle diverse potenze verso la popolazione curda è destinata, comunque, in ogni epoca, a cadere. E prima o poi esse sono chiamate a interporsi con le popolazioni curde.

Primariamente gli Stati Uniti tentano di superare il consolidato orientamento di negazione del problema curdo. Infatti, la storia, con i suoi corsi e ricorsi, ha finito con il sorprendere anche l’amministrazione del Pentagono quando l’onda nera dell’Isis sembra poter essere fermata solo dai Peshmerga-iracheni e dalle Unità di protezione popolare curdo-siriane. Dall’ottobre 2014, inizia, cosi, una lunga e proficua alleanza tra Usa e popolo curdo nella lotta al sedicente califfato. Anche Mosca, successivamente, accoglie in maniera positiva il nuovo ruolo assunto dalle forze curde, proponendo, persino, un coinvolgimento del Partito curdo-siriano dell’Unione democratica nei negoziati di risoluzione delle questioni regionali e nel relativo processo di stabilizzazione politica; contrapponendosi, in questo modo, alle politiche ostili di Ankara. Nel frattempo, nella seconda metà del 2016, apre a Mosca la prima rappresentanza curda, una sorta di ambasciata de facto del Rojava, sotto le mentite spoglie di una no-profit. L’acuirsi dei rapporti con Erdoğan che si traduce in una guerra nei cieli siriani, spinge Mosca ad aprire anche verso le esigenze dei curdi-turchi. Sennonché ritorna sui suoi passi, quando i curdi siriani giungono a proclamare la nascita di un governo nella Regione Federale del Nord della Siria. Da questo momento, il Cremlino esplicitamente dichiarata di voler mantenere l’integrità territoriale della Siria e di non essere disponibile ad alcun accordo di riassetto politico della nazione alleata. I curdi pur chiamati in causa per partecipare ai negoziati, incominciano a perdere voce. E Putin manifesta il volto dell’alleato fedele solo di Damasco.

Di lì a breve, cade anche la maschera opportunistica americana: l’otto ottobre scorso, il Presidente Trump concorda con l’alleato turco il diverso dispiegamento di forze sul territorio siriano. Una concessione nei confronti dell’alleato Nato che consente ad Ankara di attuare una vera e propria operazione di sventramento del governo de facto del Rojava, sotto l’egida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriano del più noto PKK. Ne deriva che le ragioni di equilibrio del bilancio americano, tra impegni militari esteri e risorse, hanno spinto le sorti del popolo curdo nelle spire imperialistiche (in realtà mai celate) del Sultano Erdoğan. Non solo. Da questo momento la questione curda del Rojava perde definitivamente ogni centralità acquisita precedentemente nell’agenda di Putin. Il popolo curdo scompare dal novero dei protagonisti interessati alla costruzione di un nuovo ordine mediorientale e lo dimostra il Memorandum di Sochi, del 22 ottobre scorso. Il Cremlino, dopo aver manifestato attenzione per la conservazione della integrità territoriale siriana, si è fatto partecipe delle ragioni giustificative della operazione turca “Fronte di pace”. Al termine del vertice di Sochi il presidente Putin ha, infatti, aggiunto che “Io sono convinto che i sentimenti separatisti nel Nord-Est della Siria, siano stati fomentati dall’esterno. La regione va liberata dalla presenza illegale straniera”. In altre parole, ha disconosciuto l’intera fondatezza delle politiche pro-Rojava sino a quel momento condotte, mentre si prefigura come leader dell’area mediorientale e interlocutore privilegiato sia di Damasco che di Ankara.

I curdi-siriani si sono, così, ritrovati abbandonati da tutti i principali protagonisti della Global Society, UE e ONU compresi. E all’orizzonte appare, per il momento, irrealizzabile la speranza che si generi, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai imperialistici in corso e che facciano riemergere il diritto curdo all’autodeterminazione. Un diritto modellato davanti agli occhi del popolo curdo sin dal Trattato di Sèvres, inoculato nel loro animo sotto le spoglie di uno spirito nazionalista. Uno spirito nazionalista curdo, non sempre innato ma sempre funzionalizzato in chiave egemonica. Aspirazioni indipendentiste strumentalizzate dalle potenze di turno, per, poi, essere negate non appena raggiunto l’obiettivo egoistico del momento. In questo modo, sul piano geopolitico, sono cadute e continuano a cadere molte maschere affette da ambiguità.

 

Dal Kurdistan iracheno al Rojava, concretizzazioni di un sogno. Ora infranto?

Manbij, Tell Abyad, Ras’al Ayn, Kobane sono le principali cittadine del Rojava, quale ulteriore tentativo di costruzione di uno Stato Curdo. In queste cittadine, l’amministrazione americana aveva allocato ben 2000 uomini impegnati, dal 2015, nella lotta allo Stato Islamico. Oggi, costituiscono soltanto i primi obiettivi colpiti da Ankara in una, più o meno, preannunciata guerra dagli esiti imprevedibili. Insomma, cittadine che dalla notte dell’otto ottobre, vivono momenti di terrore, nella quasi totale assenza di sostegno militare e sanitario da parte dell’intera comunità internazionale. E destinate a divenire vestigia di un sogno infranto.

