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Analisi sull’offensiva a Idlib, braccio di ferro in attesa del vertice di Teheran

Le ragioni che hanno spinto l’offensiva dell’esercito governativo siriano verso la cittadina di Idlib, situata nella Siria nord occidentale,  risultano essere strategicamente determinanti, non solo per le sorti future del conflitto in Siria ma anche per l’assetto geopolitico dell’intera  Siria. Non va dimenticato che ad oggi la politica estera siriana (in parte anche quella interna),   visto il recente e massiccio aiuto fornito dal Cremlino contro le forze jiadhiste del Califfato guidato da Al Baghdadi, deve tener conto delle opinioni, o  delle ingerenze, che provengono da Mosca; non a caso l’offensiva su Idlib è avvenuta ad opera  dell’aviazione russa.

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L’offensiva  siriana del 4 settembre ha interessato l’area del paese che si trova tra le città di Jisr ash Shugur, Hama e per l’appunto  Idlib, zona  controllata in parte sia dalla  formazione ribelle Salafita di  Hayat Tharir al Sham, conosciuta pure come al-Qaeda in Siria,  formatasi dalla separazione consensuale del Fronte al-Nusra dal network di Al-Qaida, con altri gruppi minori come Fronte Ansar al-Din, Jaysh al-Sunna, Liwa al-Haqq e Movimento Nour al-Din al-Zenk, che ha iniziato fin dall’inizio dell’agosto scorso ad arrestare tutti quei civili si proclamavano fautori di una possibile riconciliazione con il governo, sia dal Fronte di liberazione nazionale dichiaratamente sostenuto dalla Turchia.

Non a caso il presidente Bashar Al Assad, in accordo coi suoi alleati e sostenitori, il presidente russo Putin e  il presidente iraniano Rouhani, ha deciso di far partire l’operazione per la riconquista del territorio nord-siriano, proprio pochi giorni prima del terzo incontro trilaterale russo-turco-iraniano, che avrà luogo il 7 settembre a Teheran (incontri nati dalla volontà dei  presidenti Putin, Rouhani e Erdogan per rivitalizzare il processo di Astana),   in modo tale che  l’offensiva delle forze governative siriane su Idlib possa mettere pressione al presidente turco in vista  del meeting .

Perché l’offensiva su Idlib avrebbe dovuto mettere sotto pressione il presidente Erdogan? La risposta a tale quesito appare quanto mai scontata, ma prima bisogna ricordare quanto avvenuto durante il corso dei precedenti meeting, quello di Ankara e quello di Sochi.

L’obiettivo di questi incontri trilaterali tra Russia, Iran e Turchia  era,  è rimane tutt’ora, quello di agire sul decision making  della Siria post-Califfato. L’incontro di Ankara ma, ancor più quello di Sochi, non sono stati altro che tasselli fondamentali di una lunga trattativa diplomatica già avviata da tempo.

A Sochi si è discussa una proposta russa, con l’approvazione del presidente Assad, per la creazione di un congresso dei popoli siriano, per dare voce a quella pluralità di fazioni antigovernative che rischiavano di far cadere nuovamente la Siria nel caos. La proposta, ha dichiarato successivamente il presidente Putin  durante la riunione annuale del Valdai Club tenutasi a Sochi, “potrebbe diventare un importante passo sulla via verso una soluzione politica che metta fine ai dissidi interni e che venga accompagnata anche dalla redazione di una nuova Costituzione”, scongiurando così l’ipotesi di una divisione della Siria in zone controllate da diverse forze straniere, come ad esempio la Turchia nel nord del paese.

A ragion di fatto di quanto appena scritto, risulta evidente che prima del terzo incontro di Teheran, la coalizione Siriana-Russo-Iraniana  tenti di sbaragliare le rimanenti sacche ribelli presenti al confine turco-siriano e al contempo possa mettere alle strette la stessa Turchia; la quale mossasi con abilità all’interno del conflitto civile siriano fin dalle prime fasi iniziali, ha cercato fin da subito di ingaggiare  gruppi jihadisti al fine di abbattere il presidente Bashar Al-Assad. L’intervento russo però ha permesso ad Assad di non capitolare, creando così un nuovo scenario, dove  il presidente Erdogan bloccato in una fase di stallo, ha saputo muoversi abilmente, divenendo fin da subito interlocutore privilegiato di Mosca. Infatti le sorti del  territorio a nord della Siria, a meno di un repentino stravolgimento delle parti in causa,  rimangono ancora formalmente sotto l’autorità delle fazioni islamiste e saldamente sotto il controllo de facto del governo di Ankara, come preziosa moneta si scambio al vertice.

L’informazione come arma strategica: la guerra di Putin nell’Infosfera

E se il mondo avesse ricominciato a girare intorno ad orbite più normali? In realtà non è così, siamo ancora in piena “caoslandia”, tuttavia, almeno a Mosca, sembrano ben decisi ad interpretare il proprio ruolo come se le lancette della storia fossero tornate indietro agli anni dell’URSS.

L’informazione come arma strategica: la guerra di Putin nell’Infosfera - Geopolitica.info

A sostenere tale impressione, concorre l’ampio dibattito intorno agli effetti della propaganda russa in occidente. Parole come guerra psicologica, ingerenza, dezinformatsiya e misure attive, ripescano nella memoria di quanti di noi sono nati nel XX Secolo, immagini pre 1989.

Fino al 1991, l’apparato sovietico demandato alla guerra psicologica vedeva una pluralità di attori in campo (KGB, GRU, Ministero degli Esteri, TASS, Novosti e Radio Mosca), tutti facenti vertice al Politbjuro che, con le sue direttive, approvava e indirizzava le operazioni di spionaggio, controspionaggio e ingerenza.

In seno al CC del PCUS, vi erano due dipartimenti, quello internazionale e quello dell’informazione internazionale. Il primo era responsabile dei fronti internazionali pro URSS, il secondo dirigeva invece gli organi ufficiali di comunicazione e propaganda. Entrambi attingevano al Servizio A del 1° Direttorato del KGB, una vera e propria fabbrica di falsi (documenti ben costruiti o originali artatamente alterati), da disseminare in occidente. Il KGB si occupava anche del reclutamento di quanti potevano agire in qualità di agenti d’influenza: giornalisti, politici, commentatori, opinion maker o professori universitari. Alcuni addirittura lo erano divenuti a loro insaputa.