Dal Kurdistan iracheno al Rojava, concretizzazioni di un sogno. Ora infranto? - Geopolitica.info

 

Dopo la spartizione dell’antico Kurdistan operata dal trattato di SykesPicot, i curdi si sono trovati ad essere un popolo senza territorio, diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Senza un territorio ma con una forte identità capace di sopravvivere ogni oltre avversità nella speranza che il sogno di un nuovo Kurdistan potesse un giorno concretizzarsi. L’alba di quel giorno di speranza  si è ravvivata in occasione della nota risoluzione ONU 688 dell’aprile 1991.

L’intervento ONU a difesa delle minoranze curde, soffocate dalle armi chimiche e batteriologiche di Saddam Hussein, infatti, ha condotto in un primo momento alla creazione di una no fly zone e successivamente alla costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG), una regione lasciata sotto la guida della stessa popolazione curda il cui territorio coincideva grosso modo con la zona orientale dell’Antico Kurdistan. Una scelta avvalorata dall’ intera comunità internazionale interessata, per la prima volta, al destino del popolo curdo tanto da autorizzare un intervento militare in uno Stato sovrano.

La KRG, con capitale Erbil, grazie alle sue immense risorse petrolifere si insediò efficacemente e garantì stabilità governativa a tutti gli investitori stranieri. In questo modo, guadagnò crescente autonomia rispetto al governo centrale, sino a vedersi attribuire formalmente nella Costituzione Irachena del 2005 lo Statuto di Regione Semiautonoma. Ma la realtà era destinata a cambiare con l’affermazione dello Stato Islamico.

Dai’sh dopo aver occupato buona parte dell’Iraq occidentale e della Siria orientale, è riuscito ad espandersi nelle città di Mosul, Tikrit e Erbil, spinto dalla sete di idrocarburi. Da quel momento il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi è riuscito a proclamare il califfato dello Stato Islamico di Iraq e Siria, inglobando il Kurdistan Iracheno e ponendo fine al sogno curdo. Ma in uno scacchiere geopolitico caratterizzato da alleanze altalenanti e ricorsi ad armi di distruzione di massa, solo l’assiduo impegno delle milizie curde, irachene e siriane, con l’alleato statunitense ha costretto lo Stato Islamico a perdere terreno.

Sul fronte iracheno, le truppe curde dei Peshmerga sono intervenute a sostegno delle deboli forze armate centrali, riconquistando attraverso una guerra quartiere per quartiere le città di Tikrit, Ramadi e Falluja, sino alla roccaforte jihadista di Mosul, considerata la “capitale” del Califfato in Iraq. I meriti di battaglia si sono quindi tradotti in riconoscimento politici: la programmazione di un referendum consultivo sulla indipendenza del Kurdistan iracheno da Bagdad. Così, il 25 settembre 2017 la popolazione curda ha potuto manifestare un ampio consenso (pari al 92,7%) per l’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq.

Ma la realizzazione del progetto di definitiva indipendenza è stata ostacolata da molti (Iraq, Turchia, Stati Uniti e Iran) e sostenuto da pochi (tra questi il vicino Israele), nonostante lo sviluppo di istituzioni molto più liberali di quelli esistenti nei Paesi vicini. La autorevolezza acquisita ha permesso, paradossalmente, l’instaurazione di proficui rapporti economici persino con il sultanato turco. Sul fronte siriano, nel frattempo, le Forze democratiche della Siria (SDF), una alleanza in cui sono confluiti le frange moderate di opposizione a Bashar al-Assad e le Unità di protezione popolare curde, sono riuscite a strappare allo Stato islamico l’intero territorio orientale della Siria, culminando nell’operazione per la riconquista di Raqqa, roccaforte e capitale siriana del Califfato. Anche in questo caso i meriti di guerra non sono passati inosservati nelle stanze del potere, tanto da trasformarsi in una attribuzione di cittadinanza siriana ai curdi. Un diritto di cittadinanza sino a quel momento negato.

L’instabilità politica durata per ben sei anni e una tacita non belligeranza da parte del governo centrale di Damasco, così, ha permesso l’affermazione di un governo de facto, nella zona del Rojava. Ovvero della parte nord-occidentale della Siria, con popolazione a maggioranza curda, sostanzialmente coincidente con la porzione occidentale dell’antico Kurdistan. Non a caso, il  termine “Rojava” nella lingua curda indica l’Occidente. Il Rojava rappresenta un ulteriore tentativo di governo federale e democratico a guida esclusivamente curda. La guida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriana del più noto PKK, ha tentato, infatti, di legittimare il governo della regione con l’adozione di una sorta di Legge Costituzionale, c.d. Carta del Contratto Sociale, volta ad affermare l’avvenuta indipendenza e a disciplinare la sua organizzazione, di tipo federale, con entità locali munite di assemblee democraticamente elette. Una scelta nettamente in contrasto con la tradizione politica mediorientale soprattutto a fronte dell’auspicato coinvolgimento dei cittadini nelle principali decisioni di governo, nel richiamo esplicito ai valori laici, alla uguaglianza tra uomini e donne, alla protezione dell’ambiente. Un sogno che finalmente si realizza. Un sogno di breve durata destinato ad infrangersi contr le mai sopite le mire imperialistiche di Ankara.