Oggi l’impianto dei servizi russi è mutato, per volere di Putin esiste una pluralità di agenzie tra loro in competizione. Le funzioni ex KGB sono state suddivise tra FSB, che si occupa di “interno” e quindi di controspionaggio e SIGINT e SVR che si occupa di estero. Quest’ultimo, tradizionalmente suddiviso in direttorati, oltre allo spionaggio (Humint e Osint), ha anche il controllo tramite il  Direttorato A, sulla pianificazione delle “misure attive” e quindi sull’Information Warfare. Vi è infine il GRU (il servizio di intelligence militare), rimasto sostanzialmente integro nelle competenze di era sovietica.

DISINFORMAZIONE E MISINFORMAZIONE: LA STRATEGIA DI SPUTNIK SECONDO GLI ANALISTI ATLANTICI

Fra gli elementi più attivi della grancassa mediatica demandata alla propaganda, secondo diversi studi maturati in ambito “atlantico”, vi è il  portale Sputnik, mediafarm attiva in tutto il mondo e parte integrante di un network di portali gemelli in diverse lingue.

Il portale Sputnik è collegato all’agenzia di stampa Rossiya Segodnyaa, a sua volta controllata dal governo. La mission di Sputnik è quella d’influenzare l’opinione pubblica dei paesi cui si rivolge, supportando reputazione e  propaganda russa nel mondo. Sputnik si muove agilmente sul confine tra due parole, disinformazione e misinformazione, spesso troppo sbrigativamente ricondotte alla categoria delle fake-news.

A tale proposito, Oana Lungescu, portavoce della NATO, sulla medesima linea di similari dichiarazioni venute dall’intelligence USA e dal Ministero della Difesa britannico, ha dichiarato in un’intervista al programma radiofonico BBC Trending che Sputnik “[fa] parte della macchina di propaganda del Cremlino, che sta cercando di utilizzare le informazioni per esigenze politiche e militari […], non per convincere le persone, ma per confonderle, [e quindi] non per fornire un punto di vista alternativo, ma per dividere le opinioni pubbliche e in ultima analisi, minarne la capacità di capire cosa sta succedendo e quindi di prendere decisioni

Un report declassificato, diffuso nel gennaio del 2017 dal Director of National Intelligence (a capo della United States Intelligence Community), affermava che Sputnik (insieme a Russia Today), ha contribuito ad orientare l’opinione pubblica americana durante le ultime elezioni presidenziali, tramite una “campagna di influenza” orientata a passare il messaggio che il candidato Trump fosse “obiettivo di una copertura ingiusta da parte dei media tradizionali statunitensi, […] sottomessi all’ establishment politico [pro Clinton]”.

Ovviamente ambienti autorevoli dell’ambasciata russa a Londra, mediante una nota ufficiale dell’ufficio stampa, hanno reagito a tali accuse, affermando che le affermazioni in merito ad una “campagna di misinformazione russa orientata a minare l’Occidente rappresentano “un modo per evitare un dibattito aperto e ragionato sulle questioni sollevate nelle società britanniche e americane“.

Di disinformazione e misinformazione parla ampiamente Giorgio Bertolin, Project director dello studio Digital Hydra: Security Implications of False Information Online, commissionato dallo STRATCOM, il centro di eccellenza NATO per le comunicazioni, strategiche, non a caso istituito a Riga in Lettonia. Per misinformazione, neologismo in rapida diffusione, si intende tutta quell’informazione deliberatamente errata o di scarsa qualità e quindi suscettibile di una pluralità d’interpretazioni, diffusa e fatta circolare consapevolmente (o inconsapevolmente) in rete allo scopo di “inquinare” il dibattito in seno all’opinione pubblica delle democrazie occidentali.

La misinformazione funziona bene a tale scopo, poiché usa come volano i social media, e, soprattutto, perché ricorre in maniera spregiudicata al bias della conferma, ovvero “la tendenza della nostra mente a favorire tutto quello che sembra accordarsi con le nostre opinioni precedenti e che quindi suona familiare e giusto alle nostre orecchie” (Nickerson 1998).

INFORMATION WARFARE

Tutto ciò conferma che l’attuale strategia russa non è un banale revival di quella sovietica, la qualità raggiunta mette i servizi russi al vertice dell’Information Warfare che, come naturale evoluzione della dezinformatsiya, va intesa come una “partita” giocata, non più sul tradizionale playground fisico, ma nell’infosfera, neologismo coniato dal filosofo Luciano Floridi.

Tale spazio, secondo la definizione del “Glossario Intelligence” pubblicato sul sito www.sicurezzanazionale.gov.it, rappresenta un “nuovo dominio in cui, tra […] stati ed attori non statuali, si gioca un confronto che vede le informazioni costituire, ad un tempo, strumento di offesa ed obiettivo. In questo contesto, il termine indica le azioni intraprese al fine di acquisire superiorità nel dominio informativo […]”.

Questo nuovo dominio, che qualcuno chiama “quinto potere” si sovrappone, in parte, al cyber-spazio, rinnovata dimensione di una guerra ibrida che da secoli, progressivamente, si è giocata in terra, mare, cielo e spazio e che ora vede nell’etere digitale il nuovo terreno di competizione. Le armi di questa nuova guerra si chiamano troll, meme, bot e social post, e sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa, forse ancora più pericolose degli attacchi hacker, di cui largamente si parla (di queste settimane è la notizia delle accuse avanzate dal procuratore USA Mueller, che guida l’inchiesta sul Russiagate, contro 12 militari russi considerati parte del GRU e indicati come i soggetti attivi dietro il fantomatico hacker Guccifer 2.0).

Nell’era della Information Warfare, a tutti gli effetti una guerra ibrida e asimmetrica, le “operazioni psicologiche”, transitano attraverso il motore dei blog, dei social e dei siti come Sputnik, mentre la benzina è la paura (dell’immigrazione, dell’islamizzazione, della perdita dei posti di lavoro). A rafforzare il tutto vi è poi il “complotto”, ovvero ciò che più facilmente fa scattare il bias della conferma. Quest’ultimo, argomento marginale in una società ricca e in crescita, diviene argomento a forte penetrazione, almeno in certi segmenti, nella società figlia delle crisi del 2008 e del 2011.

Le strategie di disseminazione di tale narrativa possono essere mixed media (utilizzo coordinato di più social media), oppure cross-media (ovvero incentrate su un canale preciso, ad esempio Sputnik, motore primario della strategia comunicativa). In questo secondo caso i social hanno il compito di disseminare le informazioni che il canale primario diffonde.

Oggi, come scrive Mark Galeotti in un saggio pubblicato per lo European Council on Foreign Relations (Putin’s Hydra: inside the Russian intelligence services), il mindset delle agenzie di intelligence russe è quello tipico del tempo di guerra: “[…] l’enfasi sui metodi coercitivi, le operazioni attive, la possibilità di correre rischi e il rischio di incidenti internazionali, riflette una mentalità di guerra in tutte le agenzie [che], sembrano aver avvertito che la Russia si trovasse sotto una minaccia seria, persino esistenziale, che richiedeva risposte”.

LA GUERRA DEI TROLL

Un esempio di questo modo di giocare la partita lo abbiamo avuto con il caso di Jenna Abrams, una giovane donna americana con 70 mila follower su Twitter, attivista pro Trump sui social dal 2014 e artefice di quella che possiamo definire a tutti gli effetti una “guerra di troll”.

Nel gergo internet, un troll è “un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso e/o del tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi” (Wikipedia),  esattamente ciò che ha fatto la Abrams durante la campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca. Peccato che Jenna Abrams non sia mai esistita, l’account era riconducibile ad un profilo finto (insieme a molte altre migliaia poi chiusi da Twitter), sostenuto e amplificato da centinaia di bot che producevano like e commenti robotizzati. Dalle indagini effettuate, dietro il profilo finto, i tweet e i bot, c’era la cd “fabbrica dei Troll” di San Pietroburgo.

COLONIZZARE L’IMMAGINARIO

Uno studio della Rand Corporation del 2016, intitolato “The Russian Firehose of Falsehood  Propaganda Model”, riporta una frase illuminante del già citato Bertolin: “la rinnovata propaganda russa diverte, confonde e sovraccarica il pubblico di messaggi”. Confermando le parole del ricercatore italiano, lo studio Rand chiarisce in quattro punti le “caratteristiche distintive del modello per la propaganda russa”:

  1. Alto volume e multicanalità;
  2. Rapidità, continuità e ripetitività;
  3. Scarso e nessun interesse verso la realtà oggettiva o la veridicità;
  4. Scarso e nessun interesse verso la coerenza.

Concludendo, nella propaganda ad alto volume più che la credibilità del messaggio interessa la polarizzazione, intesa come acceleratore della colonizzazione dell’immaginario collettivo. L’obiettivo non è solo orientare, non sempre ciò è possibile, alle volte è più utile e conveniente il semplice “inquinare”. Inquinare il dibattito, esattamente come fa un troll, per impedire che l’opinione pubblica di un paese discuta razionalmente su un problema. È la tecnica usata nelle elezioni USA e, probabilmente, in occasione del referendum sulla Brexit o sulla Catalogna.

Inquinare per favorire e accelerare la disgregazione delle società occidentali, amplificando e allargando i punti di frattura già esistenti, per indebolire l’avversario. Nella nuova dottrina geopolitica russa non c’è più spazio per idee di dominio egemonico dell’Europa, ci si accontenta di una UE indebolita e divisa e quindi meno efficace nel contrasto delle azioni di riconquista dello spazio geopolitico russo, Georgia e Crimea ieri, il Donbas finiti i Mondiali, le repubbliche baltiche domani.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo?

È realmente il mondo a voler vedere gli Stati Uniti e la Federazione Russia che vanno d’accordo? Sì, secondo quanto dichiarato da Donald Trump all’apertura del Summit di Helsinki con Vladimir Putin. Tuttavia, la Guerra fredda è finita e l’opinione pubblica internazionale non sta più col fiato sospeso per i rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Soprattutto da quando è diventato chiaro che le armi nucleari rappresentano uno strumento di deterrenza,piuttosto che uno strumento offensivo.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo? - Geopolitica.info

Occorre ricordare, inoltre, che sono numerosi gli Stati a non vedere di buon occhio l’ipotesi di un riavvicinamento tra Washington e Mosca. Solo per citare i casi più eclatanti, sicuramente il Regno Unito, i cui rapporti con la Russia hanno toccato il minimo storico dai tempi del Grande gioco. E anche quello di quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, che chiedonoalla NATO un ulteriore rafforzamento della sua presenza sul fianco Est alimentando il tradizionale senso di accerchiamento di Mosca. Tanto meno la questione è vista con favore dall’Ucraina e dalla Georgia, che hanno paura di essere definitivamente abbandonate tra le braccia del Cremlino. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma per ragioni opposte, sono la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e l’Iran. Entrambe hanno bisogno della Russia per bilanciare il potere degli Stati Uniti e dei loro alleati nei rispettivi quadranti regionali, così come per favorire la tanto agognata trasformazione in senso multipolare di un sistema unipolare più debole che in passato. Infine, anche la Corea del Nord è uno spettatore interessato a rapporti tesi tra Washington e Mosca, per poter contare sul pieno appoggio di quest’ultima, con cui vanta legami storici, sul tema del disarmo nucleare.

Viceversa, guardano con favore a uno stemperamento delle tensioni tra i due ex nemici della Guerra fredda molti Stati dell’Europa occidentale (Italia in testa, seguita dalla Germania e dalla Francia), meno interessati a investire quote crescenti dei loro budget nazionali in difesa rispetto ai loro partner dell’Europa orientale, e molto sensibili ai rapporti energetici con la Russia. Israele e Arabia Saudita, dal canto loro, vorrebbero allentare l’alleanza russo-iraniana in Medio Oriente, mentre India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone (più moderatamente)sostengono un miglioramento dei rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino affinché la prima concentri per quanto possibile i suoi sforzi (diplomatici ed economici) al contenimento della potenza cinese e la seconda non ne favorisca l’azione.