L’annuncio, da parte del presidente Trump, del ritiro delle truppe stanziate proprio nel Rojava ha costituto  ottimo pretesto per Ankara per completare il, già più volte ribadito, piano di messa in sicurezza del  confine turco anche nelle aree a est dell’Eufrate. Un progetto attuato in tre tempi: in primis con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel 2016, con quella successiva “Ramo d’Ulivo” nel 2018 e con la presente denominata “Fronte di pace“. Messa in sicurezza del confine per il presidente Erdoğan ha due precisi significati: da un lato, impedire, date le attuali condizioni geopolitiche favorevoli, la riunificazione delle zone dell’Antico Kurdistan; dall’altro, riappropriarsi della enclave ottomana di Siria, persa dopo il primo conflitto mondiale. Ostacolando una possibile riunificazione, tenta di mantenere un controllo sulla zona curda della Turchia, suscettibile di secessione a fronte del richiamo nazionalista d’oltreconfine. Al contempo, mira ad allontanare il più possibile le popolazioni curdo-siriane dal proprio confine acquisendo un controllo più o meno diretto sulla porta del MedioOriente, ovvero Kobane. Una vera e propria operazione di sventramento del territorio curdo, pubblicamente rivendicata da Ankara in chiave antiterroristica per sfruttare astutamente l’ombrello protettivo della Alleanza Atlantica di cui è parte. La membership Nato serve a Erdoğan per rendere ancora più complicato il quadro geopolitico e creare una fase di stallo interno alla comunità internazionale che gli consenta di agire per più tempo indisturbato.

Ne deriva che la soluzione non può che essere il risveglio di un sentimento umanitario da parte di tutti i protagonisti della global society al pari di quanto accaduto nel 1991 con la risoluzione 688. In questo modo si potrebbe garantire una effettiva tutela della popolazione curda, sul piano umanitario, e il riconoscimento ad essa di un territorio ovvero l’attuazione del diritto alla esistenza e alla conservazione di ogni comunità etnica giuridicamente riconosciuto dal diritto internazionale, indipendentemente dalla sua dimensione (in questo caso, pari a 40 mln di persone).  E sarebbe auspicabile, in questo processo, il protagonismo diretto dell’UE il cui silenzio non può che leggersi come la negazione dei suoi fondanti principi di libertà e tutela dei diritti umani.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico?

La morte del Califfo – È morto il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ad annunciarlo ufficialmente, dopo che si sono rincorse le voci nel corso delle ultime 24 ore, è stato Donald Trump nel corso di una conferenza stampa tenuta alle 9 di questa mattina ora statunitense. Il raid nel compound nella Siria nordoccidentale dove era tenuto nascosto il leader dello Stato Islamico è avvenuto dopo che gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni da diverse fonti. Tra queste, è risultato di cruciale importanza il ruolo dei curdi. Il presidente statunitense ha però tenuto a precisare il contributo della Russia, della Siria, dell’Iraq e della Turchia, rimarcando quanto prioritario sia stato quest’obiettivo fin dal primo giorno della sua amministrazione.

La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico? - Geopolitica.info

La morte del Califfo era stata data per certa diverse volte, soprattutto da parte russa. L’apparizione più recente è dello scorso aprile, quando si mostrò in un video messaggio che invocava alla guerra senza limiti e con obiettivi differenti rispetto a prima, inaugurando una seconda fase nella vita dello stesso Stato Islamico. Con la sua morte, oggi, se ne apre una terza, perché lo Stato Islamico non smetterà di vivere con la fine del suo leader.

Le origini del Califfato – Baghdadi si era proclamato il Califfo dello Stato Islamico nel luglio del 2014, quando apparve nel primo video-messaggio nella gran moschea di Mosul. Da quel momento l’Isis si era radicato territorialmente assumendo a tutti gli effetti il controllo su parti imponenti di territorio tra l’Iraq – dove era inizialmente sorto surclassando anche Al Qaeda – e la Siria, sfruttando a proprio favore la crisi politica interna in entrambi i paesi. Dopo questa prima definizione territoriale, l’espansione dell’organizzazione ha fatto sì che il nome sia cambiato fino al definitivo Stato Islamico (IS), laddove era scomparsa ogni traccia di riferimento geografico ben preciso assumendo un carattere globale.

Una geografia globale – Gli attentati avvenuti nell’arco di questi anni configurano infatti una geografia realmente globale del Califfato, che non tiene conto dell’appartenenza nazionale ma unicamente di quella religiosa, secondo l’impostazione più radicale della lettura del Corano. L’efferatezza delle immagini pervenute fino a noi riguardava certo la lotta contro l’Occidente e lo stile di vita secolarizzato e distante, ai loro occhi, dall’Islam, ma anche l’idea di una lotta senza quartiere.

È per questo che risulta del tutto inopportuna l’insistenza dei media occidentali nell’attenuare la dicitura di Stato Islamico anteponendo “cosiddetto”, “autoproclamato”, “sedicente” e così via. Il Califfo ha di fatto guidato uno Stato Islamico, che ha senso di esistere in quanto tale e non come Stato di impostazione westphaliana.

I ruoli del Califfo – L’Isis è certamente una organizzazione verticistica che si basa molto sulla legittimità del proprio punto di riferimento politico e religioso. Nellateologia politica” musulmana, secondo le interpretazioni fornite da illustri studiosi nel corso degli ultimi anni, il Califfo riveste storicamente una duplice funzione: egli ha una responsabilità politica e religiosa al tempo stesso. Deve amministrare il territorio sotto la sua giurisdizione, deve supervisionare il controllo del territorio e delle sue suddivisioni amministrative, ha la responsabilità ultima dei suoi sottoposti e gestisce il sistema di tassazione interna. Religiosamente, ha il compito di allargare l’orizzonte musulmano, tentando di inglobare le parti di globo terrestre che non sono sotto la sua amministrazione, persegue il jihad e deve provare ad estendere il dar al-Islam ai discapito del dar al-harb. È la duplice funzione che Baghdadi ha rivestito dal luglio del 2014 ad oggi, determinando una geografia dell’incertezza che ha scardinato i confini geopolitici del Medio Oriente, sebbene per un periodo limitato.

Che cosa avverrà – La domanda che si pone ora è: la morte del Califfo corrisponde davvero alla conclusione dell’esistenza dello Stato Islamico? Molti media occidentali avevano già dato per chiusa l’esperienza dell’Isis, quando nel marzo scorso era terminata la sua presenza territoriale con la battaglia di Baghouz. Il successivo video-messaggio ad opera proprio di al Baghdadi aveva il senso di ribadire la vitalità del Califfato e la saldezza della sua leadership nell’organizzazione e nel mondo radicale salafita.
Certamente, l’operazione condotta dagli Usa e portata a termine rappresenta un colpo importante inferto all’Isis, ma bisogna considerare la tenuta anche negli ultimi mesi, quando ha mostrato la sua drammatica vitalità con attentati che hanno colpito l’estremo oriente e l’Occidente.

La terza fase dell’Isis – Nell’analisi dell’attuale scenario vanno presi in considerazione sia il ruolo che al Baghdadi ha avuto sino ad oggi sia la capacità dell’Isis di rigenerarsi, trovando nuove vie per perseguire il jihad e per tentare di accentrare su di sé le energie jihadiste nel mondo.

Con la morte di Baghdadi sembra aprirsi una terza fase dello Stato Islamico, dopo la seconda cominciata proprio con la chiusura dell’esperienza territoriale e con l’ultimo video-messaggio del Califfato. In questa nuova condizione sarà di cruciale importanza quanto avverrà sul territorio tra la Siria e l’Iraq. La tenuta del paese di Assad nello scacchiere mediorientale è di cruciale importanza, soprattutto dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi. In quello che diventerà un Medio Oriente post-americano, com’è stato recentemente definito da Foreign Affairs, non si affaccia solo la crisi turco-siriana ma anche il nuovo ruolo che gli affiliati allo Stato Islamico interpreteranno per tenere viva la più temuta organizzazione jihadista del mondo.

Leggi anche:

Traduzione integrale del video messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi del 29 aprile 2019

I 7 messaggi nel video di Abu Bakr al-Baghdadi. Si apre una nuova fase del Califfato

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Quattro ragioni del ritiro americano dal Rojava

L’annuncio del governo americano del ritiro delle sue truppe dal Rojava è stato recepito come un fulmine a ciel sereno in buona parte del mondo occidentale. Come ormai sempre più spesso accade, nel dibattito che ne è seguito la riflessione sulle ragioni strategiche di tale scelta (quasi come se non ce ne fossero) sono state messe ai margini, mentre l’attenzione dei media si è concentrata – legittimamente – sulla tragedia del popolo curdo o – a causa di un’idiosincrasia diffusa tra i commentatori – sulla presunta erraticità della politica estera di Donald Trump.

Quattro ragioni del ritiro americano dal Rojava - Geopolitica.info (Ansa)

Su Geopolitica.info abbiamo già parlato del tramonto dell’interventismo umanitario e dell’operazione “Primavera di Pace”, pertanto proviamo in questa sede a individuare almeno quattro ragioni principali che possono aver quanto meno contribuito a far maturare tale scelta all’interno della Casa Bianca.

La prima è che il ritiro dal Rojava non solo si trova in linea di continuità con la promessa trumpiana dell’America first, da rispettare sempre più rigorosamente nell’anno che precede le presidenziali 2020, ma lo è ancor di più con la politica del retrenchment avviata da Barack Obama e poi proseguita dal suo – sgradito, ma in questo caso fedele – successore. Entrambi i presidenti, d’altronde, non hanno attribuito al Medio Oriente un ruolo strategicamente vitale per il mantenimento del primato internazionale degli Stati Uniti, a causa delle conseguenze negative sul prestigio americano delle politiche nell’area dell’Amministrazione Bush, per la diminuita importanza delle sue risorse energetiche per la domanda interna del Paese e, soprattutto, per la necessità di riorientare gli sforzi verso il contenimento della crescente minaccia cinese. La stessa Amministrazione Obama, d’altronde, aveva ritirato i soldati dall’Iraq nel 2011 e aveva preferito non reagire all’utilizzo delle armi chimiche da parte del governo siriano nel 2013 nonostante fosse stata presentata come una red line dalla Casa Bianca poco meno di un anno prima.