La Russia al momento ha un approccio equilibrato al tema dei rapporti con gli Stati Uniti. È interessata a compiere passi avanti, resi sicuramente più facili dall’approccio realista dell’Amministrazione Trump rispetto a quanto ci si potesse aspettare da Hillary Clinton. Senza dimenticare, però, che i candidati divenuti presidenti cambiano spesso il loro approccio ai temi caldi dell’agenda politica. Dalla prospettiva di Mosca il riavvicinamento con Washingtonnon è da escludere, perché a lungo andare i suoi interessi rischiano di confliggere con quelli di Pechino (a partire dalla Belt and Road Initiative) e di Teheran (in particolare con la sua ambizione egemonica sul Medio Oriente). Tuttavia, questa ipotesi diventerà plausibile solo nel momento in cui gli Stati Uniti saranno concretamente disponibili a riconoscere alla Russia lo status di grande potenza. Questo significa un rapporto paritario tra le due potenze, la rimozione delle sanzioni, il riconoscimentodel primato di Mosca sullo Spazio post-sovietico e l’accettazione di una sua limitata influenza nell’area del Mediterraneo. Si tratta ovviamente di un processo di medio termine, che non può essere definito al Summit di Helsinki. Se questo non avverrà, la Russia potrà continuare ad agire da potenza revisionista, insidiando gli Stati Uniti con un’ulteriore saldatura dei suoi rapporti con Cina e Iran.

La posizione degli Stati Uniti sembra più complessa. Sin dalla fine della Guerra fredda, i presidenti americani hanno avuto un comune obiettivo: preservare quanto più a lungo possibile il “momento” unipolare. Clinton, Bush e Obama sono stati tutti concordi sul fatto che la Russia potesse figurare tra le possibili minacce alla tenuta dell’ordine liberale, ma che, se democratizzata e integrata nell’economia mondiale, si sarebbe potuta trasformare in un suo pilastro. A tal scopo, tutti i presidenti americani hanno provato nel corso del loro primo mandato a sperimentare un approccio cooperativo con il Cremlino. La presidenza Clinton è ricordata per la Russia First Strategy, quella Bush per il tentativo di stabilire una partnership con Mosca sulla base della guerra globale al terrore, quella Obama, infine, per il Russian Reset. I tre tentativi, tuttavia, sono falliti di fronte al riemergere di una dinamica competitiva, generata da interessi di medio termine contrastanti e/o a dal declino democratico della Russia. Su questo tema, dunque, Trump si trova nel solco dei suoi predecessori. Anzi, probabilmente per scongiurare la possibilità di impeachment legata al Russiagate, ha assunto ancor più velocemente di loro un atteggiamento competitivo nei confronti di Mosca. Il vero elemento di discontinuità, soprattutto con le presidenze Clinton e Bush, è legato ai parziali mutamenti avvenuti all’interno del sistema internazionale con cui l’attuale presidente americano si sta confrontando.

Il più importante è il ruolo sempre più significativo della RPC. La sua potenza è talmente in aumento che, come denunciato dalla National Security Strategy 2017, può essere ormai ufficialmente considerata una potenza revisionista. L’Amministrazione Trump è consapevole delle criticità che affliggono le relazioni russo-cinesi, così come del declino di numerosi indicatori di potenza della Russia (anzitutto in quelli demografico ed economico). Queste considerazioni inducono a pensare che Mosca non sia convinta sino in fondo della necessità di mettere in crisi l’ordine unipolare e che, se “ingaggiata” su basi nuove, potrebbe mutare la postura nei suoi confronti. Washington, d’altro canto, deve evitare quell’effetto di sovra-estensione tra impegni e risorse, reso plausibile dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che potrebbe derivare dal confronto con più rivali in diversi quadranti geopolitici. Stemperare l’inutile – almeno per il momento – rivalità con la Russia permetterebbe agli Stati Uniti di ostacolare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Per tale ragione, senza che questo tema figuri tra i dossier trattati ufficialmente a Helsinki, Trump ha anticipato che tra le diverse cose ci cui parlerà con Putin ci sarà «l’amico Xi».

Il ruolo della Federazione russa nel contesto geopolitico del Mediterraneo

Il Mediterraneo, per la sua intrinseca complessità geopolitica, da sempre rappresenta un interessante scenario d’analisi delle relazioni internazionali, in particolare tra le potenze egemoni dell’area. Le situazioni critiche degli ultimi anni, tanto a livello diplomatico che umanitario, hanno fortemente inciso sui delicati equilibri di questo mare così difficile da decifrare. Tra le potenze globali protagoniste, un ruolo maggiore lo sta assumendo la Federazione Russa, da secoli interessata allo sbocco al “mare caldo”. L’intervento in Libia e l’installazione di basi militari in Siria nel 2015 sono solo alcuni degli aspetti interessanti della questione. L’azione militare di Putin nel vicino oriente e l’incomprensione con i Paesi NATO mettono quest’area al centro dell’agenda politica mondiale, in un momento storico che vede i Paesi europei a loro volta divisi anche sulla questione migratoria. In questo contesto, le mire espansionistiche e l’influenza russa possono aprire difficili scenari sul futuro delle relazioni internazionali.

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I rapporti della Russia con la realtà mediterranea

L’attuale coesistenza di basi militari russe e della NATO nel Mediterraneo può vedersi come un segnale di crisi dell’unipolarismo americano, fenomeno questo auspicato proprio dal Presidente Vladimir Putin nel 2007 durante il summit di Monaco sulla sicurezza, nel quale parlò di un ritorno a un sistema multipolare. La politica russa nella regione tende a mantenere un ruolo specifico basato anche sulla cooperazione: significa attivare canali diplomatici, trovare delle soluzioni condivise per quanto riguarda l’aspetto geostrategico e militare per la sicurezza dell’area. Ritorna quindi la modalità secondo cui questo tipo di crisi si possono risolvere attraverso una serie di elementi che si focalizzano sulla cooperazione. Le enormi opportunità in termini anche commerciali ed energetici offerte dall’area, giustificano l’interesse ormai secolare della Russia nel crearsi un concreto accesso al Mediterraneo, dove si gioca buona parte della sicurezza globale. L’azione nelle crisi libica e siriana si è inserita nel contesto delle gravi incomprensioni tra la Russia e Stati Uniti, cui si aggiungono Gran Bretagna e Francia, a colpi di sanzioni, accuse, dossier e sospensione delle attività diplomatiche. Tra l’altro nel Mediterraneo sono presenti anche Paesi verso cui i vertici russi hanno un’attenzione particolare: per esempio l’Egitto, che appartiene all’orbita di influenza degli Stati Uniti.
Nel recente passato tutto il complesso militare egiziano era molto legato a quello statunitense. In Siria poi, l’azione militare voluta da Putinè riuscita a contenere e in qualche area anche a debellare l’ISIS; questo è dovuto principalmente all’iniziativa oramai di due anni fa da parte della Russia. Mosca si è fatta carico delle responsabilità che i Paesi europei non hanno preso. Anche Cipro e Israele sono osservati speciali: entrambi con una situazione geopolitica molto particolare e che hanno suscitato l’attenzione del Cremlino. L’intricato sistema di alleanze tra i Paesi del Mediterraneo, che riguardano direttamente tre continenti, aveva creato una stabilità apparente che ora, come auspicato dal Putin nel 2007, sembra essere sempre più uno dei sintomi della crisi del sistema unipolare americano.