La seconda ragione è strettamente legata alla prima. L’Amministrazione Trump vuole rilanciare l’idea obamiana del leading from behind. La necessità di attuare il taglio della spesa per evitare la “sovra-estensione imperiale”, infatti, impone agli Stati Uniti di responsabilizzare gli alleati rispetto ai problemi di sicurezza che affliggono la loro regione (in Medio Oriente, così come in Europa), riducendo così i costi gravanti sul bilancio americano. In tal senso, gli Stati Uniti sostengono una politica più attiva dell’alleanza sunnita guidata dall’Arabia Saudita e che si riunisce nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, con l’appoggio esterno – e quanto più possibile invisibile – di Israele, per ottenere l’obiettivo comune del contenimento della minaccia iraniana.

Il terzo fattore che ha incentivato la scelta di Trump è la possibilità di minare le fragilissime basi su cui da qualche tempo si regge l’inedita intesa tra Turchia, Iran e Russia. L’assenza degli americani dalla Siria permetterà alle loro truppe regolari o ai loro proxies di entrare direttamente in contatto, facendo diventare realtà il rischio di uno scontro tra attori che hanno obiettivi che si escludono mutuamente. La Russia è alla ricerca di uno Stato-vassallo che ne garantisca l’accesso ai mari caldi, in cambio della sua protezione e, quindi, dell’integrità territoriale. L’Iran vuole una Siria da utilizzare come base logistica nel cuore del Medio Oriente per colpire i suoi nemici, da Israele all’Arabia Saudita, passando ai partiti anti-sciiti in Libano e Iraq. La Turchia, dal canto suo, vuole uno Stato debole nel suo confine meridionale, all’interno del quale essere libera di realizzare azioni di polizia internazionale contro partiti e organizzazioni armate curde e dove re-insediare masse di ex-profughi fidelizzati da mobilitare quando necessario contro Damasco.

Infine, la quarta ragione è legata ai rapporti bilaterali tra Washington e Ankara. Il progressivo avvicinamento turco alla Russia, culminato con l’acquisto dei missili S-400, alla lunga non poteva essere lasciato impunito. Il ritiro delle truppe americane del Rojava, in questa prospettiva, potrebbe essere stato sfruttato alla stregua di un’esca, per indurre la Turchia a compiere un’azione che le ha attirato strali in tutto il mondo e ne ha delegittimato l’immagine. Se Ankara non procederà a un veloce riallineamento con Washington, la pistola fumante che si trova ora in mano potrebbe essere utilizzata per giustificare sanzioni o misure ancor più gravi nei suoi confronti nei principali consessi internazionali a cui partecipa.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Siria: la porta degli imperi

Nelle visioni geopolitiche delle grandi potenze regionali (Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita) la Siria costituisce “la porta di accesso” al Medio Oriente, il cui controllo garantisce l’egemonia della regione. La rilevanza geo-storica siriana fa si che nel paese si concentrino una pletora di interessi di ex imperi e non (Impero Russo, Impero Persiano, Impero Ottomano e Impero Americano) confliggenti gli uni con gli altri che hanno causato, e che continuano a causare, il collasso del paese.

Siria: la porta degli imperi - Geopolitica.info

L’invasione della Turchia di questi giorni rappresenta l’ennesima ambizione di droit de regard della regione a cui si accompagna una forte frammentazione del sistema Sykes-Picot (1916). La Turchia ambisce a “restaurare” un ruolo neo-ottomano in tutto il Medio Oriente ricalcandosi un proprio enclave esclusivo all’interno del quale esercitare la massima autorità. Durante la Guerra Fredda, Ankara era stata relegata a stato cuscinetto stricto sensu in funzione anti-sovietica con la sua entrata nella NATO durante il Consiglio di Ottawa (1952) insieme alla Grecia.

Dopo la Guerra Fredda, Ankara, con l’ascesa di Erdogan al potere durante le elezioni del 2002, ha riscoperto un proprio mythomoteur storico rappresentato dal bacino elettorale dell’Anatolia di cui il Reis è stato un abile interprete.

La dottrina Erdogan si ispira alla Dottrina di Ahmet Davutoglu del panislamismo che vede nella Siria la porta di accesso a tutto il Medio Oriente, necessario per fare della Turchia il rule maker della regione. In questa visione il dossier curdo è centrale perché ha una duplice connotazione: una interna onde evitare la frammentazione della nazione turca con la nascita di uno stato curdo indipendente (formato dal Rojava siriano e dal Kurdistan turco) e una esterna volta a togliere un ostacolo alle grandi ambizioni turche nel Siraq.

Durante i primi anni della guerra civile in Siria (2011-2015) Erdogan nei confronti dei curdi siriani aveva applicato la logica del divide et impera impegnandosi a supportare militarmente i curdi in funzione anti-ISIS ma in pratica ricoprendo un ruolo molto più ambiguo nei confronti dei jihadisti di Daesh. Fallito il piano, Ankara ha deciso di intervenire manu militari nel nord-ovest del paese ad Afrin (2018) prima con il tacito assenso della NATO e con il placet di Mosca, adesso in modo unilaterale mettendo in crisi non solo gli equilibri di potere all’interno dell’Alleanza Atlantica ma anche l’alleanza de facto con la Russia e l’Iran.

Le diatribe di questi giorni tra Ankara e Washington sono il risultato di una crisi più lunga risalente al fallito golpe turco (2016) orchestrato secondo l’intelligence turca con il consenso americano tramite Fetullah Gulen, esule negli USA, per il quale Erdogan ha chiesto l’estradizione, di fatto mai avvenuta. Tuttavia, nonostante le numerose polemiche sulle considerazioni strategiche dell’amministrazione Trump sulla questione curda, il Pentagono è consapevole dell’importanza strategica della Turchia all’interno dell’Alleanza Atlantica, nonostante il doppio gioco degli ultimi anni, non solo in funzione anti-russa ma soprattutto in funzione anti-iraniana. Una Siria “iraniana” tout court creerebbe problemi sia con Israele sia con l’Arabia Saudita dato che si vedrebbero accerchiati da una potenza nettamente ostile. Pertanto, il “ritiro” delle truppe americane dal Nord della Siria si traduce in una legittimazione americana del modus operandi turco nel contesto siriano, e dà il placet ad una proxy war contro l’influenza persiana sfruttando le ambizioni turche che potrebbero degenerare in una guerra con Damasco e di conseguenza contro Teheran e tutti gli alleati della regione compreso Hezbollah.

Per la Russia la Siria è “la chiave di accesso russa nella regione” (Caterina II la Grande) e questo spiega l’intervento militare russo nel novembre del 2015 a fianco del regime di Al-Asad e il grande attivismo diplomatico del presidente Putin nella regione. L’idea di un possibile regime change a Damasco con l’ascesa di un regime sunnita-salafita sarebbe stato catastrofico non solo per gli interessi geopolitici russi nella regione ma anche per la stabilità interna della nazione visto il rischio di una possibile “revanche” cecena, nonostante i grandi investimenti economici fatti nella regione che l’hanno resa la “Dubai” della Russia. Infatti, la guerra civile in Siria, dal punto di vista del Cremlino, è anche una guerra civile russa combattuta al di fuori dei confini nazionali, dopo le due guerre civili in Cecenia (1994-1995, 1999-2009), tra una Russia filo-mosca (costituita sia da cristiani sia da mussulmani che si riconoscono nella Russia di Putin) e una Russia fondamentalista islamica (formata da élite di ceceni che combattono in Siria come jihadisti) che ha come ambizione la creazione di un grande Dar Al-Islam caucasico esteso fino all’interno dei confini russi. La diplomazia di Putin non è quindi una dimostrazione di forza utile solo in patria per ravvivare narrazioni imperiali ma incarna anche la volontà di preservare gli alleati della regione, rafforzandoli e allargando la propria sfera di influenza anche all’Iran, sebbene tra i due ex imperi non “corra buon sangue”. In questo modo, il Cremlino contribuirebbe a rafforzare quell’ “asse sciita” iraniano creatosi durante gli anni ’80 del secolo ed integrato con la collaborazione di Ankara nella regione in occasione dei colloqui di Astana (2017). Perciò le iniziative turche nella regione sono i prodomi di un possibile indebolimento del principale partner di Putin che, infatti, ha dimostrato un atteggiamento poco compiacente nei confronti di un’occupazione forzata del nord della Siria.

La tanta paventata pace siriana sembra oggi un sogno utopico mentre la guerra una realtà concreta che sembra non finire mai. Il tradimento dell’Occidente nei confronti dei curdi, in nome della vecchia logica di potenza, sminuisce l’immagine politica degli USA, dell’Unione Europa e della NATO. Si appresta ad aprirsi una nuova guerra in Siria, forse molto più pericolosa della precedente, in cui il rischio di escalation tra le potenze regionali è molto alto, non dimenticando l’appartenenza della Turchia all’Alleanza Atlantica con tutte le conseguenze che può avere l’art. 5 del Patto Atlantico sull’Occidente.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

Gli scenari possibili in Siria: i curdi gli unici sconfitti

Il 9 ottobre, dopo diverse dichiarazioni di Trump sul ritiro dei soldati americani presenti nel nord-est della Siria, che vanno ad iscriversi all’interno della conclamata strategia di disimpegno statunitense dal Medio Oriente, Erdogan ha annunciato l’inizio dell’operazione militare “Primavera di Pace”.

Gli scenari possibili in Siria: i curdi gli unici sconfitti - Geopolitica.info

L’operazione, iniziata con bombardamenti e colpi di artiglieria dal confine su installazioni militari curde, si è poi sviluppata con l’avanzata delle forze turche, coadiuvata dall’appoggio di milizie arabe riunite intorno alla sigla e i simboli del Free Syrian Army, ma composta per lo più da brigate semi autonome di combattenti riciclati in seguito alla debacle delle varie milizie jihadiste dal 2015 in poi.
Sono molti gli osservatori che pongono l’attenzione sulla natura delle suddette forze arabe sostenute dalla Turchia, per diversi motivi: prima di tutto, per il ritorno di figure di combattenti e sigle che erano scomparsi dallo scenario siriano; secondo, a causa delle prime efferate azioni di queste forze nei confronti di prigionieri curdi; ultimo, per la possibile congiuntura della zona controllata dalla milizie sostenute dalla Turchia con la sacca controllata dai jihadisti a nord di Idlib, che potrebbe fornire nuova linfa alla galassia salafita presente nel paese.