L’incertezza attuale e futura sulle relazioni diplomatiche

Gli investimenti cinesi in africa, la crisi migratoria, la politica aggressiva di Trump e la rottura dei rapporti diplomatici tra blocco occidentale e Russia, vedono il Mediterraneo come punto critico delle tensioni internazionali. I paesi coinvolti nell’area, tra i quali l’Italia, rischiano di non trovare un posto e nemmeno un’identità geopolitica nell’immediato futuro. Libia e Siria sembrano ormai ridotti a teatri di scontro tra le potenze interventiste; l’Unione Europea è afflitta dal fiorire di movimenti euroscettici e nazionalisti; gli Stati Uniti perpetrano una politica estera fatta per lo più di minacce avventate. Nonostante ciò, la Russia continua per la sua strada, ponendosi come partner strategico e commerciale di Paesi chiave quali Turchia, Iran e soprattutto Cina. La politica del Cremlino di espansione del mercato energetico coinvolge anche il Mediterraneo, attraendo l’interesse dei Paesi che potrebbero inserirsi nonostante i veti dell’egida statunitense. Ad esempio l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane e cipriote (quest’ultime oggetto di scontro con la Turchia), nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian. L’influenza commerciale ed energetica russa in Europa s’inserisce in quel contesto di soft power (Russkiy Mir) che ha tra i suoi scopi il mostrare al mondo le potenzialità dell’alternativa russa, nei confronti di quella statunitense. Una politica del genere rientra anche nella partnership con Pechino per l’ambizioso progetto OBOR (One Belt One Road), la cosiddetta nuova Via della Seta, che attraversando metà continente garantirà degli sbocchi commerciali dagli sviluppi mai visti prima, coinvolgendo anche il Mediterraneo. L’accesso al “mare caldo” è garantito anche dai buoni rapporti col governo turco, con il quale Putin ha trovato accordi per il passaggio marittimo; dal lato opposto l’annessione della Crimea, motivo di acceso scontro con la NATO, garantisce l’accesso direttamente nel Mar Nero.

La straordinarietà del fenomeno russo risiede nella sua cultura eterogenea di grande influenza, che ha prodotto anche una struttura militare e politica di primo piano nello scacchiere internazionale, i cui valori, nati nel XX secolo, hanno rappresentato una sfida alle norme e alle concezioni egemoniche di Europa e Stati Uniti. Il Mediterraneo, per la sua storica ricchezza di popoli, culture e risorse, rappresenta una costante sfida per quelle realtà che aspirano ad essere leader globali. L’attuale situazione d’incertezza geopolitica che affligge l’area può mettere in crisi l’egemonia statunitense, permettendo ad altri possibili protagonisti di esercitare una nuova influenza. La Federazione Russa in particolare, anche se ben lontana dalla conquista del Mediterraneo, sembra averne compreso l’importanza strategica, ottenuta anche militarmente con le varie basi nella regione.

Luci e ombre del nuovo accordo OPEC

Nel meeting di Vienna l’Opec e i Paesi produttori non-Opec guidati dalla Russia  hanno raggiunto un accordo per l’aumento della produzione di petrolio, che potrà salire fino a un milione di barili al giorno. Ma in realtà si tratta di un accordo vago, di un aumento “nominale” dato che la produzione aumenterà solo quando sarà possibile.

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Dopo lo storico accordo del novembre 2016, quando i Paesi si accordarono per tagliare la produzione giornaliera di petrolio con la speranza di provocare un rialzo nei prezzi, pochi giorni fa i Paesi produttori di petrolio, forti anche delle pressioni provenienti dalla Casa Bianca, si sono accordati per un aumento della produzione di “oro nero”, una mossa dettata dalla necessità di provare a bloccare l’aumento dei prezzi, arrivati ad oltre i 70 dollari al barile. Un accordo con il quale, però, l’Opec si è inventato un aumento “sulla carta”, senza una precisa tempistica e legandolo alle effettive capacità dei singoli Paesi coinvolti.

Lo storico accordo del novembre 2016

Nell’incontro di Algeri del settembre 2016 emerse chiaramente la volontà dell’Opec di superare la difesa delle quote di mercato avviata verso la fine del 2014. Una decisione che venne ufficializzata a Vienna nel corso del meeting del 30 novembre 2016, quando l’Organizzazione ha optato per un taglio della produzione di 1,2 milioni di barili al giorno rispetto al livello del mese precedente, da realizzare tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2017. Pochi giorni dopo, 11 Paesi non appartenenti all’Opec annuncia il proprio impegno di riduzione della produzione di circa 0,6 milioni di barili di petrolio, metà della quale in capo alla Russia.

Nonostante l’aderenza complessiva ai tagli sia stata particolarmente elevata, l’Accordo non ha sortito l’effetto sperato sui prezzi, principalmente a causa dell’aumento della produzione degli Stati Uniti e della crescita della produzione in Libia e Nigeria, Paesi esentati dai tagli per le note questioni politiche che caratterizzano da anni i due Stati. In un simile contesto, quindi, sia in occasione del vertice del maggio 2017 sia in quello del novembre 2017, i Paesi produttori coinvolti hanno confermato il prolungamento dei tagli nella speranza di una stabilizzazione delle quotazioni nel tempo.