Gli obiettivi
L’obiettivo dell’offensiva militare, che ha già causato (numeri del Ministero della Difesa turco) oltre 600 morti (“neutralizzati”) tra i combattenti curdi, è duplice:
1) Creare una zona cuscinetto, una safe zone di oltre 30 km a sud della frontiera turco-siriana, controllata da Ankara o da milizie e lei vicine, completamente libera dalle forze curde dell’YPG, e che fornisca un forte deterrente alla costituzione di uno stato curdo, quest’ultima preoccupazione vitale per la Turchia;
2) Fornire un territorio nel quale riportare una parte dei circa 3.6 milioni di profughi siriani presenti in Turchia, rispondendo da una parte a un’esigenza interna, visto l’alto onere per l’accoglienza e il progressivo risentimento da parte dei cittadini turchi, dall’altra aumentare la “quota araba” della popolazione nel nord-est siriano, “diluendo” la quota curda e rendendo più difficile lo stabilizzarsi di un eventuale governo curdo.

L’accordo curdo-siriano
Data l’assenza della copertura aerea statunitense, e del mancato supporto della comunità internazionale, l’esercito curdo ha perso terreno molto rapidamente, sopraffatto dall’iniziale attacco aereo dei turchi e dalla conseguente avanzata di terra. Questo ha convinto gli alti militari delle milizie curde a stringere un accordo, in realtà già in discussione da parecchi mesi, con l’esercito siriano: un accordo che, nonostante una divergenza di interessi sulla visione di lungo termine sul futuro assetto istituzionale della Siria, per i curdi è essenziali in funzione anti-turca. Accordo che è stato mediato dalla Russia, che ha l’occasione, opinione pubblica interna permettendo, di rimanere l’unico player dotato di un certo peso nell’area, e agli Stati Uniti sembra andar bene così.

Lo scenario
Lo scenario che si delinea, quindi, considerati i diversi interessi nell’area e ponderati con le differenti capacità operative e decisionali degli attori in gioco, vede i russi unica potenza di rilievo nello scenario siriano: un unico attore game changer che garantirebbe all’esercito di Damasco di poter riconquistare i territori del nord-est, con la Turchia che in cambio di una zona cuscinetto sulla frontiera fornirebbe il via libera alla conquista di Idlib, ultima sacca di resistenza jihadista in Siria.
Anche se si analizzano gli eventi diplomatici estesi su un piano regionale lo scenario più probabile sembrerebbe questo: la Russia si è avvicinata molto, stringendo diversi accordi, con l’Arabia Saudita, data la preoccupazione del Regno nei confronti dell’azione turca e dell’utilizzo delle milizie legate alla galassia dei fratelli musulmani nel nord-est della Siria, colpite non a caso dall’aviazione russa nei pressi di Manbij.
Lo stesso Iran, che con la Russia ha evidenti interessi in comune su diverse aree del Medio Oriente, vede con favore l’avanzata dell’esercito siriano nel Rojava: da una parte viene garantita l’integrità della Siria e aumenta il peso di Assad, alleato storico, che vede la frontiera dell’instabilità allontanarsi sempre più da Damasco; dall’altra viene ridimensionato il ruolo dei curdi, che, sebbene vadano considerate le dovute differenze (politiche e militari), non bisogna dimenticare rappresentano una fonte di instabilità anche per l’Iran, data la presenza di una minoranza (meno organizzata rispetto a quella siriana) nell’ovest del paese.
I curdi siriani, al momento, sembrano gli unici veri sconfitti dall’eventuale scenario delineato: pagano la mancanza di alleanze di peso nell’area che possano condividere i loro interessi nel breve termine, e si ritrovano di conseguenza a dover subite le azioni decise dagli altri attori.
Anche gli Stati Uniti, nonostante la narrazione di questi giorni, raggiungono l’obiettivo prefissato dall’amministrazione Trump, che sembra la strategia di lungo termine del paese: il progressivo disimpegno dal Medio Oriente e il conseguente allontanamento da conflitti dai quali gli Stati Uniti non ricavano benefici tali da giustificare gli eventuali costi da sostenere. Inoltre, Trump ha l’occasione di punire tramite sanzioni economiche la Turchia, alleato infedele, che sta palesando sempre più lo spostamento verso est del proprio posizionamento internazionale, iniziato durante il conflitto siriano.

Capitolo Foreign Fighters
L’incognita principale per il futuro del conflitto è rappresentata dal ruolo dell’Isis e dei suoi miliziani prigionieri nei centri di detenzione curda. Sono circa 12.000, a cui si aggiungono i 70mila loro famigliari prigionieri dei curdi nel nord-est della Siria (tra i quali vanno considerati decine di migliaia di bambini e adolescenti indottrinati e addestrati) dislocati in diversi campi di prigionia. Alcuni di queste prigioni, come quella di  Qamishlo e quella di Hasakah, sono state colpite dall’offensiva turca, e testimonianze locali rivelano fughe dei miliziani. Questi due centri hanno all’interno alcuni dei miliziani considerati più pericolosi, come il francese Adrian Guihal, organizzatore della strage di Nizza, che fonti locali non confermate in Francia danno già in fuga. Sono 2200 i foreign fighters con passaporto europeo presenti nelle prigioni nel nord-est, e sono i combattenti che preoccupano l’Europa, a causa della porosità della frontiera turco-siriana e dell’instabile accordo con la Turchia. La maggior parte di questi hanno cittadinanza francese, belga, tedesca e britannica, cinque sono invece i nomi sotto osservazione dall’Italia. Tra questi, tre donne (le cosiddette “lady jihad”) Alice Brignoli, lucchese, Meriem Rehaily, padovana e SonyaKhediri, trevigiana. Tutte con figli e pentite di essersi arruolate, chiedono di poter rientrare in Italia.