L’aumento (sulla carta) della produzione di gregge

Con un prezzo del petrolio oltre i 70 dollari al barile, uno scenario politico internazionale in fermento e con l’avvicinarsi delle elezioni americane di mid-term, i Paesi produttori di petrolio si sono ritrovati a Vienna a fine giugno 2018 per rivedere la propria strategia. Nonostante le numerose divisioni all’interno del cartello, i Paesi, guidati da Russia e Arabia Saudita, hanno posto fine alla stagione dei tagli, accordandosi per un aumento della produzione di un milione di barili “nominali” al giorno. Questo significa che, al netto di quei Paesi che non saranno in grado di far fronte, sia per questioni tecniche che politiche, all’aumento della produzione, l’incremento effettivo del gregge in circolazione si attesterà intorno ai 600-700 mila barili quotidiani.

I giochi (politici) alla base dell’Accordo

L’accordo raggiunto a Vienna la scorsa settimana è frutto di un compromesso. Da un lato, Russia e Arabia Saudita, sempre più politicamente ed economicamente vicine (come dimenticare, d’altronde, le facce sorridenti del presidente russo Vladimir Putin e del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman in occasione della partita inaugurale dei mondiali di Russia che ha visto proprio di fronte i due Paesi) e pronte a coprire immediatamente l’aumento delle quote; dall’altro lato, Iran, Venezuela, Nigeria e Libia, Paesi che per vari motivi (crisi economica, disordini civili, questioni tecniche, impedimenti politici) non sono in grado di soddisfare al momento la richiesta. Convitato di pietra, come spesso accade, gli Stati Uniti di Donald Trump, che non ha mancato di far sentire la sua voce. Alla vigilia del vertice, infatti, il presidente statunitense ha evidenziato come i prezzi del petrolio fossero troppo alti, chiedendone una riduzione.

Russia e Iran, protagonisti a Vienna

Mosca e Teheran hanno monopolizzato l’attenzione al vertice di Vienna. Da un lato, infatti, la Russia esce rafforzata, anche politicamente, dal meeting. Secondo quanto riferito dal ministro saudita Al Falih, Mosca sarebbe stata invitata ad entrare nell’Opec, inizialmente come membro associato (e quindi non ancora a pieno titolo), ma comunque un importante passo avanti per stabilizzare un’alleanza che sembra già inossidabile. Dall’altro lato, l’Iran è riuscito a limitare i danni (pur apparendo gli occhi di tutti come il vero sconfitto), minacciando sino all’ultimo istante di far saltare il banco. Teheran ha infatti ottenuto un testo molto vago, che si presta a diverse interpretazioni, dove non ci sono cifre precise (non vi è infatti neppure una distribuzione delle quote individuali per Paese), con un comunicato finale che non fa riferimento, come richiesto dal ministro iraniano Zanganeh, a quell’aumento di produzione chiesto dagli USA per compensare l’effetto delle sanzioni americane nei confronti di Teheran. Non è da escludere però che l’Iran abbia ottenuto, nel corso delle negoziazioni, una contropartita occulta. Certo è che, per uno strano scherzo del destino, a convincere l’Iran a firmare l’accordo, laddove il giorno precedente aveva fallito Mosca (legata politicamente a Teheran), è stata l’Arabia Saudita.

Le incognite sul futuro dell’Opec

Gli accordi presi a Vienna, una volta implementati, potrebbero dare un po’ di respiro ai prezzi del petrolio, anche se i primi segnali provenienti dai mercati non sembrano di certo essere positivi. Sul futuro del mercato del petrolio, però, incombono due ombre, che prima o poi l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio dovrà prendere in considerazione. Da un lato, la situazione politica ed economica in Venezuela, che negli ultimi due mesi è andata incontro ad un peggioramento significativo. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la produzione di gregge del Paese potrebbe diminuire di quasi un milione di barili al giorno, una situazione che, unitamente al malcontento della popolazione per la grave crisi economica che ha colpito il Paese, potrebbe comportare seri problemi per la tenuta politica (e non solo) del Venezuela. Dall’altro lato, ancora più destabilizzante potrebbe essere la prospettiva di un forte incremento nella produzione di tight oil da parte degli Sati Uniti, che rafforzerebbe la leadership di Washington quale Paese esportatore. L’incremento della produzione americana, infatti, andrebbe a soddisfare una larga parte dell’aumento della domanda globale da qui al 2023, con la conseguenza che l’ambizione di Paesi quali Kuwait, Iraq e Iran di aumentare la propria produzione potrebbe venire frustrata, pena una (nuova) rapida e improvvisa discesa del prezzo del petrolio.

Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente

Negli ultimi tempi un nuovo acronimo si è fatto prepotentemente largo nell’universo concettuale del dibattito che ruota intorno all’interpretazione del mondo in cui viviamo. Questo acronimo è VUCA, termine coniato in ambito militare intorno agli anni ’90, che sta ad indicare un mondo governato da quattro variabili: volatilità, incertezza, complessità e ambiguità (volatility, uncertainty, complexity and ambiguity). La situazione nel Levante Arabo è il perfetto caso di scuola per chi volesse confrontarsi con tale contesto.

Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente - Geopolitica.info

Oggi di VUCA ne parlano gli analisti finanziari e geopolitici, uffici studi delle grandi corporation e ovviamente i risk manager. Per carità, nulla di nuovo rispetto al concetto di modernità liquida regalatoci da Z. Bauman o da quella “deriva anomica” cifra dell’Area Mondo, che L. Caracciolo chiama “caoslandia”. Eppure, al caos non vi è mai fine e, parafrasando un vecchio film di J. Nicholson, verrebbe da dire che “qualcosa è cambiato” in Medioriente.

Erdogan vs Mondo: e a Mosca si fanno affari

Un esempio sono gli equilibri, sempre più precari, in seno alla NATO che Putin, attraverso una serie di azioni diplomatiche, militari e propagandistiche sta contribuendo sensibilmente ad alterare. L’ultimo caso, quello forse più dirompente, è la promozione sul mercato del missile S-400 Triumf (nome NATO SA-21 Growler), sistema antiaereo terra-aria che secondo la grancassa di Sputniknews, portale di propaganda russa attivo in tutto il mondo, sarebbe in grado rilevare e abbattere anche i caccia di 5° generazione, F-22 Raptor, oltre a velivoli stealth (F-117 e B-2). Il missile sarebbe inoltre in grado di tracciare simultaneamente fino a 72 missili balistici e strategici.