Guerra in Siria: verso un mondo post-americano?

Anni fa, intervistato dalla CNN, Bill Clinton ebbe a confessare la sua personale vergogna per essere rimasto inerte davanti al genocidio ruandese nella metà degli anni Novanta. La dichiarazione, al netto di qualsiasi giudizio sull’operato del quarantaduesimo presidente americano, ci mette davanti al profondo cambiamento che ha investito l’auto-percezione della Casa Bianca rispetto al proprio ruolo sullo scenario geopolitico dopo il collasso sovietico.

Guerra in Siria: verso un mondo post-americano? - Geopolitica.info GETTY

Requiem per l’interventismo umanitario
Unica superpotenza sopravvissuta al secolo delle grandi ideologie chiusosi nel triennio 1989-91, gli Stati Uniti hanno operato su quello scenario per i successivi tre decenni interpretando convintamente il ruolo di poliziotto globale che Franklin Delano Roosevelt aveva iniziato a delineare per loro prima ancora che i soldati alleati fossero impegnati nello sbarco in Normandia (recentemente evocato da Donald Trump). Liberi dai vincoli della Guerra Fredda, tutti i presidenti americani hanno recitato costantemente quel ruolo.  Nella maggior parte dei casi ciò si traduceva in un’ingerenza negli affari interni di stati sovrani legittimata agli occhi della comunità internazionale con i richiami all’ideologia dell’interventismo umanitario: nel ’90 in Kuwait con Bush padre, nel ’93 in Somalia e nel ’95 e nel ‘99 nei Balcani proprio con Clinton; nel 2011 in Libia con Obama. In altre occasioni alla salvaguardia delle popolazioni civili sono state sostituite motivazioni di sicurezza sia interna che esterna. I conflitti in Afghanistan nel 2001 e nel 2003 in Iraq sono stati accompagnati da una narrazione che vedeva gli Stati Uniti impegnati in quella “guerra globale al terrore” che avrebbe liberato dalla minaccia jihadista non soltanto gli americani, ma quanti aspiravano a far parte di quel “mondo libero” a cui G. W. Bush fece costantemente appello negli anni che seguirono l’undici settembre 2001.

“They hope we retreat from the world”
Del resto, come sottolinea Alessandro Colombo ne La disunità del mondo: dopo il secolo globale (Feltrinelli, 2010), l’accento nella formula “guerra globale al terrore” dovrebbe sempre cadere sulla parola centrale. Ancora per tutti gli anni Duemila, i presidenti degli Stati Uniti si sono sentiti investiti di un mandato che travalicava i confini nordamericani, una missione di esportazione della democrazia (americana) da cui la “Città sulla collina”, la nazione eccezionale e indispensabile secondo la definizione Madeleine Albright, non poteva in alcun modo esimersi. È anche per questo che, alla luce delle notizie che arrivano dal confine turco-siriano in questi giorni e dei proclami di disimpegno che il presidente Trump affida con cadenza quotidiana ai suoi followers su Twitter, è opportuno riflettere sulle parole con cui proprio George Bush Jr. si rivolse al Congresso nove giorni dopo l’undici settembre: “They [i terroristi, nda] hope that America grows fearful, retreating from the world and forsaking our friends”.

Un mondo post-americano?
Chi ha avuto voglia e modo di cimentarsi nella lettura delle National Security Strategy prodotte dalle diverse amministrazioni presidenziali statunitensi sa bene che il disimpegno americano dal quadrante mediorientale si inserisce in una visione strategica di medio-lungo termine che precede l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Eppure, mai finora con tanta chiarezza si era assistito a un passo indietro di Washington in un contesto che, seppur in Paesi diversi e non continuativamente, vedeva i soldati americani impegnati in operazioni militari da quasi trent’anni. Mai finora un passo indietro aveva prodotto conseguenze così drastiche e repentine come lo sconfinamento di un esercito – quello turco – e il subentro di un rivale geopolitico degli Stati Uniti – come la Russia – quale attore decisivo in un conflitto cruciale per la stabilità e la pacificazione del Medio Oriente.

Che da questi passi indietro emerga in futuro un sistema internazionale più o meno sicuro di quello americano-centrico che eravamo abituati a conoscere, è un quesito sul quale varrà la pena interrogarsi nei prossimi mesi. Il Centro Studi Geopolitica.info ha già iniziato a farlo e propone di discuterne insieme a quanti siano interessati dal prossimo 7 marzo alla XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali “Un mondo post-americano? Sfide e sfidanti dell’ordine liberale”.