Al di là della propaganda di Sputnik, il missile interessa realmente visto che le commesse arrivano copiose, tra cui quella della Turchia di Erdogan. Nulla di male, se non fosse che la Turchia è un paese Nato. Proprio in queste ore Reuters ha rilanciato un tweet del Sottosegretario alla Difesa turca Ismail Demir, che ha confermato addirittura un anticipo al luglio del 2019 della consegna delle prime due batterie, inizialmente prevista per il 2020. Un accordo da 2,5 Mld di U$D.

Vero è che i rapporti fra gli USA e la Turchia non sono mai stati così freddi, Ankara ha tirato in ballo gli americani per un presunto coinvolgimento nel golpe del luglio 2016 e d’altra parte gli USA si guardano bene dal consegnare ai turchi Fethullah Gülen, considerato da Erdoğan la mente del putsch. Ciò nonostante l’accordo firmato rappresenta una rottura forse esagerata nei confronti del sistema di alleanza in cui la Turchia è inserita. Aprire agli S-400, batterie con sistemi di ricerca e puntamento da integrare nei sistemi di difesa aerea della NATO, significa aprire una falla e permettere agli analisti russi di accedere ai sistemi dell’alleanza.

L’utilizzo del sistema S-400 come grimaldello per scardinare vecchi equilibri non si è limitato alla Turchia. La Russia starebbe trattando la vendita del sistema anche al Qatar, paese che ospita la principale base USA nel Golfo, in rottura con il vicino saudita e gli altri stati regionali (EAU, Kuwait Bahrain e Oman). La crisi tra Qatar e Arabia Saudita si è innescata lo scorso anno e, al di là di questioni religiose (i discendenti sauditi di Al-Wahhab, negano un legame di parentela fra il capostipite del wahhabismo e la famiglia reale qatariota, gli Al-Thani, e in ragione di ciò hanno veemente chiesto di cambiare nome alla più importante mosche del Qatar, oltretutto retta da un imam legato ai Fratelli Musulmani), è esplosa a seguito del tentativo del Qatar di giocare una propria partita autonoma nella giostra degli equilibri dell’area.

Riyadh vs Doha: e a Mosca si fanno affari

Riyadh accusa Doha di sostenere gruppi terroristi in Siria e Iraq, nonché la guerriglia Houthi in Yemen e, soprattutto di finanziare i Fratelli Musulmani, organizzazione salafita concorrente al modello wahhabita di cui Riyadh è sponsor in tutto il Medioriente. Non a caso nella frattura che si è consumata fra le due capitali arabe, uno dei principali oggetti del contendere è l’emittente satellitare Al-Jazeera, di cui i sauditi chiedono la chiusura poiché individuata come il vero motore delle primavere arabe che dal 2011 hanno alterato gli equilibri dell’area.

Risultato di ciò è che il Qatar, sempre più isolato all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha finito per avvicinarsi all’Iran, riaprendo ufficialmente le relazioni diplomatiche e a Mosca, nei cui missili cerca la garanzia da un’azione aerea portata dai caccia di Riyadh e dell’alleato di Abu Dhabi. Notizia di queste ore è anche l’interessamento di Doha per il caccia russo di 4° generazione Sukhoi Su-35 (Flanker-E per la NATO). I colloqui tra russi e qatarioti per il caccia, sarebbero in corso dallo scorso marzo. A confermarlo è stata l’agenzia di stampa russa TASS.

I sauditi, appresa la notizia, hanno fatto prontamente trapelare minacce di attacco preventivo e, parallelamente hanno rincarato le accuse anche contro la Turchia, alleata di Doha nella regione, che da alcuni mesi è impegnata nel rifornire con un ponte aereo il piccolo stato del golfo, isolato dai potenti vicini. La Turchia sta anche alimentando e costruendo una base militare in territorio qatariota. All’inizio si trattava di qualche migliaio di istruttori, ora la cosa si fa più seria.

Ingerenza e hackeraggi nel cyberspazio

Al di là dei teatri di scontro tradizionali (tra le varie milizie sul campo e a colpi di dichiarazioni tra le cancellerie arabe), la partita come è di moda oggi è in atto anche nel cyberspazio. Infatti, ad incendiare la crisi sono intervenuti almeno due episodi di hackeraggio, uno accertato ed uno presunto. Testata ben informata su tutta la vicenda è il Washington Post che, da mesi, sta documentando in maniera puntuale i fatti. Il primo caso ha visto una serie di comunicazioni riservate scambiate ai vertici dell’amministrazione qatariota essere rilevate e forse artatamente alterate, il secondo ha riguardato una presunta presa di posizione dell’Emiro, lo sceicco Al-Thani in favore dell’Iran. I qatarioti hanno da subito parlato di fake news frutto di un’intrusione informatica.

Relativamente al primo evento, il giornale USA ha ricostruito una serie di scambi tra i vertici dell’emirato in cui si evince che il piccolo stato avrebbe versato centinaia di milioni di dollari a una serie di gruppi terroristici iracheni e non (tra cui l’Hizb’Allah libanese e addirittura la Forza Al-Qods, comandata da Qassem Soleimani, il più alto dirigente iraniano presente in Siria), per favorire il rilascio, poi effettivamente avvenuto, di alcune decine di alti dignitari e membri della famiglia reale qatariota, rapiti nel sud dell’Iraq nel 2015 da una milizia sciita. Il Qatar ha effettivamente ammesso di aver negoziato la liberazione dei propri ostaggi, ma ha affermato che i messaggi intercettati e pubblicati sarebbero stati alterati per far trasparire una realtà diversa, soprattutto per quanto concerne i rapporti con l’Iran e con il generale Soleimani.

L’altro caso si è verificato lo scorso 24 maggio quando la Qatar News Agency, ha pubblicato alcune dichiarazioni attribuite all’Emiro Al Thani che aprivano al ruolo dell’Iran nella regione. La frase incriminata, smentita dall’Emiro e hackerata secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa statale, che se la sarebbe vista pubblicata sul proprio portale, affermava che “non può esservi saggezza nel nutrire ostilità nei confronti dell’Iran che rappresenta una potenza regionale e islamica”. Altra frase incriminata era quella intesa a riconoscere in Hamas il vero rappresentante del popolo palestinese. Hamas è emanazione diretta della fratellanza musulmana e a Riyadh tali parole non devono esser suonate piacevoli. Il Washington Post ha successivamente rivelato che dietro la notizia ci sarebbe stata l’intrusione informatica di hacker al soldo degli Emirati Arabi Uniti. Il giornale USA avrebbe avuto la notizia da fonti d’intelligence americane.

Concludendo: la giostra continua a girare

La realtà è che oramai nell’era Trump (ma anche dopo le politiche altalenanti di Obama), gli USA persi come sono in una spirale illogica di impegno-disimpegno, hanno perso il controllo dell’area. Non riescono più a gestire le conflittualità interne tra i diversi attori, ponendosi come in passato come arbitro. Di tale situazione stanno approfittando in maniera sapiente e per motivi diversi, non sempre coincidenti, ma al momento tatticamente collegati, Russia, Iran e Turchia. I primi per aprirsi uno sbocco stabile ai mari caldi, i secondi per assumere definitivamente il controllo di tutta la mezzaluna del crescente arabo, dal sud dell’Iraq fino al Libano, gli ultimi alla ricerca di un sogno neo sultanale. Inutile dire che l’intemerata decisione di Trump di portare l’ambasciata USA a Gerusalemme non ha certo aiutato. Andando a chiudere, prendendo nuovamente a prestito una frase dal film Qualcosa è cambiato, parafrasando il momento potremmo dire che mentre la gente vive e muore in Medioriente, “le ruote della giostra continuano a girare”.

Una mappa geopolitica dei #Mondiali2018

Le tre dimensioni principali del soft power sono state tradizionalmente individuate nella cultura, nel modello politico e nella politica estera di uno Stato. Tuttavia, anche i successi in ambito sportivo sono considerati uno strumento ottimale per veicolare l’immagine di un Paese e ne accrescono la capacità di “fascinazione” nei confronti dei suoi interlocutori.

Una mappa geopolitica dei #Mondiali2018 - Geopolitica.info

Non solo. Attraverso lo sport un Paese può lanciare segnali significativi agli altri attori della politica internazionale. Gli eventi sportivi incentivano lo spirito di identificazione tra il singolo cittadino e la comunità nazionale, rafforzandone al tempo stesso la coesione interna di quest’ultima. Affermano la perseveranza di un Paese nel superamento degli ostacoli e nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Dimostrano l’efficienza di un modello politico economico e sociale nel conseguire vittorie in qualsiasi campo e nel generare “esempi” da imitare sia all’interno dei propri confini nazionali che all’estero.

Pertanto, al di là dell’esito finale di Russia 2018, è interessante analizzare rapidamente la presenza, così come l’assenza, delle principali potenze politiche dal torneo che sta per iniziare. L’impatto mediatico dei mondiali, d’altronde, è secondo solo a quello delle Olimpiadi. Lo sanno bene al Cremlino, dove l’evento contribuisce a spezzare l’isolamento politico da parte occidentale, ma anche in Qatar, un Paese sempre più attivo sullo scacchiere internazionale che ospiterà l’edizione 2022.

Balza subito agli occhi l’assenza della superpotenza americana, che storicamente non si trova troppo a suo agio sul rettangolo verde. Proprio di queste ore, tuttavia, è la notizia che il torneo del 2026 sarà organizzato da Stati Uniti, Canada (non qualificata a Russia 2018) e Messico (qualificato). Questa formula sembra contraddire la volontà di Trump di rivedere le basi del North American Free Trade Agreement, che dal 1994 lega i tre Paesi. A completare il quadro delle nazionali che sbarcano in Russia dal “cortile di casa” americano: Brasile, Argentina, Costa Rica, Colombia, Uruguay e Panama (alla prima qualificazione).

Passando alle due grandi potenze revisioniste, così come definite dall’Amministrazione Trump nella NSS 2017, la Russia è qualificata quale Paese organizzatore mentre la Cina è fuori dalla competizione. Al contrario sono in gioco Australia, Giappone e Corea del Sud, la “corona di perle” americana nel quadrante Indo-Pacifico. Viceversa, non risultano qualificate né India né Pakistan, che nonostante l’importante ruolo politico non hanno mai avuto una tradizione calcistica. Il gruppo B vede la presenza dell’Iran, il principale sfidante degli interessi americani in Medio Oriente, bilanciata da quella dell’Arabia Saudita, l’alleato ritrovato degli Stati Uniti nell’area insieme a Israele (non qualificato). Dal continente africano giungono in Russia tre squadre nordafricane e due dell’area sub-sahariana. L’Egitto sempre più allineato alla Russia, la Tunisia giudicata da qualche anno come l’unica democrazia funzionante del mondo arabo e il Marocco da sempre vicino alle posizioni occidentali. A completare il quadro, la Nigeria e il Senegal. La rappresentanza del continente europeo vede solo tre squadre non-NATO: la neutrale Svizzera, la Svezia dove si sta parlando della possibilità di un ingresso nel Patto Atlantico e della reintroduzione della leva obbligatoria in funzione anti-russa e la Serbia storicamente vicina a Mosca. Tra le squadre dei Paesi-UE, invece, è netta la prevalenza di quelli entrati prima del 2004. Solo l’Ungheria e la Croazia figurano tra i Paesi post-comunisti e ora membri dell’UE presenti a Russia 2018. Tra le escluse di rilievo figura anche la Turchia di Erdogan.

Infine, tre grandi assenze. La prima è quella della Turchia di Erdogan, sempre più attiva e rilevante per gli equilibri politici mondiali ma non dotata di altrettanta “effettività” sul campo di calcio. Più dolorosa la mancata qualificazione dell’Italia, insieme ai Paesi Bassi. Si tratta dei due Stati che si sono alternati nel biennio 2017-2018 nel seggio condiviso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un suggerimento per Roma: in virtù del nostro sostegno al budget ONU e della presenza assicurata alle missioni dei caschi blu se non riuscissimo a ottenere nei prossimi anni un seggio al CdS del Palazzo di Vetro, facciamoci almeno assicurare un posto a Qatar 2022!

Nel frattempo speriamo che i #Mondiali2018 ci regalino tanti momenti di bel calcio!